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C’era una leggenda nel paese di Giovannino : che il bosco sopra il Monte fosse fatato e che vi fosse un albero, un grande albero carico di secoli e di muschio, che sapeva parlare.
La nonna di Giovannino, nelle notti in cui aveva voglia di raccontare, raccontava che era proprio vero e non era una storia: solo che l’Albero Magico non parlava mica col primo capitato, ma quando voleva lui e con quelli che gli erano simpatici. Diceva la nonna :
" C’è bisogno di una luna bella alta sul bosco, c’è bisogno di calma di vento, perché se fischia troppo il vento non senti la voce di legno, c’è bisogno che non ci sia ghiaccio, perché col freddo le parole salgono troppo lente e non ci capisci niente"
" Ma qual è l’Albero Magico, nonna? – chiedeva Giovannino – Me lo sai dire?"
" Di preciso nessuno lo sa. Ma dicono che vive nel centro del bosco, dalla pozza dei cinghiali"
" La pozza dei cinghiali?! – rideva il padre di Giovannino , che stava intrecciando una cesta di castagno dall’altra parte delle cucina – ci sono stato tante volte in quel punto lì, ma di alberi magici peste al diavolo se ne ho mai visto uno!"
La nonna faceva finta di non aver sentito.
" E che cosa dice l’Albero Magico?"
" Dice cose vere"
"Voi l’avete mai sentito?"
"No, è da tanti anni che non parla…"
" Sì, è dai tempi di Carlo Cuiga! "– sbottava il papà.
" E chi è Carlo Cuiga?"
"Uno che non è mai esistito, proprio come il vostro albero!", diceva ridendo il papà, ma si capiva che era arrabbiato. Giovannino ci rimaneva male, abbassava la testa.
" Perché gli rovini sempre le favole?"- diceva allora la mamma.
" Vive già tanto sulla luna! Ci mancano gli alberi parlanti!"
Così, se c’era il papà in casa, la nonna non raccontava più le sue storie
Giovannino , però aveva tanta voglia di sentire come continuava quella dell’Albero Magico. Allora aspettò un pomeriggio, quando suo padre era nei campi, si accoccolò vicino alla stufa, dove la nonna stava sbucciando i piselli e si mise a domandare:
" Ma…nonna, perché l’Albero Magico non parla più?"
" Non c’è nessuno buono ad ascoltarlo"
" Che cosa vuol dire?"
"Non c’è più nessuno che vuole sentirlo. Un tempo qui a Pigna erano in tanti che gli andavano a parlare. Oggi se uno parla con un albero gli danno del matto!"
" E chi è stato l’ultimo a parlargli all’Albero Magico?"
"Dicono che è stato nonno l’Angiu"
"Nonno l’Angiu? E chi era?"
" Era il nonno del nonno"
" Ma come si fa a riconoscere l’Albero Magico?"
"Non sei tu che lo riconosci, è lui che riconosce te. C’è gente che l’ha cercato per giorni interi, ma lui non s’è fatto trovare."
"Perché?"
"Lui sa quel che fa"
" Ma come ha fatto …a nascondersi?"
" Dicono che se vuole può perfino camminare."
" Camminare?!"
" Sì, camminare. Tanto che una volta, giusto al tempo di nonno l’Angiu, non lo chiamavano l’Albero Magico, ma…"
"Ma…?"
" Ma Arbo-dui-gambe, l’albero con due gambe, l’albero che cammina.
Ma c’è un’altra cosa che devi sapere, visto che ti piace tanto la sua storia : l’Albero Magico è un po’ nostro parente."
"Nostro parente?"
" Sì, parente nostro: ma promettimi di non dirlo in giro, è un segreto. Noi della nostra famiglia, anche tu per parte di madre, siamo del suo sangue."
" Prometto. Ma che cosa vuol dire che è nostro parente?"
In quel preciso momento entrò il papà con il suo passo pesante ed il suo vocione :
"Che fame! Che cosa c’è da mangiare?" E allora la nonna stette zitta e non andò più avanti a raccontare.
Ora, per disgrazia, successe che Giovannino non ebbe più modo di star solo con la nonna e non riuscì a sapere quel segreto. E pochi giorni dopo la nonna morì, senza avergli rivelato nulla.
"Parente – si ripeteva Giovannino – Parente, parente, parente". Come se a ripeterlo si potesse chiarire il mistero. Come poteva un bambino in carne ed ossa avere come parente una pianta?
