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Platone

Protagora

Platone Protagora

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Platone

PROTAGORA

PROTAGORA di Platone Traduzione di Augusta Festi VERSIONE ELETTRONICA - PER INON VEDENTI -

CURATA DA AMEDEO MARCHINI (I numeri fra parentesi si riferiscono alle noteposte al termine del testo)

AMICO: Da dove salti fuorio Socrate? Ma è chiarosicuramente torni dallacaccia al bell'Alcibiade!(1) L'ho visto ieri

l'altroe mi è parso ancora un bell'uomoe tuttavia ormai uomosia dettofra noio Socrateche si è già quasi coperto di

barba!

SOCRATE: E con questoallora? Non sei ammiratore di Omeroil qualesosteneva che l'età più grata è quella di

colui al quale spunta la prima barba(2) appunto l'età che ha ora Alcibiade?(3) AMICO: E ora che fai? è veramente da

lui che vieni? E in che disposizione d'animo èil giovanottonei tuoiriguardi?

SOCRATE: Buonaalmeno mi è sembrato; anzioggi in modo particolare!

Ha fatto molte affermazioni in mio favoreper aiutarmied è proprio da luiche vengo adesso. Ma voglio confidarti

una cosa ben strana: benché egli fosse lìio non gli prestavo attenzionee più di una volta mi dimenticai della sua

presenza.

AMICO: E che potrebbe mai esser successo di tanto grave fra te e lui?

Dì certo non avrai incontrato qualcun altro più bello di luinon in questacittàalmeno!(4) SOCRATE: E molto più

belloper giunta!

AMICO: Che dici? Un cittadino o uno da fuori?

SOCRATE: Uno da fuori!

AMICO: Di dove?

SOCRATE: Di Abdera.(5) AMICO: E un forestiero ti è sembrato essere cosìbello da apparire ai tuoi occhi

addirittura più bello del figlio di Clinia? (6) SOCRATE: E come potrebbeocarissimonon apparire più bello il più

sapiente?

AMICO: Ma allorao Socrateè dall'incontro con un sapiente che sei diritorno da noi?

SOCRATE: E col più sapiente dei nostri giornise anche tu stimi Protagorail più sapiente! (7) AMICO: Oh! Che

dici? Protagora è in città?

SOCRATE: Sono ormai tre giorni che è qui!

AMICO: Ed è proprio dall'incontro con lui che vieni?

SOCRATE: Certo! E dopo aver detto e ascoltato molte cose.

AMICO: Perchéalloranon ci racconti di quest'incontrose non c'è nullache te lo impedisca? Siediti qui! Fa' alzare

questo schiavo!

SOCRATE: Sicuro! Anzivi sarò grato se mi ascolterete.

AMICO: E noi saremo grati a tese parlerai.

SOCRATE: La gratitudine sarebbe allora reciproca. State a sentire.

La notte scorsaquando non era ancora l'albaIppocratefiglio diApollodoro e fratello di Fasone(8) bussò a gran

forzacol bastonealla mia porta; enon appena qualcuno gli aprìsubitoentròin gran frettae chiamando a gran voce:

«O Socrate!»disse.

«Sei sveglio o dormi?». Ed ioriconosciuta la sua voce: «Ippocrate»dissi«sei tu? Mi porti forse qualche novità?»

«Nessuna»disse«se non buone novità!». «Faresti bene a parlareallora!»dissi. «Che c'è? Perché sei venuto a

quest'ora?» «Protagora è qui!»disse stando in piedi accanto a me.«Già da ieri l'altro»dissi.

«E tu l'hai saputo solo ora?» «Per gli dèi»disse«l'ho saputo ierisera!».

E intantocercato a tastoni il mio lettosi sedette ai miei piedi e disse:«Proprio ieri serasul tardiquand'ero appena

rincasato da Enoè;(9) m'era scappato uno schiavoSatiro. Stavo proprio pervenire a dirti che gli avrei dato la caccia

quando qualche altra cosa me ne fece dimenticare. Quando fui rincasatodunquee dopo che avevamo cenatoquando

stavamo ormai per andare a dormireproprio allora mio fratello mi disse cheera arrivato Protagora. Sul momento mi

accinsi a venire dritto da tepoi mi parve che fosse notte troppo inoltrata.

Manon appena il sonno mi lasciò libero dalla stanchezzasubito mi levai evenni qui». Ed ioconoscendo la sua

indole ardente ed impulsivagli dissi: «E che te ne importa? Ti ha forsefatto qualche torto Protagora?». Ed egli

scoppiando a rideredisse: «Sìper gli dèio Socrate! Il torto che luiè il solo ad essere sapiente e non rende tale anche

me». «Ma sìper Zeus»dissi io«che renderà anche te sapientesegli darai denaro (10) e lo convincerai!». «Per Zeus e

per tutti gli dèi!»disse. «Magari dipendesse da questo! Non risparmiereiun soldo né del mio denaro né dì quello degli

amici! Ma è proprio per questo che ora sono venuto da teperché tuinterceda presso di lui in mio favore: io sono troppo

giovane e per di più non ho mai visto Protagorané l'ho mai sentitoparlare. Ero ancora un ragazzino quando venne in

città la prima volta.(11) Ma tuttio Socrateelogiano quest'uomo e diconoche sia grande intenditore di eloquenza.

Perchédunquenon andiamo da luiper poterlo trovare in casa? Eglialloggiacome ho sentito direin casa di Callia

figlio di Ipponico.(12) Suandiamo!». Ed io gli dissi: «Non è ancora ilmomento di andareo mio caro; è troppo presto.

Alziamocipiuttostoe andiamo quiin cortile: passeremo il tempo apasseggiarvi aspettando che si faccia giorno; poi

andremo. Protagorainfattipassa la maggior parte del tempo in casa.Sicché abbi fiduciachecom'è probabile. lo

troveremo in casa».

Dopodichéalzaticiandammo a passeggiare in cortile. Ed ioper metterealla prova la forza d'animo di Ippocratelo

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esaminai e gli feci queste domande: «DimmiIppocrate»gli chiesi: «oratu ti appresti ad andare da Protagora a pagargli

un compenso in denaro perché ti prenda sotto le sue cure; ebbeneda chi tiaspetti di andare e che cosa intendi

diventare? Mettiamoad esempioche tu ti fossi messo in mente di andare daltuo omonimo Ippocrate di Cos(13)

l'Asclepiadea dargli del denaro come compenso perché si prenda cura di te;ebbenese qualcuno ti chiedesse: "Dimmi

Ippocratetu stai per pagare a Ippocrate un compenso; chi sei convinto cheegli siaper farlo?"tuallorache cosa gli

risponderesti?» «Gli risponderei»disse«che lo pagherei perché loconsidero un medico». «E con l'intenzione di

diventare che cosa?» «Di diventare medico»disse. «E supponiamoinveceche tu ti fossi messo in mente di andare da

Policleto di Argo (14) o da Fidia di Atene(15) a pagare loro un compensoperché si prendano cura di tee che qualcuno

ti chiedesse: "Tu hai in mente di pagare questa somma di denaro aPolicleto e a Fidia; ebbenechi sei convinto che essi

sianoper farlo?"che cosa risponderesti?» «Risponderei che lo fareiperché li considero scultori». «E nella speranza di

diventare che cosa?» «Sperandoovviamentedi diventare scultore!». «Esia»dissi. «Ora tu ed iogiunti da Protagora

saremo disposti a pagargli un compenso in denaro perché ti prenda sotto lesue curespendendo tutto i nostri averise

questi basteranno a convincerloaltrimentispendendo anche quelli degliamici; ebbenese unovedendoci prendere la

cosa tanto seriamenteci chiedesse: "Ditemio Socrate e Ippocratechivi aspettate che sia Protagora per pensare di

spendere da lui il vostro denaro?"noi che cosa gli risponderemmo?Quale altro nome sentiamo dire riferito a

Protagora?

Ad esempioriferito a Fidia sentiamo dire "scultore"e riferitoad Omero "poeta"; ebbenequale nome di questo tipo

sentiamo dire riferito a Protagora?» «Sofistao Socrate! Almenocosìchiamano quest'uomo»disse. «In quanto è

sofistaalloraandiamo a spendervi i nostri denai».

«Certo!». «E se qualcuno ti facesse quest'altra domanda: "E nellasperanza di diventare che cosa tu vai da

Protagora?"». Ed egliarrossendo (c'era già un po' di lucesicchélo si poteva vedere)disse: «Se questo caso somiglia ai

casi precedentiovviamente sperando di diventare sofista».

«Ma tuin nome degli dèi»dissi«non proveresti vergogna a presentartiai Greci in veste di sofista?» «Sìper Zeus

o Socratese bisogna proprio ch'io dica quello che penso!». «Ma forseoIppocratetu non pensi che l'istruzione che ti

verrà data da Protagora sarà qualcosa di questo tipoma che saràpiuttosto un'istruzione del tipo di quella che hai

ricevuto dal maestro di grammaticadal maestro di musica e dal maestro diginnastica: tu imparasti ciascuna di queste

discipline non in funzione dell'arteper diventare cioè professionista inessema solo in funzione della tua educazione

spiritualecome si addice al cittadino privato e libero». «è proprioquesto»disse«il tipo di istruzione che mi aspetto di

ricevere da Protagora».

«Saidunqueche cosa stai per fare orao questo ti sfugge?»continuai.

«Di che cosa stai parlando?» «Parlo del fatto che tu stai per affidare latua anima alle cure di un uomochecome tu

diciè un sofista. Che cosa poi sia un sofistami stupirei se tu losapessi. E se ignori questoallora ignori pure a chi

affidi la tua animae se questo si risolverà in un fine buono o cattivo».

«Ma io penso di saperlo»disse. «Dimmiallora: che cosa pensi che sia unsofista?» «Penso»rispose«checome

dice il nome stessoegli sia l'esperto della sapienza». «Ma questo»dissi io«lo si può dire anche dei pittori e degli

architettivale a dire che costoro sono gli esperti della sapienza. Ma sequalcuno ci chiedesse: "Di quale tipo di sapienza

sono esperti i pittori?"noi potremmo rispondergli che sono esperti diquel tipo di sapienza che mira alla realizzazione

di immagini; e anche negli altri casi potremmo ripondere nello stesso modo.Se qualcuno poi ci facesse questa

domanda: "Di quale tipo di sapienza è esperto il sofista?"noiche cosa potremmo rispondergli? Di produrre che cosa è

egli esperto?» «Che altro potremmo dire che egli èo Socratese nonesperto nel rendere abili a parlare?» «Forse»

dissi«la nostra definizione potrebbe anche essere vera; tuttavia non èsufficiente. Questa rispostainfattichiama

un'ulteriore domanda: su che cosa il sofista rende abili a parlare? Adesempioil maestro di cetra rende abili a parlare

della stessa cosa di cui rende anche espertiossia dell'arte di suonare lacetra.

Non è così?» «Sì». «E sia. Ma il sofistadi che cosa rende abili aparlare?» «Non è evidente che egli rende abili a

parlare proprio della cosa di cui rende anche esperti?» «è naturale. Mache cos'èalloraciò di cui il sofista è esperto e

su cui rende esperto il suo discepolo?» «Per Zeus!»disse. Non so piùche cosa risponderti».

Ed ioa questo puntogli dissi: «E allora? Sai in quale pericolo vai amettere la tua anima? Se tu dovessi affidare a

qualcuno il tuo corpo correndo il rischio che diventi buono o cattivofaresti molte considerazioni sull'opportunità di

affidarlo o noe cercheresti consiglio dagli amici e dai parentiriflettendovi molti giorni. Invecequando è in gioco ciò

che tu consideri più prezioso del corpovale a dire l'animadalla qualedipende la buona o cattiva riuscita di tutte le tue

azionia seconda che essa siarispettivamentebuona o cattivain questocaso non ti sei consigliato né con tuo padrené

con tuo fratelloné con alcuno dei tuoi amici sull'opportunità di affidareo no la tua anima a questo forestiero appena

arrivato da fuori; masaputo del suo arrivo la seracome tu raccontidiprimo mattino sei già quisenza far parola né

chiedere consiglio se tu debba o no affidarti a costuie sei pronto aspendere il tuo denaro e quello degli amicicome se

già avessi deciso che a tutti i costi bisogna frequentare la scuola diProtagorache del resto tu non conoscicome tu

stesso riconoscie con cui non hai mai conversato; che tu chiami sofista ehai tutta l'aria di ignorare che cosa mai sia

questo sofista al quale tu stai per affidare te stesso». Ed eglidopoavermi ascoltatodisse: «Così pareo Socrateda

quanto tu dici». «Dunqueo Ippocrateil sofista non è forse una speciedi mercante all'ingrosso (16) o rivenditore al

minuto di quelle merci di cui l'anima si nutre? A mealmenopare che siaqualcosa del genere». «Ma di che cosa si

nutre l'animao Socrate?» «Di conoscenzenon c'è dubbio»risposi io. Ebisogna tenere gli occhi bene apertiamico

mioche il sofistalodando la sua mercanzianon ci ingannicome fannoquelli che vendono il cibo del corpocioè il

mercante e il bottegaio. Costoroinfattidelle merci che trattanononsanno neppur essi quale sia buona e quale sia

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cattiva per il corpoma le lodano tutte pur di venderle.

E non lo sanno neppure quelli che da loro le compranoa meno che uno non siamaestro di ginnastica o medico.

Così anche coloro che trafficano in conoscenzeportandole in giro di cittàin cittàper smerciarle all'ingrosso o

rivenderle al minuto a chi di volta in volta le desideralodano tutto ciòche hanno da vendere. Ma forseo carissimo

anche fra costoro ci sono alcuni che ignoranodelle merci che trattanoquale è buona e quale è cattiva per l'anima.

E allo stesso modo lo ignorano anche quelli che da loro le compranoa menoche uno non sia medico dell'anima. Se

tudunquete ne intendi di quale di queste conoscenze sia buona e qualecattivaallora per te è un acquisto sicuro

comprarle da Protagora e da chiunque altro. Altrimentibadao carissimodinon giocarti e di non mettere a repentaglio

quanto hai di più caro. Infattic'è un pericolo ben più grandenell'acquisto di conoscenze che nell'acquisto di cibiperché

quando si comprano cibi e bevande dal bottegaio o dal mercante li si puòportar via in altri recipientieprima di

assumerli nel proprio corpobevendoli o mangiandolidopo averli riposti incasasi può chiedere consiglio

domandando a chi se ne intendesu quale vada mangiato o bevuto e quale noein che quantità e quando. Sicché

nell'acquisto non c'è grande pericolo.

Conoscenzeinvecenon se ne possono portar via in un altro recipiente; manecessariamenteuna volta saldato il

contoe assunta e imparata quella conoscenza proprio nell'animasi va via odanneggiati o beneficati. Queste faccende

dunqueesaminiamole anche con quelli più vecchi di noiperché noi siamoancora troppo giovani per risolvere

questioni di tale importanza. Ora peròvisto che ormai siamo in balloandiamo a sentire quest'uomo e poidopo che

l'avremo ascoltatoci consulteremo anche con altri.

Làinfattinon c'è solo Protagorama anche Ippia di Elide(17) epensoProdico di Ceo (18) e molti altri sapienti».

Presa questa decisioneci incamminammo euna volta giunti nel vestibolofermati i nostri passidiscutemmo di una

questione su cui la conversazionelungo la stradaera caduta. Dunquepernon lasciarla in sospeso ma portarla a una

conclusione e solo allora entrarepoiin casacontinuammo a discuterestando in piedi nel vestibolofinché arrivammo

ad un accordo. Ebbeneho l'impressione che il portinaioun eunucoci abbiasentitie può darsi chea causa della gran

folla di sofistifosse irritato con quelli che venivano in visita a quellacasa. Certo è chequando bussammo alla porta

dopo averci aperto e averci vistidisse: «Ahimè! Sofisti!

Non ha tempo!». E intantocon entrambe le manicon tutta la forza di cuiera capace sbatté la porta. Noiallora

tornammo a bussareed eglisenza aprire la portaper tutta risposta cidisse: «Gente! Non avete sentito che non ha

tempo?» «Mabuon uomo»dissi io«non è da Callia che veniamonèsiamo sofisti. Fatti animo! Siamo venuti perché

abbiamo bisogno di vedere Protagora. Annunciacidunque!». A quel puntodìmala voglial'uomo ci aprì la porta.

Una volta entratitrovammo Protagora che passeggiava sul lato anteriore delportico. Accanto a lui passeggiavano

in ordine di postoda una parte Callia figlio di Ipponico e il suo fratellouterinoParalo figlio di Pericle(19) e Carmide

figlio di Glaucone; (20) dall'altra partel'altro figlio di PericleSantippo(21) Filippide figlio di Filomelo (22) e

Antimero di Mende(23) che fra i discepoli di Protagora è quello che si fapiù onore e che impara il mestiereper

diventare a sua volta sofista. Quellipoiche seguivano costoro da dietroper ascoltare ciò che si dicevaper la maggior

parte avevano l'aria dì essere gente da fuoridi quella gente che Protagorasi tira dietro da ciascuna delle città per cui

passaincantandoli con la voce come Orfeo(24) e quelli seguono la sua voceammaliati.

E in quel coro c'erano anche alcuni del posto. Ed ioalla vista di questocorofui deliziato a vedere con che cautela

stavano attenti a non venire a trovarsi davanti a Protagora e a non esserglid'intralcioe a vedere comequando lui sì

giravae con lui si giravano quelli che camminavano al suo fiancoinbell'ordine questi uditori si dividevano facendo

ala da una parte e dall'altra egirando in circolotornavano a disporsialle loro spalle in bel modo davvero.

E dopo di lui conobbicome dice Omero(25) Ippia di Elideseduto su unseggio sul lato opposto del portico;

intorno a lui sedevano su panche Erissimaco figlio di Acumeno(26) Fedro deldemo di Mirrinunte(27) Androne figlio

di Androzione (28) etra i forestierialcuni suoi concittadinie altragente ancora. Mi parve che stessero interrogando

Ippia su questioni astronomichea proposito della natura e dei fenomenicelestie luidall'alto del suo seggiorisolveva

e spiegava quanto gli veniva chiesto.

E poi vidi anche Tantalo. (29) C'erainfattianche Prodico di Ceo: (30)stava in una stanza che Ipponico prima

usava come dispensa; ma oravisto il gran numero di quelli che avevano presoalloggio lìCallia aveva sgomberato

anche quella e ne aveva fatto un quartiere per gli ospiti. EbbeneProdicoera ancora a lettoavvolto in certe pelli e

coperteche erano davvero moltea quanto sembrava.

Vicino a lui sedevanosui letti lì accantoPausania del Ceramico (31) econ Pausaniaun giovaneancora

adolescentea mio giudizio di indole buona e onestae senza dubbio di granbell'aspetto.

Mi parve di sentire che il suo nome fosse Agatone(32) e non sareimeravigliato se fosse l'amato di Pausania. C'era

dunquequesto giovanotto e i due Adimantoil figlio di Cepide e il figliodi Leucolofide(33) e si vedeva altra gente

ancora. Di che cosa parlasseronon potevo capirlo dal di fuoriper quantoardessi dal desiderio di sentire Prodico

perché lo considero uomo sapientissimo e divino; ma la sua voce profondarimbombava nella stanza e rendeva

incomprensibili le parole.

Eravamo appena entratiquando dietro di noi entrarono Alcibiade il bello(34) come tu dicie io te ne do ragionee

Crizia figlio di Callescro.(35) Entrati che fummopassato ancora qualchetempo a osservare quello spettacoloci

avvicinammo a Protagorae io dissi: «O Protagoraè per te che siamovenuti io e questo Ippocrate».

«Per parlarmi da solo»disse«o anche davanti agli altri?» «Per noi»risposi«non fa alcuna differenza; piuttosto

quando avrai udito il motivo per cui siamo giuntisarai tu a decidere».

«Qual èdunque»disse«il motivo per cui siete giunti?» «QuestoIppocrate è uno di quifiglio di Apollodorodi

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famiglia importante e riccae lui stesso per naturami sembrapuòcompetere coi suoi coetanei. Ha l'ambizionemi

paredi diventare persona di spicco in questa cittàed è convinto chequesto gli riuscirebbe con particolare successo se

solo potesse frequentarti.

Ora vedi tuse pensi che di queste cose si debba discutere da solo a solooin presenza di altri».

«è giustoo Socrate»disse«che tu ti prenda di questi riguardi nelmio interesse. Per un forestieroinfattiche va

nelle grandi città e in esse convince il fiore della gioventù a lasciare lacompagnia degli altrisia dei familiari sia degli

estraneisia dei più vecchi sia dei più giovanie a frequentare lui nellasperanza di diventare migliori per effetto della

sua compagnia; ebbeneper chi fa questo è necessario esser molto cautiperché non piccole invidie nascono intorno a

queste coseper non dire di altri rancori e insidie.

Io affermo che la sofistica è un'arte anticama che quegli antichi che lapraticavanonel timore dell'odiosità che essa

suscitasi sono costruiti un paravento e ce l'hanno nascosta dietroalcuniil paravento della poesiacome Omero(36)

Esiodo (37) e Simonide; (38) altri quello dei riti e dei vaticinicomeOrfeo(39) Museo (40) e i loro adepti; mi sono

accorto poi di alcuni che perfino della ginnastica si sono fatti paraventocome Icco di Taranto (41) e colui che è tuttora

sofista a nessuno inferioreErodico di Selimbrianativo di Megara.(42) Siservìinvecedella musica come paravento il

vostro Agatocle(43) che fu grande sofistae come lui Pitoclide di Ceo (44)e molti altri. Tutti costorocome dicevoper

paura dell'invidia si servirono di queste arti come coperture. Ioinvecedissento in questo da tutti costoro: non credo

infattiche abbiano ottenuto ciò che speravano. In effettiagli uomini chehanno potere nelle città non passano

inosservati gli scopi che questi paraventi hanno.

