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GuidoNobili

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Memorie lontane


 

I.

 

Quandovi capita di passare di mezzo a Piazza della Indipendenzavoltate lo sguardoverso tramontanavedrete quel palazzoche rimane in linea proprio dietro lespalle di Bettino Ricasoli; quella era casa mia. Son nato lì al primo pianoinquella stanza ultima a destra di chi guarda. Forse un giorno nel davanzale dellafinestrasotto quella persiana grigiasarà messa un'iscrizione a mio onore;l'ho già preparataper mettere in ogni caso i posteri sulla buona via.L'epigrafe dice così: “Qui nacque un illustre ignotoche seppe apprezzareper quello che valeva l'uman genere”.

Il7 decembre 1850 comparvi al mondoe da quel giorno molt'acqua è passata sottoi ponti dell'Arnoe tante cose da allora sono cambiate. I miei parenti dellavecchia generazioneche con me convivevano in quella casasono tutti morti; lapiazzadi bellaampia che eral'hanno borghesemente ristretta coll'averlaombreggiata di tigli. Su quella piazza poihanno messe due statueuna alRicasolil'altra al Peruzzicolle quali si vuol dimostrare ai postericheanche i grandi uomini non possono sottrarsi al ridicoloneppure dopo morti.

QuelBettino poipover'uomoin giubba e cravatta biancaarrampicato sopraquell'alto piuoloin atto di porgere un cappello a scattoè tutta la sintesidegli scherzi crudeliche si possono fare al ricordo d'un galantuomo. Quando sisarà persa la memoria del gibuschissà quanto almanaccheranno glistoricigli archeologi dei tempi remoti dell'avvenireper sapere che cosapossa essere quell'affare tondoche il soggetto della statua tiene in mano.

Uncappello nodirannoperché piatto a quel modo non gli può entrare in testa;chi potrà supporre le molle e lo scatto?...

Deveesseresosterrà qualcunoil simbolo della Corona di Toscana cheBettino Ricasoli Barone della Trappola offre alla Contessa Matilde. Lastoria antica si è sempre insegnata così. Ma mancano le gemmemancano le palleosserverà il contraddittore;quello non è Bettino Ricasoli; di certo deve essere un prete galloche in quelvassoio fa la sua offerta delle rigaglie a Giove. Ma qui si comincia subito a divagarerileverà qualche lettore.

Saràil mio un sistema sbagliatoma quando racconto voglio esser libero diraccontare come mi pare e piace.  Sea chi leggeil mio modo di narrare non soddisfanon gli sembra bene inquadratonella tecnica del perfetto novellieresmetta di leggereche io non me neadonterò; ma voglio divagareessere prolissoessere uggioso anche; ma vogliofar come mi pare.

Sesu questo siamo d'accordotiriamo avanti. Intanto io vi presento tutti i mieibuoni vecchiche la Inesorabile prima o dopo mi portò via. Parràche faccia l'elenco di una compagnia drammatica; questo modo di esporre non saràmolto elegantema in fatto è il più breve.

MiononnoLinodi ottant'annidiritto e fresco nonostante l'etàtranquillobuono di caratteree che manda la casa con le forme corrette di vecchiogentiluomo. Una sorella di sua mogliedi anni ottantaquattrodi nome Luigiache tutte le mattine all'alba va alla chiesa di San Marco e vi si trattiene finoalle undici. Ferdinando mio padrebuono sìma in apparenza severoche hal'idea acquisita di esperimentare su di me le più rigorose regole del razionaleallevamento fisico e morale della prole. Elena mia madrebellissima donnasanarobustapiena d'intelligenza e di cuoredi me più anziana soli sedicianni.

Poizio Guglielmo e sua moglie Maddalena; zio Cesare e zio Niccolòil piùgiovanefra loro fratelli; mio fratello Aldo minore di me cinqueanni; mio cugino Carloche ha un anno meno di luied un suo fratello lattante.

Servitoriservebaliecuocococchiereche fanno un paese a parte giù nel sottosuolodel palazzoe nel caseggiato in fondo al giardinodove sono le rimesseconingresso dalla via delle Officine.

L'epocain cui si svolge l'azionecome sogliono dire i programmi teatraliè ai primidel 1859.

Lacasa mianonostante la baraonda del servitorameandavaalmeno ai miei occhicome un orologio. La mattina si faceva colazione tutti insieme; la carrozza poiaccompagnava memio fratello e un cugino a scuola; e la sera ci si ritrovavatutti al pranzo.

Queipranzi per me sono indimenticabili. I miei zii eran giovani e di buon umoreeanche mio padre in mezzo a loro lasciava andare il truccodel cipiglio che si era imposto per tenermi a doveree fratutti facevano una conversazione così amenada ritenere che tavolata piùgioconda di quella non sia mai più esistita al mondo.

Quandovi erano invitati a pranzoi ragazzi passavano in un salotto a partee cosìper meper mio fratello Aldo e per mio cugino Carlotrovandoci cosi soliecome senza cavezzaun pranzo con inviti voleva direil giorno di poiunpurgante da prenderee una conseguente vacanza di scuola.

Maai primi del 1859 qualche cosa serpeggiava per casache anche alla mia menteinesperta dava sospetto. Pareva che ci fosse un quidche si volesse fareignorare al nonno. Veniva molta gente con grande precauzione in casapassandopiù che altro dalla via delle Officine. Se si era a pranzoLeopoldoilcameriereandava a parlare in un orecchio allo zio Nicolae luiinterrompendoil pastosi alzava e correva in un salottinoche era all'estremo limite dellacasa. Se il nonno domandava chi fosse l'importunogli zii gli rispondevanodicendogli un nome qualunquee poi a uno per voltapiù presto che potevanose la sgattaiolavano anche loro.

Erocurioso di saperema non venivo a capo di nulla; perché mio padrese cercavoin questi momenti di lasciare la stanza da pranzomi inchiodava conun'occhiataccia sulla seggiolae non mi lasciava andare finché non fosserotornati gli zii.  E alloraqualcunodi loroin modo che potesse sfuggire al nonnocon parole brevi e quasi senzamuovere la boccaragguagliava mio padre di qualche cosa che io non capivo.

Unaserasfuggendo alla sorveglianzavidi due di questi misteriosi visitatori chese ne andavano. Uno passò dalla parte di scuderia; era un uomo grassochepareva un fattore di campagnacon un cappellone a cencio; l'altroche passòdalla porta principaleaveva la carrozza che l'aspettavaed era vestito dinerocappello a cilindroaria signorilema un muso secco e dispettoso con duebaffetti lunghi e sottili insegati ed il pizzo.

Mache volevano quella gente a me sospetta?  Cherazzolavano per casa nostra queste figure strane?

Eppurepensavoi miei son persone per bene! Ma questi trafugamentiquesti sotterfugiquesti convegninon mi ispiravano fiduciatanto chedopo un rigirio di paroleinutili e confusedomandai a mia madre a quattr'occhichi fossero quelle tantee diverse personeche avevo notate in questo circospetto andirivieni.

-Studiano- mi risposequasi sospirandomia madre- la macchina per volare.Vogliono vedere se si rompono il collo per loroe lo fanno rompere anche a noi.

Eroun ragazzo in buona fedee la risposta mi convinse. Mi pareva un bel ritrovatoquello che stavano cercandoed ero certo che sarebbero riuscititanta era lafiducia nel sapere e nell'intelligenza dei miei; per altrol'idea di andartanto per aria non mi persuadeva; ne avevo anche di più pauraspecialmentedopo un esperimentoche a forza di ragionamenti mi venne fatto sopra a questoargomento. Se si deve volareavevo detto fra mesotto si deve avere l'abisso;oraa guardare in una pozza dove si riflette il cieloè come esserespeloncati nell'abisso; traversando a salto la pozzal'effetto deve esserecompagnose non peggio che essere su nella macchina per volareperché laggiùnella pozza si vede l'infinito. Mi provai a saltare una pozza quando mi capitòma mentre prima non ci avrei pensato a sorpassarlacoll'impressione studiatadell'abissonon fui da tanto di saltarla e questo mi rincresceva perché se mifossi rifiutato di volare avrei avuto rimproveri ed anche beffe dagli ziicheerano gente di coraggio; tanto coraggioche lo zio Niccolò era stato allaguerra nel 1848e lo zio Cesare ci sarebbe stato anche luise ad Aulla non sifosse rotto una gamba partendo coi volontari Toscani.

Inquel piccolo mondo della servitù di casa si agitavano passioni ardenti diamoridi odie di gelosieche riflettevano le loro conseguenze fin su nellestanze padronali. Il cocchiere era geloso del cuocoa causa di una dellecameriereeper metterlo in mala vista coi padroniun giornodi nascostotrinciò nella trippa a cacio e burro una pelle camoscia. Si aveva voglia di masticarenon si poteva di certo arrivare a ingoiareil boccone!

Pocodopo ci furono servite bracioline fritte col burro ed impanate con polvere divetro; finalmente un giorno nella minestra di farro capitò di trovare a menella scodella un che d'indefinibileche mostrai a tutti con aria trionfale.Era un dente molareche il nonno si era fatto levare il giorno avanti!

Difronte a tanta enormitàil nonno dette ordine che il cocchiere Basilio fosselicenziato. Ma gli zii tergiversaronose proprio non si opposero. Basilio eradi Trento; era un fuoruscito raccomandato da persona altolocata; pareva quasiche costui avesse in mano segreti talida non potersene liberare così su duepiedi; e invece di mandarlo viaa modo di transazione col nonnosi incaricòlo zio Guglielmo di fare a questo cocchiere una parte a dovere; e perciò quellasera scese in tinello dove tutta la servitù era a desinare.

Nonostanteche gli usci fossero chiusitenendo l'orecchio alla scaletta di serviziosentii giù la voce sonora dello zioche faceva una racanata contro tuttiequando tornò sudisse al nonno che stesse tranquilloe rimaneva garante chefatti consimili non si sarebbero mai più rinnovati.

-Già- disse il nonno poco persuaso- sorprese dei miei denti non ne avremo più;quello era l'ultimo. A custodire la dentiera ci penserò da me.

Maperché non licenziare Basilio?  Forseè partecipe del segreto della macchina per volaredissi fra me; infatti èluiche fa passare tutta quella gente sospetta.

Inun'intervista con zia Luigiaesperta specialista in cose di religionefacendocon prudente abilità cadere il discorso in argomentopotei rilevare che lamacchina per volare era in contrasto colla Religionenon che colle regole dibuon Governo. Alla Religione era controperché l'uomo da Dio è statocostruito in modo da dover camminare e non volareed era peccato dicompetenza del Santo Uffizioe degno del rogol'andare così a disprezzo dellavolontà di Diotentando di volare. Quanto allo Statopoiesso lo consideravacome un delittoperchévolandotutti i delinquenti con un frullo in aria sisarebbero potuti sottrarre alla pena meritatae anche i contrabbandieriavrebbero potuto mandar fallite le dogane. Per persuadermimi pare ce ne fossed'avanzoe mi convinsi esser cosa prudente non fare trapelare con nessunoquesto misteroche poteva compromettere tante persone a me care. Nel mentreattendevo con fiducia che venisse fuori questa ingegnosa macchina per volareuna sera dopo pranzolo zio Cesare aiutato dal cameriere portò su dal giardinoun lungo palo di castagno nella sala a primo pianopassando dalla scala grandeper non incontrarsi col nonno. Bisognò che facessero con precauzione per nonurtare vasi e lumieretanto questo palo era lungo: tirarono in disparte imobili e sdraiarono nel mezzo della sala del terrazzo questo palo.

Staseravolano! dissi fra me.  Si comincia aveder qualche cosa. Devono esser saliti al primo piano per prender megliolo slancio; e volano di notte per non esser visti dalle guardie: io non vogliovolarema vedrei volentieri.  Ma mici faranno stare?

-Cosa fa qui Micio? - disse lo zio un po' severo rivolgendosi a me.

Bisognasapere che gli zii mi chiamavano vezzeggiativamente “Micio bianco”a causadei miei occhi ceruleie questo nomignolo di famiglia mi è durato un pezzo.

-Cosa fa?  Vada viavada giùaltrimenti ordine e straordine di andare subito a letto.

Scesisconfortato per la scaletta di servizioe tornai a pianterreno in sala dapranzo. A uno per uno tutti andarono viacompresa mia madreed io rimasi colnonno e sua cognatala zia Luigia. Un poco giuocarono fra loro a dominòunpoco i due vecchi fecero conversazione; poi si ritirarono ciascuno nelle lorocamereed io mi addormentai colle braccia tese e col capo sulla tavola.

Lanostra camerierala buona Teresadella quale serbo affettuosa memoriamiscossemi fece alzaree mezzo ringrullito dal sonno m'incamminai per andare aletto difilato. Ma essarichiamandomi ai doveri e al protocollo familiaremiscosse dicendomi:

-Oh! che fa! va a letto come un ciucosenza dare la buona notte a nessuno?

Nessunaoccasione migliore si presentava per avere un giustificato motivo di entrare insala dove erano tutti i mieie cosi dare una sbirciata alla macchina. Salii al primo piano; tentai la gruccia della porta di sala per aprirla;ma vi era la stanghettae subito un coro di “chi è? al mioleggero rumorerispose di dentro.  Vennemia madre ad aprirmi ed uscì fuoririchiudendo l'uscio dietro di sé conprecauzione; ma io saettando con l'occhio dallo spiraglio che essa aveva fattoall'uscio per venir fuorividi cosa che mi fece gelare il sangue nelle venedallo sgomentodandomi paura e raccapriccio.

Perchési possa meglio apprezzare l'impressione da me provata in quel momentooccorreche faccia conoscere quello che io mi fossi all'età di otto anniquanti neavevo allora.

Fisicamenteero un po' magrolinoma ben fattoe svelto come uno scoiattolo; e se devo direil veroquella soggezione che mi dava mio padre mi era necessaria per farmistare a frenoperché diversamente le mie sbarazzinate non avrebbero avutolimiti. Era tanta la deferenza che avevo per mio padreche quando ne avevofatta una delle miemi mandava ed io andavo dallo zio Guglielmoche solevamontare a cavalloa prendere il frustinoe lo portavo a mio padre; questi mifrustavadopo mi rendeva il frustino perché lo riportassi allo ziocoll'obbligo di ringraziarlo.  Prendendole frustate sulle polpe nude saltavomi rotolavo per terrama era difficileche mi sfuggisse un gemitoperché mio padre mi aveva avvertito come le gridasarebbero state una vigliaccheriauna cosa volgare.

Nonusa più ora correggere la gioventù colle bussema non so se questasoppressione avvantaggi il carattere della gente. Il gastigo severo dàimportanza alla legge; la legge di famiglia vuole l'ordine; allora il disordineconduceva alla frusta; soppressa la frustarimane la legge inconseguentee cosìfino da ragazzi s'impara che le leggi vi sono nel mondoma che si possono il piùdelle volte impunemente violare.  Hovoluto molto bene a mio padree anche quelle frustate importune non hanno maineppur velata la cara memoriache ho di lui.

Deitanti casi alle mie infrazioni dell'ordine familiarene ricorderò uno solo. Viera in casanella stanza accanto dove mia madre era in quei giorni in lettoammalata di tifouna cassapanca anticache aveva il coperchio diviso in dueparti.  Nella circostanza che unodei coperchi era caduto accidentalmenteavevo avuto l'impressione di quelrumore come di una fucilatae quel tonfo mi aveva ricordato i bei boschi dellanostra villa all'Imprunetail cielo serenoil canto delle lodolee trascinatoda questo sognoproprio in una giornata piovosa e piena d'uggiadimenticandoche mia madre era dolente del capoper rievocarmi i ricordi della villaalzaii due sportelli della cassapancae ad uno per voltacolla distanza giustalirichiusi sbattendoli con forzapensando d'imitare la coppiola d'un fucile a duecanne.

Vennefuori mio padre! Si passò sopra in quella circostanza anche al cerimoniale diandare a prendere la frusta dallo zioe mi pagò subito. Non aveva ragione?

Viera la zia Luigiala buona vecchierellacolla quale passavo qualche ora disera; e allora non si ragionava d'altro che di bambini buoniche diventavanosanti; di miracoli; di sant'Antonino che aveva vista passare sotto la suafinestra una cavalcata di diavoli che andavano per l'anima di un peccatoree disan Francesco. Ma io ero un ragionatoreanziun argomentatore terribile estringentee la povera donna ogni tanto si trovava in grandi imbarazzi perrisolvere ragionevolmente i quesitiche le andavo sottoponendo in questadelicatissima materia della Religione.  Inconclusione ero credente; volevo molto bene a Gesùperché mi ero fatto unconcetto che coi ragazzi se la dicesse; ma le mie simpatie particolari erano perla Madonna. Per me la Madonna era quello che di più delicato e gentile sipotesse immaginarementre con Dio le cose non andavano tanto piane; ne avevosoggezioneed anche molta paura.  Mipareva un Essere da non raccapezzare mai come la potesse pensare; sempre pienodi sdegni e di gastighi; orainfuriatomandava tuonisaette e grandine; oracon pestilenzemalattie e accidenti ammazzava un mondo di personeequelloche più mi toccava da vicino erache non risparmiava neppure i fanciulli. Dio è in ogni luogo: anche questo mi dava noianon me lometteva in simpatia. Un'occhiata ogni tanto a quello che facevocome praticavamio padrepoteva passarema sempre averlo d'intorno rimpiattato a spiarediventava una seccatura insopportabile; e poidicevo fra mese sta proprio inogni luogoqualche volta bisognerà che si scansi se no sarà peggio per luiquando battono i panni. Le definizioni della Dottrina Cristiana mi deviavanoancor più dal ragionevole concetto di Dio. “Dio ha corpomanipiedi? No”risponde il libretto del catechismo. Ed alloraDio mi si presentavaall'immaginazione fatto come un gomitolo. Ma la risposta del catechismocontinuava: “Esso è un purissimo spirito. Ed alloranella mia immaginazioneDio diventava un liquidoincolorein una bottiglia trasparentesopra un palchetto. Non c'era male! La dottrina cristiana la intendevo a verso!

Mainfinequando avevo dei dispiaceridei desideri da soddisfaremi rivolgevoalla Madonnaperché guardasse di accomodare le cose per me con suo Figlioequell'Altroil purissimo Spiritolo lasciavo da parteanche per la tema chese gli davo nell'occhionon gli venisse in mente di farmene qualcuna delle sueimponenti.

