|
|
|
by
|
|
Platone
Le leggi
2
Platone
LE LEGGI
PREMESSA
Le Leggi furono scritte alcuni anni prima che la morte cogliesse il grande filosofo ateniese e costituiscono la fase
finale della sua lunga riflessione politica sullo stato. è impossibile riassumere il dibattito che la critica, sin dall'antichita,
ha sviluppato intorno al problema della cronologia e dell'autenticità dell'opera, sicché in questa sede ci limiteremo ad
alcune considerazioni di carattere generale.
Innanzitutto la data del 353 a.C., anno in cui avvenne verosimilmente la vittoria dei Siracusani sui Locresi ricordata
nel libro 1 (638b), appare come il termine di riferimento cronologico più sicuro per datare la composizione del dialogo.
In secondo luogo, un'attenta analisi dell'opera ha messo in luce alcune imperfezioni contenutistiche e stilistiche
(frequenti ripetizioni e omissioni, ad esempio) che hanno fatto pensare ad un'opera non pienamente compiuta, ma forse
ancora in fase di elaborazione e in attesa di revisione.
Si può allora concludere che dopo la morte del filosofo, avvenuta presumibilmente nel 348 a.C. - e quindi qualche
anno dopo la composizione delle Leggi -, spettò al segretario del maestro, Filippo di Opunte, provvedere ad una
sistemazione, peraltro sommaria, dell'opera, nonché all'attuale divisione in dodici libri.
Le Leggi dunque, come si è appena detto, rappresentano la fase finale del pensiero politico di Platone ma è stato
anche osservato che, prima ancora che indagine filosofica pura, possono essere quasi considerate come una specie di
trattato storico sulla legislazione ateniese, spartana, e cretese del tempo. Ed è forse proprio in questa storicità delle
Leggi che si scorge un elemento di rottura rispetto ai dialoghi precedenti che avevano affrontato il problema, dello stato
e delle costituzioni: nella Repubblica, ad esempio, si dovevano creare le fondamenta di uno stato che sarebbe peraltro
esistito soltanto su di un piano ideale, razionale (dove la ricerca della Giustizia e le speculazioni sul Sommo Bene
coincidevano con le fondamenta dello stato ideale), mentre l'intento delle Leggi è quello di tradurre nella realtà storica,
mediante l'attività del legislatore e il suo sforzo normativo, lo stato ideale delineato in precedenza. Si spiegano così
l'analisi e la critica nei confronti delle legislazioni e delle costituzioni spartane e cretesi, le riflessioni storico-politiche
sui fallimenti dell'impero persiano (determinato da un eccesso di dispotismo) e su quelli dello stato ateniese (determinati
da un eccesso di libertà), il confronto, rigoroso e serrato, con il diritto positivo dell'epoca. Platone dichiara apertamente
l'intento "pratico" del dialogo al termine del libro terzo, ricorrendo ad un semplice espediente: Clinia, uno dei
personaggi del dialogo, è stato incaricato dalla città di Cnosso di emanare quelle leggi che ritiene migliori per una
colonia che i Cretesi hanno intenzione di fondare, ragion per cui rivolge un appello ai suoi due interlocutori, ovvero
quello di fondare "con la parola", il nuovo stato. In altri termini, la riflessione puramente teorica sulle leggi dovrà ogni
volta adattarsi alle esigenze pratiche della nuova colonia cretese.
I primi tre libri costituiscono dunque una lunga introduzione al vero e proprio trattato sulle leggi: il libro 1 si apre
con la splendida descrizione della campagna cretese nelle prime ore del mattino di una calda giornata estiva. Tre vecchi
prendono parte al dialogo: l'Ateniese, identificato sin dall'antichità con Platone stesso, il cretese Clinia e lo spartano
Megillo. L'Ateniese propone ai suoi compagni di discutere di costituzioni e di leggi lungo la strada che da Cnosso
conduce all'antro di Zeus: essi incontreranno molti ed alti alberi che con la loro frescura permetteranno loro di sfuggire
alla canicola estiva. La discussione entra subito nel vivo: il cretese Clinia, dopo aver constatato che a Creta le
consuetudini (l'uso dei pasti in comune, ad esempio) e la legislazione si ispirano alla guerra, a causa della
conformazione geografica del luogo che è aspra ed accidentata, sostiene che il legislatore dovrebbe legiferare soltanto in
vista della guerra, dal momento che la condizione umana si trova in uno stato di guerra permanente. Ma l'Ateniese non è
d'accordo con le posizioni del cretese: la guerra rappresenta senz'altro un evento necessario nel complesso delle
relazioni umane, ma non costituisce certamente la norma, e dunque il legislatore non deve legiferare solo in vista della
guerra, ma anche in vista della pace, realizzando le virtù della giustizia, della saggezza, e dell'intelligenza.
Di qui sorge la critica verso l'eccessiva severità delle legislazioni spartane e cretesi: esse non sono solo carenti
perché legiferano unicamente in vista del coraggio che si manifesta in guerra, ma si caratterizzano anche per la loro
eccessiva severità di costumi.
L'Ateniese dimostra ad esempio che il divieto di bere vino imposto dalla legislazione spartana non ha un
fondamento logico: se la consuetudine del bere vino viene regolata all'interno dei simposi, così come accade ad Atene,
essa non è affatto da respingere, ma, anzi, si rivela utile ai fini dell'educazione, in quanto, rendendo temporaneamente
impudenti, contribuisce in seguito a contrastare l'impudenza stessa e ad acquistare di conseguenza la virtù del pudore.
Il libro 2 affronta il tema dell'educazione che verrà ripreso nel 7 L'educazione si raggiunge attraverso i cori, le
danze, e la musica che ad essi è connessa. A questo proposito l'Ateniese avverte che le belle danze, i bei cori, e l'arte in
genere non possono essere sottoposti al giudizio dei poeti perché fondano la loro arte sulla mimesi, e quindi il loro
giudizio non sarebbe attendibile: l'arte infatti non dev'essere giudicata soltanto in base al piacere che essa procura, ma
anche in base ai fini educativi che è in grado di realizzare. Tenendo conto di questi princìpi, il legislatore ordinerà tre
tipi di cori, ovvero quello dei fanciulli, quello dei giovani sino ai trent'anni, ed infine quello degli uomini fra i trenta e i
sessant'anni. Il terzo coro è quello dei cantori che cantano in onore di Dioniso: seguono così alcune pagine in cui
Platone si abbandona ad una appassionata difesa del dionisismo, affermando che i cori di Dioniso, se sono guidati da
persone sobrie, si rivelano vantaggiosi per l'educazione e per lo stato in generale.
Nel libro 3 si affronta la questione riguardante l'origine dello stato in una chiave che potremo definire storica:
Platone Le leggi
3
Platone ripercorre la storia del genere umano tornando ai suoi albori, quando un diluvio universale ciclicamente
annientava uomini e cose. Ogni volta si salvavano soltanto quegli uomini che abitavano i luoghi più alti, i quali però,
come in una sorta di età dell'oro, non avevano bisogno né di leggi né di legislatori, perché vivevano nella concordia
reciproca.
In un secondo momento le famiglie scesero nelle pianure e presero a radunarsi: si innalzarono mura di siepi per
delimitare e separare una proprietà dall'altra e vennero fondati i primi organismi politici. Seguì la fase delle costituzioni
delle città che coincise con la fondazione e la distruzione di Troia. Dopo di che si apre una prima parentesi sull'analisi
dei fallimenti delle esperienze politiche di Argo e di Micene: l'ignoranza degli affari umani e l'assenza di un potere
moderato hanno causato la rovina di quegli stati. Nel corso della seconda digressione storica si prendono invece in
esame i mali della costituzione persiana e di quella ateniese: quando i Persiani raggiunsero, sotto Ciro, il giusto mezzo
fra servitù e libertà, lo stato prosperava e dominava sugli altri popoli, ma in seguito una malvagia educazione, unita
all'accentuato dispotismo di sovrani come Cambise, segnò il definitivo declino della potenza persiana; quanto alla
costituzione ateniese, i poeti ingenerarono con le loro opere una temeraria trasgressione nel campo artistico che ben
presto si estese ad ogni altro aspetto dello stato determinando la nascita dell'illegalità e della licenza.
Conclusa dunque la lunga introduzione delle Leggi, si gettano le basi della costituzione del nuovo stato che verrà
discussa dal libro 4 all'8. Il libro 4 si apre con l'elenco dei requisiti che la geografia del nuovo stato deve possedere:
oltre alla capitale situata nell'interno, esso deve avere abbondanza di porti, benché convenga in ogni caso limitare il più
possibile i rapporti commerciali con gli altri stati, dato che il commercio rende infidi i cittadini e la gran quantità d'oro e
d'argento corrompe i loro animi. Per quanto riguarda la scelta della costituzione, le varie forme di costituzioni
storicamente esistenti (democrazia, oligarchia, aristocrazia, monarchia) presentano aspetti positivi e negativi che
difficilmente si combinano in una costituzione ideale. Ci si deve dunque appellare alla divinità che indicherà i criteri di
giustizia che si devono seguire nella realizzazione dello stato e delle leggi. Le ultime pagine del libro 4 sono infine
dedicate all'esposizione del metodo con cui verranno redatte le leggi: in primo luogo esse non devono apparire soltanto
minacciose, ma anche persuasive, e in secondo luogo occorre fornire ogni legge di un proemio che introduce alla legge
vera e propria.
All'inizio del libro 5 troviamo ancora un proemio dal carattere squisitamente etico: dopo gli dèi si deve onorare
l'anima, e dopo l'anima il corpo. L'uomo virtuoso deve conformarsi alla temperanza, all'intelligenza, e al coraggio, e
deve combattere contro gli egoismi e gli eccessi delle gioie e dei dolori. Si entra quindi nel vivo della costituzione del
nuovo stato: si fissano le norme relative alla distribuzione delle terre e il numero dei 5.040 cittadini che parteciperanno
di diritto a questa distribuzione. I cittadini vengono divisi in quattro classi censuarie e tutta la popolazione dello stato
viene ripartita in dodici tribù.
La materia trattata nel libro 6 è meramente tecnica e riguarda la nomina e l'istituzione dei magistrati. Innanzitutto
vengono istituiti i custodi delle leggi che rivestono un'importanza fondamentale all'interno del nuovo stato. Quindi si
procede all'elezione degli strateghi, dei tassiarchi, dei filarchi, e dei pritani. Seguono le magistrature degli astinomi (per
gli affari interni alla città), degli agoranomi (per quel che accade sull'agorà), dei sacerdoti, ed infine degli agronomi (per
la custodia e la sorveglianza delle campagne). Assai importanti sono i due ministri dell'educazione, uno per la musica ed
un altro per la ginnastica.
Ed è proprio il libro 7 che riprende e sviluppa il tema dell'educazione di cui s'era fatto un rapido cenno nel libro 2: si
affrontano i problemi relativi alla prima infanzia, e quindi quelli dei bambini dai tre ai sei anni. Dodici donne, una per
tribù, si occuperanno dell'educazione. Ma l'educazione si ottiene anche grazie alla ginnastica per il corpo e alla musica
per l'anima. La questione si sposta quindi sul problema dell'istruzione e della scuola: essa dev'essere obbligatoria tanto
per le donne quanto per gli uomini, e a scuola si devono studiare le lettere e i componimenti dei poeti. Fra le altre
discipline che si devono apprendere vi sono la matematica, la geometria, e l'astronomia.
Con il libro 8 ci avviamo ormai verso la parte finale delle Leggi.
Gettate le fondamenta del nuovo stato bisogna ora dotarlo di un vero e proprio codice di leggi che siano in grado di
rispondere alle esigenze più diverse che sorgono in uno stato. Si stabiliscono innanzitutto le festività del nuovo stato, e
le varie esercitazioni che si devono compiere in tempo di pace e di guerra. Vi sono poi alcune pagine interessanti sulle
norme che regolano i costumi sessuali dei cittadini in cui Platone condanna esplicitamente l'omosessualità, pratica assai
diffusa nel suo tempo, e fissa una legge che regola i rapporti eterosessuali e l'astinenza. L'ultima parte del libro 8 passa
in rassegna i problemi legati all'agricoltura e alle attività degli artigiani.
Nel libro 9, dopo l'esame dei casi di spoliazione dei beni, si apre un'interessante digressione sull'origine del male che
si genera all'interno di una società umana: viene ribadito in questo caso il vecchio principio socratico secondo il quale
nessuno compie il male volontariamente, ma per ignoranza del bene. Ed è proprio l'ignoranza del bene, insieme all'ira
ed al piacere, che determina i crimini peggiori in uno stato. Si passano allora in rassegna le varie specie di omicidi - essi
possono essere commessi volontariamente ed involontariamente, e i moventi possono essere l'ira, o la passione, o
ancora la legittima difesa -, e analogamente i casi di ferimenti e di violenze.
Il libro 10 è una lunga riflessione filosofica sull'ateismo che interrompe la dettagliata esposizione del codice di leggi:
Platone condanna fermamente l'ateismo e confuta le tesi di chi sostiene che gli dèi non esistono, o esistono ma non si
prendono cura degli affari umani, o, ancora, crede che essi si possano corrompere con doni votivi. A questo proposito
non soltanto si può adeguatamente dimostrare l'esistenza degli dèi attraverso l'esistenza dell'anima, ma si può anche
affermare l'esistenza della provvidenza divina. Seguono le pene relative ai reati commessi per empietà e per ateismo.
Nel libro 11 riprende l'esposizione delle leggi, in gran parte dedicata alle norme relative ai contratti che i cittadini
Platone Le leggi
4
stipulano fra loro.
La materia è assai vasta e complessa e spazia dalla normativa riguardante gli schiavi e i liberti a quella che regola il
commercio degli artigiani, dalla spinosa questione dei testamenti al divorzio dei coniugi, per citare soltanto i casi più
significativi.
L'esposizione del codice delle leggi prosegue ancora in tutta la prima parte del libro 12, e fra queste leggi possiamo
ricordare, a titolo di esempio, la diserzione dei soldati, l'istituzione dei magistrati inquisitori, le leggi sul giuramento, le
normative sulle mallevadorie.
Il dialogo giunge così alle sue battute finali. Nelle ultime pagine Platone, per bocca dell'Ateniese, avverte l'esigenza
di ribadire il fine cui mira tutto il corpo delle leggi oggetto della lunga esposizione, vale a dire quello di realizzare il
complesso delle virtù nello stato.
Un'intelligenza superiore a tutte le altre istituzioni dello stato dovrà quindi essere in grado di cogliere la ragion
d'essere di ogni legge, e come la testa è a capo del corpo, così un consiglio n otturno, supremo organo politico composto
dai dieci più anziani custodi delle leggi - custodi-filosofi, dunque, che hanno appreso l'arte della politica attraverso la
dialettica - dovrà sorvegliare e presiedere le leggi e la costituzione del nuovo stato.
ENRICO PEGONE
Platone Le leggi
5
LIBRO PRIMO
ATENIESE: Un dio o un uomo presso di voi, stranieri, ha fama di essere l'autore delle istituzioni delle leggi?
CLINIA: Un dio, straniero, un dio, se vogliamo esprimerci nel modo più giusto: presso di noi Zeus, presso gli
Spartani, donde questi è venuto, penso che dicano che sia stato Apollo. O no?
MEGILLO: Sì.
ATENIESE: Forse tu affermi, come Omero, che Minosse (1) ogni nove anni si recava dal padre per incontrarlo e
che, secondo gli oracoli di quello, stabiliva le leggi per le vostre città?
CLINIA: Così si dice presso di noi: e si dice anche che suo fratello Radamante - avete già sentito questo nome - sia
stato uomo di grande giustizia. E noi Cretesi potremmo dire che costui si è giustamente meritato questo elogio per il
modo con cui allora ha ammimstrato la giustizia.
ATENIESE: E bella è questa fama, e ben si addice al figlio di Zeus. E poiché tu e lui siete stati allevati nelle
consuetudini di tali leggi, penso che non vi dispiacerà se ora faremo una conversazione sulla costituzione dello stato e
sulle leggi, parlando ed insieme ascoltando lungo il cammino. In ogni caso la strada che da Cnosso porta all'antro di
Zeus e al suo tempio ci sarà sufficiente, come sappiamo, e lungo la strada, mi pare, vi sono luoghi ombreggiati per
riposarsi, situati in mezzo ad alti alberi, dato che a quest'ora il caldo è torrido, e alla nostra età sarà conveniente fermarci
di frequente in quei luoghi, e confortandoci l'un l'altro con i discorsi, compiere facilmente tutto il cammino.
CLINIA: Proseguendo nel cammino, straniero, si trovano, nei boschi sacri, splendide piante di cipresso per la loro
altezza e bellezza, e prati in cui potremo riposare e conversare.
ATENIESE: Dici bene.
CLINIA: Certamente. E quando li vedremo lo diremo ancora più volentieri. Ma andiamo, e la sorte ci sia benevola.
ATENIESE: Sia così. Dimmi: perché la legge ha stabilito da voi i pasti in comune, i ginnasi, e quel modo che avete
di portare le armi?
CLINIA: Credo, straniero, che a chiunque sia facile comprendere le nostre usanze. Come vedete, la natura di tutta la
regione di Creta non è pianeggiante come quella dei Tessali, (2) ed è per questo motivo che quelli si servono per lo più
di cavalli, mentre noi corriamo a piedi: il nostro territorio infatti è irregolare, ed è più adatto alla pratica della corsa. In
questa regione è necessario possedere armi leggere e correre senza portare con sé cose pesanti: la leggerezza degli archi
e delle frecce sembra dunque essere adatta. Tutte queste cose ci preparano ad affrontare la guerra, e, mi sembra, tutto è
stato ordinato dal legislatore in vista di questo obbiettivo: perché anche per i pasti in comune, forse li ha introdotti,
vedendo che tutti, quando fanno una guerra, sono costretti dalla situazione stessa a mangiare insieme durante questo
tempo per motivi di sicurezza. Del resto mi sembra che abbia voluto condannare la stoltezza della maggior parte di
coloro i quali non capiscono che ogni stato si trova sempre in una guerra incessante contro un altro stato finché vive. Se
allora in tempo di guerra bisogna mangiare insieme per ragioni di sicurezza, e comandanti e soldati devono essere
addestrati per la guardia, questo dev'essere fatto anche in tempo di pace. Infatti, quella che la maggior parte degli
uomini chiama pace, è soltanto un nome, perché di fatto ogni stato è per natura sempre in guerra, anche se non
dichiarata, contro un altro stato. Considerando la cosa da questo punto di vista, scoprirai che il legislatore di Creta
stabili tutte le nostre consuetudini pubbliche e private in vista della guerra, e che per questa ragione ci comandò di
osservarle, poiché pensava che nessun'altra ricchezza o possesso fosse utile, se non si vincesse in guerra, dato che tutti i
beni dei vinti finiscono nelle mani dei vincitori.
ATENIESE: Bene, straniero, mi sembra che ti sia esercitato a comprendere la legislazione di Creta. Ma spiegami
questo punto con maggior chiarezza: mi pare che in base al criterio da te stabilito per giudicare uno stato ben governato,
affermi che tale stato deve essere organizzato e guidato in modo tale da poter vincere in guerra le altre città. O no?
CLINIA: Certo. E penso che anche costui sia d'accordo con me.
MEGILLO: In quale altro modo potrebbe rispondere, divino, uno spartano qualsiasi?
ATENIESE: Forse questo sistema vale per i rapporti fra stato e stato, ed è diverso per i rapporti fra villaggio e
villaggio?
CLINIA: Nient'affatto.
ATENIESE: Allora vale lo stesso sistema?
CLINIA: Sì.
ATENIESE: E così tra una famiglia ed un'altra di un villaggio, e addirittura tra un uomo e un alt ro, è valido lo stesso
sistema?
CLINIA: Lo stesso sistema.
ATENIESE: E così, di fronte a se stessi, bisogna considerarsi come nemico di fronte a nemico? O come dobbiamo
dire?
CLINIA: Straniero Ateniese - infatti non vorrei chiamarti Attico, poiché mi sembri più degno di un nome vicino a
quello della dea - riportando giustamente il discorso al suo principio, lo hai reso più chiaro, sicché scoprirai più
facilmente che quello che abbiamo detto adesso era giusto, e cioè che in pubblico tutti sono nemici di tutti, e in privato
ciascuno lo è di se stesso.
ATENIESE: Che cosa hai detto, o uomo meraviglioso?
CLINIA: Anche in quell'occasione il vincere se stessi è la principale e la più nobile vittoria, mentre l'essere vinto da
se stessi è la peggiore e più turpe sconfitta. Questo è dunque un segno che ciascuno di noi è in guerra con se stesso.
ATENIESE: Torniamo allora indietro nel ragionamento. Poiché ciascuno di noi può vincere o esser vinto da se
Platone Le leggi
6
stesso, diciamo che la stessa cosa vale per la famiglia, il villaggio, e lo stato?
CLINIA: Stai dicendo che uno vince se stesso e l'altro è vinto?
ATENIESE: Sì.
CLINIA: Giusta anche questa domanda: questo accade senza dubbio, soprattutto negli stati. Infatti, quando in uno
stato i migliori vincono la massa e i peggiori, giustamente si può dire che quello stato domina se stesso, e ancor più
giustamente lo si loderà per tale vittoria: tutto il contrario, naturalmente, nel caso opposto.
ATENIESE: Lasciamo stare la questione se ciò che è peggiore può mai dominare ciò che è migliore - infatti sarebbe
un discorso troppo lungo -, ma ora capisco quel che hai detto, e cioè che talvolta cittadini affini e originari dello stesso
stato, malvagi e riuniti molti insieme, tentano con la violenza di rendere schiavi una minoranza di cittadini giusti, e se
riescono a dominare, si può dire giustamente che quello stato è inferiore e nel contempo malvagio, mentre se sono
dominati, quello è più forte e migliore.
CLINIA: E assai strano, o straniero, quel che ora si è detto, tuttavia dobbiamo convenire che è così.
ATENIESE: Stai attento. Facciamo ancora attenzione a questo. Molti fratelli possono nascere da un solo uomo e da
una sola donna, e non vi è nulla di incredibile se fra di loro i più sono ingiusti, mentre vi è una minoranza di giusti.
CLINIA: No, certo.
ATENIESE: E non sarebbe conveniente né a me né a voi cercare di sapere questo, e cioè che se dominano i malvagi
bisogna dire che la famiglia o tutta la stessa parentela è inferiore a se stessa, mentre è superiore se sono dominati: infatti
ora non dobbiamo valutare l'eleganza o meno dei termini, in relazione alla parlata della maggior parte di persone, ma
ciò che per natura è giusto o sbagliato in relazione alle leggi.
CLINIA: Quello che dici è verissimo, straniero.
MEGILLO: Bene, anche a me sembra così per ora.
ATENIESE: Vediamo anche questo: vi può essere un giudice per quei fratelli di cui abbiamo appena parlato?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: E quale giudice sarebbe migliore? Quello che farebbe morire quanti di essi sono malvagi, e
comandasse ai migliori di governarsi da soli, o quello che facesse governare i buoni, e lasciasse in vita i peggiori
obbligandoli a sottomettersi volontariamente al potere? Oppure, in relazione alla virtù, diciamo che vi è un terzo giudice
che, adottando una famiglia discorde, non uccide nessuno, ma riappacificando i componenti per il tempo futuro e
stabilendo per loro delle leggi, è in grado di garantire che essi siano l'un l'altro amici.
CLINIA: Di gran lunga migliore sarebbe un giudice e un legislatore di questo genere.
ATENIESE: Ed egli darebbe loro delle leggi non in vista della guerra, ma al suo contrario.
CLINIA: Questo è vero.
ATENIESE: E che dire di chi mette ordine in uno stato? Dovrà ordinare la vita di questo stato in vista di una guerra
esterna piuttosto che a quella guerra che ogni volta nasce al suo interno e che si chiama sedizione? E a proposito di
questa guerra, nessuno mai vorrebbe che nascesse nel proprio stato, e, una volta sorta, vorrebbe che terminasse il più
presto possibile.
CLINIA: In vista di questa guerra interna, è chiaro.
ATENIESE: E sarebbe preferibile che la pace nascesse dalla sedizione, dopo che una parte fosse stata annientata e
un'altra avesse avuto la meglio, oppure che l'amicizia e la pace nascessero dalla riconciliazione, in modo tale da prestare
necessariamente attenzione verso i nemici esterni?
CLINIA: Ognuno preferirebbe per il proprio stato questa soluzione piuttosto che l'altra.
ATENIESE: E anche un simile legislatore?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Non è forse in vista dell'ottimo bene che ogni legislatore stabilisce tutto il complesso delle leggi?
CLINIA: E come no?
ATENIESE: E l'ottimo bene non è la guerra e neppure la sedizione - anzi è abominevole avere bisogno di esse -, ma
è la pace reciproca e la benevolenza. Inoltre, vincere se stesso per uno stato non è, pare, il bene più grande, ma una
necessità. Come se, ad esempio, si ritenesse che un corpo malato sottoposto a cure mediche è in ottima salute, e non si
prestasse attenzione a quel corpo che non ha bisogno di nessuna cura, allo stesso modo, quando si rifletta in questi
termini sulla felicità della città o del singolo cittadino, non si è mai un vero politico, se si guarda solo e principalmente
alle guerre esterne, e neppure si è diligenti legislatori, se non si stabiliscono in vista della pace le leggi sulla guerra
piuttosto che in vista della guerra le leggi sulla pace.
CLINIA: Mi pare che questo discorso, straniero, sia giusto, anzi, mi meraviglio che la nostra legislazione e anche
quella spartana non abbia indirizzato ogni sforzo in vista di queste cose.
ATENIESE: Può darsi: ma ora non dobbiamo polemizzare aspramente con loro, ma interrogarli serenamente, poiché
tanto noi quanto loro ci occupiamo col massimo impegno delle stesse cose. Seguitemi nel ragionamento: invochiamo
Tirteo, (3) ateniese di nascita e, in seguito, cittadino di Sparta, poiché fra tutti gli uomini di più si è occupato di queste
cose, e ha detto: «Non potrei ricordare né tener conto di un uomo», (4) neppure se fosse il più ricco degli uomini,
continua, né se possedesse molti beni, e li dice quasi tutti, se in guerra non fosse sempre il migliore. Anche tu avrai
ascoltato questi versi: e Megillo, credo, ne sarà sazio.
MEGILLO: Certamente.
CLINIA: Anche da noi sono giunti, portati proprio da Sparta.
ATENIESE: Avanti, interroghiamo insieme il poeta con queste parole: «O Tirteo, il più divino fra i poeti - infatti tu
Platone Le leggi
7
ci sembri saggio e buono perché hai lodato in modo eccellente coloro che in modo eccellente si distinsero in guerra -, io,
Megillo, e Clinia di Cnosso che è qui siamo d'accordo con te, o almeno sembra: tuttavia vogliamo sapere con chiarezza
se stiamo o no parlando delle stesse persone. Dicci dunque: ritieni anche tu che vi siano due specie di guerra, come noi
sicuramente pensiamo, o che cosa pensi?». Credo che ad una domanda come questa anche una persona meno importante
di Tirteo direbbe il vero, e cioè che vi siano due generi di guerra: l'uno che chiamiamo tutti "sedizione", e che fra tutte le
guerre è la più dura, come abbiamo appena detto; l'altro genere, invece - e credo che su questo punto siamo tutti
d'accordo - riguarda quella guerra che ci impegna contro i nemici esterni e di altra stirpe, ed è molto più mite della
prima.
CLINIA: Come non potrebbe essere così?
ATENIESE: «Coraggio, quali uomini hai elogiato, e per quale delle due guerre li hai elogiati, umiliando gli altri?
Pare che tu abbia elogiato coloro che si trovano di fronte a nemici esterni: perché nelle tue poesie tu hai detto di non
sopportare affatto quel genere di persone che non hanno il coraggio di guardare un'uccisione cruenta, "e non colpiscono
un nemico incalzandolo da vicino".(5) Dunque, dopo queste parole, potremmo dire che il tuo elogi, Tirteo, si indirizza,
a quanto pare, verso coloro che si sono segnalati nella guerra esterna contro lo straniero». Dirà che è così e sarà
d'accordo?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: E noi, benché costoro siano uomini valorosi, diciamo che di gran lunga migliori e molto più valorosi
sono coloro che si distinguono nella guerra più importante: e chiamiamo a testimone un poeta, Teognide, (6) cittadino
di Megara in Sicilia, che dice: «L'uomo fedele è stimato alla pari dell'oro e dell'argento, o Cirna, nel terribile giorno
della discordia».(7) Diciamo infatti che costui nella guerra più aspra è di gran lunga migliore di quell'altro, nella misura
in cui giustizia, temperanza, e prudenza messe insieme al coraggio sono migliori del coraggio stesso preso da solo.
Perché non è possibile mantenersi fedeli ed integri durante le sedizioni, se si è privi della virtù nel suo complesso:
mentre nella guerra di cui parla Tirteo sono moltissimi i mercenari che resistendo e combattendo desiderano la morte, e
fra costoro la maggior parte diventano insolenti, ingiusti, violenti, e i più dissennati fra tutti, fatta eccezione per pochi.
Come possiamo ora concludere questo discorso? E che cosa mai ha voluto dimostrare dicendo le cose che ha detto?
Questo chiaramente, e cioè che ogni legislatore, anche di scarso valore, ma soprattutto questo di qui che è stato
consigliato da Zeus, stabilirà sempre le leggi tenendo conto di nient'altro se non della virtù più importante: e questa
virtù, come dice Teognide, consiste nel mantenersi fedeli nei momenti difficili, e si potrebbe definire come l'aspetto più
completo della giustizia. Quanto alla virtù sommamente elogiata da Tirteo, essa è bella ed è stata adornata in modo
conveniente dal poeta, ma è al quarto posto secondo il numero e il valore, se vogliamo parlare correttamente.
CLINIA: Straniero, allora respingiamo il nostro legislatore considerandolo fra i più lontani dalla giustizia.
ATENIESE: Ma no, carissimo amico, condanniamo noi stessi se pensiamo che tutto il complesso di leggi che sono a
Sparta e in questo luogo sia stato stabilito da Licurgo (8) e da Minosse proprio in vista della guerra.
CLINIA: Che cosa dovevamo dire allora?
ATENIESE: Quello che è vero e giusto dire, come credo, quando si discorre di uno stato che ha fondamenta divine,
e cioè che il dio stabilì le leggi badando non ad una parte di virtù, e per giunta a quella di v alore più scarso, ma a tutta la
virtù nel suo complesso, e che cercò le leggi secondo ciascuno degli aspetti della virtù, e non secondo gli aspetti che si
propongono gli attuali legislatori nelle loro ricerche. Oggi ciascuno ricerca e si propone di esaminare solo quegli aspetti
della legge di cui ha bisogno - uno si interessa della legislazione riguardante l'eredità e gli eredi, un altro delle leggi
concernenti gli oltraggi, altri ancora di innumerevoli altre cose -, mentre noi diciamo che chi vuole svolgere una corretta
ricerca intorno alle leggi deve muoversi come noi adesso abbiamo cominciato a fare. E mi rallegro moltissimo con te
per l'interpretazione che hai cominciato a dare alle leggi: perché è corretto cominciare dalla virtù, dicendo che in vista di
quella il legislatore ha stabilito le leggi, ma quando hai affermato che quello ha legiferato riferendo tutto il complesso di
leggi ad una parte di virtù, e per giunta a quella di più scarso valore, mi è parso che tu non parlassi più correttamente, e
perciò ho fatto tutto quest'ultimo discorso. Come dunque avrei voluto sentire che tu esponessi il tuo discorso? Vuoi che
te lo dica?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: «Forestiero», bisognava dire, «le leggi dei Cretesi non sono invano stimate in maniera eccellente
presso tutti i Greci: esse sono giuste perché rendono felici coloro che le applicano, poiché procurano tutti i beni. E i beni
si dividono in due specie: quelli umani e quelli divini. Da quelli divini dipendono gli umani, e se uno stato possiede quei
beni più grandi possiede di conseguenza anche i piccoli, in caso contrario e privo di entrambi. Fra i beni minori viene
inclusa innanzitutto la salute, come secondo la bellezza, terzo la forza fisica nella corsa e in tutti gli altri movimenti del
corpo, quarto la ricchezza che non è cieca ma è dotata di perspicacia e si accompagna alla prudenza. Fra i beni divini,
invece, il primo bene è proprio la prudenza, il secondo, dopo l'intelletto, la saggia disposizione dell'anima, da questi
beni mescolati al coraggio deriva il terzo, e cioè la giustizia, quarto il coraggio.
Tutti questi beni sono per natura disposti prima di quegli altri, e il legislatore deve rispettare tale disposizione. Dopo
di ciò deve avvertire i suoi concittadini che tutte le altre prescrizioni loro impartite sono pensate in vista di questi beni,
così come i beni umani sono pensati in vista di quelli divini, e quelli divini in vista dell'intelletto che è la guida di tutti.
Deve quindi occuparsi dei matrimoni contratti, e, dopo di ciò, della nascita e dell'educazione dei figli, maschi e
femmine - partendo dalla loro giovinezza per giungere attraverso la maturità fino alla vecchiaia - premiandoli o
punendoli quando è opportuno. E sorvegliando osservando in ogni altra loro relazione i dolori, i piaceri, i desideri, e la
cura di tutte le passioni, deve correttamente criticarli ed elogiarli mediante le leggi stesse: e così nei momenti d'ira, e
Platone Le leggi
8
nelle paure, e nei casi in cui l'anima è sconvolta per la cattiva sorte o quando per una buona sorte trova scampo da quei
patimenti, e in tutte le circostanze che accadono agli uomini nel corso di malattie, guerre, povertà, ma anche in eventi
contrari a questi, in tutti questi casi, allora, egli deve insegnare e definire, in relazione alla disposizione d'animo di
ciascuno, ciò che è bene e ciò che non lo è. Dopo di che il legislatore deve controllare come avvengono gli acquisti e le
spese dei cittadini, e come stabiliscono le relazioni fra loro e come le sciolgono, volontariamente o no, e osservare se in
ciascuno di questi rapporti vi sia o no giustizia, e distribuire onori a chi ubbidisce alle leggi, e punizioni ben determinate
a chi non ubbidisce, finché, giunto al termine di tutta la costituzione, veda anche per i morti quale dev'essere la
sepoltura più adatta per ciascuno e quali onori gli si debbano assegnare. Considerato ciò, chi ha stabilito queste leggi
dovrà porre dei custodi per tutte, e di questi custodi alcuni agiranno mediante la prudenza, altri mediante la vera
opinione, in modo che l'intelletto, connettendo insieme tutte queste norme, dimostri che esse si accompagnano alla
temperanza e alla giustizia, e non alla ricchezza e alla brama di onori». Così stranieri, avrei voluto, e ancora adesso lo
desidero, che voi mi spiegaste come nelle leggi che si dice siano di Zeus e di Apollo Pizio,(9) e che Minosse e Licurgo
hanno stabilito, vi siano tutte queste norme, e come nell'ordine che hanno assunto si mostrino in tutta la loro evidenza a
chi abbia fatto esperienza delle leggi mediante lo studio o una pratica abituale, mentre restano oscure a noi altri.
CLINIA: Come, straniero, dobbiamo continuare dopo queste cose?
ATENIESE: Mi sembra che si debba riprendere ad esaminare nuovamente dal principio così come avevamo
cominciato: in primo luogo le pratiche del coraggio, e in seguito, se volete, le altre specie di virtù esaminandole una
dopo l'altra. Non appena avremo terminato questa prima analisi, tenteremo, stabilendo questo modello e discutendo in
questo modo delle altre cose, di alleviare la fatica del viaggio, e poi, dopo aver trattato di tutta quanta la virtù,
mostreremo, se il dio lo vuole, che proprio in vista della virtù, è concepito tutto il complesso delle leggi.
MEGILLO: Dici bene, e prova prima di tutto a giudicare costui che elogia Zeus ed è qui con noi.
ATENIESE: Proverò, e anche tu con me, poiché la discussione è comune.
Dite dunque: dobbiamo affermare che i pasti in comune e i ginnasi sono stati escogitati dal legislatore in vista della
guerra?
MEGILLO: Sì.
ATENIESE: E come terza e quarta istituzione che cosa ha trovato?
Bisognerà infatti usare tale enumerazione anche per le altre parti della virtù - parti o come si debbano chiamare
purché si indichi chiaramente ciò di cui si parla -.
MEGILLO: Come terza istituzione, direi io e allo stesso modo qualsiasi altro spartano, egli escogitò la caccia.
ATENIESE: Cerchiamo di dire che cosa ha esogitato come quarta e come quinta istituzione, se siamo capaci.
MEGILLO: Posso provare a dire che cosa escogitò come quarta. Si tratta di esercitazioni per sopportare le
sofferenze che sono praticate presso di noi nelle lotte di pugilato e in certi saccheggi che ogni volta si verificano con
molte percosse. E vi è ancora quella che si chiama mirabilmente "la scorreria segreta", assai faticosa, ma che ci abitua a
resistere al dolore e alla fatica, e d'inverno l'andare scalzi e il dormire sulla nuda terra, e il soccorrersi da soli senza
l'aiuto di servi, vagando notte e giorno per tutta la regione. E ancora durante le ginnopedie vi sono presso di noi terribili
esercitazioni per lottare contro la forza del caldo e molte altre ancora che quasi non si finirebbe più di esaminarle tutte.
ATENIESE: Dici bene, straniero di Sparta. Ma via, come possiamo definire il coraggio? Forse diremo che è solo
una semplice lotta contro le paure e i dolori, o anche contro i desideri, i piaceri, e contro quelle terribili lusinghe degli
adulatori che rendono morbido come cera l'animo di chi pensa di essere venerabile?
MEGILLO: Credo sia così: una lotta contro tutte queste passioni.
ATENIESE: Se dunque ricordiamo i discorsi precedenti, costui diceva che uno stato o un individuo può cedere a se
stesso. è così, strapero di Cnosso?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: E adesso chi diciamo che sia malvagio: chi cede ai dolori o ai piaceri?
CLINIA: Chi, piuttosto, soccombe ai piaceri, mi pare: tutti infatti tendenzialmente diciamo che chi si lascia vincere
dai piaceri cede a se stesso più vergognosamente di chi si lascia vincere dai dolori.
ATENIESE: Ma allora il legislatore di Zeus e quello di Apollo non hanno forse stabilito per legge un coraggio
zoppo, capace di resistere solo a sinistra, ma incapace, a destra, di resistere ad ingannevoli lusinghe. O forse resiste
all'una e all'altra parte?
CLINIA: Credo che resista ad ambedue le parti.
ATENIESE: Diciamo di nuovo quali sono nei vostri due stati le consuetudini che, facendovi gustare i piaceri senza
rifuggire da essi, come non facevano sfuggire ai dolori, ma vi conducevano in mezzo ad essi, vi costringono e vi
persuadono con gli onori a dominarli? Dove viene previsto qualcosa del genere nelle vostre leggi riguardo ai piaceri?
Ditemi cos'è mai che da voi rende gli stessi individui ugualmente coraggiosi di fronte alle sofferenze e ai piaceri, e
vincitori di ciò che si deve vincere, e per nulla inferiori a nemici che sono loro così vicini e che sono i più terribili.
MEGILLO: Così allora, straniero, come avevo la possibilità di citare molte leggi schierate contro il dolore, sarei in
difficoltà a parlare delle leggi concernenti i piaceri, secondo grandi e ben distinti raggruppamenti: ma forse potrei farlo
con piccoli dettagli.
CLINIA: Neppure io, nelle leggi di Creta, potrei fare chiaramente qualcosa del genere.
ATENIESE: Nulla di strano, carissimi stranieri. Ma se uno di noi volesse criticare le leggi di ciascuno dei nostri
stati, con l'intenzione di mettere in evidenza l'elemento autentico e migliore, accettiamo sereni questa critica
vicendevole, senza essere maldisposti.
Platone Le leggi
9
CLINIA: Quello che dici è giusto, straniero di Atene, e bisogna obbedirti.
ATENIESE: Certo, Clinia, che a uomini della nostra età non sarebbe conveniente una polemica di quel genere.
CLINIA: No, certamente.
ATENIESE: Se sia giusto o no criticare la costituzione spartana e cretese, è un altro discorso: ma su ciò che
comunemente si dice, sarei in grado di parlarne io più di voi due. Presso di voi infatti, quand'anche il complesso delle
leggi sia stato perfettamente organizzato, una delle leggi più belle consiste nel non permettere ad alcun giovane di
ricercare in esse ciò che è buono e ciò che non lo è, ma ad una voce sola e da una sola bocca devono tutti asserire che
tutte sono buone perché sono state poste dagli dèi, e se qualcuno dice in altro modo, non si tollera affatto che lo si
ascolti. Se poi qualcuno dei vecchi vuole fare delle considerazioni sulle vostre leggi, può fare questi discorsi dinanzi ai
magistrati e a persone della sua età, ma nessun giovane dev'essere presente.
CLINIA: Hai parlato nel modo più giusto, straniero, e come un indovino, così lontano dal pensiero di chi allora
stabilì quelle leggi, ora mi sembra che hai avanzato delle perfette congetture e che dici l'assoluta verità.
ATENIESE: E non è forse vero che in questo momento non vi è alcun giovane presente? E a noi, grazie alla nostra
vecchiaia, non è forse concesso dal legislatore di discorrere tra noi soltanto proprio di questi argomenti, senza compiere
alcun fallo?
CLINIA: è proprio così, e allora non tralasciare neppure un particolare che si possa criticare nelle nostre leggi, dato
che non è disonorevole riconoscere che vi è qualcosa di non bello, ma anzi avviene che di qui possa scaturire un
rimedio per chi accoglie le critiche non con animo invidioso, ma con benevolenza.
ATENIESE: Bene: non farò alcuna critica nei confronti delle vostre leggi se prima non le avrò attentamente
esaminate. Piuttosto posso avanzare qualche perplessità. A voi soltanto, fra i Greci e fra i barbari di cui abbiamo notizie,
il legislatore ha ordinato di astenervi dai più grandi piaceri e dai divertimenti e di non gioirne, e pensò, come abbiamo
spiegato poco fa, che se qualcuno sin da giovane evita continuamente i dolori e le paure, quando per necessità viene a
trovarsi di fronte a travagli, paure, e dolori, non potrà evitare coloro che in essi si sono esercitati e diventerà loro
schiavo. A mio avviso il legis1atore avrebbe dovuto fare la stessa considerazione intorno ai piaceri, dicendo fra sé e sé
che se qui da noi i nostri cittadini fin da giovani saranno inesperti dei più grandi piaceri, e non si esercitano a resistere
loro, e non si fanno costringere a compiere qualcosa di turpe, essi subiranno, in virtù della dolce condiscendenza verso i
piaceri, lo stesso destino di chi cede ai dolori: e in un modo diverso ma ancor più vergognoso saranno schiavi di chi è
capace di resistere ai piaceri ed è in grado di possederli, individui talvolta assolutamente malvagi, ed avranno la loro
anima da una parte schiava e dall'altra libera, e non saranno degni della pura e semplice definizione di uomini
coraggiosi e liberi. Riflettete allora se almeno qualcosa delle parole che ho detto adesso vi sembra giusto.
CLINIA: Ci sembra di sì, mentre tu parlavi: e tuttavia aderire subito e con estrema facilità intorno a questioni così
importanti è proprio dei giovani e di persone poco assennate.
ATENIESE: Ma se, o Clinia e straniero di Sparta, dopo di ciò trattassimo il secondo degli argomenti proposti - dopo
il coraggio dobbiamo parlare della temperanza -, troveremo qualche differenza in queste costituzioni rispetto a quelle
ordinate a caso, come ora si è notato per le costituzioni riguardanti la guerra?
MEGILLO: Non è certo facile, ma mi pare che i pasti in comune, i ginnasi, siano stati ben escogitati in vista di
entrambe le virtù.
ATENIESE: Mi pare, stranieri, che sia difficile che le costituzioni funzionino incontestabilmente bene tanto sul
piano pratico quanto in quello teorico. Si rischia infatti, come nei corpi, che non sia possibile prescrivere ad un solo
corpo una sola dieta senza che questa stessa risulti dannosa da una parte e utile dall'altra ai nostri corpi. Perché anche
questi ginnasi e i pasti in comune sono adesso per molte altre ragioni utili agli stati, ma sono dannosi nelle sedizioni - lo
dimostrano i figli dei Milesi, dei Beoti, e dei Turii -; (10) ed inoltre pare che questo costume abbia guastato un'antica
legge naturale, vale a dire i piaceri dell'amore non solo degli uomini ma anche delle bestie. E di questi mali si
potrebbero ritenere responsabili per primi i vostri stati e quanti fra gli altri si occupano soprattutto dei ginnasi: e sia che
tali considerazioni si debbano fare per scherzo, sia sul serio, occorre riflettere che un simile piacere è stato concesso
dalla natura al sesso femminile e a quello maschile perché si unissero insieme in vista della generazione, mentre
l'unione dei maschi con i maschi e delle femmine con le femmine è contro natura ed è un'impresa temeraria compiuta da
coloro che per primi erano mossi dall'intemperanza del piacere. Tutti accusiamo i Cretesi di aver inventato il mito di
Ganimede: (11) poiché si credeva che le loro leggi provenissero da Zeus, essi attribuirono a Zeus questo mito, affinché,
seguendo il dio, si potesse godere anche dei frutti di questo piacere. Ma adesso lasciamo la favola: quando gli uomini
riflettono sulle leggi, quasi tutta la loro riflessione verte sui piaceri e sui dolori negli stati e nei costumi privati. Questi
sono come due sorgenti che vengono lasciate liberamente scorrere dalla natura, e chi vi attinge - e dove, e quando, e
come, non ha importanza - è felice, sia che si tratti dello stato, o di un privato cittadino, o, di un qualsiasi essere vivente,
mentre chi vi attinge senza criterio e nel momento meno opportuno vive in una condizione contraria.
MEGILLO: Si dice questo, straniero, e va bene: ma ci sorprende come un'afasia intorno al modo in cui si deve
rispondere a queste cose.
A me in ogni caso sembra giusto che il legislatore a Sparta prescriva di fuggire i piaceri: quanto alle leggi di Cnosso
costui, se vuole, le difenderà. Mi pare dunque che le leggi di Sparta in materia di piacere siano le più belle fra quelle
poste dagli uomini: infatti la nostra legge bandisce dall'intera regione ciò che fa cadere gli uomini nei più grandi piaceri,
nell'insolenza, e in ogni genere di stoltezza, e non ti capiterà di vedere per i campi o nelle città che sono sotto la
protezione degli Spartani né simposi né tutto ciò che si accompagna ad essi e mette in moto i piaceri più sfrenati. Inoltre
non vi è nessuno che, incontrando un tale che cammina per la strada pieno di vino, non lo punisca immediatamente e
Platone Le leggi
10
con grande severità, e non lo lasci andare neppure se avesse il pretesto delle Dionisie, (12) come invece talvolta ho visto
da voi la gente sui carri, e a Taranto, presso la nostra colonia, ho assistito come spettatore ad una città intera in
condizione di ubriachezza: da noi una cosa simile non succederebbe.
ATENIESE: Straniero di Sparta, tutte queste cose sono encomiabili se si ha la capacità di sopportarle, ma se tali
capacità si allentano, allora si diventa indolenti: e se qualcuno volesse difendere le nostre usanze potrebbe
immediatamente coglierti di sorpresa citando la licenza delle vostre donne. Ma per tutti i casi di questo genere, a
Taranto come da noi o da voi, mi sembra che valga un'unica risposta per risolverli, la quale evidenzi che queste usanze
non sono cattive, ma giuste. Perché chiunque risponde ad uno straniero che si meraviglia di vedere costumi per lui
insoliti dirà: «Non meravigliarti, straniero: presso di noi vi è una simile legge, e forse presso di voi per le stesse cose ve
n'è un'altra».
E ora il nostro discorso, amici, non verte sugli altri uomini in generale, ma sui difetti e sui pregi dei legislatori stessi.
Parliamo ancora un momento dell'ubriachezza in generale: non è una consuetudine di poco conto, e il compito di
prenderla in esame non può spettare ad un legislatore di scarso valore. E non parlo del vino, se lo si possa bere o no, ma
dell'ubriachezza stessa, e cioè se bisogna avere con essa lo stesso rapporto che hanno gli Sciti e i Persiani, e ancora i
Cartaginesi, e i Celti, e gl'Iberi, e i Traci,(13) che sono tutti popoli guerrieri, oppure se si debba fare come fate voi: voi
infatti, come dici tu stesso, non lo bevete affatto, mentre gli Sciti e i Traci lo bevono assolutamente puro, uomini e
donne, e se lo versano anche sui vestiti, e ritengono di osservare una bella e fortunata usanza. I Persiani, poi, si
abbandonano ad altri lussi che voi respingete, ma lo fanno con più moderazione di quei popoli.
MEGILLO: Carissimo, noi tutti costoro li allontaniamo, quando prendiamo in mano le armi.
ATENIESE: Non dire così, ottimo uomo: molte fughe e molti inseguimenti imprevisti ci sono stati e ci saranno;
perciò quando citiamo la vittoria o la sconfitta in battaglia, non possiamo considerare questo come un chiaro criterio per
valutare le usanze buone da quelle che non lo sono, ma del tutto discutibile. Perché gli stati più grandi vincono in
battaglia quelli più piccoli e li rendono schiavi, come i Siracusani con i Locresi (14) - anche se questi sembrano avere le
leggi migliori fra gli abitanti di quei luoghi -, e gli Ateniesi con gli abitanti di Ceo, e ancora molti altri casi che
potremmo trovare. Ma proviamo a parlare di ciascuna usanza presa di per sé persuadendoci di essa, e lasciamo per ora
fuori dal discorso le vittorie e le sconfitte, dicendo che questa cosa è buona e quella non lo è. Prima di tutto ascoltatemi
su come in tali questioni si debba esaminare ciò che è utile e ciò che non lo è.
MEGILLO: Come dici?
ATENIESE: Non mi sembra affatto giusto l'atteggiamento di chi decide di parlare di un'usanza, e dopo averla
esposta, subito la biasima o la elogia, soltanto a pronunciarne il nome: essi si comportano come quel tale che, sentendo
elogiare il frumento come un buon alimento, immediatamente lo critica senza informarsi né delle sue proprietà, né
dell'uso, né in che modo, né per mezzo di quali mezzi, né con chi, né in quali condizioni viene prodotto e si può
utilizzare. Ora mi sembra che noi facciamo la stessa cosa nei nostri discorsi: perché basta soltanto sentire la parola
ubriachezza, che già alcuni di noi la criticano e altri la elogiano, ma sempre in modo inopportuno. Noi infatti, ciascuno
dal suo punto di vista, tessiamo l'elogio sulla base di testimoni e sostenitori, e mentre alcuni di noi credono che abbia
più validità la propria opinione per il fatto di procurarsi molti sostenitori, altri pensano la stessa cosa poiché vedono
vincere in battaglia coloro che non bevono vino: ma questo fatto lo riteniamo discutibile. Se procediamo così anche per
ciascuno degli aspetti della restante legislazione, non procediamo secondo le mie intenzioni.
In un altro modo, dunque, che mi sembra di dover esporre, voglio allora parlare di questa stessa questione,
l'ubriachezza, cercando, se posso, di mostrarvi la via giusta che bisogna seguire nelle discussioni di questo genere,
poiché moltississimi popoli, trovandosi in disaccordo con voi sulle vostre usanze, entrerebbero in contesa con i vostri
due stati.
MEGILLO: Se allora disponiamo di un corretto metodo di indagine su tali questioni, non dobbiamo esitare ad
ascoltarti.
ATENIESE: Esaminiamo la cosa in questo modo. Coraggio, se qualcuno elogiasse l'allevamento delle capre e la
capra stessa come un buon possesso, ed un altro, avendo visto delle capre pascolare senza pastore su terreni coltivati
recandovi dei danni, le biasimasse, e biasimasse così ogni animale senza una guida o accompagnato da una guida
cattiva, dobbiamo ritenere che il biasimo di quel tale sia in ogni caso inattaccabile?
MEGILLO: E come?
ATENIESE: Un capitano di una nave è valente solo se conosce la scienza della navigazione, sia che soffra il mal di
mare sia che non lo soffra, o come dobbiamo dire?
MEGILLO: Non lo è affatto se alla scienza si aggiunge anche quel malessere di cui parli.
ATENIESE: E un generale di soldati? Se è fornito della scienza della guerra, sarà in grado di comandare, anche se è
vile dinanzi ai pericoli e se la paura lo fa stare male come se fosse ubriaco?
MEGILLO: E come potrebbe?
ATENIESE: E se non è fornito dell'arte ed è vile?
MEGILLO: Parli di una persona totalmente priva di valore, che non potrebbe mai comandare degli uomini, ma
qualche donnetta.
ATENIESE: E che dire di quel tale che loda o critica una qualsiasi comunità - che per natura ha bisogno di una
guida con il quale può recare vantaggio -, che forse non ha mai visto una comunità perfettamente associata sotto la
guida di un capo, ma sempre senza guida oppure unita a guide malvagie? Crediamo che simili osservatori di comunità
di questo genere forniscano una critica o una lode attendibili?
Platone Le leggi
11
MEGILLO: Come potrebbero, se non hanno mai visto e non hanno mai fatto parte di nessuna di quelle comunità
perfettamente associate?
ATENIESE: Attenzione! Fra le molte comunità potremmo considerare come una qualsiasi comunità quella dei
convitati e i simposi?
MEGILLO: Ma certamente.
ATENIESE: E qualcuno ha mai assistito a un simposio ben ordinato?
E a voi due è facile rispondere: «No, mai, assolutamente». Infatti presso di voi non vi sono queste usanze e non sono
neppure consentite dalla legge. Per quanto mi riguarda, invece, ne ho frequentati molti e in molti luoghi, e per giunta
tutti quanti, se così si può dire, li ho interrogati, e non mi è quasi mai capitato di vederne o sentirne nessuno che fosse
perfettamente organizzato, se non in qualche minuscolo e trascurabile aspetto, mentre la maggior parte di essi era per
così dire viziata.
CLINIA: Che cosa vuoi dire con queste parole, straniero? Parla in modo ancora più chiaro: noi infatti, come anche
tu hai detto, siamo inesperti di tali riunioni, e neppure se le frequentassimo, saremmo forse subito in grado di
riconoscere ciò che in esse è giusto da ciò che non lo è.
ATENIESE: Quello che dici è vero: ma io ti rispiego la cosa e tu cerca di capire. Capisci che in ogni assemblea, in
ogni associazione, quale che sia la sua attività, è giusto che vi sia sempre una guida?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: E adesso dicevamo che chi è alla guida di uomini che combattono dev'essere valoroso.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: E chi è valoroso viene turbato dalla paura meno dei vili.
CLINIA: Anche questo è giusto.
ATENIESE: E se con qualche espediente si riuscisse a porre a capo di un esercito una persona che non viene affatto
sfiorata dalla paura e non è turbata da nulla, non faremmo questo in ogni modo?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Ora però non parliamo del capo di un esercito che dovrà guidare gli scontri fra uomini nemici contro
altri nemici durante la guerra, ma di chi dovrà presiedere, in tempo di pace, la benevola unione di amici con altri amici.
CLINIA: Giusto.
ATENIESE: Una riunione come questa, se si svolgesse fra l'ubriachezza, non potrebbe essere ordinata. O no?
CLINIA: E come potrebbe? Anzi, sarebbe tutto l'opposto.
ATENIESE Dunque innanzitutto c'è bisogno di una guida anche per questi?
CLINIA: Certo, come in nessun altro caso.
ATENIESE: Bisognerebbe allora procurare, se fosse possibile, una guida priva di turbamenti?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: E bisognerebbe che fosse accorto nelle riunioni: infatti diventa il custode dell'amicizia che si stabilisce
fra i partecipanti, ed inoltre si prende cura affinché, nel corso della riunione, questa si rafforzi sempre di più.
CLINIA: Verissimo.
ATENIESE: E quindi non bisognerà che una persona sobria e saggia sia messa a capo di persone ubriache, e non
tutto l'opposto?
Infatti se la guida degli ubriachi fosse un ubriaco, e per giunta giovane privo di saggezza, sarebbe assai fortunato se
non causasse una grave disgrazia.
CLINIA: Molto fortunato davvero.
ATENIESE: Se dunque uno critica le adunanze di tal genere, che nel modo più corretto si svolgono negli stati,
biasimando la cosa in sé, può darsi che la sua critica sia giusta: ma se attacca a fondo un'usanza perché la vede del tutto
errata, per prima cosa è chiaro che non riconosce l'anormalità di quel che accade, e in secondo luogo che ogni cosa
appare in ogni modo malvagia, se avviene senza un padrone o una guida sobri. Non vedi che un nocchiere ubriaco, o
una qualsiasi altra guida manda tutto in rovina, navi, carri, eserciti, e ogni altra cosa guidata da lui?
CLINIA: Quello che hai detto è tutto vero, straniero. E dopo di ciò spiegaci questo: quale bene deriverebbe a noi se
questa usanza dei simposii si svolgesse correttamente? Secondo l'esempio di cui ora parlavamo, se un esercito è guidato
rettamente, i soldati che si attengono a tale guida vinceranno in guerra, e non è un bene di scarso valore, e così sarà in
altri casi: ma un simposio guidato correttamente quali vantaggi procurerà ai privati cittadini o allo stato?
ATENIESE: E dunque? Se un solo fanciullo o anche un solo coro di fanciulli viene educato come si deve, quale
vantaggio possiamo dire che derivi per lo stato? Se fossimo interrogati in questo modo, diremmo che dall'educazione di
un solo fanciullo deriverebbe uno scarso vantaggio per lo stato, ma se si domanda in generale quale vantaggio deriva
allo stato dall'educazione di tutti coloro che vengono educati, non è difficile rispondere che coloro che vengono educati
rettamente diventeranno uomini valorosi, e diventando tali agiranno bene in tutte le altre cose, e soprattutto avranno la
meglio sui nemici in battaglia. L'educazione può dunque portare con sé anche la vittoria, mentre la vittoria talvolta
rende privi dell'educazione: molti infatti diventarono insolenti per le vittorie riportate in guerra e per questa insolenza si
riempirono di innumerevoli altri mali, e mentre l'educazione non è mai stata una vittoria di Cadmo, molte vittorie sono
state e saranno tali per gli uomini.
CLINIA: Ci sembra, amico, che tu parli di quelle conversazioni che si tengono fra bevitori, come di cosa che
contribuisce in grande misura all'educazione, se si svolgono correttamente.
ATENIESE: E allora?
Platone Le leggi
12
CLINIA: Sei in grado di dimostrare, dopo di ciò, che quello che hai detto ora è vero?
ATENIESE: Sostenere con vigore che in realtà le cose stanno così, quando molti sono in disaccordo, è impresa
degna di un dio: ma se devo dire come la penso, non vi è alcun problema, dal momento che oggi abbiamo cominciato a
fare questi discorsi sulle leggi e sulla costituzione.
CLINIA: è proprio questo che cerchiamo di sapere, e cioè il tuo parere su queste e controversie che oggi ci
impegnano.
ATENIESE: Allora bisogna fare così, e pertanto voi dovete sforzarvi di apprendere, mentre io proverò a spiegarvi
tale questione. Prima di tutto ascoltate quanto segue: tutti i Greci sono convinti che il nostro stato sia amante di molti e
bei discorsi, e che Sparta e Creta siano l'una caratterizzata da brevi discorsi, e l'altra esercitata nella riflessione piuttosto
che nell'abbondanza di discorsi.
Ecco perché devo fare attenzione a non darvi l'impressione che io dica molte cose intorno ad un piccolo problema
svolgendo intorno ad una questione di poca importanza come quella dell'ubriachezza, ad esempio, un discorso troppo
lungo. Ma non è possibile fornire una spiegazione chiara e sufficiente del giusto valore dell'ebbrezza, conformandola in
modo corretto alla sua natura, senza aver definito la natura della musica, e d'altra parte non si può parlare della musica
senza trattare l'educazione nel suo complesso: e tutto ciò richiederebbe un enorme discorso.