"Parente, parente, parente: io ho le mani, lui i rami, io i capelli, lui le foglie, io mi muovo, lui sta piantato per terra. Come facciamo ad esser parenti?"
E in più non lo poteva chiedere a nessuno, neanche agli amici: era un segreto!
Passarono alcuni anni. Giovannino divenne più grande, andò a scuola, imparò tante cose sul mondo e sugli alberi : il maestro gli parlò degli Alberi Massimi (pinea maxima australis), piante altissime che bucavano le nuvole con le punte, gli raccontò delle Ampie-Late (Sequoia Amplia Californiae), dal tronco tanto largo che ci volevano dieci uomini per abbracciarlo, dei Mellis-Ficus, alberi molto frequenti nell’Età dell’oro, che ad inciderli con un temperino davano latte dolce. Il maestro mostrò su un vecchio libro il disegno delle Mangrovie Carnivore, delle Cicadee Sonnifere, che esalavano una nebbia che faceva addormentare, delle Felci Velocissime del Brasile, che crescevano dieci metri in una notte, ecc. ecc. Ma il chiodo fisso di Giovannino era e rimaneva scoprire qualcosa dell’Albero Magico. Purtroppo nessuno sapeva dirgli niente. Nessuno era così saggio da sapere come fa un bambino ad essere parente di un albero.
Un giorno, sulla piazza del paese arrivò un cantastorie.
Il paese di Giovannino in dialetto si chiama "La Pigna" perché era un gruppo di case dai tetti di pietra, tutto arroccato ed attorcigliato intorno ad un picco del Monte di Portofino. Su un altro Monte, più in alto, si alzava il bosco.
La Pigna aveva le case tanto ammassate che quasi non aveva strade, l’unica mulattiera che saliva a vite fino in cima, era tanto stretta da non lasciar passare due carretti alla volta. Lassù in alto, in cima al paese, c’era uno slargo, uno spiazzo dove i carri facevano manovra e dove stavano al massimo venti persone.
Là si era messo il cantastorie: veramente il meschinetto si era arrampicato sul ramo più basso del grande pino e a cavalcioni , con la chitarra, cantava una canzone che faceva ridere tutti :
"Quelli di Monte Caprile
annaffiano la chiesa
annaffiano la chiesa
per far crescere il campanile
Quelli che stanno a Zignago
hanno fissato i coppi
i coppi sopra i tetti
legandoli con lo spago
E quelli di Scurtabù
hanno legato un sacco
di dietro alle galline
che le uova non vadano giù!"
"Perché non fai una rima anche su quelli della Pigna?" , chiese uno di Zignago che passava di lì e che c’era rimasto male.
Per tutta risposta il menestrello cambiò musica :
" Se non vuoi rogna
lascia star Pigna
se non vuoi rogna
lascia star Scogna
Lasciali stare
se poi nel bosco
tu vuoi passare
lasciali stare
Lasciali stare
che c’hanno il legno
come compare
non li toccare
Lasciali stare
sono parenti
del Serro Magico
che sa parlare"
Lo spettacolo era finito.
Una donna portò un piatto di minestra di farro ed un bicchiere di vino per il cantastorie. Tutti erano andati via, eccetto Giovannino che s’era fermato presso il grande Pino, ad aspettare che il cantastorie finisse di mangiare e di bere. L’uomo mangiava e Giovannino lo guardava, l’uomo beveva e Giovannino stava sempre lì. In attesa.
"Che cosa vuoi, bagaxetto? Vuoi imparare a suonare?"
"Voglio imparare tutte le canzoni sull’Albero Magico."
Il cantastorie aveva già capito, ma chiese:
"Perché ti interessano quelle vecchie ballate che non piacciono più a nessuno?
Giovannino stava per rispondere, ma l’uomo disse ancora :
"Tu ti chiami Giovanni, non è vero?"
Giovannino fece di sì con la testa, meravigliato. Come aveva fatto ad indovinare?
" E tua nonna si chiama mica…? E tua mamma…? Mmh, lo sapevo! Qua la mano, parente! Siamo tutt’e due dello stesso sangue! Tutt’e due parenti dell’ Albero!
Il cantastorie si guardò intorno, e, visto che non c’era nessuno, cominciò :
Ti racconterò la storia che vuoi conoscere…
Molto, ma molto tempo fa, l’Albero Magico era anche lui un uomo, come me e come te. Era un uomo buono, si chiamava Johannes, vale a dire Giovanni, come te e come me.