Certola maggior parte della gente non si accorgediciamodi nientemaripete come un ritornello le dichiarazioni

di costoro. Orase unomentre tenta di sfuggirenon la fa francama lasua fuga viene scopertaè gran follia anche il

solo averla tentataedi necessitàquesto rende gli uomini molto piùostiliperché pensano che una persona del genere

siaoltre al restoanche un truffatore. Ioquindiho imboccato la stradaopposta alla loro: ammetto di essere un sofista e

di educare gli uominie ritengo che questocioè ammetterlo anzichénegarlosia una cautela più efficace dell'altra. E

oltre a questa ho escogitato altre precauzioniin modo checon l'aiuto diun dionon mi capiti alcun guaio per il fatto di

ammettere che sono un sofista. Eppuresono anni ormai che praticoquest'artee certomettendo insieme i miei anni

molti ne ho: non c'è nessuno fra tutti voi di cui ioper etànon possaessere padre. Sicchése avete qualche richiesta

preferisco di gran lunga che ne parliate di fronte a tutti i presenti».

Ed iosospettando che egli volesse farsi bello di fronte a Prodico e a Ippiae pavoneggiarsi del fatto che noi eravamo

arrivati lì perché suoi ammiratoridissi: «Perchéalloranon chiamiamoanche Prodico e Ippia e quelli che sono con

loroaffinché possano stare ad ascoltare?» «Sicuro!»disse Protagora.

«Voleteallora»chiese Callia«che faccia preparare una sala coi seggiperché possiate discutere stando seduti?».

Parve che così si dovesse faree noi tutticontenti al pensiero cheavremmo ascoltato quei sapientipresi da noi gli

scanni e le pancheli sistemammo vicino ad Ippiaperché lì c'erano giàaltri scanni.

In quella giunsero Callia e Alcibiadeportandosi dietro Prodicoche avevanofatto alzare dal lettoe quelli che si

trovavano insieme a Prodico.

Come ci fummo tutti sedutiProtagora disse: «Ora che anche costoro sonopresentio Socratedimmi pure ciò a cui

prima accennavi a proposito di questo giovanotto».

Ed io dissi: «Il motivo principale che ci ha spinti quio Protagoraè lostesso di cui poco fa ti dicevo. Questo

Ippocrate desidera frequentare la tua compagnia. Che cosa gliene verràfrequentandotisarebbe contentolui dicedi

saperlo. Questo è quanto avevamo da dirti».

Protagoraalloraprese la parola e disse: «Giovanottose mi frequenteraisin dal giorno medesimo che comincerai a

frequentarmipotrai tornartene a casa migliore di primae il giornosuccessivo la stessa cosa. E di giorno in giorno farai

continui progressi verso il meglio».

Ed ioudito ciòdissi: «O Protagoraquesto che dici non è nulla distupefacentema è normaledal momento che

anche tubenché così avanti negli anni e così sapientese qualcuno tiinsegnasse qualcosa che tu avessi la ventura di

ignorarediventeresti migliore. Ma la questione non va posta in questitermini: piuttostosupponiamo che Ippocrate

mutando improvvisamente desideriovolesse frequentare quel giovane che è dapoco in cittàZeusippo di Eraclea(45)

e cheandato da luicome ora è venuto da tesi sentisse dare da lui lastessa risposta che ora sente da tee cioè che ogni

giornoa frequentare luidiventerebbe migliore e farebbe progressi.

Orase gli facesse quest'altra domanda: "In che cosa mi assicuri chesarò migliore e farò progressi?"Zeusippo gli

risponderebbe che questo accadrebbe nella pittura. E supponiamo cheandato atrovare Ortagora di Tebe(46) dopo

aver sentito da lui le stesse cose che ora ha sentito da tegli chiedesse inche cosa diventerebbe di giorno in giorno

migliore frequentandoloquello gli risponderebbe che diventerebbe migliorenell'arte di suonare il flauto. Ebbeneè in

questi termini che anche tu devi rispondere a questo giovane e a me che tiinterrogo per suo conto: "Questo nostro

Ippocratefrequentando Protagorafin dal giorno stesso in cui prenderà afrequentarlo se ne andrà migliore di come è

venutoe così continuerà a fare progressi per ciascuno dei giornisuccessivi: ma progressi verso che cosao Protagorae

in quale campo?"».

E Protagoraudite queste mie domanderispose: «Le tue domande sono apropositoo Socrateed io rispondo

volentieri a chi fa domande appropriate. Se Ippocrate verrà da menon glicapiterà quello che gli accadrebbe

frequentando un altro sofistaperché gli altri sofisti rovinano i giovani;infattimentre costoro sono fuggiti dalle arti

quelli tornano a gettarli nelle artitrascinandoveli contro vogliainsegnando loro calcoloastronomiageometria e

musica»e intanto gettò un'occhiata verso Ippia. «Frequentando meinvecenon imparerà altro se non ciò per cui è

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venuto. E il mio insegnamento ha come oggetto il buon senso(47) sia nellefaccende privateossia come amministrare

al meglio la propria casasia negli affari della cittàossia comediventare abilissimo nel curare gli interessi della città

nell'agire e nel parlare».

«Dimmi»dissi allora«se riesco a seguire il tuo ragionamento: mi pareche tu stia parlando dell'arte politica e che

prometta di fare degli uomini dei buoni cittadini».

«è proprio questao Socrate»rispose«la professione che ioprofesso!».

«Bell'acquisto davvero»dissi«quest'arte che possiediammesso che tula possieda! Non ti dirò altro se non quello

che penso. Non credevoProtagorache questo si potesse insegnaremavistoche tu lo sostieninon ho motivo di non

crederti. è giustoperòche io spieghi l'origine della mia convinzioneche questo non si potesse insegnare né procurare

da uomo a uomo. Io sostengocome del resto anche gli altri Ellenisostengonoche gli Ateniesi sono molto sapienti.

Ebbeneio vedo chequando ci raduniamo in assemblease la città ha a chefare con questioni che riguardano la

costruzione di edificisi fanno intervenire in veste di consiglieri inmateria di costruzioni gli architetti; seinvecedeve

prendere qualche decisione circa la costruzione di navisi mandano achiamare i costruttori di navied è lo stesso il

criterio seguito quando si tratta di tutte le altre cose cheessi ritengonosi possano imparare ed insegnare. Ma se prova a

dar loro consigli qualcun altro che essi non stimano pratico dì quel datomestiereper quanto sia belloricco e nobile

non per questo lo ascoltanoma lo deridono ed esprimono il propriomalcontento levando un gran baccanofinché colui

che ha tentato di parlareinterrotto da quel baccanonon desista per contosuoo gli arcieri non lo tirino via e lo caccino

fuori per ordine dei Pritani. (48) Così agisconodunquein quellequestioni che essi ritengono dipendere da un'arte.

Quando invece si tratta di decidere circa l'amministrazione della cittàallora si leva a dar loro consigli su tali questioni

indifferentementel'architettoil fabbroil calzolaioil mercantel'armatoreil riccoil poveroil nobile e il plebeoe a

costoro nessuno rinfacciacome invece si rinfaccia a quelli del casoprecedentedi mettersi a dar consigli senza aver

prima imparato da qualche parte e senza aver avuto alcun maestro. è chiaroche questo accade perché non la

considerano cosa che si possa insegnare. E bada che questo non accade solonella vita pubblica della cittàma che anche

nella vita privata i più sapienti e i migliori cittadini non sono capaci ditrasmettere ad altri quella virtù che essi

possiedono.

Periclead esempiopadre di questi giovani(49) diede loro un'educazioneineccepibile in quelle cose che dipendono

dai maestrimentre in quelle cose in cui è egli stesso sapientené lieduca personalmentené li affida ad altrima lascia

che pascolino circolando liberamente come animali sacriaffinché possanoin qualche postoimbattersi da soli nella

virtù. E se vuoi un altro casolo stesso Pericleavendo la tutela diClinia(50) fratello minore del nostro Alcibiadee

nutrendo per lui il timore che venisse corrotto da Alcibiadelo staccò dacostui e lo mise in casa di Arifrone(51) perché

lo educasse; ebbeneprima che fossero passati sei mesiquello glielorestituìnon sapendo farne nulla di buono. E potrei

farti il nome di moltissimi altri uominicheper quanto buoni fossero essistessinon riuscirono mai a rendere migliore

nessun altroné dei familiari né degli estranei. Se iodunqueguardo aquesti casio Protagoranon penso che la virtù

sia insegnabile. Ma adesso che ti sento fare queste affermazionimi lasciopiegare e penso che quello che dici deve pur

valere qualcosaperché credo che tu abbia esperienza di molte cosechemolte le abbia imparate e molte le abbia

scoperte per conto tuo. Perciòse hai modo di mostrarci con maggioreevidenza che la virtù è insegnabilenon rifiutarci

questa dimostrazione».

«Ma ioo Socrate»disse«non mi rifiuterò! Preferiteinveceche iocome anziano che si rivolge a gente giovane

ve lo dimostri raccontando un mito o analizzandolo col ragionamento?».

Molti dei presenti gli risposero che lo dimostrasse pure come voleva.

«Allora»diss'egli«a me pare che sarebbe più gradito se io viraccontassi un mito.

C'era un tempo in cui esistevano gli dèima non esistevano le stirpimortali. Quando poi anche per queste venne il

tempo destinato per la loro creazionefurono dèi a foggiarlenell'internodella terramescolando terra e fuoco e quelle

sostanze che si fondono con fuoco e terra. E quando era destino che dovesseroportarle alla luceassegnarono a

Prometeo e ad Epimeteo (52) l'incarico di fornire e di distribuire facoltà aciascuna razza come si conviene. Ma

Epimeteo chiese a Prometeo di lasciar fare a lui la distribuzione:"Quando le avrò distribuite"gli disse"tu verrai a

controllare". Edopo averlo così persuasomise mano alladistribuzione.

Nel corso della distribuzionead alcune razze assegnò la forza senza lavelocitàmentre fornì le razze più deboli di

velocità. Certe razze le provvide di armi di difesaper altreinvececuiaveva conferito una natura inermeescogitò

qualche altra facoltà che assicurasse loro la salvezza. Infattiquellerazze che rivestì di piccolezzale provvide della

capacità di fuggire con le alio di rifugiarsi in tane sotterranee; aquelle che invece fece crescere in grandezzagarantì la

salvezza proprio con questo mezzo. E le altre facoltà le distribuì cercandodi compensarle in questo modo. Ed escogitò

questo avendo la cautela che nessuna specie potesse estinguersi. Dopo che leebbe provviste di vie di scampo dalla

distruzione reciprocaescogitò un efficace espediente perché siproteggessero contro le stagioni mandate da Zeus

vestendole di peli folti e di pelli spesseadatte a proteggerle dal freddo ecapaci di difenderle anche dalla calurae tali

chequando si mettono a dormireciascuna specie trovi in esse le sue coltripersonali e naturali. E alcune le calzò di

zoccolialtre invece le provvide di pelli spesse e senza sangue. In seguitoprocacciò certi cibi per certe speciealtri per

altre: ad alcune specie riservò le erbe della terraad altre i frutti deglialberiad altre le radici.

E vi sono specie cui concesse di trovare il loro nutrimento predando altrespecie animali. E fece in modo che le une

fossero poco fecondee che quelle destinate a esser preda di queste fosseroinvece molto prolificheal fine di assicurare

la conservazione della specie. Se non chenon essendo un tipo molto accortoEpimeteo non s'avvide di aver speso tutte

le facoltà con gli animali: gli restava ancora sprovvista la razza umanaenon sapeva trovare una soluzione. Mentre si

Platone Protagora

7

trovava impacciato in quest'inghippoPrometeo viene a controllare ilrisultato della distribuzionee vede che le altre

specie animali erano ben provviste di tuttomentre l'uomo era nudoscalzoscoperto e inerme. Ed era ormai vicino il

giorno predestinato in cui bisognava che anche l'uomo uscisse dalla terraalla luce. Prometeoalloratrovandosi in

difficoltà circa il mezzo di conservazione che potesse trovare per l'uomoruba ad Efesto e ad Atena la loro sapienza

tecnica insieme al fuocoperché senza il fuoco era impossibile acquisirla outilizzarlae così ne fa dono all'uomo.

Grazie ad essa l'uomo possedeva la sapienza necessaria a sopravviverema glimancava ancora la sapienza politica

perché questa era in mano a Zeus. Prometeo poi non aveva più accessoall'acropolidimora di Zeus; per di piùc'erano

anche le terribili guardie di Zeus. Egli allora s'introduce furtivamentenell'officina che Atena ed Efesto avevano in

comunein cui essi lavoravano insiemeerubata l'arte del fuoco di Efestoe quell'altra arte che apparteneva ad Atenala

dona all'uomo: di qui vennero all'uomo i mezzi per vivere. Ma in seguitocome si raccontaPrometeoper colpa di

Epimeteovenne punito per quel furto.

Epoiché l'uomo venne ad aver parte di un destino divinoinnanzi tuttoper via di questa sua parentela col diosolo

fra gli animali credette negli dèie si mise a innalzare altari e statue didèi.

In seguitocon l'arte presto articolò voce e paroleinventò dimorevesticalzarigiacigli e scoprì i cibi che venivano

dalla terra.

Così provvistiall'inizio gli uomini abitavano in insediamenti sparsienon esistevano città. Perciò morivano uccisi

dalle fierepoiché erano sotto ogni rispetto più deboli di essee l'arteartigiana che essi possedevano bastava loro a

procurarsi ciboma non era sufficiente alla guerra contro le fiere. Infattinon possedevano ancora l'arte politicadi cui

l'arte della guerra è parte. Cercavano quindi di unirsi e di salvarsifondando città. Mauna volta che si erano unitisi

facevano torti l'un l'altroperché non possedevano l'arte politicasicchétornando a disperdersimorivano. Zeusallora

temendo che la nostra specie si estinguessemanda Ermes a portare agliuomini rispetto e giustiziaperché fossero

regole ordinatrici di città e legami che uniscono in amicizia. Ermes chiedea Zeus in quale modo dovesse dare agli

uomini giustizia e rispetto: "Devo distribuirli seguendo lo stessocriterio con cui si sono distribuite le arti? Perché quelle

vennero distribuite in questo modo: uno solo che possieda l'arte medica bastaper molti che di quell'arte sono profanie

così per gli altri specialisti.

Ebbenegiustizia e rispetto devo distribuirli fra gli uomini con questocriterioo devo distribuirne a tutti?" "A tutti"

disse Zeus"che tutti ne diventino partecipi. Perché non potrebberonascere cittàse solo pochi di loro ne avessero parte

come accade per le altre arti. Istituiscianziuna legge per conto mio: chiè incapace di partecipare di rispetto e giustizia

sia messo a morte come flagello della città". Così stanno le coseSocratee queste sono le ragioni per cui gli Ateniesie

gli altriquando si tratta della competenza nell'arte di costruire o diqualunque altra competenza artigianacredono che

solo a pochi spetti il diritto di partecipare alle decisionie se unochesia al di fuori di quei pochisi mette a dare

consiglinon lo tolleranocome tu dici: e con ragionedico io. Quandoinvece si riuniscono in assemblea su questioni

che hanno a che fare con la virtù politicaquestioni che vanno trattateinteramente con giustizia e temperanzaallora

giustamentelasciano che chiunque dia il proprio parerenella convinzioneappuntoche a tutti spetti di partecipare di

questa virtùo non esisterebbero città. QuestaSocratene è la ragione.

Ma perché tu non creda di essere ingannato circa la mia affermazione chetutti ritengono che ogni uomo partecipi

della giustizia e di ogni altra virtù politicaeccotene la prova. In tuttele altre competenzecome dicise qualcuno

afferma di esseread esempioun abile suonatore di flautoo di essereabile in qualsiasi altra arte in cui invece non lo

siao ridono di lui o gli si adirano controed i suoi di casa vanno da luie cercano di farlo tornare in sé dandogli del

pazzo. Quando si tratta invece di giustizia o di qualsiasi altra virtùpoliticaanche se tutti sanno che uno è ingiusto

quando costui dica contro il proprio interesse la verità di fronte a moltagentela stessa cosa che nel caso precedente

veniva considerata saggezzacioè il dire la veritàin questo caso vieneconsiderata segno di pazzia; e sostengono che

tutti devono dichiarare di essere giustiche lo siano o noe che è pazzochi non finge di esserlo. E questo accade perché

sono convinti che ognuno debba necessariamentein un modo o nell'altropartecipare di questa virtùo chenel caso

contrarionon debba vivere fra gli uomini.

Il concetto che ti ho ora espresso7 dunqueè che gli Ateniesi accettano conragione che ogni uomo dia consigli

quando si tratta di virtù politicaper il fatto che sono convinti cheognuno partecipa di essa. E il prossimo concetto che

tenterò di dimostrarti è che questa virtù non è un dono di natura né delcasoma che è insegnabile e che chi la possiede

la raggiunge grazie all'impegno. Nel caso di quei maliinfattiche gliuomini credonogli uni degli altridi avere per

natura o per casonessuno si sdegnané ammonisce o ammaestra o rimproveraquelli che li hannoperché smettano di

essere talima ne provano pietà. Chi potrebbead esempioessere cosìinsensato da mettersi a fare una cosa del genere

coi brutticoi piccoli o coi deboli? Tutti sanno infattine sono convintoche queste cose vengono agli uomini perché

portate dalla natura o dal casoossia le belle qualità e i difetticorrispondenti.

Nel casoinvecedi quelle qualità che si considerano essere per gli uominifrutto di impegnodi esercizio e di

insegnamentoquando uno non le abbiaed abbia invece i difetti opposti aquelle qualitàsu costui e su quelli come lui

cadono collererimproveri e ammonimenti. E uno di questi mali èl'ingiustizial'empietàein sommatutto ciò che è

contrario alla virtù politica. è per questo che tutti si sdegnano controtutti e a tutti dispensano le proprie esortazioni

evidentemente perché sono persuasi che la virtù politica è frutto diimpegno e di studio. Se tuo Socratevorrai

considerare quale effetto può avere il punire coloro che commettonoingiustiziaquesto basterà ad insegnarti che gli

uomini considerano la virtù cosa che possa essere trasmessa. Nessunoinfattipunisce i colpevoli di ingiustizie in

considerazione del fatto che commisero ingiustizia e per questo motivoameno che unocome una belvanon cerchi

irrazionale vendetta. Ma chi tenta di punire razionalmentenon punisce perl'ingiustizia passataperché non potrebbe far

Platone Protagora

8

sì che ciò che è stato fatto non sia accadutoma punisce pensando alfuturoperché non torni a compiere ingiustizie né

quello stesso individuo né altri che lo veda punito.

E chi ha una tale opinionepensa che la virtù possa essere oggetto dieducazione: è per prevenzionedunqueche

punisce. E quest'opinione è condivisa da tutti coloro che punisconoe nellavita privata e in quella pubblica. E così gli

altri popoli puniscono e castigano coloro che essi ritengono colpevoli diingiustiziae non meno degli altri gli Ateniesi

tuoi concittadini. Sicchésecondo questo ragionamentoanche gli Ateniesirientrano fra quelli che credono che la virtù

possa essere trasmessa ed insegnata.

Chedunquea ragione i tuoi concittadini ammettano anche un fabbro o uncalzolaio a dar consigli negli affari

politicie che ritengano che la virtù si possa insegnare e trasmettereoSocrateti è stato dimostrato a sufficienza

almeno a mio giudizio.

Resta quindi ancora una difficoltà che tu non sapevi risolvere a propositodegli uomini valenti: perché mai quegli

uomini che sono valenti insegnano ai propri figli quelle altre cose chedipendono dai maestri e in queste cose li rendono

sapientimentre in quella virtù in cui essi stessi sono valenti non sonocapaci di renderli migliori di nessun altro. Su

questo puntoSocratenon ti racconterò più un mitoma ti farò unragionamento. Prova a considerare la questione in

questo modo: esiste o non esiste una cosa unicadi cui è necessario chetutti i cittadini partecipinoperché possa esserci

una città? Qui sta infatti la soluzione della difficoltà che tu poni e danessun'altra parte. Se dunque questa cosa esistee

se questa cosa unica non è né l'arte del costruttore né quella del fabbroné quella del vasaioma è la giustiziala

temperanza e la santitàe quella cheper chiamarla con un nome soloiochiamo virtù dell'uomo; ebbenese è questa la

cosa di cui tutti gli uomini devono partecipare e con cui ogni uomo deveimparare e fare ogni altra cosa che voglia

imparare o faree senza la quale non deve fare nulla; se chi non nepartecipa va istruito e punitosi tratti di fanciullo

uomo o donnafinché non diventi migliore attraverso la punizione; se chinon si sottomette alle punizioni e agli

insegnamentiva considerato inguaribile e cacciato dalla città o ucciso;sedunquele cose stanno cosìe sepur

essendo questa la sua naturagli uomini valenti insegnassero ai propri figlitutte le altre cose tranne questaconsidera

quanto sarebbero strani questi valentuomini!

Orache essi la considerino cosa che possa essere insegnatae nella vitaprivata e in quella pubblicalo abbiamo già

dimostrato. Ed essimentre essa è insegnabile e coltivabileinsegnano aifigli le altre coseper le qualinel caso le

ignorasseronon esiste la pena di mortee quella cosa invece per la qualenel caso non l'imparassero e non la

coltivassero fino a diventarne valentili attende la pena di morte el'esilioeoltre alla mortela confisca dei beni ein

una parolala rovina della casa; ebbeneproprio questa cosa non l'insegnanoe non se ne curano con tutto l'impegno?