Vedete dunque che cosa possiamo fare, e cioè se dobbiamo lasciar perdere queste cose nella circostanza presente e
passare ad un altro aspetto che riguardi le leggi.
MEGILLO: Straniero di Atene, forse non sai che la mia famiglia è ospite (15) del vostro stato. Probabilmente
dunque a tutti i ragazzi, non appena vengono a sapere di essere ospiti di uno stato, capita questo: fin da giovani si
insinua immediatamente in ciascuno di noi ospiti una certa benevolenza verso lo stato ospitante, come se fosse la
seconda patria dopo la propria. Ed è proprio lo stato d'animo che è sorto in me. Infatti ascoltando i fanciulli spartani che
criticavano o elogiavano in qualcosa gli Ateniesi dicendo: «O Megillo, il vostro stato ci ha fatto quel bene o quel male»,
ascoltando questo, allora, e difendendovi sempre contro chi muoveva queste critiche al vostro stato, nutrivo un profondo
sentimento di benevolenza, e anche adesso mi è assai cara la vostra voce, e quel detto comune che afferma che se gli
Ateniesi sono buoni lo sono in modo eccellente mi sembra assai rispondente alla verità: essi soli, infatti, sono buoni
senza essere costretti da necessità alcuna, ma proprio in virtù della loro natura, per una sorte divina, e non lo sono in
modo fittizio, ma veramente.
Per quanto mi riguarda, allora, puoi dire tutto quello che vuoi.
CLINIA: E anche da parte mia, straniero, ascolta e accogli un discorso, e in seguito di' pure quello che vuoi. Forse
hai sentito che in questo paese nacque Epimenide, (16) uomo divino, nostro parente ancora, che venne da voi dieci anni
prima delle guerre persiane, secondo l'oracolo del dio, e compì alcuni sacrifici che il dio gli aveva ordinato. E poiché gli
Ateniesi temevano la spedizione persiana, disse che non sarebbero giunti prima di dieci anni, e quando fossero giunti, si
sarebbero allontanati senza aver compiuto nulla di ciò che era nelle loro speranze, subendo invece molti più mali di
quanto ne avrebbero compiuti. In quel tempo dunque i nostri antenati stabilirono con voi rapporti di ospitalità, e da
allora io e i miei famigliari nutriamo un sentimento di benevolenza nei vostn confronti.
ATENIESE: A quanto pare voi siete preparati ad ascoltare, mentre io vorrei esser pronto a parlare, e anche se non è
facile, tuttavia ci proverò. Prima di tutto definiamo, in relazione a questo discorso, che cos'è l'educazione e qual è la sua
validità. Per questa strada, diciamo, deve procedere il discorso che oggi abbiamo intrapreso, finché non giunga al
cospetto del dio.
CLINIA: Sì, facciamo pure così, se ti piace.
ATENIESE: Quando dico che cosa mai si deve dire che sia l'educazione, verificate se la mia definizione vi piace.
CLINIA: Parla pure.
ATENIESE: E allora parlo, e dico che chi vuole diventare eccellente in qualsiasi cosa, fin da giovane deve
esercitarsi in essa, e sia quando gioca sia quando si applica deve cercare quei singoli aspetti che si riferiscono a quella
cosa. Ad esempio, chi vuole diventare un bravo contadino o un bravo architetto, bisogna che giochi, uno a costruire
quelle case che i fanciulli amano costruire, l'altro a coltivare la terra, e chi li educa dovrà procurare ad entrambi piccoli
strumenti che imitano quelli veri. E ancora, è necessario che essi apprendano tutte le nozioni che bisogna apprendere da
fanciulli, ad esempio, per l'architetto il misurare e l'usare il filo a piombo, per il militare il cavalcare giocando, o
compiere qualche altro esercizio del genere, in modo da cercare di volgere, mediante il gioco, i piaceri e i desideri dei
fanciulli verso il punto in cui un giorno dovranno giungere e realizzarsi. E noi diciamo che il punto essenziale
dell'educazione consiste in un corretto allevamento che, tramite il gioco, diriga il più possibile l'anima del fanciullo ad
amare quello che, divenuto uomo, dovrà renderlo perfetto nella virtù propria della sua professione.
Vedete dunque se quello che ho detto fino ad ora vi piace.
CLINIA: E come no?
ATENIESE: Non lasciamo allora nel vago ciò che chiamiamo educazione.
Ora infatti, criticando ed elogiando l'educazione di ciascuno, diciamo che quello, fra noi, è ben educato e quell'altro
privo di educazione, e anche, talvolta, ci riferiamo a chi è ben addestrato nei commerci e nei traffici marittimi, e ad altri
uomini assai esperti in altre attività. Ma il nostro ragionamento, a quanto pare, non è proprio di chi pensa che
l'educazione consista in queste cose, ma di chi piuttosto crede che l'educazione formi sin da giovani alla virtù,
suscitando l'amore e il desiderio di realizzarsi come cittadini, in modo da saper governare ed essere governati secondo
giustizia. Dopo aver circoscritto questo tipo di educazione, questa sola il nostro discorso, per quel che mi sembra,
intende definire con il termine di educazione, mentre quella che tende alle ricchezze o alla forza o a qualche altra abilità
Platone Le leggi
13
che sia priva dell'intelletto e della giustizia, è volgare, servile, e non è affatto degna di essere chiamata educazione. Ma
ora non discutiamo sul nome, e rimaniamo invece fedeli al termine sul quale poco fa ci siamo accordati, dicendo che
coloro che sono stati rettamente educati sono buoni, e che non si deve affatto disprezzare l'educazione, poiché è il più
importante fra gli splendidi beni che ricevono gli uomini migliori: e se talvolta ci allontaniamo dalla strada maestra,
possiamo correggere il nostro cammino, e questa cosa chiunque deve fare nel corso della sua vita, nel limite delle sue
possibilità.
CLINIA: Giusto, siamo d'accordo con quello che dici.
ATENIESE: E anche prima eravamo d'accordo che i buoni sono in grado di dominare se stessi, i cattivi no.
CLINIA: Quello che dici è giustissimo.
ATENIESE: Riprendiamo ancora più chiaramente proprio questo concetto che stiamo dicendo. E lasciate che vi
mostri quello che dirò con un'immagine, se sono capace.
CLINIA: Di' pure.
ATENIESE: Stabiliamo allora che ciascuno di noi è uno?
CLINIA: Sì.
ATENIESE: E non è fornito di due consiglieri opposti e dissennati che chiamiamo piacere e dolore?
CLINIA: è così.
ATENIESE: E oltre a questi due vi sono le opinioni sul futuro, cui comunemente si dà il nome di "speranza", e in
particolare si dice "timore" l'attesa del dolore, e "fiducia" l'attesa di ciò che è contrario: sopra tutti questi stati d'animo vi
è come un calcolo che stabilisce qual è di essi il migliore e quale il peggiore, che diventando pubblico decreto per la
città assume il nome di "legge".
CLINIA: A stento ti seguo, ma dimmi pure il seguito del ragionamento come ti seguissi.
MEGILLO: Anch'io provo la stessa sensazione.
ATENIESE: Riflettiamo allora in questo modo su tali cose. Dobbiamo pensare che ciascuno di noi, esseri viventi, è
come una macchina prodigiosa realizzata dagli dèi, vuoi per loro divertimento, vuoi per uno scopo serio; questo non lo
sappiamo. Ciò che invece sappiamo è che queste passioni, che sono in noi come corde o funicelle, ci tirano, ed essendo
opposte fra loro, ci tirano in senso contrario, trascinandoci verso azioni opposte, ed è così che si stabilisce la differenza
fra la virtù e il vizio. La ragione ci consiglia di seguire sempre uno solo di questi stimoli, di non abbandonarlo affatto, e
di resistere a tutti gli altri fili: questa è la regola d'oro della ragione, quella sacra condotta che viene chiamata la
pubblica legge dello stato, e se le altre sono dure come fossero di ferro e assumono le forme più svariate, questa è
duttile, perché è d'oro. Bisogna collaborare sempre con la splendida guida della legge: poiché la ragione è bella, mite, e
priva di violenza, la sua guida ha bisogno di collaboratori affinché in noi la stirpe d'oro vinca sulle altre stirpi. E così il
mito della virtù, secondo cui noi siamo come macchine prodigiose, verrà salvaguardato, e in un certo senso
comprenderemo più chiaramente il senso dell'espressione: «essere superiori o inferiori a se stessi». E per quanto
riguarda lo stato e il privato cittadino, bisogna che il privato cittadino accolga dentro di sé la vera ragion d'essere di
questi stimoli e ad essa conformi la propria vita, mentre lo stato, ricevendo da un dio o da quel cittadino che abbia
conosciuto tale ragione, deve stabilirla come legge sia nelle relazioni con se stesso, sia in quelle con gli altri stati. Così
avremo distinto più chiaramente il vizio e la virtù: e chiariti questi concetti, anche l'educazione e tutte le altre usanze
saranno forse più evidenti, e addirittura la questione riguardante i simposi. A questo proposito si potrà pensare che
intorno ad un argomento di scarsa importanza si è fatto un giro di parole troppo lungo e superfluo, ma forse non sembra
affatto indegno di tante parole.
CLINIA: Dici bene, ma adesso cerchiamo di trattare quei problemi che sono degni della nostra discussione di oggi.
ATENIESE: Dimmi: se in questa macchina prodigiosa aggiungiamo del vino, in quale condizione mai la rendiamo?
CLINIA: Che cosa vuoi indagare con questa domanda?
ATENIESE: Nulla, ma voglio solo sapere questo in generale, e cioè cosa diventerà, se essa partecipa di quello stato.
Cercherò di spiegare ancor più chiaramente ciò che voglio dire. Ecco la domanda: il bere vino rende più intensi i piaceri
e i dolori, l'ira e l'amore?
CLINIA: Certo!
ATENIESE: E che dire delle sensazioni e della memoria, delle opinioni e dei pensieri? Saranno allo stesso modo più
intensi?
Oppure abbandonano del tutto chi è pieno di vino?
CLINIA: Sì, lo abbandonano del tutto.
ATENIESE: E la condizione della sua anima non diviene identica a quella di quand'era bambino?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: E non sarà affatto padrone di se stesso?
CLINIA: Affatto.
ATENIESE: E tale condizione, diremo, non è la peggiore?
CLINIA: Non c'è dubbio.
ATENIESE: Non solo il vecchio, a quanto pare, diviene bambino una seconda volta, ma anche l'ubriaco.
CLINIA: Dici benissimo, straniero.
ATENIESE: Vi può essere un argomento che cercherà di convincerci che tale consuetudine dev'essere assaporata,
senza evitarla, per quanto possibile, con ogni sforzo?
CLINIA: Mi pare che ci sia: sei tu che lo hai detto, anzi un momento fa eri pronto ad esporlo.
Platone Le leggi
14
ATENIESE: Quello che ricordi è vero: anche adesso sono pronto, dato che avete detto di volermi ascoltare
volentieri.
CLINIA: Come infatti non ascoltarti? Ne vale la pena, se non altro perché ascolteremo qualche cosa di incredibile e
assurdo, ovvero per quale ragione un uomo deve gettarsi volontariamente nella più totale miseria.
ATENIESE: Parli dell'anima? O no?
CLINIA: Sì.
ATENIESE: E allora? Se un tale, amico, rendesse il suo corpo brutto, magro, deforme, e debilitato, ci stupiremmo se
giungesse volontariamente in tale condizione?
CLINIA: E come no?
ATENIESE: E dunque? Pensiamo che chi si reca dal medico per prendere una medicina non sappia che subito dopo
e per molti giorni il suo corpo sarà in condizioni tali che se per sempre dovesse essere così, non accetterebbe l'idea di
vivere? E quanti si recano nei ginnasi a compiere esercizi fisici, non sappiamo che sul momento sono deboli?
CLINIA: Sappiamo bene tutto questo.
ATENIESE: E che si recano volentieri pensando al vantaggio che seguirà?
CLINIA: Benissimo.
ATENIESE: Dunque anche per le altre usanze non si deve pensarla allo stesso modo?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Bisogna allora pensarla così anche riguardo ai passatempi del vino, se in essi si può correttamente
pensare qualcosa di utile.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Se dunque ci risultano avere un qualche vantaggio che non sia affatto inferiore a quello degli esercizi
del corpo, sin dal principio essi saranno superiori all'esercizio fisico, perché quello si accompagna alla sofferenza,
mentre essi ne sono esenti.
CLINIA: Quello che dici è giusto, ma mi stupirei se fossimo in grado di osservare qualcosa di simile nel vino.
ATENIESE: Ma proprio questo adesso, a quanto pare, dobbiamo ormai cercare di spiegare. E dimmi: non possiamo
osservare due generi opposti di timori?
CLINIA: Quali?
ATENIESE: Questi qui: noi temiamo i mali, quando ci aspettiamo che accadano.
CLINIA: Sì.
ATENIESE: Spesso temiamo le opinioni, pensando di essere considerati malvagi se facciamo o diciamo qualcosa
che non è bene: e questo genere di timore noi tutti lo chiamiamo, io credo, "pudore".
CLINIA: E come no?
ATENIESE: Questi sono i due generi di timori di cui parlavo: e di essi il secondo è opposto alle sofferenze fisiche e
alle altre paure in genere, ed è opposto, inoltre, alla maggior parte dei piaceri e a quelli più intensi.
CLINIA: Quello che dici è giustissimo.
ATENIESE: Dunque non dovrebbe un legislatore, o chi abbia un benché piccolo valore, venerare con grandi onori
questo genere di timore, e chiamandolo pudore, non dovrebbe invece definire con il nome di "impudenza" l'audacia che
ad esso si oppone, e stimarla come il male più grave per tutti, in pubblico e in privato?
CLINIA: Quello che dici è giusto.
ATENIESE: E non è forse vero che questo timore ci mette in guardia da molti altri grandi mali? E che non vi è nulla
in confronto che abbia una forza tale da poterci garantire in guerra vittoria e salvezza? Due infatti sono gli elementi che
determinano la vittoria: il coraggio dinanzi ai nemici, e la paura della vergogna di fronte agli amici.
CLINIA: è così.
ATENIESE: Bisogna che ciascuno di noi da un lato non abbia timore e dall'altro sia timoroso: abbiamo già spiegato
la ragione dell'uno e dell'altro atteggiamento.
CLINIA: Senza dubbio.
ATENIESE: Volendo liberare ciascuno da molti timori, lo rendiamo tale conducendolo, con l'aiuto della legge,
dinanzi al timore.
CLINIA: è chiaro.
ATENIESE: E che facciamo quando intendiamo rendere un tale timoroso secondo giustizia? Non dobbiamo fare in
modo che, imbattendosi nell'impudenza ed esercitandosi in essa, diventi capace di combattere e contrastare i suoi
piaceri? O non deve forse combattere e vincere la viltà che è dentro di sé, diventando così perfetto per quanto riguarda il
coraggio, dal momento che se non si fa esperienza e non ci si esercita in tali esercizi nessuno può diventare virtuoso,
neppure la metà? E sarà forse perfettamente saggio chi non avrà contrastato e vinto quei numerosi piaceri e desideri che
incitano all'impudenza e all'ingiustizia mediante la ragione, l'azione, e l'arte, tanto nel divertimento quanto nel serio
impegno, ma al contrario non abbia mai fatto tali esperienze?
CLINIA: Non sarebbe un discorso verosimile.
ATENIESE: E allora? Vi è un dio che abbia dato agli uomini una pozione per suscitare timore, sicché quanto più
uno desideri berne, tanto più ad ogni bevuta ritenga di diventare sventurato, e abbia paura per tutto ciò che gli può e gli
potrà accadere, e addirittura il più coraggioso degli uomini giunga a temere di tutto, finché, svegliatosi e liberatosi dagli
effetti di quella bevanda, ritorni nuovamente a essere se stesso?
CLINIA: E, straniero, quale bevanda simile possiamo dire che vi sia fra gli uomini?
Platone Le leggi
15
ATENIESE: Nessuna. Ma se da qualche luogo provenisse, non sarebbe utile al legislatore per il coraggio? A questo
proposito potremo ad esempio rivolgerci a lui con queste parole: «Avanti, legislatore, tu che emani leggi per i Cretesi e
per altri popoli, non accetteresti come prima cosa di aver la possibilità di mettere alla prova il coraggio e la viltà dei tuoi
cittadini?».
CLINIA: Chiunque chiaramente direbbe di sì.
ATENIESE: «E come? Con sicurezza e senza grandi rischi, oppure tutto il contrario?».
CLINIA: Anche su questo punto ci si troverebbe tutti d'accordo: con sicurezza.
ATENIESE: «Useresti questa pozione per condurre i cittadini dinanzi alle paure e criticarli quando vengono a
trovarsi in quello stato d'animo, così da costringerli a diventare impavidi, esortando, ammonendo, e onorando da un
lato, ma disonorando chi non ti obbedisca e si rifiuti di essere sotto ogni aspetto così come gli comandi di essere? E
lascerai andare senza punirlo colui che si esercita bene e valorosamente, mentre punirai chi si comporta in modo
malvagio? Oppure non te ne serviresti affatto, pur non dovendo criticare in alcun modo la bevanda?».
CLINIA: E come non potrebbe servirsene, straniero?
ATENIESE: Essa sarebbe, amico, in confronto agli esercizi attuali, un esercizio straordinariamente facile per una
sola persona, per pochi, per quanti si voglia: e agirebbe bene tanto chi da solo, in un luogo solitario, con il pretesto della
vergogna, ritenendo di non dover essere visto prima di aver imparato a comportarsi rettamente, così si allenasse contro
le paure, procurandosi la sola pozione in luogo di innumerevoli complicazioni; quanto chi, confidando in se stesso e
ritenendo di essere ben preparato grazie alla sua natura e all'allenamento svolto, non si vergognasse affatto di esercitarsi
fra molti convitati, dimostrando di superare e vincere l'inevitabile potere esercitato dalla bevanda, in modo da non
vacillare rovinosamente sotto il peso dell'indecenza e così da non alterarsi, grazie alla sua virtù, e si allontanasse prima
di giungere all'ultima bevuta, temendo di subire, come tutti gli altri uomini, la sconfitta da parte della bevanda.
CLINIA: Sì, straniero, sarebbe saggio chi si comportasse in tal modo.
ATENIESE: Rivolgiamo nuovamente al legislatore queste parole: «Ebbene, legislatore, nessun dio ha dato agli
uomini una simile pozione per suscitare timore, e noi stessi da soli non ne abbiamo escogitato uno - naturalmente non
tengo in conto i maghi -.
Possiamo invece dire che esiste o no una pozione che liberi dalla paura e susciti un'audacia eccessiva e
sconveniente?».
CLINIA: Dirà che essa esiste, e spiegherà che si tratta del vino.
ATENIESE: E questa bevanda non è all'opposto di tutto quello che abbiamo appena detto? Non rende subito,
innanzitutto, ogni uomo più allegro di prima, e quanto più ne gusta tanto più si riempie di molte e belle speranze e si
crede potente? E alla fine quel tale non è totalmente pieno della libertà di parlare, come fosse un saggio, e della libertà
in genere, e non è del tutto privo del timore, sicché parla ed agisce in qualsiasi modo senza remora alcuna? Chiunque, io
credo, sarebbe d'accordo su questo punto.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Ricordiamoci che abbiamo detto che nella nostra anima bisogna prendersi cura di due cose, e cioè di
essere il più possibile coraggiosi da un lato, e, al contrario, di essere il più timorosi possibili.
CLINIA: Cosa che dicevi far parte del pudore, crediamo.
ATENIESE: Ricordate bene. E poiché bisogna esercitarsi nei timori per diventare coraggiosi e spavaldi, si deve
considerare se bisogna coltivare queste opposte qualità con metodi opposti.
CLINIA: Questo potrebbe essere vero.
ATENIESE: Quando ci troviamo in una condizione naturale che ci rende particolarmente audaci e insolenti,
bisognerebbe, a quanto pare, esercitarsi ad essere il meno carichi possibile di impudenza e di insolenza, e a divenire
ogni volta timorosi, così da non avere il coraggio di dire, o di fare, o di subire qualcosa di turpe.
CLINIA: Mi pare.
ATENIESE: E dunque non sono proprio questi gli stati d'animo in cui ci veniamo a trovare, ovvero l'ira, l'amore,
l'insolenza, l'ignoranza, l'amore per i guadagni, la viltà, e, ancora, la ricchezza, la bellezza, la forza, e tutto ciò che
ubriacandoci di piacere, ci fa uscire di senno? Per fare innanzitutto una prova semplice e assai innocua di questi vizi, e
per esercitarci in seguito contro di essi, quale piacere possiamo citare che sia più adatto di quella prova che per
divertirci abbiamo effettuato con il vino, e che comunque avvenga con precauzione? Vediamo un po': è più pericoloso
saggiare un tale dall'indole scorbutica e selvatica, capace di innumerevoli ingiustizie, entrando in certe relazioni d'affari
che per lui sarebbero rischiose, oppure incontrare costui durante le feste di Dionisio? O ancora, per provare un tale che
ha un carattere che cede ai piaceri sessuali, esamineremo tale indole affidandogli figlie, figli, e mogli, mettendo così a
rischio quel che abbiamo di più caro? E anche citando innumerevoli altri casi, non si sarebbe in grado di indicare quanto
è differente l'osservazione che avviene per gioco la quale diversamente dalle altre non implica un prezzo troppo
svantaggioso. Pertanto a questo riguardo crediamo che né i Cretesi, né nessun'altra persona la penserà diversamente su
questo punto, sostenendo che questa prova che noi facciamO vicendevolmente non sia conveniente, e che rispetto alle
altre prove non differisca per la sua semplicità, la sua sicurezza, e la sua rapidità.
CLINIA: Questo è vero.
ATENIESE: Questa è senz'altro la cosa più vantaggiosa, ovvero il conoscere le indoli e le disposizioni delle anime,
per quell'arte che deve curarsi di queste cose. E questo diciamo, io credo, che sia proprio della politica. O no?
CLINIA: Certamente.
Platone Le leggi
16
NOTE: 1) Mitico re di Creta, figlio di Zeus ed Europa, e fratello del Radamanto menzionato nella battuta
successiva. Secondo la tradizione, ogni nove anni si recava dal padre, sul monte Ida, per ricevere le leggi che avrebbe
imposto ai sudditi Cretesi.
2) Abitanti della Tessaglia, regione deila Grecia nordorientale, caratterizzata dalle sue ampie pianure.
3) Platone presta fede ad una tradizione, peraltro inattendibile, secondo la quale Tirteo fosse un maestro di scuola
ateniese inviato a Sparta.
4) Tirteo, frammento 9, 1-10 Gentili-Prato.
5) Tirteo, frammento 9, 11-12 Gentili-Prato.
6) Teognide (prima metà del sesto secolo a.C.), poeta elegiaco greco di Megara.
7) Teognide, libro 1, 77-78.
8) Leggendario legislatore spartano, che secondo la tradizione gettò le basi della costituzione spartana.
9) Divinità greca venerata a Delfi, sede del celeberrimo oracolo di Delfi a lui dedicato.
10) Per quanto riguarda i Milesi, essi erano gli abitanti di Mileto, città greca ionica, situata sulla costa dell'Asia
minore; i Beoti abitavano invece la Beozia, regione della Grecia centrale; i Turii, infine, erano gli abitanti dell'omonima
colonia greca situata nell'Italia meridionale presso Taranto.
11) Figlio di Troo, re di Troia, il mito greco racconta che fosse stato rapito dagli dèi o da Zeus stesso a causa della
sua bellezza.
12) Feste in onore di Dionisio.
13) Dei popoli antichi che Platone elenca rapidamente, possiamo ricordare che gli Sciti abitavano la regione
compresa tra i Carpazi e il fiume Don; i Persiani vivevano nell'ampia regione geografica che si spingeva, ad occidente,
sino all'Indo, e a settentrione, sino alla Russia meridionale; i Cartaginesi erano gli abitanti della celebre città sulle coste
tunisine dell'Africa settentrionale; i Celti abitavano una vasta zona a nord del Mediterraneo; gli Iberi vivevano in quella
regione che corrisponde all'odierna Georgia; i Traci infine, occupavano la zona più settentrionale della Grecia.
14) Siracusa era allora una colonia fondata da Corinto, situata sulla costa sudorientale della Sicilia, Locri era invece
una colonia dorica posta nell'estremità meridionale dell'odierna Calabria.
15) Secondo l'istituto della prossenia, che corrisponde all'odierno istituto del consolato.
16) Profeta cretese che venne ad Atene dieci anni prima dello scoppio delle guerre persiane (ma al di là della notizia
che Platone qui ci riferisce, resta soprattutto un personaggio leggendario).
Platone Le leggi
17
LIBRO SECONDO
ATENIESE: Dopo di ciò, a quanto pare, bisogna esaminare, a questo riguardo, se i simposi hanno soltanto questo
bene, e cioè quello di esaminare la disposizione della nostra indole, oppure se nell'uso corretto delle riunioni dove si
beve vino vi sia qualche altro grande vantaggio degno di molta attenzione. Che cosa dunque diciamo? Che questo
vantaggio esiste, come pare che il mio discorso voglia dimostrare: ma dove e come lo si ottenga, ascoltiamo e facciamo
attenzione, per non rimanere noi stessi vittima del nostro stesso ragionamento.
CLINIA: Parla dunque.
ATENIESE: Desidero ricordare ancora una volta che cosa mai intendiamo per retta educazione. La sua salvezza
consiste infatti, per quel che ora capisco, nello svolgimento corretto di questa pratica.
CLINIA: Quello che dici è importante.
ATENIESE: Dico dunque che le prime sensazioni infantili dei bambini sono piacere e dolore, ed è in quest'ambito di
piacere e dolore che si insediano per la prima volta, nella loro anima, virtù e vizi, mentre per quanto riguarda la
prudenza e le opinioni vere e stabili, può ritenersi fortunato colui che riesce a venirne in possesso quando giunge alla
vecchiaia: perfetto è dunque quell'uomo che possiede questi beni e tutti quelli che vi sono inclusi.
Denomino educazione quella virtù che per la prima volta si insedia nei fanciulli: e se il piacere e l'amore, e il dolore
e l'odio nascono correttamente nelle loro anime, quando ancora non sono in grado di coglierli con la ragione, e se, non
appena potranno cogliere la ragione, si accordano ad essa, essendo stati abituati a farlo nei modi più convenienti,
proprio quest'accordo rappresenterà la più completa virtù. Se allora individuiamo con il ragionamento quello che
costituisce il corretto orientamento verso i piaceri e i dolori, sicché si odia quel che si deve odiare, subito, dall'inizio
sino alla fine, e si ama quel che si deve amare, e chiamiamo questo complesso di cose educazione, a mio avviso gli
assegneremo una denominazione corretta.
CLINIA: E infatti, straniero, ci sembra che anche prima, così come in questo momento, tu abbia parlato in modo
corretto dell'educazione.
ATENIESE: Bene dunque. E poiché l'educazione, che consiste in quel corretto orientamento verso i piaceri e i
dolori, si allenta e si corrompe in molte circostanze della vita, gli dèi, provando pietà per il genere umano che è
destinato a vivere in mezzo ai travagli, stabilirono, per gli uomini come delle pause fra questi travagli, che sono
rappresentate dall'alternarsi delle feste in onore degli dèi, e diedero loro le Muse, e Apollo signore delle Muse, e
Dionisio perché, celebrandole con loro, fossero resi migliori, e la loro educazione fosse seguita nelle feste dagli dèi
stessi. Bisogna allora vedere se per noi è veritiero o no, e conforme alla sua natura, il discorso che oggi celebriamo. Si
dice che ogni giovane essere vivente, per così dire, non riesca mai a stare quieto con il corpo e con la voce, ma cerchi
sempre di muoversi e di parlare forte, e alcuni saltano e balzano, come se danzassero con piacere e giocassero, altri
emettono ogni sorta di suoni. E mentre gli altri esseri viventi non hanno percezione dell'ordine e del disordine che si
verifica in questi movimenti e a cui diamo il nome di "ritmo" ed "armonia", a noi invece quegli dèi che, abbiamo detto
prima, ci furono dati come compagni di danza, fecero anche dono della percezione del ritmo e dell'armonia
accompagnati al piacere, con cui ci muovono e guidano i nostri cori, legandoci gli uni agli altri con canti e danze, e li
hanno chiamati "cori" per quel senso di gioia che in essi è connaturato.
Accetteremo, intanto, questo discorso? Stabiliamo che la primitiva educazione fu opera delle Muse e di Apollo, o
come diremo?
CLINIA: Così va bene.
ATENIESE: Dunque sarà secondo noi privo di educazione chi non conosce l'arte dei cori, e consideriamo invece
educato chi ha di essi una buona conoscenza?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: I cori consistono nell'unione di danza e canto.
CLINIA: Necessariamente.
ATENIESE: Chi è educato bene sarà capace di cantare e danzare bene.
CLINIA: Mi pare.
ATENIESE: Vediamo che cosa significa quello che ora è stato detto.
CLINIA: Che cosa?
ATENIESE: «Canta bene», diciamo, «e danza bene». Ma aggiungiamo o no: «Se anche belli sono i canti e le
danze»?
CLINIA: Aggiungiamolo.
ATENIESE: E che dire se uno ritiene bello ciò che è bello, e brutto ciò che è brutto, e in questo modo se ne serve?
Per noi sarà meglio educata nella danza e nella musica una persona simile, o chi potendo ogni volta imitare
adeguatamente con il corpo e con l'intonazione della voce ciò che viene concepito come bello, non gioisce del bello, né
detesta ciò che bello non è? O chi non sia affatto in grado di esprimere con la voce e con il corpo ciò che pensa, e senta
con il piacere e con il dolore, rallegrandosi di ciò che è bello ed evitando infastidito ciò che invece non è bello?
CLINIA: Grande è la differenza di educazione, straniero.
ATENIESE: Se dunque noi tre siamo a conoscenza del bello nel canto e nella danza, non sappiamo anche
individuare correttamente chi sia fornito di educazione e chi ne sia privo? Ma se non sappiamo ciò, non possiamo
neppure sapere se vi sia e dove sia una salvaguardia dell'educazione. O non è così?
CLINIA: è così.
Platone Le leggi
18
ATENIESE: Proprio questo noi dobbiamo investigare, come fossimo cagne sulle tracce della preda: la bellezza della
movenza, della melodia, del canto e della danza. E se tutto ciò ci sfuggisse di mano e sparisse, sarebbe inutile tutto il
nostro discorso successivo intorno alla retta educazione dei Greci e dei Barbari.
CLINIA: Sì.
ATENIESE: Ebbene: qual è mai la movenza o la melodia che dobbiamo dire bella? Avanti, movenze e gesti di un
uomo dall'animo virile e di un altro dall'animo vile saranno somiglianti quando si vengano a trovare in mezzo ad
identici ed uguali travagli?
CLINIA: E come potrebbero, quando in comune non hanno neppure il colore del viso?
ATENIESE: Bene, amico. Ma nella musica vi sono movenze e melodie, poiché la musica si fonda sul ritmo e
sull'armonia, sicché è giusto dire che una musica è ben ritmata e ben armonizzata, mentre è improprio dire, mediante
un'immagine, che una melodia o una movenza sono ben coloriti, come fanno i maestri dei cori: del resto esiste la
movenza o la melodia dell'uomo vile e di quello valoroso, e si può giustamente definire bello quello degli uomini
valorosi, e turpe quello dei vili. E per non fare un discorso troppo lungo intorno a tutto ciò, si dica semplicemente che
tutte le movenze e le melodie dell'anima o del corpo che esprimono direttamente la virtù o ne sono immagine sono
belle, mentre quelle che esprimono il vizio sono tutto il contrario.
CLINIA: è giusta la tua provocazione, e noi adesso rispondiamo che siamo d'accordo con te.
ATENIESE: Voglio aggiungere ancora questo: proviamo tutti lo stesso godimento per ogni coro, o è ben lontano
dall'essere così?
CLINIA: è ben lontano dall'essere così.
ATENIESE: Che cos'è allora che diciamo che ci induce in errore?
Forse le stesse cose non sono belle per noi tutti, oppure lo sono, ma non sembrano tali? Infatti nessuno dirà che i cori
che sono espressione del vizio sono più belli di quelli che sono espressione della virtù, e neppure che mentre trae
godimento da malvagie movenze, gli altri godono di un'opposta Musa: eppure la maggioranza dice che la regolarità
della musica consiste nella capacità di procurare diletto all'anima. Ma questo modo di esprimerci è del tutto intollerabile
ed empio a dirsi, e questa è verosimilmente la causa del nostro errore.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Poiché le rappresentazioni corali sono imitazione di modi di vita che riguardano azioni e circostanze di
ogni genere, e ciascuna avviene grazie alla pratica dell'imitazione, è inevitabile che coloro che trovano corrispondenti
alla loro natura o alla loro sensibilità - o all'una e all'altra cosa insieme - ciò che viene detto o cantato, e in ogni caso
rappresentato dai cori, ne traggano godimento, e lo esaltino con lodi, e lo definiscano bello, mentre coloro che lo
trovano contrastante con la loro natura, con la loro sensibilità, e con i loro costumi di vita non potranno trarne
godimento e neppure elogiarlo, ma diranno che è brutto.
Quelli poi che hanno una buona indole naturale, ma cattive abitudini di vita, oppure quelli che hanno corrette
abitudini di vita, ma una cattiva indole naturale, rivolgono i loro elogi in modo opposto ai loro piaceri: perché
affermano che ciascuna di queste danze è piacevole ma malvagia, e dinanzi ad altre persone che credono che siano
sagge si vergognano di muoversi con il corpo secondo tali movenze, e si vergognano di cantare tali melodie, come se
volessero dimostrare seriamente che sono belle, mentre dentro di sé ne traggono godimento.
CLINIA: Quello che dici è giustissimo.
ATENIESE: E godere delle movenze o delle melodie del male porta forse con sé qualche danno, mentre il ricevere
piaceri da cose opposte reca qualche vantaggio?
CLINIA: è verosimile.
ATENIESE: è verosimile o anche necessario che accada la stessa cosa come se un tale, essendo in relazione con
cattive abitudini di uomini malvagi, non le detesti, ma le accetti e ne tragga godimento, e le rimproveri solo per scherzo,
vedendo in sogno la propria depravazione? Allora è inevitabile che chi gode divenga simile a queste cose di cui gode,
benché si vergogni di lodarle: ebbene quale bene o quale male più grande di questi possiamo dire che necessariamente
ci possono capitare?
CLINIA: Nessuno, mi sembra.
ATENIESE: Laddove siano stabilite buone leggi, o lo saranno per il tempo futuro, relative all'educazione delle
Muse e al divertimento, pensiamo che sarà possibile ai poeti insegnare nei cori ai giovani e ai figli dei cittadini retti da
ottime leggi ciò che nella poesia riscalda l'animo del poeta stesso per il ritmo, la melodia, e la parola, conducendoli al
vizio o alla virtù così come capita?
CLINIA: Questo discorso non ha senso: come infatti potrebbero?
ATENIESE: Ora questo, per così dire, puo essere compiuto in tutti gli stati, fatta eccezione per l'Egitto.
CLINIA: E come dici che in Egitto le leggi amministrano una simile materia?
ATENIESE: è incredibile anche solo a sentirne parlare. Perché anticamente, a quanto pare, fu riconosciuto da quelli
quel criterio che noi ora affermiamo, e cioè che i giovani negli stati devono abituarsi ad avere a che fare con le belle
movenze e i bei canti: stabilite quali e come dovevano essere, li misero in mostra nei templi, e oltre a questi non era
permesso né ai pittori, né a tutti gli altri che riproducono figure e altre cose del genere, di trasformarle o di concepirne
altre che non fossero quelle patrie, e neppure ora è lecito, né in questo ambito, né in tutto il campo della musica. E se
vuoi indagare, troverai che in quel luogo sculture e pitture di diecimila anni fa - di diecimila anni fa veramente, e non
così per dire -, non sono né più belle né più brutte di quelle realizzate adesso, perché sono realizzate con la stessa
tecnica.
Platone Le leggi
19
CLINIA: Davvero incredibile quello che dici.
ATENIESE: E questo discorso vale specialmente per ciò che concerne le leggi e la politica. Anche lì puoi trovare
delle cose di scarso valore: ma per quel che riguarda la musica è vero e degno di considerazione il fatto che era
possibile dettare con sicurezza leggi intorno a tali questioni, confidando in melodie che offrivano per loro natura
rettitudine. E ciò sarebbe opera di un dio o di un uomo divino, così come lì si dice che le melodie che si sono conservate
per un tempo così lungo sono opera di Iside. (1) Sicché, dicevo, se si potesse afferrare, in qualunque modo, il giusto
valore di queste cose, bisognerebbe coraggiosamente fissarle nella legge e nell'ordinamento: in questo modo la ricerca
di piacere e di dolore che va sempre alla scoperta di nuove forme musicali da utilizzare non è così forte da poter
annientare la danza consacrata rimproverandone l'antichità. In Egitto pare che non avesse affatto alcuna forza di
annientarla, ma avvenne il contrario.
CLINIA: Da ciò che ora hai detto risulta che questo sia così.
ATENIESE: Possiamo tranquillamente affermare che l'uso della musica e del gioco insieme alla danza sia corretto
solo se viene impiegato in tale modo? Non pensiamo forse di provare godimento quando ci troviamo in una felice
circostanza, o di trovarci in una felice circostanza quando proviamo godimento? Non è così dunque?
CLINIA: Sì, è così.
ATENIESE: E quando in una simile circostanza proviamo godimento, non riusciamo a stare tranquilli.
CLINIA: è così.
ATENIESE: E quelli che fra noi sono giovani non sono sempre pronti a danzare? Ma quando invecchiamo, non
riteniamo più conveniente essere spettatori dei giovani, rallegrandoci del loro gioco e della loro festa, dato che l'agilità
ora ci abbandona? E rimpiangendo e congendandoci da quest'agilità, non proponiamo delle gare per chi sia in grado di
ridestarci, almeno con la memoria, verso la giovinezza trascorsa?
CLINIA: Verissimo.
ATENIESE: Non dobbiamo forse ritenere senza dubbio vano il ragionamento che ora viene fatto intorno a chi
partecipa alle feste, e cioè che si deve ritenere più sapiente e dev'essere giudicato vincitore colui che fa in modo di
dilettarci e di procurarci il massimo godimento? Bisogna allora, se è vero che in tali occasioni ci siamo concessi di
divertirci, che sia maggiormente onorato e, come ora dicevo, riporti il premio della vittoria chi riesca a procurare il
maggior godimento presso il numero più ampio possibile di persone. Non sarebbe giusto parlare e comportarci così, se
avvenisse una situazione simile?
CLINIA: Può darsi.
ATENIESE: Ma, amico, non diamo un giudizio affrettato riguardo ad una questione del genere. Dividiamola invece
in parti ed esaminiamo così: se un tale bandisse una gara, così, semplicemente, senza specificare se si tratti di una gara
ginnica, musicale, o ippica, ma, radunati tutti quanti i cittadini, proponesse dei premi per i vincitori e dicesse che
chiunque può venire a gareggiare a condizione soltanto di procurare piacere, e se colui che riesce a divertire il maggior
numero possibile di spettatori vincerà, senza che per lui vengano stabilite altre regole, ma solo in virtù del fatto che si
rivela capace di divertire moltissimo, e sarà giudicato il più piacevole fra i concorrenti, che cosa pensiamo che
accadrebbe in seguito a questo bando?
CLINIA: Che cosa vuoi dire?
ATENIESE: è verosimile che uno declamerebbe una rapsodia, come Omero, un altro eseguirebbe un motivo con la
cetra, un altro ancora una tragedia, un altro infine una commedia, e non ci sarebbe da stupirsi se uno ritenesse di vincere
proponendo uno spettacolo di marionette: e noi saremmo in grado di stabilire giustamente il vincitore, se si
presentassero questi ed altri innumerevoli concorrenti?
CLINIA: La tua domanda è assurda: chi potrebbe risponderti, come se si conoscessero prima di averli ascoltati e di
aver assistito personalmente alle prove dei singoli concorrenti?
ATENIESE: E allora? Volete che sia io a rispondervi a questa assurda domanda?
CLINIA: E dunque?
ATENIESE: Se a giudicare fossero i bambini più piccoli, darebbero la loro preferenza a chi propone uno spettacolo
di marionette. O no?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Se fossero i ragazzi più grandi, la preferenza andrebbe a chi mette in scena la commedia, mentre
darebbero la preferenza alla tragedia le donne colte, i giovani, e in genere la maggioranza delle altre persone.
CLINIA: Probabilmente sì.
ATENIESE: E se un rapsodo recitasse in modo perfetto l'Iliade, l'Odissea, o qualche passo di Esiodo, (2) forse noi
vecchi, ascoltandolo piacevolmente, diremmo che costui vince senz'altro. Chi è dunque il vero vincitore? E questo che
dobbiamo dire. O no?
CLINIA: Sì.
ATENIESE: è chiaro che per me e per voi è necessario affermare che i veri vincitori sono coloro che sono stati
giudicati da persone della nostra età. Infatti il nostro modo di vivere sembra essere senz'altro migliore rispetto a quello
di coloro che ora vivono in tutti gli stati e dovunque.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Anch'io sono d'accordo con la maggioranza delle persone che la musica dev'essere giudicata in base al
piacere, ma non del piacere di una persona a caso: la Musa più bella è quella che rallegra gli animi dei migliori e di
coloro che hanno ricevuto un'adeguata educazione, ma soprattutto quella che rasserena quel solo che si distingue per
Platone Le leggi
20
virtù e formazione. Perciò diciamo che i giudici di queste prove hanno bisogno della virtù, perché debbono prendere
parte della prudenza e del coraggio. Il vero giudice non deve imparare a giudicare a teatro, turbato dal chiasso della
folla e dalla propria incompetenza, e neppure, per debolezza o viltà, se è consapevole di ciò che giudica, deve
proclamare a cuor leggero un verdetto, pronunciando il falso con quella stessa bocca con cui aveva invocato gli dèi
prima di accingersi a giudicare: non come scolaro, ma piuttosto come maestro degli spettatori deve sedere il giudice, ed
è giusto che sia così, e deve opporsi a quanti procurano agli spettatori un piacere sconveniente ed ingiusto. Anticamente
anche l'antica legge dei Greci consentiva ciò che ora è permesso dalla legge in Sicilia e in Italia dove, affidandosi alla
maggioranza degli spettatori che giudica il vincitore per alzata di mano, la legge ha rovinato i poeti stessi - essi
compongono i loro versi per soddisfare il piacere di basso livello di questi giudici, sicché sono gli spettatori stessi che li
educano -, e ha rovinato i piaceri del teatro stesso: se infatti gli spettatori, ascoltando vicende che propongono costumi
di vita più nobili dei loro, dovrebbero trarre un più nobile piacere, ora avviene che per colpa loro facciano tutto
l'opposto. Che cosa dunque vuole mettere in luce tutto ciò che ora è stato esposto?
Vedete se è questo.
CLINIA: Che cosa?
ATENIESE: Mi sembra che per la terza o la quarta volta il nostro discorso, dopo averci girato intorno, giunga allo
stesso punto, e cioè che l'educazione consiste nell'attrarre e nel guidare i fanciulli verso quel retto criterio stabilito dalla
legge, e che è garantito come veramente tale da parte dei cittadini più virtuosi e da quelli piu anziani per la loro
esperienza. Perché dunque l'anima del fanciullo non si abitui a godere o a soffrire di qualcosa che sia contrario alla
legge e a coloro che ad essa obbediscono, ma le sue gioie e i suoi dolori seguano fedelmente le gioie e i dolori dei
vecchi, per queste ragioni sono stati composti quelli che chiamiamo "canti", e che a tutti gli effetti ora sono per le anime
parole che incantano, adattate diligentemente in modo da realizzare quell'armonia di cui parliamo. E poiché le anime dei
giovani non sono in grado di sopportare un serio impegno, si chiamano giochi e canti, e si praticano come tali, proprio
come ai malati e a coloro che sono in condizioni fisiche precarie quelli che li hanno in cura cercano di somministrare il
nutrimento conveniente sotto forma di cibi e di bevande piacevoli, mentre ciò che è dannoso sotto forma di alimenti
sgradevoli, in modo che si abituino correttamente a desiderare i primi e ad evitare i secondi. Secondo questo stesso
ragionamento, il retto legislatore convincerà, o addirittura costringerà se non si lascerà convincere, il poeta, quando
compone, a comporre in modo conveniente - servendosi di un linguaggio nobile ed elogiativo - le movenze, nei ritmi
delle danze, e le melodie, nelle armonie, che sono proprie di uomini saggi, valorosi, e buoni sotto ogni aspetto.
CLINIA: Ora, per Zeus, straniero, ti sembra che negli altri stati si faccia così? Per quanto ne so io, tranne che da noi
e presso gli Spartani, non so dove si facciano le cose di cui parli, mentre sono al corrente di certe cose sempre nuove
che avvengono nell'ambito delle danze e in tutto il resto della musica, e questo continuo mutare non è determinato dalle
leggi, ma da certi confusi desideri, che non solo sono assai lontani dall'essere identici e allo stesso modo, come invece
tu asserisci che accada in Egitto, ma addirittura non sono mai i medesimi.
ATENIESE: Benissimo, Clinia. Se ti è parso che parlassi delle cose di cui hai appena detto come di cose attuali, non
mi stupirei di aver provocato, con le dovute conseguenze, il malinteso, proprio per non aver espresso chiaramente il mio
pensiero: ma io dicevo semplicemente ciò che vorrei si realizzasse per quel che riguarda la musica, sicché
probabilmente ti è sembrato che ti parlassi di queste cose come fossero reali. Biasimare mali incurabili e che si sono
spinti molto innanzi sulla via dell'errore non è affatto piacevole, eppure talvolta è necessario. Ma poiché la pensi come
me, coraggio, dimmi: pensi che tali cose avvengano maggiormente da voi e presso quelli di qui che presso gli altri
Greci.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Ma se avvenisse così anche presso tutti gli altri, diremmo che tali cose sarebbero migliori di quanto lo
sono nella condizione attuale?
CLINIA: Vi sarebbe un'enorme differenza se le cose andassero così come va nno presso quelli di qui e da noi, ed
inoltre come tu ora dici che dovrebbero andare.
ATENIESE: Avanti, adesso mettiamoci d'accordo. Intorno al complesso dell'educazione e della musica non si dice
da voi null'altro se non queste cose? In sostanza voi costringete i poeti a dire che l'uomo buono, che è prudente e giusto,
è felice e beato, sia egli grande e forte, piccolo e debole, ricco o no; mentre se fosse anche più ricco di Cinira (3) e di
Mida,(4) ma ingiusto, è un miserabile e vive la sua esistenza in mezzo ai travagli. «Non vorrei ricordare», dice il vostro
poeta, se lo dice correttamente, «e neppure vorrei prendere in considerazione quell'uomo» che non compia e non
acquisti secondo giustizia tutto ciò che si dice che sia bello compiere ed acquistare, ed essendo tale «incalzi un nemico e
lo colpisca»; ma se è ingiusto non avrà il coraggio di «assistere alla cruenta uccisione» né in corsa supererà «il tracio
vento Borea», e non possiederà mai nessuno di quelli che sono chiamati beni. Quelli che infatti la maggior parte delle
persone chiama beni non è corretto chiamarli così. Si dice che il bene più importante sia la salute, come secondo la
bellezza, terzo la ricchezza, e si chiamano beni innumerevoli altre cose: avere vista e udito acuti, e possedere ogni altra
facoltà sensitiva ben sviluppata, ed inoltre far tutto ciò che si vuole come un tiranno, e, punto di arrivo della più totale
beatitudine, diventare il più rapidamente immortali grazie al fatto di possedere tutti questi beni. Ma voi ed io diciamo
che tutti questi beni, che sono splendidi tesori per gli uomini giusti e pii, sono tutti quanti pessimi per gli ingiusti, a
cominciare dalla salute: la vista, l'udito, il provare le sensazioni, e il vivere sono tutti gravissimi mali per colui che, pur
essendo in ogni tempo immortale e possedendo tutti quelli che vengono chiamati beni, è privo di giustizia e di ogni
virtù; allora il male minore sarebbe che costui vivesse nello spazio di tempo più breve possibile. Credo dunque che voi
persuaderete e costringerete i poeti che sono presso di voi a dire le stesse cose che dico io adesso, ed inoltre ad educare i
Platone Le leggi
21
vostri figli conformando ritmi ed armonie a queste cose che ho detto. Non è così? Fate attenzione. Per quanto mi
riguarda, dico chiaramente che quelli che sono chiamati mali sono beni per gli ingiusti, e sono mali per i giusti, e che
quelli che sono chiamati beni sono effettivamente un bene per i buoni, e un male per i malvagi.
Come vi ho domandato prima, siamo d'accordo, io e voi, o no?
CLINIA: Per quel che riguarda alcune questioni mi sembra di sì, per quel che riguarda altre, nient'affatto.
ATENIESE: Se dunque uno possiede salute, ricchezza, e potere incondizionato - e per farvi un piacere aggiungo una
forza straordinaria, e il valore che si accompagna all'immortalità, e l'immunità da ogni altro cosidetto male -, e abbia in
sé soltanto ingiustizia ed insolenza, non riuscirei a convincervi che chi vive in questo modo non è felice, ma è
chiaramente miserabile?
CLINIA: Quello che dici è verissimo.
ATENIESE: Ebbene: che cosa vi devo dire dopo di ciò? Non vi sembra allora che un uomo valoroso, forte, bello, e
ricco, e libero di fare tutto ciò che desidera per tutta la vita, se è ingiusto e insolente, conduca necessariamente una vita
turpe? O forse questo lo concederete, e cioè che vive vergognosamente?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: E dunque? Che conduce anche una vita malvagia?
CLINIA: Non è la stessa cosa.
ATENIESE: Allora che la sua vita è ripugnante e nociva a se stessa?
CLINIA: E come potremmo essere d'accordo su questo punto?
ATENIESE: Come? A quanto pare, amici, solo se un dio ci concedesse un accordo, dato che adesso siamo in
disaccordo gli uni dagli altri. Le cose che ho detto mi sembrano necessarie come neanche può esserlo il fatto evidente
che Creta sia un'isola, caro Clinia: e se fossi legislatore cercherei di costringere i poeti e tutti i cittadini ad esprimersi in
questo modo, e poco ci manca che applicherei la pena capitale, se qualcuno andasse dicendo nella regione che vi sono sì
uomini malvagi, ma che conducono una vita piacevole, o che una cosa è guadagnare e fare i propri interessi e un'altra
essere giusti. E inoltre persuaderei i miei cittadini a parlare diversamente da come ora, a quanto sembra, parlano i
Cretesi e gli Spartani e tutti gli altri uomini. Coraggio, per Zeus e per Apollo, o voi che siete i migliori fra gli uomini, se
interrogassimo così tutti questi dèi che hanno stabilito le vostre leggi: «La vita più giusta è quella più dolce, oppure vi
sono due generi di vita, una assai dolce e l'altra assai giusta?», e se ci rispondessero che vi sono due generi di vita,
potremmo nuovamente interrogarli così, se è giusto fare questa domanda: «Dobbiamo dire che sono più felici coloro
che trascorrono la vita soprattutto all'insegna della giustizia o all'insegna del piacere più intenso?». Se rispondessero che
sono coloro che vivono all'insegna del piacere più intenso, la loro risposta sarebbe senza dubbio assurda. Ma non voglio
che si pensi che gli dèi si esprimano così: piuttosto potrebbero essere i nostri padri e legislatori a parlare in questo
modo. E in base alle domande precedenti, si interroghi allora il padre o il legislatore, e si immagini che costui risponda
che è assai beato chi conduce la vita all'insegna del massimo piacere. In seguito, dopo di ciò, gli direi: «Padre, non
desideravi che io vivessi una vita felice al massimo grado? Ma non smettevi affatto di consigliarmi di vivere una vita
che fosse la più giusta possibile». E così sarebbe evidente che sia il legislatore, sia il padre che abbiamo i mmaginato si
troverebbe nell'assurda difficoltà, io penso, di essere coerente con se stesso. Se poi dichiarasse che la vita più giusta è
quella più felice, chiunque lo udisse cercherebbe di sapere, credo, quale bene vi è in essa più potente del piacere, quale
bellezza che viene elogiata dalla legge. Quale bene può mai esistere per un giusto che sia separato dal piacere?
Coraggio! La gloria e la lode sono per gli uomini una cosa buona e bella, ma spiacevole, e il contrario il disonore?
No certo, caro legislatore, diremo noi. E non commettere ingiustizie né subirle da alcuno, è spiacevole, anche se è
buono e bello, mentre è piacevole il contrario, anche se è turpe e malvagio?
CLINIA: E come potrebbe?
ATENIESE: Dunque il ragionamento che non separa ciò che è piacevole da ciò che è giusto, buono, e bello
persuade, se non altro, a voler vivere una vita pia e giusta, sicché per un legislatore non vi sarebbe peggiore
ragionamento e così contrario alla sua opera di chi affermi che queste cose non stanno in questi ter mini: nessuno infatti
vorrebbe volontariamente convincersi di fare ciò in cui non risulti più piacere che dolore. Se osserviamo un oggetto da
lontano, tutti, e per così dire anche i bambini, lo vediamo con la vista annebbiata, a meno che il legislatore non ci
conduca dinanzi all'opinione contraria, dissipando la nebbia, e ci convinca in qualunque modo con abitudini, lodi,
ragionamenti, che ciò che è giusto e ciò che è ingiusto sono come pitture in prospettiva, e che l'ingiusto, stando di fronte
al giusto appare piacevole a chi lo guarda se è egli stesso ingiusto e cattivo, e il giusto assai spiacevole, ma a chi osserva
dal punto di vista della giustizia appare tutto l'opposto, sia nell'uno che nell'altro caso.
CLINIA: è chiaro.
ATENIESE: Quale dei due giudizi diciamo che ha più possibilità di essere vero? Quello dell'anima peggiore o
quello dell'anima migliore?
CLINIA: Quello dell'anima migliore, naturalmente.
ATENIESE: E naturalmente una vita ingiusta non solo è più turpe e miserabile, ma è anche, in verità, meno
piacevole di una vita giusta e pia.
CLINIA: Può essere così, secondo il ragionamento che ora abbiamo fatto, amici.
ATENIESE: Un legislatore che abbia un minimo di capacità, quand'anche le cose non stessero così come il
ragionamento di adesso le ha prospettate, se avesse il coraggio di mentire in qualche cosa per il bene dei giovani, pensi
che possa mentire con una menzogna più utile di questa, la quale abbia una capacità tale da far compiere a tutti, non con
la forza, ma volontanamente, ogni cosa giusta?
Platone Le leggi
22
CLINIA: Cosa bella e stabile è la verità, straniero: e non pare che sia facile l'azione della persuasione.
ATENIESE: Ebbene: ma non è stato facile far credere il mito dell'uomo di Sidone, (5) che pure era così incredibile,
e molti altri ancora?
CLINIA: Quali?
ATENIESE: Quello degli opliti nati dai denti seminati. Si tratta certamente di un grande esempio per un legislatore
di come si possa persuadere le anime dei giovani a credere in ciò di cui si vuole convincere, sicché nient'altro egli deve
indagare se non di che cosa deve convincerlo perché realizzi per lo stato il bene più grande, e quindi, deve scoprire con
ogni mezzo in che modo una simile comunità, come è appunto lo stato, sempre, su queste cose, per tutta la vita,
esprima, per quanto è possibile, un'unica ed identica opinione, nei canti, nei miti, e nei discorsi. E se vi sembra che le
cose stiano in modo diverso da così, non fatevi alcun problema ed avanzate le vostre perplessità.
CLINIA: Ma mi sembra che nessuno di noi due possa avanzare delle obbiezioni intorno a queste cose.
ATENIESE: Dopo di ciò, allora, dovrei essere io a parlare. E infatti dico che tutti e tre i cori devono acquietare con
il canto le anime dei bambini, che sono ancora giovani e delicate, raccontando tutte le nobili cose che prima abbiamo
passato in rassegna e che ancora esamineremo. E questo sia il punto essenziale di tali cose: dicendo che la medesima
vita è ritenuta dagli dèi assai piacevole e ottima ad un tempo, diremo la più importante verità, e insieme persuaderemo
chi dobbiamo persuadere di più che se ci esprimessimo in un qualsiasi altro modo.
CLINIA: Si deve per forza essere d'accordo con quello che dici.
ATENIESE: Innanzitutto sarà assai giusto che il coro delle Muse, composto di bambini, entri per primo in mezzo
alla scena per cantare con grande impegno dinanzi alla città intera le cose di cui si è detto; e che per secondo entri il
coro di coloro che giungono sino ai trent'anni, il quale invochi Peana come testimone della verità delle cose dette e lo
preghi di essere propizio per quanto riguarda la persuasione dei giovani. Bisogna poi che canti anche un terzo coro
composto di uomini di età compresa fra i trenta e i sessant'anni. I cittadini che superano i sessant'anni, invece, poiché
non sarebbero più in grado di cantare, siano lasciati liberi di raccontare miti intorno agli stessi costumi di vita, secondo
l'ispirazione divina.
CLINIA: Vuoi spiegarci, straniero, che cosa intendi per questa terza specie di cori? Infatti non comprendiamo
chiaramente la spiegazione che tu fornisci di essi.
ATENIESE: Eppure sono proprio questi cori per i quali si è spesa la maggior parte delle parole che si sono dette
prima.
CLINIA: Non abbiamo ancora capito: cerca di essere più chiaro ancora.
ATENIESE: Abbiamo detto, se lo ricordiamo, in principio di questa discussione, che la natura di tutti i giovani,
essendo come infuocata, non è in grado di stare in quiete, né con il corpo, né con la voce, ma urla e salta sempre in
modo disordinato, e che nessuno degli altri esseri viventi possiede il senso dell'ordine di questi due generi di
comportamento, se non la sola natura umana: e "ritmo" si chiama l'ordine del movimento, mentre quello della voce,
quando il tono acuto si equilibra con il grave, si chiama "armonia", e, ancora, l'unione di questi due elementi si chiama
"danza corale". Dicevamo anche che gli dèi, provando pietà per noi, ci diedero come compagni nelle danze e nei cori
Apollo e le Muse, e, se ci ricordiamo, in terzo luogo, abbiamo detto anche Dionisio.
CLINIA: Come non ricordarlo?
ATENIESE: Del coro di Apollo e di quello delle Muse si è già parlato: ora è necessario parlare del terzo coro che ci
è rimasto, ovvero quello di Dionisio.
CLINIA: E come? Parla! Sarebbe assai assurdo, così, ad ascoltare tutt'a un tratto questa cosa, che vi sia u n coro di
vecchi consacrato a Dionisio, se è vero che per lui danzano in coro uomini che sono oltre i trenta e i cinquant'anni di
età, fino ai sessanta.
ATENIESE: Quello che dici è verissimo. Bisogna, io penso, fare un discorso a questo proposito, per spiegare qual è
la ragione per cui vi sia un coro così composto.
CLINIA: E dunque?
ATENIESE: Siamo d'accordo su quello che è stato detto prima?
CLINIA: Su che cosa?
ATENIESE: Sul fatto che ognuno, uomo o fanciullo, libero o schiavo, maschio o femmina, e in sostanza l'intero
stato deve incantare se stesso, tutto se stesso, incessantemente, con quelle cose che prima abbiamo esposto, mutandole
in qualsiasi modo e variandole del tutto, sicché i cantori abbiano sempre un'insaziabile desiderio e un piacere per il
canto.
CLINIA: Come possiamo non consentire che si debba fare così?
ATENIESE: E questa che a nostro avviso è la parte migliore dello stato, che è la più capace di persuadere i cittadini
per età e per intelligenza, com'è che compirà i beni più grandi cantando le cose più belle? Oppure trascureremo in modo
tanto sconsiderato questa parte che è decisiva per quanto riguarda i canti più belli e più utili?
CLINIA: Ma è impossibile trascurarla, proprio per quel che è stato detto ora.