Anche allora La Pigna era tutta fatta di scaglie di pietra e anche allora c’era il bosco, solo che allora il bosco era sacro : la gente del paese lo andava a pulire e a curare, almeno quattro volte all’anno, tutti insieme. Johannes ci andava ogni giorno. Johannes non aveva paura degli animali selvatici e perfino dei lupi. Era amico della Gente Piccola, folletti che nessuno di noi ha mai potuto vedere e che vivono in certe casette sotto le radici degli alberi. Conosceva per nome e cognome tutte le piante del bosco: solo lui poteva indicare quelli secchi da tagliare per far legna.
Era diventato tanto saggio che conosceva perfino il posto dove viveva Re-Legno o Papà Albero, non importa come lo chiamavano, l’albero che aveva mille anni e mille nomi, insomma l’Albero Magico che proteggeva tutta la zona.
Ma un giorno, dall’alto dei tetti della Pigna la gente vide arrivare su per la mulattiera una fila di soldati, che scortavano quattro boscaioli con quattro grandi asce che luccicavano al sole. E dietro i soldati e i boscaioli c’era un portantina bianca con dentro un signore dalle mani piene di anelli d’oro.
"In nome dell’Imperatore Federicus e del Vescovo Rubicondius, vi ordino di mostrarci l’albero delle streghe e dei maghi affinché lo possiamo abbattere!"
La gente della Pigna naturalmente non ne voleva sapere. Tutti se ne stavano zitti zitti. Allora i soldati presero un povero contadino, gli misero un cappio al collo e legarono l’altro lato della corda ad un ramo:
" Se non ci portate subito all’albero delle Streghe, lo appendiamo per il collo!"
Così, a malincuore, la gente li portò dall’Albero Magico.
I quattro boscaioli cominciarono a colpire. L’Albero fu abbattuto e fatto a pezzi. Il prelato ordinò di scalzare le radici e bruciare tutto quanto. La gente faceva cerchio, in silenzio, coi berretti in mano. Quando il fuoco si spense, se ne andarono.
Johannes da quel giorno non parlò più, mangiò sempre meno e dormì meno ancora. Si accorsero che passava tutte le notti nel bosco. Credevano che il dolore lo avesse reso pazzo. La cosa strana era che non dimagriva, non si indeboliva, malgrado quella strana vita, anzi sembrava perfino più alto. Dicevano che gli era venuta una pelle dura, come il cuoio, ruvida come una corteccia…
Un giorno non lo videro più.
Allora i suoi fratelli salirono fino al bosco. Lo trovarono in mezzo alle ceneri del vecchio Albero Magico, diritto in piedi, già molto, ma molto più alto di come era mai stato.
" Che cosa fai? Vieni via, prenderai freddo!"
Lui sembrava sorridere appena.
Tentarono di tirarlo via, ma si accorsero che i piedi erano entrati nella terra, avevano messo le radici… si misero a piangere, lo chiamarono in tutti i modi.
Ma lui , non rispondeva, restava lì.
E da quel giorno non si chiamò più Johannes, ma Aerbo-dui-gambe, o l’Albero Magico, o altri nomi ancora.
Tutto ciò accadde più di mille anni fa.
Tante cose sono cambiate da allora, tranne il bosco e il suo Albero Magico. E tranne la nostra famiglia, che discende dai fratelli di quel Johannes e vive da mille anni in questo paese."
Non potendo dormire, quella notte stessa, Giovannino si calò dalla finestra e salì verso il bosco. Ogni tanto un’ombra, un fruscio gli mettevano una grande paura addosso, ma lui ripeteva:"Parente, parente, parente" come una litanìa per farsi coraggio e andare avanti.
Era nevicato, ma la neve era dura, i suoi passi facevano crik, crik, crik, lungo il sentiero. Si alzò la luna azzurra sul bosco nero. Era una notte buona per ogni sorta di meraviglie: certamente le lepri col manto bianco avevano danzato nelle radure, i cinghiali erano scesi alla fontana, gli occhi della Gente Piccola, da dietro i cespugli, dai tronchi cavi vegliavano sul bosco, dappertutto: Giovannino era l’unico essere umano vivo nel giro di molte miglia.
Ad un certo punto – patapumfète- si inciampò e cadde con la faccia nella neve. Alle sue spalle sentì distintamente un:
"Ih,ih,ih,ih!"
il classico riso dei maligni.
(Suo padre gli aveva insegnato che gli omaccioni bonari ridono facendo "Ah,ah,ah", oppure "Oh,oh,oh", se sono molto contenti o ubriachi. Con "Uh,uh,uh", ridono gli strani, i lunatici, che gli manca qualche venerdì; con "Eh,eh,eh" i preti e i farmacisti. Ma dio ti scampi e liberi da quelli che ridono con "Ih,ih,ih!", perché sono maligni, malignassi fino alla radice dei capelli.)