Unavoltanel baloccarmi in giardinomi cadde fra l'erba del prato un piccoloCrocifisso d'oroche mia madre mi aveva messo al collo. Cercai e ricercai conassidua curama non fui da tanto di ritrovarlo. Corsi dalla zia Luigia araccontarle la mia angosciaed essacon una sicurezza invidiabilemi disse: -Se tu dici un Rosario di dodici poste a sant'Antonio da Padovail tuoCrocifisso lo ritrovi subito.

Nonintesi a sordo: mi feci dare la coronami misi in ginocchio in terradissiquelle orazioni prescrittemi con un fervore da non potersi superare; efinitoil cómpitoandai di corsa dove avevo perso questo Crocifisso per ritrovarlocon la stessa sicurezza che una persona conosciuta alla Posta va a riscuotere unvaglia. Non ritrovai niente!  Rimasimalemolto male; non me lo sarei mai suppostodata la mia sincera devozionedi rimaner così frustrato nella certezza del rinvenimento. Me ne andai zitto emogiopensando che ci fosse venuto attraverso quell'Altro che è in ogniluogo; con Lui cominciavo ad avercela grossae vivevo in trepidazione cheprima o poi si avvedesse di questa mia ruggine.

Quandola zia Luigia mi portò la prima volta a confessaremi capitò un prete cheaveva l'intercalare del dunque.  Cominciaiquasi involontariamente a contare questi dunque; ero salito ad un numeroimponenteed assorto nella numerazione mi dimenticavo della confessionema ilconfessore bonariamente mi richiamò alla realtà delle cose. Lì per lìmiero scordato di tutta la specializzata collezione di peccatiche tra me e lazia Luigia si era fatta nel preventivo esame di coscienzae preso così ormaialla sprovvistaper salvare la posizionemi balenò un peccato fuoriprogrammache buttai là a casaccio attraverso la graticolacome perriscattarmi della negligenza in cui ero incorso.

-Ho desiderata la donna d'altri- dissi così a mezza vocee con grancompunzione.

-Bambino mio- rispose amorevolmente il confessore- che ne volevi fare delladonna d'altri?

-Senta!  Un mio compagno di scuola hauna mamma che gli compra per la via i necci di farina dolce ogni volta che luivuole e la mia non me li ha mai voluti fare assaggiare. Ho desiderato quella mamma lì.

Perquanto nel suo insieme la mia Religione fosse molto eterodossapure unaReligione l'avevoe questa si annodava con i miei sentimenti civili moltoarmoniosamente.

-Il Sovrano è il padre del popolo- mi diceva il nonno nelle nostreconversazioni serali- egli è per sorte da Dio chiamato a regolare i destinidella nazione. Nessuno più di lui ha grandi responsabilità di fronteall'Altissimocome di fronte alla sua coscienza. Un Sovrano è in unacondizioneche può fare molto benecome molto male. Leopoldo Il nostrosovrano è un buon uomoun esemplare di virtù come padre di famigliaed ilnostro paese è felice e ricco per ragione della sua paterna amministrazionecome capo dello Stato.

Equesto pare fosse vero.

-Vi è della gente nel mondo- mi diceva sempre mio nonno- che non può vivertranquilla; oggi vuole una cosadomani ne vuole duepoi tre; infinesiccomequesta gente è pigiata dietro da chi ha necessità di pescare nel torbidoessavuole ancorasenza capir bene cosa pretenderee allora si va alle rivoluzionidove la schiuma sociale irrompevince la manosparge sanguee dopo civogliono anni ed anni per riprendere il cammino normale della società umanache ha le sue leggi di natura. La Patria è tutto; tutto si deve fare per lei;ma son tempi bruttiMicio caro- sospirava il nonno- le rivoluzioni. Quando decapitarono Luigi XVIero un giovanetto; mame lo ricordo comese fosse oraa Firenze si rimase tutti senza fiato quando ne giunse la nuova.

Converreteche è un bel fattoquasi da vantarsenel'aver sentito dalla viva voce delnonno narrare l'impressione della decapitazione di Luigi XVI. Eppure è così!  Pur troppoè così!

-Anche ora- seguitava il nonno- avrebbero dei sogni da realizzarevorrebberofare un'unità d'Italia; ma che vantaggio se ne avrebbe? Sarebbe una conquistageograficae niente altroperché bisogna non conoscere né la Siciliané ilNapoletanoper accarezzare coteste fantasie. Fino a Chiusi e alla Nunziatellacol resto dell'Italia settentrionalele cose potrebbero andare in buonaarmoniama da lì in giùcon quella gente non siamo davvero nemmeno cuginiinvece che fratelli.  Non siamonemmeno della stessa razza - noi razza giapetica e loro semitica-; lo portano scritto in faccia il loro albero genealogico. E poisarebbe una bella cosa mettersi a rischio di rivedere qua iTedeschichesi può diresono andati via ieri; oppuretrovarsi i Russiattendati alle Cascine?

-Perché i Russi?

-Perché ce li ho visti ionell'epoca napoleonicai cosacchi attendati alleCascine. Mangiavano la carne macerata sotto la sella del cavallo.

Edio allora mi facevo odiatore dello straniero e conservatore rispettoso del buonSovranoche Dio ci aveva concessoe al quale ero legato da vincoli dipersonale riconoscenza.  E per spiegare il perché mi sembrasse di trovarmipersonalmente in buoni termini colla famiglia regnante d'alloraoccorre saperecomenel 1858nel giardino Franchettiche comprendeva i locali occupati oradal Politeama Nazionalevi fu un'esposizione di giardinaggio e fruttachedoveva esser l'inizio della Società Toscana d'Orticoltura. Lo zioNiccolò era uno del comitatoPresidente del quale era il Prof. Parlatore; quelbruttissimo uomoil quale tanto era nelle buone grazie della Corteche perFirenze si arrivò a mormorare fino all'assurdocioèche egli fosse anchetroppo simpatico alla Granduchessa.

Allainaugurazione di questa esposizione ebbe l'invito anche mia madreed io tantomi strusciai a leiche ottenni di esserci condotto. Avevo veduto qualche voltail Granduca alla passeggiata delle Cascinee anche quando con gran solennitàin quelle carrozze tremolantiche tanto mi ricordavano lagalantina della quale ero ghiottose ne andava per la Madonna diSettembre alla chiesa dell'Annunziata; ma a piedi non l'avevo mai vistoed eraper me d'una grande curiosità il vedere dei Sovrani a piediper sapere secamminavano a scatti come avevo veduto camminare i falsi Sovrani delle opere inmusica. Alla Granduchessa poi volevo bene particolare più specialmente perchéogni tanto partoriva. Quel giorno sparavano cannonate dalla Fortezza da Bassoenon si andava a scuola.

Ilnon andare a scuola era per me una felicità grande. A che scopodicevo a mestessoperdere il tempo richiudendosi in una stanza fetidaad occuparsidi cose che pocoanzi puntom'interessavano? Poco m'importava di sapere seDioinvece di una settimanaa fare la creazione universale ci avesse messo unmese o un anno. Mi pareva tempo sprecato l'andare a ricercare dei litigi fraRomolo e Remoo se Giosuè avesse fermato il Sole. Erano cose passate; conquesta gente non ci si sarebbe ma' più incontratigiacché erano morti datanto mai tempo; e vedevo una fatica inutile quella di occuparsi dei fatti loro.Il Sole era belloil colore del cielo bello pur esso; i boschile fontiquelle erano le cose che si prendevano l'anima mia; lo scavallare per i prati miseduceva; ma quell'uggia di una stanza con altri fanciulli rinchiusi come tantiuccellini in uno spazio ristrettoa sentire in gran suggezione raccontate coseper me futili e noioseera un martirio.  Edinoltre riflettevo: a imparar tutto ci vuole del tempoequando si è imparatotutto? si muore! Povere giornate di bel serenopensavosprecate così male! Sepioveva o tirava ventol'animo mio era più docilee si piegava a quelle neniedella scuola; ma in certi giorni splendenti di luce avrei spezzati i ferri diquella gabbiae volentieri preso un gran volo. Ma c'era mio padre col frustinoe quel pensiero calmava alquanto l'irruenza dei sentimenti della libertà: eallora avanti... tre via sette fa ventunosei via dieci sessanta; oppure: settesono i sette peccati mortalicioè: battesimocresima... via lesto inpenitenza! E così di seguito per giornimesi ed anni. Gesù Cristo era natola Granduchessa aveva partorito; volevo bene a tutti e dueperché eranoun'occasione di interrompere quel quotidiano tormentocon la vacanza di scuola.

Quandosi montò in carrozza per andare all'inaugurazione di quella Esposizione erofelice; vedevo mia madre ben vestitaornata di gioielli e di fioriera unosplendore. Mio zio Niccolòcol cappello a cilindro e con la cravatta biancami pareva uno sposo; mi sentivo commosso. Ci fu assegnato posto proprio in primafiladove il Professor Parlatore avrebbe letto un discorso. Sonarono le bandee benché non avessi gran passione per le bandeperché le botte della grancassai piatti e il tamburo mi facevano allora sussultare come se ricevessi uncolpo nello stomacopure quel giorno tutto passavaperché ero in emozione. Uncorri corri nella follaun’agitazione fra quelli vestiti a calabrone nerocifece accorti che la Corte era arrivata. Ci alzammo tutti in piedi; vidi entrarenel cerchio dei calabroni quella faccia di bonomo di sua Altezza Leopoldo IIche a me parve vecchio decrepitomolto più che nel salutare a destra e asinistra dondolava la testa in modoche il suo collo mi ricordava quello deifichi verdini passi.  LaGranduchessa mi parve bellae ben vestita: anche se fosse stata brutta come uncane l'avrei trovataper lo menosimpatica; era quella che ci aveva dato tantevacanzee sulle quali speravo ancoranonostante che all'occhio mi sipresentasse smilza.

Fuletto il discorsoil qualelodato Diofu abbastanza breve. Di questo discorsonon intesi altro: che alla Toscana era riserbato un grande avvenire nell'onoredei campi e degli ortie che il cuore di tutti i sudditi palpitava all'unisonocon quello dei Sovrani.  Dopo che iSovrani ebbero fatto un grande inchinoal quale con altro inchino tuttirisposeroio compresoessiaccompagnati dai componenti il comitatogentiluomini e dame di cortecominciarono il giro dell'esposizione.

-Guarda- dissi a mia madre tirandole la gonnella- guarda lo zio Niccolòdiscorre col Granduca -. La vanità mi prese di bottoin quel momento; non socosa avrei pagato che i miei compagni di scuolai ragazzi dei nostri contadiniquelli del pecoraioavessero potuto vedere come io avessi uno ziochediscorreva nientemeno che con sua Altezza il Granduca.

Ingruppo con altre nostre conoscenzeanche noi andammo in giro per l'esposizione.

Miveniva la bocca salivante a vedere quei grandiosi grappoli di uva salamannalebelle peschee quelle mostre di fichi di tutti i colori; e domandai a miamadre: - Non ci offron nulla di queste fruttadopo che il Granduca ha vistotutto? - Micio miolevati l'ideaperché non si tocca nulla: si guardae basta.

Ingoiaila salivae seguitammo il giro delle sale. All'uscire nuovamente all'apertovidi lo zio che parlava con laGranduchessa. Mi pareva che sua Altezza ci guardasse; ed infatti ci guardavaevoltandosi ci guardò anche lo zio; poi ricominciò a parlare con Leie come sediscorressero di noifacendole molti sorrisini. Ad un tratto lo zio s'inchinòalla Granduchessa e ci venne incontroe facendo due occhi quasi ferocirivoltosi a mia madrele disse:

-Non facciamo gesti; vieni subito con meSua Altezza ti vuol conoscere.

Lozio Niccolò prese mia madre a bracciotogliendola dal cerchietto delleconoscenzeed iodimenticato da leinon sapendo che dovessi fare di meseandare o restarele corsi inconsciamente dietro come un cagnolino sperso.

-Ho domandato al signor De Nobili- disse la Granduchessa sorridendo a miamadre- chi fosse quella bellezza che avevo ammirata al mio ingressoall'esposizioneed avendomi egli detto che è sua cognataho desiderato diconoscerlaper farle le mie congratulazioni come vessillifera della bellezzatoscana.

Chefacesseche rispondesse mia madre a questo complimento non soperché io erorimpiattato dietro le sue spalle e non sentii una sua parola; non vidi cheriverenze e dopo un po' di tempo che mi parve un secoloce ne siamo andatipoco essendo mancato che mia madrenel tirarsi indietro per una più sentitariverenzanon mi montasse addosso.

Dunquecol Granduca e la Granduchessa si era quasi amici; li avevo visti camminareavevo sentito perfino la voce della Granduchessapoco era mancato che non ciavessi discorso anch'io; perciò mi ci ero affezionatotanto più che non avevomai sentito dir male dei Sovranida nessuno. Qualche volta è vero che atavolain famigliaavevano discorso facendo trapelare che il Granduca era unpo' bue; ma di questo non gli facevo addebito; dicevano in casa che ero tantosomaro anch'iodi modo che fra noi bestie ci si poteva compatire; ma tutti adun coro ripetevano che era un gran buon uomo.

Ealloraperché mia madre cuciva quella sera una bandiera tricolore perattaccarla al palo con tanta precauzione fatto portare in sala dallo zio Cesare?L'avevo ben vista questa bandiera attraverso la porta appena dischiusa. Sapevo bene di che cosa essa fosse l'emblema. Erano dunque i mieichetanto stimavodelle doppie facce colla Corte? Dove erano andati quei cuorichebattevano all'unisono? Ero con dei rivoluzionari? dei cospiratori? deicarbonari?... In quale famiglia mi aveva mai il buon Dio fatto nascere? pensavocon orrore.

Quandoentrai a lettoper lo sconforto avutoil sonno abituale non veniva. Pensavo a Luigi XVI checome il nonno mi aveva raccontatocon la suamorte era riuscito a far rimanere i Fiorentini senza fiato.

Rivedevoquella faccia d'innocente del Granducae mi sembrava un'infamia il macchinarecoseche avessero potuto mettere in pericolo la sua testa; sentivo ancora negliorecchi l'armoniosa voce della Granduchessae soffrivo al pensiero che potessecorrere un pericolo insieme ai suoi tanti bambiniragazzi come meche di certovolevano molto bene a suo padre e a sua madre. Ma perchépensavomio padre egli zii partecipano a questa cattiveria?  Nonhanno più cuore? Non pensano più al pericolo che corrono loroe fanno correreai Sovrani?  Altro che volare!  Qui si volama in carcerese sono scoperti. E allora mi tornava in mente il discorso del nonno sulla unità d'Italiae sulla Patria.

“LaPatria?” Che cosa vuol dire la Patria? mi domandavo. La Patria per me èconFirenze nel mezzoMonte Morello come confine da una partei poderi e i boschidell'Impruneta da quell'altrae Vallombrosa dalla parte che si leva il Sole; laPatriacome la vedo iofinisce qui; al di làci sia quello che ci vuoleesserepoco me ne importa; se ci fosse una buca tanto profonda quanto è altoil cielo meglio cosìin questo caso nessuno ci verrebbe a disturbare; nemmenoi tedeschi! Saremmo noi cittadini tutti quasi di conoscenza l'un coll'altro; cisi vorrebbe un gran bene; ci si aiuterebbe reciprocamente come in una grandefamiglia; senza andare a commuoversi per genteche non si è mai vistanéconosciutae che bisogna credere che ci sia perché così ci viene assicuratoma con la quale nulla abbiamo di comune.

Andarealla guerrarimuginavo sempre ioin lotta col sonno che si faceva gigantebattersi per questa mia Patriacospirare per lei contro un re cattivo percacciarloperdere la vita per la Patriala trovo cosa d'onore e di merito; mase mi fanno una Patria tanto grandenon intendo perché dovrei compromettermiper chi non conoscoper chi non vedrò maiper chi non amo.

Enon si fermeranno quise riescono; perchéoltre i confini di questa Patria piùgrandetroveranno altra gentee bisognerà bene allargare ancora questa Patriafino a rinchiudervi anche i selvaggie allora?... Allora io vorrò sempre piùbene a Firenzea Monte Morelloall'Impruneta e a Vallombrosache a tutto ilresto.

Inqueste considerazioni sempre più confusemi addormentai di quel sonno placidoe tranquilloche si gode a quell'etàche neppure lo spettro della bandieratricolore poté riuscire a turbare.

Lamattina venne la Teresa a svegliarmiaprì la finestra econ quel farecompassato da governante inglesemi disse:

-Chi dorme non piglia pesci. Intanto oggi non si va a scuola.

-Ha forse partorito la Granduchessa?

-Altro che nascite!  Oggi vi è quiproprio sotto le finestrequi in piazzala rivoluzione.

“Larivoluzione?” - Non mi rimase fiatocome se mi fossi trovato alla nuova delladecapitazione di Luigi XVI; la bandiera tricolore mi tornò subito in memoria. Rimasi trasecolato.

-Viasi vesta subitose vuol vedere! Non sente le grida della folla?

Inun baleno fui prontoe corsi subito in saladove trovai tutta la famigliameno i due vecchi. Mia madre e la zia Maddalena erano molto serie. In un cantoera la bandiera tricolore.

-Buon giornoMicio- mi disse piano mia madrecarezzandomi e facendomi sedereaccanto a lei; ma io riscesi subito dal divano e andai a dare un'occhiata allapiazza. Era un mare di popoloche ogni tanto urlava a squarciagola. Si sentiva prima un silenzioquindi una voce rauca faceva un discorsolungo una cinquantina di parole; e poi battimani ed un urlìoche arrivava incielo.

-Dunque si mette o non si mette fuori questa bandiera? - diceva lo zio Niccolòun po' eccitato.

-Tu stesso hai detto- rispondeva lo zio Guglielmo- che l'ordine del baroneRicasoli era di attendere un capitanoche avrebbe mandato luiper poterincoraggiare maggiormente il popoloche lo vedesse al terrazzoinsieme allabandiera.

-Ma qui si fa tardi- saltò su a dire mio padre. - Pare quasi che si abbiapaura.  Se il capitano fosse statoarrestatosarebbe inutile attenderlo.

