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Fiodor Dostoievski
UMILIATI E OFFESI
PARTE PRIMA
CAPITOLO 1
La sera del ventidue marzo dello scorso anno ebbi un'avventura alquanto strana. Avevo passato quel giorno a correre per la città in cerca d'un appartamento. Quello in cui abitavo era molto umido, e già allora incominciavo ad avere una tosse piuttosto preoccupante. Mi ero proposto fin dall'autunno prima di cambiar casa, ma poi avevo tirato innanzi fino a primavera senza farne un bel nulla.
Quel giorno non ero riuscito a trovare alcun posto che mi si confacesse. Desideravo, anzitutto, di trovare un appartamentino esclusivamente mio, non stanze in subaffitto; in secondo luogo, poi, mi occorreva una stanza molto vasta, anche a costo di non aver altro che quella; infine, si capisce, non volevo spendere troppo.
Mi ero accorto che in una camera angusta sembra difetti lo spazio anche per i pensieri. A me, invece, piace, meditando sulle mie future opere, camminare su e giù per la camera. A proposito, ho sempre provato maggior piacere a ideare le mie opere e a sognare in che modo sarebbero venute scritte, che non a scriverle in realtà, e vi assicuro che ciò non dipende affatto da pigrizia. E da che cosa allora?
Mi sentivo indisposto fin dalla mattina, e, verso il tramonto, il mio stato di salute peggiorò ancora: cominciava la febbre. Inoltre, avevo passato tutto il giorno in piedi ed ero molto stanco.
Verso sera, proprio sull'imbrunire, stavo camminando lungo la Prospettiva Vosniesenski. Mi piace il sole del mese di marzo a Pietroburgo, soprattutto il tramonto, s'intende, in una chiara sera di gelo. Tutta la strada comincia allora a brillare, inondata da una viva luce. Tutte le case sembrano a un tratto scintillare. Le loro tinte grigie, gialle e verde-sporco, perdono in quel momento la loro tetraggine; pare allora che l'animo si faccia più sereno, che qualcuno ti abbia spinto col gomito, e tu trasalisci tutto. Nuovi pensieri nascono nella tua mente, vedi tutto da un nuovo punto di vista... C'è da meravigliarsi, a considerare quanto può influire un solo raggio di sole sull'anima di un uomo!
Ma il raggio si spense; il gelo si faceva sempre più pungente e cominciava a pizzicare il naso; le tenebre si addensavano; nelle botteghe furono accese le fiammelle a gas. Giunto alla pasticceria di Miller, mi fermai a un tratto come inchiodato e cominciai a fissare l'altra parte della strada, come presentendo che subito doveva succedermi qualche cosa di strano; e nello stesso momento vidi sul marciapiede opposto il vecchio col suo cane. Ricordo benissimo che il cuore mi si strinse per una sensazione penosa, del cui genere non riuscii neppure io a rendermi conto.
Non sono un mistico; quasi non credo ai presentimenti e ai cattivi o buoni presagi; nondimeno, a me, come, può darsi, anche a molti altri, erano accaduti nella vita alcuni casi poco spiegabili. Per esempio, quel vecchio: perché per quel mio incontro con lui sentii subito che mi doveva capitare nella stessa sera qualche cosa d'insolito? Del resto, ero malato, e le sensazioni date dalla febbre sono quasi sempre ingannatrici.
Il vecchio, col suo passo lento e debole, muovendo le gambe come se fossero due rigide pertiche e battendo leggermente col bastone sul lastrico, si avvicinava alla pasticceria. In vita mia, non avevo mai incontrato una figura più strana, più bizzarra. Anche prima di quell'incontro, quando ci trovavamo insieme nella pasticceria di Miller, il vecchio produceva su di me un'impressione dolorosa. L'alta statura, la schiena curva, il viso smorto di ottuagenario, il vecchio pastrano lacerato nelle cuciture, un cappello rotondo, che, a giudicare da quanto era sciupato, doveva aver servito almeno per una ventina d'anni e gli ricopriva la testa calva, con una sola ciocca di capelli, non più canuta, ma di un bianco-giallo, rimastagli proprio sulla nuca; i movimenti, che sembravano obbedire non al cervello, ma ad una molla caricata una volta per sempre, tutto ciò stupiva involontariamente chiunque lo vedesse per la prima volta. Infatti, era strano vedere quel vecchio, in età così avanzata, girare da solo, senza che alcuno lo accompagnasse, tanto più che aveva l'aspetto di un pazzo sfuggito ai suoi guardiani.
Mi stupiva pure la sua estrema magrezza. Quasi non aveva più carne sulle ossa, rivestite soltanto dalla pelle giallastra, I suoi occhi grandi, ma torbidi, circondati da due cerchi lividi, erano sempre fissi davanti a sé, non guardavano mai né da una parte né dall'altra, e sono persuaso che non vedevano nulla. Anche se il suo sguardo cadeva su di voi, egli continuava ad andar dritto, come avesse innanzi a sé lo spazio vuoto. L'avevo notato parecchie volte. Da Miller aveva cominciato a comparire solo da poco tempo, venendo Dio sa da dove, e sempre accompagnato dal cane. Nessuno dei frequentatori della pasticceria usava accostarlo, né egli aveva mai rivolto la parola ad alcuno.
«Perché continua a recarsi da Miller, e che diamine ha da fare in quel luogo?», pensavo, fermo dall'altra parte della strada e lo sguardo invincibilmente attratto dalla sua figura. Una specie di dispetto, conseguenza della malattia e della stanchezza, nasceva in me.
«A che cosa pensa?», continuavo a domandare a me stesso. «Che cosa racchiude nella mente? E' poi capace ancora di pensare? Il suo viso è morto a tal punto, che non esprime proprio nulla. E dove ha trovato quel brutto cane, che non lo lascia di un passo, e sembra formare con lui una cosa sola, un intero indivisibile, e gli somiglia tanto?».
Quel disgraziato cane doveva avere anch'esso un'ottantina d'anni. Sì, doveva essere proprio così. Anzitutto, aveva un aspetto così vecchio come nessun cane ebbe mai; in secondo luogo, fin dalla prima volta che l'avevo visto, mi era sembrato che quel cane non potesse essere un cane come tutti gli altri, ma un animale straordinario: che avesse in sé un non so che di fantastico, di soprannaturale; che fosse una specie di Mefistofele celato sotto la forma di un cane, e che il suo destino fosse congiunto con qualche legame strano e misterioso a quello del suo padrone A vederlo, ognuno avrebbe indubbiamente pensato che di sicuro era trascorsa una ventina d'anni dall'ultima volta che aveva mangiato. Era magro come uno scheletro o, per dir meglio, come il suo padrone. Era quasi completamente spelato; persino la coda, che pendeva giù come un bastone, ed era sempre nascosta tra le gambe, non aveva più peli. La testa, dalle lunghe orecchie, penzolava tetramente abbassata verso terra. In vita mia, non avevo mai visto un cane più ripugnante. Quando quei due esseri, il cane e il suo padrone, camminavano per strada, il padrone davanti e il cane dietro, questo toccava col naso la falda della marsina del vecchio, come se vi fosse incollato. La loro andatura e tutto il loro aspetto parevano ripetere a ogni passo: «Siamo vecchi, vecchi, oh, Signore, come siamo vecchi!».
Ricordo pure che un giorno mi passò per la mente l'idea che il vecchio e il suo cane fossero scappati da qualche pagina di fiabe dell'Hoffmann, illustrata da Gavarni, e gironzolassero adesso per il mondo in guisa di vivente pubblicità a quell'edizione.
Attraversai la strada e seguii il vecchio nella pasticceria.
Nella pasticceria, il vecchio si comportava in modo stranissimo, e, già da qualche tempo, Miller, da dietro il suo banco, aveva cominciato a far smorfie di malcontento vedendo entrare quel frequentatore poco desiderato. Anzitutto, lo strano cliente non si faceva servire nulla.