ATENIESE: Quale sarà allora il comportamento più conveniente?
Vedete un po' se è questo.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Chiunque, invecchia esita ogni volta di più a cantare, e gode sempre meno nel farlo, e, colto dalla
necessità, tanto più si vergognerà quanto più è vecchio e saggio. O non è così?
CLINIA: Sì, è così.
Platone Le leggi
22
CLINIA: Cosa bella e stabile è la verità, straniero: e non pare che sia facile l'azione della persuasione.
ATENIESE: Ebbene: ma non è stato facile far credere il mito dell'uomo di Sidone, (5) che pure era così incredibile,
e molti altri ancora?
CLINIA: Quali?
ATENIESE: Quello degli opliti nati dai denti seminati. Si tratta certamente di un grande esempio per un legislatore
di come si possa persuadere le anime dei giovani a credere in ciò di cui si vuole convincere, sicché nient'altro egli deve
indagare se non di che cosa deve convincerlo perché realizzi per lo stato il bene più grande, e quindi, deve scoprire con
ogni mezzo in che modo una simile comunità, come è appunto lo stato, sempre, su queste cose, per tutta la vita,
esprima, per quanto è possibile, un'unica ed identica opinione, nei canti, nei miti, e nei discorsi. E se vi sembra che le
cose stiano in modo diverso da così, non fatevi alcun problema ed avanzate le vostre perplessità.
CLINIA: Ma mi sembra che nessuno di noi due possa avanzare delle obbiezioni intorno a queste cose.
ATENIESE: Dopo di ciò, allora, dovrei essere io a parlare. E infatti dico che tutti e tre i cori devono acquietare con
il canto le anime dei bambini, che sono ancora giovani e delicate, raccontando tutte le nobili cose che prima abbiamo
passato in rassegna e che ancora esamineremo. E questo sia il punto essenziale di tali cose: dicendo che la medesima
vita è ritenuta dagli dèi assai piacevole e ottima ad un tempo, diremo la più importante verità, e insieme persuaderemo
chi dobbiamo persuadere di più che se ci esprimessimo in un qualsiasi altro modo.
CLINIA: Si deve per forza essere d'accordo con quello che dici.
ATENIESE: Innanzitutto sarà assai giusto che il coro delle Muse, composto di bambini, entri per primo in mezzo
alla scena per cantare con grande impegno dinanzi alla città intera le cose di cui si è detto; e che per secondo entri il
coro di coloro che giungono sino ai trent'anni, il quale invochi Peana come testimone della verità delle cose dette e lo
preghi di essere propizio per quanto riguarda la persuasione dei giovani. Bisogna poi che canti anche un terzo coro
composto di uomini di età compresa fra i trenta e i sessant'anni. I cittadini che superano i sessant'anni, invece, poiché
non sarebbero più in grado di cantare, siano lasciati liberi di raccontare miti intorno agli stessi costumi di vita, secondo
l'ispirazione divina.
CLINIA: Vuoi spiegarci, straniero, che cosa intendi per questa terza specie di cori? Infatti non comprendiamo
chiaramente la spiegazione che tu fornisci di essi.
ATENIESE: Eppure sono proprio questi cori per i quali si è spesa la maggior parte delle parole che si sono dette
prima.
CLINIA: Non abbiamo ancora capito: cerca di essere più chiaro ancora.
ATENIESE: Abbiamo detto, se lo ricordiamo, in principio di questa discussione, che la natura di tutti i giovani,
essendo come infuocata, non è in grado di stare in quiete, né con il corpo, né con la voce, ma urla e salta sempre in
modo disordinato, e che nessuno degli altri esseri viventi possiede il senso dell'ordine di questi due generi di
comportamento, se non la sola natura umana: e "ritmo" si chiama l'ordine del movimento, mentre quello della voce,
quando il tono acuto si equilibra con il grave, si chiama "armonia", e, ancora, l'unione di questi due elementi si chiama
"danza corale". Dicevamo anche che gli dèi, provando pietà per noi, ci diedero come compagni nelle danze e nei cori
Apollo e le Muse, e, se ci ricordiamo, in terzo luogo, abbiamo detto anche Dionisio.
CLINIA: Come non ricordarlo?
ATENIESE: Del coro di Apollo e di quello delle Muse si è già parlato: ora è necessario parlare del terzo coro che ci
è rimasto, ovvero quello di Dionisio.
CLINIA: E come? Parla! Sarebbe assai assurdo, così, ad ascoltare tutt'a un tratto questa cosa, che vi sia u n coro di
vecchi consacrato a Dionisio, se è vero che per lui danzano in coro uomini che sono oltre i trenta e i cinquant'anni di
età, fino ai sessanta.
ATENIESE: Quello che dici è verissimo. Bisogna, io penso, fare un discorso a questo proposito, per spiegare qual è
la ragione per cui vi sia un coro così composto.
CLINIA: E dunque?
ATENIESE: Siamo d'accordo su quello che è stato detto prima?
CLINIA: Su che cosa?
ATENIESE: Sul fatto che ognuno, uomo o fanciullo, libero o schiavo, maschio o femmina, e in sostanza l'intero
stato deve incantare se stesso, tutto se stesso, incessantemente, con quelle cose che prima abbiamo esposto, mutandole
in qualsiasi modo e variandole del tutto, sicché i cantori abbiano sempre un'insaziabile desiderio e un piacere per il
canto.
CLINIA: Come possiamo non consentire che si debba fare così?
ATENIESE: E questa che a nostro avviso è la parte migliore dello stato, che è la più capace di persuadere i cittadini
per età e per intelligenza, com'è che compirà i beni più grandi cantando le cose più belle? Oppure trascureremo in modo
tanto sconsiderato questa parte che è decisiva per quanto riguarda i canti più belli e più utili?
CLINIA: Ma è impossibile trascurarla, proprio per quel che è stato detto ora.
ATENIESE: Quale sarà allora il comportamento più conveniente?
Vedete un po' se è questo.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Chiunque, invecchia esita ogni volta di più a cantare, e gode sempre meno nel farlo, e, colto dalla
necessità, tanto più si vergognerà quanto più è vecchio e saggio. O non è così?
CLINIA: Sì, è così.
Platone Le leggi
24
attenzione o discorso.
CLINIA: Quello che dici è verissimo.
ATENIESE: Non dovremmo allora dire, in base a quanto ora detto, che non conviene affatto giudicare ogni
imitazione secondo il piacere e l'opinione non vera - e neppure ogni altra uguaglianza: infatti non è perché a uno sembri
o a un altro piaccia che l'uguale è uguale e il proporzionato proporzionato, in genere - ma solo e soprattutto sulla base
della verità e su nient'altro?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Non diciamo dunque che tutta la musica è rappresentativa e mimetica?
CLINIA: Ebbene?
ATENIESE: Se uno sostenga che la musica si debba giudicare in base al criterio del piacere, non dobbiamo per nulla
al mondo accettare questo discorso, e non è affatto da ricercare tale musica come se fosse frutto di impegno, se mai
esista, ma dovremo invece ricercare quella che possiede la sua somiglianza in rapporto all'imitazione della bellezza.
CLINIA: Verissimo.
ATENIESE: Quelli che ricercano il canto più bello non devono, a quanto pare, ricercare la musa che offre piacere,
ma quella autentica: infatti il valore dell'imitazione, come dicevamo, consiste nel realizzare l'oggetto imitato secondo la
sua esatta quantità e qualità.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: E a proposito della musica chiunque si troverà d'accordo nel sostenere che tutte le sue opere sono
imitazione e rappresentazione.
Su questo punto non saranno tutti d'accordo, poeti, ascoltatori ed attori?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: A quanto pare bisogna conoscere, riguardo a ciascuna opera, ciò che costituisce la sua essenza, se non
si vuole sbagliare: se infatti non si conosce l'essenza, che cosa mai essa vuole, ciò di cui essa è realmente immagine,
difficilmente si potrà riconoscere se lo scopo che si era prefissato è stato correttamente raggiunto oppure non è stato
colto.
CLINIA: Difficilmente: e come no?
ATENIESE: E se non si conosce l'effettivo valore, non è vero che non si potrà mai distinguere ciò che è buono da
ciò che è cattivo?
Ma non sto parlando in modo abbastanza chiaro: così forse mi esprimerò meglio.
CLINIA: Come?
ATENIESE: Vi sono innumerevoli rappresentazioni che possiamo cogliere con la vista.
CLINIA: Sì.
ATENIESE: Ebbene, se si ignora che cos'è ciascuno dei corpi imitati in tali rappresentazioni? Si potrà mai
riconoscere se la loro esecuzione è ben fatta? Voglio dire, ad esempio, se si potrà sapere se sono state mantenute le
proporzioni numeriche del corpo e la disposizione delle singole parti, e se, stando alcune sue parti in relazione con le
altre, hanno conservato i loro reciproci rapporti secondo l'ordine conveniente - e anche i colori e le forme -, oppure se
tutto ciò è stato fatto in modo confuso: vi sembra forse che possa mai comprendere tutto questo un tale che ignora come
sia fatto l'essere vivente, oggetto di imitazione?
CLINIA: E come no?
ATENIESE: Se invece sapessimo che ciò che è stato raffigurato o modellato è un uomo, e che tutte le sue parti gli
sono state assegnate dall'arte, i colori come i contorni? Non è forse necessario che chi conosce queste cose è anche
pronto a riconoscere se la composizione è bella oppure se essa manca di bellezza?
CLINIA: Tutti, per così dire, straniero, in tale circostanza saremmo in grado di riconoscere la bellezza degli esseri
viventi.
ATENIESE: Quello che dici è giustissimo. E allora chi vorrà essere un saggio giudice di ogni rappresentazione
imitativa - pittorica, musicale, o qualsiasi altra -, non deve forse avere questi tre requisiti: primo, conoscere l'oggetto in
questione, quindi il suo valore in rapporto alla sua rappresentazione, e terzo, capire se una rappresentazione qualsiasi
risulta ben realizzata con le parole, le melodie, e il ritmo?
CLINIA: Pare così, dunque.
ATENIESE: Ma non possiamo rinunciare ad affermare quanto sia difficile tale giudizio quando riguarda la musica:
poiché essa viene celebrata in modo particolare rispetto alle altre rappresentazioni, essa necessita di più attenzione
rispetto a tutte le rappresentazioni.
Chi infatti vi commette un errore può arrecare a se stesso un grandissimo danno abbracciando cattivi costumi, ed è
difficilissimo che i poeti si rendano conto di questo, poiché sono assai inferiori rispetto alle stesse Muse. Mai le Muse
sbaglierebbero in modo tale da comporre parole per gli uomini, assegnandovi colore e melodia che si adattano a donne,
o così da comporre canto e movenze per uomini liberi armonizzandoli ai ritmi degli schiavi e di individui senza libertà,
o, ancora, in modo da comporre ritmi e movenze da uomo libero assegnando loro canto o parole contrari a quei ritmi; ed
inoltre mai metterebbero insieme voci di animali, di uomini, di organi, e rumori di ogni genere, come se volessero
imitare una sola cosa: i poeti umani, invece, intrecciando e mescolando insieme queste cose senza criterio, farebbero
ridere quegli uomini che, come dice Orfeo, (6) ebbero in sorte la felice età del godimento. Infatti essi vedono queste
cose mescolate, ed inoltre i poeti separano ritmo e movenza dal canto, mettendo in versi le nude parole, e d'altro canto
compongono melodia e ritmo senza parole, usando la nuda cetra e il flauto, e in questo caso è assai difficile riconoscere
Platone Le leggi
25
che cosa vogliono rappresentare ritmo e armonia senza parole, e a quale delle imitazioni degne di considerazione siano
somiglianti. Ma è necessario rendersi conto che è assai grossolana tale propensione alla rapidità, e ad omettere le pause
che conviene porre, e alle voci di animali, così da usare il flauto e la cetra, senza che vengano accompagnati dal coro o
dal canto, e l'uso dell'uno e dell'altro strumento, senza accompagnamento, è d'altra parte un prodigio che non riguarda
l'arte. Queste cose stanno allora in questi termini. D'altronde noi non stiamo indagando le ragioni per cui chi abbia già
trent'anni o abbia superato la cinquantina non debba coltivare le Muse, ma i motivi per cui debba coltivarle. E in base
alle cose dette mi sembra che il nostro discorso indichi ormai questa cosa, e cioè che coloro che hanno cinquant'anni e
ai quali convenga cantare debbano essere educati in modo migliore nell'arte del coro. è necessario che essi abbiano
eccellente sensibilità e conoscano alla perfezione i ritmi e le armonie: o come potrebbero riconoscere l'autentico valore
delle melodie, e a quale convenga il dorico e a quale non convenga, e se sia giusto o no il ritmo che il poeta vi ha
adattato?
CLINIA: In nessun modo, è chiaro.
ATENIESE: Davvero ridicola è la gran folla che crede di riconoscere a sufficienza ciò che nel ritmo e nell'armonia è
regolare e ciò che non lo è, e si tratta di coloro che sono stati costretti a cantare accompagnati dallo strumento e a
muoversi secondo il ritmo, ma non si accorgono che fanno queste cose senza conoscerne i singoli elementi. Ogni
melodia è infatti corretta se possiede ciò che deve possedere, errata se possiede ciò che non è conveniente.
CLINIA: Necessariamente.
ATENIESE: E chi non conosce neppure gli elementi che compongono una melodia, potrà mai riconoscere, come
dicevamo, il loro intrinseco valore?
CLINIA: E in che modo?
ATENIESE: Adesso mi pare che siamo giunti alla scoperta di questo fatto, e cioè che questi nostri cantori che ora
invitiamo, e, in un certo senso, costringiamo a cantare con animo ben disposto devono essere stati educati fino al punto
in cui ciascuno di essi sia in grado di seguire la cadenza dei ritmi e le note della musica, in modo che esaminando le
armonie e i ritmi, sappiano scegliere quelli che sono convenienti e che devono essere eseguiti da persone della loro età e
della loro condizione, e così cantino, e cantando provino immediatamente innocui piaceri, e divengano guida per i più
giovani verso un giusto amore di onesti costumi. Raggiunto questo livello di educazione, avranno in mano
un'educazione più accurata di quella che possiede la massa e di quella dei poeti stessi. Non vi è alcun bisogno che il
poeta conosca quel terzo requisito, e cioè se una rappresentazione è bella oppure no, ma soltanto l'armonia e il ritmo:
quanto agli altri, invece, essi devono conoscere tutti e tre i requisiti per scegliere l'opera più bella, preferendola a quella
che per bellezza è seconda, perché altrimenti non potranno mai incantare i giovani come si deve, guidandoli lungo la via
della virtù. E così abbiamo detto, nei limiti delle nostre possibilità, ciò che il discorso si proponeva all'inizio, e cioè
dimostrare che valeva la pena venire in soccorso al coro di Dionisio: verifichiamo se questo è avvenuto. Capita che
un'adunanza del genere, quanto più si procede nel bere, diventi di necessità sempre più turbolenta: e in principio
abbiamo premesso che ciò fosse inevitabile riferendoci a quelle riunioni di cui parliamo.
CLINIA: Necessariamente.
ATENIESE: Ed ognuno si sente più leggero, si esalta, è allegro, ha molta voglia di parlare e non vuole ascoltare i
vicini, e crede di essere diventato capace di guidare se stesso e gli altri.
CLINIA: Ebbene?
ATENIESE: E non dicevamo che, quando si verificano fatti del genere, le anime dei bevitori, diventando
incandescenti come ferro, si fanno più morbide e più tenere, sicché avviene che si concedano docili a chi possa e sappia
educarle e plasmarle, proprio come quand'erano giovani? E questo scultore non è lo stesso di allora, il buon legislatore,
che deve stabilire leggi in materia di simposi le quali siano capaci di far sì che colui che è pieno di buone speranze, e
audace, e più sfrontato del necessario, e che non vuole sottostare all'ordine di fare silenzio, e di parlare, e di bere e di
cantare quando è il suo turno, divenga desideroso di fare tutto il contrario? Leggi che, con l'ausilio della giustizia,
oppongono a quell'audacia non bella che sempre si insinua la più bella paura, quel divino timore che chiamammo
pudore e vergogna?
CLINIA: è così.
ATENIESE: Custodi di queste leggi e loro collaboratori saranno gli uomini che non si lasciano condizionare dai
tumulti, e i sobri guideranno quelli che sobri non sono, senza i quali è più pericoloso combattere l'ubriachezza che i
nemici, se non si hanno delle guide capaci di mantenere la calma. E chi non è in grado di voler obbedire a costoro e alle
guide di Dionisio, che hanno oltre i sessant'anni di età, recherà con sé uguale e maggior vergogna di chi non obbedisce
alle guide di Ares.(7) CLINIA: Giusto.
ATENIESE: Dunque se tale fosse l'ubriachezza, tale il divertimento, non trarrebbero vantaggio questi bevitori, e non
si separerebbero gli uni dagli altri più amici di prima, e non come oggi, nemici, dopo che sono stati insieme per tutta la
riunione secondo le leggi, seguendo i sobri quando guidavano coloro che non lo erano?
CLINIA: Giusto, se fosse così come ora dici.
ATENIESE: Non disprezziamo più allora con tanta semplicità il dono di Dionisio, come fosse malvagio e indegno
di essere accolto in uno stato. Altre cose, infatti, si potrebbero passare in rassegna: ma si ha qualche esitazione a parlare
alla massa del più grande bene di cui ci fa dono, per timore che sia male interpretato dagli uomini e non capiscano ciò
che di esso viene detto.
CLINIA: Che cosa vuoi dire?
ATENIESE: Si tratta di una leggenda, e nel contempo di una voce che in qualche modo si è diffusa, secondo la
Platone Le leggi
26
quale egli fu privato del senno dalla matrigna Era, e che allora come vendetta suscita le orge e ogni folle danza: e che
quindi, proprio per questo motivo, ci avrebbe donato il vino. Ma lascio che queste cose le dicano coloro che credono
che si possa parlare con sicurezza degli dèi, mentre, per quanto mi riguarda, io so che ogni essere vivente, quando
nasce, non è a quel livello di ragione che dovrebbe raggiungere quando giunge al compimento della sua maturità: e in
quel tempo in cui non possiede ancora quell'intelligenza che è propria e la sua natura, è completamente folle, e grida in
modo scomposto, e se riesce a sollevarsi in piedi, salta in modo scoordinato. Ora ricordiamo che questi, come dicemmo,
sono i princìpi della musica e della ginnastica.
CLINIA: Lo ricordiamo. E come no?
ATENIESE: E non dicevamo che tali princìp i suscitavano in noi uomini la percezione del ritmo e dell'armonia, e
che fra gli dèi furono causa Apollo, le Muse, e Dionisio?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: E il vino, a quanto pare, fu dato, secondo la comune credenza, agli uomini per vendetta, per farci
impazzire. Noi ora invece diciamo che ci venne dato per una ragione opposta, perché l'anima acquistasse pudore, e il
corpo la salute e la forza.
CLINIA: Hai ricordato benissimo il discorso che abbiamo fatto.
ATENIESE: E dunque abbiamo condotto a termine metà della trattazione riguardante la danza corale: per quanto
riguarda l'altra metà possiamo trattarla o lasciarla perdere, a seconda di come voi volete fare.
CLINIA: Che cosa vuoi dire, e come distingui le due parti?
ATENIESE: Il complesso della danza corale rappresentava per noi l'educazione nella sua interezza, di cui fanno
parte, per quanto riguarda la voce, i ritmi e le armonie.
CLINIA: Sì.
ATENIESE: D'altro canto, ciò che si riferisce al movimento del corpo aveva in comune con il movimento della voce
il ritmo, come elemento proprio la movenza. Il movimento della voce, invece, aveva come elemento caratteristico la
melodia.
CLINIA: Verissimo.
ATENIESE: Alla voce che giunge sino all'anima educandola alla virtù, non so in che modo abbiamo dato il nome di
musica.
CLINIA: Giusto.
ATENIESE: Per quanto riguarda quel movimento del corpo che abbiamo definito danza di uomini che si divertono,
se tale movimento si svolge con l'intento di educare il corpo alla virtù, possiamo chiamare ginnastica quell'arte di
guidarlo verso tale mèta.
CLINIA: Giustissimo.
ATENIESE: Per quanto riguarda la musica, si dica anche ora ciò che adesso dicevamo che è stato trattato e svolto
come quasi metà della danza corale: quanto all'altra metà, dobbiamo dirla, o come dobbiamo comportarci?
CLINIA: Carissimo, stai discorrendo con Cretesi e Spartani, e dunque, dopo aver trattato la musica, tralasciando la
ginnastica, in quale modo pensi che potremo rispondere alla tua domanda?
ATENIESE: Direi che hai già risposto con sufficiente chiarezza interrogandomi in questo modo, e capisco che
questa domanda vale adesso come una risposta, anzi, un ordine, perché si esponga l'argomento relativo alla ginnastica.
CLINIA: Hai capito benissimo. Allora fai così.
ATENIESE: Bisogna dunque fare così: d'altra parte non è affatto difficile parlarvi di una questione che conoscete
bene, dato che avete molta più esperienza di quest'arte che di quell'altra.
CLINIA: è vero quello che dici.
ATENIESE: Dunque il principio di questo divertimento si basa su quella naturale abitudine, propria di ogni essere
vivente, di saltellare. E l'uomo, come dicemmo, dopo aver acquisito la percezione del ritmo, fece nascere e generò la
danza, e poiché la melodia richiamava e risvegliava il ritmo, la combinazione reciproca di questi due elementi diede
luogo alla danza corale e al divertimento.
CLINIA: Verissimo.
ATENIESE: E, diciamo, una parte di essa è già stata trattata, quanto all'altra cercheremo di trattarla in seguito.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Prima stabiliamo una conclusione sull'uso smodato del vino, se anche voi siete d'accordo.
CLINIA: Cosa vuoi dire? E qual è questa conclusione di cui parli?
ATENIESE: Se uno stato praticherà con serie intenzioni la consuetudine di cui si è appena parlato, secondo le leggi
e l'ordine, come se praticasse un esercizio di temperanza, e non si asterrà dagli altri piaceri allo stesso modo e per la
stessa ragione, e cioè per trovare un mezzo per dominarli, quella consuetudine, coltivata in questo modo, potrà risultare
utile per tutti: ma se per divertimento sarà possibile bere vino a chiunque lo vuole, e quando lo vuole, e con chi vuole,
accompagnandosi a qualsiasi altra consuetudine, non darei il mio consenso, e non riterrei che un cittadino o uno stato
come questi debbano far uso del vino, e, andando oltre l'usanza di Creta e di Sparta, aderirei alla legge dei Cartaginesi,
per cui nessuno in guerra deve assaggiare tale bevanda, ma durante tutto questo tempo bisogna bere acqua, e in città né
serva né servo mai deve assaggiare vino, né i magistrati nel corso dell'anno in cui sono in carica, né i nocchieri, né i
giudici nell'esercizio delle loro funzioni, né chiunque si reca ad un importante consiglio per prendere una decisione, e
nessuno durante il giorno, se non per esercizio fisico o per malattia, e neppure di notte quando, uomo o donna, si ha
intenzione di concepire dei figli. E si potrebbero citare molti altri casi in cui chi ha un po' di intelligenza e una legge
Platone Le leggi
27
giusta non deve bere vino: sicché, in base a questo ragionamento, uno stato non ha bisogno di molte viti, e si dovranno
regolamentare anche tutte le altre colture nonché il tenore di vita dei cittadini, e la produzione di vino sarà quella che fra
tutte subirà le limitazioni più considerevoli e sarà prodotta in minima quantità. Questa, stranieri, se siete d'accordo, sia
la conclusione del discorso sul vino che prima si è svolto.
CLINIA: Bene, siamo d'accordo.
NOTE: 1) Dea egizia, sorella e moglie di Osiride e madre di Oro. Il culto di questa dea giunse in Grecia intorno al
quarto secolo a.C.
2) Esiodo, vissuto intorno al 700 a.C., ed autore della Teogonia, e delle Opere e i giorni.
3) Mitico re di Cipro, divenne proverbiale per la sua ricchezza e bellezza.
4) Mitico re della Frigia, cui è associata la celebre leggenda secondo la quale aveva espresso il desiderio che
qualunque cosa toccasse si trasformasse in oro.
5) Per questo mito cfr. Apollonio Rodio, libro 3, 4; Euripide, Phoenissae 638 e seguenti; Pausania, libro 9, 5;
Ovidio, Meramorphoses, libro 3, 1 eseguenti.
6) Mitico cantore greco.
7) Dio greco della guerra.
Platone Le leggi
28
LIBRO TERZO
ATENIESE: Così stanno allora queste cose. E quale diciamo che sia stata l'origine delle costituzioni politiche? Non
è forse da questa parte che la si potrebbe scorgere più facilmente e nel modo migliore?
CLINIA: Da quale?
ATENIESE: Da quella parte donde è possibile ogni volta osservare il progredire e il mutarsi degli stati verso la virtù
o il vizio.
CLINIA: Da quale parte intendi dire?
ATENIESE: Credo che bisognerebbe porsi dalla parte della sconfinata lunghezza del tempo e dai mutamenti che in
tale lasso di tempo avvennero.
CLINIA: Che cosa vuoi dire?
ATENIESE: Coraggio: da quando esistono gli stati e gli uomini che sono governati dalle costituzioni, credi di poter
calcolare quanto tempo è trascorso?
CLINIA: Non è affatto facile.
ATENIESE: Sarà dunque immenso e incalcolabile?
CLINIA: Questo senz'altro.
ATENIESE: In tutto questo tempo non furono mille e più di mille gli stati che vennero alla luce, e in numero non
inferiore, anzi, secondo la stessa proporzione, quelli che vennero distrutti? E non sono stati dovunque amministrati da
ogni sorta di costituzione?
E ora da piccoli sono diventati grandi, e da grandi sono diventati piccoli? E da migliori che erano sono diventati
peggiori, e da peggiori migliori?
CLINIA: Necessario.
ATENIESE: Cerchiamo di capire la causa di questi mutamenti, se possiamo: forse, infatti, essa potrebbe mostrarci la
prima origine delle costituzioni e il loro cambiamento.
CUNIA: Dici bene, e allora bisogna che ci disponiamo in modo che tu mostri ciò che pensi riguardo a quelle, e noi ti
seguiamo.
ATENIESE: Vi sembra dunque che le antiche leggende contengano una certa verità?
CLINIA: Quali leggende?
ATENIESE: Quelle riguardanti i frequenti stermini degli uomini dovuti ad inondazioni, a malattie, e a molti altri
eventi ancora, nel corso dei quali una piccola parte del genere umano riuscì a scampare.
CLINIA: Chiunque potrà prestare fede a queste credenze.
ATENIESE: Coraggio, prendiamo in considerazione una delle molte distruzioni, quella ad esempio che un tempo
avvenne a causa del diluvio.
CLINIA: E quale considerazione dobbiamo fare riguardo ad essa?
ATENIESE: Dobbiamo pensare che coloro che allora scamparono a quella distruzione dovevano essere pastori delle
montagne, ultime e piccole scintille del genere umano che si sono salvati stando sui luoghi più alti.
CLINIA: è chiaro.
ATENIESE: è inevitabile che costoro non avessero esperienza di ogni altra arte, e di quei mezzi che nelle città gli
uomini escogitano gli uni contro gli altri, e che sono volti al guadagno e all'ambizione, e di tutte quante le altre
malvagità che essi intendono arrecarsi l'un l'altro.
CLINIA: è vero.
ATENIESE: Non dobbiamo supporre che le città edificate in pianura e presso il mare venissero in quel tempo rase al
suolo?
CLINIA: Dobbiamo supporlo.
ATENIESE: Non diremo che in quell'occasione vennero distrutti tutti gli strumenti, e se qualcosa che riguardi l'arte
o la politica o qualsiasi altra forma di sapienza, era stato diligentemente scoperto andò tutto quanto in rovina? Come,
carissimo, si sarebbe potuto scoprire qualcosa di nuovo, se tali cose fossero rimaste per tutto il tempo nella condizione
in cui sono disposte ora?
CLINIA: Questo significa che tali conoscenze rimasero celate agli uomini di allora innumerevoli volte e per migliaia
di anni, e sono mille o duemila anni che sono sorte, ed alcune si mostrarono a Dedalo,(1) altre ad Orfeo, (2) altre ancora
a Palamede,(3) e quelle riguardanti la musica a Marsia (4) e ad Olimpo, quelle concernenti la lira ad Anfione,(5) e ad
altri tutte le altre, le quali sono sorte, per così dire, ieri o l'altro ieri.
ATENIESE: Benissimo, Clinia, dato che hai tralasciato il tuo amico che è senza dubbio nato ieri.
CLINIA: Alludi forse ad Epimenide?
ATENIESE: Sì, proprio a lui: secondo voi egli superò di gran lunga tutti gli altri per quello che inventò, amico, e ciò
che Esiodo con la parola aveva anticamente predetto nei fatti quello lo realizzò, come voi dite.
CLINIA: Sì, lo diciamo.
ATENIESE: Possiamo allora dire che questa era la condizione umana quando avvenne quella distruzione:
un'immensa e paurosa solitudine, la maggior parte della terra abbandonata, scomparsi tutti gli altri animali, e
sopravvissuti soltanto pochi armenti e qualche capra, e, in ogni caso, anche questi troppo scarsi perché i pastori
potessero vivere in quei tempi.
CLINIA: Certamente.
Platone Le leggi
29
ATENIESE: Ma dello stato, della costituzione, della legislazione, di ciò che ci ha fornito l'occasione per il discorso
attuale, riteniamo, per così dire, che sia rimasto almeno il ricordo?
CLINIA: Nient'affatto.
ATENIESE: Dunque da ciò che si trovava in tale condizione non deriva tutto quanto è in nostro possesso: stati,
costituzioni, arti, leggi, molti vizi e molte virtù?
CLINIA: Come dici?
ATENIESE: Crediamo forse, carissimo, che gli uomini di allora, che non avevano esperienza dei molti beni che vi
sono nella città e del loro contrario, avessero realizzato la virtù e il vizio?
CLINIA: Dici bene, e capiamo quello che vuoi dire.
ATENIESE: Dunque con il passare del tempo e con il moltiplicarsi della nostra stirpe, tutto è progredito sino a
giungere così com'è ora?
CLINIA: Giustissimo.
ATENIESE: Non all'improvviso, a quanto pare, ma gradualmente, in un ampio lasso di tempo.
CLINIA: Ed è assai conveniente che sia così.
ATENIESE: In tutti, io credo, era ancora recente la paura che impediva di scendere dai luoghi alti al piano.
CLINIA: E come no?
ATENIESE: E non erano lieti di vedersi in quel tempo, per il fatto di essere un esiguo numero? E i mezzi di
trasporto con cui allora per terra e per mare si recavano gli uni dagli altri non erano stati tutti pressoché distrutti, per
così dire, insieme alle arti? Credo allora che non fosse possibile che essi si mescolassero fra di loro: erano infatti
scomparsi il ferro, il bronzo, e tutti i metalli mescolati insieme, sicché la difficoltà di estrarli e di purificarli era assoluta,
e vi era scarsità di provviste di legno. E se sui monti era rimasto qualche strumento, consumandosi rapidamente era
scomparso, e non era possibile realizzarne un altro, prima che giungesse nuovamente agli uomini l'arte dei metalli.
CLINIA: E come no?
ATENIESE: Dopo quante generazioni pensiamo che questo sia avvenuto?
CLINIA: Dopo moltissime, è chiaro.
ATENIESE: E dunque anche tutte quelle arti che avevano bisogno del ferro, del bronzo, e di tutti i metalli non
scomparvero per lo stesso lasso di tempo, e anche più a lungo, in quel periodo?
CLINIA: E allora?
ATENIESE: E allora sedizioni e guerre in quel tempo erano scomparse.
CLINIA: Come?
ATENIESE: Prima di tutto quegli uomini si amavano e usavano benevolenza gli uni verso gli altri a causa della loro
solitudine, in secondo luogo il nutrirsi non rappresentava per loro motivo di contesa. I pascoli non mancavano, se non in
principio per alcuni, e soprattutto dei pascoli in quel tempo vivevano: non mancavano affatto né latte né carne, e inoltre
andando a caccia si procuravano un non vile né scarso nutrimento. Ed erano forniti di vestiti, di coperte, di case, e di
vasi da mettere sul fuoco e da usare in altro modo: le arti plastiche e tessili, infatti, non hanno affatto bisogno del ferro,
e un dio le donò perché procurassero agli uomini tutto ciò che si è appena detto, e perché quando il genere umano
venisse a trovarsi in simili difficoltà avesse come un germoglio per potersi sviluppare. Essi non erano del tutto poveri, e
la povertà non li costringeva ad essere ostili fra loro: ma non erano neppure ricchi, poiché non possedevano né oro né
argento, e questa era in quel tempo la loro condizione.
E quando in una comunità non convivono né ricchezza né povertà, nascono in essa i più nobili costumi: e non vi
possono essere né violenza, né ingiustizia, né invidie, né gelosie. Per queste ragioni erano buoni e per quella che viene
definita semplicità: se ascoltavano qualcosa di bello o di brutto, ritenenevano, nella loro semplicità, che ciò che era stato
detto fosse verissimo e vi prestavano fede. Nessuno sapeva sospettare il falso abilmente come ora, ma tenendo per vero
ciò che si raccontava degli dèi e degli uomini vivevano in questo modo: perciò erano tali quali noi ora li abbiamo
descritti.
CLINIA: Siamo d'accordo su queste cose, costui ed io.
ATENIESE: Non dobbiamo allora dire che molte sono state le generazioni vissute in questo modo, ed erano meno
progrediti di quelli che vissero prima del diluvio e di quelli che vivono adesso, e più ignoranti rispetto alle altre arti che
sarebbero comparse, e alle arti della guerra, sia quelle che ora si praticano per terra e per mare, sia anche quelle che si
esercitano solo nelle città e che prendono il nome di processi e sedizioni, dove si escogitano tutti gli espedienti, con le
parole e con i fatti, per farsi vicendendevolmente del male e per compiere ingiustizie? Non possiamo dire anche che
quegli uomini di allora erano d'animo più semplice, e più valorosi, e più saggi, e sotto ogni aspetto più giusti? La
ragione di queste cose l'abbiamo già detta.
CLINIA: Dici bene.
ATENIESE: Tutto questo sia da noi detto, e quanto seguirà ancora si dica per questa ragione, e cioè per capire quale
bisogno delle leggi avevano quegli uomini di allora, e qual era il loro legislatore.
CLINIA: Hai detto bene.
ATENIESE: E dunque non è forse vero che quelli non avevano bisogno di legislatori, e nulla di simile è solito
sorgere in quei tempi?
Coloro che vivono in questo periodo di tempo non possiedono la scrittura, ma vivono seguendo i costumi e le leggi
che si dice che siano dei padri.
CLINIA: è verosimile.
Platone Le leggi
30
ATENIESE: E questa è già una forma di costituzione politica.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Mi sembra che tutti chiamano signoria la costituzione politica di quel tempo e che ancora adesso viene
attuata in molti luoghi, e presso i Greci e presso i barbari. Omero sostiene che essa si ritrova nel governo dei Ciclopi,
quando afferma: «Essi non hanno assemblee che danno consiglio né leggi, ma vivono sulle cime di altissimi monti in
profonde caverne, e ciascuno stabilisce leggi sui figli e sulle donne, e non si occupano l'uno dell'altro». (6) CLINIA: Mi
pare che questo vostro poeta sia davvero elegante. E noi abbiamo letto altri suoi passi di grande acutezza, anche se non
molti, per la verità: noi Cretesi, infatti, non coltiviamo molto la poesia straniera.
MEGILLO: Noi invece la leggiamo, e ci sembra che Omero domini i poeti del suo genere, anche se ogni volta
descrive la vita ionica più di quella della Laconia. Ora però mi pare che renda una valida testimonianza a sostegno del
tuo discorso, avendo imputato, mediante il mito, alla feroce natura selvaggia i loro antichi modi di vita.
ATENIESE: Sì. Rende questa testimonianza, ed anzi, possiamo ritenerlo come una fonte ch e ci indica che tali
costituzioni sono in quel tempo esistite.
CLINIA: Bene.
ATENIESE: E queste costituzioni non nascono forse da questi uomini dispersi in famiglie e stirpi da una terribile
situazione causata dalle distruzioni, costituzioni in cui i più vecchi hanno il potere, il quale è loro derivato dal padre e
dalla madre, e gli altri, seguendolì come fanno gli uccelli formano un solo gregge, e sono retti dalle leggi paterne e
governati dal governo più giusto di tutti i governi?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Dopo di che si riuniscono in comunità più numerose, formando organismi politici più grandi, e si
rivolgono dapprima alla coltivazione dei campi che si trovano ai piedi del monte, e costruiscono intorno dei muri di
cinta, come di siepe, per proteggersi dalle fiere, realizzando una sola grande dimora comune.
CLINIA: è verosimile che le cose stiano in questi termini.
ATENIESE: Ebbene? E questa cosa non è verosimile?
CLINIA: Che cosa?
ATENIESE: Che questi organismi familiari più grandi si svilupparono grazie a quei primi e più piccoli organismi, e
ciascuno dei più piccoli era presente con la propria stirpe, avendo come sua guida il più anziano e portando con sé
alcune proprie usanze, per il fatto di essere vissuti separati gli uni dagli altri; e avendo avuto antenati ed educatori
diversi fra loro, diversi erano stati anche i rapporti che avevano instaurato con gli dèi e fra di loro, più disciplinati quelli
di coloro che discendevano da antenati più disciplinati, più virili quello dei progenitori più virili. E in questo modo,
ciascun organismo formò i figli e i figli dei figli secondo le proprie concezioni, e, come dicevamo, entrarono a far parte
della comunità più grande con le proprie norme particolari.
CLINIA: E come no?
ATENIESE: Ed è inevitabile che a ciascuno sono più gradite le proprie norme e si preferiscono a quelle degli altri.
CLINIA: è così.
ATENIESE: A quanto pare senza accorgecene siamo giunti all'origine della legislazione.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Dopo di che è allora necessario che tutti costoro che si sono riuniti in una comunità scelgano alcuni di
loro, i quali, esaminate le norme di ciascun gruppo, mostrino con chiarezza ai capi e ai condottieri dei popoli come si
farebbe coi re, quelle norme che secondo loro sono le più adatte, per quanto riguarda il comune interesse, e le affidino
loro perché siano discusse.
E quelli verranno chiamati legislatori, e stabiliranno dei magistrati, e dalle signorie formeranno l'aristocrazia o anche
una monarchia, e governeranno nel corso di questo cambiamento della costituzione.
CLINIA: Le cose non possono che succedersi in tale sequenza.
ATENIESE: Diciamo che la terza forma di costituzione politica è quella in cui si incontrano ogni specie di
costituzioni e di stati, e i loro peculiari comportamenti.
CLINIA: Qual è questa forma?
ATENIESE: Quella che segue la seconda, e che Omero ha contrassegnato, affermando che la terza era così. Ed egli
disse: «Fondò Dardania, ché la sacra Ilio non ancora in pianura era stata edificata, città di uomini mortali, che ancora
abitavano le falde dell'Ida dalle molte sorgenti».(7) In questi versi e in quelli riguardanti i Ciclopi egli parla
esprimendosi come un dio, seguendo la natura delle cose.
Divina è infatti la stirpe dei poeti, cantando inni ispirati, ogni volta riesce a cogliere la verità di molti fatti con l'aiuto
delle Grazie e delle Muse.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Procediamo ancora innanzi in questo mito che ora si è presentato ai nostri occhi: forse potrebbe
indicare qualcosa che ha ache fare con il nostro intento. O non dobbiamo fare così?
CLINIA: Senza dubbio.
ATENIESE: Ilio fu fondata, dicevamo, quando gli abitanti scesero dai monti in una grande e bella pianura, su di un
colle non troppo alto, e ricco di molti fiumi che sorgevano dalle sommità dell'Ida.
CLINIA: Così dicono.
ATENIESE: Non pensiamo che ciò sia avvenuto molto tempo dopo il diluvio?
CLINIA: E come non potrebbe essere avvenuto molto tempo dopo?
Platone Le leggi
31
ATENIESE: A quanto pare si trovava allora presso di loro un terribile oblio della distruzione di cui ora stiamo
parlando, quando in tal modo fondarono la città collocandola vicino a molti fiumi che scorrevano dalle alture, fidandosi
di luoghi non eccessivamente alti.
CLINIA: è chiaro che un periodo di tempo assai lungo doveva separarli da quel fatto.
ATENIESE: E molti altri stati, io credo, venivano ormai fondati, moltiplicandosi la popolazione umana.
CLINIA: E allora?
ATENIESE: E questi stati ad un certo punto mossero guerra contro Ilio, e forse per mare, poiché tutti ormai
solcavano il mare senza paura.
CLINIA: Può essere.
ATENIESE: E rimasti là dieci anni, gli Achei distrussero Troia.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Dunque in questo periodo di tempo, che durò appunto dieci anni, in cui Ilio venne assediata, accaddero
molte sventure all'interno di ciascuno degli stati assedianti causate dalle rivolte dei giovani che non accolsero bene e
neppure secondo giustizia i soldati che giungevano nei loro stati e nelle loro case, al punto che vi furono innumerevoli
morti, uccisioni, e fughe: e i fuggitivi fecero ritorno cambiando nome, e si chiamarono Dori anziché Achei, poiché Doro
raccolse quelli che allora erano fuggiti.(8) E tutti questi miti che voi, Spartani, raccontate ed esponete in modo
completo, hanno origine da questo punto.
MEGILLO: Ebbene?
ATENIESE: Ora siamo nuovamente ritornati, come per un intervento divino, a quel punto da cui in principio ci
eravamo discostati, quando, discorrendo sulle leggi, ci siamo imbattuti nella musica e nell'uso smodato del vino. Ed è
proprio il discorso che ci offre l'occasione di tornare al punto di partenza: infatti esso è giunto alla fondazione dello
stato spartano, che voi avete detto che si trattò di una giusta fondazione, e a Creta, le cui leggi sono come sorelle. Ora
grazie a questo divagare del discorso abbiamo tratto un certo guadagno, poiché abbiamo passato in rassegna alcune
costituzioni politiche e fondazioni di stati: abbiamo visto una prima forma di stato, una seconda, e una terza che, come
crediamo, vennero fondate l'una dopo l'altra nel corso di sconfinati spazi di tempo. In questo momento si impone alla
nostra attenzione un quarto stato, o se volete un popolo, che un tempo fu fondato e ancora adesso si regola su quei
princìpi. Se dunque da tutte queste cose possiamo capire che cos'è che fu bene o male regolato, e quali l eggi conservano
ciò che viene conservato e quali invece distruggono ciò che viene distrutto, e quali cambiamenti potrebbero rendere
felice uno stato, o Megillo e Clinia, bisogna riprendere tutte queste cose dal principio, se non vi è nulla da obiettare nei
discorsi che abbiamo fatto.
MEGILLO: Se dunque, straniero, un dio ci promettesse che, ricominciando un'altra volta l'indagine sulla
legislazione, noi ascolteremmo discorsi non peggiori né meno estesi di quelli che abbiamo fatto ora, io vorrei percorrere
un lungo cammino, e il giorno presente mi parrebbe breve. Eppure si è vicini a quel periodo in cui il dio volge la
stagione estiva in quella invernale.
ATENIESE: Dobbiamo compiere, a quanto pare, questa indagine.
MEGILLO: Senza dubbio.
ATENIESE: Andiamo con il pensiero a quel tempo in cui Sparta, Argo, e Messene, e le loro terre erano passate
nelle mani dei vostri antenati, Megillo: dopo questi fatti, parve loro opportuno, come dice il mito,(9) dividere l'esercito
in tre parti, e fondare tre stati, Argo, Messene, e Sparta.
MEGILLO: Certamente.
ATENIESE: E Temeno diventò re di Argo, (10) di Messene (11) Cresfonte, di Sparta Prode ed Euristene.
MEGILLO: Come no?
ATENIESE: E tutti in quel tempo giurarono di soccorrersi, se qualcuno fosse venuto a distruggere il loro regno.
MEGILLO: Ebbene?
ATENIESE: Si dissolve un regno, per Zeus, o si è mai dissolto un governo, per causa di altri piuttosto che per causa
degli stessi governanti che lo detengono? O non è vero che proprio ora, imbattendoci poco fa in questi discorsi, abbiamo
stabilito queste cose di cui forse ora ci siamo dimenticati?
MEGILLO: E come sarebbe?
ATENIESE: Dunque ora rafforzeremo ancora di più questo punto: essendoci imbattuti in eventi che sono realmente
avvenuti, a quanto pare, siamo ritornati allo stesso discorso, sicché non faremo una ricerca su di un argomento
inesistente, ma su ciò che avvenne e che si fondò sulla verità. Accaddero queste cose: le tre monarchie strinsero un
giuramento con i tre stati loro sudditi, secondo le leggi comuni che essi avevano stabilito e che riguardavano il rapporto
fra governanti e sudditi, gli uni impegnandosi a non rendere più violento il comando con il passare del tempo e delle
generazioni, gli altri, sempre che i governanti mantenessero queste promesse, impegnandosi a non far cadere quel potere
e a non permettere ad altri di farlo, e, inoltre, i re giurarono di venire in soccorso ai re e ai popoli vittime di soprusi, e i
popoli a loro volta, di venire in aiuto ai re e ai popoli vittime di ingiustizie.
O non è così?
MEGILLO: Sì, è così.
ATENIESE: Dunque questo non era forse l'elemento più importante nella formazione delle costituzioni politiche e
nella legislazione di quei tre stati, sia che fossero i re a dare le leggi, sia che fossero altri ancora?
MEGILLO: Quale elemento?
ATENIESE: Il fatto che vi erano sempre due stati pronti ad accorrere in soccorso di quel terzo che disobbedisse alle
Platone Le leggi
32
leggi stabilite.
MEGILLO: è chiaro.
ATENIESE: E la maggioranza ordina ai legislatori di stabilire leggi tali che possano essere accolte di buon grado dai
popoli e dalle masse, come se si ordinasse ai maestri di ginnastica o ai medici di curare e di guarire piacevolmente i
corpi che sono oggetto di cure.
MEGILLO: Senza dubbio.
ATENIESE: Ma spesso ci si deve accontentare se i corpi possono riacquistare vigore e salute con un dolore non
eccessivo.
MEGILLO: Certo.
ATENIESE: Anche questo non era un elemento di scarsa importanza per rendere più facile l'istituzione delle leggi.
MEGILLO: Quale?
ATENIESE: Il fatto che quei legislatori non erano oggetto di feroci critiche, cercando di fondare una certa
uguaglianza dei beni; e queste critiche prendono corpo in molti altri stati che sono regolati da una costituzione, quando
qualcuno cerca di riformare il possesso della terra e di annullare i debiti, considerando che senza queste riforme non si
potrebbe conseguire adeguatamente l'uguaglianza.
Allora ognuno si oppone al legislatore che tenta di promuovere queste riforme, dicendo di non muovere ciò che non
si può muovere, e maledice contro chi introduce nuove divisioni della terra e la rescissione dei debiti, in modo che ogni
legislatore si trova in grande difficoltà. Ma per i Dori anche questo andò bene e non suscitò critiche, e infatti si divisero
la terra senza entrare in controversie, e i debiti non erano enormi o d'antica data.
MEGILLO: Vero.
ATENIESE: Perché allora, carissimi, finirono così male la loro costituzione e il complesso delle loro leggi?
MEGILLO: Che cos'è che rimproveri e in che modo?
ATENIESE: Il fatto che, essendoci tre stati, due di essi distrussero rapidamente la loro costituzione e le leggi, e
l'unico che rimase fu proprio il vostro stato.
MEGILLO: Non è certo facile quello che domandi.
ATENIESE: Ma bisogna che indagando ed esaminando tale questione in questo momento, giocando al gioco delle
leggi, un saggio divertimento proprio dei vecchi, percorriamo la strada senza affaticarci, come abbiamo detto quando
abbiamo intrapreso il cammino.
MEGILLO: Ebbene? Bisogna fare come dici.
ATENIESE: E quale più bella indagine potremmo fare intorno alle leggi di questa che si occupa di quelle leggi che
regolarono questi stati? Di quali stati più illustri e anche più grandi prenderemo in esame la fondazione?
MEGILLO: Non è facile citarne altri che sostituiscano questi.
ATENIESE: è chiaro che quegli uomini pensavano che una simile compagine di stati doveva garantire un'adeguata
difesa non solo al Peloponneso ma anche a tutti i Greci, se qualche barbaro volesse recare offesa, così come allora quelli
che abitavano ad Ilio, fidando nella potenza assira che era sorta con Nino, divennero insolenti e suscitarono la guerra di
Troia. Non era infatti di poca importanza quel che si era conservato della struttura di quella potenza: come ora temiamo
il Gran Re, anche in quel tempo si temeva quella compatta alleanza. La grande accusa nei loro confronti consisteva
nella seconda presa di Troia, quando essa faceva parte del loro impero. Contro tutte queste forze venne allestito un
esercito solo, diviso allora in tre parti come i tre stati, e comandato dai tre re fratelli, figli di Eracle, che, a quanto
sembra, era ben studiato e ordinato, superiore a quello che si era recato a Troia. Prima di tutto si riteneva di avere negli
Eraclidi condottieri migliori dei Pelopidi, (12) in secondo luogo si pensava che quest'esercito superasse in virtù quello
che si era recato a Troia: questi infatti erano vincitori, mentre quelli, gli Achei, erano stati vinti dai Dori. Non dobbiamo
allora pensare che quelli si prepararono sulla base di una simile considerazione?
MEGILLO: Certamente.
ATENIESE: è dunque anche verosimile che essi ritenessero stabile questa loro potenza e capace di durare per molto
tempo, ché avevano condiviso insieme molte fatiche e pericoli, governati com'erano da re fratelli di una sola stirpe, ed
inoltre poiché avevano consultato molti indovini, e fra gli altri, anche Apollo di Delfo?
MEGILLO: Come non potrebbe essere verosimile?
ATENIESE: E questa potenza considerata così grande cadde, a quanto pare, in quel tempo e assai velocemente, fatta
eccezione, come dicevamo, per quella piccola parte del vostro paese, e che fino ad ora non ha mai smesso di combattere
contro le altre due parti: perché se quella armonia di intenti che allora si era realizzata fosse rimasta unita, avrebbe
formato in guerra una potenza irresistibile.
MEGILLO: Come no?
ATENIESE: Come e perché si dissolse? Non è degno di attenzione indagare quale sorte abbia annientato un
apparato così antico e così importante?
MEGILLO: Sarebbe inutile guardare altrove, volendo trascurare queste cose, per vedere se vi sono altre leggi o
costituzioni che siano in grado di conservare belle e grandi istituzioni, o, al contrario, di mandarle del tutto in rovina.
ATENIESE: A questo punto mi pare che ci siamo fortunatamente messi sulla strada di una indagine adeguata.
MEGILLO: Certamente.
ATENIESE: Dunque, carissimo, anche noi ora non ci siamo forse sbagliati, come tutti gli uomini, ritenendo che,
ogni volta che vediamo una nobile istituzione, realizzata in modo splendido, questo sia dovuto al fatto che qualcuno
sappia servirsene bene e in modo appropriato, e che quindi noi adesso proprio su di essa non abbiamo pensato
Platone Le leggi
33
correttamente, né secondo quella che è la sua natura, e così tutti non riflettono correttamente su tutte le altre cose
quando riflettono in questo modo?
MEGILLO: A che cosa alludi? E a proposito di che cosa dobbiamo dire che tu hai fatto questo discorso.
ATENIESE: Amico mio, ora ho preso in giro me stesso. Avendo infatti rivolto la mia attenzione a quell'esercito di
cui abbiamo parlato, mi parve che fosse assai bello e capace di procurare splendide ricchezze ai Greci, se, come dicevo,
qualcuno fosse stato allora capace di utilizzarlo bene.
MEGILLO: Allora tu non hai parlato bene e in modo saggio di tutte queste cose e noi in modo non assennato ti
abbiamo approvato?
ATENIESE: Forse: e io rifletto sul fatto che chiunque, quando vede un qualcosa di grandioso e dotato di molta
potenza e forza, prova immediatamente questa impressione, per cui se chi possiede questa cosa così importante sapesse
servirsene, realizzerebbe molte imprese meravigliose e sarebbe felice.
MEGILLO: E questo non è giusto? O come dici?
ATENIESE: Considera qual è l'aspetto cui deve prestare attenzione chi elogia qualsiasi cosa, se vuole far questo in
modo corretto: prima di tutto, riferendoci alla questione di cui stiamo adesso parlando, se quelli che allora ordinarono
l'esercito avessero saputo disporlo in modo conveniente, avrebbero potuto in qualche modo sfruttare l'occasione? Non
forse se lo avessero solidamente ordinato e lo avessero mantenuto tale per il tempo futuro, in modo da restare essi stessi
liberi e di comandare tutte le altre genti che volessero, e di compiere, essi stessi e i loro discendenti, tutto ciò che
volessero a tutti gli altri uomini, Greci e barbari che fossero? Non dovrebbero meritarsi lodi per questo?
MEGILLO: Certamente.
ATENIESE: E un tale che veda una grande ricchezza, e onori che rendono superiore una famiglia, e altre cose di
questo genere, e dica le stesse parole di lode, non le dice pensando a questo, e cioè che con quei mezzi si potranno
realizzare tutte le cose che si desiderano, e la maggior parte di esse e quelle più degne di considerazione?
MEGILLO: Mi pare.
ATENIESE: Coraggio, non vi è forse un desiderio comune a tutti gli uomini che ora è stato messo in evidenza da
queste parole, così come lo stesso discorso afferma?
MEGILLO: E qual è?
ATENIESE: Il desiderio che le cose avvengano secondo quanto è stato predisposto dalla nostra anima, tutte quante
se possibile, o, altrimenti, almeno quelle umane.
MEGILLO: Certamente.
ATENIESE: Se tutti vogliamo sempre una cosa del genere, da quando siamo giovani fino a quando siamo vecchi,
non sarà inevitabile che proprio questo sia incessantemente l'oggetto delle nostre preghiere?
MEGILLO: Come no?
ATENIESE: E pregheremo insieme ai nostri cari perché le loro preghiere vengano esaudite.
MEGILLO: Certamente.
ATENIESE: E il figlio è caro al padre, egli che è un bambino all'uomo adulto.
MEGILLO: Come no?
ATENIESE: E di quelle cose che il figlio si augura che si avverino, molte il padre scongiurerà gli dèi perché non
avvengano affatto secondo le preghiere del figlio.
MEGILLO: Parli di un figlio che è ancora privo della ragione e che prega ancora da bambino?
ATENIESE: E quando il padre, essendo vecchio o anche troppo giovane, e non avendo cognizione del bene e del
giusto, prega con grande fervore trovandosi in condizioni simili a quelle in cui si trovava Teseo nei confronti di Ippolito
(13) che fece una misera fine, e il figlio invece abbia cognizione di queste cose, allora, tu credi, il figlio pregherà
insieme al padre?
MEGILLO: Capisco quello che stai dicendo. Mi sembra che tu voglia dire che non si deve pregare e desiderare che
tutto segua il nostro volere, ma piuttosto che sia il nostro volere a seguire l'intelligenza: lo stato ed ognuno di noi deve
pregare e sforzarsi in ogni modo di possedere dunque la mente.
ATENIESE: Sì, e mi viene in mente che l'uomo politico che è legislatore deve sempre tenere presente questo
principio quando stabilisce gli ordinamenti delle leggi; e ora vi ricordo, se non abbiamo dimenticato quanto abbiamo
detto all'inizio, che secondo il vostro precetto era necessario che il buon legislatore disponesse tutto il complesso delle
leggi in funzione della guerra, mentre io sostenevo che tale precetto indirizzava le leggi verso una sola virtù - ed esse
sono quattro -, mentre bisognava tenerle tutte presente, e soprattutto, e per prima, quella che è guida di tutta la virtù, e
cioè la prudenza, e l'intelletto e l'opinione, insieme all'amore e al desiderio che ad essi si accompagnano.
Il discorso è così giunto di nuovo allo stesso punto, ed io che parlo ora dico di nuovo ciò che dicevo allora, per
scherzo, se volete, o seriamente, e cioè che è pericoloso far voti se si è privi dell'intelletto, e che avviene il contrario di
quel che si vuole.
E se volete assicurarvi che io parlo seriamente, assicuratevi pure: prevedo sicuramente che voi ora scoprirete,
seguendo quel ragionanto che poco fa abbiamo esposto, che la causa della rovina di quei re e di tutto quello che loro
concepirono non fu la viltà né il fatto che i capi e quanti dovevano obbedire non conoscevano a fondo le cose della
guerra, ma quei regni andarono in rovina a causa di tutti i loro vizi, e soprattutto per l'enorme ignoranza intorno alle
questioni umane. E che queste cose sono avvenute in questo modo allora e anche adesso, se avvengono, e non altrimenti
avverranno nel tempo futuro, se volete, cercherò di scoprirlo, procedendo nel discorso, e di mostrarlo, per quanto mi è
possibile, a voi che siete amici.
Platone Le leggi
34
CLINIA: Straniero, lodarti a parole è cosa troppo molesta, e dunque lo faremo con i fatti: seguiremo volentieri le tue
parole, ed è in questo caso che l'uomo libero manifesta assai bene ciò che approva e ciò che non approva.
MEGILLO: Benissimo, Clinia, e facciamo come dici.
CLINIA: Sarà così, se il dio lo vuole. Avanti, parla.
ATENIESE: Diciamo dunque, procedendo lungo la strada che ancora ci resta da percorrere del nostro discorso, che
la più grande ignoranza annientò allora quella potenza, e che ancora adesso determina questa stessa conseguenza, sicché
il legislatore, se le cose stanno così, deve sforzarsi di ingenerare negli stati, secondo le sue possibilità, un'assennata
prudenza, levando via, per quanto gli è possibile, la stoltezza.
CLINIA: è chiaro.
ATENIESE: Qual è quella che si deve giustamente definire la più grande ignoranza? Vedete se siete d'accordo
anche voi con quello che dico: io propongo una definizione di questo genere.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Quella secondo cui un tale, ritenendo una cosa bella o buona, non la ama, ma la detesta, mentre
predilige e brama ciò viene ritenuto malvagio ed ingiusto. Dunque io dico che questa dissonanza di piacere e dolore con
l'opinione conforme alla ragione costituisce il caso più estremo di ignoranza, e il più grave, perché occupa la parte più
ampia dell'anima: infatti il soffrire e il godere sono in essa come popolo e massa sono nello stato.
E quando l'anima si oppone alla conoscenza, all'opinione, e alla ragione, che per natura sono preposte al comando,
chiamo questo atteggiamento stoltezza, e la stessa cosa avviene in uno stato, quando la massa non obbedisce ai
governanti e alle leggi, e, ancora, nel singolo individuo, quando i bei ragionamenti che si trovano nell'anima non fanno
nulla di più che esserci, ma in realtà avviene tutto il contrario di quello che essi dicono: e tutte queste forme di
ignoranza io le considero fra le più sconvenienti per lo stato e per i singoli cittadini, e non certo quella degli artigiani, se
capite, stranieri, quello che voglio dire.
CLINIA: Capiamo, amico, e siamo d'accordo con quello che dici.
ATENIESE: Pertanto si stabilisca questo, proprio come è stato fissato e definito, e cioè che ai cittadini che vivono in
una simile ignoranza non conviene affidare alcun potere, ma si devono rimproverare per il fatto di essere ignoranti,
anche se siano in grado di ragionare assai bene e siano esercitati in ogni sorta di sottigliezza o in tutto ciò che per natura
favorisce l'agilità dell'anima, mentre quelli che sono il contrario di questi bisogna chiamarli sapienti, anche se, per così
dire, non sanno scrivere né nuotare, e si deve affidare loro il potere come a persone assennate. Come, amici, potrebbe
esserci una forma anche minima di assennata prudenza senza l'armonia? Non è possibile, ma si può assai giustamente
dire che la più bella e la più grande delle armonie sia la più grande sapienza, di cui è partecipe chi vive secondo ragione,
mentre chi ne è privo distrugge la propria casa e non può affatto salvare lo stato, ma appare ogni volta tutto il contrario,
essendo appunto ignorante. Tali cose siano dunque dette e stabilite così come si è detto un momento fa.