-O capitano o non capitano- replicò lo zio Niccolò risoluto- la metto fuoriio questa bandiera; sarà quel che sarà -. Infattipresa la bandierala portòal terrazzo e la sventolò. Urli ed evviva giù dalla piazza accolsero ilvessillo tricoloreche si spiegava al sole di una bella giornata di primavera. Era il vessillo della Unità d'Italiache il 27 di aprile 1859 in tuttaFirenzee dalla casa miaper il primo compariva alle acclamazioni del popolo.Poco dopo altre due bandiere sulla piazza sventolavano ai balconi. La storia nonha registrato questo fatto; anzi mi pare che ad altra famiglia sia statoattribuito questo merito del primo vessillo; ma chi desse differenti notizie diquello che io asserisco perché da me veduto coi miei propri occhio non c'erao niente dice di propositochiunque egli si fosse o sia.

-Eccoecco i soldati! - esclamarono gli ziiguardando giù nella piazzadoveancora più alte si levarono le grida.

Misentii la pelle accapponare; questa notizia faceva germogliare in me l'idea didarmi alla fuga.

-Guarda che viso ha fatto dalla paura questo citrullo di ragazzo- disse lo zioCesarenotando il mio pallore. - Prima d'impaurirtivieni a vederebestiuola- eprendendomi amorevolmente per manomi condusse ad affacciarmi allafinestra accanto del terrazzo.

Dallavia San Paolo arrivavano frotte di soldati; chemescolandosi alla turbafraternizzavano col popolo in rivoltae quindi dietro a una bandiera tricoloreportata da borghesi e militari con una carrozzache se ne andava al passotutta la moltitudine si avviòsempre gridando a squarciagolaper la viaSant'Apolloniaora via Ventisette Aprileverso il centro della cittàlasciando la piazza quasi deserta.

Larivoluzione aveva trionfato; il Granduca e la sua famiglia erano partiti perl'esilio. Ed io? Rivoltai subito la giubbadiventando il giorno stesso ungiacobino da sgomentare la zia Luigiala quale era rimasta scandalizzata delnuovo regime; e molto più lo eraavendo saputo la parte che in tutto queltrambusto avevano avuta quelli di casa nostra.

Ripensandoa quei giorniho sempre riflettuto quanto mi fosse stato facilein cosi breveoradi capivoltare le mie opinioni politichele quali mi sembravano radicatenell'animo molto profondamente; tanto che a causa di quel ricordoho vissutosempre in diffidenza di me stessoe poca meraviglia mi ha fatto vedere diversianzi molticheda moderati in fatto di politicasi sono tanto rapidamenteaccesie trasformatida lasciare il roccetto che avevo visto loro indossarecon zelo per servire la messa alle Scuole Pieper finire poi socialistisindacalisti ecome deputati al Parlamentosedersi fra la sinistra la piùsbraculata e piazzaiola.

Maanche i costumi in qualche cosa cambiaronodopo l'avvenimento dellarivoluzionea riguardo dei ragazzi.  Perl'avanti si viveva in modo disciplinato e formalisticocome se ognuno di noifosse stato destinato a salireprima o poisopra un piccolo trono. Si dovevaamare il prossimo perché così prescrivevano i canoni della Religionema starea distanza e in contegno con questo prossimo anche fra noi fanciulli dellastessa condizione sociale. La disciplina fu addolcita; il frustino andò indisuso. In quel tempo si combattevano le sorti d'Italia sui campi di Lombardia;e ad ogni vittoria dell'esercito italiano tutto il popolodal giorno dellarivoluzionecome ad un luogo consacrato dall'avvenimento ai fasti patriotticisi riuniva sulla piazza della Indipendenza per festeggiare con gridainni ebandiere il lieto successo delle armi italianee di quelle degli alleatifrancesi.

 

 

II

 

Anchenel piccolo mondo dei fanciulli questi avvenimentiormai storiciavevanoportato una certa agitazionee delle consuetudini nuove. Sulla piazza dellaIndipendenza ogni sera si era cominciatocome cosa nata da séun convegno difanciulli delle migliori famiglie di Firenzee la sede accidentalmenteprescelta era il lato della piazza verso la cantonata di via Barbanomentredall'altra parte di via San Francesco si riunivano un numero grande di ragazzidegli umili abitanti di via delle Ruote e di San Zanobiche anch'essifatticaldi dagli avvenimenti guerreschicon tamburellisciabole di lattaecappelli di foglio ornati di penne di pollosimulavano fra di loro battaglie efatti d'arme.

Lanostra riunione era più contegnosaperché si aveva tutti un'educazionemiglioree poialla lontanala sorveglianza su noi non era affattoabbandonata. Non si raggiungeva il totale dei ragazzini dell'altro canto dellapiazzama eravamo abbastanza numerosi; molto più che anche varie signorinedella nostra età prendevano parte a questo circolo improvvisato.

Perdir la veritàa me l'intervento delle signorine non andava molto a genio; lebambine le avevo in uggiaperché mi parevano esseri malati. Con loro non sipoteva fare a chi più correné a chi saltasse più in alto; non avevano diricreazione che degli sciapitissimi giuocherellidove non entrava mai né lasveltezzané l'agilitàné la forza. A parlare con le bambineal mio mododi vederenon v'era costrutto nessuno; non mi sapevo in che discorsiintrattenerle; e poiquel loro modo di fare o di stupideo di canzonatriciinsulsemi rimaneva sinistromolto più che non vi era la risorsa definitivadi venir con loro alle manicome si poteva praticare fra maschi. Equello che più d'ogni altro mi rendeva repulsiva la compagnia delle bambine sierache le avevo trovatedal più al menotutte finte di carattereebugiarde. Se avessi potuto seguire il mio impulso dell'animae se l'educazionenon mi avesse trattenutoavrei tanto volentieri tolto loro di collo quellaesosa bambolaper farle fare un volo a giri tondi per l'aria e mandargliela infrantumi.

Perme la bambola era una fobiacome lo è il drappo rosso per i tori; e tutti queidiscorsini affettuosiche le bambine buone soglion fare attorno a quella testadi stuccomi sembravano tale una scemenzada non arrivar mai a comprenderla; epoiurlistrepiti per un grillo! mezzi svenimenti per un ranocchio! Ah lebambine! Ma ormai le piccole signorine si erano inoltrate nella nostra comitivae bisognava che io le subissi per dovere di cortesia. Fra i maschi frequentatoridella piazzafra quelli che io ricordovi era il marchese Emilio Pucciilquale aveva frequenti dissapori col suo precettore; di tanto in tanto comparivail marchese Carlo Ginorianche lui tenuto a catena da un precettore abbastanzasevero; il comm. Edoardo Philipsonil qualea quei tempinon era anchecommendatorema dimostrava sin d'allora tutte le buone qualità per diventarlo;c'interveniva pure un certo Pugiche poi ho rivisto colonnello di cavalleriaequesti due abitavano sulla piazza dell'Indipendenza vicino a me; vi eraGuglielmo Vestrinie poi molti altriche troppo lungo sarebbe se dovessiricordarli tutti.

Frale signorine venivano due figlie del Ministro di Stato del cessato governoS.E. Landuccila signorina Trollopecognome di fama mondialeed altretutte dibuonissime e rispettabili famiglie. Molti di questi frequentatori oggivenivano al convegnopoi stavano un po' di tempo senzafarsi vederequindi ritornavanomentre altri nuovi vi comparivanoe cosìsenza presentazionisenza cerimonie si imbastivano delle amicizieche poi sondurate a lungo.  Dopo dieci minutiche uno si era imbrancatoveniva trattato col tue nessuno si ribellavaa questa confidenza. Mi perdonerà il lettore se mi son dilungato più deldovere in questa parte della narrazioneche può sembrargli un poco futile; maquesto era necessario conoscereperché tra poco si leva il sole.

Comesi leva il sole? dirà qualcuno; che c'entra il sole con tutto questo?

Sipazienti un momentoe di ciò ben presto si avrà ampia spiegazione.

Inquella riunione ognuno cercava di portare con sé qualche gingilloche potesseinteressare e divertire gli amici; questioni da risolverecioèquei nodi fatti con due ferriche sapendo con pazienza districarepossonovenire sciolti; ci fu un taledi cui non ricordo il nomeun immaginoso dicertoche ci tenne in attenzione per farci vedere il fuoco rosso inventato dalui; aveva pestato del mattonel'aveva involtato in un foglioe dandogli fuocopretendeva che dovesse dare la fiamma rossa. Chi sa quante altredisillusioni e più serie deve in seguito aver provato nelsuo mondoil poverino!

Unaserapoco prima che andasse sotto il soleun ragazzetto della nostra compagniaaveva portato dei serpenti di Faraoneai quali dava fuoco sopra unapanchina. Non avevo mai visto nulla di simileperché in casa mianonostante itempi nuovi di libertàfuochi artificialipolvere da fucilee tutto quelloche avrebbe potuto recarmi danno personaleo provocare pericolo d'incendiomiera rigorosamente proibitoquasi fossi tenuto sotto regime di stato d'assedio.

Fraun serpente e l'altrouno degli amici mi accennò una signorinache avràavuta la mia etàdicendomi: - Guarda come ci ronza intorno quella bambina; hacuriosità di vedere anche lei. È bellina assai.

Questauscita del bellina assai m'indispose verso l'amico perché nonsentivo ragioni in me di ammirare il bello e il brutto in fatto di forme umane;ritenevo belloil buono; il brutto poi era il cattivoe a me quella fanciullasembrò che dovesse essere la bontà in persona perché mi pareva una di quellesoavi effigie di angioli o di serafini; era qualche cosa d'indefinitoche miricordava a un tempo GesùMadonnaparadisoghirlande di fiorila levata delsolesoavi odoril'arcobalenoe sentii dispiacere che il cerchio dellepersone che si stringeva attorno alla panchina non la lasciasse vederee perciòdissi al compagno:

-Facciamole posto; e tu va' ad invitarla che venga fra noi; deve essere personagentile di certoè molto ben vestita.

-Vacci tu; io voglio vedere quest'altro serpente- rispose con poco garboil giovanotto.

Avendoveduto che discorrevamo di leiessa distolse i suoi immensi occhi da noie viadi corsa roteando la corda che saltavae andando attorno di qua e di làecoll'andamento capriccioso di un volo di libellulasi fermò lì presso ad unapanchinadove era un bambinettoun musetto arcigno ma che la somigliava.

Hodetto che la somigliavama bisogna intenderci; erano fratello e sorella equesto si vedeva; ma era la somiglianza che un giorno può avere con un altroperché tutti son giorni e figli dello stesso anno; con la differenza che puòavere quello di bel tempo con la giornata di nebbia.

Nelmomento che si era in attenzione ai fochetti del serpente di Faraonedallavia San Carlo si sentì improvviso lo scalpitare di un cavallo e il rapidoruzzolare delle ruote di una carrozza; era un cavallo in fuga. La bestiaseguitando a diritto verso la piazzanel suo cieco imbizzarrimento senza vederele catene che sbarrano il passovi andò difilato a dare di cozzoeabbattendosi lìmandò in rovinio la vettura che trascinava. Noi picciniagliurli della gentea tutto quel sottosopraci riunimmo impulsivamentepieni diterrorein drappello serrato come se fossimo stati una motta di pesciolinieper l'istinto della conservazione anche la bella creaturaabbandonata la cordada saltarestringendosi premurosamente contro il petto il suo fratellopoco piùpiccolo di leivenne a cacciarsi fra di noi atterrita.

Chifu portato dal precettore a bevere di qua per rinfrancarsi il cuorechi abevere di là dalla governante; e quelli che stavano di casa sulla piazzavennero subito mandati a prendere. L'amicoche aveva i focolini col serpentenon ritrovando la sua camerierache forse era più in là a farsi darcoraggio da qualche sergente della prossima Fortezzalo condussi a casa mia aristorarsied egli mi regalòdi nascostoun serpenteche andai arimpiattare nel più remoto angolo di camera mia.

Ilgiorno di poi non mi era concessa l'uscita in piazzaperché l'ordine diserviziodirò così con espressione militarestabiliva anche per me lapasseggiata in carrozza alle Cascine.

Nonvi era per me cosa più noiosa e antipatica della scarrozzata alle Cascine. Miamadreil nonno e iozitti e mogisi andava alle Cascineprima su e giù epoi giù e su per i viali; si salutava molti delle altre carrozzee ci sifaceva salutare; quindi la carrozza si fermava al Piazzale vicino alla bandaaquella bandache io odiavo perché mi rintronava i viscerie dopo avereascoltata una sonatala pariglia ci portava lungo l'Arno al Pegaseodove tuttie trecon il cameriere Leopoldo che ci seguivae al quale la disciplina delmomento m'impediva di prendermi la confidenza di confabularesi facevano due otrecento metri a piedi verso la cittàe di lìrimontati in carrozzafinalmente ci si avviava a casa per andare a pranzo. L'unico ricordo piacevoledi quelle passeggiate era l'episodio di qualche lepre che scappava per i pratio che se ne stava ferma in mezzo alla via. Allorain quel casomi era permesso di rompere la compostezza dimanichinoche mi si era insegnatacome contegno regolare di chi va incarrozzae guardare fra il cocchiere e il servitore sul davanti della viaavendo essi premura di darmi notizia quando ci era in vista la lepre.

Quelgiorno Basilio non era più al nostro servizioera stato non solo mandato viadi casama il barone Ricasoliche ne era stato il protettorel'avevasfrattato dalla Toscanaperchécome capo del Governo Provvisorioavevapotuto avere la certezzache egli era una spia dell'Austria.

Comemai Basilio non ci aveva fatto del malevivendo in tanta confidenza dellepericolose cospirazioni di casa nostra?

-L'amore per la cameriera- disse lo zio Nicola- ci doveva aver salvato. Per non andar lontano da leivuol dire che aveva mangiatorubandoloilpremio dello spionaggiolasciandoci tranquilli. La nostra famiglia hadunquequalche debito con l'amorenon fosse altro quello della riconoscenza.

Andarein carrozzaoltre la noia per me di quelle ore d'immobilitàmi dava anche iltormento della toilette speciale che la camerieracon un rituale che nonmutava maimi faceva subire.  Quandosi andava alle Cascineoppure al teatrobisognava che mi cambiassi tuttaquanta la biancheria di dossoe che mi lasciassi lavarea gran saponatacolloed orecchi.  E lì nascevano gravidissidi con la Teresa perchéora mi sentivo sgraffiato dalle sue unghieoraavevo le orecchie piene d'acquaoppure il sapone mi entrava in un occhio.Quando mi toccava a passare questo lavaggiopotevo essere il modello del badboydi quella graziosa statuache ha fatto la fama a Londra dello scultorefiorentino Focardi.

Menomale che questa procedura di toilette a tutta oltranza non eraquotidianaperché al teatro mi conducevano raramente; e alle Cascineungiorno andavo io con mia madrequell'altro la zia Maddalena col mio cuginoCarloe dopoquando tornava il turno a mia madreessa conduceva seco miofratello Aldo. Intercalando i giorni di pioggia e di ventola cosa del direzzolamentocome diceva in suo linguaggio pisano la Teresaaddiveniva tollerabile.

Quelgiornoquando si fu al cambio della camiciasi trovò che ad un polsino erarimasto un mezzo gemello di oro con un po' di catenina stretta dall'occhielloma la catena era rotta e la traversina non c'era più.

Eccoun dispiacere! ecco i rimproveri materni! si disse fra me e la Teresa; e l'ombradel frustino tornò a balenarmi nella memoria.

-Dove può avere perso questo pezzo del gemello? - mi domandava la Teresa. -Stamani ce l'aveva?

Nonmi ricordavo di aver posto attenzione a questa cosama mi venne in mente che ilgiorno avantiquando era avvenuto il trambusto del cavallo che scappaval'amico che mi era accantonell'impressione dello spavento mi aveva agguantatoa forza la manica per trarmi a sée poteva benissimo avermi rotto la catenadel gemello e il pezzetto essere caduto in terrae forse poteva esserci ancorasenascosto fra la ghiaianon avesse dato nell'occhio a nessuno. Partecipai il sospetto alla Teresae la pregai di andare a vedere.

-Ci vada lei. Le pare che possa andare io in Piazza così con la scuffia e ilgrembiulee senza cappello? bisognerebbe che ne domandassi licenzae miandassi a cambiare d'abito. Ci vada lei.

Dopofissato con la Teresa che mi avrebbe scusato se ero uscito sulla piazza senzapermessomi misi il cappelloinfilai la porta e corsi alla panchina deifochetti del giorno prima.

Laghiaia sulla piazza era stata messa da pochi giorni; perciò era ancora alta emi conveniva raspare qua e là per vedere se venisse fuori quel bastoncino d'orodel gemello. Mentre con premura stavo giù chinato a questa ricercacon la codadell'occhio vidi comparire dalla via Barbano quella bambina con suo fratello esua madree tutti e tre si misero a sedere sopra una panchina lì poco distanteda me.

-Ecco ora questi uggiosi! - dissi tra me. - Non si può mai fare il suo comodosenza esser disturbati da qualche contrattempo.

Questacontrarietà dell'esser veduto alla ricerca di un oggettopiù specialmentederivava dall'idea che avevo in materia di convenienze; mi pareva umiliante checi si facesse vedere alla gente ricercarecome uno spazzaturaiola robaperdutasia pure d'oroin mezzo di una piazza. Un signorepensavoèdegradato di certo a mostrarsi giù piegato a fare quest'umile figuraperchéun signore perde la robama non la ricerca; tutt'al più mette gli avvisi allecantonateperché gliela riportinomentre io grufolo fra la terra.

Eper sfuggire agli sguardi dei tre seduti sulla panchinasenza raddrizzarmivoltai loro le spalle e continuai le mie investigazioni.

Sentivolo scalpiccìo cadenzato della bimbache aveva cominciato a saltare la corda;la sentii allontanaree poi avvicinareper fermarsi vicino a me. Era a duepassi dietro a meche mi osservava.

Nonpotendo io stare eternamente in quella posizione curvilineamolto contrariatomi rialzaie mi voltai per guardare. Essa con un sorrisoche era un incantomi domandò in francesese avessi perduto qualche cosa.

Nonho mai in tutta la vita mia ascoltata armonia più bella di quella voce; nesentii in me un'impressione carezzosache poteva assomigliaremutate le cosealla voce di mio padre quando mi faceva la sorpresa di dirmi:

-Stasera si va a Stenterello.