Giovannino si era appena alzato e si stava spazzolando, quando qualcosa lo afferrò per la collottola e lo sollevò a quattro cinque passi dal suolo.
"Ehi, ma…"
"Questa proprio non te l’aspettavi, eh? Come sei buffo così! Ih,ih,ih!"
"Chi sei? Mettimi giù!"
"Chi sono io? Tu, piuttosto devi dire chi sei."
"Io… sono Giovannino"
"Uff! Che mancanza di fantasia avete! Un altro Giovannino!"
"E tu, scusa, chi sei? – chiese il povero ragazzino, cercando di voltarsi per vedere da dove proveniva la voce.
"Ci risiamo! – disse una terza voce in tono burbero - Eccoti di nuovo a far scherzi idioti. Lascialo andare per la sua strada!"
"Lasciarlo andare? Pronti! "
E Giovannino fu mollato di colpo su un mucchio di neve :
"Ih,ih,ih! Visto ? Forte, eh?"
"Piano! Non sono mica tutti fatti di legno come te!"
"Lo so come sono fatti i Giovannini. Vuoi insegnarmelo a me?"
Intanto Giovannino, mentre si spolverava dalla neve, vide accanto a sé un ometto alto un palmo, con uno strano cappello a cono in testa. Si trattava forse di un folletto, di uno della Gente Piccola?
"Non farci caso – gli disse l’ometto – E’ un po’ pazzo, ma è buono."
"Sono pazzo già da un pezzo – riprese la voce del maligno -
sono pazzo per la pizza
date pizza o fo una puzza!
fate a pezzi questa pezza
o nel pozzo vi spupazzo!
Oh che sollazzo!
Ih,ih,ih!"
"Vedi? – riprese l’omino alto un palmo – Lo ascolti? E’ che sente la luna. Sei capitato male. Di solito non fa così."
"Ma chi è? – disse Giovannino, girandosi a guardare e non vedendo niente da nessuna parte – Chi è?"
"E’ sua Maestà , l’Albero Magico"
"Come? Dove? "Sono qui, merlo! Non sei venuto apposta per vedermi?"
Uno degli alberi che stavano intorno sembrò ad un tratto muoversi. Sì, il più alto, il più grosso degli alberi ondeggiò paurosamente, e, con un pesante scricchiolìo, ripetuto per tutti i suoi trenta metri, fece… un passo avanti!
"Mi hai visto, ora?"
Adesso la sua voce non era più sottile e malignetta, ma bassa, legnosa, come proveniente da sotto terra: Giovannino arretrò per la paura. L’Albero si fermò e rimase lì , così solidamente, che avevi la sensazione che non si fosse mai mosso! Giovannino si sfregò gli occhi: lo aveva visto davvero muoversi? Di nuovo sentì il risolino maligno e soddisfatto :"Ih,ih,ih!"
"E adesso perché ride?" chiese all’omino.
"Senza volerlo gli hai fatto una serie di cortesie : ti sei spaventato, meravigliato, infine sei rimasto incredulo, con gli occhi strabuzzati. L’hai fatto gongolare, l’hai fatto sentire importante, ora ti chiederà se vuoi giocare con lui."
Puntualmente l’Albero chiese :
"Sei forte, Giò. Sei simpatico. Giochiamo a nascondino?"
" Ma, senti… - riprese Giovannino sottovoce diretto all’omino – Lui è veramente l’Albero Magico?"
"Sì è proprio Re Legno, Aerbo-dui-gambe, o come lo vuoi chiamare!"
"Quello delle canzoni?"
"Proprio lui, in persona! Anzi, in tronco e foglie!"
"Ma… non ha mille anni?"
"Te l’aspettavi diverso,eh? Te l’aspettavi severo e saggio, vecchio e barbuto, eh? – l’omino sospirò – Vedi, il fatto è che lui ha davvero mille anni, mille e tredici, per la precisione, ma ogni tanto il suo tronco invecchia, si screpola, rinsecchisce e cade. Al suo posto nasce un altro fusto, un pollone bambino, tutto nuovo, elastico, senza muschio. Lui è sempre lui, i suoi poteri restano uguali, ma ogni due o trecento anni deve cambiare umore, tornare daccapo. Qui non viviamo il tempo come voi, noi stiamo nel tempo rotondo."
"Ma perché adesso è così strano?"