Ogni volta, entrando, si dirigeva direttamente verso l'angolo accanto alla stufa, e prendeva posto su una sedia. Se per caso il suo posticino prediletto era occupato, rimaneva piantato tutto perplesso, per un certo tempo, di fronte al signore che aveva occupato il posto presso la stufa, poi, con aria piuttosto sconcertata, si ritirava in un altro angolo, presso la finestra. Là, sceglieva una sedia, vi si sedeva lentamente, si toglieva il cappello, lo metteva accanto a sé sul pavimento, come pure il bastone, poi arrovesciato contro lo schienale della sedia, rimaneva così, immobile, per tre o quattro ore.
Mai aveva preso in mano un giornale, mai aveva pronunciato una parola, emesso un suono; rimaneva seduto, Con gli occhi spalancati e fissi, ma con uno sguardo talmente vacuo e privo di vita, che si poteva scommettere che non vedeva nulla dinanzi a sé, né udiva cosa alcuna di quanto si diceva. Il cane, invece, dopo aver girato alcune volte su se stesso, si sdraiava cupo ai suoi piedi, mettendogli il muso tra gli stivali, poi sospirava penosamente, si allungava sul pavimento, e rimaneva pure immobile per tutta la sera, come fosse morto. Si sarebbe detto che quei due esseri rimanessero tutto il giorno morti in qualche luogo, e che solo al tramonto risuscitassero, unicamente per giungere alla pasticceria di Miller, adempiendo con ciò a un dovere misterioso e ignoto a tutti. Dopo essere rimasto così seduto per tre o quattro ore, finalmente il vecchio si alzava, prendeva il cappello e usciva per dirigersi a casa, chissà dove. Si alzava pure il cane, e, come prima, a passi lenti e con la testa bassa, seguiva il padrone.
Gli avventori della pasticceria avevano cominciato da tempo a non sedersi vicino al vecchio, e a passare alla larga, come se ne avessero ribrezzo. Egli, però, non si accorgeva di nulla.
I frequentatori di quella pasticceria erano, in maggior parte, tedeschi. Si radunavano là da tutta la Prospettiva Vosniesenski; erano padroni di diverse aziende: fabbri, fornai, tintori, fabbricanti di cappelli, sellai, tutta gente patriarcale, nel senso tedesco della parola. Da Miller, in generale, si osservavano modi patriarcali.
Spesso il pasticciere si avvicinava ai clienti che conosceva, prendeva posto al loro tavolino, e consumava in loro compagnia una certa quantità di ponce. I cani e i figli del pasticciere venivano pure a salutare qualche volta i clienti, che da parte loro accarezzavano gli uni e gli altri. Tutti si conoscevano e si stimavano a vicenda. E quando gli avventori si sprofondavano nella lettura dei giornali tedeschi, giungevano dall'appartamento del padrone, separato da una porta dalla pasticceria, i suoni dell'"Augustin", eseguito, su un pianoforte scordato, dalla figlia maggiore di Miller, una tedeschina bionda, dai capelli ricci, molto somigliante a un topolino bianco.
Il valzer era sempre accolto con molto piacere.
Io andavo da Miller nei primi giorni di ogni mese per leggervi alcune riviste russe cui egli era abbonato.
Quella sera, entrando nella pasticceria, vidi che il vecchio era già seduto presso la finestra, e il cane, come sempre, sdraiato ai suoi piedi. Mi sedetti in silenzio in un cantuccio e mi domandai in cuor mio: «Perché sono venuto qui, se non ho nulla da farci, anzi, in un momento in cui, sentendomi malato, dovrei affrettarmi a tornare a casa, bere il tè e mettermi a letto? Possibile che mi trovi proprio qui con l'unico scopo di osservare quel vecchio?». Mi sentii indispettito.
«Che m'importa di lui?», pensavo, ricordandomi la sensazione strana e morbosa che avevo provata vedendolo in istrada. «E che m'importano tutti questi noiosi tedeschi? Da che dipende questo fantasioso umore del mio spirito? Da che dipende quest'ansia per ogni nonnulla, che ho scoperto in me in questi ultimi tempi e mi impedisce di vivere e di osservare serenamente la vita, come ha già notato un critico molto profondo, analizzando con indignazione la mia ultima novella?».
Nondimeno, tra simili meditazioni e domande, rimanevo sempre al mio posto, mentre il malessere che avevo indosso s'impadroniva sempre più di me; sentivo persino un certo dispiacere al pensiero che un momento o l'altro avrei dovuto lasciare quel locale ben riscaldato. Presi un giornale di Francoforte, ne lessi un paio di righe e cominciai a sonnecchiare. I tedeschi non mi impedivano di farlo: essi leggevano, fumavano, e solo di tanto in tanto, una volta ogni mezz'ora, si comunicavano a vicenda, brevemente e a mezza voce, qualche notizia di Francoforte, oppure qualche frizzo o qualche parola spiritosa del famoso umorista tedesco Safir; dopo di che, con raddoppiato orgoglio nazionale, si sprofondavano di nuovo nella lettura.
Sonnecchiai per una mezz'ora, poi fui svegliato da un forte brivido di freddo, che mi corse per tutta la persona. Decisamente, era bene che me ne tornassi subito a casa. Ma in quel momento la mia attenzione fu attratta da una scena muta che si svolgeva nel locale. Ho già detto che il vecchio, dopo essersi seduto, fissava abitualmente lo sguardo su qualche punto, e non ne staccava più gli occhi per tutta la sera.
Succedeva anche a me di cadere sotto quello sguardo, privo di senso, ostinato e tale che non poteva percepire nulla: la sensazione che provavo era sgradevolissima, anzi insopportabile, e, di solito, mi affrettavo, in quei casi, a cambiar posto. Quella volta la vittima del vecchio era un piccolo, tondo e molto accurato tedesco, dal colletto rigidamente inamidato e molto alto, e dal viso eccessivamente rosso; era un avventore venuto da Riga, un certo Adamo Ivanovitc Schulz, mercante, come seppi più tardi, un intimo amico di Miller, che non conosceva, però, il vecchio, né molti tra i presenti. Si beava nella lettura del "Dorfbarbier" e centellinava con piacere un "ponce"; a un tratto, avendo alzato un momento la testa, notò, fisso su di sé, l'immobile sguardo del vecchio. Ne rimase turbato. Adamo Ivanovitc era un uomo molto suscettibile e piuttosto irascibile, come sono, in generale, tutti i "nobili" tedeschi. Gli sembrò strano e offensivo quell'essere esaminato in modo tanto insistente e indiscreto, e, con indignazione a stento repressa, distolse lo sguardo da quel vecchio così poco delicato, brontolò qualche cosa tra sé e si nascose silenziosamente dietro il giornale. Ma non resistette, e, trascorsi due minuti, gettò un'occhiata di sopra al giornale: lo stesso sguardo fisso, lo stesso assurdo esame. Adamo Ivanovitc non disse nulla neppure allora. Ma quando, per la terza volta, dovette fare la stessa constatazione, si sentì punto nel vivo e ritenne suo obbligo difendere la propria dignità e non lasciar umiliare davanti a un pubblico eletto la bellissima città di Riga, di cui, evidentemente, si considerava il rappresentante tra noi. Gettò con gesto impaziente il giornale sulla tavola, battendo energicamente con la stecca cui esso era fissato, e, tutto rosso per l'offesa recata alla propria dignità e per il "ponce" bevuto, fissò a sua volta il vecchio indiscreto con i suoi occhietti infiammati. Sembrava che quei due, il vecchio e il tedesco, volessero vincersi a vicenda con la forza magnetica dei loro sguardi, e aspettassero per stabilire chi di loro sarebbe stato il primo a turbarsi e avrebbe abbassato gli occhi. Il rumore della stecca del giornale e lo strano atteggiamento di Adamo Ivanovitc attirarono l'attenzione di tutti i presenti. Tutti si distolsero da quanto li aveva occupati fino allora e, con una curiosità grave e silenziosa, cominciarono a osservare i due avversari. La scena diventava oltremodo comica. Il magnetismo degli occhietti provocanti e rossi di Adamo Ivanovitc non servì a nulla, però. Il vecchio, senza badare a checchessia, continuava a fissare Adamo Ivanovitc, ormai infuriato, e non si accorgeva d'essere il centro della curiosità generale, come se la testa sulla luna e non sulla terra. Alla fine, la pazienza del signor Schulz non resistette più, ed egli proruppe:
- Perché mi fissate così attentamente? - gridò in tedesco, con voce brusca e acuta, e con aria minacciosa.