Etutto questo provai in menonostante che la parola mi fosse rivolta infrancese.

Iostudiavo il francesema quanto al parlarlo era un altro paio di manichemancandone l'esercizio; e per di piùquesta benedetta lingua francese ha taleuna scioltezza che mal si adatta alla carnosa lingua di noi figli d'etruschi. Ioho sempre sentito come andrebbe pronunziata la lingua francese; ma quelbenedetto uprima di dargli la via vestito alla francesebisogna far leprove in precedenza per socchiudere a giusta misura il forame della bocca. Sonoarrivatosoggiornando in Franciaa pensareperfino a sognare in francese; maquando ho dovuto parlare è stata sempre una penae tale che il tirar l'alzaiaa paragonemi si presentava come fatica lieve e quasi piacevole. Molti Toscanianzi quasi tuttiparlano francesema non è quello il francese che io sentodentro di me; abbiamo una lingua che s'impasta e s'intontisce quando deve buttarfuori il francese. Tutte le volte quando sono rientrato in patriaanche ildoganierelo sgarbato doganieremi diventava simpatico perché con luilasciavo il pendaglio che mi aveva tenuta obbligata la lingua fuori viachesnella e libera tornava a parlare senza calcolisenza reticenzel'italianolingua tanto difficile a bene scriverlama tanto fluente a parlarsi.

Presoalle strette e all'improvviso a quel modo dalla bella creaturabisognòpernon fare una figuracciache mi buttassi a capofitto nel francesee alla menopeggio le risposi che avevo perduto un piccolo gemello d'oro. Per dire gemellonon fidandomi del vocabolo che mi veniva alla mentedissi che era unbottone d'oro la cosa che avevo smarrita.

Essachiamò suo fratelloche sentii allora come avesse nome Giacomoperchévenisse in mio aiutoe tutti e tre con pazienza ci demmo a rovistare; dopo unpo' anche la madre si alzò dalla panchinae venne da noi.

Eorapensavo fra mesperiamo che il gemello non si ritroviperché farei chisa quale trucia figura se ricomparisse questo minuscolo pezzettino d'orochesto cercandocome se fosse una gemma delle più preziose.

Inquesto tempo la madre accennando col dito in terra sotto la panchina parlò allafiglia in un'altra lingua che non era affatto quella francesee la figliaseguendo la indicazione della madredi sotto alla panchina trasse fuori ilbastoncino d'oroche si stava cercando.

Ringraziaiun po' goffamentetuttie mi avviavo a casaquando la carrozza di famiglia sifermò alla portanel tempo stesso che il nonno e mia madre venivano fuoridall'ingresso.

Nondetti tempo che essi mi cercasseroe prima di essere interrogatomostrai a miamadre la parte del gemello ritrovatoche fu consegnato dal servitore allaTeresala quale se ne stava alla finestra del piano terrenoforse trepidanteper vedere che piega avesse preso il mio imbarazzo per il gemello smarrito...

Montail'ultimo in carrozzae vidi tutti e tre miei nuovi conoscenti fermi lì pressoa vederci partire; la bambinettaprima che i cavalli prendessero la mossa inpartenzami salutò con la manoe con i folgoranti suoi occhied io mi levaiil cappello per salutare. Mia madre si voltò verso di loroe non potétrattenersi dallo esclamare:

-Che bellezza di figliuola!  È un miracolo di bellezza! Non ho mai visto nulla di simile!Chi sono? - domandò a meche li avevo salutati.

Conun fare un po' sornionerisposi: - Non li conoscoperò sono quelli che mihanno aiutato a ritrovare il gemello.  Nonè mica poi tanto bella quella fanciullacome tu dici: ha il naso e la fronteche le fa una sola linea.  Mi dàl'idea che quando era ancor tenera le abbiano fatta battere la faccia nel muroper spianarle il profilo a quel modo.

-Povero figliuolonon sarai mai un artista! Quello è un profilo greco e dei piùpuridei più classicidi quei profili che avevo veduto finora nelle statue discavoma mai e poi mai in persona vivente.

Miamadre era artistadipingeva quadri di figura a olio; dunque di linee se neintendevae molto; ma ionon proprio per la verità avevo fatta quellaosservazionesì più che altro per allontanare da me il sospetto che quellafanciulla mi piacesse.

Confessoil vero che quel profilo di volto era per me una cosa nuovae mi ricordava unpo' alla lontana la faccia di una maschera di carta pestache avevo possedutoe perciò mi era parsa un difetto.

Occorrespiegare che quel che più mi imbarazzava in fatto di simpatie femminilie chemi spingeva quasi con l'astuzia delinquente a nasconderleera la paura diessere canzonato dagli ziiche in tutto trovavano occasione e pretesto perdivertirsi con me. Se avessero detto: - Guarda! Guarda! Micio è innamorato! -sarei morto di vergogna.

Innamoratoper il concetto che mi ero fattovoleva dire: uno che fosse andato storto dicervello; che si rendesse ridicolo per le stranezze di sospiraredi far poesieper sonare di notte la chitarra sotto la finestra dell'innamorataricevendocatinelle d'acqua sulla testa.

L'innamoratomi pareva chese avesse perso il limite della misura nella sua fantasiaeavesse fatta palese la sua stramberiadovesse trovarsi per la strada ludibriodei monellicome lo erano a quei tempi il So' Cesare bombò e il Monchinoun certo Orlandini che si affogò nel Giardino dei Semplici. Per cuiio maimi ero lasciato cogliere in ammirazione delle grazie femminiliper nonrischiareanche per equivocole beffe di nessuno.

Iltributo alla vanità umana con la gita alle Cascine per il momento era statopagatoed il giorno dipoid'un bellissimo serenoero libero per andare atrovare i compagni sulla piazza; e vi giunsi il primo.

Pocodopo arrivò la signorina forestiera con suo fratello Giacomo. Io mi tenni unpo' sulle miema quando vidi che si avvicinavano nella mia direzionemi feciloro incontro per salutarlisbirciando le finestre di casa mia pel timore chequalcuno mi vedesse in convenevoli con la bella bambina.

Cisiamo stretti la mano proprio come se fossimo persone di etàe poipassopassoci siamo allontanati da quella cantonata della piazza per andare a quellapiù a mezzogiorno e sottrarci cosi dal raggio visivo dei mieidei quali temevola satira e lo scherzo.

Leamicizie fra ragazzi corrono leste; dopo un quarto d'ora si era in confidenzacome se ci fossimo conosciuti da anni; e ne ebbi subito una contentezzaperchémentre suo fratello Giacomo era chiuso e di poche parolelei con una piacevolefestività mi disse che avrebbe volentieri parlato in italiano per impratichirsiin questa lingua.

Ognunopuò immaginare la contentezza per me di metter da parte quel tormento dellalingua francese. Allora solamente mi sentii ioed anche padrone dellaconversazionenella quale avrei potuto spiegare e sfoggiare i miei mezziabituali.

-Voi non siete italiani.  Di che paese siete? - domandai.

-Siamo greci- mi rispose garbata.

Ammiraiin quel momento la perspicacia di mia madree quel profilo della faccia dellamia nuova amica mi si rivelò divino.

-Come vi chiamate?

-Lui si chiama Giacomoio Matilde Elisabetta; ma più spesso i miei mi chiamanoFilli.  E tu come ti chiami?

-Io mi chiamo Guidoma in famiglia mi chiamano col soprannome di Micio.

-Miccio?  Cosa vuol dire Miccioin italiano?

-Miccio in italiano vorrebbe dire somaro; ma si dice micioil chevuol direpresso a pocopiccolo gatto.

Ecambiando discorso aggiunsi:

-Mia madre ieriquando ti videdisse che tu eri molto bella.

-A te non sembro?

Ahiahi! ero subito in un imbarazzo. Come si fa a cavarsela? Se dico di sìche èbelladicevo tra mequesta può credere ch'io sia innamorato di leied ioinnamorato in vita mia non sarò mai; a dire di nosarebbe uno sgarbounagrossolanità che non voglio faree che ella non merita; e per avere tempo dimeditare una risposta che mi togliesse d'impacciomi misi a guardarla per unmomento negli occhi.

Checosa ci vedessi in fondo a quegli occhi violetti non so; mi parve cheguardandoliil collo mi si allungassela gola mi si piegasse all'indietroprovai quel non so cheche mi sono figurato debba provare l'usignolo allosguardo della serpe; e per rompere l'incantesimo mi scossie non seppi dirlealtro:

-Non sei bellasei bellissima!

Epoi con una giravoltaun saltouna stupida risatame ne andai via di corsa allargogirandole attorno. Lei sciorinò la corda e saltandola mi fu appressoeGiacomo puree tutt'e tre poi correndoarrivammo alla cantonata di via Barbanodove già era cominciato l'abituale crocchietto.

Trovaiche fra gli arrivati vi era una certa agitazione. Il giorno avantinella miaassenzaera nato un incidente di confinefra loro e la comitiva dei ragazzaccidell'altra cantonata. Perché uno dei nostri si era per caso spinto fin làl'avevano fermato e gli avevano detto che noi ci consideravano come tedeschi eche ci davano tempo tutto il domani per sloggiare dalla nostra abitualecantonata della piazzaconcedendociper oradi ritirarci dalla parte dimezzogiorno da mezza piazza in giù.

-Ma questa è una prepotenza- diceva uno; - i tedeschi saranno loronoi siamoitaliani.

-Aspettiamoli- diceva un altro- e prendiamoli a botte.

-Già!? Un'altra ancora! Se facciamo una piazzatanon ci mandano più al nostroconvegno.

-Diciamo la cosa alle guardie- proposi io.

Questaproposta fu accettata come la più pratica.

Quandovedemmo due guardie municipaliche col passo del bighellone giravano intornoalla piazzaandammo in comitiva a fermarle ed esponemmo loro il nostro caso; maesse con quel fare sfiaccolato che èfu e sarà la caratteristica di tutte leguardie municipalisentenziosamente ci risposero: - La piazza è di tutti;nessuno ha diritto di mandarvi via -. Poi ripresero come tardigradi il lorocammino.

Ecosisi rimaneva come prima.

Quelgiorno non vi era in famiglia la gita alle Cascine perché Pasciàuno deicavalli della famigliasi era fitto un chiodo dello zoccoloe il nonno perciòfaceva la sua passeggiata regolamentare da solo attorno alla piazza. Lo vidilo fermaigli raccontai di che cosa si era minacciati.

-Va' a casasarà tanto meglio per te- mi rispose.

Figuraidi rimanere persuasoma mi sarebbe parsa un'enorme vigliaccheria l'abbandononel pericolodegli amici; perciò lo lasciai continuare per la sua stradafigurai d'avviarmi a casae poi tornai a mescolarmi agli altriche frattantoerano cresciuti di numero. In questo tempo dalla via San Francesco si sentiva uncrescente rumore di tamburelli battutidi latte sbatacchiateil che ci feceavvertiti come i nemici fossero per comparire in campoed in pieno assetto diguerra. Finalmente la turba degli sbracati monelli comparve ordinata a due a duesulla piazza e andò a mettersi attorno a un'antennache non so per quale festapubblica futura era stata piantata in terra proprio di contro a casa mia. Alpiede di cotesta antenna era ancora un cumulo di sassi e calcinacci levati fuoridi sotto terra per lo scavo occorso.

Noia dir la veritàci sentivamo molto trepidanti; stavamo guardando senzaprogramma il pericoloavendo ormai abbandonato ogni speranza di difesa legale.

Mipareva enorme quella prepotenzadi cui eravamo minacciatitanto che ritenevoimpossibile di essere investiti da quei ragazziai quali non si era fattaoffesa nessuna; ma le grida e le ingiurieche ci lanciavanomi fecero persuasocome il caso fosse serioe consigliai Filli e suo fratello di andarsene a casa;ma non fui ascoltato.

Senzaun perché precisosenza un determinato scopoma per improvviso impulsousciidal gruppo dei miei amicie calmo mi avviai verso il drappello armato di fucilidi legno e di sciabole di latta; presi coraggio anche maggioreperché alterrazzo di casa mia v'erano diverse persone. Volevo parlare col capo di quellienergumeni per far loro capire con buona maniera la ragione. Vedendomi andareverso di loro cessarono il clamore; poiquando fui loro vicinod'un tratto sidettero a fuggiree solo tre o quattro dei più grandicelli rimasero e insiemepresero a bersagliarmi di sassi e di calcinacci. Nel voltarmi verso il balconedov'erano i miei di casaun sasso mi colpi ad una tempiae senza perdereaffatto la conoscenzacon la vista annebbiatacon gran ronzìo d'orecchicaddi a terra.

Horivisto in seguito la scena nel celebre terzetto dei Lombardi. Quando fui rialzato da terra mio nonno da una parte mi sorreggeva;dall'altro la buona Filliche piangeva disperatamentemi comprimeva collapezzuola la ferita alla tempiada dove sgorgava sangue in abbondanza. Fuicondotto a casadove prima che arrivassi tutti erano in agitazione perl'accaduto.

Fuimedicato; dopo due ore non sentivo dolore alcunoero tornato come primamaavevo incappato nei rigori paternie la sentenza era stata: due giorni chiusoin camera a pane e acqua per avere disobbedito al nonnoche mi aveva imposto diritornare a casacon l'aggravante di condotta deplorevoleperché piazzaiuola.

Ilcarcere m'importunava fino ad un certo segno; restava controbilanciato dallafelicità di non andare a scuola; ma era il pane e acquache miimpensieriva.

Fuichiusoe mio fratello Aldo e mio cugino Carloche con un sorriso sardonicosulle labbraavevano presenziato l'inizio della esecuzione della condannavenivano di tanto in tantoper canzonarmia graffiarmi all'uscio o a farmi deiversacci.  In un momentoche sifaceva la Pulizia della mia stanzapotei acchiappare uno di loroe gli appiccicai degli scappellotti; alle cui grida accorse mio padre e lìtamburo battentecome recidivola clausura mi fu portata a tre giorni.

Mail pane e acqua non fu di stretto rigoreperché la Teresaforsed'accordo con mia madreforse d'accordo anche con mio padremi portava dinascosto (così diceva lei) tutto quello che veniva servito in tavola.

Perdir la veritàanche col benefizio di non andare a scuolalo stare rinchiusoera una grande tribolazionee l'unico conforto l'avevo dal belcanarino maschioche stava in camera miae che cantava tutto il giornoe peril quale avevo serbati come regalo semi di popone.

Alsecondo giornoche mi stavo prigionevenne mia madre a farmi una predica. Perprima cosa mi raccontò che mio padrevista la mia eccessiva vivacitàe loscandalo dato di maleducazione in pubblicocon rischio della vitaavevastabilito di rinchiudermi a Volterra.

-In galera?! - domandai con premura.

-Nonon già in galera; ma in collegiodove ti vestiranno da prete.

Mimisi a sorridere perché mi pareva una cosa curiosa l'esser vestito da prete;chi sa Aldo e Carlopensai in un subito fra megli scherzi e le tirate ditonaca che mi faranno.

-Ma dunque tu sei proprio un ragazzaccioun'anima perduta? Non ti commuovianzi sghignazzi alla minaccia di lasciaretuo padretua madrela famiglia?!

-Guà- dissi storcendo la bocca e con i lucciconi agli occhi- se babbo mivuol mandare a Volterrache ci posso fare io? è lui che comanda. Ho avuto unasassata nella testa da della gentealla quale non avevo fatto proprio nulla dimale; prendo le punizioniche mi vengon dateremissivamente; e che colpa ho iose poi mi si vuol mandare anche a Volterra?

Miamadre tagliò cortole venivano anche a lei gli occhi lustri; si alzò e se neandòsenza aggiungere altro; solamenteal momento di chiudere l'usciocomeper suo disimpegnolanciò verso di me questa fraseche a me parvein quelmomentofuori di luogo:

-Mi rincrescefiglio mioche tu abbia tanto poco cuore.

Erauna leggendache su di me si era formata in famigliache avessi pococuore.  Essa aveva la sua storia.Una volta negli anni avantiero stato condotto al Teatrodella Pergoladove si rappresentava l'opera del Verdiil Trovatore. Ioa quell'etàpiù che della musicami interessavo del fatto dell'opera; eanzi deploravo che gli artistiinvece di recitarecantasseroil chem'impediva di raccapezzarmi nello svolgimento del dramma.

Eracostume delle persone di condizione di non stare al teatro fino in fondo allospettacolo. Molto prima della fine dell'ultimo attosi lasciava ilpalcoper ritirarsi nel foyerin attesa che il chiamatore avvisasse chela carrozza di tale o tal'altra famiglia era alla porta. Il trattenersi finoalla fine dello spettacolo era da contadinie non di buon genere;ma a me interessava di sapere come la rappresentazione andasse a finire quellaserae mentre mi rinfagottavano nella cappadomandai con premura a mio padrecome andasse a finire per quel Trovatore.

Mirispose:

-Ora lo ammazzanoed è finita.

-Eccoho capito! - dissi fra me. - Si va via prima dello spettacolo per non mifar presenziare a questo strazio. - Ma dimmi- gli domandai ancora- che neammazzano uno tutte le sere dei Trovatori?

Miamadreche sentí questa interrogazionene rimase trasecolata. “Come?-diceva. - Con tanta tranquillitàcon questa serenitàlui che ha creduto cheveramente quell'uomo debba venire ammazzatose ne va a casa senzapreoccupazione della cosa?!  Maquesto è un mostro di ragazzoè un piccolo Neronenon ha cuore!”

Lacosa fu raccontata in famiglia e la serasul menu del pranzo uno degliziiall'arrostoinvece di rondoniaveva fatto scrivere: arrosto ditrovatori.

Erocattivo di cuore? non si sapeva valutare la condizione mia; ecco tutto. Avevocredutoperché non potevo ammettere neppure lontanamente che mio padre fosseper dire una cosa non veraavevo creduto che quel Trovatore dovesse venireammazzato; ma lui era tranquillo e cantava; tutti stavano senza commozione avederlo appressarsi all'eccidio; mio padre e mia madre non se ne preoccupavanoaffatto; perché io solofra tutti del teatrodovevo insorgere; mentre tantevolte avevo avuto una sensazione penosa quando in villa avevo sentito da miamadrecoll'imperio d'un tirannoordinare che fosse tirato il collo a uncappone?