"Bah, per fare un paragone con la vostra vita umana, vediamo…si può dire che adesso ha un’età di…sette-otto anni!"
"Che cosa ti sta dicendo quel trombone di Tym – si spazientiva l’albero – E’ lo gnomo più stufone del bosco! Allora giochiamo? Vuoi vedere i miei giocattoli? Ne sai barzellette?"
"Non aver paura, Giovannino, va pure a giocare con lui" – gli sussurrò lo gnomo sorridendo. Il bambino, timidamente, si mosse verso l’altro bambino-albero, verso quello strano, vecchissimo sempre verde, sempre giovane, Re del bosco.
La luna era tramontata, le stelle erano salite in cielo a grappoli: si sa che in cima al monte gli astri si vedono più grossi e gli animali celesti dello zodiaco si capiscono più chiaramente.
Giovannino s’era ormai dimenticato degli scherzi poco gentili dell’Albero e giocava insieme a lui come non aveva mai giocato con nessun altro. Tym lo gnomo li seguiva con lo sguardo dall’alto di un pino: erano cavallo e cavaliere, erano guardie e ladri, erano risate pazze che scomparivano da una parte e riapparivano dall’altra.
"Era scritto così – meditava Tym – Era scritto così."
Immaginate che cosa vuol dire avere un albero per amico : da allora Giovannino passò i suoi giorni nel bosco. Al ritorno, per non insospettire i genitori, portava al paese, un cestino di funghi, di mirtilli o di fragole selvatiche, che profumavano tutta la casa. Queste ricchezze giustificano le ore perse lassù nel selvatico e nessuno gli faceva domande.
L’Albero e Giovannino giocarono con la terra.
Il Grande Serro, gli insegnò come si scende dentro, per la strada delle radici, sotto l’humus, nell’argilla gialla, nell’argilla grigia, fra le rocce che navigano immerse là sotto. Era bello vedere il mondo alla rovescia, o le cose che non si possono vedere solitamente : sorprendere nel sonno invernale le fave, i piselli, i semi non ancora nati, oppure arrivare più giù dove si incontrano le faglie, nel buio, e si raccoglie l’acqua e si formano le sorgenti.
Il divertimento più grande era entrare nelle casette della Gente Piccola, casette pulite, asciutte, illuminate da una luce gialla e calda, percorrere quelle lunghe gallerie dal soffitto ricurvo, stipate di castagne secche, nocciole, vasetti di miele. I due facevano irruzione ad esempio attraverso la parete di terra della cucina e comparivano ad una famigliola di gnomi :
"Salute Bym, salute donna Gybra!"
"Olà, ragazzi." , rispondevano quelli, impassibili.
"Che cosa state fumando?"
"Tabacco di ghiande"
"Buon proseguimento!" "Alla prossima!"
L’Albero e Giovannino giocarono con l’acqua.
Quel matto dell’Albero raccoglieva i rami sopra la testa, in modo da non offrire resistenza , e si tuffava nel "beo", nel ruscello che veniva giù dal Monte a precipizio fra pareti di roccia. Giovannino doveva sempre lanciarsi per secondo, di modo che la sua caduta mozzafiato, la sua precipitosa scivolata di cascata in cascata, si potesse alla fine arrestare contro le piume, contro il fogliame morbido dell’amico, che lo aspettava a valle.
L’Albero e Giovannino giocarono con l’aria.
Nei giorni di tramontana, l’Albero si faceva leggero leggero, sottile sottile, come scavato dentro, apriva come una vela la sua chioma e si alzava allo stesso modo di un seme di tarassaco, si stampava nero, in volo, contro la luce della luna.
Giovannino si teneva stretto a due ramoscelli e giocava a riconoscere da lassù le case della Pigna, degli Olmi, della Mortola con le finestre illuminate : nella notte tutto il Monte di Portofino sembrava un gigantesco albero di Natale.
Un giorno, alla presenza di Tym, Giovannino domandò :
"Perché non giochiamo mai col fuoco?"
"Non nominare più quella parola!" , lo pregò l’Albero con un tremito nelle foglie. E per quel giorno si racchiuse in se stesso, nella sua corteccia senza voler più giocare.
"Per ogni albero il fuoco è la morte – gli spiegò lo gnomo - O perché è secco e viene fatto a pezzi e gettato nella stufa, o perché è arrivato il fuoco grande, che fa strage di alberi vivi."
"Ma lui non è immortale? Perché ha tanta paura dell’incendio? Perché quando arrivano le fiamme, non può scappare da un’altra parte?"