CLINIA: Sia stabilito così.
ATENIESE: è necessario che negli stati vi siano governanti e governati.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Ebbene: quali e quanti sono i princìpi del governare e dell'esser governati nei grandi stati come in
quelli piccoli e nelle famiglie? Non è forse vero che uno di essi riguarda il padre e la madre? E non è ovunque un giusto
principio che i genitori debbano esercitare il comando assoluto sui figli?
CLINIA: Senza dubbio.
ATENIESE: A questo segue il principio per cui coloro che sono nobili per nascita comandano coloro che non sono
nobili: e a questi due segue il terzo secondo cui i più vecchi devono comandare, e i più giovani devono essere
comandati.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Il quarto dice che gli schiavi devono esser comandati, e i padroni devono comandare.
CLINIA: E come no?
ATENIESE: Il quinto, io credo, che il più forte deve comandare, e il più debole deve essere comandato.
CLINIA: è del tutto inevitabile questa forma di comando di cui tu parli.
ATENIESE: Ed è quella che, per natura, si ritrova in più larga misura fra gli esseri viventi, come disse un giorno il
tebano Pindaro.(14) Ma il più importante, a quanto pare, dei princìpi è il sesto, che prescrive all'ignorante di seguire, e
al saggio di guidare e di comandare. E questo, o sapientissimo Pindaro, non potrei dire che si verifichi contro natura, ma
secondo natura, perché il comando della legge vale per chi lo accetta volontariamente, e non è per natura violento.
CLINIA: Quello che dici è giustissimo.
ATENIESE: Citando ancora una forma di comando caro agli dèi e fortunato, ci avviciniamo alla sorte, e diciamo
che è assai giusto che comandi chi è stato scelto da lei, mentre colui al quale essa si è opposta si ritiri e obbedisca.
CLINIA: Quello che dici è verissimo.
ATENIESE: «Vedi, legislatore», potremmo dire per scherzo ad uno di quelli che si accingono a stabilire le leggi con
troppa faciloneria, «quanti sono i princìpi c he riguardano i governanti, e come per loro natura sono opposti fra di loro?
Ora infatti noi abbiamo scoperto una fonte di sedizioni che tu devi curare. Per prima cosa considera con noi come e
perché i re di Argo e di Messene, contravvenendo a questi princìpi, distrussero se stessi e insieme la potenza dei Greci,
davvero mirabile in quel tempo. Non erano forse all'oscuro di quel giusto detto di Esiodo secondo il quale "la metà è più
del tutto"? (15) Quando prendere il tutto è dannoso, e la metà, invece, è segno di moderazione, allora Esiodo ritenne che
il moderato è meglio di ciò che è eccessivo, essendo migliore del secondo che appunto è peggiore.
Platone Le leggi
35
CLINIA: Giustissimo.
ATENIESE: Dobbiamo forse pensare che una corruzione del genere coinvolga ogni volta i re prima dei popoli?
CLINIA: Naturalmente questo è un male che colpisce soprattutto i re che vivono nell'arroganza e nello sfarzo.
ATENIESE: Non è dunque chiaro che i re di allora patirono dapprima questo male, quello cioè di andare oltre le
leggi stabilite e di non essere coerenti con se stessi, riguardo a ciò che con le parole e i giuramenti avevano approvato, e
che la mancanza di armonia che, come diciamo, è la forma più grave di ignoranza, prendendo le sembianze della
sapienza, mandava in rovina tutte quelle cose, a causa della discordanza e di un'amara mancanza di armonia?
CLINIA: Così pare.
ATENIESE: Bene. E quali misure doveva allora adottare il legislatore per guardarsi dal sorgere di questo male? Per
gli dèi, non ci vuole ora una grande saggezza per riconoscere questa cosa, e non è difficile da dirsi: ma se in quel tempo
fosse stato possibile prevederlo, chi lo avrebbe previsto non sarebbe stato più sapiente di noi?
MEGILLO: Che cosa vuoi dire?
ATENIESE: Considerando ciò che è avvenuto presso di voi, Megillo, oggi è facile sapere, e sapendolo, dire ciò che
allora bisognava che avvenisse.
MEGILLO: Parla più chiaramente.
ATENIESE: In questo modo sarò forse chiarissimo.
MEGILLO: Quale modo?
ATENIESE: Se si dà di più a ciò che richiede di meno, andando oltre la misura, vele alle navi e nutrimento ai corpi
e potere alle anime, tutto viene sconvolto, e per l'esuberanza i corpi vanno incontro alle malattie, e le anime
all'ingiustizia che è figlia della tracotanza. Che cosa mai vogliamo dire? Forse questo, e cioè che non esiste, cari amici,
natura d'anima mortale che possa mai reggere il supremo potere fra gli uomini, se essa è giovane ed irresponsabile, in
modo che la sua mente non sia del tutto occupata dalla più grave malattia, la stoltezza, e non abbia l'odio degli amici più
stretti, cosa che, quando avviene, distrugge la sua mente e annulla tutta la sua potenza? Guardarsi da questo male,
conoscendo la giusta misura, è proprio dei grandi legislatori. E adesso non è difficile congetturare quanto avvenne
allora: pare le cose andarono così.
MEGILLO: Come?
ATENIESE: Vi era un dio che si preoccupava di voi, il quale prevedendo il futuro fece nascere per voi una doppia
stirpe di re da una che era, riducendola di più a giusta misura. Dopo di che un uomo, la cui natura si era combinata con
una certa potenza divina, vedendo che il vostro potere era piuttosto acceso, unì il moderato potere dei vecchi alla
superba forza della nobiltà, e fece in modo che il potere dei ventotto vecchi avesse lo stesso diritto di suffragio, nelle
questioni più importanti, di quello dei re. Il vostro terzo salvatore,(16) vedendo che il potere ribolliva ancora d'orgoglio
ed era intemperante, come un freno vi introdusse il potere degli efori, accostandolo al potere della sorte: e per questa
ragione il potere regio che è presso di voi, risultando composto di quegli elementi che dovevano comporlo e possedendo
la giusta misura, dopo aver salvato se stesso, fu causa di salvezza per gli altri. Poiché per Temeno e Cresfonte e per i
legislatori di allora - chiunque fossero quelli che stabilivano le leggi - nemmeno la parte di Aristodemo (17) si sarebbe
mai salvata: perché non erano abbastanza esperti di legislazione. Non avrebbero mai pensato che una giovane anima si
sarebbe potuta tenere a bada con giuramenti, quando essa avesse assunto un potere da cui era possibile che scaturisse la
tirannide. E ora il dio ha indicato quale doveva e quale deve essere il governo più stabile.
Il fatto che noi conosciamo queste cose, come si è già detto prima, non è indice di sapienza, ora che esse sono
avvenute - svolgere infatti delle considerazioni sull'esempio di ciò che è avvenuto non è per nulla difficile -, ma se in
quel tempo vi fosse stato qualcuno in grado di prevedere queste cose e di contemperare insieme i tre poteri, facendone
uno solo, allora avrebbe salvato tutto quello che di bello era stato pensato in quel tempo, e né l'esercito Persiano, né
nessun altro esercito si sarebbe mosso alla volta della Grecia, disprezzandoci come persone degne di scarsa
considerazione.
CLINIA: Quello che dici è vero.
ATENIESE: E si sono difesi in modo vergognoso, Clinia. E per vergognoso non intendo dire che quelli di allora non
hanno vinto delle belle battaglie vincendo per terra e per mare. Ma è questo ciò che dico che allora fu vergognoso, e
cioè che, innanzitutto, di quei tre stati uno solo difese la Grecia, mentre gli altri due erano così corrotti dalla malvagità
che uno impedì anche a Sparta di prenderne le difese, facendole guerra con tutta la sua forza, l'altro, che al tempo d ella
suddivisione aveva primeggiato, lo stato di Argo, chiamato a respingere il barbaro, non ascoltò né portò soccorsi. E chi
volesse ricordare i fatti che allora capitarono nel corso di quella guerra potrebbe rimproverare alla Grecia molte cose del
tutto prive di dignità. E neppure direbbe bene colui che dicesse che la Grecia si difese: ma, se grazie al comune intento
di Ateniesi e di Spartani non fosse stata respinta la schiavitù che incalzava, le stirpi dei Greci sarebbero ormai tutte
mescolate fra loro, quelle dei barbari con i Greci e quelle dei Greci con i barbari, così come adesso quelle stirpi su cui i
Persiani esercitano il loro dominio, disseminate e raccolte insieme, vivono sciaguratamente disperse. Queste cose,
Clinia e Megillo, dobbiamo rimproverare ai cosidetti uomini politici e legislatori di un tempo, e anche a quelli attuali,
perché, ricercando le cause di quegli eventi, scopriamo che cos'altro si doveva fare al posto di ciò che si è fatto: ad
esempio, anche in questo momento abbiamo detto che non bisogna stabilire poteri troppo grandi, né che non siano
contemperati da altri elementi, pensando che uno stato dev'essere libero e dotato di intelligenza e coerente con se stesso,
e che chi stabilisce le leggi deve legiferare tenendo presente questi princìpi. Non meravigliamoci se proponendoci di
frequente certi scopi, abbiamo detto che il legislatore deve legiferare in vista di quelli, e che poi gli scopi proposti non ci
sembrano ogni volta gli stessi: ma bisogna calcolare che, quando diciamo che bisogna prestare attenzione alla
Platone Le leggi
36
temperanza, o all'intelligenza, o all'amicizia, questo fine non è diverso, ma è sempre lo stesso, e non preoccupiamoci se
useremo molte altri termini come questi.
CLINIA: Cercheremo di fare così, quando ritorneremo a questi d iscorsi: e ora parla dell'amicizia, dell'intelligenza e
della libertà, e spiegaci a che cosa desideravi che il legislatore dovesse mirare, quando stavi per parlare.
ATENIESE: Ora ascolta. Vi sono due forme di costituzione che sono come due madri, dalle quali non sarebbe
sbagliato dire che sono nate tutte le altre: e una di queste si può giustamente chiamare monarchia, l'altra democrazia, e
la prima ha il suo punto più alto nella stirpe dei Persiani, l'altra qui da noi. Le altre come dicevo, risultano dalla varia
unione di queste due. Bisogna dunque, ed è anche necessario, che si prenda parte dell'una e dell'altra, se è vero che
dovrà esserci libertà ed amicizia, accompagnata dall'intelligenza: e questo è ciò che il nostro discorso vuole prescrivere,
dicendo che uno stato non potrà mai essere ben governato se non prende parte di costituzioni come queste.
CLINIA: E come potrebbe infatti?
ATENIESE: Poiché l'una ama unicamente e più di quanto deve la monarchia, e l'altra la libertà, nessuna delle due
costituzioni possiede la giusta misura, ma le vostre, quella spartana e la cretese, la possiedono in misura maggiore: gli
Ateniesi e i Persiani una volta di più, ora di meno. Proviamo ora a spiegare le ragioni di questi fatti, o no?
CLINIA: Assolutamente sì, se voglia mo giungere allo scopo che ci siamo proposti.
ATENIESE: Ascoltiamo. I Persiani, quando sotto Ciro (18) si erano avvicinati di più alla giusta misura di schiavitù
e di libertà, prima di tutto diventarono liberi, e in seguito signori di molti altri popoli.
Poiché i comandanti rendevano partecipi della libertà i loro sottoposti e li conducevano verso l'uguaglianza, i soldati
erano legati ai comandanti da vincoli di amicizia più stretti, e si esponevano volentieri ai pericoli. E se qualcuno di essi
era intelligente e capace di dare consigli, poiché il re non era invidioso, ma concedeva piena libertà dì parola e onorava
coloro che erano in grado di dare consigli, metteva in comune e a disposizione della comunità questa sua capacità di
fornire intelligenti consigli, e ogni cosa allora progrediva presso di essi grazie alla libertà, all'amicizia, e alla
partecipazione comune dell'intelligenza.
CLINIA: Pare che la situazione stesse proprio nei termini che tu hai illustrato.
ATENIESE: Perché allora quell'impero andò in rovina sotto Cambise (19) per essere di nuovo quasi salvato sotto
Dario? (20) Volete che cerchiamo di capirlo servendoci della divinazione?
CLINIA: Questo porta la nostra indagine nella direzione in cui si è mossa.
ATENIESE: Secondo quel che ora posso congetturare riguardo a Ciro, suppongo che egli, comandante valoroso e
amante della patria fra le altre cose, non abbia affatto ricevuto una buona educazione, e non abbia mai prestato
attenzione all'amministrazione della casa.
CLINIA: Come possiamo dire una cosa del genere?
ATENIESE: Pare che fin da giovane egli abbia condotto guerre, e per tutta la vita, affidando alle donne l'educazione
dei figli.
E queste li allevarono come se fin da bambini fossero già subito felici e beati, e come se non avessero alcun bisogno
di queste cose: e quasi fossero già completamente felici, impedivano a chiunque di opporsi ad essi su qualsiasi cosa, e
costringevano tutti ad approvare qualsiasi cosa quelli dicevano o facevano, e quindi li allevarono tali quali erano.
CLINIA: è bella, a quanto pare, l'educazione di cui hai parlato.
ATENIESE: Si trattava di un'educazione da donne; e di donne regali divenute ricche in tempi recenti, e che
allevavano i figli senza la presenza di uomini, poiché costoro non avevano tempo libero a causa delle guerre e dei molti
pericoli che dovevano affrontare.
CLINIA: Questo ragionamento ha un senso.
ATENIESE: Il padre conquistava per loro greggi di pecore, e mandrie, e schiere di uomini, e molte altre cose, ma
ignorava che quelli cui avrebbe consegnato queste cose non erano stati educati secondo l'arte dei padri, quella persiana -
i Persiani infatti erano pastori e provenivano da una terra aspra -, che era un'educazione severa e capace di formare
pastori molto forti, e tali da dormire sotto il cielo aperto e vegliare, e di far guerra se ce ne fosse stato bisogno: trascurò
il fatto che i suoi figli venivano educati da donne e da eunuchi secondo l'educazione dei Medi (21) corrotta dalla
cosidetta felicità, per cui essi diventarono tali quali era verosimile che diventassero, allevati com'erano in maniera
permissiva. E quando alla morte di Ciro i figli (22) ricevettero il regno, pieni di lusso e di dissolutezza, per prima cosa
uno uccise l'altro, (23) mal sopportando che gli fosse uguale, e dopo di che, impazzito lui stesso a causa dell'ubriachezza
e per la mancanza di educazione perdette il poter e per opera dei Medi, e di colui che allora veniva chiamato "l'eunuco",
(24) che disprezzava la stoltezza di Cambise.
CLINIA: Si dicono queste cose, e pare che le cose avvennero all'incirca in questo modo.
ATENIESE: E si dice che il potere sia di nuovo tornato nelle mani dei Persiani per opera di Dario e dei Sette.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Osserviamo questa cosa seguendo il discorso. Dario non era figlio di re e non fu allevato con
un'educazione sfarzosa; ma, giunto al potere e impadronitosi come settimo, lo divise separandolo in sette parti, di cui
anche adesso sono ancora rimaste piccole tracce come in sogno. E ritenne opportuno governare fissando delle leggi con
cui introdusse una certa comune uguaglianza, e per legge stabilì il tributo che Ciro aveva promesso ai Persiani,
procurando amicizia e alleanza a tutti i Persiani e cattivandosi il popoìo dei Persiani con ricchezze ed onori: e dunque
gli eserciti conquistarono con benevolenza per lui delle terre che non avevano minore estensione di quelle lasciate da
Ciro. Dopo Dario venne Serse,(25) che era stato nuovamente allevato secondo un'educazione regale e sfarzosa - «O
Dario», si potrebbe forse dire con ragione, «che non hai capito l'errore di Ciro, hai allevato Serse negli stessi costumi in
Platone Le leggi
37
cui Ciro allevò Cambise!» - e questi dunque, poiché proveniva dalla medesima educazione, commise quasi tutti gli
errori che aveva commesso Cambise: e press'a poco da quell'epoca non nacque più fra i Persiani alcun re davvero
grande, se non per il nome. E la causa non è da imputarsi alla sorte, come sottolinea il mio discorso, ma alla vita
malvagia che i figli di coloro che sono particolarmente ricchi e dei re generalmente conducono: non può infatti nascere
da un'educazione come questa bambino, uomo, o vecchio che si distingua per virtù. Ed è proprio questo il punto, noi
diciamo, che il legislatore deve prendere in esame, e anche noi nella circostanza presente. Ed è giusto, Spartani,
assegnare questo riconoscimento al vostro stato, e cioè che non attribuite nessun onore o educazione particolare al
povero e al ricco, al privato cittadino e al re, se non quelli che in principio il divino legislatore abbia determinato per voi
ricevendoli da un qualche dio. Infatti non bisogna che in uno stato siano attribuiti onori eccessivi ad un tale perché si
distingue per ricchezza, o perché è agile, bello, forte, ma è privo della virtù, e di quella virtù che manchi di temperanza.
MEGILLO: Che cosa vuoi dire con questo, straniero?
ATENIESE: Il coraggio non è una parte della virtù?
MEGILLO: E come no?
ATENIESE: E giudica dunque, dopo aver ascoltato il discorso, se accetteresti di avere uno che viva con te o un
vicino assai coraggioso, ma privo di temperanza e addirittura privo di qualsiasi freno.
MEGILLO: Silenzio!
ATENIESE: Ebbene? E un artigiano competente nel suo mestiere, ma ingiusto?
MEGILLO: Nient'affatto.
ATENIESE: Ma ciò che è giusto non nasce senza la temperanza.
MEGILLO: Come potrebbe?
ATENIESE: E neppure l'uomo saggio che ora noi abbiamo presentato, quello che possedeva piaceri e dolori in
armonia con i giusti ragionamenti con cui si accompagnano.
MEGILLO: No, infatti.
ATENIESE: Esaminiamo ancora questa cosa a proposito degli onori che vengono assegnati negli stati, per vedere
quali sono giusti e quali no, in ogni circostanza.
MEGILLO: Che cosa?
ATENIESE: Se la temperanza abitasse da sola in un'anima senza tutte le altre virtù, sarebbe giusto che fosse onorata
o disonorata?
MEGILLO: Non so come risponderti.
ATENIESE: E hai detto come si doveva dire: se infatti tu avessi risposto in un modo o nell'altro alla domanda che ti
ho fatto, mi sembra che avresti risposto in modo sbagliato.
MEGILLO: Allora è andata bene così.
ATENIESE: Bene. E ciò che costituisce un'appendice che riguarda onori e disonori non è degno di discorso, ma
piuttosto di un silenzio privo di parole.
MEGILLO: Mi sembra che tu parli della temperanza.
ATENIESE: Sì. E ciò che fra le altre virtù ci è maggiormente utile insieme a questa aggiunta sarà assai giustamente
degno di ricevere molti onori, mentre ciò che viene per secondo, per secondo viene onorato: e così secondo la logica
successione, ciascun bene avrà successivamente gli onori che gli spettano, come è giusto.
MEGILLO: è così.
ATENIESE: E allora? E non diremo che spetta al legislatore distribuire anche queste cose?
MEGILLO: Certamente.
ATENIESE: Vuoi che gli si affidi il compito di distribuire tutti gli onori, in base ad ogni atto che abbiamo compiuto
e fino a giungere a quelli più insignificanti, mentre noi, dal momento che siamo desiderosi di fissare le leggi, facciamo
una triplice divisione, cercando di separare le cose più importanti da quelle di secondo e di terzo grado?
MEGILLO: Certamente.
ATENIESE: Diciamo allora che lo stato, a quanto pare, che vuole salvaguardare se stesso ed essere felice, per
quanto è umanamente possibile, deve di necessarità distribuire in modo corretto onori e disonori. Ed è giusto stabilire i
beni riguardanti l'anima, quando in essa vi sia la temperanza, come i più degni di onori, e per primi, per secondi la
bellezza e i beni riguardanti il corpo, e terzi quelli riguardanti la sostanza e la ricchezza: chi si allontani da questa
sequenza, legislatore o stato, elevando al rango di onori le ricchezze o collocando prima, fra gli onori, ciò che andava
posto dopo, non compie un'opera né moralmente lecita né giusta dal punto di vista politico. Dobbiamo dire così o no?
MEGILLO: Certo, dobbiamo chiaramente dire così.
ATENIESE: E l'indagine intorno alla costituzione dei Persiani ha fatto sì che noi parlassimo più diffusamente di
queste cose: e troviamo che essi si sono corrotti sempre di più, e diciamo che la ragione consiste nel fatto che tolsero in
modo eccessivo la libertà al popolo, e condussero lo stato verso il dispotismo più di quanto era necessario, annientando
la concordia e la comunità che si forma in seno allo stato. Annientate queste cose, il consiglio dei governanti non decide
più in vista dei governati e del popolo, ma in vista del proprio potere, e ogni volta che ritengono di poter possedere
anche una piccola cosa in più, saccheggiano città, saccheggiano popoli amici distruggendoli con il fuoco, e in modo
ostile e senza pietà odiano e sono odiati: e quando si trovano nella necessità che i popoli combattano per loro, non
trovano in essi né un'alleanza, né una benevola disponibilità a voler esporsi ai pericoli e combattere, ma pur avendo
incalcolabili migliaia di uomini, sono tutti inutilizzabili ai fini della guerra, e come avessero bisogno di uomini, li
pagano, ritenendo di essere messi in salvo da uomini mercenari e stranieri. Sono inoltre costretti ad agire da stupidi,
Platone Le leggi
38
dicendo in pratica che quelle cose che ogni volta sono dette onorevoli e belle nello stato sono una sciocchezza in
confronto all'oro e all'argento.
MEGILLO: Certamente.
ATENIESE: Quanto agli affari Persiani, e al fatto che il loro attuale governo non si basa su giuste fondamenta a
causa dell'eccessiva schiavitù e del dispotismo, il discorso abbia fine.
MEGILLO: Senza dubbio.
ATENIESE: Allo stesso modo ora noi dobbiamo passare in rassegna, dopo di ciò, la costituzione attica,
evidenziando come la libertà assoluta e slegata da ogni potere è di gran lunga peggiore di un potere che è limitato da
altri fattori: in quel tempo in cui i Persiani assaltarono i Greci, e probabilmente quasi tutti gli abitanti dell'Europa, noi
avevamo un'antica costituzione e delle magistrature che provenivano da quattro classi basate sul censo, e come un
padrone vi era dentro di noi un senso del pudore, per cui desideravamo vivere asserviti alle leggi di allora. A questo si
aggiunga che la grandezza smisurata di quella spedizione che si muoveva per terra e per mare, incutendo un
insostenibile timore, ci rese ancor più schiavi dei governanti e delle leggi, e per tutte queste ragioni avvenne che fra noi
vi fossero dei vincoli di amicizia molto stretti. Infatti, circa dieci anni prima della battaglia navale di Salamina, (26)
giunse Dati alla guida di una spedizione persiana, inviato espressamente da Dario contro gli Ateniesi e gli Eretriesi (27)
perche li portasse al suo cospetto in catene, e minacciandolo di morte se non avesse agito così. E in un breve lasso di
tempo Dati prese con la forza tutti gli Eretriesi grazie ad un numero infinito di uomini, e fece pervenire una notizia
terribile presso la nostra città, secondo la quale nessun Eretriese gli era scampato, e i soldati di Dati, tenendosi per
mano, avevano preso tutta la città di Eretria come in una rete. La notizia, sia che fosse fondata, sia che giungesse chissà
da dove, sconvolse gli altri Greci e gli Ateniesi, e avendo mandato ovunque degli ambasciatori per richiedere aiuto,
nessuno volle rispondere all'appello se non gli Spartani: e questi, poiché erano impediti dalla guerra in corso con
Messene e da qualche altra ragione - ma non sappiamo che cosa dissero di preciso -, giunsero il giorno successivo alla
battaglia di Maratona. (28) Dopo di che si sparse la voce di grandi preparativi e di innumerevoli minacce da parte del
Re. Con il passare del tempo si disse che Dario era morto, e che suo figlio, giovane e pieno di ardore aveva ricevuto il
potere, e non desisteva affatto dall'ardore dell'assalto.
Gli Ateniesi pensarono che tutti questi preparativi fossero diretti proprio contro di loro, a causa di ciò che era
avvenuto a Maratona, e sentendo che il monte Athos era stato forato, che l'Ellesponto era stato unito, e che vi era una
quantità formidabile di navi, pensarono che non si sarebbero salvati né per terra né per mare e che nessuno sarebbe
venuto loro in soccorso. Ricordavano infatti che nessuno era venuto a portare loro aiuto, né aveva voluto correre il
rischio di scendere in battaglia insieme a loro, quando quelli erano venuti per la prima volta ed erano accaduti i fatti di
Eretria, e prevedevano che anche allora sarebbe avvenuta la stessa cosa per terra: e per mare, d'altra parte, vedevano che
sarebbe stata assolutamente impossibile la salvezza, dinanzi all'avanzata di migliaia e anche più navi. Pensavano ad una
sola salvezza, debole e disperata, ma anche l'unica, considerando uanto era avvenuto in passato, e come da situazioni
impossibili anche allora era apparsa la vittoria in battaglia: appoggiandosi a questa speranza trovarono una via di
scampo a questa situazione soltanto in loro stessi e negli dèi. Tutto ciò suscitava in essi la reciproca amicizia: sia la
paura che allora era presente, sia quella che scaturiva dalle leggi precedenti.
Questa paura essi l'avevano acquistata dal fatto di essersi asserviti alle leggi precedenti, e noi spesso nei discorsi di
prima l'abbiamo chiamata pudore, e ad essa dicevamo che deve asservirsi chi vuole diventare onesto, mentre è libero e
non nutre timore nei suoi confronti la persona meschina: ma se in quella circostanza il timore non avesse colto anche il
meschino, non si sarebbe mai unito agli altri per la difesa, e non sarebbe venuto in soccorso per difendere i templi, e le
tombe, e la patria e le altre cose che gli erano familiari e nel contempo care, così come fece, ma in quella circostanza
ciascuno di noi, disperdendosi a poco a poco, si sarebbe allontanato chi da una parte chi da un'altra.
MEGILLO: E certamente, straniero, quello che dici è giusto, e si addice a te stesso e alla tua patria.
ATENIESE: Sì, è così, Megillo: è giusto raccontarti quello che avvenne allora, dato che prendi parte della natura dei
tuoi padri. Verificate, tu e Clinia, se quello che diciamo ha attinenza con la legislazione, dal momento che non ho
raccontato queste cose per il solo gusto di raccontare, ma per il fine dì cui parlo. Vedete un po': perch é in un certo senso
ci è capitato lo stesso inconveniente che è capitato ai Persiani - a quelli, infatti, per aver ridotto il popoìo ad una totale
schiavitù, a noi, al contrario, per aver esortato la massa verso la più completa libertà. Per stabilire allora come e che
cosa diremo da questo punto in poi, i discorsi che abbiamo tenuto prima sembrano in un certo senso ben fatti.
MEGILLO: Dici bene. Ma cerca di indicarci ancora più chiaramente ciò che ora hai detto.
ATENIESE: Farò così. Nelle antiche leggi, ami ci, il nostro popolo non era padrone di qualche cosa, ma in un certo
senso si asserviva volontariamente ad esse.
MEGILLO: A quali leggi?
ATENIESE: Prima di tutto alle leggi che riguardavano la musica di allora, se vogliamo esaminare dal principio lo
sviluppo di una vita eccessivamente libera. Allora la musica era stata da noi divisa secondo certe specie e figure, e una
specie di canto era costituita dalle preghiere agli dèi, e la chiamavano con il nome di "inni": e vi era un'altra specie di
canto opposta a questa - e si potevano chiamare "treni" -, e un'altra "peani", e un'altra ancora, che, io credo, riguardava
la nascita di Dionisio, era detta "ditirambo".
Un'altra forma di canto aveva lo stesso nome delle leggi, e tali leggi venivano chiamate "canti citaredici". Stabiliti
questi princìpi ed alcuni altri, non era possibile ricorrere ad una specie di melodia in cambio di un'altra: e l'autorità di
riconoscere queste cose, e, una volta riconosciute, di giudicarle e di punire chi non aveva obbedito, non consisteva nei
fischi, né nelle grida scomposte della folla, come oggi, né in applausi che assegnavano lodi, ma si era stabilito che
Platone Le leggi
39
coloro che erano provvisti di buona educazione ascoltassero in silenzio fino alla fine, mentre per i bambini, i pedagoghi,
e in genere per la folla vociante, vi era una verga per ammonirli e riportarli all'ordine. Fissate in tal modo queste cose, la
massa di cittadini era desiderosa di obbedire e non aveva il coraggio di giudicare nel tumulto: dopo di che, con il
passare del tempo, i poeti diventarono i signori incontrastati delle trasgressioni compiute a danno della musica, poeti per
indole naturale, ma ignoranti del giusto e del lecito in poesia, e colti da furore bacchico e invasi dal piacere più del
necessario, mescolavano insieme i treni con gli inni, e i peani con i ditirambi, e imitando con la musica della cetra
quella del flauto, e confondendo tutto con tutto, pur senza volerlo, dicevano delle menzogne contro la musica a causa
della loro ignoranza, e cioè che la musica non ha alcuna norma, e che qualunque persona - buona o cattiva che sia - può
giudicarne il valore dal piacere che gli procura. Facendo tali opere e aggiungendo ad esse tali discorsi, inculcarono nella
maggior parte delle persone questa licenza nella musica e l'ardire di sentirsi in grado di erigersi a giudici: e quindi i
teatri da muti diventarono vocianti, come se chiunque avesse orecchio per capire ciò che nella musica è bello e ciò che
non lo è, e in luogo di un'aristocrazia competente in tale campo si sostituì una cattiva "teatrocrazia". Se una democrazia
formata da uomini liberi si fosse limitata al solo ambito musicale, non sarebbe accaduto nulla di terribile: ma ora, presso
di noi, ha preso origine dalla musica l'opinione per cui tutti sanno tutto e un'illegalità che si è accompagnata alla licenza.
Tutti infatti non avevano più paure perché si credevano sapienti, e questa sicurezza ha generato l'impudenza: perché
nel non avere timore, a causa della propria insolenza, dell'opinione di chi è migliore consiste la malvagia impudenza che
nasce da una libertà eccessiva.
MEGILLO: Quello che dici è verissimo.
ATENIESE: A questa libertà segue quella di non volersi sottomettere ai magistrati, e, connessa con questa, quella di
sfuggire alla sottomissione e agli ammonimenti del padre e della madre e dei più anziani; e proseguendo e
avvicinandoci alla fine, si cerca di non obbedire alle leggi, e giunti ormai al termine, non ci si cura dei giuramenti e
delle promesse, e neppure degli dèi, ma indicando ed imitando quella che si diceva fosse l'antica natura dei Titani, (29)
si ritorna di nuovo a quello stadio, e si vive una penosa esistenza, senza che i mali possano cessare. Per quale ragione si
è detto questo? Mi sembra che ogni volta si debba riprendere il discorso mettendogli dei freni come ad un cavallo, e
senza farsi trasportare dalla forza delle parole, come se non si avesse freni in bocca, cadendo, secondo quel che dice il
proverbio, anche da un asino, bisogna ripetere la domanda che ci siamo fatti ora: per quale motivo abbiamo detto queste
cose?
MEGILLO: Bene.
ATENIESE: Queste cose sono state dette per questi motivi.
MEGILLO: Quali?
ATENIESE: Dicemmo che il legislatore deve tenere conto di tre princìpi quando fissa le leggi: e cioè che lo stato
che è regolato dalla legislazione sia libero, che vi sia amicizia al suo interno, che sia intelligente. Abbiamo detto questo,
o no?
MEGILLO: Certamente.
ATENIESE: Per queste ragioni la nostra scelta è ricaduta sulla forma di costituzione più dispotica e su quella più
libera, e ora stiamo indagando quale di queste due risulta ben regolata: e avendo preso ciò che in esse costituiva la
giusta misura, l'una nei confronti del dispotismo, l'altra della libertà, abbiamo osservato che allora vi era in esse
un'eccellente prosperità, ma avvicinandosi l'una e l'altra verso i loro estremi, l'una verso la schiavitù, l'altra in direzione
opposta, non traevano, né l'una né l'altra, alcun vantaggio.
MEGILLO: Quello che dici è verissimo.
ATENIESE: Per le stesse ragioni abbiamo anche osservato come si costituì l'esercito dorico, e le pendici di
Dardano, (30) e le città fondate presso il mare, e i primi uomini che si salvarono dalla distruzione, e inoltre i nostri
discorsi precedenti a questi sulla musica e sul bere, e quelli ancora prima di questi. Tutto questo è stato detto per
studiare come uno stato può essere governato nel modo migliore, e come un privato cittadino possa perfettamente
condurre la propria vita: e quale prova potremo portare dinanzi a noi stessi, Megillo e Clinia, di aver compiuto qualcosa
di utile?
CLINIA: Straniero, mi sembra di scorgerne una. Mi pare dunque che il complesso di tutti questi discorsi che
abbiamo pronunciato sia dovuto alla sorte: e ora sono quasi giunto al punto di aver bisogno di quei discorsi, e tu e
questo Megillo siete arrivati proprio al momento giusto. Non vi nasconderò ciò che adesso mi sta capitando, anzi, lo
considero un presagio fortunato. La maggior parte della popolazione cretese sta intraprendendo la fondazione di una
colonia, e ha ordinato ai Cnossi (31) di prendersi cura dell'impresa, e lo stato dei Cnossi ha a sua volta affidato l'incarico
a me ed altre nove persone: intanto mi prescrivono di stabilire, fra le leggi vigenti in questo luogo, quelle che
preferiamo, e altre ancora provenienti da altri luoghi, senza tenere conto se giungono da stati stranieri, che ci sembrino
essere le migliori. Ora dunque concediamo questo favore a me e a voi: prendendo spunto dalle cose dette, formiamo
razionalmente uno stato, come se lo dovessimo costruire dalle fondamenta, e così la nostra indagine intorno a ciò che
stiamo ricercando proseguirà, e nel contempo io potrò servirmi della formazione di questo stato ideale per il futuro stato
che dovrà sorgere.
ATENIESE: Non stai dichiarando guerra, Clinia! Ma se Megillo non ha nulla in contrario, per quanto mi riguarda,
ritieni pure che, nei limiti del possibile, sarà tutto secondo la tua volontà.
CLINIA: Dici bene.
MEGILLO: Anche per me va bene.
CLINIA: Avete detto benissimo! Cerchiamo allora prima di tutto di gettare le fondamenta di questo stato.
Platone Le leggi
40
NOTE: 1) Mitico artigiano che si pensava fosse vissuto ai tempi di Minosse, qui forse ricordato per aver inventato
l'architettura.
2) Qui Orfeo viene menzionato come inventore della poesia.
3) Mitico eroe di grande ingenio, inventore di alcune lettere dell'alfabeto e della matematica.
4) Satiro e suonatore di flauto, aveva sfidato Apollo in una gara musicale.
5) Figlio di Zeus ed Antiope, ebbe in dono da Hermes una lira e divenne un abile suonatore.
6) Omero, Odyssea, libro 20, versi 112-115.
7) Omero, Ilias, libro 20, versi 215-218.
8) Qui Platone ricorda l'ultima grande invasione che interessò la Grecia, quella dei Dori che intorno al 1000 a.C.
giunsero da settentrione.
9) Allusione al mito del ritorno degli Eraclidi (figli o discendenti di Eracle), saga eroica con cui sono connessi tanto
la discesa dei Dori nel Peloponneso, quanto la spartizione del territorio peloponnesiaco in tre parti.
10) Città situata nella regione nordoccidentale del Peloponneso, e abitata sin dall'epoca prestorica.
11) Città fondata nel 369 a.C. e situata nel Peloponneso.
12) I Pelopidi sono Agamennone, re di Micene e di Argo, e Menelao, re di Sparta, i quali condussero la guerra
contro Troia.
13) Teseo aveva pregato il padre Posidone di far morire il figlio Ippolito.
14) Poeta lirico greco (518-446 a.C.). Qui il riferimento è al frammento 169 Maehler.
15) Esiodo, Opera et dies, 40.
16) Probabile allusione a Teopompo.
17) Aristodemo diede origine ai due rami della diarchia spartana.
18) Ciro il Grande (559-530 a.C.).
19) Cambise, figlio di Ciro il Grande (530-522 a.C.).
20) Dario primo (522-486 a.C.).
21) I Medi erano una popolazione, sotto certi aspetti affine ai Persiani, che abitava la regione montuosa a sud-ovest
del Mar Caspio.
22) Cambise e Smerdi.
23) Cambise uccise Smerdi.
24) Il falso Smerdi.
25) La morte di Dario avviene nel 486 a.C. e gli succede Serse sino al 465-464 a.C.
26) La battaglia di Salamina avviene nel settembre del 480 a.C.
27) Città situata nell'isola di Eubea.
28) La battaglia di Maratona avviene appunto nel 490 a.C.
29) Divinità che precedono gli dèi olimpici, figli di Urano (Cielo) e Gaia (Terra).
30) Figlio di Zeus ed Elettra, fu il capostipite della dinastia reale troiana. Dardano fondò appunto una città sulle
pendici del monte Ida, a sud-est di Troia (Dardania, da cui "Dardani" venivano detti i Troiani).
31) Abitanti della celebre Cnosso, situata sulla costa settentrionale di Creta.
Platone Le leggi
41
LIBRO QUARTO
ATENIESE: Coraggio, come dobbiamo pensare che sarà il nuovo stato? E la mia domanda non si riferisce al suo
nome, e cioè a come si chiama adesso o a come si dovrà chiamare in avvenire: a questo proposito, probabilmente, la sua
stessa fondazione, o un luogo particolare, o il nome di un fiume o di una fonte o degli dèi locali, possono dare il loro
nome al nuovo stato che sorge. Quello che piuttosto voglio sapere riguardo ad esso, facendo questa domanda, è se sarà
in prossimità del mare o all'interno, nel continente.
CLINIA: All'incirca, straniero, lo stato di cui ora si sta parlando dista dal mare ottanta stadi.
ATENIESE: E vi sono dei porti in quella zona vicino al mare o non ve ne sono affatto?
CLINIA: Avrà porti bellissimi da quella parte, i più belli che ci possano essere, straniero.
ATENIESE: Oh! Che cosa dici! E la regione intorno ad esso?
Produce qualsiasi cosa o manca di alcuni prodotti?
CLINIA: Non manca quasi di nulla.
ATENIESE: E nelle vicinanze vi sarà qualche stato confinante con esso?
CLINIA: No, affatto, e questo è anche il motivo per cui si fonda una colonia: in tempi antichi, infatti, si verificò
un'emigrazione da quel luogo che lo lasciò deserto per un periodo di tempo incredibilmente lungo.
ATENIESE: E le pianure, i monti, e le foreste? In quale proporzione ciascuna di esse ci toccò in sorte?
CLINIA: La natura del luogo assomiglia all'intera regione cretese.
ATENIESE: Dirai che è più accidentata che pianeggiante?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Non vi è nulla dunque che impedirebbe il procacciarsi della virtù. Se dovesse infatti sorgere presso il
mare, e avere dei bei porti, e non essere del tutto fertile, ma anzi, mancante di molti prodotti, avrebbe bisogno di un
grande salvatore e di legislatori divini, se per la sua stessa posizione naturale non volesse ricevere una gran varietà di
malvagi costumi di vita. Ma ora ci confortano gli ottanta stadi dal mare. In verità è più vicino del necessario al mare,
tanto più che tu dici che è fornito di buoni porti, e tuttavia questo ci può andare bene. Il fatto che il mare sia vicino ad
una regione è cosa piacevole ogni giorno, ma in realtà si tratta di una salata ed amara vicinanza: infatti riempiendo lo
stato di traffici e di affari dovuti al commercio, fa nascere negli animi modi di vita incostanti e infingardi, e rende lo
stesso stato infido e nemico di se stesso, e allo stesso modo nei confronti degli altri uomini. A questo riguardo è
confortante il fatto che esso è fertile per ogni specie di cultura, ma se il suo terreno è accidentato, è chiaro che non potrà
portare varie ed abbondanti specie di prodotti: se avesse questa peculiarità potrebbe fare numerose esportazioni, e in
cambio si riempirebbe di monete d'argento e d'oro, e di questo, per così dire, non c'è male più grande, preso uno per
uno, per quello stato che voglia acquisire costumi nobili e giusti, come dicevamo, se ci ricordiamo, nei precedenti
discorsi.
CLINIA: Certo che lo ricordiamo, e anche adesso ci troviamo d'accordo nel dire che allora avevamo parlato in modo
corretto.
ATENIESE: Ebbene? In che modo il luogo della nostra regione è fornito di legname per costruzioni navali?
CLINIA: Non vi sono né abeti né pini marittimi degni di considerazione, e neppure il cipresso è abbondante: si
potrebbe trovare qualche pino, e pochi platani, di cui i costruttori di navi hanno bisogno ogni volta che fabbricano le
parti interne delle navi.
ATENIESE: Anche questo non è un male per la natura del luogo.
CLINIA: Perché?
ATENIESE: è un bene che uno stato non possa imitare facilmente i nemici nelle loro malvagie imitazioni.
CLINIA: A quale delle cose dette pensi dicendo ciò che hai detto?
ATENIESE: Divino amico, fai attenzione a me, e osserva quel che si è detto in principio, quando, a proposito delle
leggi cretesi, si diceva che esse tendevano ad un unico scopo, e voi due dicevate che esso consisteva nella guerra,
mentre io, intervenendo nella discussione, dicevo che era un bene il fatto che quelle leggi erano state stabilite in vista
della virtù, ma che non ero per nulla d'accordo sul fatto che si riferissero ad una parte di essa e non a tutta quanta nel
suo complesso: ora voi, a vostra volta, seguitemi e fate attenzione alla mia presente legislazione, per vedere se, nell'atto
di stabilire le leggi, non miri a tutta la virtù piuttosto che ad una parte di essa. Io stabilisco infatti che è ben fondata
soltanto quella legge che come un arciere mira ogni volta unicamente a qualcosa che abbia attinenza sempre ed in modo
continuo con il bene, e trascuri tutto il resto, si tratti di una certa ricchezza, o di una qualsiasi altra cosa che è priva dei
requisiti che sono stati detti. E dicevo che l'imitazione malvagia dei nemici avviene quando, vivendo in prossimità del
mare, si è molestati dai nemici. Come ad esempio - e dico questo senza la volontà di rinfacciarvi alcunchè - Minosse,
che disponeva di una grande forza navale, obbligò una volta gli abitanti dell'Attica a pagare un gravoso tributo, e quelli,
come ora, non avevano navi da guerra, né la loro regione era ricca di legname per costruire imbarcazioni, così da
allestire facilmente una potenza navale: non furono allora capaci di cacciare immediatamente i nemici mediante
l'imitazione della loro arte navale, e con il diventare essi stessi marinai. Sarebbe stato certamente più vantaggioso per
loro perdere ancora molte volte sette fanciulli, prima che, diventati marinai da fanti e fedeli opliti, si abituassero a
sbarcare di frequente dalle navi per saltarvi nuovamente sopra di corsa e rapidamente, e a credere che non si fa nulla di
turpe se non si ha il coraggio di farsi uccidere rimanendo al proprio posto mentre i nemici avanzano, ma ad avere finti
pretesti e sempre pronti per abbandonare le armi e darsi a quelle fughe che, come dicono quelli, non sono turpi. Queste
sono le parole che solitamente giungono dai soldati della marina e non sono degni di quelle lodi che spesso gli si
Platone Le leggi
42
attribuiscono, ma tutto il contrario: non bisogna mai abituarsi a costumi di vita malvagi, e soprattutto non deve agire
così la parte migliore dei cittadini.
Anche da Omero si poteva capire che questa consuetudine non è bella. Presso Omero, infatti, Ulisse rimprovera
Agamennone, quando, prevalendo i Troiani in battaglia sugli Achei, ordina di far scendere le navi in mare. Ed ecco che,
adirato contro di lui, gli dice: «Tu ordini, e c'è ancora la battaglia, di trarre in mare le navi dai forti ponti, in modo che
ancora di più si compiano le preghiere che hanno in cuore i Troiani, affinché terribile rovina piombi su di noi. Gli Achei
infatti non resisteranno più la guerra, quando le navi vedranno tratte in mare, ma volgeranno indietro lo sguardo per
fuggire e abbandoneranno la battaglia.
Allora sarà deleterio il tuo consiglio, a coloro a cui lo dici». (1) Conosceva dunque anche lui queste cose, e cioè che
è un male la presenza in mare delle triremi per gli opliti in battaglia: anche i leoni si abituerebbero a fuggire dinanzi ai
cervi, se coltivassero questi costumi. Inoltre, la potenza di quegli stati che si basano sulle flotte navali, e insieme la loro
salvezza, non recano onori alla parte migliore dei soldati: essa infatti è ottenuta dall'arte dei timonieri, dall'arte di
comandare cinquanta rematori, dall'arte dei rematori stessi, persone d'ogni razza e non certamente virtuose, e quindi non
si potrebbero assegnare nel modo più giusto gli onori a ciascuno. Eppure come potrebbe una costituzione essere retta se
mancasse questa possibilità?
CLINIA: è quasi impossibile. Ma, straniero, noi Cretesi diciamo che la battaglia navale combattuta a Salamina dai
Greci contro i barbari salvò la Grecia.
ATENIESE: In effetti molti fra i Greci e i barbari vanno ripetendo queste cose. Noi invece, amico, io e costui,
Megillo, diciamo che le battaglie combattute sulla terra ferma a Maratona e a Platea (2) segnarono una l'inizio della
salvezza per i Greci, l'altra la sua realizzazione finale, e che quelle resero migliori i Greci, mentre le altre no, per parlare
di tutte le battaglie che allora ci trassero in salvo: e oltre alla battaglia di Salamina aggiungo la battaglia navale
dell'Artemisio. (3) Ma ora, considerando la virtù applicata alla costituzione politica, osserviamo la natura del luogo e
l'ordinamento delle leggi, ritenendo che il mettersi in salvo e il solo fatto di esistere non rappresentano per gli uomini il
bene più degno di onori, come molti pensano, ma il diventare il più possibili migliori e il mantenersi tali per tutto il
tempo della propria vita: anche questo, credo, si è detto nei discorsi precedenti.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Prestiamo soltanto attenzione a questo, e cioè se stiamo percorrendo quella che è la strada migliore
nella fondazione degli stati e nel fissare l'ordinamento delle leggi.
CLINIA: Ed è davvero la migliore.
ATENIESE: Proseguendo nel discorso dimmi: quale popolo fonderà la vostra colonia? Forse chi lo vorrà, giungendo
da ogni parte di Creta, dato che in ciascuna città vi è una massa di abitanti superiore al nutrimento che proviene dalla
terra? Non penso che accoglierete tutti i Greci che vogliono venire. Eppure vedo che stirpi provenienti da Argo, da
Egina, e da altre parti della Grecia hanno fondato colonie nella vostra regione. Per il momento, però, dimmi da dove
dici che arriverà questo vero e proprio esercito di cittadini di cui ora stiamo parlando?
CLINIA: Per quel che mi sembra giungeranno da tutta Creta, e fra tutti gli altri Greci, mi pare che verranno accolti
come abitanti soprattutto quelli che provengono dal Peloponneso. Infatti quando affermi che gli attuali abitanti
giungono da Argo dici la verità, e infatti la stirpe che attualmente in questo luogo gode di maggior reputazione è quella
di Gortina, che appunto venne ad abitare qui da quella Gortina che si trova nel Peloponneso.
ATENIESE: In effetti non risulta ugualmente facile la fondazione di una colonia per gli stati, quando non avvenga
come fanno gli sciami, e cioè quando vi sia una sola stirpe che colonizza e proviene da una sola regione - in sostanza,
una stirpe amica che si separa dagli amici -, assediata dalla strettezza della terra o costretta da qualche altro simile
evento. Talvolta una parte dello stato viene obbligata e costretta dalle sedizioni civili ad emigrare altrove, in un paese
straniero: ed è già accaduto che un'intero stato fu costretto a fuggire, a causa di una guerra che lo sbaragliò
completamente, in cui ebbero la meglio forze superiori. Sotto un certo aspetto queste cose facilitano la fondazione di
una colonia e l'istituzione dell'ordinamento delle leggi, sotto un altro aspetto, esse sono un ostacolo. Perché il fatto di
essere un'unica stirpe e di parlare la stessa lingua e di avere le stesse leggi implica certamente una concordia e una
comunanza di pratiche religiose e di altre cose di questo genere, ma si finisce per non tollerare con animo sereno leggi
diverse e costituzioni che non siano quelle interne allo stato. Talvolta, poi, accade che l'essersi ribellati alla malvagità
delle leggi e il cercare di vivere, per abitudine, secondo quegli stessi costumi di vita che in precedenza furono causa di
rovina, rappresenti un ulteriore ostacolo per chi vuole fondare la colonia e istituire le leggi, e sarà difficile persuaderli
dell'opposto. Al contrario, una stirpe eterogenea che confluisce in un medesimo luogo sarà più ben disposta a prestare
orecchio a nuove leggi, ma il trovarsi in sintonia, e, come in una pariglia di cavalli, lo sbuffare ciascuno in accordo con
l'altro, come si dice, richiede molto tempo ed è assai difficile. Ma in effetti è compito di uomini che abbiano conseguito
la perfezione nella virtù stabilire le leggi e fondare nuovi stati.
CLINIA: è vero: ma spiegaci ancor più chiaramente in base a quali considerazioni hai detto questo.
ATENIESE: Carissimo amico, tornando ad occuparmi e ad esaminare i legislatori dovrò dire, almeno mi pare, anche
qualcosa di negativo: ma se lo diciamo opportunamente, questa fatto non costituirà alcun ostacolo. E allora perché
questo dovrebbe rendermi scontento? Tutte le questioni umane avvengono, per quel che mi sembra, in questo modo.
CLINIA: Di che cosa parli?
ATENIESE: Volevo dire che mai nessun uomo stabilisce per nulla al mondo le leggi, ma sono la sorte ed ogni
genere di eventi che, verificandosi in ogni modo, stabiliscono il complesso delle nostre leggi. Infatti o una guerra con la
sua forza sconvolge la forma della costituzione e muta le leggi, oppure una difficile situazione determinatasi a causa di
Platone Le leggi
43
una molesta povertà: e molte volte sono anche le malattie che costringono a compiere delle innovazioni, e il verificarsi
di pestilenze, e il frequente perdurare, in un ampio periodo di tempo e per molti anni, di stagioni cattive.
E osservando tutte queste cose uno si sentirebbe autorizzato a dire, come faccio io adesso, che nessun mortale può
legiferare in alcuna materia, ma che solo la sorte guida gli affari umani: e chi dice le stesse cose intorno alla
navigazione, all'arte del pilotare, alla medicina, all'arte militare, sembra che dica bene, ma è ugualmente possibile,
parlando di tali questioni, dire giustamente questa cosa.
CLINIA: Che cosa?
ATENIESE: Che è il dio, insieme alla sorte e all'occasione propizia, che guida tutti gli affari umani. Smorzando un
po' i toni del discorso, si può convenire che un terzo elemento deve seguire queste cose, e cioè l'arte: il fatto di poter
contare o meno, ad esempio, sull'arte del pilota quando si scatena una tempesta, secondo me costituisce un grande
vantaggio. O no?
CLINIA: è così.
ATENIESE: Dunque anche per il resto vale lo stesso discorso, e questo stesso principio si può applicare allora alla
legislazione: premesso che in una regione ci siano tutte le altre circostanze favorevoli tali da consentire ad uno stato di
vivere felicemente, in uno stato come questo la sorte deve inviare un legislatore che possegga la verità.
CLINIA: Quello che dici è verissimo.
ATENIESE: E chi possiede l'arte in relazione a ciascuna delle cose dette non pregherebbe giustamente, se pregasse
perché mediante la sorte si verifichi per lui quella condizione per cui abbia bisogno soltanto della sua arte?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: E tutti gli altri di cui ora abbiamo parlato, se li invitassimo ad esprimere la loro preghiera, la direbbero.
Non è vero?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: La stessa cosa, io credo, farà anche il legislatore.
CLINIA: Lo credo proprio.
ATENIESE: «Avanti, legislatore», gli possiamo dire, «che cosa vuoi che abbia e come dev'essere costituito lo stato
che ti affidiamo, perché, una volta che lo hai ricevuto, tu possa in seguito governarlo in modo soddisfacente?».
CLINIA: Quale risposta corretta potremo dare dopo queste parole?
ATENIESE: Diciamo questa risposta come fosse del legislatore, o no?
CLINIA: Sì.
ATENIESE: La risposta è questa: «Datemi uno stato che sia in mano ad un tiranno», dirà, «e questo tiranno sia
giovane, dotato di memoria, intelligente, valoroso, e magnanimo per natura: e ciò che anche nei precedenti discorsi
dicevamo che deve accompagnarsi a tutte le parti della virtù, anche ora si accompagni all'anima del tiranno, se vorrà che
le altre doti abbiano una qualche utilità».
CLINIA: Mi sembra, Megillo, che lo straniero affermi che sia la temperanza la qualità che deve accompagnarsi. O
no?
ATENIESE: Quella che si intende comunemente, Clinia, e non quella di cui qualcuno potrebbe parlare
magnificandola e provando con il ragionamento che l'essere temperanti equivale all'intelligenza.
Ma si tratta di quella qualità che fiorisce immediatamente nei fanciulli e in certi animali, ed è loro connaturata, per
cui alcuni si abbandonano in modo disordinato ai piaceri, mentre altri ne fanno un uso regolato. E dicevamo che se
viene divisa da tutti i molti altri beni non è degna di considerazione. Capite quello che dico.
CLINIA: Certo.
ATENIESE: Il nostro tiranno abbia dunque questa natura oltre a quelle altre, se lo stato vuole il più rapidamente
possibile e nel migliore dei modi dotarsi di una costituzione, la quale, una volta ottenuta, gli permetterà di vivere assai
felicemente. Non c'è infatti, e non ci sarà mai un modo più rapido e migliore di ordinare questa costituzione.
CLINIA: Come e con quale criterio, straniero, chi sostiene questa cosa può convincersi di sostenerla a ragione?
ATENIESE: è facile, Clinia, comprendere come questa cosa sia secondo natura.
CLINIA: Come dici? Se vi fosse un tiranno, vuoi dire, giovane, temperante, intelligente, dotato di memoria,
valoroso, magnanimo?
ATENIESE: E fortunato, aggiungi, se non altro perché vi sia nel suo tempo un legislatore degno di lode e una sorte
felice lo abbia condotto verso il medesimo fine. Quando questo avviene, si può dire che il dio abbia realizzato quasi
tutto ciò che può fare, quando desidera che uno stato sia particolarmente prospero. Se ci sono due capi di questo genere,
la prosperità passa in secondo piano, e quindi in terzo piano, e così, secondo la stessa proporzione, vi saranno
condizioni più difficili nella misura in cui vi saranno più capi, e viceversa, il contrario.
CLINIA: Tu dici che dalla tirannide deriva, a quanto sembra, la forma migliore di stato, insieme ad un valente
legislatore e a un saggio tiranno, e che il passaggio dall'una all'altra forma di stato avviene nel modo più facile e più
rapido possibile, una seconda forma di stato deriva dall'oligarchia - o come la chiami -, e una terza forma dalla
democrazia.
ATENIESE: Nient'affatto, ma dalla tirannide la prima forma dello stato, la seconda dalla costituzione regia, la terza
da una specie di democrazia. La quarta forma, l'oligarchia, assai difficilmente potrebbe accogliere la nascita dello stato
migliore: in essa sono moltissimi i principi che detengono il potere. E noi diciamo che tali cambiamenti possono
avvenire quando nasce un vero legislatore che sia tale per natura e abbia in sorte una forza da spartire con quelli che
detengono i massimi poteri nello stato: dove infatti questo potere sia in mano ad un numero assai ristretto di uomini, ma
Platone Le leggi
44
sia fortissimo, come nella tirannide, allora questi mutamenti sono soliti avvenire rapidamente e assai velocemente.
CLINIA: Come? Non capiamo?
ATENIESE: Ma noi abbiamo parlato di questo, e non una volta sola, ma, credo, spesso: forse voi non avete mai
visto uno stato governato da un tiranno.
CLINIA: Ed io non ho neppure desiderio di vederlo.
ATENIESE: Eppure in quello stato vedresti proprio ciò di cui parlavo.
CLINIA: Che cosa?
ATENIESE: Un tiranno che voglia mutare i costumi di uno stato non ha bisogno di molte fatiche né di molto tempo,
ma deve dapprima procedere in quella direzione lungo la quale desideri volgere i cittadini, sia alla pratica della virtù sia
al suo contrario, delineando in un primo tempo egli stesso tutto ciò che si deve fare con il proprio agire, ora elogiando
ed onorando, ora criticando, ora punendo chi non ha obbedito in ciascuna azione.
CLINIA: E come possiamo pensare che gli altri cittadini ubbidiranno prontamente a chi adotta una simile forma di
persuasione insieme ad una violenza del genere?
ATENIESE: Nessuno ci persuada, amici, che uno stato possa mutare le sue leggi così rapidamente e facilmente con
un altro mezzo che non sia il comando assoluto dei potenti, né che ora o in futuro possa mai avvenire diversamente. Per
noi non è allora impossibile né difficile che ciò si realizzi. Quest'altra cosa, invece, è difficile che si realizzi, e in effetti
si è verificata raramente e nell'arco di lunghi periodi di tempo, e quando avviene, produce innumerevoli beni nello stato
in cui mai avvenga.
CLINIA: A che cosa alludi?
ATENIESE: Penso a quando un divino amore per le consuetudini sagge e giuste nasce in alcune grandi potenze, sia
che il loro potere sia retto da governo monarchico, sia che quel potere si distingua per la sovrabbondanza di ricchezze o
per la nobiltà di stirpe, oppure, ancora, se mai in qualcuno ritorni la natura di Nestore,(4) il quale dicono che superasse
tutti gli uomini nell'abilità retorica, ed ancor di più si distinguesse nella saggezza. Ma questo avvenne ai tempi di Troia,
come dicono, e non ai nostri tempi: e se dunque c'è stato, o anche ci sarà, o è adesso fra noi un individuo simile, costui
vive felicemente, e beati sono quelli che possono ascoltare le sue parole da una bocca tanto saggia! Lo stesso discorso
vale allo stesso modo per ogni potere, e cioè quando in un uomo si vengano a trovare la massima forza unita
all'intelligenza e alla saggezza, allora nascono la migliore forma di costituzione e le leggi migliori, altrimenti non può
nascere nulla dì tutto questo. Ciò sia detto come un mito e valga come un oracolo, e si dica che se da un lato è difficile
che uno stato abbia buone leggi, d'altro canto, se avvenisse ciò che diciamo, questa sarebbe la cosa di gran lunga la cosa
più rapida e più facile di tutte.
CLINIA: Come?
ATENIESE: Cerchiamo di formare le leggi con il discorso, e, come vecchi diventati bambini, adattiamole al tuo
stato.
CLINIA: Procediamo allora, e non indugiamo oltre.
ATENIESE: Invochiamo un dio in vista della costituzione di questo stato: e quello ci ascolti, e dopo averci ascoltati
giunga presso di noi benevolo e ben disposto per contribuire all'ordinamento dello stato e delle leggi.
CLINIA: E allora che giunga presso di noi.
ATENIESE: E quale costituzione abbiamo in mente di dare a questo stato?
CLINIA: Non capisco quello che vuoi dire. Spiega ancor più chiaramente.
Alludi ad una democrazia, ad un'oligarchia, ad un'aristocrazia, ad una monarchia? Non vorrai pensare ad una
tirannide, come noi crediamo.
ATENIESE: Coraggio allora, chi di voi due vuole rispondere per primo, dicendo qual è fra queste la forma di
governo che si trova nel suo stato?