Ma il suo avversario continuava a tacere, come se non avesse sentito o non avesse compreso la domanda. Adamo Ivanovitc si decise a servirsi della lingua russa.
- Io voi domandare perché voi esaminare me con così attenzione? - gridò con furia raddoppiata. - Me conoscere alla Corte e voi non conoscere alla Corte! - aggiunse balzando dalla sedia.
Ma il vecchio non si mosse nemmeno. Tra i tedeschi passò un mormorio d'indignazione. Miller in persona, attratto dallo strepito, entrò nella sala. Venuto a conoscenza delle cose, pensò che il vecchio doveva essere sordo e si chinò al suo orecchio:
- Signor Schulz domandare a voi cortesemente di non esaminare lui, - diss'egli quanto più poteva ad alta voce, guardando lo strano individuo.
Il vecchio gettò macchinalmente uno sguardo su Miller, e, ad un tratto, sul suo viso, fino a quel momento immobile, si manifestò la presenza di un pensiero ansioso, di una certa inquietudine. Si turbò, si chinò gemendo verso il suo cappello, lo afferrò insieme al bastone si alzò dalla sedia e, con un pietoso sorriso, umile sorriso di un povero scacciato da un posto occupato per errore, fece per uscire dal locale. In quella premura, umile e rassegnata, del misero vecchio decrepito, c'era qualche cosa che ispirava tanta compassione, da far stringere il cuore nel petto, sì che tutti i presenti, cominciando da Adamo Ivanovitc, cambiarono subito modo di considerare la faccenda.
Era chiaro che il vecchio non solo non poteva voler offendere alcuno, ma sapeva perfettamente di poter essere scacciato da qualunque luogo, come un mendicante.
Miller era un uomo compassionevole e buono.
- No, no, - disse, battendo amichevolmente il vecchio sulla spalla, - rimanere a sedere. Soltanto, signor Schulz pregare gentilmente voi non guardare lui. Egli è conosciuto alla Corte.
Ma il vecchio non capì nemmeno questa volta; si turbò ancor più, si chinò per raccogliere il fazzoletto caduto dal cappello, un vecchio fazzoletto azzurro, tutto bucato, e cominciò a chiamare il cane, che giaceva immobile sul pavimento,ed evidentemente dormiva profondamente, col muso nascosto tra le zampe anteriori.
- Asorka! Asorka! - biascicò il vecchio con tremante voce senile. - Asorka!
Ma Asorka non si mosse.
- Asorka! Asorka! - ripeté con angoscia, e toccò il cane col bastone; ma la bestia rimase nella posizione di prima.
Il bastone sfuggì di mano al poveretto. Egli si chinò, s'inginocchiò, e con ambo le mani sollevò la testa di Asorka. Povero Asorka! Era morto! Era morto silenziosamente, ai piedi del suo padrone, forse per vecchiaia, forse per fame. Il vecchio lo guardò per circa un minuto, smarrito, come se non si rendesse conto che Asorka era già morto; poi si chinò lentamente su quel che era stato suo amico e suo servo, e strinse il muso del cane morto contro il suo pallido viso. Passò un minuto di silenzio. Eravamo tutti commossi... Finalmente, il disgraziato si alzò. Era terribilmente pallido e tremava come una foglia.
- Si può fare ''impallo'' - suggerì il compassionevole Miller, cercando in tal modo di consolare il vecchio ("impallo" significava "far impagliare"). - Si può fare benissimo "impallo"; Teodoro Karlovitc Kriger fare bellissimo "impallo"; Teodoro Karlovitc essere un grande artista per fare "impalli", - ripeteva Miller, raccogliendo da terra il bastone e tendendolo al vecchio.
- Sì, io fare bellissimo "impallo", - approvò modestamente lo stesso "herr" Kriger, facendosi avanti.
Era un lungo, magro e virtuoso tedesco, dai capelli rossicci, a ciuffi, e con grandi occhiali su un naso incurvato.
- Teodoro Karlovitc Kriger aver un grande talento per fare tutti magnifici "impalli", - aggiunse Miller, lasciandosi sempre più entusiasmare dalla propria idea.
- Sì, io avere un grande talento per fare magnifici "impalli", - confermò ancora il signor Kriger; - e io fare gratuitamente a voi un "impallo" di vostro cagnolino, - aggiunse, spinto da una magnanima abnegazione.
- No, io vi pagare per "impallo"! - gridò fuori di sé Adamo Ivanovitc, più rosso di prima, a sua volta invaso da sentimenti generosi, e considerandosi ingiustamente causa della disgrazia.
Il vecchio ascoltava ogni cosa, evidentemente senza capire nulla, e continuava a tremare dalla testa ai piedi.
- Aspettate! Voi bere un bicchierino di buon cognac! - esclamò Miller, vedendo che il misterioso frequentatore stava per uscire.
Servirono il cognac. Il vecchio prese macchinalmente il bicchierino, ma le mani gli tremavano, e prima che l'avesse portato alla bocca, metà del liquore si era sparso per terra; poi, senza averne bevuto neppure una goccia, rimise il bicchierino sul vassoio. Dopo di che, con un sorriso strano, che stonava assolutamente con le circostanze, uscì dalla pasticceria con passo affrettato e inuguale, lasciando Asorka sul posto. Tutti rimasero stupiti; risuonarono delle esclamazioni:
- "Schwernat! Was für eine Geschiecht!" [Perdinci! Che storia!] - dicevano i tedeschi, guardandosi a vicenda con occhi spalancati.
Io, invece, mi slanciai all'inseguimento del vecchio. A pochi passi dalla pasticceria, a destra, s'apre un vicolo stretto e scuro, rinchiuso tra due file di case enormi. Una voce interna mi suggerì che il vecchio doveva essersi diretto da quella parte. La seconda casa di quel vicolo era in costruzione e quindi tutta rivestita di impalcature. Lo steccato che circondava la casa si spingeva fin quasi in mezzo al vicolo; presso lo steccato, c'era un marciapiede in legno, fatto appositamente per i passanti, Nell'angolo scuro, formato dallo steccato e dalla casa stessa, trovai il mio vecchio. Era seduto sulle assi del marciapiede, coi gomiti appoggiati sulle ginocchia, e sosteneva la testa con ambo le mani. Gli sedetti accanto:
- Sentite, - gli dissi imbarazzato, non sapendo neanch'io come cominciare il discorso, - non vi rattristate per Asorka. Venite, che vi porto a casa in carrozza. Calmatevi. Vado subito a cercare una vettura di piazza. Dove abitate?
Il vecchio non mi rispose. Non sapevo che decisione prendere, Non c'erano altri passanti. A un tratto, egli mi afferrò per la mano:
- Soffoco, - disse con voce appena percettibile e rauca; - soffoco!
- Andiamo a casa vostra! - esclamai alzandomi e cercando di sollevarlo. - Berrete un bicchiere di tè e andrete immediatamente a letto. Chiamo subito una vettura di piazza.. Faccio venire il dottore... ne conosco uno...
Non ricordo più che altro gli dissi. Egli fece per alzarsi, ma, sollevatosi un poco, ricadde per terra e cominciò di nuovo a balbettare qualche cosa, con voce rauca e soffocata. Mi chinai su di lui per ascoltare.