" Perché l’Albero Magico è il bosco.
Non può vivere senza i suoi fratelli.
Anche se fuggisse lontano, morirebbe di tristezza."
Un giorno, dall’alto della Pigna, videro salire su per la valle una fila di mostri. Cinque, sei, facevano un rumore strano; sette, otto ruggivano con una voce di metallo, allungavano bracci lunghissimi; nove, dieci, sporgevano le loro mascelle dentate. In groppa ai mostri stavano degli uomini, con casco giallo e le tute bianche.
Erano macchine, non mostri; erano tecnici non soldati, erano guidatori non cavalieri. Quando la colonna si fermò ai piedi della Pigna, arrivò pure un’auto, ne saltò fuori un signore certo molto importante, che diceva parole difficili e srotolava e mostrava alla gente certe mappe e certi disegni ancora più complicati.
"Duecento, trecento posti di lavoro! – esclamava il signore – Strada, Autostrada, Superstrada! – e i riflessi degli occhiali d’oro parevano lampi – Supersuperstrada!!"
Insomma, in poche parole, tutto quel trambusto da circo, voleva dire che qualche Ministro aveva stabilito che la via più breve dalla Grande Metropoli al mare passava per l’Entroterra, precisamente nel territorio della Pigna, più precisamente ancora per il bosco dell’Albero Magico.
Si trattava – spiegava Occhiali d’oro – di abbattere qualche migliaio di alberi, per far passare la più grande autostrada d’Europa. Nei suoi disegni il bosco sacro sembrava la testa di un ragazzino dopo che Giacomino il parrucchiere lo aveva scalpato con la macchinetta.
Gli abitanti della Pigna, senza pensarci troppo, vendettero la loro parte di bosco. Tutti i castagni e i lecci, le vivagne d’acqua, le grotte, tutto quello che era stato loro per mille anni fu venduto in pochi minuti. In cambio, si dicevano l’un l’altro, arriverà il Turismo, posti di lavoro, il progresso.
"Tanto a che cosa ci serviva tutto quel bosco nero?"
"A niente, a niente: neanche a far legna. Troppo distante, troppo in pendenza!"
"Da oggi non saremo più poveri"
"Non dovremo più emigrare per cercare lavoro", dicevano gli uomini, fregandosi le mani.
"Non avremo più le nostre case !" piangeva sconsolata la Gente Piccola che aveva già sentito ogni cosa.
Da allora tutto il bosco cominciò a fremere, ad agitarsi, il nervosismo si sarebbe potuto sentire dai tetti di Pigna, ma non c’era più nessuno capace di capire i sentimenti degli alberi. Tym e gli altri gnomi si davano un gran da fare, giravano giorno e notte fra la macchia, sulle fronde, visitavano i nidi e le tane. Fu convocata la Grande Assemblea Generale, erano più di cento anni che non si riuniva.
Spettava a Tym presiederla in qualità di Gnomo Saggio.
Lo Gnomo, in piedi su un ceppo di castagno, espose la situazione.
Davanti a lui la smisurata platea degli esseri del bosco ascoltava. Tutti zitti come colpiti da un incantesimo. Le pietre trattenevano il respiro, nessun ramo oscillava, perfino le gocce d’acqua sul muschio, i cerchi d’acqua nelle pozze s’erano arrestati. Quando Tym ebbe finito, tutti a esclamare indignati in dieci, cento linguaggi diversi :
"Tagliare il bosco in due? Per far posto ad una "striscia rombante" (così nel bosco chiamano le strade) Mai e poi mai!"
"Non vogliamo le loro "caca-fumo!" (così nel bosco chiamano le automobili)
"Ma che cosa si può fare? Hai visto che macchine hanno?"
"Già: che si può fare?"
"Non staremo a guardare! – una voce diversa dalle altre aveva parlato più forte , era quella di Giovannino – daremo battaglia!"
"Sì, Giovannino ha ragione! Daremo battaglia!", gridò tutta insieme l’assemblea, animali grandi e piccoli, stabili e migratori. Le poiane si levarono perfino in volo e lanciarono il loro grido di guerra :"Ykhrr! Ykhrr!"
"Ma come? – fecero presente i lombrichi , che facevano sempre discorsi terra-terra. Tutto sta a sapere come."
Lo sconforto si impadronì di nuovo della riunione.
"Tanto vale – concludevano i lombrichi – salvare il salvabile e darci alla fuga!"
"Ih,ih,ih, scappare! Scappare! Non avete abbastanza secoli a disposizione per sperare di arrivare lontano!"