Bisogna proprio crederloSocrate! Cominciando fin dalla più tenera infanziadei figli fino a che vivanocontinuano a

dar loro insegnamenti e ammonimenti. Enon appena uno comincia ad intendereil senso di quanto gli vien dettola

nutricela madreil precettore e il padre stesso si danno un gran da fareperché il bambino diventi quanto possibile

miglioread ogni sua azione o parola insegnandogli e mostrandogli:"Questo è giusto e questo ingiusto; questo è bello e

questo brutto; questo è santo e questo empio; queste cose falle e questealtre non farle". E questo se egli obbedisce di

sua spontanea volontà. Altrimenticome si fa con un legno storto e piegatolo raddrizzano a colpi di minacce e botte.

Più tardipoiquando lo mandano alla scuola dei maestriraccomandano lorodi curare molto di più la buona condotta

dei ragazzi che non l'insegnamento delle lettere e dell'arte di suonar lacetra. I maestridunqueli prendono sotto le

proprie cureequando sanno ormai leggere e possono capire il senso degliscritti come prima capivano il senso di

quanto veniva dettodanno loro da leggeresui banchiopere di validipoetie li costringono a imparare a memoria

quelle opere in cui abbondano ammonimentinarrazionielogi ed encomi divirtuosi uomini del passatoperché il

ragazzomosso da spirito di emulazioneli imiti e desideri diventare tale equale. I maestri di cetraa loro voltafanno la

stessa cosa: si prendono cura della loro temperanzae badano che i giovaninon facciano nulla di male. Poiuna volta

che abbiano imparato a suonare la cetrainsegnano loro le opere di altrivalidi poeti liricifacendole eseguire

coll'accompagnamento della cetrae fan sì che i ritmi e le armoniediventino familiari alle anime dei fanciulliperché

siano più mansuetietrovato maggior equilibrio e maggiore armoniasianocapaci di parlare e di agire in modo

benefico. Tutta la vita dell'uomoinfattirichiede equilibrio ed armonia.Ed ancoraoltre a ciòli mandano anche dal

maestro di ginnasticaaffinché abbiano corpi migliori da mettere alservizio di una mente sanae perché il cattivo stato

del corpo non li metta nella condizione di cedere alla paura in guerra e inaltre imprese. E queste cose le fanno coloro

che hanno maggiori possibilitàe ad avere maggiori possibilità sono i piùricchi: i loro figlimentre cominciano a

frequentare le scuole dei maestri in età più giovane rispetto agli altripiù tardi degli altri le lasciano.

E quando hanno lasciato la scuolala città a sua volta li costringe adimparare le leggi ed a vivere tenendole come

modelloaffinché non possano agire a proprio arbitrio ed a caso. Eintutto e per tutto come fanno i maestri di

grammatica con quei fanciulli che non sono ancora capaci di scriverechesolo dopo aver abbozzato con lo stilo le

tracce delle letteredanno loro la tavoletta e li fanno scrivere seguendo lelinee tracciatecosì anche la cittàdopo aver

segnato il tracciato delle leggiscoperte da antichi e valenti legislatoricostringe a governare e ad obbedire

conformandosi a quellee punisce chi si muova al di fuori di esse. E aquesta punizionequi da voi come in molti altri

luoghisi dà il nome di "raddrizzare"significando con questoche la pena raddrizza.

Orabenché vi sia tutta questa cura della virtù in privato e in pubblicotu ti stupiscio Socratee non sai capire se la

virtù sia insegnabile? Ma non bisogna stupirsenee anzi bisognerebbestupirsi molto di più se essa non fosse

insegnabile!

Ma perchéallorada padri valenti nascono figli buoni a nulla?

Eccotene la ragione: non c'è nulla di sorprendente in questose nelle mieprecedenti affermazioni dicevo il vero

Platone Protagora

9

quando cioè sostenevo che di questa cosaossia della virtùnessuno deveesserne all'oscuroperché una città possa

esistere. Ebbenese quello che dico è veroe lo è al di sopra di ognialtra cosascegli una qualsiasi altra occupazione o

scienza e rifletti. Se ad esempio non fosse possibile che una cittàesistessea meno che non fossimo tutti suonatori di

flautoognuno come ne fosse capacee a meno che tutti non insegnassero atutti quest'artee in privato e in pubblicoe

non coprissero di biasimo chi non suonasse benee se non si tenessegelosamente per sé la conoscenza di quest'arte

come ora nessuno tiene gelosamente per sé la conoscenza del diritto e dellelegginé la tiene nascostacome si fa invece

con la conoscenza delle altre arti (e questo avvieneio credoperché lagiustizia reciproca e la virtù è per noi un

guadagno: è per questo che tutti sono pronti a dire e ad insegnare a tutticiò che è giusto e conforme alla legge); se

dunquequesta fosse la situazione e noi avessimo tutto questo zelo e tuttaquesta generosità nell'insegnarci l'un l'altro

l'arte di suonare il flautopensi forseo Socrateche i figli di flautistieccellenti avrebbero maggiori probabilità di

diventare a loro volta eccellenti flautisti rispetto ai figli di flautistimediocri?

Io credo di no! Credo invece che diventerebbe famoso chi nascesse con le piùfavorevoli disposizioni naturali all'arte

di suonare il flautodi chiunque egli fosse figlioe ched'altra parteresterebbe senza gloria chi nascesse senza naturali

disposizioni per quell'artedi chiunque egli fosse figlio. E spessoanzida un grande flautista può nascerne uno

mediocreeal contrarioda un flautista mediocre può nascerne unoeccellente. Tuttiperòsarebbero flautisti

abbastanza abilise paragonati a coloro che di quest'arte sono profani e chenon s'intendono per nulla di flauto. E così

anche in questo casocredilo purequell'uomo che ti sembra essere uncampione di ingiustizia fra quanti sono stati

allevati nelle leggi e nel consorzio umanocostui ti darebbe l'impressionedi essere uomo giusto e anzi maestro in questo

campose ti trovassi a giudicarlo in confronto a uomini che non avesseroavuto né un'educazione spiritualené tribunali

né legginé alcuna forma di costrizione che li obbligassein ognicircostanzaa tener conto della virtùma fossero

selvaggi del tipo di quelli che l'anno scorso il poeta Ferecrate (53) portòin scena nel Leneo. (54) Certose tu ti trovassi

fra uomini del generecome i misantropi in quel corosaresti ben contentodi poter incontrare Euribate e Frinonda(55)

e ti lagneresti rimpiangendo la malvagità degli uomini di qui. Ora inveceSocratefai il delicatoperché tutti sono

maestri di virtùnella misura in cui ciascuno ne è capacee quindinessuno ti sembra essere tale. E come se tuper fare

un esempiocercassi chi è maestro del parlar greco: non ce ne sarebbe unoche ti parrebbe tale! Nécredoci sarebbe

qualcuno che ti parrebbe talese tu cercassi chi ha insegnato ai figli deinostri artigiani quell'arteappuntoche essi

hanno imparato dal padrenella misura in cui il padre e gli amici del padreche facevano lo stesso mestiere ne erano

capaci. Ebbenechi altri abbia insegnato loro l'arte e risulti quindi loromaestronon credo sia facile stabilirloo Socrate

mentre è senz'altro facile stabilire chi sia stato il maestro di chi era deltutto all'oscuro di una data arte. E così accade nel

caso della virtù e di tutte le altre cose. Se poi c'è qualcuno che cisuperi anche di poco nella capacità di farci strada verso

la virtùc'è di che esserne contenti. E io penso di essere precisamenteuno di questie di poter essere utilepiù di ogni

altro uomoa far diventare altri gente per benee di farlo in un modo chevale ben il compenso che io esigoe anche di

piùtanto che lo stesso discepolo è di quest'opinione. Per questo ho datodisposizioni che la riscossione del mio

compenso avvenga nel seguente modo: una volta che uno ha imparato da mesevuolemi paga il prezzo che io

stabilisco altrimentientrato in un tempiodichiara sotto giuramentoquantoa suo giudiziovalgono gli insegnamenti

ricevutie quel tanto poi mi paga.

E con questoSocrateti ho narrato un mito ed esposto un ragionamento cheti dimostrano come la virtù si possa

insegnare e come gli Ateniesi siano di quest'opinionee che non è cosa dicui stupirsi che da padri eccellenti nascano

figli buoni a nullae da padri mediocri figli eccellenti: anche i figli diPolicleto(56) coetanei di Paralo e Santippo (57)

qui presentinon sono nientese paragonati al padree così accade per ifigli di altri artefici.

Ma su costoro non è ancora il caso di emettere questa sentenza: in loroinfattivi sono ancora speranzepoiché sono

giovani».

Dopo essersi esibito in tante e tali dimostrazioniProtagora smise diparlare. Ed ioper molto tempo ancorarimasi

incantato a guardarlonella speranza che dicesse ancora qualcosatantogrande era il mio desiderio di starlo a sentire.

Ma quando mi resi conto che aveva veramente smessoalloracon l'aria diessermi a stento riavutodissirivolgendomi

a Ippocrate «Figlio di Apollodoroquanto ti sono grato per avermi spinto avenire qui! Considero infatti cosa di grande

valore l'avere udito ciò che ho appena udito da Protagora. In passato nonritenevo che i buoni fossero tali in virtù di

un'umana cura; orainvecene sono persuaso.

Se non fosse per un dettaglio che mi mette in difficoltàchecom'èchiaroProtagora saprà risolvere facilmente

visto che ha saputo spiegare a fondo tutto il resto. Se unoinfattis'intrattenesse su tali argomenti con uno qualsiasi

degli oratori politiciprobabilmente sentirebbe fare discorsi di questo tipoanche da Pericle o da chiunque altro abbia il

dono dell'eloquenza. Ma se poi si facesse a qualcuno di loro qualche altradomandaessicome libri scritti(58) non

avrebbero nulla da risponderené da chiedere a loro volta. E se unotornasse a chiedere chiarimenti anche su un

particolare di ciò che da loro è stato dettoalloracome fanno i vasi dibronzochepercossicontinuano per lungo

tempo a risuonare finché qualcuno non li prenda in manocosì anche iretoriinterrogati circa piccole questioni

tirerebbero avanti un discorso lungo un dolico. Il nostro Protagorainveceè capace di fare lunghi e bei discorsicome

mostrano questi che ha appena fattoma è anche capacequando lo siinterroghidi rispondere brevementeequand'è

lui a interrogaredi aspettare e di ricevere la risposta: cosaquestachea pochi riesce. EbbeneoraProtagorami manca

un particolare per avere un quadro completocioè che tu risponda a questamia domanda. Tu sostieni che la virtù è

insegnabilee se c'è uno fra gli uomini a cui posso crederequello sei tu.C'è una cosaperòche mi sono meravigliato di

sentirti direed è questo il bisogno che devi appagare nella mia anima. Atuo direZeus avrebbe mandato agli uomini la

giustizia e il rispettoedel restopiù volte nel corso del tuoragionamento hai parlato di giustiziadi temperanzadi

Platone Protagora

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santità e di tutte queste cose come se nell'insieme fossero una cosa solavale a dire la virtù. Ed è proprio questo quello

che vorrei tu mi spiegassi in modo precisocol ragionamentocioè se lavirtù è una cosa sola e la giustiziala

temperanza e la santità sono parti di essaoppure se questi che io ora homenzionato sono tutti nomi del medesimo ed

unico essere. Questo è ciò che ancora mi preme capire».

«è facileo Socrate»disse«rispondere a questa domanda: essendo lavirtù un'unica cosaquelle di cui tu mi

domandi sono parti di essa».

«E in che modo»gli chiesi«sono parti di essa? Nel modo in cui boccanasoocchi e orecchi sono parti del voltoo

nel modo in cui le parti dell'oro non differiscono in nulla le une dallealtrefra di loro e in rapporto al tuttose non in

grandezza o in piccolezza?» «Io direi nel primo modoSocrateossia nelmodo in cui le parti del volto stanno in

rapporto all'intero volto». «E gli uomini»dissi«partecipano chi diuna chi di un'altra di queste parti della virtùo è

necessario chequando se ne abbia acquistata unale si possiedaperquestotutte?» «Non è affatto necessario»rispose

«visto che molti sono coraggiosi ma ingiusti; oppure sono giusti ma nonsaggi». «Anche questedunque»dissi«sono

parti della virtùossia la sapienza e il coraggio?» «Al di sopra ditutto»rispose. «Anzila sapienza ne è la parte più

importante». «E ciascuna di esse»dissi«è diversa dalle altreparti?» «Sì». «E ciascuna di esse ha una sua particolare

funzione? Per esempionel caso delle parti del voltol'occhio non è comel'orecchioné la sua funzione è la stessae

nessuna delle altre parti è uguale all'altrané nella funzione che le èpropria né nel resto. Forse è così anche per le parti

della virtùche l'una non è uguale all'altrané in se stessa né nellafunzione che le è propria? Non è forse evidente che le

cose stanno cosìse il caso in questione somiglia all'esempio?» «Ma lecose stanno proprio cosìSocrate!»rispose.

Allora dissi: «Dunque nessun'altra parte della virtù è come la conoscenzané come la giustiziané come il coraggioné

come la temperanzané come la santità». «Non lo è»disse. «Suallora»dissi«esaminiamo insieme quale sia la natura

di ciascuna di esse. Prima di tuttoesaminiamo questo: la giustizia è unacosa reale o non lo è? A meinfattipare che lo

sia. E a teche te ne pare?» «Anche a me pare che lo sia»disse. «Eallorase qualcuno chiedesse a me e a te: "O

Protagora e Socrateditemi: questa cosa che avete appena nominatoossia lagiustiziaè essa stessa giusta o ingiusta?"

io gli risponderei che è giusta. E tu che voto daresti? Il mio stesso votoo un voto diverso?» «Il tuo stesso voto»

rispose.

«La giustiziadunquesi identifica con l'essere cosa giustadirei io inrisposta a chi me lo chiedesse. Diresti così

anche tu?» «Sì»disse. «E se alloradopo questaci facessequest'altra domanda: "Non dite che esiste anche una certa

cosa detta santità?"; noi risponderemmo che esistealmeno credo».«Sì»disse. «"E non dite che anche questa è una

cosa reale?"; noi risponderemmo che lo è. O no?». Anche su questo sidisse d'accordo. «"E dite che questa stessa cosa si

identifica con l'essereper naturacosa empia o cosa santa?". Io aquesta domanda andrei in collera»dissi«e

risponderei: "Bada a come parlio uomo! A stentoinfattipotrebbeesserci qualcos'altro di santose la santità stessa

non fosse santa". Ma tu che ne dici? Non risponderesti anche tu così?»«Certamente»disse.

«Se poi costui ci chiedesse: "Come dicevate poco fa? Forse allora nonvi ho capito bene! Mi è parso che voi

sostenevate che le parti della virtù stannole une rispetto alle altreinun rapporto tale che l'una non è come l'altra"; io

gli risponderei: "Il resto l'hai capito bene; quanto al fatto invece cheanch'io avrei affermato questohai frainteso: è stato

infatti il nostro Protagora a dare questa rispostamentre io glielo stavosolo domandando". Se quindi domandasse: "Dice

la verità costuio Protagora? Sei tu a sostenere che le parti della virtùsono una diversa dall'altra? E tua questa

affermazione?"tu che cosa gli risponderesti?» «Dovreinecessariamente ammetterloo Socrate»disse.

«EbbeneProtagorafatta questa ammissioneche cosa gli risponderemmoseci chiedesse: "La santitàalloranon è

tale da esser cosa santae la giustizia non è tale da esser cosa santamaè taleinveceda esser cosa non santa? E la

santità è tale da esser cosa non giustama ingiustae l'altravale adire la giustiziatale da esser cosa empia?". Che cosa

gli risponderemmo? Ioper me almenogli risponderei che sia la giustizia ècosa santasia la santità è cosa giusta. E

anche per tese tu mi lasciassi faredarei questa stessa rispostavale adire che la giustizia si identifica con la santitào

che almeno le è molto similee che la giustizia è uguale alla santità ela santità alla giustizia più di quanto non lo siano

fra loro tutte le altre parti. Vedidunquese non mi lasci dare questarispostao se anche tu sei di quest'opinione». «Non

mi pare affattoSocrate»disse«che la questione sia così semplice dariconoscere che la giustizia è cosa santa e la

santità cosa giusta; piuttostomi pare che vi sia una certa differenza. Mache importa?»proseguì. «Se vuoi

ammettiamo pure che la giustizia sia cosa santa e la santità cosa giusta».«Non mi va bene!»dissi. «Non ho alcun

bisogno che questo "se vuoi" e quel "se ti pare" siaoggetto di confutazionema che nella confutazione ci si riferisca a

"me e te".

E questo "me e te" lo dico nella convinzione che il miglior modo disottoporre il ragionamento a confutazione è

quello di togliere via quel "se"». «Ma del resto»disse«lagiustizia ha qualche somiglianza con la santità: qualsiasi

cosa assomigliaper un verso o per l'altroa qualsiasi cosa! Il biancoinfattiin un certo sensoassomiglia al neroil

duro al mollee così le altre cose che pure sembrano all'apparenza le piùcontrarie fra loro. Anche quelle cose che prima

dicevamo avere una diversa funzione ed essere l'una diversa dall'altraossiale parti del voltoper un certo verso si

assomigliano e sono l'una uguale all'altra. Sicchéin questo modo almenose tu volessipotresti dimostrare anche

l'ipotesi contrariacioè che tutte le cose sono simili fra loro. Ma non ègiusto chiamare simili le cose che hanno qualcosa

in comunecome non lo è chiamare dissimili le cose che hanno qualcosa didissimilese quello che hanno in comune è

ben poca cosa». Ed iostupitogli dissi: «Per teallorail giusto e ilsanto stanno fra loro in termini tali da avere in

comune ben poca cosa?» «Non è precisamente così»rispose«ma nemmenocome tu mi sembri pensare che sia!».

«Allora»dissi«visto che mi sembri avere una certa avversione perquest'argomentolasciamolo perdere ed

esaminiamo quest'altra tua affermazione. C'è qualcosa che tu chiamistoltezza?». Disse di sì. «E la saggezza non è

Platone Protagora

11

l'esatto contrario di questa cosa?» «Mi pare di sì»disse. «E quandogli uomini compiono azioni corrette e utiliti pare

che siano temperanti ad agire cosìo ti pare il contrario?» «Che sianotemperanti»disse. «E non sono forse temperanti

in virtù della temperanza?» «Necessariamente».

«E quelli che compiono azioni non correttenon si comportano forsestoltamente? E non è forse vero che non sono

temperanti se così si comportano?» «Pare anche a me»disse. «Ilcomportarsi stoltamente non è allora il contrario del

comportarsi in modo temperato?».

Disse che lo era. «E le azioni compiute stoltamente non sono forse compiuteper effetto di stoltezzamentre quelle

compiute in modo temperato lo sono per effetto di temperanza?» Lo ammise.«E se un'azione è compiuta con forzanon

è forse compiuta fortementementre se è compiuta con debolezza è compiutadebolmente?» Gli parve che fosse così. «E

se è compiuta con velocitàvelocementee se è compiuta con lentezzalentamente?». Disse di sì. «E quando un'azione è

compiuta in un certo modoè compiuta per effetto di quella certa cosae seè compiuta in modo contrarioper effetto

della cosa contraria?».

Si disse d'accordo. «Suallora»dissi«c'è qualcosa che sia ilbello?».

Lo ammise. «E c'è qualcosa che sia a questo opposto e che non sia ilbrutto?» «Non c'è». «Ed esiste il bene?»

«Esiste». «Ed esiste qualcosa che sia a questo opposto e che non sia ilmale?» «Non esiste». «Ed esiste una qualità nella

voce che sia l'acuto?».

Disse di sì. «Ed esiste una qualità che sia a questa opposta e che non siail grave?». Disse di no. «Allora»dissi io

«per ciascuna cosa esiste un solo contrario e non molti». Riconobbe che eracosì.

«Su allora»dissi«riepiloghiamo quanto abbiamo insieme convenuto.

Abbiamo convenuto che per ogni singola cosa esiste un solo contrario e nonpiù di uno?» «Lo abbiamo convenuto».

«E che l'azione compiuta in un dato modo contrario è compiuta per effettodi quella data cosa contraria?». Disse di

sì. «Abbiamo convenuto che l'azione compiuta stoltamente è compiuta inmodo contrario all'azione compiuta in maniera

temperata?».