Maun altro fattoe ben più graveera scritto per me nel libro nero di casa. Avevo sparso sanguee purtroppo sangue innocentecome più tardi hopotuto conoscere.

Avevoavuto dallo zio Cesare in regalo una bella gallina bianca padovanacon unciuffo magnificoche le cuopriva gli occhi. Appena arrivato alla villa all'Imprunetadètti la via alla gallinaperché godesse della libertà; venne subito un gallaccio nero di fattorialeagguantò il bel ciuffoe strappandoglielose la mise sotto i piedi. Lo scacciaima poco dopo tornò daccapo a quella violenza. Per difenderela mia povera gallinapresi un sassolo tirai a quella disgraziata bestiacheper accidentalità colpita alla testaandò a ruzzolonie agitando le zampe inariacome se facesse la calzaesalò l'ultimo anelito.

Dopoquesto eccidiotanta fu l'impressione che ne ebbida non sapere se fosse ilcaso per me di darmi alla macchia; ma ormai il delitto era stato scoperto;troppi testimoni deponevano contro di me. Subii il castigo che mi ero meritatoe la fama di ragazzo di cattivo cuore mi rimase.

Quandomia madre se ne fu andata dalla mia prigioneaprii la finestra. La mia camera era al primo pianoe mi misi a guardare i passerottichea stormi andavano e venivano sopra un maggiociondolo di faccia alla scuderia esul quale avevo inutilmente nei giorni passati tentata loro la caccia con deglispaghi impaniati. Volsi gli occhi poi verso il giardino del Philipson; al di làdi quel giardino prospettavano le case di via Barbanoche vedevo benissimo finoal pian terreno e anche un poco dei giardinetti addetti a quelli. Sopra unalarga gradinata di marmo in uno di quei villiniuna signoraseduta sopra unapoltroncina di viministava ricamando al tombolo. Mentre la stavo osservandoper spiegarmi se fosse un giuoco o un lavoro quel turbinare furioso delle suemani attorno a quel manicotto verde che vedevocomparve una bambinetta sullasoglia di casa. Era Filli: la riconobbi subito.

Nonsapevo come fare perché mi vedesse.  Primabattei le mani più volte; ma seguitò a parlare con sua madre senza accorgersidi me; provai allora a fischiarema anche il fischio rimase inutile; e allorapersa la pazienzacominciai a chiamarla con quanta voce avevo in cannafacendodelle mani portavoce.

Sivoltòmi videmi riconobbem'insegnò a sua madremi salutarono; ma dovettiritirarmi subitoperché qualcuno si avvicinava alla mia prigione. La porta si aprìera mio padre.

-Che cosa avevi da urlare? - mi domandò con fare benigno.

-Salutavo un mio amico che sta lì- e gli accennai dove; ma egli non se neoccupò; mi fece sedere per poi dirmi:

-Tu avresti ancora un altro giorno di chiusamagrazie all'intercessione di tuamadreti lascio libero; peròintendiamoci benese si rinnovano le sceneavvenutesi va a Volterra. Marche!

Emi aprì l'uscioche io infilai con la furia di un filunguelloche veda unastecca rotta alla gabbia. Mio fratello e mio cugino mi accolsero con quellostesso sorriso canzonatoriocol quale mi avevano salutato quando mi viderorinchiudere; ma senza rancori andammo tutti insieme in scuderia a vedere Pasciàche stava molto male della gambae che appunto in quel momento era visitato dalveterinario.

Primadi pranzo volli risalire in camera per vedere se scorgessi Filli; ma il giardinoera desertoe la vetrata chiusa. Pensando che ella fosse sulla piazzaandaialle finestre sul davanti; nemmeno di lì mi fu dato scorgerlacome pure nonvidi che ci fosse né amici né nemici.

Ebbimodo di sapere da mio fratello e da mio cugino come vi fosse stata una piccolaquestione fra gli zii e mio padre per causa mia; come gli zii mi avessero dataragione per aver affrontato quelle piccole canagliee come la piazza fossetornata tranquilla perché lo stesso Capo del Governoinformato del fattoaveva ordinata una grande sorveglianza di gendarmie fatti allontanare ifanciulli turbolenti; ma come disgraziatamente anche i nostri buoni amiciavessero diradatoper timore che non si rinnovassero quelle violenze.

Avevoancora il cerotto sulla ferita alla tempiae mi vergognavo a farmi vedere fuoricon quella pecetta sul viso; ma bisognava andare a scuolae mi necessitòespormi alla vistacon la noia relativa del racconto del fattodove a mio mododi vedere d'alloranon mi pareva di fare una brillante figuraperchéraccattato per terracome un cenciodal nonno e da una bambina.

Quandomi incontrai nuovamente con Filliero affatto guarito; mi si vedeva solamenterosseggiare la ferita rimarginata; Filli era in compagnia di sua madre e di suofratello; e tutti e tre mi fecero molta festacome se avessi scampato un granpericolodel quale non mi fossi accorto. Andavano verso casa loroed ioscantonando un po' dalla piazzali accompagnai alla porta. Quando fummo lìlamadre mi invitò a passaree Fillifacendomi dolce violenzainsiste perchésuo padre aveva desiderio di conoscermi.

Adir la veritàun poco m'impaurii di questa insistenzae primieramente perchél'andare in casa terzasenza l'autorizzazione dei mieimi pareva cosache potesse far tornare in campo l'idea di Volterra; in secondo luogo perché unpadrefosse pure quello di Fillimi dava soggezione come tutti i padririfacendosi dal Padre Eterno.  Manon riuscii a difendermie passai.

Questopadre di Filli era ad un banco e scriveva. Non parlava né italianoné francese; aveva in capo un fez con lunganappa di seta neragli mancava un occhio ed era di viso rosso scurocon baffie capelli neri peciatie con un collo taurino. Quando si entrò nella stanza egli fu detto chi io mi eraegli fece un gran discorsone in greco e tiratomi a sémi carezzò sulla testa. Filli mi fu d'interprete e mi tradusse quanto avevadetto suo padre e cioè: che egli era contento di conoscere degno della patriadi Garibaldi un ragazzinoil quale da solo aveva saputo affrontare una masnadadi piccoli aggressori.

Piùpresto che poteiper evitar guaicorsi a riparare in casa mia; ma non erotranquillo nell'animoperchéa prendermi quegli elogi di quasi eroemi pareva di rubare. Ma dove è la mia bravura? dicevo a me stesso; dove èstato il mio coraggio in quel fatto? Ho presa una sassata nella testa; maseavessi saputo avanti che quei monelli mi avrebbero tirati i sassisento in cuormio che non sarei andato loro incontro. Se mi mossi verso di essinon fu peraffrontarlima perché stimavo che non fossero tanto perfidi da aggredirmi. Chisa quanti eroi saranno stati come ero stato io! Quando venivo via di casa diFillinell'accompagnarmi alla portami aveva sussurrato: - Siamo stati a farespese in cittàma ora io e Giacomo torniamo un poco in piazza; fa' d'esserci;sto tanto volentieri in tua compagnia.

Giraitutte le stanze di casa miaperché i miei mi vedesseroe nessuno potessesospettare che d'arbitrio ero andato in casa terzacome si usava direepoi tornai sulla piazza; Filli era là che saltava la corda.

Seduticisu di una panchinale domandai perché il giorno di poiche era domenicanonvenisse alla messa delle undici alla Chiesa di San Marcodove mi conduceva miamadre; e a quale chiesa andasse.

-Ma io- rispose Filli- non vado alla tua chiesa; io sono ortodossa.

Semi avessero in quel momento strizzato con una mano il cuorenon avrei sentitotanta penosa impressione quanta ne ebbi a quella notizia; e premurosamente midiedi ad indagare in che differisse la mia dalla sua Religione; perché sitrattava di sapere se Filli fosse dovuta andare o non andare all'infernopernon essere regolarmente cristiana.

-Ma tu credi in Dio? - le domandai con ansia.

-Altro se ci credo.

-E in Gesù tu credi?

-Voglio tanto bene a Gesù.

-E nella Madonna non credi?

-Come si farebbe a non credere nella buona madre di Gesù?

DelloSpirito Santo me ne ero dimenticato; ma in questo ero scusabileperché nonavevo mai occasione d'interessarlo dei fatti miei.

-E allora in che differiscono le nostre Religioni?

-Non lo capisco- diceva Filliguardandomi penosamente in viso. - Forse perchéi nostri preti non dipendono dal Papa come i tuoi.

-Giàdev'essere così.

Quandoci lasciammoero di umore melanconico; l'idea che la buonala bella amica miaavesse dovuto andare all'inferno mi tormentava l'anima. Avrei voluto esser beneedotto in cose di Religione per illuminarlasalvarle l'animae poi ritrovarsiinsieme in Paradiso.

Lassùin Paradisoio e Filliche corse! senza paure di Volterrasenza frustinoetutto il giorno insieme!

Andaidalla zia Luigiache era la specialista di casa in materia di religionee contutta la più circospetta diplomazia la interrogai circa l'argomentoche tantomi stava a cuore.

-Dicazia- incominciai- in che differisce la nostra Religione da quellaortodossa?

-Differisce: che la nostra è vera e quella è falsa.

-Come si fa a riconoscere le Religioni vere da quelle false?

-Che discorsacci son codesti? delle Religioni vere non c'è che la nostraetutte le altre sono false.

Vidiche per questa via non si sfondava; forse nemmeno la zia sapeva di questedifferenzee cercava di cavarsela alla meno peggio; e allora la strinsi con gliargomenti un poco più da vicino.

-Eccostia a sentire: io ho un amicoal quale voglio molto bene; ma èortodosso di Religioneperché suo padre e sua madre sono di quella Religione.Che colpa ha lui di essere di quella Religione? Anche se tutta la vita siconducesse come un santo da altare dovrà andare all'inferno?

-Non c'è remissionebisogna che vada all'inferno!

Questatagliente sentenza mi si ripercosse nell'anima come un colpo mortale.

Troncaiogni discussione con la ziae me ne andai tutto addolorato.

Diventavaper me un'idea fissa questa della salvazione dell'anima di Filli; avrei volutoessere un predicatore: avrei voluto un miracolopur di strapparla alle penedell'inferno.

Quandouna di quelle sereero entrato a lettoe stavo ripensando ai dolorosi casidell'anima di Fillimi balenò una ideauna risoluzione. Spensi il lumino danotte perché Quello che vede tutto ed è in ogni luogoal buio nonraccapezzasse quello che fossi per farestaccai il quadretto della Madonna cheavevo a capo del lettomi misi in ginocchio ed accostando l'immagine allaboccacome per parlarle all'orecchiole tenni presso a poco questo discorso:

“Madonninamia!  Voiche siete la piùragionevole fra tutti i Santiascoltate benignamente la preghiera che vifaccio. Non è la mia una preghiera come tutte le altre in latinoè una miaparticolarema che vi scongiuro di ascoltare per levarmi una gran pena dalcuore. Io conosco una fanciulladella quale non sono innamoratoma per laquale ho un fraterno affetto; mapoverinaessaincolpevolmenteessendo diReligione ortodossadovrà andare all'inferno; vorrei che dal vostro Figlioche tanto vi vuol beneotteneste che questa pena fosse risparmiata a quellainnocente; ose non si potesse fare diversamenteottenete almeno chese iotutta la vita mi fossi portato benepotessi cederle il mio posto in Paradisoed io andare in sua vece all'inferno”.

Tremavoquando facevo questa invocazione; mi pareva di vedere il diavolo che si fregassele mani di contentezzanella certezza di poter aggravare prima o poi l'animamia; ma ero risoluto a questo sacrifizioe mi pareva che non dovesse esserveduto di malocchio dalla Beatissima Vergineperché Filli tanto bella eaggraziata sarebbe stata un più bell'ornamento in Paradiso di quello che avessipotuto esser iotutto salti e capriolee che avrei bene spesso pesticciate leaiuole fiorite di lassùcome di sovente m'era accaduto quaggiùnelnostro giardino.

-Dicazia Luigia- le domandai la mattina dipoi- cosa ne penserebbe Dio seuno si offrisse di andare all'inferno per un altro?

-Li manderebbe all'inferno tutti e due.

-Come?  Neppure se questo cambioglielo chiedesse la Madonna o Gesù?

-Che contano a confronto della volontà di Dio?

Questasconcertante risposta mi ripiombò nello sgomentoe tanto mi perturbòchelasciata la ziariparai in camera miae voltandomi verso il quadrettodell'immagine della Madonnaamorevolmente la guardai senza poterle dir niente.

Conquesto frastorno di pensieri intimile cose a scuola andavano maleanzimalissimo addirittura.

Nonostantela mia avversione alla scuolafino allora non ero stato fra gli scolari piùscadenti; ma il guaio grave era che il maestro fosse quasi somaro quanto me!Quella scuola aveva un programma ampolloso; vi si insegnavafra le altre cosela filosofia e la fisica.  Lafilosofia era la biascicatura che a tastoni faceva il maestro deltrattato di logica del Tarino; quanto alla fisicapoiera un ammasso dispropositiche a noi alunni toccava di trangugiare.

-I corpi- ci diceva il maestro in una delle prime lezioni di fisica- sonoaderenti alla terra unicamente per la pressione che esercita l'atmosfera sopradi essi.  Se da una stanza collamacchina pneumatica si togliesse l'ariala forza centrifugache nasce dallarotazione della terramancando la pressione atmosferica che le fa equilibriotutti i mobili verrebbero spinti al soffitto.

“Cheburletta- pensavo- da farsi a qualche ospite della villa all'Imprunetasepossedessi quella macchina pneumatica!”

-L'uomo- diceva un'altra volta il maestro trattando dell'ottica- percepisceper la costruzione speciale dell'occhiole immagini alla rovescia; è conl'abitudineche egli vede queste immagini alla diritta; tanto vero che iselvaggi che non hanno mai visto un pallone volante la prima volta lo scorgonocapovolto.

Equeste massime eterodosse delle leggi fisiche mi veniva fatto di ripeterle incasa. Bene spesso non mi si prestava attenzione; ma una sera mio padre ascoltòe mi fece ripetere quel che avevo detto; poi mi guardò con sogghignoesclamando:

-Ma chi ti ha dato a bere codesto otre di bubbole?

-Il maestro!

-Il maestro!  Va' via; ci passerò dame a chiarire le cose. Chi sa che cosa avrai frainteso!

-Ti dicoche l'ha detto il maestro.

-Bastadicobasta.  Sentiremo.

Miopadre aveva detto di andare a chiedere spiegazioni; ma la cosa non mi piacevatanto perché praticamente ormai sapevo quanto fosse giusto l'aforismo: quietanon movere. Chi sa mai cosa poteva nascere da questa intervistamolto piùche cominciavo a dubitare di essere io che avessi potuto male intendere lelezionisebbene sentissi nel fondo all'orecchio ancora tali e quali le paroleda lui adoperate per insegnarci queste piacevolissime accidentalità dellafisica.

Venneper l'appunto in quel tempo a mio padre una lettera del maestroche due reclamiaveva da fare. Il primo: che ero divenuto trascurato nello studioe il secondoche il padre di un mio compagno di scuola era venuto a reclamare come io avessifatto un commercio con suo figlio vendendogli una materia esplosiva in cambio diun piccolo giapponese di porcellanache tentennandolo tirava fuori la lingua; ecomeinfinecon questa materia esplosiva il mio compagno di scuola avessetrovato modo di dar fuoco alla tenda di camera suacon grave danno e spaventodi tutta la famiglia.

Aqueste serie imputazioni mi sentii desolatoperché tutte erano veree vidisorgermi di nuovo innanzi lo spettro di Volterrae il relativo vestito daprete.

Quantoallo studio: non avevo fatto i compiti a casaperché assorbito dalle questioniteologiche che riguardavano Filli; riguardo all'esplosivo le cose erano andatein questa maniera. Avevo raccontato ad un collega di scuola la bella cosa cheerano i serpenti di Faraonee gli avevo confidato come me ne fosse statoregalato unoche custodivo gelosamente. Egli cominciò a domandarmi come sifaceva a dar fuoco a questa portentosa composizione; poicome era questoserpente che veniva fuori dalla fiammellaeinfinemi chiese con insistenzache lo regalassi a lui; ma rifiutai.  Sempretornava all'assalto per persuadermi a cederglieloe un giornotirando fuoriuna piccolissima statuetta di porcellana coloritagrossa appena come un ditoindiceche tentennandola tirava fuori la linguami abbordò dicendomi: -Guardase mi prometti di portarmi il serpente di Faraoneti regalo questo miobalocco.

Rimasisedotto dall'offertae il cambio fu fatto.

Nonavrei mai supposto che quello stolto avesse poi dato fuoco alla tenda.

-Voi- mi diceva mio padre agitando la lettera del maestro- voidomani nonanderete a scuola; starete in camera; a scuola anderò io per voi: intantodatemi questo gingillo di porcellanaperché questo ragazzo non aveva dirittocome minorenne di disporre di nulladato e non concessoche non abbiasottratto dal salotto di suo padre questa cosache non gli apparteneva.

-Non l'ho più.

-Come non l'avete più?  Cosa ne avete fatto?

Aquesto punto mi sentivo la voglia di dire una bugiadicendo che il gingillo erarottoche l'avrei cercato senza poi ritrovarlo; ma per natura le bugie mi eranorepugnantie dichiarai che l'avevo regalato.

-A chi?

“Miobuon GesùMadonnina santasoccorretemi- dicevo dentro di me senzarispondere a mio padre- aiutatemi voiperché mi trovo a brutto partito; a menon pareva di aver fatto nulla di male; datemi uno di voi una manolevatemi daquesto tremendo imbarazzo”.

-A chi l'avete regalato dunque quest'oggetto?

-Ad una bambina- risposi tremante.

-E questo burattino tirava fuori la lingua?

-La tirava.

-Via a letto- ordinò mio padrenascondendo nella sua accigliatura un sorrisovenutogli forse osservando il mio muso di scimmiotto impacciato; - domani vedròil maestroe decideremo per te il da farsi.

Iltu ed il voi erano in lui l'esponente barometrico dello stato d'animobenigno o severo a mio riguardo.

Semio padre avesse insistito perché dessi a lui quel gingillo di porcellanaseavesse preteso che lo andassi a reclamare da Fillidi certo avrei preferitogettarmi giù dal balcone piuttosto che ubbidirlo.