MEGILLO: Non sarebbe giusto che parlassi per primo io che sono il più vecchio?
CLINIA: Forse.
MEGILLO: A pensarci bene, straniero, non saprei dirti come si dovrebbe chiamare la costituzione spartana. Ora mi
pare che assomigli ad una tirannide - è incredibile, infatti, come il potere degli efori sia diventato tirannico in essa -, ora
invece mi sembra che più di ogni altro stato somigli ad una democrazia. D'altronde sarebbe del tutto assurdo non
definirla un'aristocrazia: in essa esiste una monarchia a vita che da tutte le genti e da noi stessi è ricordata come la più
antica. Io così, in questo momento, interrogato all'improvviso, come dicevo, non so effettivamente rispondere né
stabilire a quale fra queste costituzioni appartenga.
CLINIA: Mi sembra di trovarmi nella stessa condizione, Megillo: mi riesce infatti abbastanza difficile affermare e
sostenere con sicurezza a quale forma di governo appartenga la costituzione di Cnosso.
ATENIESE: Carissimi amici, voi infatti siete partecipi di costituzioni politiche realmente esistenti: per quanto
riguarda invece quelle che abbiamo nominato ora, non sono costituzioni, ma strutture politiche in cui una parte di
cittadini è dominata ed asservita da un potere assoluto, e ciascuna di esse prende il nome dal potere esercitato dal
signore. E se lo stato dovesse prendere il nome da uno di quei signori, si dovrebbe citare il nome di quel dio che è
veramente signore di quanti sono dotati dell'intelletto.
CLINIA: E qual è questo dio?
ATENIESE: Non dobbiamo forse servirci ancora un poco del mito, se vogliamo chiarire come si deve quel che ora è
stato domandato?
CLINIA: Dunque non bisogna comportarsi così?
Platone Le leggi
45
ATENIESE: Senza dubbio. Si dice dunque che molto tempo prima che sorgessero quegli stati dì cui in precedenza
abbiamo esaminato la formazione fosse sorto, al tempo di Crono, (5) un regno ed un governo assai felici, di cui i
governi migliori che abbiamo noi oggi non sono che un'imitazione.
CLINIA: è assolutamente necessario ascoltarti, a quanto pare, mentre parli di questa forma di governo.
ATENIESE: Mi sembra di sì: ed è per questo che l'abbiamo condotta in mezzo ai nostri ragionamenti.
CLINIA: Ti sei comportato nel modo più giusto: e se vorrai qui di seguito esporre il mito, sempre che si adatti al
nostro discorso, farai ancor meglio.
ATENIESE: Bisogna fare come dite. Accogliamo dunque per tradizione una notizia che ci riferisce di una vita beata
degli uomini di allora e di come ogni cosa crescesse abbondante e si offrisse spontaneamente. Si dice anche che questa
fosse la ragione di tali fatti. Sapendo Crono, come noi abbiamo visto, che la natura dell'uomo non è affatto capace di
guidare autonomamente tutte le azioni umane, senza che si riempia di tracotanza e di ingiustizia, riflettendo su queste
cose, mise a capo dei nostri stati, come re e governanti, non uomini, ma demoni appartenenti ad una stirpe più divina e
migliore, come adesso noi facciamo con gli armenti e con tutte le mandrie di animali domestici: non mettiamo buoi a
capo di buoi, né capre a capo di capre, ma siamo noi che li dominiamo, perché la nostra stirpe è migliore della loro.
Allo stesso modo anche il dio, che amava gli uomini, mise a capo di noi la stirpe dei demoni, migliore della nostra,
ed essi, con grande facilità per loro ed enorme sollievo per noi, si presero cura di noi e ci procurarono pace, pudore,
buone leggi e giustizia in abbondanza, rendendo la stirpe degli uomini priva di sedizioni e felice. Come dice anche
questo racconto, attingendo alla verità, in quegli stati in cui non sia al governo un dio, ma un comune mortale, non vi è
scampo per essi ai mali e alle sofferenze: ma questo mito ritiene che noi dobbiamo imitare con ogni mezzo la vita che si
racconta ai tempi di Crono, e che, prestando ascolto a tutto ciò che in noi vi è d'immortale guidiamo, in pubblico e in
privato, le nostre famiglie e gli stati, dando il nome di legge a questa direzione dell'intelletto. Ma se un singolo
individuo, un'oligarchia, o anche una democrazia hanno un'anima che tende ai piaceri e ai desideri, e chiede di esserne
riempita, e non solo è del tutto incapace di trattenersi, ma è anche oppressa da un male incessante ed insaziabile, se
dunque persone come queste governeranno uno stato o un singolo individuo calpestando le leggi, come ora dicevamo,
non ci sarà modo di salvarsi.
Questo è dunque il racconto che noi ora dobbiamo prendere in esame, Clinia, per vedere se dobbiamo prestargli fede
o che cosa dobbiamo fare.
CLINIA: è senz'altro necessario prestargli fede.
ATENIESE: Hai mai dunque considerato il fatto che alcuni affermano che vi sono tante specie di leggi quante sono
le forme di costituzione, le forme di costituzione, per intenderci, che abbiamo passato in rassegna poco fa, e di cui
parlano la maggior parte delle persone?
E non ritenere che l'attuale questione sia di scarso valore, ma, al contrario, ritienila di importanza capitale: il
problema, dunque, che siamo di nuovo tornati a dibattere, riguarda la direzione in cui dobbiamo rivolgerci per
distinguere ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. Si dice infatti che le leggi non devono mirare né alla guerra, né alla
virtù nel suo complesso, ma a ciò che è vantaggioso alla costituzione, in qualunque modo essa sia stata formata, perché
essa detenga sempre il comando senza venire abbattuta, e la naturale definizione di ciò che è giusto sarebbe detta
benissimo in questo modo.
CLINIA: Come?
ATENIESE: Che il giusto consiste nel vantaggio del più forte.
CLINIA: Parla ancora più chiaramente.
ATENIESE: In questo modo, allora. Chi fissa le leggi nello stato, dicono, è colui che ogni volta detiene la forza. O
no?
CLINIA: Vero.
ATENIESE: Forse pensi, dicono, che quando una democrazia, o una qualsiasi altra costituzione, o un tiranno,
risultino vittoriosi fisseranno di loro spontanea volontà delle leggi che innanzitutto non mirino a nient'altro se non al
vantaggio di mantenere a se stessi il comando?
CLINIA: Come non potrebbe essere così?
ATENIESE: E chi violerà queste leggi che sono state fissate, non sarà punito, come se avesse commesso ingiustizia,
da chi le ha stabilite e le ha definite giuste?
CLINIA: Pare.
ATENIESE: E sempre in tal modo e così si regolerà ciò che è giusto.
CLINIA: Lo dice il ragionamento stesso.
ATENIESE: Questo è infatti uno dei princìpi che riguardano il comando.
CLINIA: Quali princìpi?
ATENIESE: Quelli che abbiamo già preso in esame, e che riguardano chi debba comandare e chi debba essere
comandato. E risultò evidente che i genitori devono comandare i figli, i più vecchi i più giovani, i nobili chi nobile non
è, e innumerevoli altri casi del genere, se ci ricordiamo, ed alcuni erano anche di ostacolo ad altri: e uno di essi era
proprio questo, e cioè dicevamo che Pindaro giustifica la massima forza, come egli dice, riconducendola alla natura.
CLINIA: Sì, questo è quello che allora si diceva.
ATENIESE: Esamina a chi dei due il nostro stato dev'essere affidato.
Infinite volte è accaduta una cosa del genere in alcuni stati.
CLINIA: Che cosa?
Platone Le leggi
46
ATENIESE: Quando ci si è scontrati in battaglia per il potere, i vincitori si appropriano a tal punto degli affari dello
stato che non permettono ai vinti di partecipare neppure in minima parte del potere, e non solo a loro, ma neppure ai
loro figli, e vivono tenendosi d'occhio l'un con l'altro, perché nessuno mai giunga al potere e insorga contro, memore dei
mali subiti in passato. Noi ora naturalmente diciamo che queste non sono costituzioni e non sono giuste quelle leggi che
non sono stabilite nel comune interesse dello stato: e se le leggi vengono istituite nell'interesse di alcuni, noi diciamo
che costoro sono uomini di parte, e non cittadini, e ciò che quelli chiamano giustizia è un termine vano.
E parliamo in questi termini perché non intendiamo affidare le cariche nel tuo stato a un tale solo perché è ricco, o
perché possiede un'altra di queste qualità, come la forza, la grandezza, la nobiltà: chi invece è assai obbediente alle leggi
stabilite e riporta questa vittoria nello stato, a costui, diciamo, dev'essere affidato anche l'incarico di servire gli dèi, che
è l'incarico più importante per lui che è primo, e quello che è secondo per importanza a chi è secondo per valore, e così,
secondo questa proporzione, bisogna affidare ciascun incarico che viene dopo di questi a quelli che seguono. Ora questi
governanti che sono stati appena definiti "servitori delle leggi", non li ho chiamati così per la novità di creare termini
nuovi, ma perché sono convinto che sia soprattutto questo fatto a determinare la salvezza dello stato o il contrario.
In quello stato in cui la legge sia comandata e priva di autorità, in quel luogo vedo che la rovina è imminente:
laddove invece detenga il potere assoluto sui governanti, e i governanti siano asserviti alla legge, intravedo la salvezza,
e tutti quei beni che gli dèi affidarono agli stati.
CLINIA: Sì, per Zeus, straniero, grazie all'età hai una vista acuta.
ATENIESE: Un giovane vede infatti queste cose con la vista offuscata, mentre la vista di un vecchio si fa
acutissima.
CLINIA: Verissimo.
ATENIESE: E che dire dopo di ciò? Non possiamo immaginare che i coloni siano giunti e siano qui presenti, e che
dunque si debba loro esporre il discorso che segue?
CLINIA: E come no?
ATENIESE: «Uomini», diciamo allora rivolgendoci loro, «il dio, come recita anche l'antica tradizione, avendo in sé
il principio, la fine, e il mezzo di tutte le cose che sono, compie perfettamente, secondo la sua natura, un moto circolare.
Sempre lo accompagna la giustizia vendicatrice di coloro che hanno lasciato la legge del dio: e chi vuole essere felice
segue questa facendosi umile e disciplinato, chi invece si inorgoglisce e si esalta per le ricchezze o gli onori, o anche si
infiamma prepotentemente nell'anima per la bellezza e la giovinezza del corpo, e per la stoltezza crede di non aver
bisogno né di una guida né di un capo, ma addirittura di essere capace di guidare gli altri, viene lasciato solo dal dio, e
una volta abbandonato, accogliendo altri individui come lui salta in modo scomposto sconvolgendo tutto quanto, e a
molti pare un gran personaggio, ma dopo non molto tempo subisce un giusto castigo da parte della giustizia, e allora
distrugge completamente se stesso, la sua famiglia, e lo stato. Dinanzi ad una situazione del genere, come deve o non
deve agire o pensare l'uomo assennato?» CLINIA: Questo, è chiaro: chiunque deve pensare di essere fra quelli che
seguiranno il dio.
ATENIESE: «Qual è il modo di agire che è caro e che è conforme al dio? Uno solo, e contiene un solo antico
precetto: il simile ama il suo simile, quando è moderato, mentre le cose che non hanno misura non si amano fra di loro e
non sono amate da ciò che contiene la misura. Il dio è per noi misura di tutte le cose, e molto di più dell'uomo, come
alcuni pensano: e chi vorrà diventare caro a un essere come questo, è necessario che per quanto gli è possibile diventi
tale quale esso è, e secondo questo ragionamento colui che fra noi è temperante è caro al dio perché gli è simile, chi
invece non lo è gli è dissimile, ed è nemico ed ingiusto, e lo stesso discorso vale così per le altre cose. Consideriamo
inoltre questo precetto che segue a quelli già detti, e che, io credo, è il più bello e il più vero dì tutti i precetti, secondo
cui per l'uomo buono far sacrifici in onore del dio ed innalzare sempre ad essi preghiere e fare offerte e venerarli in ogni
modo, è il mezzo più bello, più nobile, e più efficace per conseguire la vita felice, e gli si addice in modo particolare,
mentre al malvagio avviene per natura tutto il contrario. Il malvagio infatti non è puro nell'anima, mentre è puro chi ha
qualità opposte, e non è bene che un uomo buono o un dio ricevano doni da parte di uno che si è macchiato di colpe:
vano infatti è l'enorme sforzo compiuto dagli empi per pregare gli dèi, mentre è assai opportuno quello compiuto da
tutte le persone pie. Questo è dunque il fine cui si deve mirare: ma quali sono i dardi per questo fine, e come si possono
scagliare? E, ancora, quali cose possiamo portare fra le cose dette come le più giuste? Prima di tutto gli onori, diciamo,
che dopo aver assegnato agli dèi Olimpici e a quelli che proteggono la città, assegnamo agli dèi sotterranei: e
distribuendo loro in numero pari le parti sinistre delle vittime che sono di seconda qualità, si raggiungerà il fine della
pietà nel modo più giusto, mentre le parti destre che a queste sono superiori, in numero dispari, agli dèi che poco fa
abbiamo menzionato.
Dopo questi dèi, l'uomo assennato celebrerà anche i demoni, e dopo di essi gli eroi. Seguiranno gli omaggi che
verranno tributati alle statue proprie degli dèi patri, secondo la legge, e, dopo di che, gli onori ai genitori ancora in vita:
perché per volontà divina il debitore deve regolare i primi e più grandi debiti, e i più antichi fra tutti, e deve ritenere che
tutte le cose che si è procurato e che possiede sono tutte quante di proprietà di chi lo ha generato ed allevato, e deve
metterle al servizio di questi con ogni sforzo, a cominciare dalla ricchezza, e quindi, in secondo luogo, i beni del corpo,
e infine quelli dell'anima, e bisogna che saldi così i debiti con chi anticamente ha prestato le proprie cure, sin dalla
gioventù, sopportando pene e sacrifici, dando pertanto ai vecchi ciò di cui si ha bisogno durante la vecchiaia. Per tutta la
vita è opportuno mantenere e aver mantenuto parole assai rispettose nei confronti dei propri genitori, perché è
gravissimo il castigo per quelle parole pronunciate con leggerezza d'animo e che volano via - Nemesi, (6) nunzio della
giustizia, è stata posta come custode di tutte quelle mancanze che si riferiscono a quest'ambito -; mentre si deve cedere
Platone Le leggi
47
ai genitori che si adirano e che danno libero sfogo alla loro collera, sia che lo facciano con le parole o con i fatti,
riconoscendo che quando un padre crede di essere stato offeso dal figlio, è naturale che si adiri con particolare
veemenza. E quando i genitori moriranno, la tomba più sobria sarà la più bella, senza superare da un lato i fasti abituali,
e senza essere inferiori, dall'altro, a quelle che gli antenati posero per i loro genitori; e allo stesso modo ogni anno,
nell'anniversario della loro morte, si paghi il tributo d'onore. E se non si trascurerà di conservare la loro perenne
memoria, si potrà così onorarli sempre di più, e si assegnerà ai defunti quella giusta porzione di spesa che fu concessa
dalla sorte. Compiendo queste cose e vivendo in questo modo ciascuno si guadagnerà ogni volta la stima degli dèi e di
quelli che fra noi hanno più valore, trascorrendo il resto della vita in mezzo alle buone speranze».
Per quel che riguarda i doveri verso i figli, i parenti, gli amici, e i concittadini, e tutte quelle attenzioni volute dagli
dèi nei confronti degli ospiti e i rapporti che si hanno con tutti questi - e chi riesce ad assolvere questi doveri secondo la
legge dovrà rendere splendente e nobile la propria vita - vi sono le leggi stesse che ora esporremo, le quali, ora
persuadendo, ora punendo con la forza e la giustizia chi non sa piegarsi alla persuasione dei costumi, rendono il nostro
stato, sempre che gli dèi lo vogliano, beato e felice. Vi sono altre cose che il legislatore dovrebbe dire e che coincidono
con il mio pensiero, ma che non converrebbe dire sotto forma di legge: mi sembra che a proposito di queste cose
dovrebbe recare una prova a se stesso e a coloro per i quali egli legifera, esaminando tutto quel che rimane, per quanto è
possibile, e dopo di che cominciare a stabilire le leggi. E sotto quale forma si potranno trattare meglio simili cose? Non
è certamente facile dirle in una sola parola come in uno schizzo, ma cerchiamo di coglierle così, se riusciamo a fissare
per quelle dei sicuri punti di riferimento.
CLINIA: Dicci quali.
ATENIESE: Vorrei che i cittadini fossero il più possibile obbedienti alla virtù, ed è chiaro che il legislatore tenterà
di far ciò nell'approntare la sua legislazione.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Mi pare allora che quanto è stato detto serva a fare in modo che i moniti che sono stati espressi siano
ascoltati con più dolcezza e benevolenza, se non vengano colti da un animo del tutto rozzo: sicché, anche se non di
molto, ma di poco, renderanno colui che ascolta ciò che dice il legislatore più sereno e più ben disposto, questo ci
renderà già contenti. Non si trovano facilmente e non sono molti quei cittadini che desiderano diventare il più possibile
e il più rapidamente migliori, e molti dichiarano che è saggio Esiodo quando afferma che la strada che porta al vizio è
piana e si può percorrere senza sudore, perché è assai breve, mentre egli dice, «dinanzi alla virtù gli dèi immortali hanno
posto il sudore e lunga e ripida la strada che porta ad essa, aspra all'inizio: ma quando tu sia giunto al punto estremo è
facile allora, anche se prima è stata dura».(7) CLINIA: Mi pare che dica bene.
ATENIESE: Senza dubbio. Voglio però esporvi ciò che il precedente discorso ha determinato in me.
CLINIA: Esponi pure.
ATENIESE: Diciamo allora al legislatore conversando con lui: «Dicci, legislatore: se tu sapessi che cosa noi
dobbiamo fare e dire, non è chiaro che tu lo diresti?».
CLINIA: Necessariamente.
ATENIESE: «Non ti abbiamo sentito dire un momento fa che il legislatore non deve permettere che i poeti facciano
ciò che a loro piace? Non saprebbero infatti che cosa mai direbbero così da risultare contrario alle leggi, e quindi
danneggerebbero lo stato».
CLINIA: Quello che dici è vero.
ATENIESE: E se invece dei poeti gli parlassimo in questo modo, non risulterebbero opportune queste parole?
CLINIA: Quali parole?
ATENIESE: Eccole: «Vi è un antico mito, legislatore, che viene sempre narrato da noi e che molti altri approvano,
secondo il quale il poeta, quando siede sul tripode della musica, non è più in se stesso, ma come una fonte lascia
scorrere subito ciò che gli affluisce, e dato che la sua arte consiste nell'imitazione, si vede costretto, quando rappresenta
uomini che hanno stati d'animo opposti gli uni agli altri, ad affermare spesso il contrario di quello che pensa, e non sa
neppure se fra le cose dette siano vere queste o quelle altre. Ma il legislatore non può far così nell'abito della legge, vale
a dire stabilire due norme intorno ad un unico caso, ma deve sempre mostrare un solo criterio intorno ad un unico fatto.
Vedi un po' questo ricavandolo dalle stesse cose che hai detto ora. Se vi è una sepoltura troppo sfarzosa, un'altra troppo
povera, e un'altra media, scegliendo una sola di queste, quella media, questa prescrivi e lodi senza giri di parole: ma io,
se dovessi rappresentare una donna che si distingue per la sua ricchezza, che mi ordinasse nel corso del poema di
seppellirla, tesserei l'elogio della sepoltura eccessivamente sfarzosa, se invece l'ordine arrivasse da un uomo economo e
povero, elogerei la forma di sepoltura povera, ed infine chi possegga una ricchezza in proporzioni moderate e sia egli
stesso moderato, elogerebbe quel tipo di sepoltura che è come lui. Ma tu non devi dire così come hai detto adesso
quando hai detto "medio", ma devi dire in che cosa consiste questo medio e quantificarlo, altrimenti non pensare che un
discorso come questo possa mai diventare legge».
CLINIA: Quello che dici è verissimo.
ATENIESE: Forse dunque chi ha ricevuto da noi l'incarico di redigere le leggi non formulerà alcuna avvertenza
all'inizio delle leggi, ma spiegherà subito quel che si deve e quel che non si deve fare, e dopo aver minacciato la pena,
rivolgerà le sue attenzioni ad un'altra legge, senza aggiungere a quanto è stato fissato per legge neppure un'esortazione o
una parola di persuasione?
Potrebbe a questo riguardo valere l'esempio di un medico: uno è solito curarci ogni volta in questo modo, un altro in
quell'altro modo. Ricordiamoci allora l'uno e l'altro metodo, per pregare il legislatore proprio come bambini che
Platone Le leggi
48
domandano al medico di curarli nel modo più dolce. Che cosa vogliamo dire? Vi sono dei medici, diciamo, e certi
collaboratori dei medici, ed anche questi li chiamiamo medici.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Che siano liberi o schiavi, apprendono l'arte conformandosi agli ordini dei padroni, e all'osservazione,
e all'esperienza, ma non secondo la loro natura, così come invece gli individui liberi hanno imparato l'arte e la
insegnano ai propri figli.
Ammetti che queste siano due categorie di quelli che si chiamano medici?
CLINIA: E come no?
ATENIESE: Dunque ti rendi anche conto del fatto che, essendoci negli stati malati che sono schiavi e malati che
sono liberi, gli schiavi curano gli schiavi, correndo spesso a casa loro o aspettandoli negli ambulatori, e nessuno di tali
medici fornisce o accoglie ragione alcuna intorno alle singole malattie di ciascuno, ma prescrive ciò che gli sembra
opportuno in base all'esperienza che ha, come se fosse perfettamente competente, con vanagloria come un tiranno, e
quindi se ne va da un altro schiavo malato, e allevia così al padrone la cura dei malati: il medico libero, invece, cura e
studia nella maggior parte dei casi le malattie dei liberi, esaminandole sin dal principio e secondo la loro natura, e rende
partecipe l'ammalato stesso e i suoi amici della sua indagine e lui stesso apprende qualcosa dai malati, e, nello stesso
tempo, per quanto gli è possibile, insegna al malato; e non prescrive nulla prima di averlo convinto, e allora, rendendo
docile e preparando il paziente mediante la persuasione, tenta di riportarlo perfettamente alla salute. è migliore allora
quel medico che procede nel primo modo o nel secqndo? E quale maestro di ginnastica nel praticare la ginnastica? è
migliore chi esprime la propria capacità con due metodi o chi si serve di uno solo, e per giunta del peggiore e del più
rozzo dei due?
CLINIA: è assai superiore, straniero, il doppio metodo.
ATENIESE: Vuoi che osserviamo come questo doppio metodo e quello semplice si realizzano nella legislazione?
CLINIA: E come non vorrei?
ATENIESE: Coraggio, per gli dèi, quale sarà la prima legge che il legislatore stabilirà? Non stabilirà, per natura,
nelle sue disposizioni, il principio riguardante l'origine degli stati?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: E il principio della nascita di ogni stato non consiste forse nell'unione e nella relazione coniugale?
CLINIA: E come no?
ATENIESE: Probabilmente allora, se si stabiliscono per prime le leggi coniugali, risultano ben stabilite ed orientano
lo stato nella giusta direzione.
CLINIA: Senza dubbio.
ATENIESE: Formuliamo in primo luogo la forma semplice della legge, che può suonare così: «Ognuno si deve
sposare, tra i trenta e i trentacinque anni; in caso contrario, sia punito con una multa o con la privazione dei diritti civili,
e la multa ammonti a tanto e a tanto, e in questo e in quel modo avvenga la privazione dei diritti civili». Sia tale la
formulazione semplice della legge riguardante i matrimoni, mentre quella doppia sia così: «Ognuno si deve sposare, tra
i trenta e i trentacinque anni, considerando che in certo modo il genere umano per una certa sua natura prende parte
dell'immortalità, di cui ognuno ha innato e profondo desiderio: e questo desiderio consiste nel diventare celebri,
evitando dì rimanere senza nome una volta che si è morti.
La stirpe degli uomini è connaturata con il tempo nella sua totalità, perché lo accompagna e lo accompagnerà sino
alla fine, e in tal modo è immortale, per cui, lasciando i figli e i figli dei figli e restando sempre identica ed una,
mediante la generazione dei figli prende parte dell'immortalità: privarsi allora volontariamente di ciò non è cosa affatto
pia, e deliberatamente agisce così chi trascura moglie e figli. Chi dunque rispetta la legge non sarà oppresso dalla
punizione, chi al contrario non obbedisce, e non si è ancora sposato pur avendo raggiunto l'età di trentacinque anni, sia
punito ogni anno con una multa che ammonta a tanto e a tanto, in modo che non pensi che il celibato gli porti qualche
guadagno o sollievo, e non prenda parte di quegli onori che in uno stato i più giovani rendono ogni volta ai più anziani».
Ascoltata la legge formulata in questo modo e messala a confronto con quell'altra, è possibile considerare, riguardo a
ciascuna forma, se le leggi debbano essere in tal modo doppie, anche se di lunghezza limitata, e facciano ricorso alla
persuasione e insieme alla minaccia, oppure se debbano servirsi della sola minaccia e siano semplici per quel che
riguarda la lunghezza.
MEGILLO: Per il costume laconico, straniero, la brevità è sempre da preferirsi: in ogni caso se mi si invitasse ad
essere giudice di questi due testi di legge per scegliere quale preferirei stabilire nello stato, la mia scelta ricadrebbe sul
più lungo, e anche per quanto riguarda ogni legge, secondo questo modello, se ve ne fossero due, sceglierei sempre lo
stesso. E a questo nostro Clinia non devono dispiacere le leggi che adesso abbiamo stabilito: è suo infatti lo stato che
ora pensa di servirsi di tali leggi.
CLINIA: Hai detto bene, Megillo.
ATENIESE: Discorrere allora sulla lunghezza e sulla brevità dei testi delle leggi è davvero opera vana: credo infatti
che bisogna stimare ciò che è migliore, non ciò ciò che è più breve o più lungo.
E fra le leggi di cui ora si è parlato, non solo vi è un genere che è due volte migliore dell'altro in relazione all'utilità
pratica, ma come ora dicevo, è stato assai opportuno presentare due categorie di medici. A questo proposito pare che
nessuno dei legislatori abbia mai preso in considerazione questo fatto, e cioè che essendo possibile servirsi di due mezzi
per stabilire le leggi, la persuasione e la forza, secondo quello che si può fare con la massa inesperta di educazione, essi
si servono soltanto di uno solo: infatti nell'atto di legiferare non mescolano l'impetuosità con la persuasione, ma si
Platone Le leggi
49
servono solo della pura forza. Quanto a me, o beati, vedo che c'è bisogno di una terza via che sin'ora non si è mai
seguita.
CLINIA: A quale via alludi?
ATENIESE: Essa è scaturita, grazie ad un dio, dalle cose che ora abbiamo detto nel corso della nostra discussione.
Direi che da quando abbiamo cominciato a discorrere delle leggi - ed era l'alba, mentre ora si è fatto mezzogiorno e noi
abbiamo raggiunto questo splendido luogo di riposo - pur non avendo fatto altro che conversare di leggi, mi sembra che
solo un momento fa abbiamo cominciato a parlarne, mentre tutto quanto abbiamo detto prima valeva come proemio ad
esse. Perché ho detto ciò?
Quello che intendevo dire è che di tutti i discorsi e di tutto ciò che ha attinenza con la voce vi sono dei proemi e
quasi dei preludi che rappresentano un abile punto di partenza utile per ciò che si dovrà sviluppare. E per le cosiddette
leggi del canto citaredico e per ogni altro genere di musica vi sono proemi realizzati con mirabile cura: mentre per
quelle che sono leggi a tutti gli effetti, come appunto affermiamo che siano quelle politiche, nessuno disse mai che vi
fosse un proemio, e neppure venne composto e dato alla luce, come se non potesse esistere per natura. Ma la
discussione che noi ora abbiamo affrontato, per quel che mi sembra, indica che il proemio esiste, e che quelle leggi che
poco fa mi sembrarono e chiamai doppie, non erano doppie così, sempliceme nte, ma erano effettivamente due realtà
distinte, la legge e il proemio della legge: e la prescrizione che abbiamo definito tirannica e che assomiglia alle
prescrizione dei medici che abbiamo chiamato non liberi è la vera e propria legge allo stato puro, mentre ciò ciò che fu
detto prima di questo, e che fu da costui definito persuasivo, è in effetti persuasivo, e ha il valore di un proemio dei
discorsi. Mi pare evidente che tutto questo discorso - e chi lo tiene lo pronuncia per persuadere - sia detto proprio per
questa ragione, e cioè perché colui al quale si rivolge l'attività legislativa del legislatore accolga benevolmente
quell'ordine che è appunto la legge, e grazie alla benevolenza, diventi più docile ad apprenderla: perciò secondo il mio
ragionamento, bisognerebbe più giustamente chiamare questa cosa proemio, e non testo di legge.
Detto questo, che cosa vorrei quindi aggiunere? Questo, e cioè che il legislatore, badando a tutte quante le leggi, non
deve lasciarle prive di proemio, ma deve assegnarlo a ciascuna, in modo che le leggi differiscano da se stesse nella
misura in cui differivano le due leggi di cui ora si è detto.
CLINIA: A mio avviso dovremmo comandare chi conosce queste cose di non legiferare diversamente.
ATENIESE: Mi sembra, Clinia, che tu dica bene quando affermi che ogni legge deve avere il suo proemio e che,
cominciando a stabilire il complesso delle leggi, bisogna premettere a tutto il testo il proemio che si adatti naturalmente
a ciascuna parte - non è di scarso valore ciò che si dirà in seguito, e neppure riveste scarsa importanza ricordarsi
chiaramente o no queste cose -, ed è fuor di dubbio che se comandassimo di premettere ugualmente proemi tanto
dinanzi a leggi di grande importanza quanto a quelle di scarsa importanza, non diremmo bene. Non bisogna farlo né
prima di un discorso o di un canto qualsiasi - anche se per natura essi sono in tutti i componimenti, non sono però
necessari in tutti i casi - ma bisogna ogni volta affidare tale compito di comporli al retore, al musicista, e al legislatore.
CLINIA: Quello che dici mi pare verissimo. Ma, straniero, non stiamo qui a perdere più tempo, e ritorniamo al
discorso, cominciando da quelle cose, se vuoi, che tu allora hai detto senza la precisa intenzione di voler fare un
proemio. Ritorniamo dunque nuovamente indietro, dato che, come dicono i giocatori, la seconda prova è migliore della
prima, svolgendo quindi il proemio, non un discorso a caso, come abbiamo fatto poco fa: riprendiamo dall'inizio, e
accordiamoci sul fatto che facciamo il proemio. Per quel che riguarda l'onore verso gli dèi e il rispetto verso i genitori,
quanto si è appena detto può bastare: proviamo a dire quel che segue, finché non ti sembri che il proemio sia stato detto
in modo adeguato. Dopo di che passerai ad esporre le leggi stesse.
ATENIESE: Dunque sugli dèi e su coloro che li seguono, sui genitori ancora in vita e su quelli già morti, si è già
fatto un adeguato proemio, come ora abbiamo detto: ora mi sembra che tu mi comandi di portare quasi alla luce quella
parte di proemio che ancora resta da esporre.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Ma dopo tali cose, sarebbe conveniente e di grande interesse per tutti riflettere sul modo con cui
bisogna tendere o allentare la tensione nei confronti delle anime, dei corpi, e delle sostanze, così che chi parla e chi
ascolta consegue, per quanto gli è possibile, l'educazione: e queste sono le cose che noi dobbiamo effettivamente dire ed
ascoltare dopo di quelle.
CLINIA: è giustissimo quello che dici.
NOTE: 1) Omero, Ilias, libro 14, versi 96-101.
2) La battaglia di Platea avviene nel 479 a.C.
3) Promontorio sulla costa nordoccidentale dell'isola di Eubea. La battaglia dell'Artemisio avvenne nel 480 a.C.
4) Cfr. Omero, Ilias, libro 1, versi 247-252.
5) Personaggio della mitologia greca, il più giovane dei Titani. Qui si allude alla leggenda secondo la quale Crono,
dopo aver rovesciato il potere del padre Urano, avrebbe regnato sulla terra, in una sorta di età dell'oro.
6) Figura mitologica, figlia della notte e personificazione dell'ira che punisce l'insolenza umana.
7) Esiodo, Opera e dies, 289-292.
Platone Le leggi
50
LIBRO QUINTO
ATENIESE: Presti attenzione chiunque ha appena udito ciò che ho detto sugli dèi e sui cari antenati: infatti fra tutti i
beni che si possiedono l'anima è quello più divino dopo gli dèi, il più intimo.
Tutte le cose che ognuno possiede si dividono in due generi.
Il primo genere, superiore e migliore, comanda, il secondo, inferiore e peggiore, serve: bisogna allora preferire
quelle cose che dentro noi comandano rispetto a quelle che servono. Dicendo allora che dopo gli dèi, che sono i padroni,
e dopo quelli che seguono gli dèi, bisogna onorare come seconda la propria anima, formulo una giusta esortazione:
eppure nessuno di noi, per così dire, onora rettamente la propria anima, anc he se lo pensa.
L'onore infatti è un bene divino, mentre nessuno dei mali è degno di onore, e chi crede di accrescere la propria
anima mediante discorsi, o doni, o certe concessioni non la rende assolutamente migliore da peggiore che era, e anche
se crede di renderle onore, non lo fa affatto. Non appena ogni individuo diventa uomo ritiene di essere in grado di
conoscere ogni cosa e pensa di onorare la propria anima elogiandola, e le permette volentieri di fare ciò che vuole; ma
secondo quel che diciamo ora, comportandosi in questo modo, la si danneggia e non la si onora: bisogna allora, come
diciamo, considerarla seconda per importanza dopo gli dèi. E quando un uomo non ritiene di essere responsabile dei
propri sbagli e di moltissimi e gravissimi mali, ma incolpa gli altri esimendosi sempre da ogni responsabilità, non rende
certo onore alla propria anima, come crede, ma ne è ben lontano: la danneggia. E quando trae godimento dai piaceri
oltre la norma e l'approvazione del legislatore, allora non le rende affatto onore, anzi la disonora riempiendola di mali e
di pentimenti. E neppure quando, al contrario, non si esercita a resistere, ma cede dinanzi alle fatiche, alle paure, alle
sofferenze e ai dolori che vengono elogiati, allora cedendo non la onora: non la rende degna di onori, dunque, quando
compie tutte queste cose. E neppure quando ritiene che il vivere sia sotto ogni aspetto un bene, la onora, anzi, la
disonora: quando infatti l'anima ritiene che tutto ciò che si trova nell'Ade sia malvagio, l'uomo cede e non sa reagire,
invece di insegnarle e di dimostrarle che essa non sa neppure se, al contrario, presso gli dèi in quel luogo, vi sono i beni
più grandi per noi. E se si preferirà la bellezza alla virtù, non sarà altro che un effettivo e assoluto disonore per l'anima.
Questo discorso dice infatti che il corpo è più degno di onori dell'anima, ed è fallace: perché nessun essere nato dalla
terra è più degno di onori degli dèi olimpi, ma chi sull'anima ha un'opinione diversa, trascura il fatto di possedere un
bene meraviglioso. E quando si prova l'ardente desiderio di possedere disonestamente delle ricchezze e non ci si
tormenta di tale possesso, con questi doni non si onora la propria anima - tutt'altro - dato che l'onore e la sua bellezza
vengono venduti per poco oro: e tutto l'oro che si trova sulla terra e sotto terra non è equivalente alla virtù. In sintesi, chi
non voglia da un lato staccarsi in alcun modo dalle cose che il legislatore ha giudicato e sancito malvagie e turpi,
cercando dall'altro di coltivare con ogni sforzo quelle che di contro sono belle e buone, ogni uomo che si comporta così
non sa che tratta l'anima, il bene più divino, nel modo più disonorevole e più sconveniente. E nessuno, per così dire,
calcola la pena che viene definita come la più grave e che è da porre in relazione con la malvagità: è pena gravissima il
rendersi simili a chi è malvagio, e una volta diventati simili, evitare gli uomini e i discorsi onesti, e separarsi da essi, e
congiungersi invece a quegli altri inseguendoli e intrecciando con loro fitti rapporti; è inevitabile che chi frequenta
questo genere di persone faccia e subisca ciò che quelle persone sono solite fare e subire fra loro. E questa condizione in
cui ci si viene a trovare non coincide con la giustizia - la giustizia e il giusto sono realtà belle - ma con la punizione, che
è la condizione che si accompagna all'ingiustizia, ed è infelice sia chi s'imbatte sia chi non s'imbatte in tale punizione,
questo perché non guarisce, quello perché si annienta affinché molti altri si salvino. In sostanza, l'onore consiste per noi
nel seguire il meglio, e di rendere il peggio, che contiene la facoltà di migliorarsi, il meglio possibile.
Nell'uomo non vi è dunque nessun bene che più dell'anima sia nato allo scopo di evitare il male, da un lato, e a
mettersi sulle tracce e ad afferrare, dall'altro, l'ottimo bene, e una volta afferratolo, vivere con esso per tutto il resto dela
vita: perciò abbiamo stabilito che l'anima fosse seconda quanto ad onore, mentre il terzo posto spetta - e chiunque può
intenderlo - all'onore che per natura si riserva al corpo. Bisogna quindi prendere in esame gli onori, e di questi alcuni
sono veritieri, ed altri illusori, ma questo compito spetta al legislatore. Mi sembra che egli indichi gli onori e dica che
sono questi e che alcuni siano così: il corpo è onorato non perché è bello, forte, veloce, grande, e sano - anche se molti
lo pensano -, e neppure per le sue qualità opposte, ma ciò che partecipa del giusto mezzo di tutte queste proprietà è
quanto di più saggio e sicuro possa esserci, poiché le une rendono le anime vanitose e sfrontate, le altre misere e senza
libertà. Lo stesso vale per il possesso di ricchezze e di beni, i cui onori vengono scanditi in egual modo: l'eccesso infatti
di tutti questi beni determina inimicizie e sedizioni negli stati e fra i privati cittadini, e la loro mancanza la schiavitù,
nella maggior parte dei casi. Nessuno ami eccessivamente le ricchezze per i figli, per lasciarli quanto più ricchi è
possibile, perché non è la cosa migliore né per loro, né per lo stato. Un patrimonio lasciato ai giovani che non li renda
intemperanti, e neppure bisognosi del necessario, è il più eccellente e il migliore, perché accordando e armonizzando
tutti gli aspetti della nostra vita la rende priva di sofferenze. Ai figli bisogna lasciare in grande misura il senso del
rispetto, non l'oro. Noi crediamo che castigando i giovani che mancano di rispetto lasceremo loro questa virtù: non si
può però far questo con le esortazioni impartite oggi ai giovani, secondo le quali si dice al giovane che deve aver
rispetto di ogni cosa. Il legislatore assennato consiglierà piuttosto i più anziani a rispettare i giovani, e a fare attenzione
che, più di ogni altra cosa, nessun giovane li veda o li ascolti mentre fanno o dicono qualcosa di turpe, perché se i
vecchi mancano del pudore, è inevitabile che anche i giovani siano più sfacciati: un'educazione eccellente per i giovani
così come per noi non è costituita dall'impartire ammonizioni, ma nel comportarsi espressam ente, nel corso della vita,
secondo gli ammonimenti che vengono impartiti ad un altro. E chi onora e venera la parentela e tutti quelli che con lui
condividono gli dèi protettori della famiglia e la natura dello stesso sangue avrà ragionevolmente gli dèi tutelari della
Platone Le leggi
51
nascita benevoli verso il seme dei suoi figli. E si procurerà amici e compagni benevoli nelle relazioni della vita, se
riterrà i servizi che quelli gli rendono più importanti e ragguardevoli di quanto quelli credano, e se, d'altro canto,
considererà i favori ch'egli rende agli amici meno grandi di quanto li ritengano invece gli amici e i compagni. Per lo
stato e i cittadini sarà dunque di gran lunga migliore chi, invece di vincere nelle gare di Olimpia e in tutte le
competizioni che si svolgono in guerra e in pace, preferirà vincere per la fama di aver servito le leggi della sua patria, e
di averle servite più nobilmente di tutti gli altri uomini nel corso della sua vita. Bisogna inoltre ritenere che i rapporti
con gli stranieri sono sacri al massimo grado: infatti tutte le colpe commesse dagli stranieri e quelle commesse nei loro
confronti dipendono da un dio vendicatore più di quelle che riguardano i cittadini.
Poiché infatti lo straniero è solo, senza compagni e parenti, merita più pietà da parte degli uomini e degli dèi: chi ha
la possibilità di vendicarlo lo aiuta più volentieri, e chi ha questa speciale possibilità è un demone che protegge ogni
straniero e un dio che si accompagna a Zeus Ospitale. Con molta precauzione, anche per chi abbia una scarsa
previdenza, si può trascorrere tutta la vita sino alla fine senza compiere alcuna mancanza nei confronti degli stranieri.
Ma fra tutte le colpe che riguardano gli stranieri e i conterranei, la più grave per ciascuno è quella che si commette
contro i supplici: perché il supplice, attraverso le sue suppliche, chiama un dio a testimoniare i suoi voti, e questo dio
diviene un protettore particolare di colui che ha subito, sicché chi ha sofferto non subirà mai senza vendetta ciò che ha
sofferto.
Abbiamo allora passato in rassegna i doveri che bisogna osservare nei confronti dei genitori, di se stessi, e dei propri
averi, quelli riguardanti lo stato, gli amici, e la parentela, e, ancora, quelli verso gli stranieri e anche i conterranei.
Quanto alla disposizione in cui ci deve trovare per trascorrere la vita nel modo migliore, lo esaminiamo qui di seguito:
sul fatto, cioè, che non la legge, ma l'azione educativa della lode e del biasimo rendono ogni persona docile e ben
disposta alle leggi che stanno per essere fissate, proprio questo diremo qui di seguito. La verità dunque guida tutti i beni
tanto per gli dèi, quanto per gli uomini: e possa subito in principio prenderne parte chi vuole diventare beato e felice, in
modo che trascorra la maggior parte del tempo insieme ad essa. Questi, infatti, è una persona sincera: infido invece chi
ama mentire volontariamente, stolto chi lo fa contro la sua volontà. Né l'uno né l'altro si devono invidiare. Senza amici è
infatti chiunque sia infido e stolto, e, con il passare del tempo, divenuto noto per i suoi difetti, riserva per sé una totale
solitudine, quando alla fine della vita si appressa la difficile vecchiaia, sicché, siano ancora in vita i suoi compagni e i
suoi figli o non lo siano più, vive quasi come un orfano la sua esistenza.
Degno di onori, invece, chi non commette ingiustizia alcuna, e chi non lascia agli ingiusti commettere ingiustizie è
più del doppio degno di onori rispetto a quell'altro: l'onore del primo, infatti, equivale ad un solo uomo, quello del
secondo a molti altri, poiché segnala ai magistrati l'ingiustizia degli altri. E chi concorre con i magistrati, nei limiti delle
sue possibilità, ad infliggere punizioni, lo si consideri uomo grande e perfetto nell'ambito dello stato, e lo si proclami
vittorioso nella gara della virtù.
Questo stesso elogio si deve dire anche riguardo alla temperanza e all'intelligenza e a tutti gli altri beni che uno non
solo ha la possibilità di avere, ma di cui può anche rendere partecipi gli altri: e colui che rende partecipe dei propri beni
dev'essere onorato come il più valente, mentre bisogna lasciare al secondo posto chi non è in grado di rendere partecipe
gli altri, ma lo vorrebbe, infine, chi è invidioso, e di sua volontà non rende amichevolmente partecipi di alcun bene gli
altri, allora costui bisogna biasimare; mentre non si deve affatto biasimare il bene per chi lo possiede, bisogna bensì con
ogni sforzo cercare di possederlo.
Chiunque gareggi con noi per la virtù, ma senza invidia. Un uomo come questo incrementerà gli stati, gareggiando
lui stesso, senza ostacolare gli altri con la calunnia; chi invece è invidioso, credendo di dover superare gli altri con la
calunnia, diminuisce la sua tensione verso la vera virtù e getta nello scoramento quelli che gareggiano con lui,
biasimandoli ingiustamente, e per queste ragioni rende l'intero stato privo di allenamento alla gara per la virtù e
sminuisce, per quel che è il suo contributo, la buona fama. Ogni uomo dev'essere irascibile, ma anche, per quel che gli è
possibile, mite. Non vi è infatti altro modo di sfuggire alle cattiverie degli altri, se esse sono moleste e difficili a curarsi
o addirittura del tutto incurabili, che quello di combattere e difendersi riportando la vittoria, e di punire senza fare
alcuna concessione: e non è possibile che ogni anima compia questo se non ha un cuore nobile. Quanto agli errori di
quelli che compiono ingiustizie, e sono curabili, bisogna innanzitutto riconoscere che ogni persona ingiusta è
involontariamente ingiusta: nessuno vorrà mai per nulla al mondo procurarsi spontaneamente alcuno dei mali più
grandi, soprattutto fra i suoi beni più degni di onore.
L'anima, abbiamo detto, è in verità il bene per tutti più degno di onori: e dunque in ciò che è più degno di onori
nessuno riceverà mai spontaneamente il male più grande vivendo tutta la vita nel suo possesso. Ma degno di pietà è
l'ingiusto, come colui che ha in sé i mali, ed è lecito provare pietà per chi ha un male curabile e trattenendo la propria ira
cercare di mitigarla, e non sdegnandosi ed inasprendosì come una donna, mentre verso chi assolutamente ed
inesorabilmente si trova nell'errore e nel male bisogna dar libero corso alla propria collera: ecco perché diciamo che
l'uomo onesto dev'essere ogni volta irascibile e mite.
Il più grande di tutti i mali è connaturato nell'anima di molti, e usando ognuno indulgenza nei propri confronti per
questo male, non escogita alcun mezzo per sfuggirlo: questo è quel che si dice per sostenere che ogni uomo per natura è
caro a se stesso, e che è giusto che debba essere così. In verità, la ragione di tutti gli errori di ogni persona risiede ogni
volta in un eccessivo amor proprio. Chi ama infatti è cieco riguardo a ciò che ama, e giudica male il giusto, il buono, e il
bello, ritenendo di dover sempre preferire alla verità ciò che lo riguarda: chi allora vuol essere un grande uomo non
deve amare né se stesso, né le sue cose, ma il giusto, sia che venga compiuto da lui stesso, sia soprattutto che sia stato
fatto da altri. Da questo stesso errore è scaturito quell'errore per cui tutti pensano di identificare la propria ignoranza con
Platone Le leggi
52
la sapienza: per questa ragione, pur non sapendo nulla, per così dire, crediamo di sapere tutto, e non affidiamo ad altri
ciò che non sappiamo fare, essendo così costretti a sbag liare facendolo da soli. Bisogna perciò che ogni uomo eviti
l'eccessivo amor proprio, e segua sempre ciò che è migliore di lui, senza porre innanzi il pretesto della vergogna che
proverebbe in quel caso.
Vi sono cose meno importanti di queste e di cui spesso si parla, ma non meno utili, e di cui bisogna ricordarsi di
parlare: come infatti bisogna che quando qualcosa scorre via, qualcos'altro al contrario affluisca, così il ricordo affluisce
quando l'intelligenza vien meno. Bisogna perciò trattenersi dalle risa e dai pianti eccessivi, ed ogni uomo deve
ammonire un altro uomo, e nascondendo una grande gioia come un grande dolore bisogna cercare di mantenere un
comportamento dignitoso, sia quando nella buona sorte il demone si mantiene stabile, sia quando nell'avversità alcuni
demoni contrastano le nostre opere che vengono così a trovarsi come di fronte ad ostacoli altissimi ed insormontabili, e
si deve sperare sempre che il dio, mediante i beni che ci dona, renderà più tenui invece che più pesanti le sventure che ci
piombano addosso, e, ancora, che trasformerà in meglio la situazione presente, e che tutti i beni contrari a queste
sventure sempre giungeranno insieme alla buona sorte. Con queste speranze ciascuno deve vivere, ricordandosi di
queste cose, senza astenersene affatto, e tanto nei divertimenti come nelle occasioni serie deve ricordarli espressamente
a sé e agli altri.
Parlando dunque dei comportamenti che bisogna tenere e di come dev'essere ciascun individuo, ci siamo mantenuti
in un ambito divino, mentre ora dobbiamo dire dei comportamenti umani: conversiamo infatti con uomini, non con dèì.
Connaturati in modo particolare alla natura umana sono i piaceri, i dolori, e i desideri, da cui è inevitabile che ogni
essere mortale dipenda e sia come sospeso con i più grandi affanni. Bisogna allora tessere l'elogio della vita più bella,
non solo perché grazie alla sua forma esteriore ha la forza di procurarci buona fama, ma anche perché, se si vuole
gustarne e non evitarla quando si è giovani, essa prevale anche sotto quell'aspetto che tutti cerchiamo, e cioè il godere di
più e il soffrire di meno per tutta la vita. E che sarà così, se si gusta rettamente, risulterà subito e assolutamente in tutta
la sua evidenza. Ma cos'è tale rettitudine? Questo dev'essere ormai esaminato attingendolo dal nostro discorso: sia che
la nostra vita, disposta in un determinato modo, sia conforme a natura, sia che sia disposta in un altro e sia contro
natura, confrontando un genere di vita con un altro, bisogna prendere in esame la vita più piacevole e quella più
dolorosa in questo modo.
Noi da un lato vogliamo per noi il piacere, dall'altro non scegliamo e non vogliamo il dolore, mentre quando non vi
sono né l'uno né l'altro, non vogliamo sostituire questa condizione con il piacere, ma desidereremmo scambiarla con il
dolore: e se vogliamo minor dolore accompagnato da maggior piacere, non vogliamo minor piacere accompagnato da
maggior dolore, mentre non saremmo in grado di dire con certezza se vorremmo che piacere e dolore si equivalessero.
Tutti questi casi differiscono o meno, a seconda della volontà che si ha nella scelta di ciascuna di queste cose, per
numero e grandezza, per intensità e uguaglianza, e per quanto è ad essi contrario. Essendo le cose inevitabilmente
ordinate in questo modo, vogliamo vivere in quella vita in cui piaceri e dolori siano abbondanti, grandi, ed intensi, ma
soprattutto i piaceri siano prevalenti, mentre non vogliamo vivere in una vita dove piaceri e dolori siano pochi, piccoli e
quieti, e dove soprattutto siano i dolori a prevalere, e vogliamo vivere in una vita in cui vi sia tutto l'opposto. Quanto al
vivere in una vita in equilibrio fra piaceri e dolori, bisogna riflettere come si è fatto prima: vogliamo una vita equilibrata
se prevale quel che ci è caro, non la vogliamo se prevale quel che ci è ostile. Bisogna considerare tutti questi generi di
vita come legati a queste proprietà, e bisogna vedere quali per natura vogliamo: se affermiamo di volere qualcosa di
contrario a quel che si è detto, facciamo queste affermazioni per ignoranza e inesperienza della vita reale.
Quali e quanti sono i generi di vita, riguardo ai quali si deve preferire ciò che spontaneamente si desidera rispetto a
ciò che non si vuole e non si desidera, considerandolo alla stregua di una legge stabilita in sé e preferendo così ciò che è
caro e nello stesso tempo dolce, e ottimo e bellissimo, sicché l'uomo viva nel modo più beato possibile? Diciamo che un
genere consiste nella vita temperante, un altro nella vita assennata, un altro ancora in quella valorosa, e stabiliamone
ancora uno che coincide con la vita sana. A questi generi di vita che sono quattro corripondono altri quattro generi di
vita opposti: la vita dissennata, quella vile, quella intemperante, e la malata. Chi conosce la vita temperante ammetterà
che essa è mite sotto ogni aspetto, ed offre quieti dolori e quieti piaceri, teneri desideri e amori che non sono furenti;
mentre la vita intemperante è impetuosa sotto ogni aspetto, ed offre intensi dolori e intensi piaceri, forti e furibondi
desideri e amori che sono il più possibile furenti; che nella vita temperante i piaceri prevalgono sui dolori, mentre nella
intemperante i dolori superano i piaceri per grandezza, numero, e frequenza.
Di qui deriva necessariamente che, secondo natura, la prima è per noi la più piacevole delle vite, la seconda la più
dolorosa, e non è possibile che chi voglia vivere piacevolmente viva volontariamente in modo intemperante, ma risulta
invece ormai chiaro che, se è giusto quello che abbiamo detto ora, ogni uomo è di necessità intemperante contro la sua
volontà: infatti o per ignoranza o per debolezza, o per entrambe le cose insieme, la parte degli uomini vive senza la
temperanza. Le stesse considerazioni si possono fare a proposito della vita malata e di quella sana, e cioè che hanno in
sé piaceri e dolori, e che i piaceri superano i dolori nella vita sana, mentre i dolori superano i piaceri nelle malattie.
Nell'atto di scegliere i generi di vita non vogliamo affatto che la parte di dolore sia eccessiva, ma anzi, giudichiamo più
piacevole quella vita in cui il dolore sia superato.
Possiamo dunque dire che la vita temperante, quella assennata, quella valorosa hanno in sé piaceri e dolori meno
numerosi, più deboli, e più rari della vita intemperante, dissennata, e vile, e che poiché le prime prevalgono sulle
seconde per il piacere, e le seconde prevalgono sulle prime per il dolore, il valoroso vince il vile e l'assennato vince lo
stolto, sicché vi è una vita più piacevole delle altre, vale a dire la vita temperante, valorosa, assennata e sana sono più
piacevoli della vita vile, stolta, intemperante, e malata: in sintesi, allora, la vita che possiede la virtù relativamente al
Platone Le leggi
53
corpo e all'anima è più piacevole di quella vita che contiene la perversità, e sotto ogni altro aspetto eccelle per bellezza,
rettitudine, virtù e buona fama, sicché in tutto e per tutto chi vive questa vita è più felice di chi segue quella opposta.
E qui abbia fine il proemio sulle leggi che abbiamo pronunciato.
Dopo il proemio segue di necessità la legge, o meglio, in verità, si devono tracciare le leggi della costituzione. E
come dunque per un tessuto o una qualsiasi opera di intreccio non è possibile che la trama e l'ordito siano realizzati con
lo stesso materiale, ma è necessario che ciò che costituisce l'ordito sia di valore differente - infatti è forte ed ha una certa
resistenza quando lo si piega, mentre la trama è più morbida e presenta una giusta pieghevolezza - così in un certo
senso, allo stesso modo, si devono ogni volta dividere coloro che eserciteranno il potere negli stati da quelli che,
secondo alcune prove, risultano avere una scarsa educazione. Vi sono infatti due forme di costituzione: l'istituzione
delle magistrature con la conseguente nomina di ciascun magistrato, e l'assegnazione delle leggi alle magistrature.
Ma prima di affrontare queste cose conviene fare le seguenti riflessioni. Il pastore, o il bovaro, o l'allevatore di
cavalli o di qualsiasi altra specie di animali che abbia ricevuto un intero gregge, non comincerà mai ad occuparsene se
prima non lo abbia purificato secondo quelle purgazioni che convengono a ciascun gruppo, separando quelli sani da
quelli che non lo sono, quelli di razza e quelli bastardi, e spedirà in altre greggi gli uni e si occuperà degli altri,
pensando che vana e inefficace sarebbe quella fatica riguardante quei corpi e quelle anime che, corrotte dalla natura e da
una malvagia educazione, corrompono inoltre quella parte che in ciascun gregge è sana e integra tanto nell'indole
quanto nei corpi, se nessuno, appunto, operasse una purificazione degli animali posseduti. L'allevamento degli altri
animali richiede uno sforzo minore, e si è creduto opportuno di inserirlo nel discorso soltanto come esempio: quanto
all'allevamento degli uomini, invece, esso richiede il massimo sforzo da parte del legislatore per esaminare ed indicare
l'epurazione che convenga in ciascun caso e tutti gli altri metodi da seguire. Per venire subito a noi, l'epurazione dello
stato dovrebbe avvenire secondo questa modalità: fra i molti sistemi di purificazione alcuni sono più blandi, altri più
duri, e questi ultimi che sono duri sono anche i migliori, ma solo un tiranno che sia nello stesso tempo legislatore
potrebbe usarli, mentre un legislatore che privo di quel potere tirannico istituisca una nuova costituzione e nuove leggi,
se riuscisse a operare purificazioni secondo la più blanda delle epurazioni, facendo così dovrebbe già ritenersi
soddisfatto. è doloroso il sistema migliore, come tutti medicamenti di questo genere, poiché conduce alla punizione
mediante il giusto castigo applicando alla fine la pena della morte e dell'esilio: esso è solito disfarsi di coloro che hanno
commesso i più gravi reati, e che sono ormai incurabili e rappresentano un gravissimo danno per lo stato. Il sistema di
epurazione più blando, secondo noi, avviene così: tutti quelli che per mancanza di cibo si dimostrano pronti e preparati
a seguire i loro capi per assaltare, essi che non hanno alcun bene, quelli che invece possiedono i beni, costoro dunque,
che sono come un morbo sviluppatosi nella città, vengono allontanati il più benevolmente possibile con un eufemismo,
stabilendo il nome di "colonia". Questo in principio, in un modo o nell'altro, deve fare il legislatore, ma noi ora ci
troviamo in una situazione meno penosa di quelle che adesso abbiamo esaminato: nella circostanza presente non si deve
infatti escogitare il sistema della colonia né operare una selezione, ma come le acque che scorrono da molte fonti e da
molti fiumi in un solo lago, è necessario prestare attenzione e sorvegliare affinché l'acqua che scorre sia la più pura
possibile, attingendo una parte di essa, deviandone un'altra e facendola refluire altrove. E la fatica, a quanto pare, e il
rischio sono connessi alla costituzione dello stato. Ma poiché ora noi compiamo queste operazioni solo con la parola e
non nei fatti, sia già avvenuta questa raccolta di uomini, e, secondo il nostro progetto, anche l'epurazione: dopo che
infatti avremo messo alla prova con ogni sistema di persuasione e per tutto il tempo necessario i malvagi fra quanti
tentano di venir ad essere cittadini del nostro stato, impediremo loro di entrarvi, mentre con benevolenza e con gioia
introdurremo, nei limiti delle nostre possibilità, le persone oneste.
Non dobbiamo ignorare la buona sorte che ora ci tocca e che, abbiamo detto, accompagnò la formazione delle
colonie degli Eraclidi, secondo cui è possibile evitare quella terribile e pericolosa contesa riguardante la remissione dei
debiti e la distribuzione delle terre. E quando uno stato fondato in tempi antichi si vede costretto a fissare leggi su tale
materia non può da un lato lasciare la situazione immutata, ma neppure mutarla secondo un certo orientamento: allora
gli rimane solo, per così dire, una preghiera e il deside rio di una piccola e cauta riforma che operi gradualmente e in un
lungo arco di tempo le novità seguenti. Se ci sono sempre dei riformatori che dispongono di un'abbondanza di terra, e
hanno molti debitori, e se desiderano venire incontro alle loro difficoltà rendendoli partecipi dei loro beni, grazie ad un
loro sentimento di equità, ora rimettono i debiti, ora distribuiscono le ricchezze, usando un criterio di moderazione e
ritenendo che la povertà consista non nella diminuizione della ricchezza, ma nell'aumento dell'insaziabilità. Questo è
allora il principio più importante della salvezza dello stato, e su questo principio come su una solida base è possibile per
chiunque edificare in seguito quell'ordinamento politico che si adatta ad una simile formazione dello stato: ma se questa
base è marcia, non vi sarà in alcun stato azione politica successiva che sia praticabile. E a tale inconveniente, come
diciamo, noi riusciamo a sfuggire: e tuttavia sarebbe assai giusto dire, nel caso non fossimo riusciti a sfuggire, dove mai
potremmo trovare un modo per evitare un simile inconveniente. E ora possiamo dire che non c'è altra via di scampo, né
larga, né stretta, che non sia quel mezzo per cui si rinuncia ad amare in modo eccessivo le ricchezze secondo giustizia: e
questo ora noi dobbiamo porre come base su cui poggia lo stato. Bisogna che le ricchezze non diano luogo in un modo o
nell'altro a litigi fra i cittadini, e non è opportuno per coloro che abbiano un po' di cervello procedere volontariamente in
nuovi affari se prima non abbiano regolato le antiche questioni concernenti i dissidi reciproci: e per quanti, come per noi
ora, il dio diede un nuovo stato da abitare senza che vi fossero inimicizie reciproche, il fatto di diventare causa di odio
reciproco per la distribuzione della terra e delle case costituirebbe una totale malvagità e un'ignoranza non concepibile
in termini umani.