Disse di sì. «E che l'azione compiuta in modo temperato è compiuta pereffetto di temperanzamentre quella

compiuta stoltamente è compiuta per effetto di stoltezza?» «Sì». «E sequest'azione è compiuta in modo contrario a

quellanon dovrebbe allora esser compiuta per effetto di una cosacontraria?» «Sì». «E l'una è compiuta per effetto di

stoltezzamentre l'altra lo è per effetto di temperanza?» «Sì». «Inmodo contrario?» «Certo». «Dunqueper effetto di

cose contrarie?» «Sì». «La stoltezza non è allora il contrario dellatemperanza?» «Così pare!». «Ti ricordidunqueche

nel precedente ragionamento abbiamo convenuto che la stoltezza è contrariaalla saggezza?» Lo ammise. «E che per

ogni singola cosa esiste un solo contrario?» «Sì». «AlloraProtagoraquale di queste due affermazioni dobbiamo lasciar

cadere: l'affermazione che per ogni singola cosa esiste un solo contrariooquella con cui si sosteneva che la saggezza è

diversa dalla temperanzae che l'una e l'altra sono parti della virtùecheoltre a essere diversesono anche dissimilie

in se stesse e nelle loro funzionicome accade per le parti del volto? Qualedelle due affermazioni lasciar cadere? A

sostenerle entrambeinfattiqueste due affermazioni non sono fra loro insintoniaperché non si accordano né si

armonizzano fra loro. Come potrebberodel restoaccordarsi sepernecessitàper ogni singola cosa esiste un solo

contrarioe non più di unomentre alla stoltezzache è una cosa solaappaiono contrarie saggezza e temperanza? E

cosìProtagorao le cose stanno in qualche altro modo?». Lo ammise anchese piuttosto malvolentieri. «Non

dovrebbero allora essere una cosa sola la saggezza e la temperanza? Delrestoprima ci è parso che la giustizia e la

santità fossero quasi la stessa cosa! SuProtagora»continuai«nonfacciamoci prendere dalla stanchezza ed

esaminiamo anche il resto.

Un uomo che commetta ingiustiziati pare che agisca con temperanza nelcommettere ingiustizia?» «Mi

vergognereio Socrate»rispose«ad ammettere questobenché moltiuomini lo sostengano». «A costorodunque

dovrò rivolgere il mio ragionamento»dissi«o a te?» «Se vuoi»rispose«discuti prima contro quest'affermazioneche

rappresenta l'opinione della maggior parte della gente». «Ma per me non faalcuna differenza se questa sia o non sia la

tua opinionepurché tu mi rispondaalmeno. Infattiè l'opinione in secio che innanzi tutto esaminoanche se forse poi

accade che ad essere esaminati siamo tanto io che interrogo quanto colui cherisponde».

Sulle prime Protagora fece il ritroso con noie adduceva la scusa chel'argomento era scabroso; ma poi accettò di

rispondere.

«Su»dissi«rispondimi da capo: esistono uomini che ti sembrano agirecon temperanza pur commettendo

ingiustizia?» «E sia»rispose. «Ma tu dici che essere temperanteequivalga ad essere assennato?». Disse di sì. «E dici

che l'essere assennato consiste nel prendere la giusta decisionequando sicommette ingiustizia?» «E sia»disse. «E in

quale dei due casi?»dissi io. «Quandocommettendo ingiustiziasi riescebeneo quando si falliscono i propri intenti?»

«Quando si riesce bene». «E ci sono cose che definisci buone?» «Ce nesono». «E sono buone»dissi«le cose che sono

utili agli uomini?» «Sìper Zeus!»rispose. «E ci sono cose che iochiamo buone anche se non sono utili agli uomini».

Avevo l'impressione che Protagora fosse ormai irritatoagitato e in allarmenel dare le sue risposte. Poiché lo vedevo in

questo statocon molta cautela delicatamente gli chiesi: «Stai parlandoProtagoradi cose che non sono utili agli

uominio di cose che non sono utili in generale? Anche cose di questo generetu le definisci buone?» «Niente affatto»

rispose. «Ma conosco molte cose che per gli uomini sono nocivecibibevandefarmaci e infinite altre cose; altre che

invece sono utili; altre che per gli uomini non sono né nocive né utilimalo sono per i cavalli; altre poi che lo sono solo

per le vacchealtre per i cani; altre ancora che non lo sono per nessunaspecie animalema per le piante. Efra queste

alcune fanno bene alle radici della piantama sono dannose ai germogli: perfare un esempioil letame è buono se viene

gettato alle radici di tutte le piantemase si volesse spargerlo sui ramigiovani e sui germoglimanderebbe tutto in

Platone Protagora

12

rovina. E anche l'olio è dannosissimo per tutte le piante e grande nemicodei peli di tutte le bestieeccetto i peli

dell'uomo; per i peli dell'uomocome per il resto del corpoè invecebenefico. Il bene è una cosa tanto varia e

multiforme cheanche nel caso dell'oliouna data cosa è buonaper l'uomoper le parti esterne del corpoe quella stessa

cosa è invece dannosissima per le parti interne. Perciò tutti i mediciproibiscono ai malati di far uso di oliose non in

minima quantità mescolato alle cose che il malato deve mangiarequel tantoche basta a cancellare la sensazione di

nausea che essi provano all'odore dei cibi e delle vivande».

Quand'ebbe detto ciòi presenti applaudirono fragorosamentesignificandocon questoche a loro giudizio aveva

parlato bene.

Allora dissi: «Protagorasi dà il caso che io sia uomo di poca memoriaese uno mi fa lunghi discorsidimentico

l'argomento di cui si parlava. Ebbenese mi accadesse di essere un po'sordopenserestitrovandoti a dover discutere

con meche con me bisogna parlare a voce più alta che con gli altri. Cosìanche oravisto che ti sei imbattuto in uno che

ha poca memoriaper me tieni pure corte le tue risposte e falle più brevise vuoi che ti segua».

«E come pretendi che io ti dia brevi risposte? Devo forse risponderti piùin breve del dovuto?»disse.

«Niente affatto»risposi io.

«Devo allora darti risposte lunghe quanto occorre?»chiese.

«Sì»risposi.

«Ma dovrò darti risposte lunghe quanto sembra a me che debbano esserlooquanto sembra a te?» «Ho sentito dire»

dissi allora«che tusugli stessi argomentisei capacesia tu per tuoconto sia di insegnare ad altri a farlodi tenere

quando vuoilunghi discorsiin modo tale che la parola non ti viene mai amancaree che d'altra parte sai anche tenere

discorsi tanto breviche nessuno potrebbe parlarne più in breve di te.

Sequindivuoi discutere con meserviti di questo secondo modo nelrivolgerti a meossia del parlare in modo

conciso».

«Socrate»rispose«sono ormai molti gli uomini con cui sono arrivato acontesa verbalee se avessi fatto allora

quello che tu ora pretendi che io facciavale a dire se avessi discussonella maniera in cui l'avversario pretendeva che io

discutessinon avrei avuto la meglio su nessunoné si farebbe il nome diProtagora fra i Greci».

Ed iosapendo che non era soddisfatto delle risposte che mi aveva dato primae che non avrebbe acconsentito di

buon grado a dialogare nella parte di chi rispondepensai che non potevopiù cavarne nulla a restare in quella

compagnia e dissi: «Protagoraneppure io muoio dalla voglia che questanostra conversazione si svolga in modo

contrario al tuo parerema quando tu vorrai discutere in modo che io possaseguirtiallora io discuterò con te.

Tuinfattia quel che si dice di tee come tu stesso sostienisai reggereil dialogo sia coi lunghi discorsi che coi

discorsi concisiperché sei sapiente. Ioinvecesono incapace di questilunghi discorsiper quanto vorrei esserne

capace. Bisognerebbe che fossi tu ad adattarti a mevisto che sei capace dientrambiperché la nostra discussione

potesse aver luogo. Ma oravisto che non sei disposto a farlo e io ho unimpegno e non posso star qui con te che tiri i

tuoi discorsi per le lungheperché bisogna che io vada in un postovadoanche se forse non senza piacere starei a

sentirti».

E nel dire ciòmi alzai e feci per andarmene. Mamentre mi alzavoCalliami afferrò per la mano con la destrae

con la sinistra mi prese per questo mantelloe disse: «Non lasceremo che tute ne vadaSocrateperché se tu te ne vai

la nostra discussione non sarà più la stessa. Ti chiedo dunque di restarefra noi: non c'è nulla che starei a sentire con un

piacere maggiore di quanto ne provo a sentir discutere te e Protagora. Fa' unfavore a tutti noi!».

Ed io dissiquando ormai mi ero già alzato con l'intenzione di uscire: «Ofiglio di Ipponicoda sempre ammiro il tuo

amore per la sapienzama ora lo lodo e lo apprezzo in modo particolarealpunto che davvero vorrei farti questo

favorese solo tu mi chiedessi cosa che potessi fare. Ma ora è come se tumi chiedessi di tenere il passo col corridore

Crisone d'Imera (59) quand'è al meglio della sua formao di gareggiarenella corsa e tener dietro a uno di quei corridori

di lunghe distanze (60) o a uno di quei corrieri che corrono un giornointero: (61) io ti risponderei che sono io a

domandare a me stessomolto più di quanto tu non facciadi tener dietroalla loro corsama non ne sono capacee se la

tua richiesta è proprio quella di vedere me e Crisone correre insiemechiedi a lui di rallentareperché io non so correre

velocementre egli sa correre lentamente. Sedunquedesideri ascoltare mee Protagorapregalo checome prima dava

risposte brevi e pertinenti alle domande che gli venivano rivoltecosìanche ora risponda.

Altrimentiche genere di metodo avranno mai i nostri dialoghi?

Ioinfattiho sempre considerato cose diverse il trovarsi insieme adiscutere e il tenere discorsi in piazza».

«Ma vediSocrate»disse Callia«a me pare che Protagora dica cosegiustereclamando il suo diritto di discutere

nel modo in cui vuole luied'altro cantoil tuo diritto di discutere comevuoi tu».

Allora Alcibiade(62) presa la paroladisse: «Non dici beneo Callia.

Il nostro Socrateinfattiammette che non è da lui parlare in modoprolisso e si arrende a Protagora. Quantoperòal

saper sostenere una discussionee al sapersi destreggiare nel dare ericevere rispostemi stupirei se fosse secondo a

qualcuno. Sedunqueanche Protagora ammette di essere inferiore a Socratenel sostenere una discussioneSocrate è

soddisfatto. Se invece s'impunta a far valere i suoi dirittiallora accettidi discutere facendo domande e dando risposte

senza sviluppare un lungo discorso ad ogni domandaeludendo le obiezioni erifiutandosi di giustificare le proprie

affermazionima tirando la cosa per le lunghe finché la maggior parte degliascoltatori non abbia dimenticato qual era

l'oggetto della domanda. Quanto a Socrateinfattivi garantisco io che nonse ne dimenticherebbee che scherza

quando dice di aver poca memoria. A me parequindiche le pretese diSocrate sianopiù ragionevolidato che

ciascuno deve esprimere la propria opinione».

Platone Protagora

13

Dopo Alcibiademi pare fu Crizia (63) a parlare: «O Prodico e Ippiamisembra che Callia sia in tutto e per tutto

dalla parte di Protagora; Alcibiadepoiè il solito attaccabrighe in ognicosa in cui si mette. Ma noi non dobbiamo

schierarci né dalla parte di Socrate né dalla parte di Protagorabensìstare uniti a pregare l'uno e l'altro di non disfare nel

bel mezzo la riunione».

Com'egli ebbe detto ciòProdico (64) disse: «Mi pare che tu dica beneoCrizia bisognainfattiche coloro che sono

presenti a questo genere di discussionisiano uditori imparziali di entrambicoloro che discutonoma non equanimi.

Non è la stessa cosainfatti: bisogna stare a sentire entrambi in modoimparzialema non dare uguale importanza all'uno

e all'altrobensì darne di più al più sapiente e meno al meno sapiente.Ioper conto mioo Protagora e Socratevi

domando di mettervi d'accordo e di sosteneresìtesi opposte sugliargomenti in discussionema di non entrare in

contesa. Anche fra amiciinfattici si contraddice l'un l'altro perbenevolenzamentre a contendere fra loro sono gli

avversari e i nemici. E in questo modo la nostra discussione sarebbebellissima: voi che discutetecosì facendoavreste

in sommo grado la stima di noi ascoltatorisenza venire lodati; la stimainfattiha sede nell'anima degli ascoltatori

senza ingannomentre la lode si trova spesso nelle parole di gente che mentecontro quello che pensa. Quanto a noi

ascoltatoripoise le cose avvenissero in questo modoproveremmo ilmassimo della gioiasenza provare piacere: si

prova gioiainfattiquando s'impara qualcosa e si attinge al sapere propriocon la mentementre si prova piacere quando

si mangia o quando si sperimenta qualche altra sensazione piacevole propriocon il corpo».

Come Prodico ebbe detto ciòmolti dei presenti espressero la loroapprovazione. Dopo Prodico fu Ippia il sapiente

(65) a parlaree disse: «Uomini qui presentiio considero voi tutticonsanguineiimparentati e concittadini per natura

non per legge: il simile è infatti per natura imparentato al similementrela leggeche è tiranna degli uominiforza

contro la natura molte cose.

è quindi vergognoso che noimentre conosciamo la natura delle cosee siamoi più sapienti dei Greci e proprio per

questo siamo oggi convenuti in quello che è il pritaneo (66) della sapienzadella Greciae nella casa più illustre e più

ricca di questa cittàdiamo tuttavia a vedere di non essere per nientedegni di questo nostro prestigioma ci

comportiamo fra di noi come i più volgari degli uomini.

Io vi prego e vi esortodunqueo Protagora e Socratea venirvi incontrometà strada dando retta a noi che facciamo

da arbitri conciliatori tuSocratenon impuntarti a ottenere a tutti icosti quella concisa forma di dialogo che si svolge

per brevi battutese questa non piace a Protagorama dà corda e allenta leredini ai discorsiperché ci appaiano più

solenni e più eleganti; e tuProtagoraa tua voltaspiegando tutte leveleabbandonandoti al vento favorevolenon

fuggire nel mare aperto dei discorsiperdendo di vista la terra; piuttostotenete entrambi una via di mezzo. Così dovete

faredatemi retta e sceglietevi un arbitroun sovrintendente e unpresidenteche sorvegli per voi la giusta lunghezza dei

discorsi di ciascuno».

Queste parole piacquero ai presenti e tutti le elogiarono. Quanto a meCallia disse che non mi avrebbe lasciato

andar via e mi fu chiesto di scegliere un sovrintendente. Ioalloradissiche sarebbe stato offensivo scegliere qualcuno

che facesse da arbitro ai nostri discorsi: «Se il prescelto sarà inferiorea noinon sarà giusto che l'inferiore presieda ai

migliori; se sarà nostro parinemmeno così andrà beneperché uno chesia nostro pari farà anche cose uguali a noi

sicché sceglierlo sarà inutile. Ma allora dovrete scegliere uno migliore dinoi! In veritàsecondo mesarà impossibile

per voi scegliere qualcuno che sia più sapiente del nostro Protagora.

Se poi ne sceglierete uno per niente miglioree sosterrete tuttavia che loèanche questo sarà offensivo nei suoi

confrontiil scegliere cioè per lui un sovrintendentecome se lui fosseuomo da poco. Quanto a mepoinon me ne

importa nulla. Sono però disposto a fare cosìperché la nostra riunione ei nostri discorsi possano avere lo sviluppo che

voi desiderate: se Protagora non vuole risponderefaccia pure lui le domandeed io risponderòe nello stesso tempo

tenterò di mostrargli come io sostengo debba rispondere colui che risponde.Quandoperòio avrò risposto a tutto

quello che lui vorrà domandarmipromettaa sua voltadi rispondermi allostesso modo. E se non sembrerà disposto a

rispondere proprio alla domanda che gli vien fattaallora io e voiinsiemelo pregheremo delle stesse cose di cui ora

voi pregate mevale a dire di non rovinare la riunione. E non ci sarà alcunbisognoper fare questoche qualcuno sia

nominato sovrintendentema sarete voitutti insiemea fare da arbitri». Atutti parve che così si dovesse fare. Quanto a

Protagorala cosa non gli andava proprio a genioma fu tuttavia costrettoad acconsentire a fare lui le domandee

quando ne avesse fatte abbastanzaa giustificare a sua volta le proprieaffermazioni rispondendo con brevi risposte.

Iniziòdunquea interrogare press'a poco così: «Socratecredo»disse«che la parte più importante dell'educazione

spirituale di un uomo consista nell'essere esperto di poesie; e questo a suavolta consiste nel saper capirefra quanto i

poeti hanno dettoquali opere siano state ben composte e quali nonel saperfare distinzioni ese interrogatonel saperle

spiegare. Ebbenela mia domandaorariguarderà sempre lo stesso argomentosu cui io e tu stiamo discutendovale a

dire la virtùanche se riferita alla poesia.

Ad un certo puntoSimonide(67) rivolgendosi a Scopafiglio di Creonte ilTessalo(68) dice: "Diventare uomo

buono veramente è difficiledi manidi piededi cuore tetragonosenzapecca costruito". Conosci questo carme(69) o

devo recitartelo per intero?».

Allora risposi: «Non ce n'è alcun bisogno: conosco il carmee anzi si dàil caso che mi sia interessato molto ad

esso».

«Dici bene»disse; «e ti pare che sia stato composto in modo bello egiusto?» «Bello e giusto davvero!»risposi. «E

penseresti che è stato composto in bel modose il poeta contraddicesse sestesso?» «Se così fossepenserei che non è

stato composto in bel modo»dissi io.

«E allora»disse«guarda meglio!». «Maamico miol'ho esaminatoabbastanza!». «Allora tu sai»disse«che

Platone Protagora

14

andando avanti col carmeegli dice: "Né appropriato mi suona il dettodi Pittaco(70) benché proferito da uomo

sapiente: difficiledicevaessere buono. Ti accorgi che è la stessapersona a fare queste affermazioni e quelle di

prima?» «Lo so»risposi. «Ebbene»disse«ti sembra che questeconcordino con quelle?» «A me pare di sì»risposi.

Ma intanto cominciavo a temere che in quello che diceva ci fosse qualcosa divero. «Perchéa te pare di no?»

soggiunsi. «E come potrebbe sembrare coerente con se stesso chi sostieneentrambe queste affermazioni? Prima pone la

premessa che è difficile diventare veramente uomo buono; poipoco avantinel carmese ne dimentica e rimprovera

Pittaco che dice le stesse cose che diceva luie cioè che è difficileessere buonoe dice di non approvarlobenché costui

faccia le sue stesse affermazioni! Ebbenevisto che rimprovera chi fa le suestesse affermazioniè chiaro che

rimprovera anche se stessosicchéo non è corretta la prima cosa che hadetto o non è corretta la seconda».

E con queste parole scatenò l'applauso e la lode di molti degli ascoltatori.Quanto a mein un primo momentocome

se fossi stato colpito da un buon pugilemi si oscurò la vista e fui presoda vertigini a queste sue parole e al frastuono

degli applausi.

Poia dirti la verità allo scopo di guadagnar tempo per riflettere su checosa volesse dire il poetami rivolsi verso

Prodicoechiamatologli dissi: «O ProdicoSimonide è dopo tutto tuoconcittadino: è giustoquindiche sia tu a

venire in suo aiuto.

Mi paredunquedi poterti chiamare in soccorsocome Omero narra che loScamandrocinto d'assedio da Achille

chiamasse in aiuto il Simoentadicendo: caro fratellocerchiamo insieme ditrattenere la forza di quest'eroe.(71) Così

anch'io ti chiamo in soccorsoperché Protagora non ci espugni Simonide. Perrestaurare Simonideinfattic'è proprio

bisogno della tua artecon cui distingui volere e desiderare dimostrando chenon sono la stessa cosae con cui fai quelle

numerose e belle distinzioni di cui poco fa dicevi. E ora guarda se anche tula pensi come meperché a me non pare che

Simonide contraddica se stesso. Tocca a teProdicoesprimere la tuaopinione: ti sembra che "diventare" ed "essere"

siano la stessa cosao cose diverse?» «Per Zeusdiverse!»risposeProdico. «Ebbene»dissi«nei primi versi Simonide

non ha forse espresso la propria opinionesostenendo che diventare uomobuono è davvero difficile?» «Dici il vero»

disse Prodico.

«E rimproverainvecePittaco»dissi«noncome pensa Protagoraperché dice le stesse cose che dice luima

perché dice una cosa diversa. Non era questoinfattiche Pittaco definivadifficileossia diventare buonocome invece

sosteneva Simonidebensì esserlo.

Essere e divenireProtagoranon sono la stessa cosacome attesta il nostroProdico. E se essere non ha lo stesso

significato di divenireallora Simonide non si contraddice. E forse ilnostro Prodicoe con lui molti altridirebberocon

le parole di Esiodoche diventare buono è difficile perché davanti allavirtù gli dèi hanno posto sudorema chegiunto

che uno sia in cima ad essatorna poi facileper quanto ardua essa siaconservarne il possesso». (72) Prodicoudito ciò

si congratulò con me. Protagora invece disse: «La tua restaurazioneoSocrateimplica un errore più grande di quello

che intendevi risanare».

Ed io risposi: «A quanto parealloraho fatto un cattivo lavoroProtagorae sono un medico ridicolo: curandolo

rendo il male più grave».

«è proprio così»disse.

«E come?»gli chiesi.

«Ben grande»disse«sarebbe l'ignoranza del poetase sostenesse che ècosa da poco conservare il possesso della

virtùquand'essa èdi tutte le cosela più difficilecome tuttipensano».

Ed io dissi: «Per Zeus! Prodico capita davvero a proposito nei nostridiscorsi! Si dà il casoinfattiProtagorache

quella di Prodico sia un'antica sapienza di origine divinasia che abbiapreso inizio da Simonidesia ancora più

anticamente. E tupur essendo al corrente di molte altre coseè evidenteche di questa sei all'oscuroa differenza di me

che ne sono invece espertoper essere stato discepolo del nostro Prodico. Ecosìora mi sembri non capire cheforse

Simonide non dava alla parola "difficile" il significato che le daitu. Lo stesso vale per la parola "terribile": ogni volta

che iocon l'intenzione di lodare te o qualcun altrodico che Protagora èuomo sapiente e terribileProdico mi

rimprovera e mi chiede se io non provi vergogna a chiamare terribili le cosebuone; ciò che è terribilelui diceè cattivo.