- Nell'Isola Vassiljevski, - diceva il vecchio, - la sesta linea... la se-sta... li-nea...
Egli tacque.
- Abitate nell'Isola Vassiljevski? Ma allora avete sbagliato strada, dovevate voltare a sinistra e non a destra. Vi ci porto subito...
Il vecchio non si muoveva. Gli presi la mano, ed essa ricadde come se fosse morta. Lo guardai in viso, lo toccai... era morto. Mi pareva che tutto ciò fosse un sogno.
Quell'avvenimento mi costò molti disturbi, attendendo ai quali la febbre mi passò da sé. L'appartamento del vecchio fu scoperto. Non abitava nell'Isola Vassiljevski, ma a due passi dal punto dov'era morto, nella casa di un certo Klughen, al quinto piano, proprio sotto il tetto, in un appartamentino separato, che consisteva in una minuscola anticamera e in una vasta stanza molto bassa, con tre fessure al posto di finestre. Colà aveva vissuto in assoluta miseria.
L'arredamento della camera consisteva in una tavola, due sedie e un vecchio divano logoro, duro come una pietra, con l'imbottitura che sfuggiva da tutte le parti; tuttavia, come si seppe dopo, anche quel misero mobilio apparteneva al padrone della casa.
La stufa lasciava capir chiaramente di non essere stata accesa da tempo; non scoprimmo nemmeno tracce di candele. Ora credo sul serio che il vecchio avesse escogitato quel sistema di recarsi da Miller unicamente per desiderio di riscaldarsi un poco e di stare in un ambiente illuminato.
Sulla tavola si trovarono un orcio d'argilla vuoto e una vecchia crosta di pane. Non fu trovato nemmeno una copeca. Non c'era neppure un capo di biancheria di ricambio; qualcuno offrì una camicia per indossarla al cadavere, prima di metterlo nella bara. Era chiaro che non poteva essere vissuto solo in tal modo, e che, almeno di tanto in tanto, qualcuno doveva andare a trovarlo. Nel cassetto della tavola fu trovato il suo passaporto. Il defunto era straniero di nascita, ma suddito russo; era un certo Geremia Smith, di settantotto anni, macchinista. Sulla tavola giacevano due libri: un manuale di geografia e il Nuovo Testamento, tradotto in russo, con numerose annotazioni a matita sui margini e con segni fatti con l'unghia. Quei libri furono acquistati da me.
Furono interrogati il padrone di casa e altri inquilini, ma nessuno seppe dir nulla sul conto del defunto. Gli inquilini di quella casa erano numerosissimi, per la maggior parte artigiani e tedesche, che subaffittavano camere dei loro appartamenti, con servizio e pensione.
Il gerente della casa, di provenienza nobile, non poté dir nulla sul suo ex-inquilino, se non che il prezzo d'affitto era di sei rubli al mese, che il defunto era venuto ad abitare l'appartamentino quattro mesi prima, e che per i due ultimi mesi non aveva pagato l'affitto, di modo che si vedevano costretti a procedere allo sfratto. Alla domanda se qualcuno veniva a trovarlo, non si ebbe una risposta soddisfacente.
La casa era grande, una vera arca di Noè e la gente che vi andava e veniva era molta. Non era possibile ricordarsi di tutti. Il portinaio, che stava nella casa da quasi cinque anni, avrebbe certo potuto dare qualche schiarimento, ma da due settimane era andato in vacanza al suo paese nativo, lasciando, per il tempo in cui sarebbe stato via, il posto ad un nipote, un giovanotto che non aveva ancora avuto tempo di conoscere personalmente tutti gli inquilini.
Non posso dire con sicurezza come andarono a finire tutte quelle indagini, ma il vecchio fu finalmente seppellito. In quei giorni, per quanto preso da diverse faccende, mi ero recato nell'Isola Vassiljevski, nella sesta linea, e solo quando fui là risi di me stesso: infatti, che cosa credevo di vedere nella sesta linea, tranne le solite due file di case? «Ma allora», pensai, «perché il vecchio, prima di morire, mi parlò della sesta linea nell'Isola Vassiljevski?
Che sia stato il delirio?».
Visitai l'appartamento di Smith, e mi piacque. Lo presi per me.
L'importante era che aveva una stanza vastissima, sebbene tanto bassa, che, nei primi tempi, temevo continuamente di dar la testa contro il soffitto. Del resto, mi ci abituai in breve. Per il prezzo di sei rubli al mese, non era nemmeno possibile sognare alcunché di meglio.
Fui sedotto dall'idea di avere un appartamento tutto mio; adesso era necessario che pensassi a trovare una donna di servizio, poiché era impossibile farne a meno. Nei primi tempi doveva venir da me il portinaio, secondo la sua promessa, almeno una volta al giorno, per qualche servizio indispensabile.
«Chissà», pensavo; «può darsi che qualcuno venga a chiedere del vecchio!».
Tuttavia, erano ormai trascorsi cinque giorni dalla sua morte e nessuno era venuto a informarsi di lui.
CAPITOLO 2
In quel tempo, cioè un anno fa, io collaboravo ancora a diverse riviste, scrivendo articoli, e avevo una fede incrollabile nella sorte che mi avrebbe permesso di scrivere qualche opera bella e voluminosa.
Stavo allora lavorando intorno a un lungo romanzo, ma disgraziatamente le cose si svolsero in modo diverso da quello che avevo pensato, ed eccomi all'ospedale, ad aspettare la morte che probabilmente non tarderà a giungere. Ma se tra poco dovrò morire, a che serve scrivere questi miei ricordi?
I ricordi di questo ultimo e penoso anno di vita mi si affollano spontanei alla memoria: voglio prenderne nota e del resto, se non avessi escogitato questa occupazione, certo a quest'ora sarei già morto di tedio e d'angoscia. Tutte quelle impressioni passate mi agitano talvolta dolorosamente, mi torturano. Sotto la penna esse acquisteranno un carattere più calmo, più regolato; somiglieranno meno a un delirio, a un sogno pieno di incubi. Così, almeno, mi sembra. Il meccanismo stesso dell'atto di scrivere ha il suo valore; esso mi calmerà, sveglierà in me le abitudini di una volta, abitudini di scrittore, trasformerà i miei ricordi e i miei sogni morbosi in un'occupazione che non ha nulla di riprovevole, in un lavoro... Sì, l'ho pensata bene!
Inoltre, lascerò così un'eredità all'infermiere; potrà tagliare la mia opera in strisce e incollarle sopra le fessure delle finestre, quando metteranno le doppie invetriate per l'inverno.
Ma, non so perché, ho cominciato il mio racconto dalla metà. Se devo scrivere tutto, bisogna che incominci dal principio. Benissimo, comincio dunque dal principio. Tanto più che la mia autobiografia non sarà lunga.
Non sono nato a Pietroburgo, ma lontano di qui, nella provincia di ...ska. I miei genitori devono essere stati brava gente, così, almeno, io credo, ma morirono lasciandomi orfano nella più tenera età, ed io crebbi in casa di Nicola Serghejevitc Ikmenev, un piccolo possidente, che mi raccolse per compassione. Non aveva che una figlia, Natascia, una bambina di tre anni più giovane di me. Crescevamo insieme come fratello e sorella.
Oh, mia cara infanzia! E' molto sciocco rimpiangerti e aver nostalgia di te, ora che ho venticinque anni e sto per morire; tu sei rimasta l'unico ricordo bello della mia vita, ricordo cui ritorno con entusiasmo e con gratitudine! In quei tempi, il sole, nel cielo, era così smagliante, così diverso da quello che spunta a Pietroburgo! e quanto lietamente battevano i nostri cuoricini!