Èun fattoche da ragazzi non si capisce gran cosa; ma anche è altrettanto veroche nessuno si dà pena speciale di farci capire. Che ci era di men che corretto in quel barattuccio fatto fra due ragazzi?All'amico era piaciuto di avere il mio serpente di Faraone; a me erapiaciuto di accettare in compenso quell'omino di terra cotta; che differenzapotevo trovare fra noi e i lodati mercadanti fiorentini che tanto orrevolefama avevano acquistata per loro e per la patria? Per l'appunto quello andò a dar fuoco alla tenda! Se questo non fosseaccadutotutto questo sottosopra si sarebbe evitato.

Erotanto contento di aver fatto a Filli quel presente del giapponesino che mettevafuori la linguaella ci aveva tanto riso a vederlomi aveva sfavillati gliocchi di gratitudine quando glielo offersi; era stato tutto questo per me unineffabile piacereche dovei poi pagare sgomentato a misura di carbonepercolpa di quel disadatto che fece il falò della tenda di camera sua.

Enon mi mancarono le punzecchiature scherzevoli dello zio Cesare. A come si eranomesse le cose in famigliasembrava che in quel cambio avessi fatta unastrozzatura all'amicoe lo zio Cesareparlandomi a naso strettomi diceva:“Ggioia bbellavuoi fare un buon affare?” oppure: “DimmiIsacchinoghinea ce ne hai?  Ilpassetto dove l'hai messo?”e cosí via.

Moltevolte succede di vedere l'avvenire nerodi essere in grandi preoccupazioni perquello che ci sovrastae poi niente succede; tutto quello che ci angustiava sirisolve in nientecome nebbia che si sia scambiata per temporale. Quella gitadi mio padre dal maestro mi faceva palpitare sulle conseguenzeche non arrivavoneppure a prevedere.  Sapevo che iltorto sarebbe stato il mioche dispiaceri non me ne sarebbero mancatie miconsideravo ormai come una povera lepreche tutte a lei riescono contrariesiache vada al montecome al pianoall'orto come al boscostia ferma o corra; mainvece le cose si ebbero un esito benevolo quanto impreveduto.

-Sai? - mi disse la sera dopo mio padre- a scuola non tornerai; quanto primaandiamo in villae a novembre andrai alle Scuole Pie; in questo frattempo tifarà lezione tua madre; così abbiamo combinato.

Hum!che sia successo? riflettevoma questa è la libertàè la vitaalmeno perun po' di tempo!

Andaia raccontare a mio fratello e a mio cugino l'avvenimento che io non andavo piùa scuolaed essi guardandomi con invidiami chiesero notizia sulla via cheavevo tenuto per ottenere un così splendido resultatovolendo tentarne ancheessi l'esperimento; ma siccome non avevo capito niente di questo miracolononpotei metterli sulla buona stradamolto più che essi andavano ad un'altrascuola.

LaTeresa mi confidò che a mia madre mio padre aveva raccontato di aver dato dellabestia al maestroe che per questo non mi poteva più mandare a quella scuola.

-Dunque avevo ragione io! - mi dissi; - non ero io la zucca dura che non capivo! Meno male checome premiomi son piovuti questi dolci ozî come dalcielo.

 

 

III

 

-Guardiguardisignorinolì in piazza vi è il suo amico con la suabella sorellina che guardano il cielo con un canocchiale.

Cosìmi disse un dopo pranzo la Teresache era andata a chiudere la persiana disala.

Corsia vedereera vero. Ora una ora l'altropassandosi un canocchialeguardavanoin su e rimanevano estatici.  Guardaiin qua e là nel cielonon vidi niente d'insolito che meritasse l'uso specialedel canocchialeper cui la curiosità viva mi punse di sapere cosa fosse loscopo di tanta attenzione verso il cielo eottenuto il permesso da mia madrecorsi in piazza a raggiungerli.

-Guarda- mi disse Fillicon la sua voce d'argento- metti questo tuboall'occhio e vedrai che cosa ha regalato babbo a Giacomo. A me ha comprato unascatola di tinte a tubetti perché dipingo i fiori.

Ilcanocchiale era un bel caleidoscopioed assai voluminoso. Avevoavuti in mia vita molti gingilli e balocchi in regalo; ma una cosa come quellanon l'avevo mai vedutae tutta quella festa di coloriche cambia ad ogniistante dentro quel tubomi piacque moltoe se non fossi stato bene educato misarei goduto per me solo quell'attraente spettacolo.

Quandorestituii il tubo a GiacomoFilli mi domandò che ora fosse.

-Sentibattono le ore in questo momento a Palazzo Vecchio.

Filliascoltò con premura il numero dei tócchi dell'orologio e quindi voltasia Giacomo gli disse:

-Va' a casa; tu devi prendere la medicina; tu vai e torni subito. Lascia a noi ilbaloccoti aspettiamo qui.

Presiil tubo dalla mano di Giacomo che si allontanò a passo lento verso casa suaeio e Filli ci sedemmo sopra una panchina.

-Sai- mi disse Filli rompendo il silenzio- babbo e mamma hanno detto che seimolto belloe che hai una faccia molto intelligente.

Questodiscorsoche non mi aspettavo affattomi turbò assai. Avrei voluto risponderecome aveva risposto a me quando le narrai l'opinione di mia madre a suoriguardoma a dirle: “A te che pare?” era lo stesso che spianare la via adichiarazioni che non volevoe non le volevo perché erano per me l'ignotodelquale avevo paura più che del buioe credei di cavarmela rispondendole con unafrase banale.

-Tutti gli uomini son bellicosì almeno ho sentito dire.

-Ma non belli come te- rispose a colpo Filli.

Lacosa si complicava.  Mi sentivo come un pulcino nella stoppanon sapevo scegliereun contegnomi ci sarebbe voluto un'ora di concentramento per trovare la parolagiusta e corretta per il caso in cui mi trovavoe non seppi far altro cheportare il caleidoscopio all'occhio con mossa rapidache mi serviva ad ombrareil viso di imbecilleche sentivo di avere.

Fillitacevaio pure.  Ma non si poteva durare all'infinitospecialmente per meche stavo guardando senza vedere nel foro dello strumento.

“Comesi fa a tornare nel mondo? - dicevo a me stessomentre giravo il caleidoscopio.- Come si può finire degnamente questa conversazione con Filli?” - TuvedessiFilliora che bellezza di combinazione di colori! Avrei piacere tu potessi vedere. Come si può fare?

-Tieni fermo fermo il tuboe lo passi piano piano a me.

-Allora vieni da sinistra.

Iotenevo fermo il tubo all'occhiomentre Filli cautamente si avvicinava; quandofu presso alla mia guanciae ne sentivo l'alitomi dette un bacio!

Stolzaicome se fossi stato toccato da un bottone di fuoco.

Sefossi stato un canetanta fu per me la sorpresa lì sul momentoson certo misarebbe inconscientemente scappato di dare un morso a Filli. Di lampo la guardaicon occhio torvo come se si fosse presa con me una confidenza sguaiata; mavedendola sorridentetranquillache mi guardava con quelle sue stellesaettantiabborracciai ancora io un sogghigno sghimbescioe per arrivare piùpresto in fondo ad una situazione per me disorientatatornai in fretta aguardare nel foro del caleidoscopio.

-Mi hai data- le dissi gorgogliando la frase– una piccola scossa al braccioe la bella figura si è disciolta.  Ancoravedo belloma non come or ora.

-O fai vedere anche a me se vedi bello.

Nonsapevo come fare a riguardarla ancora in facciadentro di me formicolava unbrivido come occorre di provare a quell'etàquando si è avuto spaventoo siè corso un pericoloe nel puntosullo zigomo della gota sinistrame loricordo ancoradove Filli mi aveva baciatosentivo quella impressione che dàl'esser toccati da una medusa marina.  ArrivòGiacomo a togliermi d'imbarazzomolto più che portava l'ordine di sua madre:che Filli andasse a casa perché doveva rivestirsi per una visita.

Sebbenesempre un po' impacciatoavevo ripreso lenae mi accompagnai con loro fìnoalla cantonata. Pareva che Filli non ricordasse nemmeno quello che tra noi eraaccaduto. Quando fummo al momento di separarcimentre rendevo il caleidoscopioa Giacomo e lo ringraziavo del piacere che con quel balocco mi aveva procuratoFilli mi domandò:

-Non vuoi punto bene a Giacomo? egli te ne vuole molto.

-Sicuro che gli voglio bene a Giacomo- e in così dire gli strinsi la mano.

-E a me non vuoi punto bene?

-Tanto- risposi- tanto.

Ele gambe mi trinquellarono sotto per l'emozione; feci una riverenza a tutt'edue; mi levai il cappello per salutare e quindi presi la via quasi barcollandoe tutto stralunato entrai in casa mia.

Miamadre e mio fratello erano al terrazzoe mi pareva che avessero dovuto vederedi lassù tutto quello che mi era occorso; ma quando fui presso di loro su ciòmi tranquillizzaipoiché nessuno di essi si occupò di me in modo sospetto.

Andaia guardarmi allo specchioperché mi si era fitta in mente l'idea che sidovesse vedere l'impronta del bacio di Filli. Non si vedeva nientema pureripensando a quel bacio sentivo in me una piacevolezzache mi ricordava allalontana quella dolce impressione già provata qualche voltaquando tuttoinfreddolito avevo cominciato a riavermi in un letto ben riscaldato.

-O che sia questo? - mi domandavo. - O che il bacio di una bambina bella è comeil morso di un can guastoche si risente dopo? Che io sia innamorato!? Ma i ragazziche sappianon s'innamorano.

Casovolle che la sera la conversazione cadesse su Dante Alighieri. Lo zio Cesarediceva:

-Non ho trovato una cosa più noiosa della Divina Commedia. Che seccatura!Esapete? me la sono per punto d'impegno ingozzata per due volte in vita miaetutta intiera; ma al terzo esperimento ho dovuto rinunziare perché dopol'ultima lettura mi si sparse il fieleed ebbi da fare una cura per rimettermi.

Lozio Niccolòinvecefaceva di Dante grandi elogi.

-Capisco- diceva- che la Divina Commedia non è cosa che sipossa leggere giù giùvia viacome un giornalema facendoci uno studiospecialee consultando i commentatori si arriva ad apprezzarne il merito.

-Pensala come vuoi- ripeteva lo zio Cesarema Danteanche come personadoveva essere stato un tipo poco simpatico. È un fatto che lo mandarono inesilioed alla corte di Can Grande della Scalaper levarselo d'attornopresero a fargli le burlette forandogli il vaso da nottee a tavolasotto isuoi piedigli ammucchiarono le ossa di tutto il pranzo per dargli rinfaccio diquel che mangiava.

-Ma la sgarberia di un ospite- faceva osservare lo zio Niccolò- l'apponi alui?

-A me ne basta una per rappresentarmelo come un legno torto- insiste lo zioCesare- ed è quellache a nove anni s'innamorò di Beatrice.

-Mamma mia! - dissi dentro di me con il cuore in grinze. - Che tutto questorigiro su Dante sia stato messo su per dare di traverso una bottata a me? Questizii li conosco!

Miero ingannato; l'argomento continuò ancorapoi adagio adagio si spense senzache nessunoneppur una voltaguardasse dalla mia parte. Una cosa sola diquesta discussione dantesca mi contristò; e fu la notizia da me appresa che anove anni i ragazzi si possono innamorareed io per l'appunto sentivo per Filliun tale non so cheda me in tutta la vita fin allora trascorsa non mai provato.

Apranzo non mangiai quasi nientecosa insolitae per di piùcosa ancora piùgrave e fino allora mai vistanon avevo finito la mia porzione di panna coicialdoni. Questo fatto concentrò su di me l'attenzione di mio padrecherivolgendosi a mia madre al lato della quale sedevo a mensale disse conpreoccupazione:

-Quel ragazzo semina i frasconi; non ha mangiato quasi nulla e poi ha il viso disusina acerba. Guardagli un po' la lingua. Deve aver fatta una strippata digiuggiole.

-Dopo che uno ha mangiatola lingua non dà nessun segnale per l'indigestione-intervenne a dire lo zio Niccolòche era il quasi medico fra noi.

-E allorasenz'altro indagare- riprese mio padre- domattina gli si diaun'oncia d'olio di ricino.

Ladiscussione non mi era concessae l'olio di ricino la sera stessa fu subitoprontoper andare in uso la mattina di poi.

Quandoandai a letto avevo famenon mi riusciva di addormentarmie andavo perdendomiin fantasie e riflessioni.

“Sonoinnamorato davvero! - pensavo- sento che vorrei poter dare anche io un baciosulla gota di Fillicome l'ha dato a me.  Nonc'è che direlo riconoscosono innamorato!”

Elìdando una sbrigliata alla fantasiavedevo la notte altaun bel lume dilunami figuravo di essere in mezzo alla strada in via Barbano sotto lafinestra di Fillima nel mezzo per evitare la catinellata d'acquae dicantarle con una bella voce bianca una romanza d'amoreaccompagnandomi con lachitarra.

“Sentodesiderio della chitarra- riassumevo in me- dunque ci siamo! Non c'è più dubbioqueste dissennatezze non si pensano altro che dagliinnamorati. Ma che potrei dire a Filli con la voce bianca accompagnata dallachitarra? Ci vorrebbe una romanzae fatta in poesia. E come si fanno le poesie?mi manca il metodonon ho la ricetta per fare le poesie; bisognerebbe che me lafacessi insegnare dallo zio Níccolòche le sa fare; ma chi si attenta a ciòcol rischio di fare scuoprire il mio malanno? Se fosse una cosa faciletuttifarebbero poesiementre un poeta è portato alle stelle. Se fosse poesia a scriveresottoun verso più corto o più lungodell'altro sopranon ne farebbero tanto caso di questo; ci deve essere qualchesegreto che ho in mema che non arrivo ad afferrare a modo. O mia Filliomio bel foco.  Questo deveessere un versolo sentoma non so il perché”.

Ein questi vaneggiamenti mi addormentai con le budella vuote in borborismo.

Lamattina ci fu battaglia con la Teresaperché volevo da mangiaree rifiutail'olio di ricino.  Mi difendevo dicendo che chi ha fame non ha imbarazzo distomaconé bisogno di purgarsie quasi l'avevo convinta alla mia tesi; maessaprima di assumersi una responsabilitàessendo assente mio padrevolleandare dallo zio Niccolò a chiedere consiglio. La Teresa tornò accompagnata dallo zioil quale decise che dovessiprender l'olioperché era cosa notoria che l'indigestione il più delle volteè caratterizzatadiceva luida una falsa fame. Ed il sacrifizio dovécompiersiil primo e serio sacrifìzio all'amore; ebbi ad ingoiare l'olio.

Miardeva il desiderio di restituire il bacio a Fillima un dubbioun atrocedubbio mi teneva agitato. Avevo sentito diremi era ronzato agli orecchicheci sono degli uomini che mettono in mezzo le donneed io non conoscendo iparticolari di questi ingannitemevo che seguendo questo impulsomi andassiavviando proprio sulla cattiva viaed avrei piuttosto incontrato qualunquesacrifiziodi quello che rendermi colpevole a riguardo di quella povera Filliormai diventata il mio pensiero fisso ed intenso.

 

 

IV.

 

Quandomia madre la mattina si faceva pettinarequalche volta mi sedevo sopra unpiccolo panchetto presso di leie prendendole i lunghi capelli neri chetoccavano terrami divertivo a scoscendere la forca che suol fare il capellolungo; ed in questo tempomentre Teresa passava il pettine alla suacapigliaturafacevo conversazione con mia madreponendola bene spesso in graviimbarazzi per rispondere agli argomenti che le proponevo.

Quellamattina aspettai di proposito che la Teresa se ne fosse andatae poi buttai làquesta domanda:

-Se Dio voleva che non ci fossero altre Religioniperché fa nascere i figlianche dai matrimoni contratti con le false Religioni?

-Sentistamani ho poca voglia di discorrere- rispose mia madre un pocoimbarazzata. - Una volta che i figliuoli nascono anche a quel modoè segno chequesta è la volontà di Dio. Non ti par chiara la cosa?

-O senza punti matrimoni i figliuoli possono nascere?

-SentiMiciose non ti levi d'attornopeggio per te- mi rispose un po'contrariata. - Questi sono argomenti che non ti devono interessare. È una noia avere un ragazzo verboso ed entrante come te.

-Domandavo questoperché avevo curiosità di sapere come aveva potuto fare labaliache ha preso la zia Maddalenaa fare un bambino senza aver marito?

-Dunque sei maligno? Chi ti ha detto questo?

-C'ero presente quando la procaccina di balie diceva alla zia: prenda questa cheè ragazza. È un buon caratteree così non avrà la seccatura del balio percasae spenderà meno. Fu messa in mezzo da un birbante con la promessa disposarlae poi fu scoperto che aveva già moglie; ma creda è una buonafigliuola.

-Tante volte la gente discorre senza badare ai ragazzi! Ma tutto questo discorsoche ti riguarda? Micioche t'interessa?

-È perché volevo sapere come si fa per fare i figliuoli. Una volta che anche teli hai fattidev'essere una cosa da persone per bene.

Ormainell'argomento ero entrato sotto misuracome si dice in linguaggioschermisticoed era un po' difficile a mia madre cavarsela con prudenzaesenza destarmi sospettie le convenne torto collo continuare il tema diconversazione da me proposto.

-Questo lo saprai meglio quando prenderai moglie. C'è tempo! Ma poise ti premesaperlopurché tu non lo racconti a nessunote lo dico in confidenzaperchéai ragazzi fa torto sapere certe cose. Quando un uomo ed una donna sonoinnamoratie si bacianomolte voltenon sempre peròun figliuolo è diconseguenza.

Conquesta trovata mia madre credeva finalmente di essere arrivata al punto fermodella conversazione; ma s'ingannavanon sapendo quale fosse lo scopo della miainquisizione.  E continuai:

-E alloraperché vuoi ch'io dia un bacio alle mie cugine quando vengono a farcivisita?

-Perché né te né loro di certo siete innamorati. Ma ora basta; dellestupidaggini ne hai dette abbastanzae me ne hai fatte dire più che asufficienza. Vattene! Voglio finire di vestirmi.

Miprese per manomi accompagnò alla porta e mi mise fuori di camera.