Nessunoperciòdicedi volta in volta"terribile ricchezza"né "terribile pace"né "terribile salute"ma"terribile

malattia""terribile guerra" e "terribilepovertà"nella convinzione che ciò che è terribile sia cattivo.

Ebbeneforse anche alla parola "difficile" quelli di Ceo eSimonide attribuiscono il significato di "cattivo"o

qualche altro significato che tu non conosci. Chiediamolo dunque a Prodicoperché è giusto interrogare lui sulla lingua

di Simonide! Che voleva dire Simonide con la parola "difficile"Prodico?» «Cattivo»rispose.

«E per questoallora»dissi io«o Prodicoche rimprovera a Pittacol'affermazione che "è difficile essere buono": è

come se l'avesse sentito dire che è cosa cattiva essere buono!».

«MaSocrate»disse«cos'altro credi che Simonide abbia detto se nonquestoe cos'altro credi che rimproveri a

Pittacose non la sua incapacità di distinguere correttamente le paroledacittadino di Lesbo qual erae perciò allevato

in una lingua barbara?» «Ebbene»dissi«o Protagorasenti anche tu ilnostro Prodico.

Hai qualcosa da obiettare a queste sue affermazioni?» E Protagora: «Ce nevuole»disse«a che le cose stiano così

o Prodico! So beneinveceche anche Simonide usava la parola"difficile" nello stesso significato in cui la usiamo noi

altrivale a dire non nel senso di "cosa cattiva"ma nel senso di"cosa che non è facilee che si ottiene a prezzo di molte

fatiche"».

«Ma anch'io penso»dissi«o Protagorache Simonide intendesse direquestoe che anche il nostro Prodico lo

sappiama che stia scherzando e voglia metterti alla provaper vedere sesarai capace di sostenere il tuo ragionamento.

Platone Protagora

15

Del fattopoiche Simonidecon "difficile"non intendesse dire"cattivo"ne è prova evidente il verso a questo

successivo: un dio solamente potrebbe avere questo privilegio. Se egliintendesse dire questoe cioè che è un male

essere buonodi certo poi non verrebbe a dire che solo il dio ha questaprerogativa e non attribuirebbe solo al dio questo

privilegio: se così fosseProdico direbbe che Simonide è un insolente eper nulla un cittadino di Ceo. Ma voglio dirti

qual è la mia interpretazione del pensiero di Simonide in questo carmesevuoi mettere alla prova la mia competenza in

fatto di poesiacome tu la chiami. Mase vuoisarò io ad ascoltare te».

Protagora allorauditomi dire ciòdisse: «Se vuoiSocrate!». Prodico eIppiainvecemi pregarono con insistenzae

così gli altri.

«Allora»dissi«cercherò di esporvi la mia interpretazione di questocarme. L'amore per la sapienza è antichissimo e

fra i Greci fu coltivatopiù che altrovea Creta e a Spartae là isapienti sono più numerosi che in qualsiasi altro posto

della terra.

Ma essi lo negano e fingono di essere ignorantiperché non si scopra chesono superiori fra gli Elleni grazie alla

sapienzacome quei sofisti di cui parlava Protagorae per dare a credereinvecedi essere superiori in guerra e in

coraggiocredendo chese si venisse a conoscere la cosa che li rendesuperioriossia la sapienzatutti si metterebbero a

coltivarla. Orainvecetenendo questa ben nascostahanno ingannato quelliche nelle altre città si atteggiano a Spartani

e cheper imitarlisi spaccano le orecchie e si fanno intorno ai pugnicinghie di cuoiosono fanatici di ginnastica e

indossano mantelli corticonvinti che siano queste le fonti dellasuperiorità degli Spartani sul resto dei Greci. Ma gli

Spartaniquando hanno voglia di frequentare liberamente i loro sofisti esono ormai stanchi di farlo di nascosto

bandiscono dalla città questi stranieri che si atteggiano a Spartani equalunque altro straniero che soggiorni nella loro

cittàe s'incontrano coi sofisti all'insaputa degli stranierie nonpermettono che nessuno dei loro giovani esca per recarsi

in altre cittàcosa che neppure i Cretesi permettonoperché nondisimparino quello che essi insegnano loro. E in questa

città non solo gli uomini sono orgogliosi della loro educazione spiritualema anche le donne. E potreste avere la

conferma che queste cose sono vere e che gli Spartani hanno avuto la miglioreeducazione all'amore per la sapienza e

all'arte dei discorsifacendo questa considerazione: se uno volesseintrattenersi a discutere col più inetto degli Spartani

troverà che costui nella maggior parte dei ragionamenti apparirebbe unoscioccoma poidove questo cade a proposito

nel corso del ragionamentocome un abile tiratore scaglierebbe un mottodegno di considerazione breve e concisoin

modo che l'interlocutore non farebbe miglior figura di quella che farebbe unbambino. Ci sono alcunifra i

contemporanei e fra gli antichiche hanno capito proprio questocioè cheimitare gli Spartani consiste molto più

nell'amare la sapienza che nell'amare la ginnasticaben sapendo che l'esserecapaci di pronunciare motti del genere è

caratteristica dell'uomo che ha avuto una perfetta educazione spirituale. Traquesti vi furono Talete di Mileto(73)

Pittaco di Mitilene(74) Biante di Priene(75) il nostro Solone(76)Cleobulo di Lindo(77) Misone di Chene(78) e

settimo tra questi si contava Chilone di Sparta.(79) Tutti costoro furonofautoriamanti e discepoli dell'educazione

spirituale spartana; e che la loro sapienza fosse di questa specie lo si puòcapire da quei motti brevi e memorabili

proferiti da ciascuno.

Costoropoiritrovatisi insiemeli offrirono come primizie di sapienza adApollonel tempio di Delfimettendo per

iscritto le sentenze che sono sulla bocca di tutti: "Conosci testesso" e "Nulla di troppo". Ma perché dico queste cose?

Per far vedere che proprio in questo consisteva il metodo della filosofiadegli antichivale a dire in una sorta di

concisione spartana. Ein particolaredi Pittaco era noto il motto lodatodai sapienti: "Difficile è esser buono".

Simonidedunqueambizioso com'era di farsi onore nell'ambito dellasapienzacapì chese avesse atterrato questa

massimacome si atterra un atleta famosoe l'avesse superatasi sarebbefatto un nome fra i contemporanei. Contro

questa massimadunquee con questo scopocon l'intento cioè di servirseneper abbatterlacomposea mio avviso

l'intero carme. Esaminiamolodunquetutti insiemeper verificare se quelloche dico è vero. Già l'inizio del carme

apparirebbe stranosevolendo dire che è difficile diventare uomo buonovi inserisse poi quel "bensì". Questo "bensì"

infattiapparirebbe inserito senza ragionea meno che non si supponga cheSimonide parli contestando la massima di

Pittaco: mentre Pittaco afferma che è difficile essere buonopercontraddirlo lui dice che non lo è"bensìpiuttostoil

difficile è diventare uomo buonoo Pittacoveramente". E non intende"veramente buono": non è su questo concetto

che egli parla di veritàcome se ci fossero alcuni veramente buonie altribuonima non veramenteperché questo

sarebbe sciocco e indegno di Simonide. Bisogna invecenel carmetrasporrequel "veramente"premettendogliin un

certo sensola massima di Pittacocome se immaginassimo che Pittaco inpersona dicesse la sua e Simonide gli

rispondessel'uno dicendo: "O uominiè difficile essere buono"e l'altro rispondendo: "O Pittaconon è vero quello che

dici: non l'essere buonobensì il diventare buonodi manidi piedi e dicuore tetragonocostruito senza peccaè

veramente difficile". In questo modoil "bensì" appareinserito a propositoe il "veramente" va correttamente posto alla

fine del verso.

E tutto quel che segue testimonia a favore di questa interpretazioneprovando cioè che questo è il senso di ciò che si

dice nel carme. Ed è possibileanche su ciascuna affermazione del carmeprovare ampiamente che esso è ben fatto: è

infattimolto elegante ed accurato. Ma sarebbe troppo lungo analizzarlo inquesto modo. Esaminiamo invece il suo

impianto generale e il suo intentochenel corso dell'intero carmeèsoprattutto quello di confutare il detto di Pittaco.

Dice infattiprocedendo di pochi versiper dire in forma di prosa quelloche lui diceche diventare uomo buono è

veramente difficilema che è tuttavia possibilealmeno per qualche tempo;mauna volta divenuto talerimanere in

questo stato e essere uomo buonocome tu dicio Pittacoè impossibile enon umanoma un dio soltanto potrebbe avere

questo privilegio: non può non essere cattivo l'uomoche irrimediabilesventura abbia abbattuto.

Ebbenechi è colui che viene abbattuto da irrimediabile sventuraalcomando di una nave? è chiaro che non si tratta

Platone Protagora

16

del profanoperché il profano è sempre abbattuto. Infatticome non sipuò gettare a terra chi è già steso a terrama si

puòprima o poigettare a terra chi invece è in piediin modo dastenderlo a terrama non lo si può fareappuntoa chi

è già steso a terracosì anche un'irrimediabile sventura puòuna voltao l'altraabbattere chi sia ricco di risorsema non

chi siada semprepovero di risorse.

E una violenta tempestaabbattendosi sul nocchieropuò far sì che egli sitrovi a corto di risorsee una cattiva

stagionecolpendo il contadinopuò metterlo in condizione di essere poverodi risorsee lo stesso accade per il medico.

All'uomo buonoinfattiè possibile diventare cattivocom'è testimoniatoanche da un altro poetache dice: "del resto

l'uomo perbene talora è cattivo e talora è buono". Al cattivoinvecenon è possibile diventare cattivo: è necessario che

lo sia sempre. Sicché l'uomo ricco di risorseche è sapiente e che èbuonoquando venga travolto da una irrimediabile

sventuranon può non essere cattivo. TuPittacoaffermi che è difficileessere buono: ma è il diventare buono che è

difficilee tuttavia possibilementre essere buono è impossibile:"quando ha buona sorte ogni uomo è buono; è invece

cattivo quando ha cattiva sorte". Ma cosa portaalloraal successonelle letteree che cosa rende l'uomo abile nelle

lettere? è chiaro: la conoscenza di esse. E che cosa porta un bravo medicoad avere successo? è chiaro che si tratta della

conoscenza di come vadano curati i malati. è invece cattivo quando hacattiva sorte. E chi può diventare cattivo medico?

Chiaramente chicome prima condizionesia medico; poi bisogna che sia unbuon medicoperché costui potrebbe

diventare anche cattivo. Ma noiche di medicina siamo profaninon potremmomaiper quanto cattiva sia con noi la

sortediventare mediciné costruttoriné nulla di simile. E chi non puòdiventare medicoper quanto sfortunato siaè

chiaro che non può diventare neppure cattivo medico. Così anche l'uomobuono può diventare un giorno o l'altroanche

cattivoper effetto del tempodella faticadi una malattia o di qualchealtra circostanza.

Infattiin questo solamente consiste l'avere cattiva sorte: nell'essereprivato di conoscenza. L'uomo cattivoquindi

non potrebbe mai diventare cattivoperché lo è sempre; mase si vuole chediventi cattivobisogna prima che diventi

buono. Sicché anche questo punto del carme mira a dimostrare che non èpossibile essere uomo buonomantenendosi

taleche è invece possibile diventare buonoe da buono diventare cattivoe che sono migliori e buoni più a lungo

coloro che gli dèi amano.

Tutte queste cose sono affermate contro Pittacoe il seguito del carme lo favedere ancora meglio. Dice infatti:

"Perciò mai iocercando quel che è impossibilegetterò viavanala mia parte di vita correndo dietro a una speranza

inutiledi trovare un uomo senza macchia tra quanti mangiamo il fruttodell'ampia terrama se dovessi trovarlo ve ne

informerò". E dice - tanta è la forza con cui attacca la massima diPittaco! -: "io lodo e amo chiunque volontariamente

non compia nulla di male; ma contro la necessità neppure gli dèicombattono". Anche quest'affermazione mira allo

stesso scopo.

Simonideinfattinon era così sprovveduto da dire che egli lodava chiunquenon facesse di sua volontà nulla di

malecome se esistessero alcuni che fanno il male volontariamente. La miaopinione èinfattiall'incirca questa: che

nessuno dei sapienti ritiene che qualcuno volontariamente sbagli e commettaazioni turpi e cattivema essi ben sanno

che tutti coloro che commettono azioni turpi e cattivele commettono adispetto della propria volontà; edi certoanche

Simonide non dice di lodare chi non compia il male di sua volontàma dicequesto "volontariamente" riferendosi a se

stesso. Ritenevainfattiche un uomo buono e onesto spesso costringe sestesso a diventare amico di qualcuno e a

lodarlocome spesso accade a qualcuno di fare verso una madreun padreunapatria ostilio in qualche altro caso del

genere.

Orai malvagiquando capita loro qualcosa del genereguardano a questocome se ne fossero contenti e con

rimproveri mettono in evidenza e sotto accusa la cattiveria dei genitori odella patriaperché la gente non possa poi

accusarli se non si curano di loro né biasimarli del fatto di nonprendersene curasicché li rimproverano ancora di più e

aggiungono rancori volontari a quelli che necessariamente esistono. I buoniinvecesi costringono a far finta di niente e

a lodarlie anche se sono in collera coi genitori o con la patria per itorti ingiustamente ricevutis'impongono calma e si

riconciliano con lorosforzandosi di amarli e di lodarli. Anche Simonidecredospesso ritenne di dover lodare ed

esaltare un tiranno o qualche altro individuo del genere non di sua volontàma costringendosi a farlo. E questo lo dice

anche a Pittaco "IoPittaconon ti biasimo per questoperché trovosoddisfazione nel biasimarepoichéquanto a me

mi basta chi non sia cattivo né troppo meschinoche conosca la giustiziautile alla città e sia uomo sanoe non lo

biasimeròperché non sono portato al biasimoché infinita è la progeniedegli stolti; sicchése uno prova piacere a

biasimareavrebbe di che saziarsi biasimando costoro". Belle sono tuttele cose che non hanno bruttura in sé mescolata.

E questo non lo dice come se dicesse che sono bianche tutte le cose allequali non è mescolato il neroperché una tale

affermazione sarebbe ridicola sotto vari aspettima lo dice intendendo cheegli accetta anche le vie di mezzoal punto

di non biasimarle. "E non cerco"dice"un uomo senza macchiatra quanti mangiamo il frutto dell'ampia terrama se

dovessi trovarlove ne informerò; sicché non loderò nessuno per questaimpeccabilitàma mi basta che uno sia una via

di mezzo e non commetta nulla di malevisto che io amo e lodo tutti"equi si serve della lingua degli abitanti di

Mitilenecome se si rivolgesse a Pittaco quando dice: "amo e lodochiunque volontariamente" (e quisul

"volontariamente"bisogna fare una pausa) "non compia nulladi malema ce ne sono anche alcuni che io lodo e amo a

dispetto della mia volontà. Quanto a tePittacoanche se tu avessi dettocose solo a metà giuste e verenon ti avrei mai

rimproverato. Ma visto che ora ti pare di dire cose verepur ingannandoti inpieno e sulle questioni più importantiper

questo io ti biasimo". Questosecondo meo Prodico e Protagora»dissi«è quello che Simonide aveva in mente nel

comporre questo carme».

E Ippia disse: «Mi sembrao Socrateche anche tu abbia dato una buonainterpretazione del carme. Anch'ioperò

ho su di esso un'analisi ben fattachese voletevi esporrò».

Platone Protagora

17

E Alcibiade disse: «CertoIppia! Un'altra voltaperò! Orainveceègiustocome Protagora e Socrate avevano di

comune accordo stabilito di fareche sia Protagora a interrogarese ancoralo vuolee Socrate rispondae seinvece

vuole essere lui a rispondere a Socrateche sia l'altro a interrogarlo».

Ed io dissi: «Mi rimetto a Protagorache sia lui a scegliere ciò che piùgli garba. Mase vuolelasciamo stare carmi

e poesie.

Più volentieriinveceo Protagoracercherei di giungere a una conclusionecirca le questioni su cui ti interrogai

all'inizioesaminandole con te. Ho l'impressioneinfattiche ledisquisizioni sulla poesia siano molto simili ai banchetti

di gente volgare e bassa.

Costoroinfattiper la loro incapacità di fare conversazionedurante ilbanchettocon risorse proprie e di

comunicare per mezzo della propria voce e dei propri discorsiper effettodella loro mancata educazionefanno

rincarare le suonatrici di flautopagando a caro prezzo una voce estraneaquella dei flautie attraverso la voce dei flauti

s'intrattengono fra di loro. Dove ci sonoinvececommensali virtuosi eperbeneed educati nello spiritonon potresti

vedere né suonatrici di flautoné danzatrici né citaredima costorobastano a se stessi per conversaresenza queste

frivolezze e senza questi trastullicon la propria voceparlando eascoltando ciascuno al suo turnocon ordineanche

quando bevano molto vino. Cosìanche queste nostre riunionise davveroaccolgono uomini quali la maggior parte di

noi afferma di esserenon hanno alcun bisogno di una voce estranea né dellavoce dei poetia cui non si possono fare

domande sulle cose che dicono. E i piùquando la discussione cade su unpunto che non sono in grado di ribattereessi

citando a testimoni i poeti nel corso del ragionamentodannodel pensierodel poetachi un'interpretazionechi un'altra.

Ma gli uomini per bene lasciano stare gli intrattenimenti di questo tipoeconversano fra di loro con risorse proprie

mettendosi l'un l'altro alla prova nei loro discorsi. Sono costoroa parermioche io e te dobbiamo piuttosto imitaree

bisogna chemettendo da parte i poetidiscutiamo tra noi coi nostriragionamentimettendo alla prova la verità e noi

stessi. E se tu vuoi ancora interrogarmisono pronto a rispondertioppurese vuoiconcedimi di dare una conclusione a

quegli argomenti che abbiamo smesso di analizzare nel bel mezzo».

Al mio dire queste e altre cose di questo genereProtagora non dava alcunchiaro segno da cui si potesse capire

quale delle due cose avrebbe fatto. Alcibiadeallorarivolgendosi a Calliadisse: «Calliati pare anche adesso che

Protagora si comporti benenon volendo dichiarare se è disposto oppure no arendere conto delle proprie affermazioni?

A me non pare! Ma si metta a discutereo dichiari di non voler discutereinmodo che anche noi possiamo saperlo e

Socrate possa discutere con qualcun altroo chiunque ne abbia voglia conaltri».

E Protagoravergognandosialmeno così parve a mea queste parole diAlcibiade e alle preghiere di Callia e di

quasi tutti gli altri presentimalvolentieri si decise a discutere e michiese di interrogarlo dichiarandosi disposto a

discutere.

Ed ioalloradissi: «O Protagoranon pensare che io discuta con te conaltro scopo che non sia quello di vedere

chiaro nelle cose su cui anch'io mi trovoogni voltain difficoltà.Ritengoinfattiche Omero dica una gran verità in

quel verso che recita: "quando due vanno insiemeuno vede primadell'altro"(80) perché così noi tutti siamoin un

certo sensopiù ben disposti ad ogni azionediscorso e pensiero. Uno soloinveceper quanto pensi(81) va subito a

cercare qualcuno a cui possa mostrare il suo pensiero e con l'aiuto del qualepossa consolidarlofinché non lo trovi. Ed è

per questo che anch'io discuto più volentieri con te che con chiunque altroperché penso che tu abbia già esaminato nel

migliore dei modi quelle altre questioni che sono il naturale campo diindagine dell'uomo per benee così la questione

della virtù. Del restochi altri se non te? Tuinfattinon solo pensi diessere un uomo per benecome certi altri che sono

sìper quanto li riguardaper benema non sono capaci di rendere talianche altri; tuinvecesei personalmente uomo

buono e sei capace di rendere buoni anche altrie hai tanta fiducia in testesso chementre gli altri tengono nascosta

quest'artetu apertamente ti sei fatto annunciarecon tanto di banditoreatutti i Greciti sei dato il nome di sofistati sei

presentato come maestro di educazione e di virtùe sei stato il primo apretendere il diritto di ricevere un compenso per

questo. Come si fadunquea non chiamarti in aiuto quando si tratta diindagare su queste cosea non interrogarti e a

non coinvolgerti? Non c'è modo di evitarlo. Ebbene iooraa propositodelle domande che all'inizio ti feci su questo

argomentodesidero che certune vengano da te richiamate alla memoriacominciando dal principioe che certe altre

invecevengano analizzate da noi due insieme. E la domandase non erroeraquesta: sapienzatemperanzacoraggio

giustizia e santitàessendo cinque diversi nomisi riferiscono ad un'unicacosao a ciascuno di questi nomi corrisponde

un'entità particolare e una cosa aventeciascunauna funzione che le èpropriasenza che l'una sia uguale all'altra? Tu

sostenevi che non si trattava di nomi riferiti ad un'unica cosama checiascuno di questi nomi corrispondeva a una cosa

particolaree che tutte queste erano parti della virtùnon come le partidell'oro che sono simili l'una all'altra e al tutto di

cui sono partima come le parti del voltoche sono diverse l'una dall'altrae dal tutto di cui sono particiascuna con una

sua particolare funzione. Ebbenedimmi se su queste cose la pensi ancoracome allora; seinvecela pensi in qualche

altro modospecifica in che modoconfidando che io non te ne farò unaggraviose tu ora sosterrai qualche altra cosa:

non sarei affatto stupitoinfattise tu avessi fattoalloraquesteaffermazioni solo per mettermi alla prova».