Qual è dunque il modo di procedere ad una giusta spartizione?
Platone Le leggi
54
In primo luogo bisogna stabilire il numero dei cittadini e vedere quanto dev'essere grande, quindi bisogna convenire
sulla distribuzione dei cittadini in classi, e cioè in quante classi bisogna dividerli e quanto numerose devono essere: in
base a queste divisioni si devono spartire la terra e le case nel modo più equo possibile.
Quanto al numero ideale degli abitanti, esso non può essere scelto secondo nessun'altra corretta procedura che non
sia quella di rapportarlo alla terra e agli stati delle regioni vicine.
La terra sarà tanto grande quanto può nutrire adeguatamente i cittadini che vivono secondo uno stile di vita
temperante, e non dev'essere più grande; quanto al numero di cittadini, essi devono essere in un numero tale da poter
scacciare le popolazioni vicine che cercano di aggredirli e venire in loro aiuto nel caso in cui fossero aggrediti, sempre
che non si trovino in una condizione di assoluta necessità. E queste cose noi possiamo stabilire non solo in pratica, ma
anche in teoria, dopo aver osservato la regione e i vicini: ed ora come se volessimo completare una figura o un disegno,
il nostro discorso si sposti sulla legislazione.
Se si deve fissare un numero conveniente, siano stabiliti nel numero di cinquemilaquaranta i proprietari terrieri che
siano anche in grado di difendere la loro porzione di terra: terra e case, allo stesso modo, siano divisi in altrettanti lotti, e
ad ogni uomo corrisponda perfettamente un lotto. Si divida dapprima il numero complessivo in due parti, e poi in tre
parti: per natura è divisibile in quattro, in cinque, e così di seguito sino a dieci. Ri guardo ai numeri ogni legislatore deve
fare una considerazione di questo genere, e cioè quale numero e di qual natura possa essere più utile per gli stati.
Dobbiamo dire che quel numero è quello che contiene in sé più divisori e che siano soprattutto uno di seguito all'altro. Il
numero nel suo complesso implica ogni sorta di divisione in vista di ogni fine: e il numero di cinquemilaquaranta, per
quel che riguarda la guerra e tutti i contratti e gli affari che si stipulano in tempo di pace, e relativamente ai tributi e alle
distribuzioni, non può essere diviso da più di cinquantanove divisori, di cui il numero dall'uno al dieci sono consecutivi.
Bisogna che con tutta tranquillità comprendano stabilmente queste divisioni coloro cui la legge ha affidato il
compito di riceverle: non può essere infatti che così, ma bisogna ora che queste cose siano dette a chi fonda uno stato
per questi motivi. Sia che un tale edifichi un nuovo stato dal principio, sia che ricostruisca un antico stato che era stato
distrutto, per quanto riguarda gli dèi e i templi che in uno stato devono essere eretti in onore di ciascuna divinità, e
riguardo alle denominazioni che si devono assegnare agli dèi e ai demoni, nessuno che abbia un po' di intelligenza
tenterà di mettere in scompiglio quanto hanno rivelato gli oracoli di Delfi, di Dodona, e di Ammone, (1) o quelle
antiche leggende che sono diventate oggetto di credenza e che hanno svolto la loro opera di persuasione con la nascita
di visioni o grazie alla cosidetta ispirazione divina; e una volta prestata fede a questi fenomeni, infatti, si istituirono
sacrifici combinati insieme a cerimonie religiose, e sia che fossero sorti nella regione, sia che giungessero dalla
Tirrenia, dalla Cipria, o da qualsiasi altra regione, in virtù di tali racconti si consacrarono oracoli, statue, altari, templi, e
un recinto cinse ciascuno di queste costruzioni sacre. Ora, il legislatore non deve mutare neppure il particolare più
insignificante di queste cose sacre, ma a ciascuna parte dello stato dovrà assegnare un dio, o un demone, o un eroe, e
nella divisione della terra darà a queste parti per prime gli appezzamenti scelti e tutto ciò che loro convenga, in modo
che in periodi di tempo prefissati avvengano riunioni di cittadini di ciascuna parte dello stato le quali forniscano loro
delle agevolazioni in merito ad ogni cosa cui hanno necessità, ed essi si trattino amichevolmente fra loro durante i
sacrifici, e acquisiscano familiarità e si conoscano; e in uno stato non vi è alcun bene più grande di questo e cioè
dell'acquisire appunto familiarità reciproca. Dove non c'è la luce, ma ombra nelle loro relazioni reciproche, nessuno
potrà mai ottenere rettamente quell'onore di cui è degno, né le cariche, né mai quella giustizia che gli spetta: bisogna
che ogni uomo in ogni stato si sforzi di far questo, e cioè di non mostrarsi mai ingannevole verso alcuna persona, ma
sempre schietto e sincero, e faccia in modo che nessun altro lo inganni essendo tale.
Dopo queste cose operiamo uno spostamento nell'ordinamento delle leggi, come se spostassimo delle pedine dalla
linea sacra, spostamento certamente inconsueto, e che forse meraviglierà chi lo ascolta per la prima volta: ma ad un tale
che rifletta con attenzione e abbia un po' di esperienza apparirà come una seconda fondazione dello stato dopo quello
ideale. Probabilmente qualcuno non vorrà accettarlo in quanto non adatto ad un legislatore che non sia tiranno: ma la
cosa più giusta che si può fare è quella di esporre la costituzione migliore, poi la seconda, ed infine la terza, e
esponendole, concedere la scelta a ciascuna persona che abbia l'autorità di fondare uno stato. Secondo questo
ragionamento facciamo così anche noi adesso, dicendo la forma di costituzione che è prima per virtù, la seconda e la
terza: a Clinia concediamo ora la scelta, e anche a qualcun altro che sempre volesse, procedendo lungo una scelta del
genere, riservarsi secondo il suo costume ciò che gli è caro della sua patria.
La prima forma di stato, e la costituzione e le leggi migliori, si ritrovano laddove si realizzi quanto più è possibile
quell'antico detto che dice: davvero comuni sono le cose degli amici.
Se dunque questo detto trovi ora attuazione o la troverà un giorno - avere cioè in comune le donne, in comune i figli,
in comune tutte quante le ricchezze -, se con ogni mezzo sia dovunque estirpato dalla vita ciò che si considera privato,
se si escogiti il sistema che renda possibile di mettere in qualche modo in comune ciò che per natura è personale, come
se ad esempio occhi, orecchi, e mani sembrino vedere, ascoltare, e agire sempre in comune, in modo che tutti quanti
insieme, per quanto è possibile, facciano elogi o biasimi e per le stesse cose provino gioia o dolore, se, in sostanza, si
voglia stabilire un altro criterio per giudicare la superiorità, rispetto alla virtù, di quelle leggi che cercano di unificare
quanto più possono uno stato, non se ne troverebbe un altro più giusto e migliore di questo. In tale stato, dove sia dèi,
sia figli di dèi lo abitano e sono più di uno, i suoi abitanti vivono felici conformandosi a queste regole: perciò non
bisogna cercare altrove un modello di costituzione, ma prendendo questa come punto di riferimento, bisogna ricercare
quella che le si avvicini il più possibile. Quanto allo stato cui ora abbiamo messo mano, esso sarà vicinissimo
all'immortalità e secondo quanto ad unità: per quanto riguarda il terzo, se il dio lo vuole, lo prenderemo in esame in
Platone Le leggi
55
seguito. Ma ora come definiremo questa seconda forma di stato e quale diremo che è la sua formazione?
Innanzitutto i cittadini si dividano terra e case, e non lavorino i campi in comune, dato che si è già detto che una
cosa del genere sarebbe superiore a uomini che hanno ricevuto l'attuale nascita, formazione, ed educazione: ma si divida
in ogni caso tenendo presente questa considerazione, e cioè chi ha ricevuto in sorte questa porzione deve considerarla
come proprietà comune di tutto lo stato, e poiché sua patria è la terra deve venerarla di più di quanto i figli devono
venerare la madre, ed essendo una dea, è signora degli esseri mortali; e bisogna avere le stesse opinioni riguardo agli dèi
locali e ai demoni. Perché questo assetto si conservi per tutto il tempo si deve considerare che il numero dei focolari che
ora noi abbiamo distribuito deve rimanere sempre invariato, e non deve né aumentare, né diminuire.
Tale ordinamento può essere mantenuto stabilmente in tutto lo stato in questo modo: chi abbia ricevuto in sorte un
lotto lasci fra i figli uno solo erede di questo patrimonio, quello che gli è più caro, che gli succederà e si occuperà degli
dèi, della famiglia, dello stato, di quanti vivono e dì quanti hanno ormai raggiunto il termine della vita. Quanto agli altri
figli, per quelli che ne hanno più di uno, diano in spose le femmine secondo la legge che stabiliremo in materia, e
distribuiscano i maschi come figli a chi manca di discendenza, soprattutto per fare un favore, ma se ad alcuni manchino
le occasioni per fare i favori, o se i figli maschi o femmine siano più del dovuto, o anche, al contrario, siano in numero
minore, per una crisi delle nascite, di tutti questi problemi dovrà occuparsi l'autorità che abbiamo stabilito come la più
importante e la più degna di onori, la quale, valutando che cosa si debba fare in caso di eccesso o di mancanza di figli
fornisca un sistema grazie al quale le famiglie saranno sempre e soltanto cinquemilaquaranta. I sistemi sono molti: si
può vietare di procreare a quelli che nella procreazione sono troppo fecondi, e così al contrario si possono attuare le
cure e le sollecitudini per incrementare le nascite mediante onori, castighi, e precetti formulati dai più vecchi e rivolti ai
più giovani sotto forma di discorsi di esortazione, che permettono di raggiungere lo scopo di cui parliamo. E se alla fine
ci troveremo nell'assoluta difficoltà di mantenere invariato il numero di cinquemilaquaranta famiglie, verificandosi un
esubero di cittadini a causa dell'amore reciproco dei coniugi, per questo imbarazzo esiste l'antico rimedio di cui spesso
abbiamo parlato, cioè l'invio di colonie, ovvero amici che si separano da amici, formate secondo il criterio
dell'opportunità: se al contrario avviene una sciagura che porta con sé un'ondata di malattie, o una rovina a seguito di
guerre, e, rimanendo orfana, la popolazione diminuisce rispetto al numero stabilito, non bisogna introdurre
volontariamente come cittadini coloro che hanno ricevuto un'educazione illegittima, e neppure il dio, si dice, può fare
violenza sulla necessità.
Giunti a questo punto, supponiamo che il discorso che ora stiamo facendo ci esorti con queste parole: «O voi che
siete i migliori di tutti gli uomini, non cessate mai di onorare secondo natura la somiglianza e l'uguaglianza, l'identità e
ciò che viene stabilito di comune accordo, sia in relazione al numero, sia in relazione alla determinazione propria delle
azioni belle e nobili: e anche adesso conservate innanzitutto per tutta la vita il numero di cui si è detto, e quindi non
disprezzate l'importanza e la grandezza di quel patrimonio che precedentemente vi siete divisi secondo la giusta misura
con la reciproca compravendita - perché in tali azioni non è vostra alleata né la sorte che fece quelle divisioni e che è un
dio, né il legislatore -. Ora infatti la legge comanda per la prima volta al trasgressore, premettendo che chi vuole può o
no partecipare alle distribuzioni per sorteggio della terra, che, essendo la terra prima di tutto cosa sacra a tutti gli dèi, e
quindi dovendo i sacerdoti e le sacerdotesse fare voti nei primi, nei secondi, e anche nei terzi sacrifici, chi effettui
compravendite di case o terre ricevute in sorte subisca pene adeguate per operazioni di questo genere. Questi sacerdoti
collocheranno nei templi tavole di cipresso che essi avranno scritto, memorie scritte per il tempo futuro, e inoltre come
custodi di queste norme, affinché siano attuate, saranno nominati quei magistrati che sembrino possedere vista assai
acuta, in modo che non sfuggano loro le trasgressioni che ogni volta avvengono contro quelle, ma puniscano chi
disobbedisce alla legge e insieme al dio. Quanto grande sia il bene dell'attuale legge per tutti gli stati che la accettano, e
l'ordinamento corrispondente ché ad essa si aggiunga, secondo l'antico proverbio, nessuno che sia malvagio potrà
saperlo, ma solo chi è esperto e possiede nobili costumi. In tale ordinamento non c'è spazio per gli affari, e ad esso
segue la norma per cui nessuno deve e può accumulare ricchezze facendo affari propri di persone che non sono libere,
in quanto un mestiere considerato così vergognoso devia l'indole libera, ragi on per cui non si ammetterà affatto un tale
modo di raccogliere ricchezze».
A tutte queste regole segue inoltre la legge secondo cui non è possibile ad alcun privato cittadino possedere oro o
argento, ma solo la moneta per gli scambi giornalieri che sono necessarì agli artigiani e a tutti coloro che svolgono
simili mansioni e devono pagare lo stipendio ai salariati, schiavi e stranieri. Per questi motivi diciamo che essi devono
possedere una moneta che abbia un valore interno, ma che non abbia alcun valore presso le altre genti: si può pensare ad
una moneta comune a tutta la Grecia coniata per spedizioni militari e viaggi all'estero presso altre genti, come le
ambascerie o qualche altra missione diplomatica di cui abbia bisogno lo stato, quando, in sostanza, si debba inviare un
cittadino all'estero; solo per queste ragioni è allora necessario che lo stato possegga ogni volta una moneta greca. Se un
privato cittadino ha bisogno dì recarsi all'estero, si rechi pure, sempre che abbia il permesso dei magistrati, e se,
tornando a casa abbia ancora con sé danaro straniero, lo versi allo stato cambiandolo con valuta locale: e se risulta che
qualcuno se ne è appropriato, gli venga confiscato, e chi è a conoscenza del fatto, ma non lo denuncia, sia sottoposto
alla maledizione e all'oltraggio insieme al colpevole, ed inoltre ad una multa non minore della quantità di danaro
straniero che aveva importato. Chi prende moglie o sposerà la figlia non dia né riceva affatto dote di alcun genere;
nessuno poi depositi danaro presso una persona che non sia di sua fiducia, né presti danaro ad interesse, poiché è
consentito a chi ha ricevuto il prestito non pagare gli interessi né restituire il capitale. Queste sono le consuetudini
migliori che uno stato possa coltivare, se le si osservi in tal modo e le si giudichi rettamente, riferendole sempre ai
principi e alle intenzioni che sono alla base del nostro discorso. L'intenzione di un uomo politico che abbia un po' di
Platone Le leggi
56
intelligenza, noi diciamo, non è quella che molti ricordano, secondo cui il valente legislatore deve proporsi uno stato
che sia il più esteso possibile, al quale rivolga il suo pensiero per stabilire buone leggi, e assai ricco e fornito di oro e di
argento, e capace di comandare il maggior numero possibile di popoli per terra e per mare: e forse aggiungerebbero che
chi legifera rettamente deve desiderare che lo stato sia il migliore e il più felice possibile. Di tutte queste cose alcune
sono possibili, altre no: e chi ordina uno stato potrà dunque volere ciò che è possibile, mentre sarà una sua velleità
volere e tentare l'impossibile. è quasi una necessità che chi è felice sia nel contempo onesto - e questo potrà volerlo -,
ma è impossibile essere assai ricchi ed onesti ad un tempo, almeno se penso a quelli che la maggior parte delle persone
considera ricchi: la maggior parte delle persone, infatti, considera ricchi i pochi uomini che dispongono di ricchezze
quantificabili in grandi quantità di danaro; ricchezze, queste, che anche un malvagio vorrebbe avere. Se la questione sta
in questi termini, non potrò mai trovarmi d'accordo con chi sostiene che il ricco può diventare davvero felice anche se
non è onesto: è impossibile che un tale sia superiore per onestà e per ricchezza nel contempo. «Perché?», domanderà
qualcuno. «Perché», risponderemmo noi, «l'entrata che proviene da un'azione giusta e da una ingiusta è più del doppio
di quella che proviene solo dall'azione giusta, e le spese di chi non vuole spendere né bene né male sono doppiamente
minori di chi desidera fare spese oneste e per onesti motivi: non può allora diventare più ricco chi si comporta
esattamente all'opposto di coloro che hanno doppie le entrate e dimezzate le spese». Fra questi l'uno è onesto, l'altro non
è malvagio se è economo, anche se talvolta può essere assai malvagio, in ogni caso non può essere mai onesto nel senso
in cui lo si è inteso ora. Chi si è arricchito in modo giusto o ingiusto e non spende né in modo giusto, né in modo
ingiusto, se è anche economo, è ricco, chi invece è assai malvagio, essendo scialacquatore sotto molti aspetti, sarà
assolutamente povero: ma chi fa spese oneste e chi si procura ricchezza solo attraverso giusti guadagni non potrà
facilmente distinguersi per ricchezza e neppure diventare troppo povero. Sicché è corretto il nostro ragionamento,
secondo il quale, appunto, coloro che sono assai ricchi non possono essere onesti, e, di conseguenza, se non sono onesti,
non possono neppure essere felici.
Il progetto delle nostre leggi si orientava in questa direzione: fare in modo cioè che i cittadini siano il più possibile
felici e quanto più concordi fra di loro. E i cittadini non saranno mai concordi dove molti saranno i processi celebrati gli
uni contro gli altri e molte le ingiustizie, ma lo saranno dove queste cose saranno di scarsa importanza e ridotte ad un
numero piccolissimo. Noi diciamo allora che nello stato non devono esserci né oro, né argento, né un eccessivo volume
di affari procurato mediante vili mestieri, usura, e turpe commercio di bestiame, ma quanto offre e produce la
coltivazione della terra, e anche di questi non ci si deve arrichire in misura tale da trascurare il fine per cui nascono le
ricchezze: mi riferisco all'anima e al corpo, che senza la ginnastica ed il resto dell'educazione non possono diventare
degni di considerazione. Perciò abbiamo detto più di una volta che bisogna riservare alla cura delle ricchezze l'ultimo
posto negli onori: poiché fra tutte le cose sono tre quelle intorno a cui si concentrano le attenzioni degli uomini, la cura
delle ricchezze occupa l'ultimo e terzo posto, se è correttamente inteso, le cure del corpo la posizione intermedia, e la
cura dell'anima il primo posto. E anche adesso, a proposito della costituzione che stiamo trattando, se si rispetta questa
scala di valori, essa risulterà perfettamente costituita: ma se qualcuna delle leggi che sono stabilite risulterà nello stato
rendere onore alla salute prima che alla temperanza, o alla ricchezza prima che alla salute e alla temperanza, è evidente
che questa legge non sarà concepita in modo giusto. Bisogna che il legislatore sottolinei frequentemente questo punto:
«Che cosa intendo compiere?», e «Mi accade che questo si verifichi, oppure mi allontano dallo scopo?». Così
probabilmente potrà realizzare la legislazione, liberando gli altri da questa responsabilità, mentre non potrà mai fare in
altro modo.
Chi dunque abbia ricevuto in sorte il proprio lotto, diciamo, lo possegga secondo le condizioni di cui prima si è
detto.
Sarebbe bello che ciascuno giungesse nella colonia avendo uguali anche tutte le altre cose: e dato che ciò non è
possibile, ma vi giungerà chi possiede più ricchezze e chi ne possiede di meno, bisogna che per molte ragioni, e
specialmente perché vi sia una certa uguaglianza nelle diverse fasi della vita dello stato, ci siano classi di cittadini
disuguali per censo, in modo che cariche, tributi, e distribuzioni, che vengono rapportati al valore di ciascuno, non siano
regolati soltanto in base all'onore degli antenati o al proprio, né in base alla forza o alla bellezza dei corpi, ma anche
secondo l'uso della ricchezza e la povertà, per cui, ricevendo onori e cariche nel modo più equo possibile proprio grazie
a questa proporzonata disuguaglianza, non nascano discordie. Per queste ragioni bisogna costituire quattro classi
censuarie in base all'entità del patrimonio, assegnando ai componenti delle singole classi i nomi di primi, secondi, terzi,
e quarti, o con quali altri nomi li si vogliono chiamare, sia che rimangano nella stessa classe, sia che - diventati più
ricchi da poveri che erano, o poveri da ricchi - passino ciascuno nella classe che loro si adatta.
Su queste basi, io stabilirei il seguente progetto di legge: bisogna che in uno stato, diciamo, che non vuole convivere
con quel gravissimo male che sarebbe più giusto chiamare "divisione" piuttosto che "sedizione", non vi sia né una
molesta condizione di povertà presso alcuni suoi cittadini e neppure la ricchezza, perché l'una e l'altra condizione
determinano rispettivamente questi due mali: ora dunque il legislatore deve definire il limite di questi due mali. Come
limite della povertà sia fissato il valore del lotto ricevuto in sorte, il quale deve rimanere così com'è, e nessun magistrato
e allo stesso modo nessuno fra gli altri che sia ambizioso di conseguire la virtù permetterà ad alcuno di renderlo minore.
Fissato quel limite come unità di misura, il legislatore permetterà che si possegga il doppio, il triplo, sino al quadruplo
di quel lotto: e se uno possiederà sostanze oltre questi limiti, o perché le ha trovate, o perché gli sono state donate, o
perché le ha guadagnate, o perché ne è venuto in possesso per altre circostanze di questo genere, distribuendo le
ricchezze in eccesso allo stato e agli dèi che reggono lo stato, godrà di buona fama e non sarà punito; ma se qualcuno
disobbedisce a questa legge, chiunque lo voglia potrà denunciarlo con la condizione di avere la metà di quel patrimonio
Platone Le leggi
57
in eccesso, e il colpevole stesso pagherà un'altra parte corrispondente all'intero suo acquisto, mentre l'altra metà sarà
versata agli dèi. Ogni acquisto che superi il lotto che tutti hanno ricevuto in sorte sia iscritto in un pubblico registro
tenuto in custodia dai magistrati incaricati dalla legge, in modo che i processi riguardanti gli arricchimenti illeciti siano
facili e assolutamente
Platone Le leggi
58
alimenti migliori o peggiori, ma è non meno capace di sortire gli stessi effetti sulle anime. Fra tutti questi luoghi
saranno assolutamente superiori quelli in cui spira un certo soffio divino e che sono stati assegnati in sorte a demoni,
che possono accogliere benevolmente o meno quelli che sempre verranno ad abitarli.
E un legislatore che abbia un po' di intelligenza, sulla base dell'osservazione di questi fattori, per quanto un uomo è
capace di osservare tali cose, tenterà di stabilire in questo modo le leggi.
E questo è quello che devi fare tu, Clinia, dato che questa è la prima cosa cui deve pensare chi vuole colonizzare una
regione.
CLINIA: Quello che dici è giustissimo, straniero di Atene, ed io devo fare così.
NOTE: 1)L'oracolo di Dodona si trovava in Epiro, quello di Zeus Ammone nel deserto libico.
2) Vergine figlia di Crono e Rea, dea del focolare e della famiglia.
3) Divinità protettrice di Atene.
Platone Le leggi
59
LIBRO SESTO
ATENIESE: Dopo tutto quello che è stato detto ora, credo che tu possa istituire nel tuo stato le magistrature.
CLINIA: è così.
ATENIESE: Vi sono allora due fasi nell'ordinamento dello stato: la prima fase riguarda l'istituzione delle
magistrature e la nomina dei magistrati, quante devono essere e in che modo vengono istituite; in seguito si devono
assegnare le leggi per ciascuna magistratura, e vedere quante e quali sono adatte a ogni singola magistratura.
Ma prima di fare questa scelta fermiamoci un momento, e facciamo un certo discorso che si rivela adatto a questo
proposito.
CliNIA: Quale?
ATENIESE: Questo. è chiaro a chiunque il fatto che, pur essendo di grande importanza l'opera legislativa, se uno
stato ben costituito mettesse a capo delle sue leggi ben stabilite magistrati incapaci, non solo non si avrebbe alcun
vantaggio da quelle leggi ben stabilite, derivandone anzi una grande risata, ma da esse credo che scaturirebbero i danni
più ingenti e le vergogne più turpi per gli stati.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Dobbiamo pensare che questo è il rischio che ora può capitare nella tua costituzione e nel tuo stato,
amico. Anche tu ti rendi conto che coloro che vogliono accedere correttamente alle cariche pubbliche devono prima di
tutto aver fornito una prova adeguata, essi stessi e la famiglia di ciascuno, dalla giovinezza sino all'età dell'elezione, e in
secondo luogo è necessario che coloro che dovranno compiere la scelta si siano formati nelle consuetudini delle leggi e
siano stati ben educati in modo da essere in grado di scegliere ed escludere rettamente, con la loro disapprovazione o
approvazione, chi sia degno dell'una o dell'altra sorte: e allora nel nostro caso, persone che si sono appena riunite e non
si conoscono fra di loro, ancora prive di educazione, come potrebbero compiere una scelta eccellente dei magistrati?
CLINIA: Non sarebbe possibile.
ATENIESE: Ma dicono che la gara non ammette scuse: e ora io e te dobbiamo allora fare questa cosa, poiché tu hai
dato la tua parola al popolo dei Cretesi per impegnarti, insieme ad altri nove, nella fondazione di quello stato, come ora
dici, e io perché ti ho promesso che ti avrei aiutato in questo racconto che ora noi stiamo facendo. Dunque non lascerei
volentieri senza una testa il discorso che sto facendo: infatti, vagando in ogni luogo in tali condizioni sembrerebbe senza
forma.
CLINIA: Quello che dici è giustissimo.
ATENIESE: Non solo, ma farò così, per quanto mi è possibile.
CLINIA: Senza dubbio, facciamo così come diciamo.
ATENIESE: Sarà così, se il dio lo vuole e se vinceremo la nostra vecchiaia sino a tal punto.
CLINIA: è verosimile che il dio lo voglia.
ATENIESE: Sì, è verosimile. Seguiamolo e prendiamo in esame questo punto.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Il fatto che con coraggio e a costo di correre dei pericoli nella presente circostanza verrà da noi fondato
questo stato.
CLINIA: A che cosa pensi, e come soprattutto hai ora potuto fare questa affermazione?
ATENIESE: Mi riferisco al fatto che con estrema facilità e senza timori noi stiamo legiferando per uomini inesperti,
perché mai accolgano un giorno le leggi che ora sono state fissate. In ogni caso è chiaro a chiunque, Clinia, anche a chi
non ha affatto sapienza, che in principio nessuno le accetterà facilmente, ma bisognerà che noi attendiamo che i giovani
abbiano gustato le leggi, e cresciuti insieme a quelle e acquisita nei loro confronti una sufficiente familiarità, possano
prendere parte all'elezione dei magistrati che si svogono nello stato: avvenuta questa cosa di cui parliamo, sempre che
avvenga secondo un certo meccanismo e in modo corretto, io credo che d'ora in poi vi saranno probabilità assai sicure
che uno stato educato in questo modo sarà destinato a durare.
CLINIA: E questo è logico.
ATENIESE: Vediamo allora se procedendo lungo questa direzione troviamo una strada adatta alla nostra ricerca. Io
sostengo, Clinia, che i Cnosii, diversamente dagli altri Cretesi, non debbano consacrare in maniera sbrigativa la regione
che voi ora colonizzate, ma impegnarsi intensamente perché le principali magistrature, nei limiti del possibile, si basino
sulle fondamenta più solide e migliori. Per quanto riguarda le altre, si tratta di un lavoro più breve, mentre è assai
necessario che con ogni sforzo noi scegliamo per primi i custodi delle leggi.
CLINIA: Qual è la strada che porta a questo scopo, e quale criterio troveremo?
ATENIESE: Eccola. Io dico, o figli di Creta, che i Cnossi, per il fatto di avere una tradizione politica più antica
rispetto agli altri stati, devono scegliere, insieme agli altri che sono giunti per fondare questa colonia, fra loro e fra
quelli, trentasette uomini in tutto, diciannove fra i coloni, gli altri fra gli abitanti della stessa Cnosso: i Cnossi daranno al
tuo stato questi uomini, e ti persuaderanno, facendoti una lieve violenza, ad essere cittadino di questa colonia, ed uno
dei diciotto.
CLINIA: Perché anche tu e Megillo, straniero, non venite a far parte del nostro stato?
ATENIESE: Troppo orgogliosa, Clinia, è Atene, e troppo orgogliosa è anche Sparta, e le une e le altre sono troppo
distanti: per te, invece, la cosa è ragionevole sotto tutti gli aspetti, e lo stesso discorso vale per gli altri abitanti della
colonia. E se ciò che avviene adesso è quanto di più opportuno può avvenire in seguito a questi fatti, si dica come
avverrà l'elezione dei magistrati, quando sarà passato un po' di tempo e la costituzione dello stato avrà consolidato le
Platone Le leggi
60
sue basi. All'elezione dei magistrati prendano parte tutti coloro che portano le armi come cavalieri o come fanti, e
abbiano partecipato alla guerra, nei limiti delle forze consentite dalla loro età: l'elezione si tenga nel tempio che la città
ritiene più degno di onori, e ciascuno porti all'altare del dio il suo voto, dopo aver scritto sopra una tavoletta il nome del
padre del candidato, della tribù e del demo al quale appartiene, e abbia aggiunto accanto il proprio nome, secondo lo
stesso procedimento.
Sia concesso a chi lo vuole di levar via una qualsiasi tavoletta che non appaia opportunamente scritta, e di collocarla
sulla piazza per un periodo non inferiore ai trenta giorni. I magistrati mostrino pubblicamente a tutto lo stato le tavolette
che saranno scelte fra le prime, sino al numero di trecento, e, secondo le stesse procedure, lo stato torni nuovamente a
votare chi di questi ciascuno vorrà votare, e i primi cento candidati prescelti in questo secondo turno siano nuovamente
mostrati a tutti. Si voti infine per la terza volta e si scelga il candidato che si vuole fra quei cento, facendo riti di
giuramento: e i trentasette cui andranno la maggioranza dei voti, siano giudicati e dichiarati magistrati.
Ma quali uomini, Clinia e Megillo, organizzeranno tutto ciò nel nostro stato riguardo alle magistrature e alla
valutazione dei magistrati? Non pensiamo che in stati appena uniti insieme si presenti la necessità che ci siano alcune
persone preposte a tutte le magistrature, ma che in realtà non è possibile che ci siano? In un modo o nell'altro bisogna
trovarli, e non uomini di scarso valore, ma assai validi. Nei proverbi si dice che il principio è a metà di tutta l'opera, e
noi ogni volta elogiamo quando si comincia bene: ed anzi, per quel che mi sembra, cominciare bene è già più della
metà, e nessuno lo ha mai elogiato abbastanza, quando si è ben realizzato.
CLINIA: Verissimo.
ATENIESE: Consapevoli di questo, non trascuriamo la questione lasciando che passi sotto silenzio, senza cercare di
chiarire a noi stessi in quali termini si può risolverla. Quanto a me, non saprei trovare nessun altro discorso se non uno
soltanto che in questo momento mi sembra necessario ed utile.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Io dico che questo stato che abbiamo intenzione di fondare non ha, per così dire, un padre o una madre
che non sia lo stato stesso che lo fonda, pur non essendo ignaro del fatto che vi sono state e vi saranno sempre molte
discordie fra gli stati che sono stati fondati e quelli fondatori. Ora, nella circostanza presente, il nostro stato, come un
bambino, se anche un giorno entrerà in discordia con i suoi genitori, ama ed è amato dai genitori, venendosi ancora a
trovare nelle difficoltà proprie della fanciullezza, e sempre si rifugia presso i familiari, trovando soltanto in essi i
necessari alleati: e questi rapporti di cui ora parlo hanno immediatamente riguardato i Cnossi nei confronti del nuovo
stato, grazie all'impegno che essi si sono assunti nei confronti di quella colonia, e il nuovo stato nei confronti dei Cnosii.
Io dico, come ho detto adesso - ma ripetere due volte la cosa ben detta non fa male - che i Cnosii devono insieme
prendersi cura di tutte queste cose, scegliendo non meno di cento uomini fra coloro che sono giunti nella colonia, presi
nei limiti del possibile fra i più anziani e i migliori; e ad essi si aggiungano altri cento presi tra gli stessi Cnosii. Bisogna
che costoro, e lo ripeto, una volta giunti nel nuovo stato, uniscano i loro sforzi insieme a quei cento per istituire le
magistrature secondo le leggi, e, dopo che sono state istituite, esaminare i magistrati: svolti questi compiti, i Cnosii
torneranno ad abitare a Cnosso, mentre il nuovo stato cercherà da solo di mantenersi e di prosperare. Quelli che fanno
parte dei trentasette magistrati, ora e in futuro, per tutto il tempo, siano eletti per queste funzioni: prima di tutto siano
custodi delle leggi, e in seguito di quei registri sui quali ciascuno avrà denunciato per scritto ai magistrati l'entità del
proprio patrimonio, fatta eccezione di quattro mine per chi appartiene alla prima classe, di tre per chi appartiene alla
seconda, di due per la terza, e di una per la quarta. Se qualcuno risulterà possedere altro patrimonio oltre a quello che ha
denunciato, gli venga confiscata questa eccedenza, ed inoltre chi vuole intenti una causa contro di lui, non bella e
neppure onorata, ma turpe, se viene riconosciuto colpevole di disprezzare le leggi a causa dei guadagni che ha
realizzato. Dopo averlo denunciato per turpe guadagno, chi vuole lo conduca in tribunale dinanzi agli stessi giudici
custodi delle leggi: e se l'accusato viene riconosciuto colpevole, non prenda parte dei beni comuni, e se vi sia una
distribuzione nello stato, rimanga escluso tranne per il lotto ricevuto in sorte, e sia scritta la sua condanna, finché vive,
in un luogo dove chiunque vuole potrà prenderne conoscenza. Il custode delle leggi non rimanga in carica più di
vent'anni, e non sia eletto a tale magistratura prima dei cinquant'anni: e chi viene eletto a sessant'anni rimanga in carica
solo dieci anni, e così di seguito, secondo la stessa proporzione, in modo che chi oltrepassi i settant'anni, non pensi di
esercitare una carica così autorev ole fra questi magistrati.
Queste dunque sono le tre tre regole che riguardano i magistrati che custodiscono le leggi, e, procedendo innanzi la
legislazione, sarà ciascuna delle leggi che prescriverà a questi uomini di che cosa essi dovranno occuparsi, oltre alle
cose che sono state dette ora: adesso parliamo, qui di seguito, dell'elezione delle altre magistrature. Dopo i custodi delle
leggi, bisogna eleggere gli strateghi, e assegnare loro, come aiutanti in guerra, gli ipparchi, i filarchi, e coloro che
ordinano le schiere di fanti per tribù, ai quali si adatterebbe benissimo quel nome di "tassiarchi" con cui generalmente li
chiamano. Fra tutti questi i custodi delle leggi propongano gli strateghi scelti da tutto il corpo dello stato, e fra coloro
che sono stati proposti venga effettuata la scelta da parte di tutti quelli che hanno partecipato alla guerra in gioventù, e
vi partecipano ogni volta che si presenti la necessità. Se a qualcuno sembri che uno degli esclusi sia migliore di
qualcuno di quelli che invece sono stati proposti, faccia il nome di chi propone e di chi vuole sostituito, e dopo aver
giurato faccia la contro proposta: chi dei due risulti eletto mediante alzata di mano, sia giudicato fra gli eleggibili. I tre
che avranno ricevuto più voti per alzata di mano saranno strateghi, e amministreranno gli affari della guerra, dopo
essere stati esaminati come i custodi delle leggi. Gli strateghi eletti proporranno i loro dodici tassiarchi, un tassiarco per
ogni tribù, e la controproposta, la votazione, e l'esame avverranno per i tassiarchi secondo le stesse modalità seguite per
gli strateghi. Questa assemblea, al momento attuale, prima che siano eletti i pritani e il consiglio, sarà convocata dai
Platone Le leggi
61
custodi delle leggi, nel luogo più sacro e più adatto, e vi siederanno gli opliti separati dai cavalieri, e in terzo luogo,
tutto quanto il contingente militare: tutti eleggeranno per alzata di mano gli strateghi e gli ipparchi; per i tassiarchi
votino coloro che portano gli scudi; tutta quanta la cavalleria elegga i filarchi; mentre gli strateghi eleggano i capi dei
fanti armati alla leggera, degli arcieri e di qualche altro settore dell'esercito. Ci rimane ancora da parlare dell'elezione
degli ipparchi. Questi siano proposti da coloro che proposero anche gli strateghi, e la scelta e la controproposta
avvengano secondo le stesse modalità: la cavalleria li voterà alla presenza e sotto gli occhi della fanteria, e i due cui
andrà la maggioranza dei voti saranno i comandanti di tutti i cavalieri. Le contestazioni per alzata di mano possono
essere sino a due: se si farà una terza contestazione decideranno coloro cui è affidata l'enumerazione di ciascun voto.
Il consiglio dev'essere composto di trenta dozzine - il numero di trecentosessanta membri si adatterebbe bene alle
suddivisioni -: e si dividano allora questi membri in quattro parti di novanta membri ciascuna, in modo che in ogni
classe si votino novanta consiglieri. In primo luogo dovranno tutti necessariamente votare per quelli della prima classe,
e chi non obbedisca sia punito secondo la pena stabilita: concluse le votazioni, i voti siano contrassegnati, il giorno dopo
si voti per quelli della seconda classe seguendo le stesse procedure di prima, il terzo giorno per quelli della terza classe,
e voti chi vuole, ma il voto è obbligatorio per gli appartenenti alle prime tre classi, mentre quelli della quarta ed ultima
classe siano liberi da pena se non vogliono votare. Il quarto giorno tutti votino per la quarta e ultima classe, e siano
liberi da pena gli appartenenti alla quarta o terza classe che non abbiano intenzione di votare: ma chi non voti e
appartiene alla seconda e alla prima classe sia punito, quelli della seconda classe con una pena tripla rispetto a quella del
primo giorno, quelli della prima con una pena quadrupla. Il quinto giorno i magistrati renderanno pubblici i nomi
contrassegnati, perché tutti i cittadini possano venirne a conoscenza, e tutti dovranno votare, altrimenti vi sarà la pena
pari a quella del primo giorno: scelti così centottanta da ogni c lasse, ne verranno tratti a sorte la metà, e, una volta
esaminati, saranno i consiglieri per quell'anno.
Il sistema elettorale che avvenga in questi termini si trova ad essere in mezzo fra la costituzione monarchica e quella
democratica, e sempre in mezzo ad esse deve trovarsi la costituzione: infatti schiavi e padroni non potranno mai
diventare amici, e neppure uomini di scarso valore e uomini valenti lo diventeranno in base ad un decreto
sull'uguaglianza, dato che per gli ineguali l'uguaglianza diventa ineguaglianza, se non vi è la misura.
E a causa di questi due elementi, le costituzioni sono piene di sedizioni. è vero quell'antico detto, secondo cui
l'uguaglianza produce amicizia, ed è un detto assai giusto e conveniente: ma poiché non si capisce con sufficiente
chiarezza quale sia questa uguaglianza che è in grado di produrre questa cosa, questo dubbio ci mette in grande
difficoltà. Vi sono infatti due specie di uguaglianza, che hanno sì lo stesso nome, ma in pratica sono quasi opposte, sotto
molti aspetti: per quanto riguarda la prima specie, qualsiasi stato e qualsiasi legislatore può introdurla nella
distribuzione degli onori, e riguarda l'uguaglianza nella misura, nel peso, e nel numero, e nelle suddivisioni si può
regolare con il sorteggio; quanto alla seconda, essa è la più autentica e la migliore uguaglianza, e non tutti possono
vederla facilmente. Solo Zeus è in grado di scorgerla, e agli uomini viene sempre raramente in soccorso, ma per quanto
venga in aiuto a stati e a privati cittadini, realizza ogni sorta di beni: al maggiore distribuisce di più, al minore di meno,
assegnando all'uno e all'altro quanto è conveniente secondo loro natura, e attribuisce onori maggiori a chi possiede
maggiore virtù, mentre a coloro che si trovano nella condizione opposta per virtù ed educazione assegna ciò che loro
conviene in proporzione. Questa giustizia riguarda secondo noi anche la sfera politica: e prendendo di mira e
considerando questa uguaglianza, Clinia, noi dobbiamo costruire lo stato che ora sta nascendo. E se qualcuno mai fondi
un altro stato, deve legiferare in vista dì questo stesso fine, e non nell'interesse di un piccolo numero di tiranni, o di uno
solo, o del potere del popolo, ma sempre in vista della giustizia intesa nel senso che abbiamo detto adesso, e cioè capace
di assegnare ogni volta agli ineguali l'uguaglianza, che spetta loro per natura. è necessario che ogni stato adoperi tali
denominazioni, se non vuole partecipare in qualche sua parte delle sedizioni che talvolta possono nascere: l'equità,
infatti, e l'indulgenza sono un'infrazione del significato compiuto e perfetto della giustizia autentica, quando ciò
avviene, e perciò bisogna servirsi dell'uguaglianza della sorte per contrastare il malumore della folla, invocando allora,
nelle nostre preghiere, il dio e la buona fortuna perché dirigano la sorte nella direzione di ciò che è più giusto. Così ci si
deve necessariamente servire delle due forme di uguaglianza, ma il più raramente possibile della seconda, perché
necessita della sorte.
Per queste ragioni, amici, uno stato che vuole conservarsi in modo duraturo deve comportarsi in questo modo:
perché come una nave che traversa il mare ha bisogno sempre, giorno e notte, di protezione, così uno stato che passa in
mezzo ai marosi degli altri stati e vive nel continuo pericolo di essere colto dalle insidie, ha bisogno che dal giorno sino
alla notte, e dalla notte sino alla venuta del giorno, i magistrati si succedano ai magistrati, i guardiani sì sostituiscano ai
guardiani, senza mai cessare di trasmettersi le consegne. E poiché la massa non sarà mai in grado di svolgere nessuna di
queste operazioni con rapidità, è necessario che, mentre la maggior parte dei consiglieri viene lasciata riposare per
lunghi periodi di tempo, attendendo ai propri affari e disponendo in ordine le proprie case, si assegni lo stato, nel corso
dei dodici mesi, alla dodicesima parte di essi, in modo che, a turno, questi custodi sappiano trattare prontamente con chi
viene da fuori o anche dallo stato stesso, sia che costui venga con l'intenzione di recare notizie, sia che voglia richiedere
qualcuna di quelle informazioni che conviene che uno stato fornisca ad altri stati, o delle quali conviene che riceva
risposta, se lo stato abbia interrogato altri stati; ed inoltre essi dovranno vigilare perché non si verifichino quelle
insurrezioni politiche di ogni genere che ogni volta sono solite avvenire nello stato, e se accadono, dovranno informare
il più presto possibile lo stato perché ponga rimedio a quanto è accaduto. Per tali ragioni questo corpo che è a capo dello
stato deve sempre avere l'autorità di convocare o di sciogliere le assemblee, sia quelle che si svolgono secondo la legge,
sia quelle che si tengono in situazioni di emergenza improvvisa per lo stato. Sarà la dodicesima parte del consiglio che
Platone Le leggi
62
disporrà tutte queste cose, mentre si riposerà negli altri undici mesi dell'anno: ma questa parte del consiglio deve
esercitare tale vigilanza sullo stato in comune accordo con gli altri magistrati.
Tutto ciò che riguarda lo stato è stato ordinato come si doveva: quale cura, invece, e quale disposizione bisogna
assegnare a tutto il resto della regione? E dal momento che tutta la città e tutta la regione sono state divise in dodici
parti, non bisogna designare dei soprintendenti che si prendano cura delle strade della stessa città, delle case, degli
edifici, dei porti, della piazza, delle fontane, dei luoghi sacri, dei templi, e di altre cose simili?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Diciamo allora che ai templi si devono assegnare guardiani, sacerdoti, e sacerdotesse. Quanto alle
strade, agli edifici, e al loro ordine, affinché sia gli uomini, sia le bestie non causino danni, e perché venga mantenuto
l'ordine che si conviene alle città tanto all'interno della stessa cinta muraria della città, quanto nei sobborghi esterni,
bisogna eleggere tre specie di magistrati e chiamare "astinomi" quelli che si occupano di quanto si è appena detto,
"agoranomi" invece coloro che si occupano dell'ordine relativo alla piazza. Non si devono toccare quei sacerdoti e
quelle sacerdotesse dei templi che hanno ricevuto la dignità sacerdotale dai padri: ma se, com'è naturale che avvenga in
tali stati che vengono fondati per la prima volta, non ve ne siano, o ve ne siano pochi, se non sono stati istituiti, bisogna
istituire sacerdoti e sacerdotesse che siano guardiani degli dèi. Nell'atto di istituire tutte queste cariche, bisogna che
alcune siano elette, altre tirate a sorte, mescolando, in vista della reciproca concordia, il demo con chi non appartiene al
demo, in ogni regione e città, per giungere alla massima concordia. Quanto alle cariche sacerdotali, sia lasciata al dio
stesso la facoltà di scegliere quello che più gli è gradito, e si proceda al sorteggio, affidando così l'elezione alla sorte
divina: si esamini quindi il sorteggiato per vedere se in primo luogo sia fisicamente integro e di nobile stirpe, e se, in
secondo luogo, proviene da una famiglia conservatasi il più possibile pura, e ancora, se lo stesso sorteggiato, e allo
stesso modo suo padre e sua madre abbiano vissuto immuni da uccisione e da tutte le altre colpe del genere che si
commettono dinanzi agli dèi. Bisogna che le leggi riguardanti tutte le cose divine provengano da Delfi, e si devono
seguire, dopo che si sia ricorsi ad interpreti appositamente istituiti per esse. Ciascuna carica sacerdotale deve durare un
anno e non più a lungo, e chi vuole adeguatamente esercitare i riti divini secondo le sacre leggi non deve avere, secondo
noi, meno di sessant'anni: le stesse regole abbiano validità anche per le sacerdotesse. Gli interpreti siano eletti in tre
tempi, e volta a volta quattro tribù eleggano quattro interpreti, e ciascuno provenga da una tribù. I tre ai quali andrà la
maggioranza dei voti vengano esaminati, gli altri nove siano inviati a Delfi, dove il dio ne sceglierà uno per ogni terna:
quanto alle procedure dell'esame e all'età valgano le stesse regole adottate per i sacerdoti. Costoro però siano interpreti
per tutta la vita, e se uno viene a mancare, le quattro tribù eleggano un sostituto dalla tribù donde quello è mancato. Per
ciascun tempio siano eletti, fra coloro che appartengono alla prima classe, in qualità di amministratori responsabili delle
sacre ricchezze, dei luoghi sacri, dei frutti provenienti da questi, e degli affitti, tre amministratori per i tempi più grandi,
due per quelli più piccoli, uno per i più modesti: quanto alla loro elezione e al relativo esame valgano le stesse norme
seguite per gli strateghi.
Tali dunque siano le norme che regolano questi riti sacri.
Nulla per quanto è possibile rimanga incustodito. La sorveglianza dello stato sia di competenza degli strateghi, dei
tassiarchi, degli ipparchi, dei filarchi, dei pritani, degli astinomi e degli agoranomi, dopo che siano da noi eletti e
adeguatamente preparati.
Quanto al resto della regione sia interamente sorvegliato in questo modo. Noi abbiamo diviso l'intera regione in
dodici parti il più possibile uguali: ogni tribù, cui è stata assegnata per sorteggio ciascuna di queste parti, offra ogni
anno cinque persone in qualità di agronomi e di frurarchi; e a questi cinque sia consentito di scegliere dalla propria tribù
dodici giovani che non abbiano meno di venticinque anni e non superino la trentina. Ad essi vengano assegnate mese
per mese le parti di regione, ogni parte a ciascuno, affinché diventino tutti quanti esperti e competenti di tutta la regione.
Questo comando e questa sorveglianza abbiano la durata, per le guardie e i capi, di due anni. Quale che sia la parte
ricevuta in sorte per la prima volta, vale a dire i diversi luoghi della regione, si trasferiscano sempre, ogni mese,
spostandosi nel luogo adiacente, e siano guidati dai frurarchi circolarmente verso destra, e per destra si intende verso
oriente.
Trascorso il primo anno, nel corso del secondo, affinché la maggior parte delle guardie non diventi soltanto esperta
della regione per una sola stagione dell'anno, ma perché apprenda, oltre alla topografia, anche le peculiarità di ciascun
luogo in ciascuna stagione, coloro che allora li guidano li conducano nuovamente verso sinistra, facendoli
continuamente mutare luogo, fino a che sia trascorso il secondo anno. Nel corso del terzo anno si scelgano altri cinque
agronomi e frurarchi che si prenderanno cura di dodici giovani. Ecco di che cosa dovranno occuparsi nel corso della
loro permanenza in ciascun luogo: prima di tutto che il luogo sia il più possibile ben fortificato contro i nemici,
scavando fossati, dove se ne presenti l'esigenza, e costruendo trincee e fabbricando fortificazioni per tenere il più
possibile lontano qualsiasi tentativo di recar danno alla regione e alle sue ricchezze.
Per questi lavori potranno servirsi di bestie da soma e degli schiavi che incontreranno in ciascun luogo, e mediante
quelli lavoreranno, dirigendoli durante il lavoro, e sceglieranno il più possibile quei momenti in cui essi saranno liberi
dalle occupazioni domestiche. Si faccia in modo di rendere ogni parte del territorio inaccessibile ai nemici, mentre lo si
renda accessibile agli amici, uomini, bestie da soma, ed armenti, prendendosi cura delle strade, perché siano, ciascuna di
quelle strade, il più possibile tranquille, e delle acque piovane, perché non rechino danno alla regione, ma piuttosto sì
rivelino utili scorrendo dalle alture verso le profonde valli fra i monti: allora tentino di convogliarle in canali
rinchiudendole con sbarramenti e fossati, in modo che quelle valli, assorbendo l'acqua e imbibendosi, generino ruscelli
e sorgenti per tutti i campi e i luoghi sottostanti, e rendano anche i luoghi più aridi ricchi e abbondanti di buona acqua.
Platone Le leggi
63
Cerchino di abbellire le acque sorgive - fiumi o fonti che siano - con piante e costruzioni, rendendole più decorose, e
facendo confluire le acque dei ruscelli mediante canali sotterranei rendano fertile ogni parte del luogo; e se vi sia un
bosco o un luogo sacro nelle vicinanze, mediante le irrigazioni in ogni stagione dell'anno, lo abbelliscano indirizzando i
corsi d'acqua verso i luoghi sacri degli dèi. Dovunque, in luoghi del genere, bisogna che i giovani allestiscano ginnasi
per sé e per i vecchi, dotandoli di bagni caldi per i vecchi, e fornendoli abbondantemente di legna secca: tali ginnasi
recheranno vantaggio a coloro che sono spossati dalle malattie e a quanti hanno il corpo consumato dalle fatiche dei
campi, e vi troveranno benevola accoglienza, accoglienza che sarà di gran lunga migliore di un medico non troppo
saggio.
Tutti questi lavori e gli altri simili a questi renderanno ordinati quei luoghi e saranno loro di utilità, offrendo nel
contempo un divertimento che non sarà affatto privo di godimento: ma l'aspetto serio delle loro occupazioni sia il
seguente. I sessanta agronomi custodiscano ciascuno il proprio luogo non solo dai nemici, ma anche da coloro che
assicurano di essere amici: se un vicino o un altro cittadino commette ingiustizia a danno di un altro, sia egli schiavo o
libero, rendano giustizia a chi afferma di averla subita, e se si tratta dì cause di scarsa importanza siano gli stessi cinque
capi a rendere giustizia, se invece si tratta di cause più importanti, sino a giungere al valore di tre mine, siano i
diciassette a giudicare, vale a dire i cinque e i dodici giovani, e giudichino tutte le accuse che un cittadino avanza nei
confronti di un altro. Nessun giudice o magistrato deve giudicare o governare senza essere tenuto a rispondere delle
proprie azioni, se non chi giudica in ultima istanza, come i re. E se questi agronomi si mostrano prepotenti nei confronti
di quelli di cui si prendono cura, dando ordini iniqui e tentando di prendere e portar via i prodotti dell'agricoltura senza
domandare permesso, e se accettano qualcosa che viene donato loro per corromperli, o se amministrano ingiustamente
la giustizia, per aver ceduto a tali lusinghe sopportino il peso del disonore in tutto lo stato; per le altre colpe commesse
ai danni della gente del luogo fino al valore di una mina, si rimettano spontaneamente alla pena decisa dagli abitanti del
luogo e dai vicini; per quelle più gravi, ogni volta che avvengono, o anche per quelle minori, nel caso in cui non
vogliano sottomettersi, confidando nel fatto di potervi sfuggire dato che ogni mese si trasferiscono in un altro luogo, a
tal proposito, dunque, chi ha subito l'ingiustizia si rivolga ai pubblici tribunali, e se vince la causa, esiga da questi che
voleva sfuggire e non voleva sottomettersi spontaneamente alla punizione il doppio della pena. Questi magistrati e
questi agronomi, nel corso dei loro due anni, conducano un tenore di vita che sia il seguente: vi sia innanzitutto in ogni
luogo l'istituzione dei pasti in comune, nei quali tutti devono prendere in comune il vitto. Chi anche per un giorno solo
non partecipa ai pasti in comune, o se ne vada via di notte, senza che i magistrati glielo abbiano permesso o senza che si
sia presentata una stretta necessità, se i cinque lo denunciano e stabiliscono di esporre il suo nome scritto sulla piazza
come di persona che ha trascurato il suo turno di guardia, subisca il disonore come se avesse tradito la costituzione, per
quel che gli competeva, e sia punito impunemente con percosse da chi si imbatta in lui e voglia punirlo. E se è uno degli
stessi capi che compie qualcosa di simile, bisogna che si occupino del caso tutti i sessanta, e chi si accorge del fatto o ne
viene informato e non intenti una causa sia sottoposto alle stesse leggi e sia punito con una pena più severa di quelle dei
giovani: sia inoltre dichiarato indegno di esercitare ogni carica relativa ai giovani. I custodi delle leggi sorveglino
attentamente queste illegalità perché esse non avvengano, o nel caso avvengano, siano punite secondo la giusta pena.
Bisogna che ogni uomo consideri, estendendo la riflessione a tutti gli uomini, che chi non è stato schiavo non potrà
neppure essere un padrone degno di lode, e che bisogna compiacersì maggiormente del fatto di avere servito bene ch e di
aver ben comandato, prima di tutto le leggi, poiché questo è un servizio reso agli dèi, e in secondo luogo, se si è
giovani, i più vecchi e coloro che hanno vissuto in modo onorevole.
Dopo di che bisogna che chi è stato agronomo in questi due anni abbia assaporato quel quotidiano tenore di vita
frugale e rustico. Non appena eletti i dodici, riuniti agli altri cinque, decidano, come fossero dei servi, che non avranno
per sé altri servi e altri schiavi, e non utilizzeranno i servi degli altri contadini e degli abitanti del luogo per i loro servizi
privati, ma solo per le faccende di carattere pubblico: per il resto devono pensare di vivere servendosi essi stessi
reciprocamente, esplorando inoltre tutta la regione d'estate e d'inverno, girando armati, per sorvegliare e conoscere tutti
i luoghi. Probabilmente non c'è conoscenza migliore che conoscere con esattezza la propria regione. Per questo un
giovane deve dedicarsi alla caccia con il cane o ad altri generi di caccia, non meno che per il piacere e il vantggio che
tutti possono trarre da attività di questo tipo. E sia che jostoro - e la loro attività - li si chiami "cripti" o "agronomi", o
comunque li si voglia chiamare, ogni uomo, nei limiti delle sue possibilità, deve dedicarsi volentieri a quest'attività,
almeno quelli che vogliono salvaguardare il loro stato in modo adeguato Dopo di che seguiva per noi, riguardo
all'elezione dei magistrati, l'elezione degli agoranomi e degli astinomi. Ai sessanta agronomi seguono tre astinomi, i
quali, dividendo per tre le dodici parti della città, ad imitazione degli agronomi, si prendano cura delle vie della città e
di quelle strade che dalla regione conducono sempre verso la città, e degli edifici, perché siano tutti conformi alle leggi,
e delle acque che saranno loro consegnate ed affidate dalle guardie dopo essersene presi cura, in modo che giungano
alle fonti in quantità sufficiente e pure, e abbelliscano e siano di utilità alla città. è necessario che anche costoro siano
uomini capaci e abbiano tempo disponibile per occuparsi dei pubblici affari: perciò ogni persona potrà proporre chi
vuole purché provenga dalla prima classe, e dopo che siano stati eletti per alzata di mano e coloro che hanno ottenuto la
maggioranza dei voti siano giunti al numero di sei, chi è preposto a queste operazioni estragga a sorte quei tre che, dopo
essere esaminati, diventino magistrati secondo le leggi stabilite per essi.
Subito dopo si eleggano cinque agoranomi tratti dalla seconda e dalla prima classe, per il resto l'elezione segua le
stesse procedure adottate per gli astinomi: fra i dieci che rispetto agli altri avranno ottenuto più voti per alzata di mano,
si estraggano a sorte cinque, e dopo un esame siano dichiarati magistrati. Chiunque deve votare per tutti: e chi non
vuole, se viene denunciato ai magistrati, sia punito con una multa di cinquanta dracme, oltre a meritarsi la fama di
Platone Le leggi
64
cattivo cittadino. Chiunque voglia può recarsi all'assemblea e alla pubblica adunanza, mentre sia obbligatorio per gli
appartenenti alla prima e alla seconda classe, che saranno multati di dieci dracme se verrà provata la loro assenza alle
riunioni: l'obbligo non sussiste per gli appartenenti alla terza e alla quarta classe, e non siano puniti con la multa, se non
nel caso in cui i magistrati abbiano intimato a tutti di parteciparvi per una qualche necessità. Gli agoranomi abbiano il
compito di sorvegliare l'ordine relativo alla piazza stabilito dalle leggi, essi prendano cura dei templi e delle fontane che
sorgono sulla piazza, perché nessuno rechi danno ad alcuna cosa; e chi causi danni sia punito, con percosse e catene se
si tratta di schiavi o stranieri, se invece sia uno del luogo che commette tali disordini, sino a cento dracme siano gli
stessi agoranomi ad avere l'autorità di infliggere la pena, mentre per una pena sino alle duecento dracme condannino il
colpevole insieme agli astinomi.
Allo stesso modo anche agli astinomi sia consentito di multare e di punire nell'ambito della propria giurisdizione, ed
essi possano multare sino ad una mina, mentre infliggano il doppio della multa insieme agli agoranomi.