“Dunque- rimuginavo fra me- non sbagliavo nell'esser prudente con Filli. Guardate unpo' a che rischio si era messa con me quella povera creatura per la suainnocenza! Fortuna che io sono riflessivoe qualche cosa sapevosebbene inconfusionealtrimenti chissà a quali conseguenze esponevo lei e me. V'era ilcaso di vedere qualche giorno il padre di lei venire infuriato a cercare di miopadree allora altro che Volterra! Solamente a pensarci mi si accappona lapelle. Ci si può immaginare lo scandalo che sarebbe successoil diavolerio ele canzonature degli ziise avessi messo un figliuolo al mondo! Meno male chefui prudentee lo sarò. Però sarebbe stato per me un bel balocco avere unfigliuolo proprio vero di carne e ossa; l'avrei condotto alla villadell'Imprunetagli avrei insegnato come si fa nei ruscelli a cavare i granchidalle buche senza farsi morderelo avrei istruito a salire sulle piante percogliere le fruttae poiché sarebbe mioquando fosse stato cattivol'avreifrustato. Ma non ci facciamo prendere da fantasieè megliomolto meglio nontrovarsi a queste cose”.

Simise in quel tempo una insistente stagionepiovosa e temporalescache impedivaa me e a Filli di incontrarci in Piazza. Mi studiavo di vederla in giardino; male vetrate delle sue finestre erano chiusee le tende m'impedivano di spingerel'occhio dentro le sue stanze; correvo alla finestra del terrazzo nella speranzache passasse di làma conveniva che aprissi la vetratae allora gli usciacausa del ventosbattevano e tutti correvano a vedere chi fosse stato ildisordinato che apriva la finestra a quei temporali.

Equanto più stavo senza vedere Fillie tanto più nasceva in me l'agitazione eil pensiero di lei.

Eromolto contento perché mi avevano fatto un vestito nuovo dal sartocoi calzonilunghi. Fino allora ero stato vestito dalla sartae feci molta festa ai calzonilunghiperchécon quell'indumento più virilesembravami più scusabile eproporzionata l'accidentalità d'innamoratoche ormaianche davanti a mestessoavevo accettata.

Ilvestito l'aveva scelto mio padree la forma puree tutto andava bene; ma ilcappello l'aveva comprato mia madreche in fatto di vestiario mascolino fusempre arcaica. Era un cappello chealla lontanasebbene spianato di tesaricordava quello dei preti francesi.

Quandofu fatta la prova generale di questo vestito e del cappellolo zio Cesarechemi videsubito mi disse:

-Oh! ecco pinferi in calzoni.  Concodesto cappello sembri un dispensatore di Bibbie.

Miandai da solo a guardare allo specchioe trovai che tutto l'insieme mi davaun'aria distinta; solamente il cappello mi procurava dell'imbarazzo per dargliuna posa conveniente ed estetica; e girarigiratrovai che il miglior modo eradi tenerlo un po' inclinato sulle orecchiesulle ventitrécome sidiceva allora.

Quandomia madre mi videla prima cosa che mi disse fu:

-Guarda come si è accomodato il cappello! Pare un giornalista!

Aquei tempiper quanto nuovi e di libertàancora la fama dei giornalisti nonera stata messa in tutto il meritato onore. Non volendo che anche Filliquando mi avesse vedutomi prendesse per ungiornalistamisi il cappello in capo facendolo pendere davanti sugli occhi.

-Come porti il cappello? - esclamò mio padre quando mi vide. - Coi calzonilunghi e col cappello sul naso ti prenderanno per il Signor Caterina.

Nonso chi fosse questo Signor Caterina; doveva essere un ridicolo dell'epoca. A meil ridicolo metteva terroree per evitarlo tirai il cappello in sulasciandomila fronte quasi scoperta.

-Guardac'è Cipistione! - disse lo zio Guglielmo quando mi vide col cappelloall'indietro.

Cipistioneera il soprannome di un tale di buona famigliaconosciutissimo in Firenzemache aveva il vizio di ubriacarsie quando si trovava in quelle condizioniportava il cappello sulla nuca. Mi ricordo che una volta questo Cipistione sigiustificava per la via con mio padre di questo suo difetto d'ubriacarsisostenendo che non era il vino che pregiudicavama i latticini. Egli diceva: “Se vo a un pranzobasta che ci sia un po' di cremaundolce colla pannami fa subito malee tantoda dovermi riportare a casa comese fossi ubriaco”.

-Bevi meno crema e meno pannaallora- gli consigliò mio padre.

-Che vuoi?!  Se non si gradissequello che viene offerto ad un pranzoè atto di scortesia.

Dunqueneppure il cappello all'indietroper non essere confuso con Cipistione. Eallora come si mette?

Andaida mia madre perchécome artistatrovasse lei il punto più estetico pertenere questo cappello.  Me lo mise in piano sulla testasi tirò due o tre passiindietro come se guardasse gli effetti delle ultime pennellate di un quadroepoi disse:

-Va'!  Puoi andarecosì stai bene;sembri un inglese.

Incontrailo zio Niccolò che tornava di fuorie appena mi vide il cappello in capo simise in silenzio a fissarlo; e poi:

- Va' piano saise no versi ogni cosa.

- Che cosa verso?

-Pari un manovale che porti su per la scala a piuoli un vassoio di calcina. Comesi fa a non sapersi mettere un cappello?

Bisognòche mi adattassi a mettere il cappello come andava andavaper farla finitanonessendo possibile dargli altre inclinazioniné altri piani. Mi rincresceva dinon poter esser sicuro di questa posizione del cappelloperché volevocomparire davanti a Filli in modo che tutto le facesse impressionee io me nepotessi compiacere; ma fu necessità accettare la cosa come erasperando che ilcaso avesse da supplire all'insuccesso di tante esperienze.

Tornòil tempo buonoed insieme le speranze d'incontrarmi con Filli; ed un giornoche dalla finestra terrena l'avevo vista in piazzaottenni il permessod'uscire. Vestii l'abito nuovomisi il famoso cappelloe scesi in giardino percogliere una cardeniache nascosi in tascaper metterla all'occhiello quandoavessi tirato dietro a me il cancelloe dopo speculato bene avanti d'uscire chenon fossi per incontrarmi con nessuno di casa.

Comparvisulla piazza colla cardenia all'occhiello. Camminavo un poco impacciato perchéi calzoni lunghiai quali non ero abituatoallegavano colle mutandee un po'perché ero in emozione per rivedere Filli.

Filliche saltava la corda secondo il solitomi veniva incontro senza riconoscermi;perciò mi fermaie quando mi fu dappressopiena di sorpresalasciò andarela corda in terra e corse per abbracciarmi.

Specialmenteperché chiuso in quel nuovo astuccio di vestitoricordo che al primo incontrofuor d'ogni mia volontàfui molto freddo verso di lei; e più specialmenteperché dubitai che le pigliasse di nuovo la fantasia di darmi un bacio. Ormaisapevo quali paurose conseguenze poteva avere il fatto. Le presi tutt'e due lemani in silenzioglie le strinsi fortee bevvi dagli occhi suoi la dolcezzache ne fluiva.

-Come stai bene vestito da uomo! sei ammirabile. Guarda! Mi hai anche portato unfiore e questo mi fa piacereperché questa notte ti ho sognatoe mi parevache tu mi empissi il grembo di rose.

Mirincrebbe che fosse un solo fiore quello che le offrivo. Avrei voluto averetante rosema di quella stagione le rose nel nostro giardino non fiorivano; delrestosarei andato a saccheggiarlo per portargliene.

-Fai bella figuravestito da uomo- ripresedopo essersi appuntata la cardeniasul petto. - Mi sembri Byron.

Nonsapevo chi fosse questo Byron. Avevo paura che si trattasse di un Cipistione od'un Signor Caterina dei suoi paesiperciò pieno di diffidenza le domandai:

-E chi è questo Byron?

-Un bellissimo uomoun poeta ingleseche tanto ha fatto per la patria mia. Acasa ne abbiamo il ritratto; ti farò vedere come ti somiglia.

“Menomale- pensai. - Vuol dire che ho il cappello in pianoperché mia madre lo hadetto quando si facevano le proveche sembravo un inglese”.

-Mi hai portato un fiore; sapevi allora che era la mia festa? Stasera alle sei finisco nove anni.

-Non lo sapevoe mi rincresce di non averlo saputo; ti avrei portati molti fiori-. “Li avrei rubati in giardino come la cardenia”pensavo fra me.

-Ma vieni con me... - disse Filli prendendomi per mano. - Vedi là? a sederesulla panchina vi è la madre mia con Giacomoessa ti vuol dire una cosa. Sistava qui a farti la posta.

“Chemi vorrà dire? - riflettevo fra me. - Con questi padricon queste madri sempreper i mezzii momenti di gioiache godo della presenza di Fillirestan semprebrevi e oscurati dall'ansia”.

Lamadre di Filli mi salutò con un grazioso sorrisoe volle che sedessi accanto aleimentre Filli stava in piedi davanti a noi.

-Stasera Filli finisce l'anno alle seie in quell'ora noi beviamo alla suasalute un bicchiere di champagne e mangiamo dei dolci; e siccome essa midice che tu le sei grande amicoti invitiamo a venire a casa nostra. Possiamo contare sulla tua presenza?

-Graziesignora; farò di tutto per esserci; ma occorre che ottenga il permessodei miei- risposi un poco timidamente.

-Va'se credia chiedere subito questa licenza; anche il padre di Filli hatanta simpatia per te; sarebbe per lui una contentezza che tu ci fossi.

Mialzai un po' soprapensierosalutai la signorae a passi lenticon Filliaccantomi avviai verso casa.

-Tu verrai? dimmi che verrai; sii compiacente con meche ti voglio tanto bene.

Aquesto punto buttai da parte ogni retropensiero e con l'energia d'un uomodicui non mi credevo capacele risposi:

-Ma ancora io ti voglio tanto benee tanto più di quello che tu possa supporre. Non ho altro pensiero che di te; tu mi hai presa l'anima intiera; mapenso con dolore che mentre tantiche son più grandi di noihanno dellesperanze nei loro affettila nostra minuscola età non ce ne consente alcuna.

Aquesto mio discorsoo presso a poco di discorsoche per la prima volta aprival'animo mio a Filli senza veli e senza reticenzeessa si mise a piangere. Io mifermaila guardai e mi avvidi che non dalla cantonata dell'occhio scendevano lelacrimema in assidua fonticina sgorgavano dalla metà della palpebrae pensaiche quella diversa scaturigine del piantodovesse essere una caratteristicaspeciale greca.

-Ma FilliFilli mianon piangere; mi par di non averti detto coseche tidovessero portare fino a codesto.  Nonpiangereperché se fai piangere anche menel dolore non so essere garbato ecarino come te; quando piango io bercio più forte d'un asino che ragliaeallora correrà tua madrecorreranno quelli di casa mia; come sigiustificherebbe poi questo tumulto?

EntròFilli nell'atrio di casa miale asciugai le lacrime colla pezzuola; non labaciaibenché mi ci sentissi spinto; però la strinsi al petto un secondominutoe poi le dissi:

- Vedrai che stasera verrò da te.

- Giuramelo.

Invita mia promettere è stato sempre come giurarema in quella circostanzafuori di me dall'emozionenon rifuggii dalla solennità del giuramentoequando ci lasciammo le ripetei:

-Ho giurato che verròe puoi contare che qualunque cosa mi possa accadereprima delle sei sarò a casa tua; ma tu mi devi promettere di non piangere piùperché le tue lacrime mi fanno pena quanto e più se vedessi un poverellomorire di fame. Io non ritorno in piazza; aspettami a casa tua alle sei; find'ora puoi dire a tua madreche ho ottenuto il permesso.

Ilbel gesto l'avevo fattocon Filli. Alla volata mi ero slanciato; ma ora ilmomento serio era quello di chiedere e anche di ottenere questo permesso. Vi eral'abitudine in casa chese le persone non si conoscevano per relazionelaprevenzione era controe non si dovevano frequentare. Le famiglie senzaeccezione dovevano essere del primo cerchio delle mura di Firenzeoppure cheavessero avuto un antenato alla prima crociata; la seconda crociata cominciavaad esser sospetta; figuriamoci poi la famiglia di Filliche erano deglistranieri di chi sa dovee non si poteva sapere a far che venuti a Firenze. Epoiè un'abitudine ormai inveterata nella disciplina di tutte le famiglieilnegare tutto ai ragazzianche le cose più futili e innocentiper solo sfoggiodi autorità.

Domandaise mio padre era in casae mi fu risposto che era fuori. Chiesi a Teresa dovefosse mia madree mi disse che dipingeva.

-A quest'ora?

-Sono le quattro e tre quartiche ora crede che sia?

Un'orae un quarto alle sei; mi restava ancora del tempo per riflettere. Ma il guaio si era che se andavo da mee mia madre mi avesse negato diusciremi sarebbe mancato dopo l'animo a risoluzioni energiche; perciò misi aparte mio fratello Aldo e mio cugino Carlo dell'invito avutoe incaricai lorodi andare a domandare per me questo permesso a mia madre.

Essipieni di buona volontàandaronoed io li attendevo col cuore in palpitazionegiù al pian terreno.

Stetterotanto a ritornareche mi parve un secolo; finalmente eccoli di ritornoe miofratello Aldo mi riportò la rispostache non mi dava molto da sperare.

-Ha detto mamma che tu salga su da teperché non ha capito niente.

Liavrei presi tutt e due a scappellotti.

- Che cosa gli avete detto?

- Questoquesto e questo.

- E allora come ha fatto a non capire?

Infilaila scalae pieno di ardire mi presentai a mia madrelasciando che essaparlasse per la prima.

-Ci sono stati qui Aldo e Carlo a dire che stasera sei invitato a cena fuori.

-Ma non ho detto a cena! Ho detto che sono stato invitato a mangiare dei dolciqui in via Barbano alle seiper il compleanno di uno dei miei piccoli amici.

-Sia pure come tu dici; ma l'ora è tardae poi senza il consenso di tuo padreio non mi sento l'autorità di mandarti in case che non conosciamo. Va' aspogliarticarosarà meglio.

Rimasidi ghiaccio. Guardai l'orologio sul caminetto; segnava le cinque e venticinque;ero lì muto e senza decisioniquando mia madreleggendomi in volto losconfortoseguitò:

-Se tornasse tuo padreperorerei io per farti ottenere quello che chiedi; ma perl'appunto ha detto che stasera non si aspettasse a pranzoperché avrebbetardato.

Vedevoche a mia madre doleva di darmi quel rifiuto; ma questo non era quello che mipremesse; onderepentino girai sul tacco e me ne venni; ed essadubitando dalmio contegno di un atto di ribellionechiamò Teresaperchésenza cheapparissesorvegliasse l'uscita di casa; ed io di questa sorveglianza miaccorsi. Guardai ancora un orologio; segnava venti minuti alle sei! A questopunto chiamai mio fratello e mio cugino; li condussi in giardino e dissi loro:

-Ho detto di andare e vado. Dalla porta di strada non si passa perché vi è laTeresa a far la ronda; alla scuderia su via delle Officineho vistola portaè chiusa a chiave; ma io voglio andareanche se dovessi passare su dellesbarre arroventate.  Ho immaginatauna viache nessuno poteva supporre; in mia assenza voi fate per me quello chepotetemi raccomandoe vi sarò riconoscente.

Ecosì dicendolasciandoli tutt'e due a bocca aperta a guardarmimi arrampicaisopra un leccio del giardino dalla parte del Philipsonmontai sul muroeagguantato un altro albero dalla parte di làmi lasciai scivolare nelgiardinochesenza esser vistotraversai di corsa. Con la stessa manovraarrivai ad arrampicarmi sul muro del giardino di Fillie di linon essendocialbericon un salto fui a terraandando subito a battere ai vetri di quellafinestra lungache tante volte avevo mirato dalla camera mia.

Fuuna festa il mio arrivo; mancavano soli cinque minuti alle sei.

Ancheil padre di Filli disse in sua favella un monte di cose per congratularsi conmee capivo come desiderasse che il suo Giacomo fosse svelto come lo ero io.

Quandoci fummo accomodati in circolola bottiglia di champagne fu stappataeallo scocco delle sei toccammo i bicchierie bevemmo alla salute di Fillifacendole ognuno i più festosi auguri. Quei brevi momenti per me furono unafelicità taleche non li ho mai dimenticatiesocchiudendo gli occhirivedola stanzail colore cilestrino delle paretila tavola tondai cristallamietutto mi risorge come mi si trovasse davanti. E quei brevi momenti li godetti davero filosofo; perché seinvece della burrasca che mi si preparava a casafosse stato lì fuori dell'uscio il boia pronto a mozzarmi la testanon sarebberiuscito a fare ombra al gaudio dell'animo mio per aver mantenuta la promessafatta a Fillie per trovarmi con leiin casa suain mezzo ai suoiche tantomi festeggiavano.

Volevosollecitare la mia partenza e ritornare per le vie d'onde ero venutosperandodi fare in tempoe rientrare in giardino prima dell'ora di pranzo; ma un pocoFilliun po' quell'altrofatto si fu chenon sapendomi schermireattardaietantoche era già scuro. Vi era di piùche lo champagne mi avevamesso un certo arzillo dentro di meda non aver paura in quel momento di tenertesta a mio padre se avesse avutoora che avevo i pantaloni lunghil'idea difrustarmi.

Unguaio serio era avvenuto e serio davvero; nel saltare il muro di Filli avevosentito certo cheil quale mi aveva leggermente trattenuto nello slancioedoveva essere un arpione confitto nel muro cheagganciando i calzonime liaveva strappati per la lunghezza di un palmo in sul di dietro.

“Vaiper unovai per cento- dissi a me- lo strappo si rammenda. Altro che di questo ci sarà da discutere a casa”.

Quandopotei venir viami obbligarono a passare dall'uscio di stradae alla svoltadella cantonatacome ebbi in vista casa miale cose di già le vedevo con menoarroganza di poco prima; la realtà s'imponevae la paura tornò in me a farcapolino.

Allaporta vi erano tre somare che tutte le sere venivano a portare il latte alla ziaLuigia. “Dunquepensai- trovo aperto”e subito infilai il portone.

Ilciucaioall'uscio di servizioriscuoteva dal servitore il prezzo del latte eiofuggiasco come una talpasgusciai in casa per di mezzo a loro.