«Ma ioo Socrate»rispose«ti dico che tutte queste sono parti dellavirtùe che quattro di esse sono abbastanza

simili fra loromentre il coraggio è affatto diverso da ciascuna di esse. Ela prova che io dico il vero potrai averla da

questo: troveraiinfattimolti uomini che sono sommamente ingiustiempidissoluti e ignoranti e che sononondimeno

straordinariamente coraggiosi».

«Fermati qui»dissi. «Merita di essere analizzata questa tuaaffermazione. I coraggiosi tu li chiami audacio che

altro?» «E intrepidianche»rispose«a gettarsi in quelle imprese chei più temono di affrontare». «Sudimmitu

sostieni che la virtù è qualcosa di belloe appunto nella convinzione chesia bella ti presenti come maestro di essa?»

Platone Protagora

18

«Bellissima davvero»rispose«a meno che io non sia pazzo». «Ecredi»continuai«che una parte di essa sia brutta e

un'altra bellao che sia tutta bella?» «Tutta bellae in sommo grado».«Sai chi sono coloro che si tuffano nei pozzi con

audacia?» «Sicuro! I palombari». «E lo fanno perché ne hanno conoscenzao per qualche altro motivo?» «Perché ne

hanno conoscenza». «E chi sono coloro che combattono da cavallo conaudacia? Sono coloro che hanno pratica di

cavalcareo coloro che non ne hanno pratica alcuna?» «Quelli che hannopratica di cavalcare».

«E chi sono coloro che combattono con audacia reggendo la pelta? Sono o nonsono i peltasti?» (82) «I peltasti. E in

tutti gli altri casise è questo che cerchi di sapere»rispose«coloroche hanno conoscenza sono più audaci di coloro

che non hanno conoscenzaed essi stessi sono più audacidopo averimparatodi quanto non fossero prima di

imparare».

«E ne hai già visti»dissi«di quelli chepur non avendo conoscenza dialcuna di queste cosesono tuttavia audaci

nell'affrontare ciascuna di esse?» «Sì»rispose«e fin troppoaudaci!». «Questi audaci sono anche coraggiosi?» «Brutta

cosa davvero»rispose«sarebbe allora il coraggiovisto che costoro sonofuori di senno!». «Come definisciallora»

dissi«i coraggiosi? Non definivi coraggiosi gli audaci?» «E così lidefinisco tuttora»rispose. «Ma costoro»dissi

«che sono audaci in questo modonon danno l'impressioneforsedi nonessere coraggiosibensì pazzi? E non si diceva

prima che coloro che ne sanno di più sono anche i più audacie che essendoi più audaci sono anche i più coraggiosi? E

secondo questo ragionamentola sapienza non si identifica forse colcoraggio?» «Non ricordi beneSocrate»disse

«quello che dicevo e le risposte che ti davo. Alla tua domanda se icoraggiosi sono audaciammisi che era così; ma non

mi è stato chiesto se anche gli audaci siano coraggiosi.

E se tu me l'avessi chiestoti avrei risposto che non tutti lo sono.

Ed'altra partenon hai in alcun modo dimostrato che i coraggiosi non sonoaudacicosa che avevo ammessoe che

la mia affermazione non è giusta. Poitu dichiari che coloro che hannoconoscenza sono più audaci rispetto a se stessia

com'erano cioè quando non avevano ancora conoscenzae rispetto ad altri chenon hanno conoscenzae con questo

giungi a credere che il coraggio e la sapienza sono la stessa cosa.Procedendo in questo modoperòpotresti anche

arrivare a credere che forza e sapienza sono la stessa cosa. Infatti seseguendo questo procedimentomi domandassi

come prima cosase i forti sono potentiti risponderei di sì; poise tumi domandassi se coloro che sanno combattere

sono più potenti di coloro che non sanno combatteree se sonorispetto ase stessipiù potentidopo aver imparatodi

quanto non fossero prima di imparareio ti risponderei di sì; euna voltache io abbia ammesso queste coseti sarebbe

possibileservendoti di queste stesse affermazioni come provesostenerecheper mia ammissionela sapienza si

identifica con la forza. Ma ioné qui né altroveammetto che i potentisono fortibensì ammetto che i forti sono potenti.

Non sono infatti la stessa cosa potenza e forza: l'unavale a dire lapotenzaderiva dalla conoscenzae anche dalla

pazzia e dall'avere un animo ardentementre l'altracioè la forzaderivadalla natura e dall'avere un corpo ben nutrito.

Cosìanche nel nostro casonon sono la stessa cosa audacia e coraggiosicché accade che i coraggiosi sono audacima

non tutti gli audaci sono coraggiosi. L'audaciainfatticome la potenzaderiva agli uomini da un'artedall'avere un

animo ardente e dalla pazziamentre il coraggio deriva dalla natura edall'avere un'anima ben nutrita».

«Tu diciProtagora»dissi«che alcuni uomini vivono bene e altrimale?». Disse di sì. «E ti pare forse che un uomo

viva benese vive nella sofferenza e nel dolore?». Disse di no. «E che nedicise uno arriva alla fine della sua vitadopo

aver vissuto piacevolmente?

Non ti sembra chein tal casoabbia vissuto bene?» «Mi sembra di sì»disse. «E alloravivere piacevolmente è un

benementre vivere spiacevolmente è un male». «Sì»rispose«purchési viva provando piacere alle cose belle». «Che

c'èProtagora? Non chiamerai anche tucome fa la maggior parte dellagentepiacevoli certe cose che sono cattivee

spiacevoli certe cose che sono buone? Infattiio dico: le cosein quantosono piacevolinon sono forseproprio in virtù

di questobuonese non si considerano altri effetti che da esse potrebberoderivare? Ed'altra partele cose spiacevoli

allo stesso modonon sono forse cattivein quanto sono spiacevoli?» «NonsoSocrate»rispose«se ti debbo dare una

risposta tanto semplice quanto la domanda che tu ponie dirti che le cosepiacevoli sono tutte buone e quelle spiacevoli

tutte cattive. Mi pare che sia più saggio rispondere considerando non solola risposta da dare orama tenendo conto

anche di ciò che ho visto vivendoe cioè che vi sono cosefra quellepiacevoliche non sono buoneed'altro canto

cosefra quelle spiacevoliche non sono cattivee altreinveceche losono; ecome terza affermazioneche vi sono

cose che non sono né l'uno né l'altroossia né buone né cattive». «Enon chiami piacevoli»dissi«le cose che attingono

al piacere o procurano piacere?» «Certo»disse.

«Ebbeneè proprio questo quello che intendo direquando ti chiedo se lecosein quanto sono piacevolinon siano

buone: se il piacere non siain séun bene». «Come tu dici ogni voltaSocrate»disse«esaminiamo la cosa; ese il

risultato dell'indagine ci sembrerà conforme al ragionamentoe piacere ebene risulteranno essere la stessa cosaallora

ci troveremo d'accordo ad ammetterlose nocontinueremo ancora a sosteneretesi opposte».

«Preferisci»gli chiesi«essere tu a guidare l'indagineo vuoi che siaio a guidarla?» «è giusto»disse«che sia tu a

guidarlavisto che sei stato tu a cominciare il discorso».

«Ebbene»dissi«non potremmo chiarire la cosa in questo modo? Per fareun esempiose si volesse stabilire

dall'aspetto esterno di un uomoil suo stato di salute o qualche altra cosache abbia a che vedere col corpodopo avergli

guardato il volto e le estremità delle manigli si direbbe: "Suoraspogliati e mostrami anche il petto e la schiena

perché possa esaminarti meglio". Anch'io desidero fare qualcosa delgenere nell'interesse della nostra indagine. Dopo

aver visto che la tua opinione sul bene e sul piacere è quella che tu diciho bisogno di dirti appunto una cosa di questo

genere. "SuProtagorascoprimi anche questa parte del tuo pensiero:che opinione hai della conoscenza? Hai anche su

questa la stessa opinione che ha la maggior parte della genteo un'opinionediversa? La maggior parte della gente

Platone Protagora

19

infattiha sulla conoscenza press'a poco quest'opinione: che essa non abbiaforzané autoritàné capacità di comando. E

non pensano ad essa come a una cosa che abbia queste caratteristichemacredono invece chebenché la conoscenza sia

spesso presente nell'uomonon sia essa a comandarlo ma qualcos'altro: talorala rabbiatal altra il piaceretal altra

ancora il dolorequalche volta l'amorespesso la paura; insommaconsiderano la conoscenza una sorta di schiava tirata

in giro da tutte le altre passioni. Ebbenehai anche tu una siffattaopinione su di essao pensi che essa sia una cosa bella

e capace di comandare l'uomo; chese uno ha conoscenza del bene e del malenon possa essere sopraffatto da alcunché

in modo da fare cose diverse da quelle che tale conoscenza gli impone difare; e che la conoscenza sia efficace aiuto per

l'uomo?"».

«La penso anch'ioo Socrate»rispose«come hai appena detto; maaltempo stessoper me più che per chiunque

altronon sta bene sostenere che la sapienza e la conoscenza non sonoditutte le cose umanele più potenti».

«Parli bene»dissi«ed è vero quello che dici. Saidunqueche lamaggior parte della gente non crede né a me né a

tema sostiene che moltipur avendo conoscenza di ciò che è megliononlo vogliono fareanche se è in loro potere

farloma fanno cose diverse.

E tutti coloro ai quali domandai quale ne sia la ragionemi hanno detto chegli uomini che così si comportanolo

fanno perché vinti dal piaceredal doloreo da qualcuna delle passioni dicui ho appena parlato».

«Io credoo Socrate»disse«che gli uomini facciano anche molte altreaffermazioni errate».

«Sualloracerca insieme a me di convincere gli uomini e di insegnare loroche cosa sia questo che succede loroe

che essi chiamano essere vinti dai piaceri e non farea causa di questociò che è megliopur avendone conoscenza.

Forsese noi dicessimo loro: "Quello che dite non è giustoo uominima vi ingannate"essialloraci domanderebbero:

«O Protagora e Socratese questa cosa che ci succede non è l'essere vintidal piaceredi che si trattaallorae che cosa

voi dite che sia? Ditecelo!"».

«Ma che bisogno c'èo Socratedi mettersi a considerare l'opinione dellamaggior parte della genteche dicea caso

quello che le capita per la testa?» «Credo»risposi«che questo inqualche modo ci servirà a scoprire che rapporto abbia

il coraggio con le altre parti della virtù.

Se pensi che sia giusto restare fedele a quello che abbiamo appena stabilitoche cioè sia io a guidare l'indagine nel

modo chea mio giudizioporti la massima chiarezza sulla questioneseguimi.

Se invece non vuoie se questo ti sta a cuorelascerò stare».

«Dici bene»rispose«continua come hai cominciato!».

«Seallora»dissi«essi tornassero a chiederci: "Che cosa dite voiche sia questa cosa che noi definivamo l'essere

vinti dai piaceri?"io darei loro questa risposta: "State asentire! Io e Protagora cercheremo di spiegarvelo. Non dite

forse che vi accade proprio questoe non altroin questi casiquando cioèspessosopraffatti dai cibidalle bevande e

dagli stimoli sessualipur sapendo che sono cose cattivetuttavia lefate?» «Risponderebbero di sì». «Sealloraio e te

facessimo loro quest'altra domanda: "In che senso definite queste cosecattive? Perché sul momento procurano quel dato

piacere e ciascuna di esse è piacevoleo perché in un secondo tempoprovocano malattie e portano povertà e molte altre

cose del genere? Oppurese anche dopo non portassero con sé nessuna diqueste conseguenzee il loro effetto fosse

solo quello di procurare piaceresarebbero ugualmente cattivequalunque siala ragione e il modo del piacere che

procurano?". Dobbiamo pensareProtagorache darebbero una rispostadiversa da questa: che tali cose non sono mali

per la produzione di questo piacere momentaneoma per gli effetti che in unsecondo tempo ne derivanomalattie e

tutto il resto?» «Penso»rispose Protagora«che la maggior parte dellagente darebbe questa risposta».

«"E portando malattienon portano dolorieportando povertànonportano dolori?". Si direbbero d'accordo

penso».

Protagora ne convenne. «"Non sembradunqueanche a voio uominicome io e Protagora sosteniamoche queste

cose siano cattive non per altra ragione che perché vanno a finire in dolorie privano di altri piaceri?". Si direbbero

d'accordo?». Ne convenimmo entrambi.

«E se facessimo loro la domanda opposta: "O uominiquando dite cheesistono cose buone che sono dolorosenon

vi riferite forse a cose checome gli esercizi ginniciil servizio militaree le cure praticate dai medici con

cauterizzazionitaglimedicine e digiunisono buonema spiacevoli?".Direbbero di sì?». Lo ammise. «"E chiamate

queste cose buone forse perché sul momento procurano dolori estremi esofferenzeo perché in un secondo tempo da

esse derivano salute e benessere dei corpisalvezza delle cittàpoteresugli altri e ricchezze?".

Risponderebbero che è cosìpenso». Lo ammise. «"E queste cose sonoforse buone per altra ragione che perché

vanno a finire in piacerie liberano e difendono dai dolori? O potete citarequalche altro effettoche non siano piaceri e

doloriguardando al quale chiamate buone queste cose?". Risponderebberodi nocredo». «Pare anche a me»disse

Protagora«che risponderebbero di no». «"E voi inseguite il piacerenella convinzione che sia un benee fuggite il

dolore nella convinzione che sia un male?"». Lo ammise. «"Alloravoi ritenete che questoil doloresia un malee che il

piacere sia un benevisto che dite che talora persino il godere è un malequando privi di piaceri maggiori di quelli che

porta con séo procuri dolori maggiori dei piaceri che comporta?Diversamentese chiamate male persino il godere in

qualche altro senso o guardando a qualche altro suo effettodovrestedircelo: ma non potreste farlo!"» «Anche a me

pare che non potrebbero»~ disse Protagora. «"E ancorache altroaccade a proposito del soffrirese non la stessa cosa?

Non chiamate talora bene persino il soffrirequando liberi da dolorimaggiori di quelli che comportao procuri piaceri

maggiori di questi dolori? Altrimentise guardate a qualche altro suoeffettodiverso da quello che dico ioquando

chiamate bene persino il soffriredovete dircelo: ma non potretefarlo!"». «Quello che dici è vero»disse Protagora.

«E ancorase voio uomini»dissi«mi faceste quest'altra domanda:"Ma perché mai parli così a lungoe

Platone Protagora

20

considerandone tutti questi aspettidi questo argomento?"iorisponderei "Perdonatemi! In primo luogonon e facile

chiarire che cosa sia mai questa cosa che voi definite l'essere vinti daipiaceri; e poi da questo dipendono tutte le

dimostrazioni successive. Ma potete ancora ritrattaree vedere se vi riescedi dare qualche altra definizione di bene che

non sia il piaceree di male che non sia il dispiacere. O vi basta viverepiacevolmente la vita senza dolori? Se questo vi

bastae non potete daredi bene e di malealtra definizione che non siaciò che va a finire in piaceri e in doloristate a

sentire ciò che segue. Io vi dico chese le cose stanno cosìè unragionamento ridicoloil vostroquando affermate che

l'uomopur avendo conoscenza del male come taletuttaviaspessolocompiebenché sia in suo potere non compierlo

perché mosso e sopraffatto dai piaceri. E inoltre dite che l'uomopuravendo conoscenza del benenon vuole compierlo

per via del piacere del momentoperché da essi sopraffatto". Chequeste affermazioni siano ridicolerisulterà chiarose

non ci serviremo di più nomi contemporaneamente: piacere e dolorebene emale; mavisto che le cose in questione

sono risultate essere duedobbiamo riferirci ad esse pure con due soli nomiprima con bene e malepoi con piacere e

dolore.

Stabilito dunque di fare cosìdiciamo che l'uomopur conoscendo il malecome taletuttavia lo compie. E qualora

uno ci chieda: "Perché?""Perché sopraffatto"risponderemo noi.

"E sopraffatto da che cosa?"costui allora ci chiederà. E noi nonpotremo più rispondere "dal piacere"perché la

cosaal posto di piacereha preso un altro nomevale a dire quello dibene. E allora gli dovremo rispondere e dire:

"Perché vinto...". "Vinto da che cosa?"chiederà."Dal bene"dovremo direper Zeus! E allorase ci capiteràcome

interlocutoreuno sfacciatocostui se la riderà e dirà: "Che cosaridicola state dicendo: voi affermate che uno compie il

malepur sapendo che è malee senza che ci sia bisogno di farloperchésopraffatto dal bene! Lo affermate forse perché

il benein voinon è all'altezza di vincere il maleo perché ne èall'altezza?". Ovviamente dovremo rispondergli che

questo accade perché il bene non ne è all'altezza! E infattise così nonfossenon avrebbe torto colui che noi diciamo

essere sopraffatto dai piaceri! "E in che senso"forse cichiederà"i beni non sono all'altezza dei malio i mali dei beni?

In che altro sensose non quando gli uni siano più grandi degli altri e glialtri più piccolio gli uni più numerosi e gli

altri inferiori di numero?". Non potremo dargli altra risposta chequesta. "E allora è evidente"dirà"che questa cosa che

chiamate essere sopraffatti consiste nello scegliere mali più grandi invecedi beni più piccoli". Così stanno le cose!

Ebbenecambiamo di nuovo i nomimettendo alle stesse cose i nomi di piaceree di doloree diciamo che l'uomo

compie ciò che è doloroso (prima dicevamo "il male"ora invecediciamo pure "ciò che è doloroso")pur avendone

conoscenza come di cosa dolorosaperché vinto dai piacerii qualid'altrocantoè evidente che non sono all'altezza di

vincere. E in che altro può consistere l'inferiorità del piacere rispettoal dolorese non in un eccesso o in difetto dell'uno

rispetto all'altro? E questopoiaccade quando queste cose sonole unerispetto alle altrepiù grandi o più piccolepiù

numerose o meno numerosesuperiori o inferiori.

E se uno dicesse: "Ma c'è gran differenzaSocratefra il piacere delmomento e il piacere e il dolore futuri!"gli

risponderei: "Sta forse in qualcos'altro la differenzache non siapiacere e dolore?

La differenzainfattinon può consistere in altro! Tupiuttostocome unoabile a pesaremessi insieme i piaceri da

una parte e i dolori dall'altradopo aver posto sul piatto della bilanciaanche la vicinanza e la lontananzaprova a dire

quale piatto è più pesante.

Se peserai piaceri con piaceridovrai sempre scegliere quelli più grandi epiù numerosi; se peseraiinvecedolori

con doloridovrai sempre scegliere quelli meno numerosi e più piccoli; sepoipeserai piaceri con doloriqualora i

dolori siano superati dai piacerisia che i dolori vicini siano superati daipiaceri lontanisia che i dolori lontani siano

superati dai piaceri vicinil'azione in cui vi sia questa condizione disuperiorità del piacere sul dolore va allora

compiuta. Quandoinvecesiano i piaceri ad essere superati dai doloriquelle azioni non le dovrai compiere. O le cose

stanno in altro modouomini?"domanderei. So bene che non potrebberodire altrimenti!».

Anch'egli fu d'accordo.

«"E visto che le cose stanno così"dirò"rispondete aquesta mia domanda: le medesime grandezze appaiono alla

vista maggiori da vicinoe minori da lontano. Non è così?"»«Risponderanno di sì».

«"E non accade lo stesso con le cose grosse e con le cose numerose?

E voci uguali non sembrano più forti da vicinoe più deboli dalontano?"» «Direbbero di sì». «"Sedunquela nostra

felicità dipendesse dal fare e scegliere le cose di grandi dimensioni e dalfuggire ed evitare le cose di piccole

dimensioniin che consisterebbe allora la salvezza della nostra vita?Nell'arte di misurare o nella forza dell'apparenza?

O quest'ultima non ci trarrebbe forse in inganno e non ci farebbe più voltemutare le stesse cose e pentircisia nel

compiere sia nello scegliere le cose grandi e le cose piccolementre l'artedì misurare renderebbe impotente

quest'illusioneemostrando la veritàmetterebbe l'anima in pacesaldamente fedele al veroe salverebbe la nostra

vita?". Ebbenenon ammetterebbero gli uomini chein questo sensoèl'arte di misurare che ci salvao direbbero che si

tratta di un'altra arte?» «Ammetterebbero che si tratta dell'arte dimisurare»riconobbe.

«"E che accadrebbese la salvezza della nostra vita dipendesse dallascelta del dispari e del pariquandoper

scegliere correttamentedovessimo scegliere il più e quando il menosiavalutando una data cosa rispetto a se stessasia

valutando le cose una rispetto all'altrache sia vicina e che sia lontana?Che cosa salverebbeallorala nostra vita? Non

si tratterebbe forse di una data conoscenza? E non si tratterebbe di unaconoscenza della misurazionevisto che si tratta

di un'arte dell'eccesso e del difetto? E visto che si tratta dell'arte deldispari e del paripotrebbe forse essere arte diversa

dall'aritmetica?". Si direbbero d'accordo con noicostoroo no?».Anche Protagora fu dell'opinione che sarebbero stati

d'accordo. «"E siagente! Poiché la salvezza della nostra vita èrisultata dipendere dalla corretta scelta del piacere e del

doloredella quantità maggiore e minoredel più grande e del piùpiccolodel più lontano e del più vicinonon vi pare

Platone Protagora

21

innanzi tutto che non può non essere un'abilità nel misurarevisto che sitratta di una ricerca dell'eccessodel difetto e

dell'uguaglianza di una cosa rispetto ad un altra?"». «Per forza».«"E visto che si tratta di un'abilità nel misuraredeve

per forza trattarsi di un'arte e di una conoscenza"». «Si dirannod'accordo». «"Di quale arte e di quale conoscenza si

trattivedremo un'altra volta. Ma che si tratti di una conoscenza è quantobasta per la dimostrazione che io e Protagora

dobbiamo darvi circa le cose che ci domandaste.