Dopo di che converrà istituire i magistrati che si occupano di musica e di ginnastica, e dell'una e dell'altra vi siano
due specie magistrati: quelli che si occupano dell'educazione e quelli relativi alle gare. Quanto ai magistrati
dell'educazione la legge intendede riferirsi a coloro che si occupano dell'ordine e dell'educazione che viene impartita nei
ginnasi e nelle scuole, prendendosi cura della frequenza in tali scuole e degli alloggi dei giovani e delle giovani; quanto
ai magistrati delle gare, invece, la legge intende riferirsi a coloro che giudicheranno gli atleti che affrontano le gare
ginniche e musicali, e questi si divideranno di nuovo in due specie, quelli che si occupano della musica e gli altri che si
occupano della ginnastica. Per le gare degli uomini e per le gare ippiche i giudici siano sempre gli stessi, per la musica,
invece, converrebbe che alcuni fossero giudici del canto monodico e di quello imitativo, altri, dei rapsodi, ad esempio,
dei citaredi, e dei flautisti, e di altri simili, altri dei canti corali. In primo luogo bisogna eleggere i magistrati che
sovrintendano a quel divertimento corale di fanciulli, di uomini, e di fanciulle che si realizza nella danza e in tutto ciò
che viene ordinato dalla musica: in questo caso è sufficiente un solo magistrato che abbia non meno di quarant'anni. E
uno solo sia sufficiente anche per il canto monodico, il quale non abbia meno di trent'anni: costui abbia il compito di
introdurre alle gare i concorrenti e sia in grado di giudicare in modo adeguato. Ed ecco il modo con cui si dovrà
eleggere il magistrato preposto all'ordine dei cori. Quanti amano la danza corale si rechino insieme alla riunione, e siano
puniti con una multa se non si recano - di questo fatto siano giudici i custodi delle leggi -, mentre non vi sia alcun
obbligo per gli altri, se non hanno intenzione di parteciparvi. Chi avanza la proposta deve farla scegliendo fra gli esperti
dell'arte, e nel corso dell'esame l'unico argomento favorevole o contrario sia questo: per gli uni il candidato sarà
inesperto, per gli altri esperto dell'arte. E quell'unico che fra i dieci che hanno raccolto più voti per alzata di mano sia
sorteggiato e sia sottoposto all'esame sia per un anno il magistrato dei cori secondo la legge. Allo stesso modo e
secondo le stesse procedure, chi viene sorteggiato fra coloro che si sono presentati per essere giudicati eserciti per
quell'anno la magistratura sui canti monodici e sulla musica strumentale, dopo che il sorteggiato sia stato affidato al
giudizio dei giudici. Dopo di che è necessario eleggere dalla terza e anche dalla seconda classe coloro che presiedono le
gare riguardanti le competizioni di uomini e quelle ippiche: vi sia l'obbligo di recarsi all'elezione per le prime tre classi,
mentre l'ultima sia esente da pena. Siano tre i sorteggiati fra i venti più votati per alzata di mano, e questi tre abbiano
anche ottenuto il voto favorevole degli esaminatori che li valutano: se qualcuno viene respinto all'esame in relazione a
qualsiasi carica, sia quando si sorteggia, sia quando si giudica, se ne elegga un altro con la stessa procedura, e allo
stesso modo si conduca l'esame.
Rimane ancora un magistrato riguardo a quel che abbiamo detto prima: si tratta di chi sovrintende l'educazione
maschile e femminile.
Uno solo sia, secondo le leggi, chi detiene questa carica, non abbia meno di cinquant'anni, sia padre di figli legittimi,
se possibile figli maschi e figlie femmine, altrimenti dell'uno o dell'altro sesso. Tanto chi viene preferito quanto chi lo
preferisce nel giudizio rifletta sul fatto che questa carica è assolutamente la più importante fra le massime cariche che vi
sono nello stato.
Infatti il primo germoglio di ogni pianta, se comincia a crescere bene, ha moltissime possibilità, in relazione al
valore della sua natura, di compiere qualcosa di vantaggioso, e questo non vale solo per le piante in genere, ma anche
per gli animali domestici e selvatici, e per gli uomini: e l'uomo, noi diciamo, è un essere domestico, e tuttavia se ha
ottenuto in sorte una retta educazione e un'indole felice, è solito diventare il più divino e il più mite degli esseri viventi,
ma se non è stato allevato in maniera adeguata o in modo non onorevole diventa il più selvaggio fra gli esseri che la
terra fa nascere. Per queste ragioni il legislatore non deve permettere che l'educazione dei fanciulli diventi un fatto
secondario o puramente accessorio, ma bisognerà prima di tutto cominciare a scegliere bene chi dovrà occuparsi dei
bambini, e, nei limiti del possibile, bisognerà far sovrintendere alla loro educazione colui che sotto ogni aspetto risulti il
migliore fra quelli che vi sono nello stato. Tutti i magistrati, allora, fatta eccezione per il consiglio e i pritani, si
riuniscano presso il tempio di Apollo e votino in gran segreto, fra i custodì delle leggi, quello che ciascuno ritiene che
possa detenere nel modo migliore questa carica che riguarda l'educazione: chi abbia avuto la maggioranza dei voti e sia
stato esaminato dagli altri magistrati che abbiano preso parte all'elezione, fatta eccezione per i custodi delle leggi,
detenga la carica per cinque anni; nel sesto anno, con la stessa procedura, si elegga un altro per questa carica.
Nel caso in cui chi detiene una carica pubblica muoia più di trenta giorni prima dello scadere del suo mandato,
secondo la stessa procedura, chi si deve occupare di queste cose lo sostituisca con un altro nella magistratura. E se
muoia un tutore di orfani, i parenti che risiedono nello stato, da parte di padre e di madre, sino ai figli dei cugini, ne
nominino un altro entro dieci giorni, o ciascuno sia punito con una multa di una dracma al giorno, finché non abbiano
nominato un tutore ai bambini.
Platone Le leggi
65
Uno stato in cui i tribunali non fossero istituiti come si deve non sarebbe più uno stato: un giudice che non parla, e
che nelle fasi istruttorie non dice una parola in più di quanto dicono le parti in causa, come negli arbitrati, un giudice
come questo non sarà mai in grado di giudicare nelle questioni concernenti la giustizia. Per questi motivi non è facile
giudicare bene se si è in molti, ma neppure se si è in pochi e di scarso valore. Bisogna che ciò che costituisce il fulcro
della controversia sia messo sempre in chiaro da una parte e dall'altra; e il tempo, e insieme la lentezza, e la serrata
indagine preliminare servono a mettere in luce questa controversia. Ecco perché prima di tutto bisogna che le parti in
causa si rivolgano ai vicini, agli amici, a coloro che conoscono maggiormente i fatti che sono oggetto della controversia,
e se non si ottenga in questi tribunali una sentenza soddisfacente, ci si rechi presso un altro tribunale. Il terzo tribunale,
se i primi due tribunali non siano in grado di portare ad una riappacificazione, ponga fine alla causa.
In un certo senso anche le istituzioni dei tribunali rappresentano una forma di elezione dei magistrati: è inevitabile
infatti che ogni magistrato sia anche giudice di alcune questioni, ed il giudice, pur non essendo magistrato, in un certo
senso lo diventi, e non un magistrato di scarso valore, nel giorno in cui, fornendo la sentenza, pone fine alla causa.
Considerando allora anche i giudici come magistrati, dobbiamo dire quali siano quelli adatti, in quale ambito possono
giudicare, e quanti devono essere per ciascun ambito. Il tribunale più autorevole sia dunque quello che ciascuna delle
parti avrà indicato l'una all'altra, scegliendo in comune alcuni giudici. Per il resto, vi siano due corti di giustizia: l'una
quando un privato accusa un altro di aver commesso ingiustizia contro di lui, e lo porta in giudizio e vuole che sia
giudicato; l'altra quando un cittadino ritiene che un privato abbia arrecato danno allo stato, e vuole venire in soccorso
della comunità.
Bisogna ora dire chi devono essere i giudici e quale dev'essere la loro natura. Prima di tutto dobbiamo avere un
tribunale comune a tutti i privati che sono in controversia fra loro dopo aver fatto ricorso per la terza volta, e tale
tribunale sia organizzato in questo modo. Tutti i magistrati che sono in carica per un anno e anche più di un anno, il
giorno prima dell'inizio del nuovo anno, nel mese seguente al solstizio d'estate, bisogna che si riuniscano tutti in un
tempio, e dopo aver giurato in nome del dio, offrano al dio, come una primizia di ogni magistratura, un giudice che
nella propria carica si stimi essere stato il più valente, e dia l'impressione di amministrare la giustizia per i cittadini,
nell'anno seguente, nel modo migliore e più santo. Non appena siano stati eletti, siano sottoposti all'esame da parte degli
stessi che li hanno eletti, e se uno viene respinto, venga eletto un altro al suo posto seguendo le stesse procedure; quelli
che risultano eletti e hanno ottenuto l'approvazione giudicheranno le cause di chi ha lasciato gli altri tribunali, e daranno
il loro voto senza scrutinio segreto. Uditori e spettatori di questi processi siano necessariamente i consiglieri, e gli altri
magistrati che li hanno eletti, e tutti gli altri che lo desiderano. Se un tale accusa un giudice di aver emesso
volontariamente una sentenza ingiusta, deponga la sua accusa presso i custodi delle leggi: e quello che sia ritenuto
colpevole in tale processo sia condannato a pagare alla parte lesa la metà del danno recato, e se si ritiene che meriti una
pena maggiore, i giudici che si sono occupati della causa facciano una stima delle pena che deve subire oltre a quella
che gli è stata comminata, o quanto in più deve pagare alle casse dello stato o all'accusa. Quanto alle imputazioni che
riguardano i delitti contro lo stato, è in primo luogo necessario che il popolo partecipi al giudizio - tutti infatti hanno
ricevuto ingiustizia quando uno ha recato danno allo stato, e quindi avrebbero ragione di sopportare a malincuore di
essere esclusi da processi dì questo genere - ma bisogna che al popoìo siano affidate la fase inziale e quella finale di una
simile causa, mentre la fase investigativa dev'essere lasciata alle tre magistrature più importanti sulle quali si
metteranno d'accordo accusatore e accusato: se essi non saranno in grado di giungere ad un accordo, il consiglio
giudicherà la scelta dell'una e dell'altra parte.
Bisogna che anche per le cause private tutti vi partecipino, nei limiti del possibile: e chi non partecipa di questa
facoltà di giudicare, non si ritiene affatto partecipe della vita dello stato. Per questi motivi è necessario che vi siano i
tribunali per le tribù, e i giudici, estratti a sorte, giudichino immediatamente senza lasciarsi corrompere da nessuna
richiesta; ma il giudizio finale di tutte queste cause spetta a quel tribunale di cui abbiamo parlato e che abbiamo cercato
di rendere, nei limiti delle umane possibilità, il più incorruttibile possibile, in modo che sia in grado di risolvere le
vertenze di coloro che non sono riusciti a rinconciliarsi né presso i tribunali dei vicini, né presso quelli delle tribù.
Ora a proposito dei nostri tribunali - e in tal caso non è facile dire in maniera incontestabile se si tratta o no di
magistrature - abbiamo tracciato uno schizzo e delineato i suoi contorni, precisando alcune cose e tralasciandone altre:
infatti solo al termine della legislazione si possono esattamente stabilire e ripartire nel modo assolutamente più corretto
le leggi che si occupano della giustizia. E queste cose, dunque, ci attendono alla fine, mentre per quanto riguarda invece
l'istituzione delle altre magistrature, possiamo dire che esse hanno assunto un ruolo assai esteso nella legislazione.
Naturalmente, una conoscenza complessiva e precisa di ognuna e di tutte quante le strutture che regolano lo stato e la
vita civile, non può diventare del tutto evidente prima che la trattazione, che è partita dall'inizio e ha sviluppato una
seconda parte e poi quella intermedia, sia completa di tutte le sue parti e giunga alla fine. E ora, nella circostanza
presente, si possa dare un'adeguata conclusione a quella parte che giunge sino all'elezione dei magistrati, e si cominci a
fissare le leggi che non ammettono più ritardo o incertezze.
CLINIA: Sono pienamente d'accordo, straniero, con quel che hai detto prima: e ora il fatto di collegare l'inizio di ciò
che dovrai dire con la fine di ciò che è stato detto mi soddisfa ancora di più.
ATENIESE: Sin qui ci siamo allora intrattenuti bene in questo saggio passatempo di vecchi.
CLINIA: Mi pare che alluda evidentemente ad una onorevole occupazione propria di uomini valenti.
ATENIESE: è vero: ma vediamo se anche tu sei d'accordo con me su questo punto.
CLINIA: Quale punto? E di che cosa si tratta?
ATENIESE: Tu sai che l'attività dei pittori, quando ritraggono un qualsiasi oggetto, non sembra avere mai fine, e
Platone Le leggi
66
pare che non finiscano mai di abbellire l'opera caricando o attenuando i colori, o come chiamano questa tecnica gli
allievi dei pittori, sicché i dipinti non possano più evolversi in bellezza ed espressione.
CLINIA: Capisco anch'io quello che dici, almeno per quel che ho sentito dire, dato che non mi sono mai dedicato a
tale arte.
ATENIESE: E non hai perso niente. Ma noi serviamoci di questo ragionamento sull'arte che ora si è presentato nella
nostra discussione, e facciamo la seguente considerazione. Se un pittore pensasse di rappresentare l'opera più bella, tale
da non perdere mai il suo valore, ma da migliorare continuamente con il passare del tempo, ti rendi conto che, essendo
mortale, se non nascerà un successore che restauri i danni provocati dall'azione del tempo, capace inoltre di abbellirla
colmando quelle mancanze determinate dalla sua stessa incapacità tecnica, questa fatica gli sopravviverà per ben poco
tempo?
CLINIA: Vero.
ATENIESE: E allora? Non credi che questa sia l'intenzione del legislatore? Prima di tutto deve tracciare le leggi nel
modo più preciso possibile e in quantità sufficiente; in seguito, con il passare del tempo, mettendo alla prova dei fatti le
sue decisioni, credi che vi sarà un legislatore così stolto da non riconoscere che inevitabilmente ha lasciato molti aspetti
incompiuti, e che quindi un successore dovrà correggerli, perché la costituzione non peggiori, ma migliori, e l'ordine
regni sempre nello stato da lui fondato?
CLINIA: Questa - e come non potrebbe esserlo - potrebbe verosimilmente essere la volontà del legislatore.
ATENIESE: E se qualcuno possedesse un qualche sistema per giungere a questo fine, e con i fatti e con le parole
insegnasse ad un altro, migliore o peggiore di lui, in che modo si acquisisce la nozione per custodire e correggere le
leggi, non è vero che non finirebbe mai di spiegare questa cosa prima di giungere al fine proposto?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: E in questo momento io e voi non dobbiamo fare così?
CLINIA: Di che cosa parli?
ATENIESE: Dato che stiamo per legiferare, e abbiamo già scelto i custodi delle leggi, e poiché siamo al tramonto
della vita, mentre quelli rispetto a noi sono giovani, come andiamo dicendo, dobbiamo legiferare, e nello stesso tempo
tentare di rendere anche costoro legislatori e custodi delle leggi, nei limiti del possibile.
CLINIA: Certamente, sempre che siamo abbastanza capaci!
ATENIESE: Dobbiamo in ogni caso tentare e impegnarci.
CLINIA: E come no?
ATENIESE: Diciamo dunque loro: «Amici che salvaguardate le leggi, noi tralasceremo - ed è inevitabile -
moltissimi elementi riguardanti ogni questione di cui si occupano le leggi che stabiliamo, ma ciò che è di importanza
essenziale e tutto l'insieme non lasceremo che non venga spiegato, ma cercheremo di delinearlo: bisognerà che voi
completiate quest'abbozzo. Ora dunque ascoltate che cos'è che dovete considerare nel compiere quest'impresa. Megillo,
Clinia, ed io ne abbiamo parlato non poche volte fra di noi, e abbiamo convenuto che si è parlato bene: dunque
vogliamo che anche voi siate dello stesso avviso e diventiate nostri discepoli, tenendo in considerazione quegli stessi
princìpi sui quali abbiamo convenuto insieme che il custode delle leggi e il legislatore devono concentrare la loro
attenzione. Il punto principale sul quale ci siamo trovati d'accordo era questo, e cioè che in qualunque modo un uomo
possa diventare onesto, possedendo la virtù dell'anima che si addice ad un uomo, grazie ad una consuetudine, ad un
costume di vita, ad un possesso, ad un desiderio, ad un'opinione, ad una qualche disciplina, siano coloro che vivono
nello stato maschi o femmine, giovani o vecchi, egli deve tendere per tutta la vita con qualsiasi sforzo al fine di cui
parliamo; e che nessuno, chiunque sia, deve mostrare di preferire, fra le altre cose, quelle che costituiscono un
impedimento a questo scopo, e questo infine vale anche per lo stato, nel caso in cui risulti necessario che esso venga
distrutto prima ch'esso accetti di piegarsi al giogo servile e di essere governato dalle persone più malvage, o se sarà
necessario abbandonarlo volontariamente con l'esilio. Bisogna sopportare tutte queste cose, prima di passare sotto una
forma di governo che per sua natura rende gli uomini malvagi. Questi sono i punti sui quali noi ci siamo
precedentemente messi d'accordo, e ora voi, in vista dell'uno e dell'altro fine che ci siamo proposti, elogiate e biasimate
le leggi, e biasimate quelle che non sono in grado di perseguirli, mentre prediligete e accogliete benevolmente quelle
che possono perseguirli, e in esse vivete: quanto alle altre consuetudini, che tendono ad altri cosidetti beni, bisogna dire
loro addio».
E il principio delle leggi che noi qui di seguito stabiliremo sia questo, e prenda avvio dalla materia sacra. Dobbiamo
innanzitutto riprendere il numero cinquemilaquaranta, e tutte le utili suddivisioni che conteneva e che contiene, sia nella
sua totalità, sia diviso per tribù; e abbiamo stabilito che questa tribù fosse la dodicesima parte dell'intero, la quale risulta
esattamente dal prodotto di ventuno per venti. Come il numero intero è divisibile per dodici, dodici è anche il numero
delle tribù: e ciascuna parte dev'essere considerata come sacra, dono del dio, poiché si accompagna ai mesi e alla
rivoluzione annuale dell'universo.
Perciò l'innato principio divino guida tutto lo stato e rende sacre le divisioni stesse: altri forse avranno diviso più
correttamente di altri, e le avranno consacrate al dio più felicemente. Noi ora in ogni caso diciamo di aver scelto nel
modo migliore il numero cinquemilaquaranta, che ha per divisori tutti i numeri dall'uno al dodici, eccezion fatta per
l'undici - ma si tratta di cosa facilmente rimediabile, e si risanerà in ambedue i casi se si tolgono due famiglie -; e che le
cose stanno davvero così, se avessimo tempo, potremmo darne dimostrazione con un discorso neppure troppo lungo.
Prestando ora fede a questa voce e a questo ragionamento dividiamo lo stato, e dopo aver attribuito a ciascuna sua parte
un dio o un figlio di dèi, assegnando loro altari e ciò che è conveniente per il culto, facciamo delle riunioni presso di
Platone Le leggi
67
essi due volte al mese per fare sacrifici: dodici nella frazione della tribù, e dodici nella suddivisione dello stato, in primo
luogo per ottenere il favore degli dèi e di tutti quelli che hanno rapporti con essi, in secondo luogo per acquisire con essi
familiarità, per favorire la conoscenza reciproca, come diciamo, e per stringere ogni sorta di relazione. Per quanto
riguarda le relazioni e le unioni matrimoniali è necessario fare piena luce sulla famiglia da cui proviene la sposa, e su
chi la prende in sposa, e a quali condizioni viene stipulato il patto, valutando con estrema attenzione il fatto di non
commettere errori, nei limiti del possibile, in circostanze come queste. Per queste motivazioni così serie bisogna
organizzare le feste corali in cui fanciulli e fanciulle danzino, e nello stesso tempo osservino e si lascino osservare, nudi
tanto gli uni quanto le altre, nella misura in cui lo ammette un saggio senso del pudore che è in ciascuno, secondo criteri
ragionevoli, e in quanto la loro età fornisce giustificazioni plausibili. Si prenderanno cura di tutte queste cose, e le
ordineranno, i magistrati dei cori, e diventeranno legislatori, insieme ai custodi delle leggi, per quanto noi tralasciamo di
ordinare: è necessario, come dicevamo, che il legislatore tralasci molti particolari di scarsa importanza come questi,
mentre coloro che anno dopo anno diventano esperti di queste cose, apprendendole dalla pratica, stabiliscano regole, e,
correggendole, le riformino di anno in anno, finché non si giunga ad un'adeguata definizione di tali norme e delle
relative consuetudini. Pertanto un periodo di tempo giusto e sufficiente per acquisire esperienza potrà essere
rappresentato da dieci anni di sacrifici e di danze corali, nel corso del quale si disporrà ogni cosa, in generale e in
particolare: finché vive il legislatore che ha ordinato queste cose, bisogna accordarsi con lui, ma quando muore, le
singole magistrature, presentando ai custodi delle leggi gli aspetti carenti della loro magistratura, li correggano, finché
non si pensi che ogni cosa ha raggiunto il termine ultimo della perfezione; allora tali norme diventino immutabili, e si
ricorra ad esse insieme alle altre leggi che in principio il legislatore aveva fissato stabilendole per le magistrature.
E queste ultime norme, per nulla al mondo, nessuno deve mai riformare di sua spontanea volontà, e se mai sembra
che se ne presenti una qualche necessità, bisogna consultare tutti i magistrati, tutto il popoìo, e tutti gli oracoli degli dèi,
e se tutti sono d'accordo, si potrà così procedere alla riforma, altrimenti mai, in alcun modo, sarà possibile, ed anzi avrà
sempre la meglio, secondo la legge, chi impedirà le riforme.
Quando un uomo, compiuti venticinque anni, osservando ed essendo osservato dagli altri, è convinto di aver trovato
una persona che corrisponda ai suoi propositi, e gli sembri adatta alla comune procreazione dei figli, chiunque, allora, si
sposi, entro i trentacinque anni, ma prima ascolti come si deve ricercare ciò che risulta conveniente ed adatto: prima
della legge, infatti, come dice Clinia, bisogna premettere quel proemio che si adatta a ciascuna.
CLINIA: Ricordi benissimo, straniero, e nel discorso hai colto un'occasione che mi sembra assai adatta.
ATENIESE: Dici bene. «Figlio», diciamo allora a chi proviene da valorosi antenati, «bisogna sposarsi secondo le
nozze approvate dai saggi, i quali ti consiglieranno di non evitare le nozze dei poveri, e neppure di inseguire con
particolare desiderio quelle dei ricchi: se invece tutte le condizioni si equivalgono, conviene sempre preferire di unirsi
in nozze con chi è leggermente inferiore.
Tali matrimoni saranno vantaggiosi tanto per lo stato, quanto per le famiglie che si verranno a formare: infatti
l'omogeneità e la misura sono per la virtù mille volte superiori dell'intemperanza.
Chi sa di essere più impetuoso e di lasciarsi trasportare con più veemenza del dovuto in ogni sua azione deve
sforzarsi di diventare genero di padri equilibrati, mentre chi per natura è il contrario bisogna che vada a cercare parenti
opposti. E in generale una sia la regola sul matrimonio: bisogna che ciascuno aspiri a nozze che risultino vantaggiose
per lo stato, e non a quelle che procurano il massimo piacere a se stessi. Ogni individuo viene sempre attratto, per
natura, verso chi gli è simile, per cui l'intero stato risulta eterogeneo per ricchezze e modi di vita: di qui nascono quei
mali che non vogliamo che accadano presso di noi, mentre accadono assai frequentemente presso la maggior parte degli
stati. Il fatto di prescrivere e di redigere queste norme sotto forma di legge, per cui il ricco non sposi il ricco, e chi è in
grado di compiere molte azioni non sposi un'altra persona che gli sia simile, ma si costringa la natura esuberante ad
unirsi in nozze con chi è più tranquillo, e chi è più tranquillo con chi ha natura esuberante, oltre a suscitare risa, in molti
potrebbe risvegliare l'ira: non è facile capire che lo stato dev'essere mescolato secondo giuste proporzioni come una
coppa, nella quale il vino, appena versato, è forte e ribolle, ma se viene moderato da un altro dio temperante, ottiene una
buona mescolanza e diventa una buona e temperata bevanda. Nessuno, per così dire, è in grado di ved ere che una cosa
del genere accade nell'unione per la procreazione dei figli: per questi motivi è necessario che si lascino perdere tali
aspetti dal punto di vista della legge, ma bisogna tentare di persuadere ciascuno, quasi con un incantesimo, a stimare più
importante il conseguire l'omogeneità nell'avere figli piuttosto che contrarre nozze uguali che portano verso un
insaziabile desiderio di ricchezze, e a dissuadere, mediante il rimprovero, chi nel proprio matrimonio si occupa
esclusivamente di ricchezze, senza però costringerlo con una legge scritta».
Queste siano le esortazioni riguardanti il matrimonio, e così quelle che si sono dette in precedenza, secondo cui
bisogna attenersi alla natura che spinse continuamente a procreare lasciando dopo di sé i figli dei figli in qualità di
servitori al dio che prendano il nostro posto. Tutte queste ed altre cose ancora si potrebbero dire riguardo alle nozze, e
su come bisogna sposarsi, se si vuole comporre correttamente un proemio: e se qualcuno non obbedisce volentieri, e
vive nello stato come uno straniero, e non prende parte ad alcun legame sociale, e giunge a trentacinque anni senza
essersi sposato, paghi ogni anno cento dracme se appartiene alla prima classe, settanta, se alla seconda, sessanta, se alla
terza, e trenta, se è alla quarta. Questo danaro sia sacro ad Era. E chi anno dopo anno non paga, sia condannato a pagare
il decuplo: e questa operazione venga compiuta dall'amministratore della dea, e se non la compie, sia condannato a
pagare lui stesso, ed ognuno, nel rendiconto, risponda di questo danaro. Chi non vuole sposarsi sia allora condannato a
pagare una multa come questa, e sia privato degli onori che i più giovani gli dovrebbero tributare, e nessuno dei giovani
voglia mai spontaneamente obbedirlo in qualcosa: se tenta di punire qualcuno, ognuno venga in soccorso di chi è
Platone Le leggi
68
vittima dell'ingiustizia e lo difenda, ma chi non presta aiuto, pur trovandosi presente al fatto, sia dichiarato dalla legge
cittadino vile e malvagio.
Della dote abbiamo già parlato anche prima, ma si ripeta ancora che i poveri non hanno minori possibilità, per la
mancanza di ricchezze, di unirsi in matrimonio o di sposare la propria figlia, quando invecchiano: infatti in questo stato
tutti possiedono il necessario, e quindi minore sarà l'insolenza delle donne, e minore quella meschina e servile schiavitù
che a causa delle ricchezze può sorgere nei mariti. Chi segue queste norme, farà del bene: ma chi non obbedisce, e dà, o
riceve, più di cinquanta dracme per il vestito della sposa, se appartiene all'ultima classe, più di una mina, se appartiene
alla terza, più di una mina e mezza, se è della seconda, e più di due mine, se è della prima, versi altrettanto alle casse
dello stato, e la somma data o ricevuta sia sacra a Era e a Zeus, e sia riscossa dagli amministratori delle due divinità,
secondo quanto si è detto che gli amministratori di Era ogni volta debbono fare riguardo a coloro che non si possono
sposare, se non vogliono pagare la multa di tasca propria.
La promessa di matrimonio più autorevole sia in primo luogo quella del padre, seconda per autorità sia quella del
nonno, terza quella dei fratelli nati da uno stesso padre; e se mancano queste persone, sia ugualmente autorevole la
promessa fatta da parte materna, secondo lo stesso ordine; se poi si verificherà una sorte del tutto inconsueta, valga
sempre l'autorità dei parenti più prossimi, insieme ai tutori.
Quanto ai riti preliminari delle nozze, e ad ogni altro sacrificio che devono compiere coloro che si devono sposare,
quelli che si stanno sposando, e quelli che sono sposati, bisogna che ognuno pensi che tutto può avvenire in modo
conveniente, se interroga gli interpreti e da quelli si lascia guidare.
Per quanto riguarda i banchetti nuziali, bisogna invitare non più di cinque amici dello sposo e non più di cinque
amici della sposa, e altrettanti devono essere i rispettivi parenti ed amici. Nessuno faccia una spesa superiore al proprio
patrimonio, e quindi per chi è della prima classe il massimo della spesa è una mina, mezza mina per chi è della seconda,
e così via, secondo la classe cui appartiene ciascuno. Tutti devono avere parole di elogio per chi obbedisce a questa
legge, mentre i custodi delle leggi puniscano chi disubbidisce come persona rozza che non è stata formata dalle leggi
delle Muse nuziali. Non conviene bere sino ad ubriacarsi, se non nelle feste in cui il dio offre il vino, e questo
atteggiamento non garantisce sicurezza alcuna, soprattutto per chi si impegna seriamente nell'esperienza delle nozze, nel
corso delle quali conviene invece che lo sposo e la sposa siano assai assennati, dal momento che compiono un
cambiamento di vita non piccolo, e perché i figli, nei limiti del possibile, nascano sempre da genitori assennati: non è
mai chiaro, infatti, in quale notte o in quale giorno il figlio venga concepito con l'aiuto del dio. E inoltre bisogna che il
concepimento dei figli non avvenga da corpi disgregati dall'ubriachezza, ma il figlio deve formarsi robusto, solido, e
tranquillo. L'uomo in preda al vino si muove in ogni direzione, e tutto mette in movimento, essendo furioso nel corpo e
nell'anima: l'ubriaco depone incerto e malamente il suo seme, sicché genera figli anormali, infidi, senza un'indole retta,
né un corpo lineare, com'è verosimile che sia. Perciò piuttosto per tutto l'anno e per tutta la vita, ma specialmente in
quel tempo in cui si genera, bisogna prestare attenzione perché non si agisca in modo da contrarre malattie e non si
faccia nulla che contenga in sé violenza o ingiustizia: è inevitabile, infatti, che l'ubriaco imprima l'impronta del proprio
male nelle anime e nei corpi dei suoi figli, e dia in ogni caso alla luce esseri inferiori. In modo particolare quel giorno e
quella notte gli sposi devono astenersi da quel che si è detto: il principio della vita che è collocato negli uomini è un dio
che mette in salvo ogni cosa, se riceve il dovuto onore da parte di ciascuno di quelli che se ne servono.
Bisogna che l'uomo che si sposa consideri una delle due case che sono nel suo lotto come luogo in cui nasceranno e
verranno allevati i suoi figli, e qui, separato dal padre e dalla madre celebrerà le nozze, e abiterà e nutrirà sé e i figli. Se
nelle relazioni amichevoli vi sia un certo desiderio, esso cementa e lega insieme tutti i rapporti affettivi: ma una molesta
compagnia, che non tenga vivo attraverso il tempo il desiderio, fa in modo di allontanare gli uni dagli altri a causa di
un'eccessiva sazietà. Per queste ragioni bisogna lasciare al padre, alla madre, e ai parenti della moglie le loro case, e
come se fossimo giunti in una colonia, qui bisogna abitare, facendo loro visite e ricevendole, e generare e allevare i
figli, e consegnare gli uni agli altri la vita, come una fiaccola, prendendosi cura degli dèi, secondo le leggi.
Dopo tale questione, passiamo al possesso dei beni: quali sono le sostanze più adatte che un tale può possedere?
Pensare o possedere molte di esse non è difficile, mentre è in ogni caso difficile possedere i servi. E la ragione risiede
nel fatto che di essi si dicono cose giuste e cose che in un certo senso sono sbagliate: i nostri discorsi infatti ora vanno
nel senso opposto agli usi che ne facciamo, ora sono conformi ad essi.
MEGILLO: Che cosa stiamo dicendo? Non capiamo, straniero, che senso ha quello che ora stai dicendo.
ATENIESE: Ma è del tutto verosimile, Megillo: fra tutti i Greci, infatti la condizione degli Iloti a Sparta potrebbe
dare adito a molte perplessità e fornire occasione di disputa fra chi ritiene che si tratta di una buona istituzione e chi la
disapprova - minori occasioni di disputa offre la schiavitù che gli abitanti di Eraclea esercitano sui Mariandini (1) che
hanno asservito, o sulla servitù dei Penesti (2) presso i Tessali -; e dunque, considerando tutti questi casi ed altri simili,
come dobbiamo comportarci riguardo al possesso dei servi? Ecco quello che di sfuggita mi è capitato di dire nel
discorso, e di cui tu mi hai giustamente domandato spiegazioni: come sappiamo, tutti noi diciamo che bisogna
acquistare schiavi assolutamente ben disposti e ottimi; e molti di essi, in effetti, furono per qualcuno più che fratelli e
figli, per quel che concerne la virtù, e hanno messo in salvo padroni, beni, e tutte le loro case. Sappiamo che questo si
dice degli schiavi.
MEGILLO: Certamente.
ATENIESE: E non si dice forse anche il contrario, e cioè che un'anima servile non ha nulla di sano, e che chi ha un
po' di intelligenza non deve mai fidarsi di una razza come questa? Il più sapiente dei nostri poeti ha anche dichiarato,
parlando di Zeus, che «Metà della mente, Zeus dall'ampio sguardo toglie agli uomini, sui quali si abbatte il giorno della
Platone Le leggi
69
schiavitù». (3) Ciascuno può considerare in modo diverso queste riflessioni, e così alcuni non prestano fede alcuna nella
categoria dei servi, e come se avessero natura di bestie col pungolo e la frustra rendono non solo tre volte, ma infinite
volte schiava la loro anima, altri, invece, fanno tutto il contrario.
MEGILLO: Certamente.
CLINIA: Come dobbiamo allora comportarci, straniero, dato che ci sono opinioni così diverse, riguardo al possesso
e alla disciplina degli schiavi che vi sono nella nostra regione?
ATENIESE: Che cosa faremo, Clinia? Dal momento che è evidente che l'uomo è un animale difficile a trattarsi e
non sembra affatto prestarsi a quella necessaria divisione secondo la quale dividiamo lo schiavo, il libero, e il padrone,
si tratta di un difficile possesso: e questo nei fatti viene spesso dimostrato dalle frequenti ed abituali rivolte dei Messeni,
e da quei mali che avvengono in quegli stati dove si possiedono molti servi che parlano la stessa lingua, e, ancora, da
quei furti di ogni specie e da quelle sventure causate da coloro che vengono chiamati vagabondi e sono in Italia.
Considerando tutti questi fatti, si potrebbero nutrire non poche perplessità sul comportamento da assumere in casi del
genere. Non restano che due sistemi: chi vuole possedere senza difficoltà gli schiavi faccia in modo, per quanto è
possibile, che non siano dello stesso paese e non parlino la stessa lingua, in secondo luogo li allevi come si deve, non
solo nel loro interesse, ma preoccupandosi soprattutto per se stessi; e allevare questa gente significa non usare violenza
verso i servi, e, se possibile, essere nei loro confronti meno ingiusti di quanto lo si sarebbe verso i propri eguali. Chi per
sua natura, e non con la finzione, venera la giustizia e detesta realmente l'ingiustizia, apparirà evidentemente tale nei
rapporti con quelle persone con le quali sarebbe facile per lui commettere ingiustizia. E chi nelle sue consuete relazioni
e nel suo modo di comportarsi con gli schiavi non è contaminato dall'empietà e dall'ingiustizia, sarà perfettamente
capace di seminare quei semi che faranno germogliare la virtù, e lo stesso discorso sì può giustamente fare a proposito
di un signore, di un tiranno, e di chiunque detiene la sua signoria su chi è più debole di lui. Bisogna giustamente punire
gli schiavi, ma non si deve fare in modo di svigorirli ammonendoli come si fa con gli individui liberi: bisogna che la
parola che si rivolge al servo sia quasi un comando, e non si deve mai scherzare, per nulla al mondo, con i servi,
femmine o maschi che siano. Molti amano instaurare con i propri servi rapporti di questo genere, e assai
sconsideratamente li svigoriscono, rendendo a quelli più difficile la vita e l'obbedienza, e a se stessi il comandarli.
CLINIA: Quello che dici è giusto.
ATENIESE: Quando allora un cittadino si sia procurato dei servi che, nei limiti del possibile, per numero e per
capacità siano in grado di prestare aiuto al padrone in ogni suo lavoro, non bisogna allora, dopo di ciò, fare una
descrizione delle abitazioni?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Parlando di uno stato nuovo e disabitato in precedenza, bisogna, a quanto pare, prendersi cura di tutto
l'aspetto, per così dire, riguardante gli edifici, per vedere q uale sarà la disposizione di ciascuno di quelli, sia rispetto ai
templi, sia rispetto alle mura. Queste cose andavano dette prima dei matrimoni, Clinia, ma, poiché lo stato nasce solo in
teoria, è assolutamente possibile trattarle ora in questo modo: quando invece esso si realizzerà concretamente, prima dei
matrimoni bisognerà occuparci di questa materia, se il dio lo vuole, e quindi con i matrimoni ultimeremo tali cose.
Adesso, però, brevemente, cerchiamo di delinearle almeno in un abbozzo.
CLINIA: Certo.
ATENIESE: Bisogna edificare i templi tutt'intorno alla piazza, e costruire la città intera in cerchìo presso i luoghi
elevati per ragioni di difesa e di igiene: presso i templi vi siano gli edifici dei magistrati e i tribunali, dove, come in
luoghi quanto mai sacri, si riceveranno e si emaneranno le sentenze, sia perché in questi luoghi ci si occupa di cose
sacre, sia perché vi sono le dimore degli dèi, e fra queste vi saranno i tribunali, in cui si celebreranno quei processi che
riguardano gli omicidi, e tutte quante le azioni delittuose che meritano la pena di morte. Per quanto riguarda le mura,
Megillo, sarei d'accordo con Sparta: lasciare cioè che dormano distese a terra, e non alzarle, ed ecco le ragioni.
è bello quel canto che i poeti intonano a tal proposito, dicendo che le mura devono essere di bronzo e di ferro
piuttosto che di terra: ed inoltre ci esporremmo giustamente al ridicolo, se, da un lato, ogni anno inviassimo i giovani
nella regione a scavare fossati, a costruire trincee, e a fermare i nemici attraverso fortificazioni, per non permettere loro
di varcare i confini della regione, e intanto costruissimo, dall'altra, delle mura che in primo luogo non sono affatto utili
alla salute degli stati, e in secondo luogo rendono solitamente effeminati gli animi degli abitanti, invitandoli a rifugiarsi
al loro interno senza respingere i nemici, e a non cercar salvezza, collocando alcune guardie che sorvegliano di notte e
durante il giorno, ma a pensare che, protetti in questo modo da mura e da porte, anche quando dormono avranno
realmente dei mezzi per stare al sicuro, così da essere nati per non faticare, senza sapere che è dalle fatiche che in realtà
nasce la comodità, mentre, io credo, da una vergognosa comodità e dall'indolenza derivano nuovamente le pene. Ma se
le mura sono necessarie agli uomini, bisogna che sin dal principio si gettino le basi delle case private, perché tutta la
città sia come un solo muro, e tutte le case siano disposte, secondo criteri di uniformità e somiglianza, lungo le strade, in
modo da essere adatte alla difesa: e non è spiacevole vedere uno stato che abbia la forma di un'unica casa, ed essendo
più semplice la sorveglianza esso si distinguerebbe totalmente e sotto ogni aspetto per la sicurezza.
E proprio di queste cose, di mantenere cioè l'assetto urbanistico originario, sarebbe bene che si occupassero
soprattutto gli abitanti, ma in ogni caso sono gli astinomi che se ne devono occupare, costringendo a mettersi in regola
con delle multe colui che non si dà pensiero, e devono curarsi di tutto quello che attiene alla pulizia della città, perché
nessun privato invada il terreno pubblico né con costruzioni, né con scavi di ogni genere. Essi devono anche
preoccuparsi affinché le acque piovane scorrano agevolmente, e devono curare quanto conviene regolare dentro e fuori
la città: diventando consapevoli di tutto ciò grazie all'esperienza, i custodi delle leggi stabiliranno a questo proposito le
Platone Le leggi
70
norme relative, e su tutto quanto il resto la legge ha tralasciato per le difficoltà che si presentano. Ora però che questi
edifici, quelli che sorgono sulla piazza, i ginnasi, e tutte le scuole sono stati costruiti e attendono i loro frequentatori, e
così i teatri i loro spettatori, procediamo verso la materia che vien dopo i matrimoni, e occupi amoci della legislazione
successiva.
CLINIA: Certo.
ATENIESE: Supponiamo che le nozze siano già avvenute, Clinia: vi è, in seguito, un periodo di vita, precedente alla
nascita di bambini, che dura non meno di un anno, e la cosa più difficile fra tutte - e ciò si riferisce a quel che si diceva
adesso - è proprio dire in che modo uno sposo e una sposa devono vivere questo periodo all'interno di uno stato che
vuole superare tutti gli altri. E poiché non sono poche le norme di questo genere di cui prima abbiamo parlato, questa
ancor più difficilmente di quelle verrà accettata dalla massa. Ma ciò che sembra giusto e vero bisogna in ogni caso dirlo,
Clinia.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Chi pensa di emanare leggi per gli stati sul modo in cui esse devono regolare la vita civile e compiere
gli affari pubblici e di comune interesse, e ritiene che non vi sia necessità di fare la stessa cosa nell'ambito degli affari
privati, pensando che ciascuno debba avere libertà di vivere la giornata come vuole; e tutto non debba per forza
avvenire secondo un determinato ordine, e lascia che gli affari privati non siano regolamentati dalle leggi, credendo che
i cittadini vorranno vivere secondo le leggi nella vita pubblica e nell'adempimento degli affari comuni, non pensa in
modo corretto. Perché mai ho detto questo? Perché noi affermeremo che i nostri sposi devono prendere i pasti in
comune non meno di come facevano nel tempo precedente le nozze.
E questa usanza, che provocò stupore quando in principio entrò in vigore per la prima volta presso di voi, fu una
qualche guerra che la fissò verosimilmente come legge, o qualche altro fatto di grande valore, per chi si trovò ad avere
penuria di uomini, trovandosi in gravi difficoltà. E dopo che si assaggiarono quei pasti in comune e ci fu la necessità di
servirsene, l'istituzione di quella consuetudine sembrò diventare assai importante per la salvezza dello stato, e in questo
modo venne fondata la pratica dei pasti in comune.
CLINIA: Mi pare di sì.
ATENIESE: Quello che volevo dire è che se allora tale usanza destò stupore e timore in alcuni, ora non dovrebbe
essere ugualmente difficile stabilirla come legge per chi volesse fissarla: quell'usanza che invece verrebbe
immediatamente dopo questa, e che se si attuasse sarebbe ottima cosa, ma che oggi non trova attuazione da nessuna
parte e che per poco costringerebbe il legislatore, come si dice per scherzo, a cardare il fuoco, e a compiere molte altre
cose ma senza risultato, non è facile a dirsi, né, una volta che si è detta, a realizzarsi.
CLINIA: Che cos'è, straniero, questa cosa che cerchi di dire, pur sembrando in grande esitazione?
ATENIESE: Ascoltate, perché non si indugi troppo a lungo ed invano su una materia come questa. Tutto ciò che
avviene nello stato e partecipa dell'ordine e della legge produce ogni sorta di beni, mentre ciò che è privo di ordine o è
disposto in cattivo modo dissolve molte altre di quelle cose che erano state ben disposte. E proprio la questione sulla
quale ci siamo fermati riguarda quello che sto dicendo. Presso di voi, Clinia e Megillo, i pasti in comune, riguardo agli
uomini, sono stati istituiti giustamente, e, come dicevo, destando stupore, per una qualche necessità divina, ma per
quanto riguarda lo stile di vita delle donne si è permesso che del tutto ingiustamente non fosse regolato da legge alcuna,
e per loro non è venuta alla luce la consuetudine dei pasti in comune: e così questo genere umano che rispetto al nostro
tende maggiormente, per natura, alla dissimulazione e all'astuzia, il genere femminile appunto, a causa della sua
debolezza, il legislatore, facendo un'ingiusta concessione, rinunciò ad ordinarlo.
A causa di tale rinuncia, molte cose vi sfuggirono di mano, e sarebbero andate molto meglio di come vanno ora, se
vi fosse stata una legge: il fatto di permettere che le donne siano prive di ordine non rappresenta solo metà del danno,
come parrebbe, ma nella misura in cui la natura femminile è peggiore, sotto l'aspetto della virtù, di quella maschile, di
tanto, ed è più del doppio, è il danno che ne deriva. Sarebbe allora meglio, pensando alla felicità dello stato, riprendere,
rivedere, e riordinare insieme tutta la materia che regola l'insieme delle consuetudini riguardanti le donne e gli uomini:
ma ora il genere umano è stato condotto verso una sorte così s venturata che in altri luoghi e in altri stati dove i pasti in
comune non sono affatto entrati a far parte delle consuetudini dello stato, non è proprio di persona assennata neppure
farne menzione. E allora come qualcuno potrà tentare, senza essere ridicolo, di costringere praticamente le donne ad
assumere cibi e bevande sotto gli occhi di tutti? Non c'è alcuna cosa che quel genere sopporterebbe più difficilmente di
quella: abituate come sono a vivere ritirate e nell'ombra, trascinate con violenza alla luce, si opporrebbero con ogni
resistenza, e avrebbero di gran lunga la meglio sul legislatore.
Altrove, come dico, non sopporterebbero neppure di sentirne parlare, quand'anche si facesse un discorso giusto,
senza sollevare grida, qui forse ci ascolterebbero. Se vi sembra che il ragionamento che abbiamo affrontato sulla
costituzione, così, per il desiderio di discorrere, sia riuscito, voglio spiegarvi come quello che dico è buono e
conveniente, se voi siete d'accordo ad ascoltarmi, altrimenti lasciamo perdere.
CLINIA: Ma, straniero, noi siamo straordinariamente d'accordo sul fatto che ti vogliamo ascoltare.
ATENIESE: Ascoltiamo. E non stupitevi se vi sembrerò ricominciare da un poco indietro: noi abbiamo il vantaggio
di aver tempo a disposizione, e nessuna urgenza ci impedisce di esaminare sotto ogni aspetto la materia concernente le
leggi.
CLINIA: Giusto.
ATENIESE: Torniamo nuovamente alle cose che abbiamo detto prima.
Conviene che ogni uomo comprenda bene questo fatto, e cioè che la generazione degli uomini o non ha mai avuto
Platone Le leggi
71
alcun principio, e non avrà mai una fine, ma era e sarà sempre in ogni caso, oppure dev'essere trascorso un periodo di
tempo incredibilmente lungo dal principio della sua nascita.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Ebbene? Non pensiamo che vi furono fondazioni e distruzioni di stati, e ogni sorta di consuetudini
ordinate e prive di ordine, infiniti modi di cibarsi, e ogni sorta di desideri di bere e di mangiare, dappertutto in ogni
regione della terra, e, ancora, ogni specie di rivolgimenti delle stagioni, nel corso delle quali è naturale che gli animali
subissero moltissimi mutamenti?
CLINIA: E come no?
ATENIESE: E allora? Crediamo che le viti siano apparse in un certo momento, e che prima non ci fossero? E così
anche gli ulivi e i doni sacri a Demetra e a Core? (4) E che un Trittolemo (5) divenne servo di questi doni? E non
crediamo che in quel tempo in cui queste cose non c'erano, gli animali si volgessero a divorarsi l'un l'altro, come
adesso?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: E ancora oggi vediamo che presso molti popoli si è conservata l'usanza dei sacrifici umani: e, al
contrario, sentiamo che presso altri popoli non vi era, un tempo, neppure il coraggio di gustare la carne di bue, e agli dèi
non si sacrificavano animali, ma focacce, e frutti inzuppati nel miele, e simili altre incontaminate offerte, e non si
toccava carne, quasi fosse empio mangiarne, e così macchiare di sangue gli altari degli dèi, ma quelli che di noi allora
vivevano seguivano le cosidette regole orfiche, nutrendosi di esseri inanimati e astenendosi al contrario da tutto ciò che
era animato.
CLINIA: Hai parlato di cose che sono state ripetute frequentemente e degne di essere credute.
ATENIESE: Per quale motivo, qualcuno potrebbe chiedere, vi ho detto tutte queste cose ora?
CLINIA: Giusta supposizione, straniero.
ATENIESE: Allora, se posso, cercherò di spiegare le cose che seguono, Clinia.
CLINIA: Parla.
ATENIESE: Vedo che tutto presso gli uomini dipende da tre specie di bisogni e desideri, per cui, se sono
opportunamente guidati, scaturisce la virtù, se sono guidati male, deriva tutto il contrario.
Essi sono il mangiare e il bere che sono presenti non appena si nasce, e per i quali ogni essere vivente nutre un
amore innato, ed è pieno di ardente furore, e non presta ascolto a chi gli dice di fare qualcos'altro che non sia il
soddisfare i piaceri e i desideri legati a tutte queste cose, e che è necessario liberarsi da tutti quei tormenti: vi è quindi il
terzo desiderio che è in noi, la necessità più urgente, l'amore più violento che per ultimo rompe, e rende gli animi degli
uomini del tutto ardenti di follia, e bruciando costringe gli uomini con la sua smisurata violenza a spargere il seme della
generazione. Bisogna cercare di arrestare questi tre mali, volgendoli in meglio contrariamente a quello che viene
definito come il massimo piacere, mediante tre grandi mezzi, che sono la paura, la legge, e il veritiero ragionamento,
valendosi della collaborazione delle Muse e degli dèi prsenti nelle gare, mitigando lo sviluppo e il dilagare di quelle
passioni.
Dopo i matrimoni, definiamo ora la questione riguardante la nascita dei bambini, e dopo la loro nascita, il problema
della loro formazione ed educazione: e forse, procedendo così nei discorsi, ciascuna nostra legge verrà sviluppata,
andando avanti, quando giungeremo ai pasti in comune - e vedremo meglio, mescolandoci da vicino ai partecipanti, se
in tali riunioni devono partecipare le donne o solo gli uomini - e quanto precede queste cose, e ancora adesso non è
disciplinato dalla legge, noi ci proporremo di ordiriarlo per tutelarlo, e quindi, come si diceva adesso, esamineremo con
maggior precisione i pasti in comune, e assegneremo loro le leggi convenienti ed adatte.
CLINIA: Giustissimo.
ATENIESE: Conserveremo nella memoria quello che abbiamo appena detto: forse avremo bisogno di tutto questo.
CLINIA: Che cosa ci esorti a conservare nella memoria?
ATENIESE: Quelle cose che abbiamo distinto con tre termini: mangiare, dicevamo, e per secondo bere, e terzo un
forte impulso sessuale.
CLINIA: Cercheremo di ricordare assolutamente, straniero, quanto tu ci consigli di ricordare.
ATENIESE: Bene. Ritorniamo ai nostri sposi, insegnando loro come e in qual modo bisogna avere figli, e se non
obbediscono, minacciamoli con alcune leggi.
CLINIA: Come?
ATENIESE: Bisogna che la sposa e lo sposo si convincano di offrire allo stato i figli più belli e i migliori possibili.
Tutti gli uomini che insieme prendono parte ad un'azione, quando controllano se stessi e riflettono sull'azione che
stanno compiendo, realizzano ogni cosa bella e buona, se invece non riflettono o non prestano attenzione, fanno tutto il
contrario. Lo sposo allora presti attenzione alla sposa e alla procreazione dei figli, e allo stesso modo la sposa,
soprattutto in quel periodo in cui non si hanno ancora figli. Controllino queste cose quelle donne che scegliamo, e che
saranno ora di più, ora di meno, a seconda di quante e di quando sembrerà opportuno ai magistrati stabilire: ogni giorno
esse si riuniranno nel tempio di Ilitia (6) per almeno venti minuti, e una volta riunite insieme, si informeranno l'una con
l'altra, nel caso in cui, ad esempio, abbiano visto un uomo, o anche una donna, che stanno per avere figli, che si
orientano in direzioni diverse rispetto a ciò che era stato stabilito dai sacrifici e dai riti sacri nel corso delle nozze. La
procreazione dei figli e la sorveglianza su quelli che li concepiscono sia di dieci anni, e non oltrepassi questo periodo di
tempo, quando il matrimonio sia risultato fecondo: quelli che invece in questo periodo di tempo sono rimasti senza figli
si separino, consigliandosi con i parenti e con le donne preposte a questo compito sul meglio da farsi per l'uno e per
Platone Le leggi
72
l'altra. Se sorgono delle controversie intorno a ciò che è conveniente o più utile per l'uno e per l'altra, dopo aver scelto
dieci custodi delle leggi ai quali affideranno la vertenza, gli sposi dovranno attenersi alle prescrizioni che essi hanno
ordinato. Le donne, entrando nelle case dei giovani, ora per ammonire, ora per minacciare, li facciano desistere
dall'errore e dall'ignoranza: e se non riescono, si rechino dai custodi delle leggi per spiegare la questione, e siano allora
questi a trattenerli dall'errore. E se neppure quelli sono in grado di far ciò, lo denuncino pubblicamente, scrivendo i
nomi degli sposi, e assicurando con un giuramento di non essere stati in grado di renderli migliori. Chi abbia il proprio
nome affisso pubblicamente, a meno che in tribunale non vinca la causa contro i suoi accusatori, sia privato dei seguenti
diritti: non può assistere alle nozze, né alle cerimonie per la nascita dei bambini, e se si reca ugualmente, chiunque
voglia lo punisca impunemente con percosse. Le stesse regole valgano anche per la donna: non potrà uscire insieme alle
altre donne, non potrà godere di onori, e non potrà prendere parte alla frequentazioni in occasione di nozze e della
nascita dei figli, se per la sua indisciplina sia stato affisso pubblicamente il suo nome e non abbia vinto la causa. Se si
generano i figli secondo le leggi, ed un tale abbia rapporti sessuali con la donna di un altro per un simile scopo, o una
donna con un altro uomo, nel caso in cui possano ancora avere figli, subiscano le stesse pene che si sono già dette per
chi è ancora in età da generare: dopo questo termine, chi, uomo o donna, sia saggio e temperante, goda di buona
reputazione in tutto questo campo, chi si comporta in modo opposto, goda di onori opposti, anzi, venga disonorato. E
dove la maggior parte delle persone si comporti in maniera moderata intorno a questa materia, non si stabiliscano delle
leggi e si mantenga il silenzio, se invece regni l'indisciplina si stabiliscano delle leggi e si agisca secondo le leggi
stabilite. Il primo anno di vita sia considerato per ciascuno il principio di tutta la vita: e bisognerebbe scriverlo nei
templi dei padri come principio della vita. Al bambino e alla bambina venga scritto, sopra una parete bianca in ogni
fratria, il numero degli arconti da cui si calcola il numero degli anni: i membri viventi della fratria siano sempre scritti
vicini, e si cancellino quelli che lasciano la vita. Per una ragazza i limiti di tempo per sposarsi siano compresi fra i
sedici e i vent'anni, per un ragazzo tra i trenta e i trentacinque anni. Per l'accesso alle cariche pubbliche le donne devono
avere quarant'anni, e gli uomini trenta.
Alla guerra siano abili gli uomini compresi fra i venti e i sessant'anni di età: alla donna, se si ritiene che debba
risultare di qualche utilità alle necessità della guerra, dopo aver generato i figli, si ordini, nei limiti delle sue possibilità e
dell'opportunità di ciascuna, di prestare servizio sino ai cinquant'anni.
NOTE: 1) Popolazione dell'Asia Minore.
2) Così si chiamarono gli Achei dopo l'invasione dorica della Tessaglia (letteralmente l'epiteto significa 'ope raio',
'lavoratore').
3. Omero, Odyssea, libro 17, versi 322-323.
4) Demetra, figlia di Crono e Rea, sorella di Zeus, divinità delle messi, cercò la figlia Persefone che Ade aveva
rapita per farla regina dell'oltretomba.
5) Trittolemo era stato scelto dalla dea Demetra perché andasse ad insegnare le tecniche dell'agricoltura.
6) Dea greca del parto.
Platone Le leggi
73
LIBRO SETTIMO
ATENIESE: Una volta che i figli, maschi o femmine, sono nati, sarebbe assai giusto che di conseguenza noi
parlassimo della loro formazione e dell'educazione, su cui non è assolutamente possibile tacere; e quel che diremo
risulterà chiaro che somiglia di più ad una serie di insegnamenti e di consigli piuttosto che a delle leggi. In privato e
all'interno delle case avvengono molte cose insignificanti che non sono evidenti a tutti, ed essendo facilmente
determinate dal dolore, dal piacere, e dai desideri di ciascuno sono così diverse aspetto alle decisioni del legislatore che
renderebbero assai vari e dissimili gli uni dagli altri i costumi dei cittadini. Ma questo è un male per gli stati: in ogni
caso, a causa dell'insignificanza e della frequenza con cui avvengono queste cose, sarebbe inopportuno e sconveniente
stabilire in questo campo leggi e relative pene, senza considerare che queste cose annientano le leggi scritte, dato che gli
uomini sono soliti violare la legge proprio in quelle azioni insignificanti che avvengono di frequente. Sicché ci troviamo
in difficoltà non sapendo se si deve legiferare intorno a queste cose, ma non potendo, d'altra parte, tacere. Bisogna che
metta chiaramente in evidenza le cose che dico, portandole alla luce con degli esempi: perché ora sembra che queste
parole rimangano nell'ombra.
CLINIA: Verissimo.
ATENIESE: Il fatto che una corretta formazione deve assolutamente mostrare di essere capace di rendere bellissimi
e il più possibile virtuosi i corpi e le anime, è un'affermazione ben fatta.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: I corpi bellissimi, io credo, ed è la cosa più semplice, devono essere sviluppati il più regolarmente
possibile sin da quando i bambini sono giovani.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Ebbene? Non abbiamo mai riflettuto su questo punto, e cioè che il primo sviluppo di ogni essere
vivente è senz'altro il più importante e il più ampio, così da offrire a molti lo s punto per una disputa sul fatto che il
corpo umano dai primi cinque anni per tutti i restanti vent'anni non si sviluppa in grandezza neppure del doppio?
CLINIA: Vero.
ATENIESE: E non sappiamo forse che quando interviene uno sviluppo eccessivo, privo di molti e convenienti
esercizi fisici, questo sviluppo determina un'innumerevole serie di mali nei nostri corpi?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Dunque c'è bisogno di un maggior numero di esercizi fisici, nel momento in cui maggiore è la crescita
dei corpi.
CLINIA: Che cosa vuoi dire, straniero? Ai bambini appena nati e ai giovanissimi noi dovremo prescrivere un
grandissimo numero di esercizi fisici?
ATENIESE: Nient'affatto, ma ancor prima, quando ricevono il nutrimento dentro le loro madri.
CLINIA: Che cosa vuoi dire, carissimo? Parli di quelli che sono nel grembo materno?
ATENIESE: Sì. E non è per nulla incredibile che voi non conosciate la ginnastica di esseri così piccoli, che, anche
se sembra assurda, vorrei illustrarvi.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Presso di noi sarebbe più facile comprendere una cosa del genere per il fatto che molti si dilettano in
certi divertimenti più di quanto si dovrebbe: da noi infatti, non solo i giovani, ma anche certi anziani allevano certe
specie di uccelli per farli combattere fra di loro. Essi sono ben lontani dal credere che in tali esercitazioni possano
bastare quegli esercizi che gli fanno fare l'uno contro l'altro, nel corso dei quali li spingono ad allenarsi: e inoltre
prendendo ciascuno di nascosto questi animaletti, i più piccoli fra le mani, e i più grandi sotto il braccio, se ne vanno a
spasso percorrendo molti stadi, al fine di rinvigorire non i propri corpi, ma quello delle bestiole, e mettono in luce
questo fatto, per chi è in grado di comprendere, e cioè che tutti i corpi, mossi instancabilmente da ogni sorta di scosse e
di movimenti, ricevono giovamento, sia che si muovano da se stessi, o su di un'altalena, o per mare, o anche trasportati
sui cavalli, o per effetto di qualsiasi altro corpo, e facendoci perciò digerire il nutrimento di cibi e di bevande, sono in
grado di conferirci salute, bellezza, e tutte le altre forze. Che cosa potremmo dire, stando così le cose, che si deve fare
dopo di ciò? Volete che spieghiamo, pur con il rischio di esporci al ridicolo, e stabiliamo per legge che le donne incinte
devono passeggiare, e plasmare il bambino come se fosse di cera, finché è tenero, e avvolgerlo in fasce sino a due anni?
E dobbiamo costringere le nutrici, punendole con la legge, a portare i bambini in campagna, o nei templi, o dai parenti,
finché non stiano in piedi da soli, e anche allora, le obbligheremo a vigilare affinché, essendo ancora giovani e
appoggiandosi con violenza, non si sloghino le membra, e poi ad assumersi la fatica di portarli in braccio sino all'età di
tre anni? E bisogna prescrivere che esse siano le più forti possibile, e non una sola? E per ciascuna di queste regole, nel
caso in cui non vengano rispettate, dobbiamo stabilire per iscritto una multa per i trasgressori? O siamo molto lontani da
ciò? Perché quel che abbiamo appena detto, sarebbe davvero eccessivo.