Allora eravamo circondati da campi e boschi, e non da mucchi di pietre, come adesso. Che splendido giardino, che parco stupendo erano nella proprietà "Vassiljevskoje", di cui Nicola Serghejevitc era intendente; in quel giardino andavo a passeggiare con Natascia, e dietro al giardino cominciava il vasto e umido bosco, in cui ci smarrimmo, una volta, da bambini... Ah, bel tempo d'oro! La vita cominciava a svelarsi misteriosa e attraente, ed era un godimento conoscerla a poco a poco. Allora, dietro a ogni albero, a ogni cespuglio, sembrava abitasse qualche misterioso essere a noi ignoto; il mondo delle fiabe si confondeva col mondo reale; e quando nelle valli profonde si addensava la nebbia del tramonto e si aggrappava con grigi fiocchi sinuanti alle boscaglie che rivestivano i ripidi pendii pietrosi del nostro profondo burrone, io e Natascia, stando sull'orlo e tenendoci per mano, guardavamo nel fondo con paurosa curiosità, aspettando che qualcuno ne uscisse o ci rispondesse dalla nube della densa nebbia, e che le fiabe della vecchia balia si trasformassero così in realtà autentica e naturale.
Una volta, molto tempo dopo, ricordai a Natascia come un bel giorno ci procurarono "La lettura infantile", come subito corremmo in giardino, verso il laghetto, dove si trovava, sotto un vecchio acero ombroso, la nostra preferita panchetta verde; vi sedemmo e cominciammo immediatamente a leggere "Alfonso e Dalinda", una novella fantastica.
Oggi ancora non posso ricordarmi di questa novella, senza che il mio cuore ne senta un palpito strano, e quando, un anno fa, ricordai a Natascia le due prime righe: «Alfonso, l'eroe della mia novella, nacque nel Portogallo; don Ramiro, suo padre, eccetera», mancò poco che non scoppiassi in pianto. Dovevo avere, in quel momento, un'aria molto sciocca, e fu evidentemente per questo che Natascia sorrise allora scorgendo il mio entusiasmo. Del resto, si riprese subito (me lo ricordo perfettamente), e per consolarmi, cominciò anche lei a evocare ricordi del passato. A poco a poco si sentì commuovere lei pure. Che deliziosa serata fu quella! rievocammo tutti i nostri ricordi: come mi mandarono in città per studiare in un collegio (Dio, come aveva pianto allora!) e la nostra ultima separazione, quando abbandonai per sempre "Vassiljevskoje". Avevo terminato gli studi nel collegio e mi recavo a Pietroburgo per prepararmi agli esami d'ammissione all'università. Avevo allora diciotto anni, ed ella ne aveva quindici. Natascia mi disse poi che in quei tempi ero talmente goffo e allampanato, e avevo un'aria così buffa, che non si poteva vedermi senza ridere. Nel momento della separazione io la trassi in disparte, per comunicarle qualche cosa di estremamente importante; ma la lingua mi si ammutolì di colpo. Ella ricordava che allora ero molto confuso e agitato. Va da sé che non cominciai nemmeno a parlare. Non sapevo che dire, ed ella, forse, non mi avrebbe neppure capito. Non feci che prorompere in un amaro pianto e partii senza aver detto nulla. Ci ritrovammo soltanto dopo molti anni a Pietroburgo. Il vecchio Ikmenev era venuto qui per sostenere una causa, ed io mi ero da poco dedicato alla letteratura.
CAPITOLO 3
Nicola Serghejevitc proveniva da una nobile famiglia decaduta da tempo. Nondimeno, i genitori gli avevano lasciato una buona tenuta di centocinquanta anime. A circa vent'anni era entrato nel reggimento degli ussari. Le cose procedevano pacificamente,quando improvvisamente, dopo sei anni di servizio, gli successe, una brutta sera, di perdere alle carte tutto il suo patrimonio. Non aveva chiuso occhio tutta la notte. La sera dopo, tornò alla tavola da gioco e puntò l'unica cosa che possedesse ancora, il cavallo. Vinse una prima, una seconda, una terza e una quarta volta, e in una mezz'ora di tempo riuscì a riguadagnare una delle sue tenute, il villaggio Ikmenevka, che, secondo l'ultimo censimento, contava cinquanta anime. Allora smise di giocare e il giorno dopo diede le dimissioni. Le altre cento anime erano perse irrevocabilmente. Le dimissioni furono accettate, e due mesi dopo egli partiva per la sua proprietà, col grado di tenente a riposo. In vita sua, non volle mai più fare allusione a quella perdita, e nonostante tutta la sua bonarietà, si sarebbe bisticciato con chiunque si fosse permesso di ricordargliela. In campagna si occupò con zelo dell'amministrazione dei suoi beni e a trentacinque anni sposò una fanciulla povera, ma di nobile casato, Anna Andrejevna Sciumilova; la ragazza non aveva nessuna dote, aveva tuttavia ricevuto una buona istruzione nel capoluogo della provincia, in un collegio per fanciulle nobili, sotto la guida di un'emigrata, la signora Mont- Revêche; Anna Andrejevna ne rimase orgogliosa per tutta la vita, benché nessuno avesse mai potuto stabilire in che cosa fosse consistita quell'istruzione. Nicola Serghejevitc era diventato un ottimo amministratore. I proprietari vicini andavano a chiedergli consiglio in ogni cosa. Passarono alcuni anni ancora, quando, improvvisamente, giunse da Pietroburgo nella vicina proprietà detta "Vassiljevskoje", che contava novecento anime, il suo proprietario, il principe Pietro Alessandrovitc Valkovski. Il suo arrivo produsse una forte impressione in tutto il paese. Il principe era ancor giovane, senza più essere un giovanotto; aveva un alto grado e molte relazioni importanti; era bello, ricco, e con tutto ciò, era vedovo, fatto che raddoppiò l'interessamento per lui di tutte le signore e le signorine del distretto. Si parlava della brillante accoglienza fattagli nel capoluogo della provincia dal governatore, di cui era un lontano parente; dell'impressione prodotta sulle signore della città, che «avevano perduto la testa per le sue cortesie», e così via. Insomma era uno dei più brillanti rappresentanti dell'alta società della capitale, quali ne capitano solo di rado in provincia, e capitandovi, producono un effetto straordinario.
Il principe, invece, non era per nulla affabile, soprattutto con coloro di cui non aveva bisogno, e che considerava inferiori a sé. Non ritenne necessario far conoscenza coi vicini, procacciandosi con ciò, subito, un gran numero di nemici. Per questo, tanto più grande fu la meraviglia di tutti quando gli venne l'idea di fare una visita a Nicola Serghejevitc Ikmenev. Vero è che Nicola Serghejevitc era uno dei suoi vicini più prossimi.
Il principe produsse una forte impressione in casa Ikmenev. Seppe fin dal primo istante affascinarli entrambi; Anna Andrejevna specialmente ne parlava con esultanza. Poco dopo, egli cominciò a frequentare i coniugi da buon amico, recandosi da loro ogni giorno e invitandoli continuamente a casa sua; era arguto, chiacchierava, raccontava aneddoti, suonava sul loro mediocre pianoforte. Gli Ikmenev s'indignavano quando sentivano tutti i vicini affermare che quel caro e simpaticissimo uomo era orgoglioso, altero, egoista, senza cuore.