Ci avete posto questa domandase ricordatequando noi due sostenemmo dicomune accordo che non esiste nulla di

più potente della conoscenzae che essa sempre prevaleovunque siapresentesia sul piacere sia su tutte le altre

passioni. Ebbenevoi affermaste che spesso il piacere prevale anchesull'uomo che ha conoscenzaedato che non vi

demmo ragionedopo questo ci chiedeste: "Protagora e Socratese questoche ci succede non è l'essere vinti dal piacere

di che si trattaallorae cosa dite che sia?

Ditecelo!". Se allora vi avessimo subito risposto:"Ignoranza"ci avreste riso in faccia. Orainvecese rideste dinoi

ridereste anche di voi stessipoiché anche voi avete ammesso che chisbaglia nella scelta dei piaceri e dei dolori (cioè

dei beni e dei mali)sbaglia per difetto di conoscenza; e non solo diconoscenza in generalema di quella conoscenza

cheancor primaavete riconosciuto come conoscenza della misurazione. El'azione errata commessa per difetto di

conoscenzasapete anche voi che si commette per ignoranza. Sicchéinquesto consiste l'essere succubi del piacere:

nella somma ignoranzamale di cui il nostro Protagora dice di essere medicoe così anche Prodico e Ippia. Ma voi

convinti che si tratti di altro dall'ignoranzanon andate e non mandate ivostri figli da quelli che insegnano queste cose

dai sofisti qui presentinella convinzione che esse non si possanoinsegnare: poiché vi preme il denaro e non lo volete

spendere con costororiuscite male e nella vita privata e in quellapubblica".

Questa è la risposta che noi daremmo alla gente. Quanto a voiProdico eIppiaperché anche voi dovete prendere

parte alla discussioneinsieme a Protagora vi domando se vi pare che le coseche dico siano vere o false». Tutti furono

del parere che ciò che si era detto fosse fin troppo vero. «Allora»dissi«ammettete che il piacere sia benee il dolore

sia male. E scongiuro il nostro Prodico di risparmiarci la sua distinzionedei termini: sia che tu dica piaceresia che tu

dica divertimentosia che tu dica godimentosia che tu lo chiami prendendoil nome da dove ti pare e come ti fa piacere

chiamarlocaro Prodicorispondimi sulla cosa che mi preme sapere».RidendoProdico si disse d'accordoe gli altri con

lui. «Ebbenegente»dissi«che ne dite di questo? Tutte le azioni chemirano a questo scopoossia a vivere senza

dolore e piacevolmentenon sono forse belle? E l'azione bella non è forseanche buona e utile?».

Ne convennero. «E allora»dissi«se il piacere si identifica col benenessuno che sa o crede di sapere che altre cose

sono migliori di quelle che fae che è in suo potere farlecontinuatuttavia a fare questepur potendo farne di migliori.

E l'essere succubi di se stessi non è altro che ignoranzamentre il sapersidominare non è altro che sapienza». Tutti ne

convennero. «Ebbenenon dite forse che l'ignoranza consiste proprio in unacosa del generenell'avere una falsa

opinione e nell'ingannarsi sulle cose di grande valore?». Anche su questofurono tutti d'accordo. «E non è forse vero»

dissi«che nessuno di sua volontà mira al male o a ciò che consideramalee che non èa quanto parenella natura

umana tendere volontariamente a ciò che si considera male invece che albene; e chequando si fosse costretti a

scegliere fra due malinessuno sceglierà il male maggiorese gli saràpossibile scegliere il minore?». Tutto ciò incontrò

unanime consenso. «Ora»dissi«c'è qualcosa che chiamate timore epaura? è forse la stessa cosa che intendo io? Parlo

con teProdico! Intendo una sorta di aspettazione del maleche la chiamiatepaura o la chiamiate timore». A Protagora e

a Ippia parve che timore e paura consistessero proprio in questomentreProdico era del parere che in questo consistesse

il timorema non la paura. «Non ha nessuna importanza»dissi«Prodico.Ciò che contapiuttostoè questo: se sono

vere le precedenti affermazionici sarà forse qualcuno che di sua volontàmuoverà verso ciò di cui ha timorepur

essendogli possibile evitarlo? Non è forse impossibiletenendo conto diquello che abbiamo prima convenuto? Si è

convenutoinfattiche le cose di cui uno ha timore sono da lui consideratemali; e che nessuno di sua volontà prende di

mira o sceglie le cose che considera mali». Anche su questo furono tuttid'accordo. «Gettate queste fondamentao

Prodico e Ippia»dissi«il nostro Protagora difendadi fronte a noilesue precedenti risposteprovando che sono

corrette. Non le risposte che diede proprio all'inizio della discussione:allorainfattisostenne cheessendo cinque le

parti della virtùnessuna di esse è uguale all'altrae che ciascuna hauna sua particolare funzione. Ma non è questa la

risposta a cui mi riferiscobensì alla sua affermazione successiva. Pocodopoinfattidichiarò che quattro di queste parti

sono abbastanza simili tra loroma che unail coraggioè molto diversadalle altree che io avrei potuto capirlo da

questa prova: "TroveraiSocratemolti uomini che sono sommamente empiingiustidissoluti e ignorantieppure dotati

di grande coraggio. E da questo capirai che il coraggio è molto diversodalle altre parti della virtù".

E già allorasubitorimasi molto stupito di quella rispostama ora che hoesaminato con voi la questionene sono

ancora più stupito.

Gli chiesiallorase definisse i coraggiosi "audaci"e mirispose: "E intrepidianche". RicordiProtagoradi avermi

dato questa risposta?».

Lo ammise. «E dimmi»continuai«verso che cosa tu dici che i coraggiosisono intrepidi? Verso le stesse cose a cui

lo sono i vili?». Disse di no.

«Verso altre coseallora!». «Sì»rispose. «E non accade forse che ivili affrontino imprese sicuree i coraggiosi

inveceimprese rischiose?» «Così dice la genteSocrate!». «Quello chedici»dissi«è veroma non era questa la mia

domandabensì che cosa siaa tuo giudiziociò verso cui i coraggiosisono intrepidi. Sono intrepidi verso le imprese

rischiosepur considerandole rischioseo verso quelle imprese che rischiosenon sono?» «Ma questo»rispose«nei

ragionamenti che hai appena fatto si è dimostrato impossibile!». «Anche inquesto»dissi«dici il vero. Sicchése la

dimostrazione è correttanessuno affronta imprese che considera rischiosevisto che l'essere succubi di se stessi si è

Platone Protagora

22

scoperto essere ignoranza». Lo ammise. «Ma tuttiinvecevili ecoraggiosiaffrontano le imprese sicureealmeno in

questovili e coraggiosi affrontano le stesse imprese». «PeròSocrate»rispose«è del tutto opposto ciò che affrontano i

vili rispetto a ciò che affrontano i coraggiosi: per esempio alla guerraquesti vogliono andaree quelli non vogliono».

«E andare alla guerra»domandai«è un'azione bella o brutta?»«Bella»rispose. «E se è vero che è bella»dissi«è

anche buona: così abbiamo convenuto nei precedenti ragionamenti». «è veroquello che dicie io sono sempre della

stessa opinione». «Bene!»dissi. «Ma chi sonosecondo tecoloro chenon vogliono andare alla guerrabenché essa sia

un'azione bella e buona?» «I vili»rispose. «E se è bella e buona»chiesi«non è forse anche piacevole?» «Almeno così

si è stabilito»rispose. «E i vili non vogliono affrontare ciò che èpiù bellopiù buono e più piacevolenella

consapevolezza che è tale?» «Ma anche in questo casose ammettiamociò»rispose«mandiamo in malora quello che

abbiamo prima convenuto!».

«E che dire del coraggioso? Non affronta forse ciò che è più bellopiùbuono e più piacevole?» «Bisogna

ammetterlo!»rispose. «In generaleallorai coraggiosiquando hannopauranon hanno brutte paurenéquando sono

audacihanno brutte audacie». «è vero»disse. «E se queste non sonobruttenon sono forse belle?». Lo ammise. «E se

sono bellesono anche buone?» «Sì». «Eal contrarioi viligliaudaci e i pazzinon hanno forse brutte paure e brutte

audacie?». Lo ammise.

«E sono audaci in cose brutte e cattive per altra ragione che non sia perincoscienza e per ignoranza?» «Così stanno

le cose»rispose. «E allora? Quello per cui i vili sono vililo chiamiviltà o coraggio?» «Lo chiamo viltà»disse. «Ma i

vili non risultarono essere tali a causa della loro ignoranza delle cose cheincutono timore?» «Certo»disse. «E allora a

causa di questa ignoranza che sono vili?».

Lo ammise. «Ma non hai già ammesso che ciò per cui sono vili è laviltà?».

Disse di sì. «Ealloral'ignoranza delle cose temibili e delle cose nontemibili non risulta identificarsi con la viltà?».

Annuì. «Ma il contrario della viltà è il coraggio»dissi. Consentì.«E la conoscenza delle cose temibili e delle cose non

temibili non è forse contraria all'ignoranza di esse?». Anche qui fececenno di sì. «E l'ignoranza di queste cose non è la

viltà?». Qui annuì piuttosto a malincuore. «La conoscenza delle cosetemibili e delle cose non temibili non è allora il

coraggioessendo contraria all'ignoranza di esse?». Qui non volle piùnemmeno annuire e restò in silenzio. Ed io: «Che

c'èProtagora: non rispondi né sì né no alla mia domanda?» «Continuada solo»disse. «Sì»dissi«ma dopo averti fatto

ancora una sola domandase cioè sei ancora del parerecome al principiodella discussioneche esistano uomini in

sommo grado ignorantieppure coraggiosissimi». «Ho l'impressioneoSocrate»rispose«che tu ti accanisca a farmi

rispondere. E allora ti faccio un favore e ti rispondo cheda quanto s'èconvenutomi risulta che questo sia impossibile».

«Ma io»dissi«non ti faccio tutte queste domande con altro scopo chequello di indagare come stiano le cose a

proposito della virtù e che cosa mai sia in sé la virtù. Soinfattichefatta luce su questo puntosi chiarirebbe anche la

questione su cui tu ed io abbiamo fatto ciascuno un gran parlareiosostenendo che la virtù non è insegnabiletuinvece

che è insegnabile. E sono convinto che l'esito dei nostri discorsi di pocofase potesse prendere aspetto umanoci

accuserebbe e si farebbe beffe di noi; ese potesse parlareimmagino cidirebbe: "Siete ben straniSocrate e Protagora:

tuSocrateche nei tuoi ragionamenti di prima sostenevi che la virtù nonè insegnabileora ti impegni a sostenere la tesi

oppostatentando di dimostrare che tutti i benigiustiziatemperanza ecoraggiosono conoscenzache è il modo

migliore per far apparire insegnabile la virtù.

Perché se la virtù fosse altro dalla conoscenzacome Protagora tenta didimostraresarebbe evidente che non si può

insegnare. Ma se ora risultasse essere interamente costituita da conoscenzacome tuSocrateti affanni a provare

sarebbe ben strano che non potesse essere insegnata.

Protagoradal canto suoche partiva dal presupposto che essa fosseinsegnabileoraal contrariopare ansioso di

dimostrare che essa è tutto fuorché conoscenza; ese così fossenonrisulterebbe affatto insegnabile". Ebbene

Protagoravedendo tutto questo in tremendo scompiglioho un gran desiderioche si faccia chiarezza in queste

questionie vorrei chedopo averle esaminatearrivassimo a capire che cosasia la virtùe che poidi nuovotornassimo

ad esaminarea proposito di essase sia insegnabile o non lo siaperchénon capiti che l'Epimeteo di cui si parlava

ingannandocinon ci mandi fuori strada anche nella nostra indaginecomegià ci ha trascurati nella distribuzionestando

al tuo racconto. A dire il veroanche nel mito Prometeo mi è piaciuto piùdi Epimeteoed iofacendo tesoro del suo

caso e cercando di essere previdente (83) in tutti gli aspetti della miavitami occupo appunto di tutte queste questioni;

ese tu volessicome ti dissi anche all'iniziosarei ben contento diesaminarle con te».

E Protagora: «Socratelodo il tuo zelo e la tua maniera di sviluppare ilragionamento. Non credoneppure nel resto

di essere un cattivo uomoma penso di essere meno di ogni altro invidiosovisto cheanche di teho già detto a molti

chefra quelli in cui mi accade d'imbattermitu sei quello che io stimo digran lunga di piùe in modo particolare

rispetto ai tuoi coetanei. E dicoanziche non sarei affatto stupito se tuentrassi nel novero degli uomini illustri per

sapienza. Ma di questo ne parleremo un'altra voltaquando vorrai. Ora èormai tempo che mi metta a fare altre cose».

«Ma via»dissi«così bisogna farese così a te pare. Anche per medel restoè già da un pezzo ora di andare dove

dissi che dovevo andarema ero rimasto per fare un piacere al bel Callia».

Detto e udito ciòce ne andammo.

Platone Protagora

23

NOTE: 1) Alcibiade visse all'incirca fra il 450 e il 404 a.C.anno in cuidietro istigazione dei Trenta Tiranni e dello

spartano Lisandrovenne assassinato in Frigiadove si era rifugiato pressoil satrapo Farnabazo dopo una vita

avventurosacostellata di mutamenti di alleanzeviaggisuccessi e rovescidi fortuna. Fu figlio di Cliniaateniesedella

ricca e potente famiglia degli Eupatridie di Dinomacheappartenenteanch'essa ad un'illustre stirpe ateniesequella

degli Alcmeonidi. Quando il padre morìnel 446 a.C.Alcibiadecheall'epoca aveva circa quattro annivenne affidato

alla tutela di Pericle (cfr. PlatoneAlcibiades 118c)con cui eraimparentato.

Secondo quanto attesta Platone nei dialoghifrequentò a lungo Socrate: siveda soprattutto il Simposio (215a-219e).

2) Cfr. OmeroIliade libro 24verso 348; Odissealibro 10verso 279. Laformula omerica «cui fiorisce la prima

peluriae la sua è la giovinezza più bella»da cui Platone prende glielementi verbali senza citarla letteralmenteè

riferita ad Ermesche viene dettonel primo caso«simile ad un giovaneprincipe»enel secondo«simile ad un

giovane eroe».

3) Alcibiade dovrebbe avere all'incirca 18 o 19 annise si suppone chel'azione del dialogo sia immaginata avvenire

all'epoca del secondo viaggio di Protagora ad Ateneforse nel 432/31 a.C.

4) Cfr. PlatoneSymposium 217a-219e: Alcibiade confessa di avere avuto unaconsiderazione straordinaria del fiore

della propria giovinezza e della propria bellezza e descrive i sentimenti cheil fare sprezzante di Socrate agitava in lui: si

sentiva rifiutato e tuttavia non sapeva privarsi della sua compagniaedopoaver fallito con la propria avvenenzasi

trovava privo di espedienti su come potesse conquistarlo.

5) Abdera è una città della Ioniapatria di Protagorail cui nome verràfatto fra poco. Di Abdera era anche

Democrito.

6) Cliniapadre di Alcibiade (cfr. la nota 1)è menzionato da Erodotolibro 817per essersi fatto onore nella

battaglia navale dell'Artemisio contro i Persiani. E in battaglia morìaCheronea nel 446 a.C.quando Alcibiade aveva

circa quattro anni.

7) Protagora nacque verso gli inizi del quinto secolo ad Abdera. Come tutti isofisti viaggiò molto e fra il 450 e il

444 a.C. soggiornò una prima volta ad Atenedove ebbe da Pericle l'incaricodi preparare la legislazione per la nuova

colonia panellenica di Turi; il secondo viaggio ad Atene è forse dacollocare fra il 432 e il 431 a.C.epoca in cui

probabilmente si immagina che avvenga l'azione del dialogo; stando a quel chePlatone dice (Protagoras 349a)egli fu il

primo a farsi pagare un compenso in denaro in cambio del sapere o diquell'arte "politica" di cui si professava maestro.

Il fondamento del suo pensieroespresso nello scritto La veritàvienecitato dallo stesso PlatoneTheaetetus 166d:

«ciascuno di noiin realtàè misura delle cose che sono e di quelle chenon sonoma c'è una grande differenza tra l'uno

e l'altroproprio per questoperché per uno esistono e appaiono certecoseper un altro esistono e appaiono cose

differenti».

Morì in naufragio nel 411 a.C.dopo aver lasciato Atenedove era statoaccusato di empietà per il suo libro Sugli

dèi.

8) Personaggi altrimenti ignoti. Di Ippocrate figlio di Apollodoro sappiamosolo quello che di lui Platone dirà (316b-c)

per bocca di Socrate: ateniesediscendente di un casato potente e riccodibuone doti naturali e ambiziosoe disposto

a pagare qualsiasi prezzo purché Protagora gli trasmetta la propriasapienza. Sappiamo inoltre che all'epoca del primo

soggiorno ad Atene di Protagorafra il 450 e il 444 a.C.Ippocrate eraosi immagina che fosseancora un fanciullo

(cfr. 310e).

9) Enoè era il nome di due demi atticiuno a nord e uno a nord-ovest diAtene. Qui si tratterà più probabilmente del

secondoessendo di lì più facile raggiungere la Beoziaprobabile mèta diuno schiavo in fuga.

10) Sul tema dei sofisti "venditori" del loro saperecfr. piùavanti 313c seguenti. e 328b-c.

11) Il primo viaggio di Protagora ad Atene è collocato intorno al 450-444a.C.

12) Callia era uno dei più ricchi ateniesiprima di dissipare il suopatrimonio col suo mecenatismo. La sua casa era

albergo per i sofisti di passaggiodi cui egli era fanatico ammiratore. Cfr.la nota 66.

13) Ippocrate di Cos visse tra il 460 e il 370 a.C. circa. Discendeva dallacorporazione medica degli Asclepiadi di

Cos. Sotto il suo nome è stata tramandata una raccolta di scritti medici indialetto ionicoil Corpus Hippocraticum.

14) Policletonativo di Sicione ma chiamato argivo perché capo della scuoladi scultura di Argovisse ed operò

nella seconda metà del quinto secolo.

Ritraeva di preferenza giovani atletifra cui il Doriforo. il Diadumenol'Amazzonericostruendo il corpo umano

sulla base di proporzioni matematico-geometriche che egli stesso fissò nelsuo scritto sulla sculturaIl canone.

15) Il più celebre scultore greco. Operò intorno alla metà del quintosecoloe fu amico di Pericle che gli

commissionò le sculture per il Partenonefra cui la statua crisoelefantinadi Atena Parthenosche nel 448 venne

collocata nella cella grande del tempio. Nel 442 venne accusato dagliAteniesi di essersi appropriato di una parte

dell'oro destinato alla statua di Atenae morì in carcere nel 431vittimacome del resto anche Protagora e Anassagora

degli avversari politici di Pericleche per colpire costui miravano a quellidella sua cerchia. Nel Menone (91d)per dare

un'idea esagerata dei guadagni che Protagora traeva dall'arte sofisticaPlatone fa dire a Socrate che Protagorada solo

ha guadagnato più denaro da questa sapienza che non Fidia ed altri dieciscultori insieme.

16) Nel Sofista (223c-224e)Platone dimostra come l'«arte sofistica» sipossa a ragione definire come il mestiere di

compra e costruisce cognizioni e le scambiada città a cittàcon denarotraendo di che vivere da questa attivitàe come

questo ci autorizzi a chiamare mercante chi faccia di questo commercio il suomestiere.

17) Ippia di Elide visse verso la fine del quinto secolo. Platone lo ritraecome un erudito che non perde occasione di

sfoggiare il suo sapere enciclopedico (347a-b)efacendolo zittire daAlcibiadelascia intendere di non tenere in grande

Platone Protagora

24

considerazione le sue disquisizioni. Vedi anche l'allusione di Protagora altipo di insegnamento impartito da Ippia e

dagli altri sofisti in 318e. Viaggiò molto ed ebbe un'intensa attività dipoligrafoletterato ed erudito. Platone lo

rappresenta vanitoso e avido (cfr. Hippias maior 282d-e)presuntuoso esegetadi Omero (cfr. Hippia minor 364b-365c)

e capace di fare di tutto. Sul paragone a Eraclecfr. la nota 25.

18) Prodico di Ceo nacque fra il 470 e il 460 a.C. Fu ambasciatore in moltecittàfra cui Atenedove ottenne grande

successo con le sue lezioni eparericavò favolose ricchezze (cfr.PlatoneHippias maior 282b-c).

Scrisse le "Orai"che probabilmente contenevano l'apologo dìEracle al bivio (riferito da SenofonteMemorabilia

libro 2120-34) sul tema moralistico delle due viela via della Mollezzapiana e piacevolee la via della Virtùsegnata

dal lavoro e dalla fatica (cfr. EsiodoOpera et dies 286-92)e un trattatoSull'esattezza delle parole. Verrà rappresentato

come un accanito censore dell'uso lessicaleche si fa scrupolo di precisaread ogni parolail suo esatto significato

(337a-c)e non resta per nulla soddisfatto da definizioni generali (358a).Socrate lo chiamerà ironicamente suo maestro

(341a)e prenderà in giro il suo modo puntiglioso di fare sottilissimedistinzioni semanticheraccontando come Prodico

lo rimproverava di usare a sproposito le parole (341a-b)e servendosi di luiper una assurda interpretazione della parola

«difficile» in Simonide di Ceoprontamente smascherata da Protagora(341b-d).