CLINIA: Che cosa?
ATENIESE: Saremmo veramente assai ridicoli, oltre al fatto che le nutrici non vorrebbero ubbidire, per la loro
indole di donne e di schiave.
CLINIA: Ma per quale ragione dicevamo che bisognava parlarne?
ATENIESE: Per questa ragione: i padroni, gli uomini liberi che vi sono nello stato, grazie all'indole che hanno,
ascoltando tutte queste cose, giungerebbero alla giusta considerazione che senza una corretta amministrazione privata
all'interno dello stato, invano si potrebbe pensare di avere, nell'amministrazione pubblica, una certa stabilità dal punto di
Platone Le leggi
74
vista legislativo, e in considerazione di queste cose, ci si potrà servire di quelle leggi di cui ora si è parlato, e servendosi
di quelle, si potrebbe amministrare bene la propria casa ed insieme il proprio stato, ed essere felici.
CLINIA: Parli in modo assolutamente verosimile.
ATENIESE: Non potremo allora smettere di trattare questa legislazione, se prima non avremo assegnato la condotta
che le anime dei bambini ancora piccoli devono tenere, così come abbiamo cominciato a fare sviluppando i discorsi
relativi agli esercizi del corpo.
CLINIA: è assai giusto.
ATENIESE: Prendiamo dunque, come elemento fondamentale per l'una e per l'altra cosa, per il corpo e l'anima dei
bambini ancora piccoli, il fatto che sono vantaggiosi per tutti, e soprattutto per i neonati, l'assistenza e il movimento
quando siano il più possibile costanti per tutta la notte e per tutto il giorno, e se fosse possibile, essi dovrebbero vivere,
come se navigassero continuamente: e ora noi dovremmo fare in modo di aderire il più possibile a questa regola
riguardo ai neonati. Questa cosa noi possiamo argomentarla dal fatto che le nutrici dei bambini e quelle donne che
hanno trovato un rimedio ai Coribanti (1) hanno appreso questo metodo dall'esperienza riconoscendone la validità:
quando infatti le madri vogliono mettere a dormire i loro bambini che non riescono ad addormentarsi, non li tengono
fermi, ma al contrario li muovono, cullandoli di continuo fra le braccia, e non stanno in silenzio, ma cantano loro
qualche melodia, ammaliandoli, così come vengono guariti coloro che sono fuori di sé per i furori bacchici, ricorrendo
alla danza corale e alla musica.
CLINIA: E qual è la causa di simili effetti per noi, straniero?
ATENIESE: Non è difficile riconoscerla.
CLINIA: Come?
ATENIESE: Entrambe queste due condizioni rappresentano una situazione di timore, e questo timore è determinato
da un particolare stato di debolezza dell'anima. Quando qualcuno dall'esterno imprime uno scossa a tali condizioni, il
movimento che viene impresso dal di fuori supera il movimento della paura e della follia interna, e dominandolo,
sembra determinare nell'anima una tranquilla serenità, e acquieta i molesti battiti del cuore: ed è cosa davvero
desiderabile, perché agli uni permette di prendere sonno, e agli altri, che invece rimangono svegli, e danzano e suonano
il flauto insieme a quegli dèi cui ciascuno ha innalzato sacrifici propiziatori, fa in modo di renderli sani di mente, da
quella condizione di follia in cui si trovavano.
Questa, anche se in breve, è la ragione plausibile di questi effetti.
CLINIA: Senza dubbio.
ATENIESE: Se queste cose hanno tale potere, occorre considerare, in relazione ad esse, che ogni anima che sin da
giovane vive insieme alla paura, si abituerà ad essere timorosa: e chiunque potrebbe dire che questo è un esercizio di
viltà e non di virilità.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Al contrario potremmo affermare che sin da giovani la pratica della virilità consiste nel vincere le
paure e i timori che ci assalgono.
CLINIA: Giusto.
ATENIESE: Possiamo allora dire che la ginnastica che i bambini praticano quando fanno movimento contribuisce
grandemente a quella parte di virtù dell'anima.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: E la tranquillità o meno nell'anima riveste un ruolo non piccolo in relazione alla buona o cattiva
disposizione dell'anima.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Bisogna spiegare in che modo possiamo allora ingenerare nel neonato uno dei due stati d'animo che
vorremmo, quale che sia il modo e in che misura riusciamo a realizzarli.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Io dico che, secondo il nostro modo di vedere, la mollezza rende le indoli dei giovani inquiete,
irascibili, ed eccessivamente mutevoli per delle piccolezze, mentre al contrario una soggezione troppo violenta,
facendoli meschini, schiavi, e misantropi, li rende persone del tutto malevole.
CLINIA: Come dunque lo stato deve educare chi non è ancora in grado di intendere parola e non può gustare il resto
dell'educazione?
ATENIESE: Così: ogni essere vivente, quando nasce, è solito emettere alte grida, e soprattutto la stirpe umana, che,
oltre alle grida, è più degli altri esseri viventi incline al pianto.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Dunque, le nutrici che cercano di sapere quali sono i desideri dei bambini, lo deducono proprio da
questi segni, nell'atto di offrire qualcosa: se quando offrono qualcosa il bambino sta in silenzio, credono che la loro
offerta sia buona, se piange e grida, l'offerta non è buona. Per i bambini, i pianti e le grida sono una manifestazione di
ciò che amano ed odiano, e non sono affatto segni di buon augurio: questo periodo di tempo non dura meno di tre anni,
e non è una piccola parte della vita per essere vissuta bene o male.
CLINIA: Giusto.
ATENIESE: Non vi sembra che una persona scontenta e per nulla gioiosa pianga facilmente si lamenti, molto di più
di quanto farebbe una persona valente?
CLINIA: Mi sembra.
Platone Le leggi
75
ATENIESE: E allora? Se nel corso di quei tre anni si tentasse di proporre un qualsiasi mezzo perché il bambino che
è oggetto delle nostre cure abbia a che fare il più raramente possibile con la sofferenza, le paure, e il dolore, non
pensiamo di rendergli l'anima ilare e gioiosa?
CLINIA: è chiaro, soprattutto nel caso, straniero, che gli si riesca a procurare un gran numero di piaceri.
ATENIESE: Su questo punto non sarei d'accordo con Clinia, o uomo meraviglioso. Infatti un simile comportamento
rappresenterebbe la più grande rovina, perché si verificherebbe al principio dell'educazione. Ma vediamo se quello che
diciamo ha un senso.
CLINIA: Dicci quale.
ATENIESE: Il nostro attuale discorso non ha poca importanza.
Considera anche tu, e giudica insieme a noi, Megillo. Ora il mio discorso vuole dire che una vita vissuta rettamente
non deve inseguire i piaceri, e neppure, d'altro canto, evitare del tutto i dolori, ma deve invece prediligere quella via di
mezzo che ora abbiamo definito "serenità", disposizione che tutti senza sbagliarci, secondo la voce profetica di una
divinazione, attribuiamo alla divinità. E dico che chiunque di noi voglia diventare un essere divino deve inseguire
questa condizione, e non essere del tutto incline ai piaceri, come se potesse evitare i dolori, e non deve permettere ad un
altro, giovane o vecchio, maschio o femmina, di subire questa stessa condizione, e soprattutto se si tratta di un bambino
appena nato: in quella fase della vita, infatti, in ogni individuo si forma il carattere, e si forma grazie all'abitudine.
Se non dessi l'impressione di scherzare, direi ancora che bisogna prendersi cura delle donne che sono incinte, in
quell'anno in cui sono gravide, perché non abbiano a che fare con molti e smodati piaceri o dolori, ma trascorrano tutto
quel tempo prediligendo la serenità, la benevolenza, e la mitezza.
CLINIA: Non c'è bisogno, straniero, che tu chieda a Megillo chi di noi due ha detto meglio: io infatti sono d'accordo
con te che tutti devono fuggire una vita di puro dolore e anche di puro piacere, e che bisogna sempre tendere alla via di
mezzo. Dunque hai detto bene, e bene mi hai ascoltato.
ATENIESE: Perfetto, Clinia. Adesso noi tre, sempre riguardo a queste cose, riflettiamo su questo punto.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Il fatto è che tutte queste norme che ora stiamo passando in rassegna sono definite da molti "leggi non
scritte": e quelle che alcuni chiamano "leggi patrie" altro non sono se non queste stesse norme. E inoltre la discussione
da noi svolta ha detto bene che non si deve permettere di definire leggi queste cose, ma che non bisogna neppure
tacerle: queste norme sono i legami di ogni costituzione, e stanno in mezzo fra le leggi scritte e stabilite e quelle che
ancora devono esserlo, proprio come quelle norme patrie ed arcaiche, le quali, essendo ben stabilite e diventate ormai
consuetudine, avvolgono e salvaguardano le leggi scritte; ma se invece si allontanano sconvenientemente dal bene,
come se cadessero giù i puntelli centrali che sorreggono le costruzioni, fanno cadere insieme tutto il resto, e ogni cosa
giace sotto l'altra, non solo quegli stessi puntelli ma anche le parti che in seguito erano state ben costruite, in seguito alla
caduta dei primi. In considerazione di queste cose, Clinia, bisogna connettere insieme ogni parte del tuo nuovo stato,
senza tralasciare, nei limiti del possibi e, nessun particolare di grande o di scarsa importanza, nulla di ciò che viene
chiamato con il nome di leggi, costumi, consuetudini: uno stato risulta connesso insieme attraverso tutti questi legami, e
nessuno di quelli è stabilmente unito senza un sostegno reciproco, sicché non bisogna stupirsi se affluiscono molte
consuetudini ed usanze che ci sembrano senza importanza e che conferiscono alle leggi una lunghezza eccessiva.
CLINIA: Quello che dici è giusto, e anche noi siamo dello stesso parere.
ATENIESE: Se dunque queste norme vengono scrupolosamente applicate ad un bambino e ad una bambina di tre
anni, e non si ricorre superficialmente ai principi che abbiamo detto, deriva un non piccolo vantaggio per quei bambini
che stiamo allevando: il carattere di un bambino di tre, di quattro, di cinque, e di sei anni ha bisogno di giochi, ma
bisogna già tenerli lontani dalla mollezza mediante punizioni, e non con disprezzo, ma, come quando, parlando degli
schiavi, si diceva che si deve evitare di punirli violentemente per non suscitare in coloro che sono stati puniti l'ira, e
neppure lasciarli impuniti per non determinare in loro mollezza, questo stesso atteggiamento dev'essere mantenuto nei
confronti di individui liberi. Per bambini di questa età vi sono giochi naturali che essi scoprono quando si riuniscono
insieme. Bisogna allora che tutti i bambini di questa età, dai tre sino ai sei anni, si riuniscano nei luoghi sacri presso
ogni villaggio, e quelli di ciascun villaggio presso lo stesso luogo: e, ancora, le nutrici si devono occupare di loro perché
rispettino l'ordine e non siano indisciplinati, mentre a capo delle nutrici stesse e di tutto il loro gruppo sarà stabilita, al
fine di mantenere l'ordine, una delle dodici donne di cui prima si parlava, una per ogni villaggio, e la stabiliranno ogni
anno i custodi delle leggi. Le scelgano le donne che sono responsabili della cura delle nozze, una da ciascuna tribù, e
della loro stessa età: e quella che assume la carica, la eserciti frequentando ogni giorno il luogo sacro, e punisca sempre
chi commette ingiustizia, servendosi di qualche schiavo dello stato se si tratta di uno schiavo o di una schiava, e di uno
straniero o di una straniera; conducendo invece al cospetto degli astinomi, perché lo giudichino, quel cittadino che
contesti la punizione, e punendolo essa stessa se non vi è motivo di contestazione. Dopo che i bambini e le bambine
avranno compiuto sei anni, si separino gli uni dagli altri: i fanciulli trascorrano il loro tempo con i fanciulli, e allo stesso
modo le fanciulle stiano insieme fra di loro. Bisogna intanto che gli uni e gli altri si rivolgano agli studi: i maschi
devono andare dai maestri di equitazione, d'arco, di giavellotto e di fionda, e le femmine, se acconsentono, si rivolgano
pure a questi studi, almeno a livello di conoscenza, e apprendano soprattutto l'uso delle armi. E a tal proposito tutti
hanno un pregiudizio di cui non riescono quasi a rendersi conto.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Il fatto, cioè, che in noi la destra e la sinistra sono per natura diverse rispetto al loro impiego in
ciascuna azione che svolgiamo, relativamente alle azioni che compiamo con le mani, mentre per quanto riguarda i piedi
Platone Le leggi
76
e gli altri arti inferiori non risulta esserci alcuna differenza in relazione alla loro attività: ma per quel che riguarda le
mani, a causa della stoltezza di nutrici e di madri, siamo diventati ciascuno come zoppi. E se per natura l'uno e l'altro
arto si equivalgono, noi stessi, per abitudine, li abbiamo resi differenti, usandoli in modo scorretto. Vi sono alcune
azioni in cui è irrilevante l'uso dell'una o dell'altra mano, come ad esempio il tenere la lira con la mano sinistra e il
plettro con la destra, ed altre simili azioni: ma servirsi di queste cose come di modelli anche per altri casi dove non
bisognerebbe servirsene, è quasi da stolti. La dimostrazione arriva dall'usanza degli Sciti che non usano soltanto l'arco
con la sinistra, tirando verso di sé la freccia con la destra, ma usano indifferentemente entrambe le mani per l'una e
l'altra operazione: e vi sono molti altri esempi del genere, come nel caso di tenere le redini e in a1tri ancora, in cui è
possibile rendersi conto che agiscono contro natura coloro che rendono la sinistra più debole della destra.
E queste cose, come dicevo, non rivestono grande importanza se si tratta di plettri di corno o di altri strumenti
musicali come questi: ma quando si devono usare armi di ferro per la guerra, archi, giavellotti e ognuna di queste armi,
la cosa riveste invece una grande importanza, ed è ancora più importante se bisogna usare armi contro armi. E vi è una
grandissima differenza fra chi conosce l'arte e chi non la conosce, e fra chi è esercitato e chi non lo è. Come infatti chi è
ben allenato al pancrazio, al pugilato, alla lotta è capace di combattere anche con la sinistra, e non zoppica, e non si
trascina in modo sconveniente, nel caso in cui l'avversario lo costringa a spostare dalla parte opposta il peso della lotta,
allo stesso modo io credo che anche nelle armi e in tutti gli altri casi bisogna correttamente preventivare che chi dispone
di due braccia per difendersi e per assalire gli altri non deve lasciarli inattivi e privi di allenamento, per quanto è
possibile: e se qualcuno nascesse con una natura simile a quella di Gerione o di Briareo (2) bisognerebbe che con le
cento mani fosse in grado di scagliare cento dardi. Bisogna che si occupino di queste cose magistrati uomini e donne: le
donne sorveglieranno i giochi e la formazione dei bambini, gli uomini vigileranno sull'apprendimento delle varie
discipline, perché tutti, maschi e femmine, abbiano piedi e mani robuste, e con le loro abitudini non danneggino le loro
nature, nei limiti del possibile.
Le discipline, per così dire, saranno di due specie, e dipenderanno dal loro uso: la ginnas tica è in relazione al corpo;
la musica alla fortezza d'animo. Vi sono poi due specie di ginnastica: la danza e la lotta. Della danza vi è una parte che
rappresenta mimicamente la parola della Musa, cercando di custodire la magnificenza e la liberalità, un'altra è
funzionale al benessere, all'agilità, alla bellezza delle membra e delle parti del corpo e studia come convenientemente
quelle possono flettersi e distendersi, assegnando a ciascuna di esse un loro ritmico movimento che si diffonde e si
accompagna adeguatamente per tutta la danza. Per quanto riguarda la lotta, non merita discorrere di ciò che Anteo o
Cercione (3) escogitarono nelle loro arti per un vano desiderio di competizione, o, nel pugilato, dei ritrovati di Epeo ed
Amico, (4) poiché non hanno alcuna utilità in vista della guerra: per quanto riguarda la lotta eretta, nella quale si cerca
di liberare il collo, le mani, e i fianchi, e si combatte con ardore, determinazione, ed eleganza per procacciare forza e
salute, essendo vantaggiosa sotto ogni aspetto, non si deve trascurare, ma bisogna imporla agli scolari e ai maestri,
quando si giungerà a quel punto nella nostra legislazione, affinché i primi sappiano donare tutte queste cose con
benevolenza, e gli altri perché ne facciano volentieri tesoro. Non si devono inoltre trascurare tutte quelle imitazioni che
nella danza corale è conveniente imitare, come le danze armate dei Cureti (5) che sono diffuse in questo luogo, o quelle
dei Dioscuri a Sparta. (6) Anche da noi la vergine e signora, (7) dilettandosi nel divertimento della danza, non ritenne di
doversi divertire a mani vuote, ma ornata dell'intera armatura, così svolge la danza: e questa cosa sarebbe bene che i
ragazzi e le ragazze la imitassero completamente, rendendo onore alla benevolenza della dea, e preparandosi al bisogno
della guerra ed alle feste.
I bambini subito, e fino a quando non sia giunto per loro il tempo di andare in guerra, devono prendere parte alle
processioni e ai cortei in onore di tutti gli dèi, sempre adornati di armi e di cavalli, e danzando e procedendo ora più
rapidi, ora più lenti, nelle danze e nelle processioni, rivolgeranno supplici le loro preghiere agli dèi e ai figli degli dèi.
Ed anche le gare e gli esercizi preliminari ad esse non devono avere nessun altro scopo se non questo: questi esercizi
sono infatti utili tanto in pace quanto in guerra, sia allo stato, sia ai privati, mentre le altre fatiche, gli altri divertimenti,
e le altre occupazioni riguardanti il corpo non sono proprie di uomini liberi, Megillo e Clinia.
Quella ginnastica che nelle battute iniziali della discussione dicevo che bisognava trattare, l'abbiamo trattata ora, ed
è terminata: e se voi ne avete una migliore di questa, esponetela e mettetela in comune.
CLINIA Non è facile, straniero, andando oltre quanto è stato esposto, trovare altre cose migliori da dire riguardo alla
ginnastica e alle gare.
ATENIESE: Quanto a quello che viene dopo queste cose, i doni, cioè, delle Muse e di Apollo, allora, come se
avessimo parlato di tutto, credevamo che rimanesse soltanto la ginnastica: ma ora è evidente ciò che si doveva dire e
che viene prima di tutte le altre cose. E allora diciamolo qui di seguito.
CLINIA: Dobbiamo senz'altro dirlo.
ATENIESE: Ascoltatemi, così come mi avete ascoltato in precedenza: in ogn i caso, chi parla e chi ascolta deve stare
in guardia rispetto ad argomenti strani ed insoliti, e così deve essere anche per noi ora. Ora farò un discorso che non si
può pronunciare senza timore, e tuttavia, facendomi coraggio, non rinuncerò a pronunciarlo.
CLINIA: Qual è questo discorso che vuoi dire, straniero?
ATENIESE: Io dico che in tutti gli stati si disconosce generalmente l'enorme importanza che il genere del
divertimento riveste nell'ordinamento delle leggi, riguardo al fatto, cioè, che esse siano più o meno stabili. Se questo
genere di divertimento sia stabilito in modo che le stesse persone prendano sempre parte degli stessi divertimenti nello
stesso modo e si dilettino degli stessi giochi, ciò permette allora che anche il complesso delle leggi, stabilito con serie
intenzioni, sia stabile; se invece mutano e si rinnovano, essendo sempre soggetti ad altri cambiamenti, se i giovani non
Platone Le leggi
77
definiscono mai piacevoli le stesse cose, se non riescono mai a stabilire di comune accordo ciò che è conveniente e ciò
che non lo è negli atteggiamenti del corpo e nel modo di vestirsi, mentre prediligono in modo particolare chi porta una
qualche innovazione e introduce una novità diversa dal solito per quanto riguarda i loro atteggiamenti del corpo, nei
colori e in tutte le altre cose di questo genere, noi possiamo allora dire senza sbagliarci che non vi sarebbe per lo stato
rovina più grande di questa cosa. Tale cosa fa in modo che inconsapevolmente si mutino i costumi dei giovani, e ciò che
è antico venga da essi disprezzato, mentre sia onorato ciò che rappresenta la novità.
Ripeto di nuovo che per qualsiasi stato non vi è danno più grande di un discorso e di una simile credenza: ma
ascoltate bene quanto è grave questo male.
CLINIA: Intendi il fatto che negli stati si disprezzi l'antichità?
ATENIESE: Certamente.
CLINIA: Avrai allora ascoltatori non disinteressati nei confronti di questo discorso, ma il più possibile bendisposti.
ATENIESE: è verosimile.
CLINIA: Parla allora.
ATENIESE: Avanti, prestiamo maggior attenzione nell'ascoltare noi stessi, e nel parlarci reciprocamente. Noi
troveremo che il mutamento di qualsiasi cosa, fatta eccezione per ciò che è già malvagio di per sé, è assai pericoloso -
come il mutamento nelle stagioni, nei venti, nelle diete dei corpi, nelle abitudini delle anime -, e non dico in alcune cose
sì, in altre no, se non, come ho appena detto, per le malvagie: sicché, se uno prende in considerazione i corpi, può
vedere come essi si abituano a tutti i cibi, a tutte le bevande, a ogni specie di fatica, e che, se in un primo tempo sono
turbati da quelli, in seguito, con il passare del tempo, grazie all'azione di quei cibi e di quelle bevande, le loro carni si
adattano naturalmente ad essi, e accettando e abituandosi e familiarizzandosi ad un tale regime, vivono ottimamente in
vista del piacere e della salute; e se mai si è costretti a mutare uno qualsiasi di quei regimi di vita giudicati buoni, turbati
in principio da malattie, a stento ci si riesce a rimettere, quando ci si abitui alla nuova alimentazione. Bisogna dunque
pensare che la stessa cosa avvenga anche per la mente degli uomini e la natura delle anime. Se quelle leggi in cui sono
cresciute le anime degli uomini sono rimaste immutate, per una sorte fortunata e divina, per molti e lunghissimi tempi,
in modo che nessuno ricordi o abbia sentito dire che esse un tempo erano diverse da come sono ora, ogni anima nutre
rispetto nei loro confronti e si mostra timorosa nel voler mutare ciò che è rimasto immutabile. Bisogna allora che il
legislatore escogiti, in un modo o nell'altro, un mezzo perché queste condizioni si verifichino nel suo stato. E io lo trovo
in questo modo: tutti pensano che anche se si mutano i giochi dei bambini, come dicevamo prima, rimangono
effettivamente dei giochi, e ritengono che da questi cambiamenti non scaturisca un serio motivo di preoccupazione o un
gravissimo danno, per cui non li dissuadono, ma li assecondano compiacenti; e non calcolano che questi bambini che
innovano continuamente i loro giochi diventeranno necessariamente uomini diversi dai bambini che erano in
precedenza, e diventando altre persone, ricercheranno un'altra vita, e ricercandola, saranno desiderosi di altre
consuetudini e di altre leggi, e quindi alla fine si verificherà quel male gravissimo per lo stato di cui parlavo prima, e del
quale nessuno di essi mostra di aver timore. Gli altri mutamenti che riguardano solo gli aspetti esteriori determineranno
mali minori, ma quei frequenti mutamenti che riguardano l'elogio o la critica dei costumi di vita, io credo, sono i più
gravi di tutti, e necessitano della più scrupolosa cautela.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Ebbene? Dobbiamo prestare fede ai nostri discorsi di prima, quando dicevamo che tutto ciò che
riguarda i ritmi e la musica in genere è imitazione dei costumi migliori o peggiori degli uomini? O come?
CLINIA: Quella nostra opinione non può essere affatto cambiata.
ATENIESE: Dunque, diciamo, non si deve assolutamente escogitare un sistema perché i nostri bambini non abbiano
desiderio di intraprendere altre imitazioni nelle danze e nel canto, e nessuno tenti di incantarli con piaceri di ogni sorta?
CLINIA: Giustissimo.
ATENIESE: E nessuno fra noi possiede un'arte migliore di quella che posseggono gli Egizi. Non è vero?
CLINIA: Di quale arti parli?
ATENIESE: Di quell'arte per cui si consacra ogni danza e ogni canto, stabilendo dapprima le feste e calcolando,
anno per anno, quali feste e in quali tempi bisogna celebrarle, e a quali dèi e figli di dèi, e demoni devono devono essere
dedicate. Dopo di che bisogna stabilire i canti che devono essere intonati in occasione dei singoli sacrifici in onore degli
dèi, e vedere con quali danze bisogna celebrare i vari sacrifici. Alcuni dovranno stabilire tutto ciò, e una volta stabilito,
tutti i cittadini, dopo aver celebrato sacrifici in onore delle Moire e di tutti gli altri dèi, e facendo libazioni, consacrino
ciascun canto ai singoli dèi e agli altri esseri: se qualcuno introdurrà altri inni o canti contrari a questi già stabiliti, i
sacerdoti e le sacerdotesse insieme ai custodi delle leggi glielo proibiscano, e tale proibizione sia dovuta a motivi di
santità e sia conforme alle leggi, e se chi è stato impedito non accetta volontariamente questa proibizione, chiunque
voglia potrà accusarlo di empietà per tutto il corso della sua esistenza.
CLINIA: Giusto.
ATENIESE: Giunti ora a questo punto del discorso, disponiamoci nello stato d'animo più conveniente a noi stessi.
CLINIA: Di che cosa parli?
ATENIESE: Ogni giovane, e non solo, ma anche un vecchio, vedendo o ascoltando qualcosa di insolito e di strano,
non correrebbe immediatamente per mostrare il suo assenso a quelle cose di cui è dubbioso, ma arrestandosi come se
fosse giunto ad un incrocio di tre strade e non sapendo assolutamente quale strada prendere, sia che viaggi da solo o in
compagnia di altri, interrogherà se stesso e gli altri sul suo dubbio, e non si muoverà prima di aver valutato con
sicurezza dove conduce quella strada. E anche noi dobbiamo fare così nella presente circostanza: essendoci imbattuti in
Platone Le leggi
78
uno strano discorso sulle leggi, è necessario condurre un'attenta analisi, e alla nostra età non possiamo parlare con
faciloneria di un argomento tanto importante, sostenendo di avere qualcosa di chiaro, non appena si presenta una
questione.
CLINIA: Vero.
ATENIESE: Concediamo un po' di tempo a tale questione, e decideremo con sicurezza quando l'avremo
adeguatamente esaminata: e per non impedire invano lo sviluppo dell'esposizione delle leggi che ora stiamo ordinando
in sequenza, procediamo alla loro conclusione. Forse, se il dio lo vuole, la stessa esposizione delle leggi, una volta che
sia adeguatamente conclusa, indicherà la via di uscita alla presente difficoltà.
CLINIA: Benissimo, straniero, e facciamo come dici.
ATENIESE: Rimanga stabilita, diciamo, questa stranezza, e cioè che per noi i canti sono divenuti leggi. E come gli
antichi così chiamavano, a quanto pare, i canti che si accompagnavano con la cetra - in modo che forse neppure quelli si
allontanavano del tutto da ciò che ora diciamo, e forse qualcuno nel sonno o anche da sveglio, come in un sogno, ebbe
tale divinazione -, così dunque sia stabilito questo decreto riguardo a questo punto: nessuno canti, né danzi in modo
contrario a quei canti che sono dello stato e sono sacri, e a tutte le danze dei giovani, e nessuno trasgredisca questo
decreto più di qualsiasi altra legge. E chi farà in tal modo sia lasciato andare libero da pena, ma per chi disobbedisce,
come si è detto ora, i custodi delle leggi, i sacedoti, e le sacerdotesse lo puniscano. Dobbiamo introdurre ora tali regole
nel nostro piano legislativo?
CLINIA: Sì, introduciamole.
ATENIESE: Ma come potrebbe un legislatore non esporsi completamente al ridicolo stabilendo tali norme?
Vediamo ancora questa cosa a tal proposito. La cosa più sicura da fare è cominciare innanzitutto a formare con la parola
alcuni esempi che si riferiscano a queste norme, e fra questi esempi ve n'è uno, il seguente, di cui voglio parlare: se,
diciamo, dopo un sacrificio, bruciate le sacre offerte secondo la legge, qualcuno, figlio o fratello del sacrificante, stando
insolitamente dinanzi agli altari e alle sacre offerte, proferisse ogni sorta di bestemmie, non diremmo che parlando così
susciterebbe nel padre e negli altri famigliari uno scoramento, e un malvagio augurio, e un triste presagio?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Questo fatto si verifica, per così dire, nei nostri luoghi, in quasi tutti gli stati, salvo rare eccezioni:
quando infatti un qualche magistrato ha compiuto pubblicamente un sacrificio, in seguito non un solo coro, ma una
moltitudine di cori si avvicina, e stando non lontano dagli altari, ma vicinissimi agli altari, riversano ogni sorta di
bestemmie sulle sacre offerte, e con parole, ritmi, e armonie lamentevoli stimolano l'anima degli ascoltatori, e vince il
premio della vittoria che riesce a far piangere improvvisamente la città mentre compie sacrifici. Non aboliremo questa
usanza? E se i cittadini devono ascoltare questi lamenti quando i giorni non siano puri ma nefasti, non bisognerebbe
forse che vengano da fuori cori pagati per cantare, come avviene nei funerali dove alcuni vengono pagati per
accompanare il morto con nenie carie? Questo sarebbe adatto anche per i canti di questo genere: e come abbigliamento,
non corone, non ornamenti d'oro sarebbero adatti a questi canti funebri, ma tutto il contrario, per non dilungarmi ancora
su tali questioni. A questo punto torno di nuovo a interrogare noi stessi per vedere se, fra gli esempi, questo primo
esempio che riguarda i nostri canti ci sia di nostro gradimento e possa essere stabilito fra le nostre leggi.
CLINIA: Quale?
ATENIESE: Che si pronuncino parole di buon augurio, e anche che il genere del canto sia per noi in ogni caso
favorevole?
O non dovrei fare questa domanda, ma stabilire così la cosa?
CLINIA: Stabiliscila senz'altro: questa legge vince con tutti i voti.
ATENIESE: E dopo la legge sul buon augurio, quale sarà la seconda legge della musica? E i canti non sono
preghiere rivolte agli dèi cui ogni volta si fanno sacrifici?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: La terza legge, io credo, consiste nel fatto che i poeti devono riconoscere che le preghiere sono
richieste rivolte agli dèi, e che dunque essi devono prestare molta attenzione a non domandare inconsapevolmente il
male al posto del bene: si verrebbe a verificare, io credo, una situazione ridicola, se le preghiere avvenissero in tal
modo.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Ma non ci siamo persuasi, un poco sopra nel discorso, che né ricchezza d'argento, né d'oro deve abitare
ed essere collocata nello stato?
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Per quale ragione abbiamo mai riportato questo esempio nel presente discorso? Forse per questo
motivo, e cioè perché la stirpe dei poeti non è del tutto idonea a riconoscere ciò che è buono da ciò che non lo è? Se
dunque un poeta tanto nelle parole quanto nel canto commetterà tale errore, e quindi non formulerà preghiere in modo
corretto, farà in modo che i nostri cittadini, per le loro questioni più importanti, rivolgeranno agli dèi preghiere opposte
rispetto a ciò che desiderano. E senza dubbio, come dicevamo, non troveremo molti errori più gravi di questo.
Stabiliamo anche questa norma fra le leggi attinenti alla musica e fra i suoi caratteri distintivi?
CLINIA: Quale? Spiegacelo più chiaramente.
ATENIESE: Il poeta non può comporre null'altro che sia contrario a quanto le leggi dello stato hanno stabilito come
giusto. bello, e buono; le composizioni non devono essere mostrate a nessuno dei privati cittadini, se non sono state
prima giudicate ed approvate dai giudici e dai custodi delle leggi che sono stati designati a questo scopo: e noi abbiamo
Platone Le leggi
79
designato quei giudici che abbiamo scelto per la musica e la cura dell'educazione. Ebbene?
Come io domando di frequente, dobbiamo stabilire, come legge, anche questo terzo tratto distintivo, questo terzo
esempio. O come è meglio fare?
CLINIA: Dobbiamo stabilirla senz'altro.
ATENIESE: Dopo di che si potranno assai rettamente intonare inni e canti di lode agli dèi insieme alle preghiere, e
dopo gli dèi, allo stesso modo, si potranno innalzare preghiere, insieme ai canti di lode, i quali siano più convenienti per
tutti questi, rivolte ai dèmoni e agli eroi.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Dopo di che seguirà immediatamente, senza suscitare invidia alcuna, la seguente legge: quei cittadini
che siano giunti al termine della vita, avendo compiuto belle ed ardue opere con il corpo e con l'anima, e avendo
obbedito alle leggi, sì ritenga opportuno di elogiarli.
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Non è cosa sicura rendere onori con encomi e con inni a coloro che sono ancora in vita, prima che uno
abbia percorso tutta la sua esistenza e sia arrivato alla conclusione in modo onorevole: tutti questi onori siano per noi
comuni agli uomini e alle donne che si sono distinti per il loro valore. In tal modo si devono stabilire i canti e le danze.
Vi sono delle belle e numerose composizioni musicali di antichi poeti, e così delle danze per i corpi; e fra queste, senza
alcun problema, potremo scegliere quella che più conviene e si adatta alla costituzione che stiamo fondando. Il loro
esame e la relativa scelta devono essere compiuti da persone che non abbiano meno di cinquant'anni selezionate per
questo incarico; essi sceglieranno fra le opere antiche quelle che sembreranno essere più adatte, mentre respingeranno
nel modo più assoluto quelle difettose o del tutto inadatte: quanto a quelle composizioni che sono da riprendere e
correggere, le correggeranno, assumendo come collaboratori poeti e musici, e servendosi delle loro competenze
artistiche, non concederanno nulla, o al limite ben poco, ai loro gusti o ai loro desideri, ma spiegheranno loro le
intenzioni del legislatore, secondo le quali la danza, il canto, e tutta quanta l'arte corale devono essere composti in modo
conforme allo spirito di quelle intenzioni. Ogni brano poetico che sia disordinato, quando assume un ordine, anche se
non avrà in sé la dolcezza della musica, sarà mille volte migliore: in ogni caso il piacere è comune a tutte le opere. Chi
da bambino fino all'età adulta della ragione è vissuto coltivando una musa saggia ed ordinata, ascoltando quella
contraria, la detesta, e la definisce illiberale, mentre chi è stato allevato nella musa volgare e dolce, dice che quella
opposta è fredda e sgradevole: sicché, come ora dicevo, relativamente al piacere e all'assenza di esso, nessuna delle due
supera l'altra, se non che l'una rende, ogni volta, migliori, l'altra peggiori coloro che in essa sono stati allevati.
CLINIA: Bene.
ATENIESE: Inoltre bisognerebbe separare, stabilendo un certo criterio, i canti che sono convenienti per le donne e
quelli per gli uomini, e occorrerebbe adattarli a ritmi ed armonie: sarebbe preoccupante infatti che si cantasse in
disaccordo con l'intera armonia, o non si rispettassero i ritmi, senza assegnare a ciascuno di questi canti tali elementi
che loro si adattano. Bisogna fissare per legge un progetto di massima anche in questo campo. è possibile assegnare
l'uno e l'altro di questi elementi all'uno e all'altro sesso, perché necessariamente vi si adattino, ed è necessario
distinguere con chiarezza ciò che appartiene all'uomo e ciò che appartiene alla donna, sulla base della distinzione stessa
che passa fra la diversa natura dei due sessi. E quindi bisogna dire che la nobiltà d'animo e la tendenza al coraggio sono
propri del maschio, mentre la propensione all'ordine e alla saggezza si devono riconoscere alla natura femminile, tanto
nella legge, quanto nel nostro discorso. E questo è l'ordinamento generale della materia.
Dopo di che si deve parlare dell'insegnamento e della trasmissione di tali cose, e in che modo vanno fatte ciascuna di
queste cose, e da chi, e quando. Come ad esempio un costruttore di navi, quando comincia la sua opera, costruendo la
carena, traccia quella che sarà la forma delle navi, anche a me pare di far la stessa cosa, quando cerco di tracciare i vari
schemi delle vite, distinguendole a seconda dei tratti distintivi delle diverse anime, e mi sembra in effetti di fabbricare la
loro carena, valutando correttamente con qual mezzo, e con quali costumi vivendo, compiremo questa navigazione della
vita. Le questioni umane non sono degne di grande interesse, ma bisogna interessarsi ad esse: e non si tratta certo di una
cosa fortunata. Ma dal momento che siamo giunti a questo punto, sarà forse per noi conveniente fare questa cosa come
si deve. Che cosa mai voglio dire? Se qualcuno replicasse in questo modo al mio discorso, replicherebbe bene.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: Io dico che dobbiamo occuparci di ciò che è serio, e non di ciò che serio non è: e per natura ciò che è
divino è degno di ogni interesse, come un essere beato, mentre l'uomo, come dicevamo prima, è soltanto un giocattolo
fabbricato dagli dèi, ed in effetti questa è la sua parte migliore. In conseguenza di questa concezione, ogni uomo e ogni
donna devono vivere giocando al meglio possibile questo gioco, pensando il contrario di ciò che oggi si pensa.
CLINIA: Come?
ATENIESE: Oggi si pensa che le cose serie siano in funzione dei divertimenti: si ritiene, ad esempio, che le
questioni riguardanti la guerra, che sono appunto cose serie, debbano essere ben stabilite in funzione della pace. Ma ciò
che accade in guerra non è per natura un divertimento, e non ha e non avrà mai una funzione educativa che meriti la
nostra attenzione, mentre questa diciamo che secondo noi è la cosa più impegnativa: ognuno deve trascorrere il più
possibile e il meglio possibile la propria esistenza in pace. Quale sarà allora un retto criterio per vivere? Bisogna vivere
giocando i propri giochi, facendo sacrifici, cantando e danzando, in modo da poter rendere benevoli a se stessi gli dèi,
respingendo i nemici e vincendoli in battaglia. Quali siano i canti e quali le danze che bisogna compiere per realizzare
questi due obiettivi, lo si è detto almeno nei suoi lineamenti generali, e le strade attraverso le quali si deve procedere
sono state aperte, prevedendo che anche il poeta dirà bene quando afferma: «Telemaco, alcuni pensieri penserai tu
Platone Le leggi
80
stesso nel tuo animo, altri il tuo demone te li suggerirà: non credo infatti che tu sia nato e cresciuto contro il volere degli
dèi».(8) Le stesse cose dovranno pensare i nostri allievi, e dovranno ritenere che quanto è stato detto è sufficiente, e che
quel che manca intorno ai sacrifici e alle danze sarà loro suggerito da un demone o da un dio: essi suggeriranno cioè a
quali divinità bisogna fare sacrifici, e quando ciascuno deve essere celebrato, e quali renderanno propizi, in modo da
poter vivere conformemente alla natura umana, essendo per lo più come delle marionette, e partecipando in piccola
parte della verità.
MEGILLO: Straniero, tu nutri nei confronti del genere umano un assoluto disprezzo.
ATENIESE: Non stupirti, Megillo, e piuttosto perdonami: ho parlato con lo sguardo rivolto alla divinità, e in queste
condizioni ho detto le cose che ho appena detto. Non sia di scarso valore il nostro genere, se ti piace, ma sia degno di un
qualche interesse.
Per quanto riguarda quel che segue, si è già parlato delle costruzioni dei ginnasi e delle scuole pubbliche che si
troveranno nel centro della città in tre luoghi distinti; mentre all'esterno della città, in altri tre luoghi intorno ad essa, vi
saranno dei maneggi e dei vasti campi adeguatamente allestiti per il tiro con l'arco e gli altri lanci, e saranno in funzione
dell'istruzione e dell'allenamento dei giovani: se allora queste regole non sono state stabilite in modo adeguato,
ripetiamole ora nel discorso insieme alle nostre leggi. In tutti questi edifici abiteranno in qualità di ospiti i maestri di
ogni disciplina, attratti e convinti dal compenso, e insegneranno agli allievi che frequenteranno le lezioni tutte quante le
discipline attinenti la guerra e la musica; e per quanto riguarda la frequenza, non si frequenteranno le lezioni se il padre
lo vuole, mentre se non lo vuole, si trascurerà l'educazione, ma tutti, come si dice, uomini e ragazzi, nei limiti del
possibile, dovranno necessariamente istruirsi, poiché appartengono di più allo stato che ai genitori. La mia legge direbbe
per le donne le stesse cose dette per gli uomini, e cioè che anche le donne dovrebbero praticare gli stessi esercizi: e farei
questo discorso senza temere neppure quel che si dice dell'equitazione e della ginnastica, e cioè che quegli esercizi sono
più convenienti per gli uomini, e non lo sono per le donne. Mi sono convinto di queste cose ascoltando antichi racconti,
e anche ora so, per così dire, che vi è un numero immenso di donne che vivono nel Ponto, e che chiamano
Sauromatidi,(9) alle quali non viene soltanto ordinato, come i maschi, di prendere confidenza con i cavalli, ma anche
nell'uso degli archi e delle altre armi, e, allo stesso modo dei maschi, di esercitarsi in tali pratiche. Inoltre a tal proposito
posso fare quest'altra riflessione: io dico che se queste cose possono avvenire in tal modo, la cosa più stolta di tutte che
oggi avviene nei nostri luoghi è che uomini e donne non si applicano con ogni sforzo concordemente a queste pratiche.
E in un certo senso uno stato che si trova o viene ad essere in tali condizioni, partendo con gli stessi fini e dovendo
affrontare le stesse fatiche, ottiene la metà dei risultati, anziché il doppio: e questo sarebbe un incredibile errore del
legislatore.
CLINIA: Pare di sì. Però molte delle regole di cui stiamo parlando vanno in senso contrario alle consuete forme di
governo. Ma tu hai detto di lasciare che il discorso si sviluppasse, e una volta sviluppato, si doveva scegliere quel che
sembrava migliore, e hai detto così, parlando in modo assai conveniente, e ora hai fatto in modo che io rimproveri me
stesso per aver detto queste cose: continua, allora, e parla di quello che preferisci.
ATENIESE: Questo, Clinia, vorrei dire, e l'ho già detto prima, e cioè che se non si desse adeguata dimostrazione
con i fatti che tali cose possono avvenire, solo allora si potrebbe contestarle col discorso; ma ora chi non voglia
accettare questa legge, deve ricercarne un'altra, mentre la nostra esortazione a tal proposito non smetterà di sostenere
che il genere femminile presso di noi deve prendere parte dell'educazione e di tutto il resto come il sesso maschile. Ed
ecco la riflessione che a tal proposito si dovrebbe fare. Avanti, se le donne non partecipassero insieme agli uomini del
loro modo di vivere, non sarebbe forse necessario predisporre per loro un altro ordinamento?
CLINIA: Necessario.
ATENIESE: Quale fra le regole che oggi si presentano noi preferiremmo al posto di questa comunanza di vita che
ora noi abbiamo loro ordinato? Dovremmo comportarci come i Traci e molte altre genti che si servono delle donne per
coltivare la terra, pascolare gli animali e le greggi, e compiere altri servizi, senza che vi sia alcuna distinzione con gli
schiavi? O fare come facciamo noi e i nostri vicini? Presso di noi la cosa avviene in questo modo: dopo aver ammassato
insieme, come si dice, tutti i beni in un'unica abitazione, affidiamo alle donne il compito di amininistrarle, e di
coordinare i lavori al telaio e tutta la tessitura in genere.
Oppure, Megillo, proponiamo quel sistema che sta a metà fra questi, quello Laconico? E quindi le ragazze devono
trascorrere la vita prendendo parte della ginnastica e della musica, mentre le donne, pur non occupandosi délla tessitura,
devono vivere secondo uno stile di vita severo, che non sia per nulla vile e volgare, e che raggiunga una via di mezzo
fra la cura della casa, l'amministrazione domestica e l'allevamento dei figli, senza partecipare alla guerra? Sicché, se per
caso vi fosse necessità di combattere in battaglia per lo stato e i figli, non sarebbero capaci di usare con l'arte l'arco,
come le Amazzoni, (10) o le altre armi da lancio, né di imitare la dea quando prende in mano lo scudo e la lancia, così
da opporsi nobilmente al saccheggio della patria, ma, se non altro, sarebbero forse in grado di provocare la paura nei
nemici presentandosi schierate. Vivendo secondo questo stile di vita, esse non avrebbero affatto il coraggio di imitare le
Sauromatidi, ma accanto ad altre donne queste donne sembrerebbero uomini. Colui che fra di voi voglia elogiare su
questo punto i vostri legislatori, lo faccia pure; per quanto mi riguarda, invece, non muterò parere: il legislatore non
deve lasciare le cose a metà, ma deve completarle; se egli permette che le donne si concedano alla mollezza, e le perde
abbandonandole ad un tenore di vita sconsiderato, prendendosi cura solo dei maschi, egli lascia in eredità allo stato una
vita che è felice solo a metà, e non doppia.
MEGILLO: Che faremo, Clinia? Lasceremo che questo straniero assalti in questo modo la nostra Sparta?
CLINIA: Sì. Poiché gli abbiamo lasciato libertà di parola, ora dobbiamo lasciarlo parlare finché non abbiamo
Platone Le leggi
81
esposto completamente e in modo adeguato le leggi.
MEGILLO: Giusto.
ATENIESE: Dunque devo cercare di spiegare quello che segue?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Quale sarà il tenore di vita di uomini che si sono procurati in giusta misura le cose necessarie, a
vantaggio dei quali sono stati affidati ad altri i mestieri, e affidata agli schiavi la coltivazione dei campi, che offrono le
primizie della terra sufficienti per vivere decorosamente, uomini per i quali sono stati preparati i pasti in comune,
tenendo separati quelli dei maschi e avvicinando ad essi quelli delle loro famiglie, bambini, donne, e madri?
Uomini per cui tutti i pasti in comune sono affidati ai magistrati di entrambi i sessi con il compito di scioglierli,
dopo aver osservato e controllato ogni giorno la condotta dei commensali? E dopo aver assolto questi doveri, essi, i
magistrati, e gli altri fanno libagioni agli dèi cui quella notte e quel giorno sono consacrati, e fatto ciò, se ne vanno a
casa? Per uomini che vivono secondo un ordine simile non rimane nessun'altra attività necessaria e assolutamente
opportuna se non quella di dover vivere, ciascuno di quelli, ingrassando come buoi? Noi diciamo che questo non è
giusto e non è bello, e chi vive in questo modo non potrà sfuggire alla sorte che gli merita, così come l'animale pigro e
che con noncuranza è ingrassato diventerà preda di un altro animale che il coraggio e le fatiche hanno reso magro ed
agile. Se noi ricercassimo con sufficiente precisione queste cose, forse non raggiungeremmo mai lo scopo, finché
avremo donne, figli, e abitazioni private, e privatamente avremo tutte le altre cose del genere, appositamente allestite
per ciascuno di noi: ma se avessimo ciò che abbiamo detto che occupa il secondo posto dopo quelle cose, l'avremmo in
misura del tutto conveniente.
Agli uomini che vivono in questo modo diciamo che rimane un'attività non piccola, e neppure di scarso valore, ma
anzi, forse la più importante di tutte che possa essere stabilita da una giusta legge: e infatti, in confronto a quella vita
che non assicura tempo libero per tutte le altre attività, la vita cioè di chi cerca di conseguire la vittoria nelle gare Pitiche
e Olimpiche,(11) quella vita che con assoluta correttezza si è detto che si prende cura del corpo e dell'anima in funzione
della virtù, è priva in misura doppia e anche di più di tempo libero. Nessun impegno superfluo in altre attività deve
essergli d'impedimento durante l'apporto di quegli esercizi fisici e del nutrimento che convengono al corpo, o di nozioni
e di abitudini all'anima; ma direi quasi che tutta una notte e un giorno non sono sufficienti, per chi voglia agire in questo
modo, a realizzare in modo compiuto ed adeguato questo genere di vita: stando in questi termini la natura di tali cose,
bisogna che tutti gli uomini liberi occupino il loro tempo secondo un ordine stabilito, cominciando dall'aurora, senza
interruzione, sino all'altra aurora, e al sorgere del sole.
Se un legislatore enunciasse quelle numerose, e frequenti, e piccole norme concernenti il governo di una casa, non
apparirebbe dignitoso, e neppure apparirebbe dignitoso se enunciasse tutte quelle altre norme sulla veglia notturna e su
coloro che desiderano prestare una completa e scrupolosa sorveglianza su tutto lo stato. Tutti però devono ritenere
vergognoso e indegno di un uomo libero che un qualsiasi cittadino trascorra tutta la notte dormendo, e non si mostri
dinanzi ai suoi servi sveglio e alzato per primo, in qualsiasi modo si debba chiamare questo fatto, "legge" o
"consuetudine": e che una padrona in una casa si faccia svegliare dalle ancelle, e non sia essa stessa la prima che svegli
le altre, ebbene, lo schiavo, la schiava, il figlio, e se possibile, tutta l'intera famiglia devono denunciare questo fatto
vergognoso.
Bisogna che di notte tutti stiano svegli e ognuno svolga i propri compiti riguardanti lo stato e l'amministrazione
dello stato, i magistrati nello stato, i padroni e le padrone nelle case private.
Il sonno eccessivo non si adatta per natura né ai nostri corpi, né alle nostre anime, né alle azioni che essi devono
compiere. Se uno dorme non è degno di alcuna considerazione, non di più, almeno, di chi non vive: ma chi di noi si
preoccupa maggiormente di vivere e di riflettere, rimane sveglio il più a lungo possibile, custodendo soltanto quella
parte di sonno che gli serve per mantenere la salute, e in realtà non è molto il sonno, se uno ha preso una buona
abitudine. I magistrati che negli stati rimangono svegli di notte incutono paura nei malvagi, siano essi nemici o cittadini,
ma sono amati e onorati dalle persone giuste e assennate, perché sono utili a se stessi e allo stato.
Una notte trascorsa in tal modo, oltre a tutti i vantaggi di cui si è detto, infonde un certo coraggio nelle anime dei
singoli cittadini: e quando si fa giorno bisogna mandare i ragazzi dai maestri, perché come nessun gregge e nessun altro
animale può vivere senza il pastore, neppure i ragazzi possono fare a meno dei pedagoghi, né i servi dei padroni. Il
bambino è senza dubbio il più difficile a trattare fra tutti gli altri animali: quanto più la sua fonte del pensiero non ha
ancora raggiunto un suo ordine, tanto più diviene insidioso, scaltro, il più ribelle di tutti gli animali.
Perciò bisogna tenerlo a freno con molti legami, come le briglie dei cavalli, e innanzitutto, quando si libera dalla
sorveglianza di nutrici e di madri, bisogna affidarlo ai pedagoghi perché si prendano cura della loro giovane età, e poi ai
maestri che insegneranno loro quelle discipline che si convengono ad un uomo libero. E qualsiasi uomo libero punisca,
come se fosse uno schiavo, il ragazzo stesso, e il pedagogo, e il maestro, nel caso in cui uno di questi compiano un
qualche sbaglio. E se pur presentandosi l'occasione non lo punisce secondo giustizia, diventi innanzitutto oggetto della
più grave vergogna, e in seguito quel custode delle leggi che sia stato scelto in qualità di sovrintendente all'educazione
dei bambini sorvegli questo individuo che, imbattendosi nelle persone di cui parliamo, non le punisce, pur dovendole
punire, o le punisce in modo non corretto, e lo stesso custode, tenendo sotto stretta osservazione e curandosi in modo
particolare della formazione dei ragazzi, cerchi di correggere le loro indoli naturali, rivolgendole sempre in vista del
bene, conformemente alle leggi. Come la legge potrebbe adeguatamente istruire quel custode delle leggi? Sino a questo
momento, infatti, non si è parlato per niente in modo esplicito ed esauriente, ma qualche volta sì, altre volte no: nei
limiti del possibile, nulla si deve allora tralasciare, ma tutto il discorso dev'essergli spiegato, perché questi a sua volta
Platone Le leggi
82
diventi interprete ed educatore nei confronti di altri. Per quel che riguarda il complesso della danza corale, ovvero il
canto e le danze, si è già detto, e così quali componimenti si debbano scegliere e quali tratti distintivi devono avere, e
come devono essere corretti e consacrati: ma per quanto riguarda i componimenti in prosa, e cioè con quali
componimenti devono avere a che fare, e in che modo, i giovani da te educati, non lo abbiamo ancora detto, o
nobilissimo sovrintendente della gioventù. Eppure, mentre attraverso il nostro discorso sei venuto a conoscenza di
quelle cose che essi debbono imparare per la guerra e nelle quali devono esercitarsi, per quanto riguarda le lettere
innanzitutto, e in secondo luogo per quel che concerne la lira e quei calcoli di cui diciamo che ciascuno deve avere
conoscenza per farne uso in guerra, e nell'economia domestica, e nell'amministrazione dello stato, e per quanto riguarda
ancora quelle utili conoscenze, in vista sempre di questi stessi fini, sulle rivoluzioni dei corpi celesti, degli astri, cioè,
del sole, e della luna, tutte cose che risultano necessarie per la guida di ogni stato, ebbene, che cosa voglio dire con
queste cose? Mi riferisco cioè alla disposizione dei giorni nell'arco dei mesi, e dei mesi nell'arco di ogni anno, perché le
stagioni, i sacrifici, e le feste, assumendo ciascuna un proprio ordine, siano condotti secondo natura, e rendano vivo e
sveglio lo stato, e onorino gli dèi, e rendano gli uomini maggiormente saggi in tali cose. Tutto ciò, amico, non è stato
ancora suffficientemente delineato dal legislatore: presta dunque attenzione a quel che sarà detto ora.
Abbiamo detto che in primo luogo non sei stato sufficientemente istruito per quel che riguarda le lettere; ma che
cosa rimproveravamo a quel che si disse? Questa cosa: non ti è stato ancora spiegato se chi aspira a diventare un buon
cittadino deve procedere in drezione di una perfetta conoscenza di questa disciplina o se deve metterla da parte, e lo
stesso si dica della lira. Noi sosteniamo che lo studio di queste discipline vadano affrontate. Tre anni sono un tempo
ragionevole per apprendere la grammatica per un bambino di dieci anni, mentre possono cominciare a prendere in mano
la lira a tredici anni, e potranno continuare per altri tre anni. E questi termini di tempo non siano allungati o ridotti dal
padre o dall'allievo stesso; e all'allievo, che ami la disciplina o la detesti, non sia concesso di occuparsi di un tempo
maggiore o minore di tali cose, andando contro la legge: e chi non obbedisce sia privato degli onori dell'educazione, di
cui dovremo parlare fra poco. Prima di tutto impara che cosa i giovani devono apprendere e che cosa i maestri devono
insegnare in questo periodo di tempo. I giovani devono esercitarsi nella grammatica, finché non siano capaci di leggere
e scrivere: lasciamo stare se ad alcuni la natura non è venuta in aiuto, negli anni stabiliti, per perfezionare la scrittura e
la lettura sotto l'aspetto della bellezza e della velocità. Quanto agli insegnamenti dei poeti che ci sono rimasti per iscritto
ma che non sono adatti all'uso della lira, alcuni in versi, altri senza divisioni ritmiche, e che in ogni caso sono stati scritti
con uno stile discorsivo, e sono privi di ritmo ed armonia, si tratta di opere che noi dobbiamo considerare pericolose, e
ci sono state lasciate da molti uomini di questo genere: come vi regolerete, o voi che siete fra tutti i migliori custodi
delle leggi? Come il legislatore potrà introdurle nello stato, secondo corrette disposizioni? Prevedo che si troverà in
grande difficoltà.
CLINIA: Perché mai, straniero, mostri di parlare a te stesso con così tanta incertezza?
ATENIESE: Giusta osservazione, Clinia. E dato che insieme discutiamo sulle leggi, è necessario spiegare tanto quel
che appare semplice, quanto quello che non lo è.
CLINIA: Ebbene? Che cosa vuoi dire a proposito di quest'argomento e qual è il tuo stato d'animo a questo riguardo?
ATENIESE: Lo dirò: non è affatto semplice fare delle affermazioni contrarie a quelle che escono da moltissime
bocche.
CLINIA: E dunque? Ti sembra che fra le cose che in precedenza abbiamo detto sulle leggi sono poche e di scarso
interesse quelle che contrastano con l'opinione della maggioranza?
ATENIESE: è proprio vero quello che dici: tu mi esorti, almeno così mi pare, a percorrere la stessa strada che a
molti è ostile, ma che da altri, non inferiori di numero - e se inferiori, non per il loro valore - è invece prediletta. Insieme
a costoro mi esorti allora a percorrere l'attuale via della legislazione che è stata aperta dai precedenti discorsi,
affrontando i dovuti rischi e con animo coraggioso, senza arrendersi.
CLINIA: Certamente.
ATENIESE: E non mi arrenderò. Dico allora che noi abbiamo moltissimi poeti che hanno composto in esametri, in
trimetri, e in tutti gli altri generi che si dicono "metri", alcuni mossi verso serie intenzioni, altri tendenti al riso; e sono
molti quelli che dicono che i giovani che aspirano ad essere educati rettamente devono essere allevati in mezzo a quelle
composizioni e che bisogna renderli sazi, facendo sì ch'essi ascoltino con attenzione e si erudiscano nelle loro letture,
imparando per intero i poeti a memoria. Alcuni poi, scegliendo fra tutte le composizioni quelle più importanti e
radunando insieme alcuni passi per intero, dicono che si devono imparare a memoria, se uno vuole diventare buono e
saggio, grazie ad una molteplice esperienza e a un lungo apprendimento. Tu mi consigli allora di mostrare a costoro,
con franchezza, che cosa dicono o che cosa non dicono di buono?
CLINIA: Come no?
ATENIESE: Come potrei adeguatamente spiegare in una parola tutte queste cose? Questo, io credo, direi in linea di
massima - e su questo punto chiunque potrebbe trovarsi d'accordo con me -, e cioè che ciascuno di loro ha detto molte
cose buone, e molte cose che al contrario non lo sono: e se le cose stanno così, dico che un'erudizione approfondita è
assai rischiosa per i giovani.
CLINIA: Che cosa consiglieresti allora al custode delle leggi?
ATENIESE: Riguardo a che cosa?
CLINIA: Riguardo al modello cui dovrebbe rivolgere la propria attenzione, e in base a cui permette che tutti i
giovani apprendano alcune cose, vietandone altre. Parla e non avere esitazioni.
ATENIESE: Mio buon Clinia, può darsi che in qualche modo ci sia riuscito.
Platone Le leggi
83
CLINIA: In che cosa?
ATENIESE: Nel fatto che non ho assolutamente difficoltà per il modello. Considerando ora i discorsi che noi
abbiamo passato in rassegna dall'aurora sin qui - e mi pare che non sia mancata l'ispirazione divina - mi sembrano
assolutamente simili ad un'opera di poesia. E così non si insinua in me alcun sentimento di meraviglia, quando,
provando un certo piacere, getto uno sguardo su tutti questi discorsi, ormai familiari, riuniti insieme: e mi sembrano i
più convenienti e i più adatti da fare ascoltare ai giovani, fra i molti che ho appreso e ascoltato in poesia e in prosa.
Non avrei altro modello migliore di questo, credo, da esporre al custode delle leggi, all'educatore, se non appunto
quello di esortare i maestri ad insegnare ai ragazzi queste stesse cose, ed altre simili a queste; e se avviene che,
scorrendo le opere dei poeti e gli scritti in prosa, o anche semplici detti, giunti così, senza essere stati scritti, alcuni siano
come fratelli di questi discorsi, in alcun modo li lascino sfuggire, ma li scrivano. E in primo luogo costringa i maestri ad
apprenderli e a farne l'elogio, e non si serva della collaborazione di quei maestri cui queste opere non piacciono, mentre
si deve valere del contributo di coloro che trova concordi nell'elogio, e a costoro affidi l'istruzione e l'educazione dei
giovani. A q