Bisogna credere che al principe fosse veramente piaciuto Nicola Serghejevitc, uomo semplice, dritto, leale, disinteressato. Del resto, la spiegazione non tardò a manifestarsi. Il principe era giunto nella sua proprietà per scacciarne l'intendente, un tedesco corrotto, un agronomo, uomo dotato di venerabili canizie, di occhiali e di un naso incurvato, il quale, con tutte queste prerogative, rubava senza coscienza né misura alcuna, e inoltre torturava i contadini. Ivan Karlovitc, colto finalmente in fallo, era rimasto molto offeso, aveva fatto un lungo discorso sull'onestà dei tedeschi, ma, ciò nonostante, era stato scacciato, persino con un certo disonore. Al principe occorreva un intendente, e la sua scelta cadde su Nicola Serghejevitc, un amministratore perfetto e l'uomo più onesto del mondo, cosa sulla quale non potevano esserci dubbi di sorta. Va da sé che il principe avrebbe preferito moltissimo che Nicola Serghejevitc gli offrisse egli stesso i propri servigi; ma ciò non avvenne, e un bel giorno il principe dovette fare l'offerta per il primo, sotto forma di un'amichevole ed umile domanda. A tutta prima, Ikmenev rifiutò, ma il considerevole stipendio tentò Anna Andrejevna, e le raddoppiate gentilezze del principe fecero sciogliere tutti i dubbi. Il principe aveva raggiunto il suo scopo. C'era da pensare che fosse un profondo conoscitore degli uomini. Nel corso della sua breve conoscenza con Ikmenev, aveva perfettamente compreso con chi aveva da fare, e aveva pure capito che bisognava guadagnarsi l'Ikmenev con un contegno amichevole e cordiale, cattivarne il cuore, e che il solo denaro non avrebbe potuto fargli raggiungere il proprio intento. Gli occorreva un intendente di cui potersi fidare ciecamente e per sempre, onde non dover più tornare a "Vassiljevskoje", come appunto contava di fare. Il fascino che aveva esercitato su Ikmenev fu tale, che questi credette sinceramente nell'amicizia del principe.
Nicola Serghejevitc era uno di quegli uomini buonissimi e ingenuamente romantici, che sono tanto affascinanti da noi in Russia, qualunque cosa se ne dica, i quali quando si affezionano a qualcuno (senza saperne il perché), si danno con tutta l'anima, spingendo qualche volta il loro sentimento fino al ridicolo.
Passarono molti anni. La proprietà del principe era in uno stato fiorente. Le relazioni tra il proprietario di "Vassiljevskoje" e il suo intendente si svolgevano senza il minimo dissapore da ambo le parti, limitandosi a una fredda corrispondenza d'affari. Il principe, senza immischiarsi nelle disposizioni di Nicola Serghejevitc, gli dava talvolta consigli che stupivano Ikmenev per il loro spirito pratico e per il reale buonsenso che li informava. Si vedeva che, non solo gli spiacevano le spese superflue, ma anzi sapeva trarre profitto da ogni cosa. Circa cinque anni dopo la sua visita a "Vassiljevskoje", egli mandò a Nicola Serghejevitc una procura per l'acquisto di un'altra bellissima proprietà, di quattrocento anime, nella stessa provincia.
Nicola Serghejevitc ne rimase entusiasta; prendeva a cuore i successi del principe, le voci che correvano sulla sua fortuna, sui suoi progressi, come se si trattasse di un proprio fratello. Ma l'entusiasmo di Ikmenev giunse al più alto grado, quando il principe, in un caso speciale, gli diede altre dimostrazioni della sua illimitata fiducia. Ecco come si erano svolte le cose...
A questo punto, però, ritengo utile accennare ad alcuni particolari della vita di quel principe Valkovski, che è uno dei principali protagonisti del mio racconto.
CAPITOLO 4
Dissi già che il principe era vedovo. Si era sposato nella prima gioventù per interesse. Dai genitori, che avevano sperperato tutta la fortuna della famiglia a Mosca, non aveva ereditato quasi nulla.
"Vassiljevskoje" era gravato di ipoteche, i debiti che pesavano su di esso erano enormi. Il ventiduenne principe, costretto ad accettare un impiego in qualche cancelleria, non aveva una copeca ed entrava nella vita come un «pezzente rampollo di un'antica famiglia». Il matrimonio con una matura figlia di un negoziante lo salvò. Va da sé che il suocero lo aveva ingannato sulla entità della dote, nondimeno il denaro portato dalla moglie fu sufficiente per riscattare la proprietà nativa e rimettersi in carreggiata. La figlia del negoziante, che il principe aveva fatta sua moglie, sapeva scrivere appena appena, non sapeva mettere insieme due parole, era bruttissima: ma possedeva due grandi qualità: era buona e mite. Il principe ne approfittò abilmente:
dopo un anno di matrimonio, lasciò la moglie, che nel frattempo aveva dato alla luce un figlio, alle cure del suocero, a Mosca, e se ne andò a servire nella provincia di ...ska, dove, con la protezione di un parente altolocato, che abitava a Pietroburgo, si era procurato un posto discretamente importante. Il suo spirito bramava decorazioni, onori; egli aspirava a una bella carriera, e avendo giudicato che con una moglie come la sua non poteva vivere né a Mosca né a Pietroburgo, si era deciso, in attesa di tempi migliori, a cominciare la carriera in provincia. Si diceva che già fin dal primo anno del loro matrimonio fosse mancato poco che la giovane sposa morisse, in seguito ai brutali maltrattamenti fattile subire dal marito. Simili voci avevano sempre provocato l'indignazione di Nicola Serghejevitc, che prendeva con ardore la difesa del principe, affermando che questi non era capace di un'azione ignobile.
Dopo sette anni di matrimonio, la principessa finalmente morì, e il marito, rimasto vedovo, si trasferì immediatamente a Pietroburgo, dove la sua presenza suscitò persino un certo interesse. Giovane ancora, straordinariamente bello, proprietario di un notevole patrimonio, dotato di tante qualità brillanti, di un indiscutibile spirito, di buon gusto, di allegria inesauribile, egli si presentò non come uno che cerca fortuna e protezione, ma come uomo piuttosto indipendente.
Si affermava che aveva realmente in sé un non so che di affascinante, di avvincente, di forte. Piaceva molto alle donne, e le sue relazioni con una delle più belle signore del mondo aristocratico gli procurarono una fama scandalosa. Egli sperperava il denaro, senza contarlo, a dispetto del suo carattere parsimonioso, che giungeva all'avarizia, perdeva al gioco, quando ciò gli pareva opportuno, e sborsava somme, anche molto rilevanti, senza fare una smorfia.
Ma non certo per divertirsi era venuto a Pietroburgo: gli occorreva mettersi una volta per sempre su una buona via e consolidare la propria carriera. E vi riuscì. Il conte Nainski, il parente altolocato, che non gli avrebbe prestato la minima attenzione se fosse giunto da lui come un semplice sollecitatore, stupito dai suoi successi in società, trovò possibile e conveniente dimostrargli un interessamento tutto speciale, e si degnò persino di prendere in casa propria il settenne figlio del principe, onde provvedere alla sua educazione.
Appunto a questi tempi risalivano la visita del principe a "Vassiljevskoje" e l'inizio delle sue relazioni amichevoli con Ikmenev. Finalmente, avendo, grazie all'interessamento del conte, raggiunto una bella posizione presso una delle più importanti ambasciate, egli partì per l'estero. Da allora, le voci che correvano sul suo conto furono piuttosto oscure: si parlava di un'avventura spiacevolissima che aveva avuta all'estero, senza che nessuno potesse spiegare in che cosa consistesse. Si sapeva unicamente che, nel frattempo, era riuscito a comperare un'altra proprietà di quattrocento anime, cosa di cui abbiamo già fatto parola. Tornò dall'estero molti anni dopo, con un alto grado, e ottenne immediatamente un posto molto importante a Pietroburgo. A Ikmenevka giunse la voce che il principe doveva passare a seconde nozze, imparentandosi in tal modo con una nobilissima famiglia, estremamente ricca e potente. «Mira a diventare un dignitario!», diceva Nicola Serghejevitc, fregandosi le mani tutto contento.