19) Paralo era fratello uterino di Callia. La madre di Calliadopo essersidivisa da Ipponicoaveva sposato in

seconde nozze Pericleda cui ebbe i figli Paralo e Santippomorti nellapeste del 429 a.C. il fatto che Platone faccia

figurare questi due personaggi fra gli ospiti di Callia in occasione delsoggiorno ateniese dì Protagora lascia intendere

che l'azione del dialogo era immaginata avvenire prima del 429 a.C.e cheprobabilmente va collocata nel 432/431 a.C.

piuttosto che nel 423/422 a.C.

20) Carmide figlio di Glaucone era zio materno di Platone. Con il cuginoCrizia aveva fatto parte dei trenta tiranni

ed era morto nella battaglia di Munichia nel 403 a.C.nello scontro fraaristocratici e democratici.

è il principale interlocutore nel dialogo omonimo.

21) Santippo era fratello di Paralo e fratello uterino di Callia (cfr. lanota 19).

22) Filippide figlio di Filomelo è un personaggio ignoto da altre fonti.

L'unica informazione è questa che ci viene data da Platoneossia cheanch'egli era discepolo di Protagora.

23) Antimero di Mende è un personaggio altrimenti sconosciuto. Ambiva adiventare sofista di mestieresecondo

quanto ci viene detto qui da Platone.

24) Orfeomitico poeta della Traciafigliosecondo la leggendadi Apolloe della Musa Calliopecol suo canto

ammaliava e trascinava uominianimalipiante e pietre. Nello Ione (533dseguenti) Socrate chiarisce al rapsodo Ione

l'origine divina della forza della poesia: la Musa rende i poeti ispiratieattraverso questi ispirati si crea una lunga catena

di altri che sono invasati dal dio; così i poeti poetano o i rapsodi diconobelle cose intorno ai poeti non per arte o per

conoscenzama per una forza divina che li possiede e che toglie loro ilsenno. Con questo paralleloPlatone intende dire

che anche l'arte della persuasione di Protagora seduce le animee letrascina per effetto di incantesimoprivandole di

senno.

25) OmeroOdyssea libro 11verso 601. La formula «e dopo di lui conobbi»è usata da Omero per legare

nell'evocazione dei morti di Odisseol'apparizione di un'ombra all'altra:dopo Sisifoche appare penare nell'inutile fatica

di spingere un masso sulla cima di un collee rotolare ogni volta al pianosenza poterla raggiungereOdisseo riconosce

l'ombra di Eracle. Platoneusando come nesso fra un personaggio e l'altroquesta formula omerica in questa forma (la

stessa formula si trovascompostaanche in Odyssea libro 11verso 572)evidentemente vuole stabilire un parallelo fra

Protagora e Sisifo e fra Ippia ed Eraclesuggerendo così le caratteristicheche li accomunerebbero: la presunzione di

Protagora e di Sisifo (cfr. 348e-349asulla fiducia che Protagora ha in sestesso)e la pretesa di onniscienza e di saper

fare e parlare di tutto di Ippia di Elideparagonata alla sconfinata forzadi Eracle (su Ippiacfr. la nota 17).

26) Erissimacocome il padre Acumenofu un celebre medico. Figura comeinterlocutore nel Simposio (185d)ed è

nominatoinsieme al padre Acumeno in Phaedrus 268a.

27) Fedro del demo di Mirrinunte è il personaggio protagonista dell'omonimodialogo. Nel Fedro (227a)egli si dice

amico e medico Acumenoe annuncia di voler andare a passeggiare per lestrade all'aperto perché così gli ha consigliato

Acumeno. Compare anche nel Simposio (176d seguentidove dice di esser solitodare rettain fatto di medicina. a

Erissimaco figlio di Acumenoe 178a seguentidove pronuncia un elogio diEros.

28) Androne di Androzione è menzionato anche nel Gorgia (487c)come uno deitre «compagni di sapienza» di

Callicle. Prese parte alla rivolta oligarchica del 411 a.C.

29) Cfr. OmeroOdyssea libro 11verso 583 e seguenti. Il verso omerico è:«e anche Tantalo vidiche pene atroci

pativa»: Tantalo è ritto in piedi in uno stagnoassetatoe non può beredi quell'acquache sparisceinghiottitaappena

egli si piega per prenderne; esulla sua testaalberi piegano i loro ramicarichi di fruttima il vento li alza appena

Tantalo si allunga per prenderne.

30) Su Prodico di Ceocfr. la nota 18.

31) Pausania del Ceramico è un retore. Nel Simposio (180c seguenti)dopol'elogio di Eros fatto da FedroPlatone

gli fa esprimere alcune delle idee allora in voga sulla questione d'amore:distinzione fra Eros celeste ed Eros volgare;

solo l'Eros celeste è degno dì essere elogiatoeccetera.

32) Agatone fu un poeta tragicodi cui si sono conservati solo pochiframmenti. Nacque intorno al 447 a.C. in casa

suaper festeggiare la vittoria ottenuta con la sua prima tragedia nelleLenee del 416 a.C.si svolge l'azione del

Simposio. In questo dialogo (193b-c) compare un'altra allusione all'amiciziaintima fra Agatone e Pausania.

33) Adimanto figlio di Cepide non è noto da altre fonti. Su Adimanto figliodi Leucolofidesappiamo da Senofonte

Platone Protagora

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Historia Graeca libro 1421; libro 2130. che fu stratega allabattaglia di Egospotamie fu processato dagli Ateniesi

per tradimento.

34) Su Alcibiadecfr. la nota 1.

35) Crizia figlio di Callescrodi famiglia aristocraticaera cugino diPerictionemadre di Platone. Divenne capo dei

trenta tirannie col cugino Carmidezio di Platone (cfr. la nota 20)morìnella battaglia di Munichia nel 403 a.C..

combattendo contro i democratici insorti. Scrisse opere in versi e in prosa.In FilostratoVitae sophistarum libro 116si

legge di Crizia che egli parteggiò per gli Spartaniminacciando guerra daparte degli Spartani a chi avesse dato asilo a

coloro che egli aveva esiliato da Atenee collaborando con gli Spartani neldisegno di fare dell'Attica terra da pascolo

per le pecore. Il celebre opuscolo antidemocratico "Athenaíon politeia"giunto a noi tra le opere di Senofontema

certamente non scritto da luipotrebbe essere opera di Crizia.

36) Nell'interpretaziOne di Protagorail "sofista" è colui che sarendere gli uomini migliori. Omerodunquefacendo

dei suoi eroi esempi di virtùavrebbe i requisiti per essere definitosofistanel senso appunto di "colui che educa alla

virtù".

37) Nelle Opere e i giorni anche Esiodo dava precetti di vita moraleservendosi dunquea giudizio di Protagora

della poesia come paravento per mascherare il vero scopo che gli stava acuorevale a dire educare alla virtùe quindi

praticare l'arte sofistica nel senso in cui Protagora l'intendeva.

38) Simonide di Ceo nacque intorno alla metà del quinto secolo. Fu poetacoraledi innicanzoni conviviali (scolia)

canti funebriepitafielegiema soprattutto di epinici. e trascorse lamaggior parte della sua vita alla corte di tiranni:

presso Ipparco ad Atenepresso gli Scopadi in Tessagliapresso gli Alevadia Larissa e alla corte di Ierone di Siracusa.

in Diodoro Siculolibro 11114-121ci è conservato un frammento dell'epitafiodi Simonide per i caduti spartani alle

Termopili. Il tema della virtùdi come essa sia accessibile a pochie dicome sia impossibile trovare un uomo senza

difettoè ricorrente nella sua opera. Anch'eglidunqueè"sofista" nel senso che intende Protagora ("maestro divirtù").

Più avantisu invito di Protagora (339a seguenti)verrà analizzato il suocelebre carme A Scopa.

39) Su Orfeocfr. la nota 24.

40) Museomitico discepolo di Orfeoautoresecondo la tradizionedi poemicosmogonici e di inni sacri.

41) Icco di Taranto fu un famoso atletavincitore della gara del pentathlonad Olimpia nel 470 a.C. Platone lo cita

(Leges libro 8840a) dicendo che egliin vista delle gareper amore dellavittoriasapeva rinunciare ai piaceri del sesso

e che sue erano la virtù della temperanza e del coraggio.

Anche la ginnastica contribuiva alla paideia (cfr. Protagoras 312b)l'educazione spirituale del giovane di buone

speranzee dal momento che anch'essa educava alla virtù senza professarloapertamenteProtagora la considera "arte

sofistica" camuffata.

42) Erodiconativo di Megaraera detto di Selimbria per essersi trasferitoa Selimbria. Lasciata l'atleticafu maestro

di ginnastica. è nominato nella Repubblica (libro 3406a-b)dove siracconta checolpito da una malattia mortale

lasciò ogni altro interesse per seguire attimo per attimo il decorso dellamalattiasenza essere capace di guarirsie che

cosìvivendo solo per curarsitirò per le lunghe la sua morteimprigionato nella sua "dieta"si tormentava se anche di

poco deviava da essae giunse ad un'età avanzata grazie alla modernaterapia di associare la ginnastica alla medicina. E

qui il caso di Erodico è citato in polemica contro il malcostume dei ricchidi curarsi con diete prolungateprendendosi il

lusso di giacere a letto e diventando così un peso per la societàeprecisando che ciò non ha nulla ha che fare con l'arte

medica di Asclepio.

43) Agatocle fu maestro di musica di Damone (cfr. Laches 180c-d) che a suavolta fu maestro di Pericle (cfr.

Alcibiades 118c). il suo discepolo viene citato nella Repubblica (libro 4424c)a proposito della necessità di mantenere

immutata l'educazione musicalee di non introdurre nuovi generi musicaliperché questo scuoterebbe i fondamenti su

cui poggia la costituzione dello Stato. Nella Repubblica (libro 3400b-e)Socrate si richiama all'autorità di Damone per

giudicare quali siano i ritmi che traducono la volgaritàla violenzalapazzia e ogni altro difettoe quali siano invece i

ritmi che traducono le virtù opposte. è dunque chiara la ragione per cuiProtagora chiama "sofista" il suo maestro.

44) Pitoclide di Ceo è citatocon Damonecome maestro di musica diPericlenell'Alcibiade secondo (118c).

45) Zeusippo di Eraclea è il famoso pittore del quinto secolo a.C.citatocon il nome di Zeusi anche nel Gorgia

(453c-d)come pittore dì figure vive.

Cfr. AristotelePoetica 1461b 13.

46) Ortagora di Tebe fu un celebre flautistamaestro di flauto diEpaminonda.

47) Letteralmente "eúbolia" significa 'capacità di consigliarsibene''di prendere giuste decisioni'.

48) Il Consiglioil più importante organo politico di Ateneera compostodi cinquecento membricinquanta per

ognuna delle dieci tribù. Era presiedutoa turnodai cinquanta membri diuna delle dieci tribùper un uguale periodo di

tempo di 35/36 giornisecondo un ordine stabilito a sorte. Questi cinquantamembriper il periodo che presiedevano il

Consigliosi chiamavano Pritanie Pritania era la carica che essiricoprivano. Gli arcieri di cui si parla erano guardie al

servizio dei Pritani.

49) Si tratta di Paralo e Santippo; cfr. la nota 19. Nell'Alcibiade secondo(118d-e) Socrate chiede ad Alcibiade chi

sia stato reso saggio da Periclea partire dai suoi due figli. e Alcibiadecogliendo l'allusionerisponde lasciando

intendere che Paralo e Santippo erano considerati due sciocchi.

56) Clinia era fratello minore di Alcibiadeaffidato anch'eglidopo lamorte del padre Cliniaalla tutela di Pericle.

Nell'Alcibiade secondo (118e)Alcibiade chiama il fratello «pazzo»e facapire che neppure a costui Pericle seppe

trasmettere la propria sapienza.

Platone Protagora

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51) Il nome Arifrone significa 'molto saggio': fu il nome del nonno e delfratello di Pericle.

52) Nel mito Prometeo è un gigante figlio di Giapeto e dell'oceaninaClimene.

in EsiodoTheogonia 507 seguentiè detto versatile e astutoingannò Zeusuna prima voltaquandoin occasione di

una contesa fra il re dell'Olimpo e i mortalispartì un bue con arteingannevolenascondendo le carni e le interiora in

una pellenel ventre del buecamuffando le ossa nel grassoe invitandoZeus a scegliere. Questiper vendettapunì

Prometeo legandolo ad una colonna e mandando un'aquila a mangiargli il fegato(cfr. il Prometeo eschileo)e tolse ai

mortali il fuoco.

Prometeo venne liberato da Eraclee tornò ad ingannare Zeus rubando ilfuoco e facendone dono agli uomini. La

caratteristica di Prometeo è quella di «contendere contro i disegni diZeus» (cfr. 5534). Nelle Opere e i giorni (versi

42-57)Esiodo dice chese Prometeo non avesse violato il divieto di Zeusrubandogli il fuocol'uomo non sarebbe

condannato al lavoro e potrebbe senza fatica raccogliere in un solo giorno diche vivere un anno. Il nome Prometeo

significa 'colui che pensa prima'il 'previdente'.

Il fratello Epimeteo ('colui che pensa dopo''l'imprevidente')già inTheogonia 511-513è detto «malaccorto»per

aver accolto in casa il malefico dono di ZeusPandora. Si accorse delmalanno che avevasolo dopo averlo accettato

(cfr. Opera et dies 83-89). Il mito costruito da Platone si incentra sul donodel fuoco e della competenza artigianasugli

effetti che questo dono ebbeesoprattuttosugli effetti che questo dononon ebbe: non bastò a rendere gli uomini

capaci di vita associatae per questo fu necessaria l'arte politica.

53) Ferecrate era un poeta comico ateniesecontemporaneo di Aristofane.

La sua commedia I selvaggia cui qui si alludedoveva essere la satiradella teoria di qualche sofistaallora in voga

che sosteneva la superiorità dello stato di natura rispetto allo stato didiritto. I misantropi di cui si parladisgustati dalla

vita civilesi rifugiarono fra gente selvaggia che fece loro rimpiangere lavita nella società e nelle leggi. La commedia

venne rappresentata nel 421/420 a.C.e se si colloca l'azione del Protagoranel 432/31 a.C.bisogna considerare questa

citazione un anacronismo. D'altra partese si immagina che il dialogo avesseluogo nel 423/422 a.C.risulta

anacronistica la presenza dei figli di PericleParalo e Santippomortinella peste del 429 a.C. (cfr. la nota 19).

54) Il Leneo era il 'recinto del torchio' presso l'Acropoli di Atenelapiazza dovenel mese di Leneone (dal 15

gennaio al 15 febbraio)si celebravano le Leneefeste in onore di DionisoLeneo ('protettore del torchio')con

rappresentazioni teatrali.

55) Euribate e Frinonda erano due proverbiali malfattori (cfr. AristofaneThesmoforiazusae 861).

56) Su Policletocfr. la nota 14.

57) Su Paralo e Santippocfr. la nota 19.

58) Per questa polemica di Platone verso la scrittura - più precisamente: lascrittura filosofica - e il privilegio da lui

riconosciuto allo sviluppo della dialettica oralecfr. Phaedrus 274b-278e.

59) Crisone di Imera era un famoso atletacitatocon Icco di Taranto ealtri atletinelle Leggi (libro 8840a-b; cfr.

la nota 41)come esempio di temperanza nell'astenersi dai piaceri sessualiper amore di una vittoria.

Vinse gare di corsa alle Olimpiadi del 448444 e 440 a.C.

60) Il dolicodromo è l'atleta che gareggia in una corsa di resistenzacheconsisteva nel percorrere dodici diaulivale

a dire dodici volte la doppia lunghezza dello stadiodal traguardo alla metaedi ritornodalla mèta al traguardo (cfr.

PlatoneLeges libro 7822a; libro 8833b).

61) In greco "emerodromos" era un corriere che doveva percorrere inun giorno grandi distanze.

62) Su Alcibiade e il suo atteggiamento verso Socratecfr. le note 1-4.

63) Su Criziacfr. la nota 35.

64) Su Prodicoe le sue ricerche di sinonimicacfr. la nota 18.

65) Su Ippia e sulla sua "sapienza"cfr. la nota 17.

66) Il Pritaneo anticamente era la sede dei Pritani (cfr. la nota 48). Sitrattava di un edificio pubblico che sorgeva ai

piedi dell'Acropolidove venivano mantenuti a spese pubbliche i cittadini dacui lo Stato aveva ricevuto particolari

beneficiatleti che con le loro vittorie avevano portato lustro alla cittàe certi ospiti illustri. In PlatoneApologia

Socratis 36dSocrate sostiene di essere benefattore della cittàe dimeritareper questo e per la propria povertàdi

essere nutrito a spese pubbliche nel Pritaneo. In questa similitudine messain bocca ad Ippiapotrebbe essercioltre al

senso apparente (l'enfatico elogio che Ippia fa della città di Atene e dellacasa di Callia)il doppio senso comico che fa

apparire Atene come il Paese della Cuccagna dei sofistie la casa di Calliacome l'albergo dove questi "benefattori"

alloggiano e pasteggiano a spese del padrone. Del restosulla generosità esul mecenatismo di Callia si è già ironizzato

sopra (cfr. 315d)dove si diceva che Calliaper far posto ai sofistiavevasgombrato persino la dispensa. Su Calliacfr.

la nota 12.

67) Su Simonidecfr. la nota 38.

68) Scopa figlio di Creonte era tiranno di Crannone in Tessaglia. Simonide fuaccolto alla corte degli Scopadi dopo

l'assassinio di Ipparcosuo protettore ad Atenenel 514 a.C.

69) Si tratta del carme A Scopaframmento 542. Page.

70) Pittaco di Mitilene visse tra la fine del settimo e l'inizio del sestosecolo. È tradizionalmente annoverato fra i

Sette Saggi.

71) Cfr. OmeroIliaslibro 21verso 308. Lo Scamandroadirato con Achilleperché massacra i Troiani in fuga

nelle sue correnti e le riempie di cadavericerca di travolgere l'eroe conla piena delle sue acque; ma Achillesoccorso

da Atenarimonta la correnteche non riesce più a trattenerlo. LoScamandro allora chiama in aiuto il fratello Simoenta

Platone Protagora

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perché presto Achille espugnerà la rocca di Priamo. Socrate vuole impedireche Protagora=Achille espugni

Simonide=roccaforte della sapienza morale.

72) La citazione riprende EsiodoOpera et dies 289-92variandoneleggermente la sintassi (dal discorso diretto è

volta al discorso indiretto e qualche congiunzione è cambiata)sostituendol'originale «immortali» con «dèi»e saltando

parte del verso 290 e parte del verso 291la frase che diceva: «lungo eripido è il sentiero che porta ad essae aspro

all'inizio».

73) Talete di Miletonato probabilmente intorno al 640 a.C."filosofo" fu il primo a cercare nella naturae non nella

mitologiaun "arché"ossia un'"origine" delle cose eun 'principio' che spiegasse il realee lo individuò nell'acqua. Su

Talete circolavano aneddoti contraddittorialcuni che lo presentano deditoalla vita contemplativacome quelto

riportato da Platone (Theaetetus 174a)dove si dice che Taletementrestudiava gli astri e guardava in altocadde in un

pozzoe quelli che lo presentano invece come uomo di grande senso praticocapace di trarre lauti guadagni dal

commercio. La tradizione gli attribuisce norme morali espresse in forma dibrevi sentenze.

74) Su Pittaco di Mitilenecfr. la nota 70.

75) Biante di Priene è citato con ammirazione da Eraclito di Efeso nelframmento 39 Diels-Kranz. Diogene Laerzio

libro 182-88ha raccolto aneddoti sul suo conto e detti memorabili a luiattribuiti.

76) Solone fu "arconte" ad Atene nel 594/593 a.C.e legislatoregrazie all'eccezionale potere che gli venne

attribuito. Diventato arbitro in seguito a una guerra civile fra nobili epopolo«liberò il popolo» ordinando la

"seisáctheia"cioè lo 'scuotimento dei debiti'e vietando iprestiti su pegno della personae stabilì una costituzionein

Aristotele"Athenaíon politeía" 5-7sono conservati frammentidi Solone. è celebre la sua elegia Alle Musericca di

temi esiodeiquali l'ineluttabilità della vendetta di Zeusgli inutiliaffanni degli uomini e le loro vane Speranze.

77) Di Cleobulo di Lindo si conservano aneddoti e detti memorabili in DiogeneLaerziolibri 189-93.

78) Nella lista dei Sette Saggi al posto di Misone di Chene di solito sitrova Periandro di Corinto. Di Misone parla

Diogene Laerziolibro 1106-108.

79) Chilone di Sparta è anch'egli tradizionalmente annoverato fra i SetteSapienti. Viene menzionato in Diogene

Laerziolibro 168-73.

80) Cfr. OmeroIliaslibro 10verso 224. A parlare così è Diomedechesi offre volontario ad entrare nel campo dei

nemici per indagare che cosa i Troiani meditavano fra loroIl piano degliAchei era quello di informarsidi cercare di

sapereche è appunto il fine a cui mira la ricerca di Socrate.

81) Cfr. OmeroIliaslibro 10verso 225. Il seguito in Omero è:«la mentetuttavia è più cortail pensiero è più

debole».

82) La pelta era uno scudo leggero. Arma tipica dei Tracifu poi adottata datutti i Greci.

83) Socrate gioca sul significato del nome Prometeoche etimologicamentesignifica 'colui che pensa prima'il

'previdente'. Su Prometeo ed Epimeteocfr. la nota 52.




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