-Eccoloeccolo è tornato il signorino! - si mise a urlare Leopoldo. - Teresalo dica alla Signorache non stia in penail signorino è rientrato in casa.

Invecedi andare al primo pianomi rifugiai nei sottosuoli per aver notizia di come simettevano le cosema il cuoco non sapeva nulla; il tinello era vuotosebbeneil lume vi fosse sempre acceso. Allora volai alla scaletta segreta che di giùmetteva al quartiere del nonno; maanche lìsilenzio. Vidi peròche nelsalotto rifletteva il lume di camera sua e ne arguii che il nonno vi fosse. Inpunta di piedisenza fare il menomo rumoredal buio guardai nella stanza evidi il nonno in poltrona che scrivevatenendo grossi mucchi d'argento davantia sé.

Stavoper tornarmene indietroquando sentii aprire in distanza un uscioe la voce dimio padre che tutto infuriato mi cercava.

-Dove è questa canaglia?  Dove s'è cacciato?  Piùpresto ha da cominciare con le donne! Se l'agguantolo castro come un gatto.

Nonavevo ben chiara l'idea della castraturama mi bastava quella che conoscevofatta ai marroni da farne bruciateper mettermi in sgomento; e siccomemi parevadal tono della voceche mio padre fosse in grande furia davverononsapendo come scampare al pericolomi misi carponi estrusciando come un serpedietro alla poltrona del nonno che era un po' sordoinfilai sotto il suo lettosenza che mi vedessee lìrannicchiatoattesi palpitante gli eventi.

Matutto era tornato in silenzio pel momento; quando dopo un po' l'uscio lontano siriapri e riconobbi la voce dello zio Cesare che celiando chiamava Miciopropriocome se chiamasse il gatto.

-Vieni fuoripiccinoc'è la trippa per te.

Maio non ero in vena di celienon mi fidavoavendo sentito mio padreinsatanassato a quel modo; per cui stetti fermo e rannicchiato sotto il letto.

Eccoche mio padre e lo zio Cesare vennero in camera del nonno.

-Ha visto lei Micio? - domandò lo zio Cesare.

-Nonon l'ho vistoperché? cosa è successo?

-È nascosto in casa- rispose mio padre- o è scappato fuorinon riusciamo atrovarlo. Ne ha fatta una delle sue.

-O che ha fatto?

-Ha visto che a tavola non c'era questo briccone? Beneegli è andato a farmerenda da una bambina sua coetaneama una bambina che è una bellezzaportentosa. È passato dal muro del giardino come un gatto innamorato.

-È proprio vero che i figliuoli dei gatti prendono i topi- disse il nonnorivolgendosi a mio padre. - Ma poiper una sciocchezza similenon bisognaimpaurire quel povero figliuolo come avete fatto.

-Ma si fa più per scherzo che per altro! - E questo lo diceva mio padre.

-Ci premeva trovarlo- aggiunse lo zio Cesareper sapere se aveva o non avevabisogno di mangiare.  Abbiamo mandato Leopoldo a vedere se fosse tornato fuori perla piazza. Ma ora pensosaiFerdinandodove si deve essere rimpiattato? inrimessa! deve essere di certo in scuderia.

-Dici beneandiamo a vedere.

Ein così diresi allontanaronopromettendo al nonno che non mi avrebbero fattonulla di male.

Nonpotevo stare eternamente sotto il letto del nonnoma non sapevo a quale partitoattenermi per ricomparire nel mondo e bisognava che ci ricomparissi e al piùpresto possibilesia per non fare stare in pensiero mia madresia per noninvelenire mio padree farlo deviare da quei benigni sentimenti che potevaavere verso di mee che avevo ascoltati coi miei orecchi di laggiù sotto illetto.  Pensavo di rifare la stradae sgusciare poi nel mio letto zitto zittolasciando andare per quella sera ildesinare.

Avevoripreso il cappello nuovoche tutto acquattato mi era rimasto sotto le spalle;mi ero in gran prudenza rigirato per portare la testa dove avevo le gambe estavo già per uscir fuoriquando udii mio nonno che si alzava dalla poltrona.Passeggiò un po' intorno al tavolino e poi sentii che apri la cassaforte. Dalrumore delle monete capii che le metteva nei sacchetti per riportarle dentro lacassaquando uno scudo gli cadde in terra. Vidi questo scudo guizzare sul pavimento e poi rotolando avviarsi dirittoa me e fermarsi a un dito dal mio viso.

“Orami trova di certo se viene a raccogliere la moneta”pensai; e per rimediare aciò mi venne in testa una cosa assai balorda; presi subito la moneta permandarla a ruzzolare nel mezzo della stanzama la posizione scomoda m'impedìil giuoco e la moneta tornò in là cadendo per piatto come se fosse venuta dalcielo.

Ilnonnoche io non vedevoma che di certo teneva d'occhio il lettononpotendosi piegare per non incontrare una lombagginevide lo scudo cheaffrancato da tutte le leggi fisiche del mondogirava per conto suo nellastanza; afferrò quindi il campanello per chiamare gente.

Corseil servo Leopoldo.

-Vedete un po'mi è caduto in terra uno scudoraccoglietemelo. Mi è accaduta una cosa curiosa; la moneta mi era andata sotto il lettoe dopo un secondo è tornata in qua da sécome se volasse.

Leopoldocome tutti i servitori fedeli e affezionatointese le cose in modo del tuttodiverso. Dal portamazze sfilò un bastone e cominciò a raspare sotto il lettoper tirar fuori la moneta.

-Ma no- diceva il nonno- non la vedete? la moneta è liin terra accanto altavolino.

MaLeopoldocon quella zucconaggine di servo fedele e affezionatoseguitò astrusciare la mazzacolpendomi nel nasoe così forteche mi sfuggi unlamento.

-Per diavoloc'è gente!

Eallora scappai fuori tutto polverosocol naso che mi sanguinavae col cappelloin mano tanto allattatoche pareva raccattato sopra un monte di spazzatura. -Il signorino! - esclamò Leopoldo pieno di stupore. - Mi rincrescema devoavergli fatto del male.

Ilnonno sul principio rimase stupefatto; poi si mise a ridereed io pure.

-V'è poco da rideresignorinov'è poco da ridere!ho dei brutti rapporti sulconto vostro.  Quando siete entratosotto il letto?  Leopoldoandate adavvertire che il bambino è in camera mia; è tanto che lo cercano.

Ilnonno voleva seguitare la paternale; ma aveva risoe non gli riusciva più diritrovare l'intonazione che gli abbisognava; per cui bonariamente mi disse:

-Guarda in che stato ti sei ridotto. Pare che sotto il letto Leopoldo si dia pocacura di spazzare.

Tutticorsero in camera del nonnoanche Aldo e Carloa cui dal ridere la boccaarrivava agli orecchi; gli zii e mio padremia madrela servitù; tuttic'erano! Perfino il cuoco!  Mi pareva d'essere Gesù della canna mostrato alleturbe; molto più che neppure il sangue mancavae me lo stavo soffiando dalnaso con la pezzuolaper la botta ricevuta dalla mazza di Leopoldo.

Ognunomi volle dir la sua; i rimproveri non mi mancarono; il cappello spiaccicato passòda una mano all'altraseguito da un coro di deplorazioni; né alla Teresa sfuggìlo strappo ai pantaloni. Io tacevo guardando il suolo;... ma pensavo a Filli.

Lozio Cesare fu commosso dalla mia penosa condizionee fece come sogliono fare icarabinieri per salvare qualcuno dalla furia popolareche lo arrestano; miprese con ghigno severo per un bracciomi fece far largoe mi portò con ségiù per la scaletta segretache metteva alla cucina; nel tinello mi feceapprontare qualche cosa da mangiare; poimi accompagnò a letto dove caddisubito in letargo per lo champagne bevutoe anche per il consumo nervososofferto da tante e cosi diverse emozioni.

 

 

V.

 

Lamattinamolto per tempovenne la Teresa a svegliarmi e posandomi la colazionesul cassettone mi disse:

-Oggi bisogna che si vesta subito e faccia colazione in cameraperché alle noveparte tutta la baracca per la villa dell'Impruneta.

-Anche gli zii?  Anche Nonno? Vengono in villa anche loro?

-Nonno rimane a Firenzee cosi pure tutti gli zii; verranno fra qualche giorno;intanto ci avviamo noi. Ma che fa? si sbrighiperché alle nove ci si arrivapresto. Intanto prenderò i pantaloni strappati; ora li metterò da parteliraccomoderò in villa. Ma lei è proprio birba. Come si fa a far quel che hafattoe mettere una famiglia in convulsioni come ieri sera? Siamo stati a cercarlo per tutta la piazzaper le strade. Mah! se ero iosuo padreche vestito di rigatino le avrei fatto!

-Che c'entri te? che t'importa?

-Cosa m'importa?  Altro se m'importa! Si figuri che avevo mezza voglia di dargliene io un paioquando era aletto...

Mivestii come un automa; ingozzai la colazione come fosse stata una medicina;l'amaro interno mi serrava la gola; si doveva partire; non mi rimaneva temponeppure di dire addio a Filli. Avevo presenti le sue lacrime del giorno avanti;ed ora mi toccava a partire come un maleducatosenza rivederlasenzasalutarla.

“Qualpena è l'amoree poi questo amore! - pensavo. - Almeno gli altri innamorati siscrivonomentre noi saremo separatie fino a novembre quando si riaprono lescuolenon ci potremo rivedere. Quella poverina avrà voglia di saltare lacorda attorno casa mia! Cercherà di vedermied io non ci sarò. Mi crederàammalatoe non avrà coraggio di cercare mie nuovee piangerà; piangerà comeieried io sarò lontano e non potrò asciugarle le lacrime. Dio mioabbiatepietà di lei”.

Tornòla Teresa in questo momentoaveva già il cappello in capo.

-Viasignorinola carrozza è pronta; è già alla porta.

Avevoil dovere di dare il buon giorno a mio padrea mia madre ed al nonno. Andai incamera di loro; ma i miei genitori erano già scesi a salutare il nonno eprendere congedoe ve li raggiunsi; lì seppi che mio padre sarebbe venuto lasera alla villae questoa dir veromi fece piacereperché per la stradatemevo ritornasse sulle storie della sera avanti.

Compiutoil cerimoniale del buon giorno e del congedoritornai in camera mia per dareuna guardata alle finestre di Filli. Erano chiusené ci vedevo nessuno. Ormail'amaro calice della separazione era prontoné si poteva evitare di portarloalle labbrae per abbreviarmi ogni agoniaandai a sedermi in carrozzadoveerano già la Teresa e mio fratello Aldoe per partire non si aspettava altrose non che mia madre scendesse. In questo piccolo intervallo venne lo zio Cesareallo sportello della carrozzafece molti scherzi a mio fratello ed a mee poiaiutò mia madre a salire.  Quandochiuse lo sportelloper burlare mi disse: - VediMicio; tu vai a divertirti;mentre al povero zio tocca rimanere a Firenze a fare le cose di scuola.

Lacarrozza si mosseed io allungavo il collo per guardare la piazzanellainsulsa speranza di vedere Filli. Quando si voltò in via Sant'Apollonia e chela piazza si andava perdendo di vistami sentii un groppo alla golala boccami si storse in un garbaccioe cominciai a piangere a dirotto.

Miamadre sorpresa mi domandò:

-Che c'è ora da piangere?

-Mi rincresce che lo zio non venga a divertirsi con noi- le risposi fra unsinghiozzo e l'altro; e ricominciai un pianto convulso che mi strozzava.

-Giàgiàho intesoè lo zio!? Vien quiviemmi accantopoggia la testa sume e dammi la mano; non pensare a nulla. Con cotesto carattere avraipoverinoa passare le tue nel mondo!

Sicrederà che io abbia trascorsa la villeggiatura in malinconia e in cupipensieri. Mentirei se dicessi questo.

Pensavoa Filliquesto è vero; ci pensavo sempremi doleva di non avere sue nuove; mami ero adattato e mi andavo consolando nel considerare come il tempo passiprestoe come il tre di novembre saremmo tornati a Firenzedovendo verso queltorno di tempo essere a scuolaalmeno secondo quanto aveva detto mio padre.Frattanto saltavo e scavallavo pei boschi e pei prati.

Ognitanto praticavo un cerimoniale occulto dedicato al mio amore. Mia madreperandare a dipingereaveva fatto portare nel punto più ombroso un masso giù peril viale che conduce alla villa; i contadini nostrianche ora che la poveramadre mia è mortachiamano questo masso il siedere della padrona. Su quel massoa furia di fiorellini colti nei pratiscrivevoin maiuscolo: Filli ah!

Quell'ah!figurava un sospiro. Nell'insieme non era una grande espressione poetica; sipoteva far di meglioma a me bastava; stavo un pezzo a considerare il miolavoro florealepoi con una mano scancellavo tuttoe me ne andavo col cuore inpena.

Qualchevolta mi arrampicavo sopra un monte lì pressodal quale si scorge Firenzeedorientandomi colla cupola del Duomo che vedevoarrivavo a raccapezzare dovepoteva presso a poco rimanere la via di Barbanoepiù preciso che potessimandavo baci in quella direzioneperché il vento li portasse a Filli.

Glialtri anniquando si chiudeva la villeggiaturaera sempre un giorno disgomento per noi ragazzi. Sorgeva subito dinanzi inesorabile lo spettro dellascuolae ci si profilavano le angustie della cittànella quale l'arialaluce e la libertà ci venivano ripartite a misura molto contata e limitata.

Quasisempre l'esodo verso Firenze per la chiusura della villeggiatura era il giornodei Morti. Di solito si aveva una giornata rigida e piovigginosae le stradepiene di fango; veniva attaccata una carrozza scomodaantipaticache ilcocchiere chiamava la vitraggineperché era un legno aperto con unacopertura a vetri posticcia; il rintronio dei vetri assordavae tantochedentro non ci si intendeva a discorrerespecialmente quando la carrozza passavasull'inghiarato della via.

Sipartiva di villa come un gran carico di malinconiacoll'ineffabile sconfortoche dà la vista di un trasporto funebre con un carro di terza classe.

Quandosi arrivava alla Porta Romana il batter di mazza dei magnani ci rintronava leorecchie disusate ai forti rumori; un odore di castagne arrostite si spandevanell'ariae il lamentoso grido del venditore di stoie e quello deglispazzacaminiche s'incontravano per le vie della cittàfacevano piombarel'animo in un mare di tristezzatetro ed ampioquanto il pensiero della morte.

Quellavoltaper quanto il tempo fosse perfidoe la vitraggine noiosa come alsolitonella gita di ritorno in città l'animo mio esultava. Il pensiero diFilli era assorbente; rigettava lontano la importuna reminiscenza della scuolae quasi ridevo del muso acerbo che facevano Aldo e Carloper i quali il doloredel ritorno in città non aveva compensocome lo aveva per me.

Appenascesi a casa nostrasiamo andati a fare i convenevoli al nonno e a salutare gliziiche erano tornati già da due giorni in Firenze; ma iocome prima mi fupossibilecorsi in camera miaaprii la finestracercando di far sapere aFilli che ero tornatoe per tentare di vederla.

Lepersiane di Filli erano apertema con le finestre chiuse. Vedevo la stessatenda della stanza dalla vetrata lungatutto come era prima; ma Filli non sivedeva. Imprecai alla cattiva stagioneperché se il tempo non fosse stato cosicattivo l'avrei di certo prima o poi scortaed essa avrebbe dovuto accorgersiche ero tornato.

Lescuole si aprivano dopo San Martino; perciò avevo ancora davanti a me deigiorniprima che mi venisse meno il tempo per cercarla; ma io ero impazienteequalche momento mi sentivo spintose non mi fosse rimasto presente il finimondodell'altra voltaa rifare la via degli alberi e dei giardiniper andare abattere a quella inesorabile finestrache non si aprivaper quantopietosamente la mirassi.

Studiaprogettacombina fra me stesso per potermi riavvicinare a Filliuna mattinafinalmentecon la scusa di portar fuori un cane da cacciacomprato in queigiorni dallo zio Cesarepotei uscireenon importa dirloandai subito a dareuna passata sotto le fìnestre di Filli. Anche da quella parte tutto come prima;ma né Filliné Giacomoné sua madrené suo padresi facevano vivi.Mentre stavo lì melenso a guardare porta e finestrauscì la loro donna diservizio.  Mi si allargò il cuore.

Misalutòed io mi feci ardito di fermarla per domandarle:

-I vostri padroni stanno bene?

-Stanno bene; ma io non sto più con loro; sono rimasta colla nuova affittuariadel quartiere ammobiliatoche è una vecchia signora inglese; loro fino dalprimo del mese sono andati a stabilirsi a Prato.

Bumh!!!Un'archibugiata carica a veccioniche tirata dappresso investisse in pieno unmiserello scricciolo saltellante nella macchiaavrebbe fatto meno strazio delsuo corpo di quelloche fece dell'anima mia la inaspettata notizia.

Lacapinerache trovi il suo nido disertato dalla serpe; una madreche d'unsubito si veda spirare la sua creatura sana e vegeta fra le bracciapossonoaver provato quanto provai io in quel momento. Sentivo come un artiglio diferroche nel petto cercasse di strapparmi i visceri.

Corsivia come pazzoandai a rimpiattarmi nel luogo più appartato di tutta la casamia... e piansi; piansi tanto!

 

 

VI.

 

Daquel giorno non vidi più Filliné seppi nuova di lei. Solamente qualche annodoponon ricordo da chimi fu detto che era stata sposa di un ufficiale dicavalleria.

Mezzosecoloe piùè passato; una selva di anni si è messa di mezzo fra queigiorni d'amore e di doloree l'oggi; ma l'immagine di Fillichiaracolorita efulgenteè sempre viva nella mia memoria e nel mio cuore.

Hovissuto anch'io; sul lungo cammino della mia vita ho incontrato delle donne; mail giuoco dell'amore non era più quello; era cosa tutt'affatto diversaetroppo più meschina. Era la prosa rude. L'eterna poesiala pura fiammal'innocente affettoil sublime della tenerezza dell'anima mia si erano ormaiprecocemente consumati sull'altare di Filli.

Segli auguriche ho sempre fatti per leifurono esauditiessa deve essere statala più fortunatala più felice fra le donne.

Nonso se si sarà ricordata di me. Molto facilmente può essere di no; ma questonon toglierebbené scemerebbe mai la religione mia per la sua memoria.