Io studiavo, a quel tempo, all'Università di Pietroburgo, e ricordo di aver ricevuto una lettera da Ikmenev, appunto a questo proposito; m'incaricava di verificare se le voci riguardanti il matrimonio erano esatte. Egli scrisse pure al principe, chiedendogli la sua protezione per me, ma il principe lasciò quella lettera senza risposta. Io sapevo soltanto che suo figlio, il quale aveva ricevuto la prima educazione in casa del conte e poi al liceo, aveva terminato allora gli studi, a diciannove anni. L'avevo comunicato agli Ikmenev, come pure la notizia che il principe voleva molto bene al figlio, lo viziava assai, preoccupandosi già fin d'allora del suo avvenire. Queste informazioni le avevo avute da altri studenti, compagni del giovane principe.
Proprio in quei tempi, Nicola Serghejevitc ricevette dal principe una lettera che lo stupì non poco.
Il principe, che, fino a quel momento, come già dissi, si era limitato, nei suoi rapporti con Nicola Serghejevitc, a una rigida corrispondenza d'affari, gli scriveva ora in modo più sincero, amichevole e particolareggiato delle sue faccende di famiglia: si lagnava del figlio, scriveva che questi gli dava molti dispiaceri con la sua cattiva condotta; che certo le birichinate d'un ragazzo così giovane non potevano essere considerate come cose veramente gravi (cercava, evidentemente, di discolpare il figlio), ma nondimeno aveva deciso di infliggere al giovane una punizione, facendogli un po' paura, e precisamente di mandarlo in esilio in campagna, sotto la sorveglianza di Ikmenev. Il principe scriveva che si affidava completamente al suo «buonissimo e lealissimo Nicola Serghejevitc, e soprattutto ad Anna Andrejevna», pregando entrambi di accogliere il discolo nella loro famiglia, di fargli intendere ragione nella solitudine campestre, di volergli un po' bene, se era possibile, e soprattutto di cercar di correggerne il carattere frivolo e «suggerirgli regole severe e salutari, tanto necessarie nella vita umana».
Il vecchio Ikmenev, naturalmente, si mise all'opera con entusiasmo.
Quando, poco dopo, il giovane principe comparve, fu accolto nella famiglia come un figliolo. Nicola Serghejevitc si affezionò a lui e l'amò non meno di Natascia; anche dopo, quando, già era intervenuta una completa rottura dei rapporti tra il principe padre e Ikmenev, il vecchio ricordava talvolta con spirito allegro il suo Alioscia, come aveva preso l'abitudine di chiamare il giovane principe Alessio Petrovitc.
In verità, questi era un giovane simpaticissimo: bellissimo d'aspetto, debole di carattere e nervoso come una donna, ma allegro e sincero, con un'anima franca e capace dei più nobili sentimenti; con un cuore pieno di amorevolezza, leale e riconoscente, e presto diventò l'idolo di casa Ikmenev. Malgrado i suoi diciannove anni, era un vero fanciullo. Era difficile immaginare per quale colpa il padre l'avesse mandato in esilio, pur amandolo profondamente, secondo quanto si diceva. Si raccontava che il giovane vivesse a Pietroburgo in pieno ozio, che si comportasse in modo frivolo, rifiutando di assumere un impiego, con grande afflizione di suo padre. Nicola Serghejevitc non interrogò mai Alioscia a questo proposito, visto che il principe Pietro Alessandrovitc aveva taciuto nella sua lettera la vera ragione dell'esilio del figliolo.
Correva voce, a ogni modo, di un'imperdonabile leggerezza di Alioscia, di una sua relazione con una certa signora, una sfida a duello, una favolosa perdita al gioco; si parlava persino di danari altrui sperperati dal giovane. Si mormorava pure che il principe avesse preso la decisione di allontanare il figlio, non per una vera e propria colpa di quest'ultimo, ma in seguito a certe considerazioni d'indole puramente egoistica. Nicola Serghejevitc respingeva indignato una simile supposizione tanto più che Alioscia voleva molto bene al padre, dal quale era vissuto lontano per tutta l'infanzia e l'adolescenza; ne parlava con entusiasmo e calore; si vedeva che era completamente sotto l'influenza di lui. Alioscia accennava pure, qualche volta, a una certa contessa, cui avevano fatto la corte insieme, lui e suo padre; egli, Alioscia, avrebbe avuto il sopravvento, e il padre si sarebbe molto adirato. Il giovane raccontava questa storia sempre con grande entusiasmo, con infantile semplicità, accompagnandola con allegre risate; ma Nicola Serghejevitc lo faceva subito tacere. Egli confermò, inoltre, la decisione presa dal padre di passare a seconde nozze.
Alioscia trascorse così quasi un anno d'esilio, scrivendo al padre, di tanto in tanto, lettere rispettose e piene di buon senso. A poco a poco, prese tal gusto per la vita che conduceva a "Vassiljevskoje", che quando il principe venne anche lui, d'estate, in campagna (del quale suo arrivo avvertì anticipatamente gli Ikmenev), l'esiliato cominciò egli stesso a pregare il padre di lasciarlo il più a lungo possibile a "Vassiljevskoje", assicurando che la vita campestre era proprio quella che ci voleva per lui. Tutte le decisioni e gli infatuamenti di Alioscia provenivano dalla eccessiva impressionabilità nervosa, dal cuore ardente, dalla frivolezza, che talvolta giungeva all'assurdo, dalla straordinaria capacità che aveva di sottomettersi a ogni influenza esterna, come pure da un'assoluta mancanza di volontà.
Ma il principe accolse con diffidenza la preghiera del figlio... In generale, Ikmenev riconosceva a stento il suo «amico» di una volta nel principe Pietro Alessandrovitc, che era molto cambiato. Egli si dimostrò improvvisamente molto esigente verso Nicola Serghejevitc, palesò una rivoltante avidità e un'avarizia da non dirsi nel controllo dei conti della tenuta, nonché una diffidenza davvero inspiegabile.
Tutto ciò afflisse oltremodo il bravo Nicola Serghejevitc, che durava fatica a credere ai propri occhi. Questa volta le cose si svolgevano in modo proprio opposto a quello della prima visita del principe a "Vassiljevskoje", quattordici anni addietro. Questa volta il principe fece conoscenza con tutti i vicini, i più importanti, naturalmente; da Nicola Serghejevitc, invece, non andava più, e in generale lo trattava come un dipendente.
Era accaduto un fatto assolutamente inesplicabile: senza nessuna causa apparente, tra il principe e Nicola Serghejevitc aveva avuto luogo una rottura certo irrimediabile. Furono udite parole irate e offensive, pronunciate tanto dall'uno che dall'altro. Ikmenev si allontanò indignato da "Vassiljevskoje", ma la storia non finì lì.
Improvvisamente, cominciò a correre per tutta la contrada una rivoltante calunnia. Si mormorava che Nicola Serghejevitc, avendo perfettamente compreso il carattere del giovane principe, si fosse proposto di sfruttarne a proprio profitto tutte le cattive qualità; che sua figlia Natascia (che ormai aveva diciassette anni) aveva saputo affascinare il giovanotto ventenne; che il padre e la madre, pur facendo finta di non accorgersi di nulla proteggevano quell'amore; che l'astuta e "viziosa" Natascia era infine riuscita a stregare assolutamente il principe, che per tutto un anno, grazie all'astuzia della ragazza, egli non aveva visto neanche una di quelle fanciulle, veramente nobili, che maturavano tanto numerose nelle rispettabili case dei proprietari vicini. Affermavano, infine, che i due innamorati avevano deciso di farsi dare la benedizione nuziale nella chiesa del villaggio di Grigorievo,lontano quindici verste (1) da "Vassiljevskoje", all'insaputa dei genitori di Natascia, i quali, però, sapevano tutto fin nei più minuti particolari e guidavano la figlia coi loro indegni consigli. Insomma, non basterebbe un intero volume per dar conto di tutti i pettegolezzi che le comari del distretto avevano inventato a proposito di questa storia. Ma il più strano si è che il principe prestò fede a tutte quelle chiacchiere e si recò a "Vassiljevskoje" esclusivamente in seguito a una lettera anonima, mandatagli dalla provincia a Pietroburgo. Certamente, nessuno di coloro che conoscevano Nicola Serghejevitc poteva credere una parola di tutte le calunniose accuse gettategli addosso, e ciò nonostante tutti si agitavano, tutti parlavano a sottintesi, scuotevano la tesa... e pronunciavano parole di irrevocabile condanna.