Tutti scoppiarono a ridere: aveva parlato l’Albero Magico.
"Ha ragione Giovannino - disse poi serio – Bisogna che ci salviamo tutti, anche quelli che non possono muoversi. Daremo battaglia. Con che cosa? Con quello che abbiamo."
Così, quando il giorno dopo le ruspe guidate dagli uomini con l’elmetto cercarono di salire al bosco, la terra si fece fango, il fango si fece guazza e i cingoli annaspavano, giravano a vuoto. Invece di avanzare, le pesanti macchine scivolavano indietro. Scavavano solchi di melma da cui era impossibile uscire.
Il secondo giorno gli uomini mandarono avanti i boscaioli con le motoseghe, ma riuscirono a combinare ben poco: gli gnomi avevano preparato un sacco di trabocchetti, così solo pochi caschi gialli arrivarono vicino alla macchia. E quando misero in moto le loro "catene assordanti" (così venivano chiamate le motoseghe dalla Gente Piccola) entrò in azione l’Albero Magico. C’è da dire che in pochi giorni l’Albero Magico si era trasformato : aveva perso la bambinaggine e si mostrava deciso, responsabile. In poche ore aveva recuperato i suoi secoli, il suo muschio. Appena gli uomini dettero mano ai loro arnesi si fece buio. Con la magia aveva adunato le nuvole. La cima del Monte si fece fredda e nebbiosa che non si vedeva da qui a lì. Per non rischiare di tagliarsi l’un l’altro, gli uomini tornarono indietro. Ma lungo il sentiero in discesa colpiti da rami in faccia, spine nei polpacci, da spaventose sortite dei cinghiali dai cespugli, da voci terribili dalle cavità dei tronchi e fiondate di Giovannino, tutti lasciarono cadere le "catene assordanti" e si dettero alla fuga. Si diffuse la voce che il bosco era fatato. Nessuno voleva più salirci.
Dovette intervenire Occhiali d’oro in persona. Promise ricompense, minacciò gli indecisi, convinse tutti a tentare ancora.
"Questa volta useremo un’altra arma!" disse.
Per alcuni giorni il bosco godette di una strana calma.
Poi arrivarono gli "uccelli meccanici". Da molto lontano vennero due aeroplani, che, volando basso, a più riprese, sparsero una nuvola puzzolente sopra il bosco.
"Che schifezza è mai questa?!? Ci vogliono avvelenare?"
Era kerosene o qualche diavoleria chimica che sporcava la pelle e anche il cuore degli alberi.
Giovannino capì che erano perduti.
"Tym, presto dovete scappare! Prendete tutto quello che potete e scappate. Anche tutti voi: volate, saltate via! Dovete far presto: fra poco brucerà tutto!"
Dopo un istante, infatti, le fiamme si levarono altissime. Era straziante vedere dei giganti di cento e passa anni gemere come agnellini in preda al panico. Cominciarono a prendere fuoco ad uno ad uno, mentre il sottobosco era tutto un fuggi fuggi generale. Giovannino cercava di organizzare i fuggitivi. Ad un tratto un fulmine gli attraversò la testa, era la voce di Tym che parlava nel suo ricordo :
"L’Albero Magico è il bosco. Non può vivere senza i suoi fratelli"
Dov’era finito l’Albero? Dov’era il suo amico, il suo parente, suo fratello di legno?
Nel fumo pungente, fra le vampate di caldo feroce, gli parve di vedere l’Albero che si muoveva, alto, diritto, ritornare verso il centro del suo bosco, vicino alla fontana dei cinghiali. Al suo posto.
Lo chiama, lo prega, lo invoca, si dispera Giovannino, ma ormai il grido dell’incendio copre tutto. Migliaia di alberi di tutte le dimensioni urlano di terrore, crosciano cadendo l’uno sull’altro, il Monte intero crepita e si contorce, esala un fumo rosso, pesante come sangue.
E su nel cielo, in mezzo a quell’orrore, Giovannino cerca di scorgere la sagoma leggera, l’anima dell’altro Giovanni diventato albero, per vedere se si è salvato almeno così.
Quando gli abitanti della Pigna videro quella strage capirono. Non ci fu bisogno che Giovannino dicesse nulla : tutti capirono che Occhiali d’oro era un pazzo, che non c’era Superstrada che valesse il loro bosco, che il loro stesso paese sarebbe stato diverso e più triste, più solo senza i parenti di legno.
Di più, per accrescere la beffa, la super-super strada non fu mai costruita. Finirono i fondi troppo presto? Fallì la società? Chissà. Non se ne fece più nulla. I mostri furono riportati indietro, Occhiali d’oro non fu visto mai più, neppure in fotografia. Restarono in piedi i mozziconi di alberi bruciati, come fantasmi neri, a presidiare il bosco.
Tym e i suoi si salvarono, ma dovettero partire, emigrare : in quel bosco bruciato sarebbero morti di tristezza.
Giovannino divenne ogni giorno più taciturno. Prese a mangiare sempre meno, a dormire sempre meno. Finché non fu più visto in paese.
Aveva un’idea fissa in testa.
Cercava, cercava in lungo e in largo per il Monte. Quando gli sembrò d’aver trovato il posto, si mise bello dritto in piedi, allargò le braccia e aspettò.
Pensò alle sue radici, immaginò di allungare, moltiplicare le braccia, visualizzò i nidi che ci sarebbero nati. Quando gli venne fame, quando ebbe sonno e fu stanco, pensò al suo parente Johannes di mille anni prima, cercava di smorzare ogni dolore affidandolo al vento.
Passarono le ore, forse i giorni.
Ed ecco che gli pare di sentire un prurito sotto il piede. Forse è il segno che gli stanno spuntando le prime radici. Gli pare di sentire qualcosa, come una voce. Una voce… conosciuta. Forse sta solo sognando.
"Ih, ih, ih! Che ridere che mi fai!"
Giovannino quasi cade per terra dalla sorpresa (oltre che dalla stanchezza).
"Albero…? Sei tu? Dove sei?"
"Ih,ih, ih! Che cosa ti sei messo a fare? Lo spaventapasseri?
"Albero? Fatti vedere! Dove sei?" "Qui sotto. E starei molto più comodo se tu levassi i tuoi piedacci!"
Difatti, Giovannino alza un piede e scorge una fogliolina bianca, come quelle che riescono a nascere sotto le pietre.
"Aria! – dice la foglia – Aria!"
"Sei tu?" chiede Giovannino
"E tu sei tu?" gli fa il verso la pianta.
"Sei diverso. Non sono abituato a vederti così bianco."
"Sei diverso. Non sono abituato a vederti così grigio, ih,ih,ih!"
"Sei proprio tu! Ma… come hai fatto a salvarti?"
"Ih,ih,ih! Gli uomini! Sanno tutto! Volevano distruggere l’Albero Magico, ma si sono dimenticati le radici! Anche la gramigna rinasce se non togli bene la radice, figurati io! Che fesserìa, che superfesserìa!"
"Stai bene, Albero?"
"Meglio di te che non mangi da tre giorni!"
"Com’è stato… quel giorno?"
"Sai che non ne parlo volentieri, del f… di quella roba. E’ stato brutto. Molto brutto."
Giovannino, per l’emozione, per la stanchezza, faceva fatica a parlare:
"E… adesso… che cosa facciamo?"
"Che cosa facciamo ? Al solito : ricominciamo. – quindi con un cambiamento improvviso, la voce dell’Amico Albero diviene grave, profetica –
Ricominciamo.
Che i rovi e le felci aprano la strada!
Corbezzoli e vitalbe, sorgete dalle ceneri!
Avanti, acacie, mirti e mortelle, popolate, ripopolate la terra di nessuno.
Ora è il tuo turno, pino: tu sarai come sempre il primo solista, vediamo come te la cavi.
In alto, in alto le conifere!
E voi cadete a terra, vecchi tronconi carbonizzati, non c’è più bisogno di voi. Avanti! Avanti, piante pioniere! Voglio di nuovo un grande cerchio di cerri, un altro di roverelle in senso opposto, voglio di nuovo i lecci. Le querce! Gli eucaliptus!
Sì: arrivano i giganti, la terra trema.
Respirate tutti insieme abbracciati, fate un tetto di rami, di fronde, così! Fate danzare i vostri rami al vento, fate vibrare ogni vostra foglia.
Vai, polline! A distesa sui raggi! Vita, vita pullulante, stratifica, intreccia, confondi la tua trama sotto l’estate benedetta da dio. A tempo, a tempo!
Coinvolgere e trascinare…
Il bosco vola! La senti l’onda? La senti la musica?"
"La sento, la sento anch’io", grida Giovannino.
Il Piccolo-Grande Albero, il Piccolo-Grande Immortale, il Piccolo Grande dio del luogo, ansimando un poco per la lunga tirata, volge le foglioline dalla sua parte e sorride.