Ikmenev era, innanzi tutto, troppo orgoglioso per difendere la figlia di fronte alle comari; proibì anzi assolutamente alla sua Anna Andrejevna di prestarsi a qualsiasi spiegazione in materia coi vicini.
Quanto a Natascia, calunniata così indegnamente, ancora un anno dopo non sapeva nulla di tutti quei pettegolezzi: i genitori le avevano con gran cura tenuto nascosto ogni cosa, e lei continuava a essere allegra e innocente come una fanciulla dodicenne.
Intanto la lite si spingeva sempre più avanti. La gente servile non perdeva il tempo. Comparvero accusatori e testimoni, che seppero infine persuadere il principe che l'amministrazione di "Vassiljevskoje", esercita da Nicola Serghejevitc per tanti anni, era ben lontana dal distinguersi per una probità esemplare. Quella gente affermava, tra l'altro, che tre anni prima, in occasione della vendita di un boschetto, Nicola Serghejevitc si era appropriato di dodicimila rubli in argento, atto del quale potevano essere presentate davanti al tribunale le prove più tangibili e legali, tanto più che non aveva avuto nessuna procura da parte del principe per la vendita del boschetto stesso, ma aveva agito di propria iniziativa; secondo gli accusatori, Ikmenev avrebbe cercato di convincere il principe della necessità di vendere il boschetto solo a fatto compiuto, e dichiarato un ricavo molto minore di quello realmente conseguito.
Certamente, tutto ciò non era che calunnia, come fu dimostrato in seguito, ma il principe ci prestò fede, e in presenza di testimoni diede del ladro a Nicola Serghejevitc. Ikmenev non si trattenne e rispose con un'offesa ugualmente grave; ne risultò una scena terribile. Fu immediatamente iniziato un processo. Nicola Serghejevitc, cui mancavano alcuni documenti, e soprattutto mancando di protettori e di esperienza in faccende del genere, cominciò subito con l'avere la peggio. La sua proprietà fu messa sotto sequestro. Il vecchio, irritato, lasciò tutto e decise infine di trasferirsi a Pietroburgo, onde provvedere di persona ad espletare le pratiche utili alla causa, lasciando in provincia, al proprio posto, un avvocato molto esperto. A quanto pare, il principe non tardò molto a comprendere di aver offeso a torto Ikmenev. Quelle reciproche offese, però, erano state talmente gravi, che non era possibile parlare di riconciliazione, e il principe, adirato, faceva ogni sforzo perché la causa si risolvesse a suo profitto, cioè, in sostanza, cercava di togliere al suo ex-intendente l'ultimo pezzo di pane.
CAPITOLO 5
Dunque, gli Ikmenev si erano trasferiti a Pietroburgo. Non mi metterò a descrivere il mio incontro con Natascia dopo un distacco così lungo.
In quei quattro anni non l'avevo mai dimenticata. Certamente neppure io mi rendevo esattamente conto di quale fosse il sentimento col quale la ricordavo; ma quando la rividi, capii subito che la fanciulla mi era destinata dalla sorte. Sul principio, nei primi giorni dopo il loro arrivo, continuava a sembrarmi che si fosse poco sviluppata nel corso di quei quattro anni e che fosse rimasta la stessa bambina che era prima della nostra separazione. Poi, ogni giorno, cominciai a notare in lei qualche cosa di nuovo, di sconosciuto, qualche cosa che mi avesse tenuto fino allora nascosto, allo scopo di celarsi ai miei occhi: e che gaudio per me nell'indovinare ciò che la fanciulla pareva non voler confessarmi della propria anima!
Il vecchio, nei primi tempi dopo essersi trasferito a Pietroburgo, era irascibile e bilioso. I suoi affari andavano male, s'indignava, usciva di sé, era continuamente occupato da documenti e pratiche, e badava poco a noi.
Anna Andrejevna, invece, si sentiva completamente sperduta, e sulle prime non riuscì a raccapezzarsi. Pietroburgo le incuteva paura.
Sospirava e tremava, ricordava con nostalgia continua la vita di prima, la loro Ikmenevka, si lamentava dicendo che ormai Natascia era cresciuta e giunta all'età di sposarsi, e non c'era nessuno che potesse occuparsi di lei; si espandeva in mia presenza in confessioni stranissime, non avendo vicino a sé alcun altro più adatto per ricevere le sue amichevoli confidenze.
Proprio in quel tempo, poco prima del loro arrivo, io avevo terminato il mio primo romanzo, quel romanzo che diede poi inizio alla mia carriera letteraria e che, da quel novizio che ero, non sapevo dove collocare. Dagli Ikmenev non ne avevo fatto parola; essi, invece, per poco non si erano bisticciati con me per il fatto che conducevo una vita oziosa, cioè non avevo e non cercavo di procurarmi un impiego. Il vecchio mi fece persino degli amari rimproveri in tono un poco vivace, s'intende, sempre per i sentimenti paterni che provava nei miei confronti. Io, invece, avevo semplicemente vergogna di confessar loro quali fossero le mie occupazioni. Infatti, come avrei potuto annunciare a bruciapelo che non volevo impiegarmi, ma intendevo scrivere romanzi? Dovevo, dunque, forzatamente, per il momento almeno, ingannarli, assicurandoli che facevo di tutto per trovarmi un impiego, ma che fino allora le mie ricerche non avevano portato a nessun risultato positivo. Ikmenev non aveva tempo di verificare le mie parole. Mi ricordo che un giorno, dopo aver ascoltato i nostri discorsi Natascia mi trasse in disparte con aria misteriosa e cominciò a supplicarmi con le lacrime agli occhi di pensare al mio avvenire, a interrogarmi, a tempestarmi di domande, volendo sapere con precisione di che cosa mi occupassi, e siccome non mi tradii nemmeno con lei, mi fece giurare che non avrei rovinato la mia vita per causa dell'ozio e della pigrizia. Io non le confessai il mio segreto, è vero, eppure avrei dato tutti i lusinghieri giudizi dei critici e del pubblico, che mi furono tributati in seguito, per una sola sua parola d'incoraggiamento per il mio primo romanzo.
Poi, finalmente, venne il giorno in cui il mio romanzo fu pubblicato.
Già prima che avesse veduto la luce, aveva suscitato un certo scalpore nel mondo letterario. Il critico B... , avendo letto il manoscritto, se ne era rallegrato come un bambino. Io, invece, devo confessare che le più grandi gioie procuratemi dalla mia opera non le provai neppure nei primi momenti inebrianti del mio successo, ma quando ancora non avevo letto né fatto vedere ad alcuno il mio manoscritto; e provai in quelle lunghe notti tra estatiche speranze, sogni travolgenti e l'ardente amore per il mio lavoro, quando già mi ero assuefatto alle mie proprie fantasie, ai personaggi che io stesso avevo creato, come se fossero per me veri e cari esseri viventi; li amavo, mi rallegravo e mi rattristavo con loro, e talvolta piangevo, persino, con le lacrime più sincere, sulle avversità d'uno dei miei eroi, troppo semplice di natura.
Non saprei descrivere come furono lieti i miei vecchi per il mio successo, sebbene sulle prime rimanessero oltremodo stupiti! Anna Andrejevna non poteva proprio credere che il nuovo scrittore acclamato da tutti fosse lo stesso Vania che... e così via, e continuava a scuotere la testa. Quanto al vecchio, ci volle del tempo prima che si arrendesse; a tutta prima, alle prime notizie che ne ebbe, rimase persino un po' spaurito; cominciò a parlare della carriera rovinata, della condotta disordinata di tutti gli scrittori in generale. Ma reiterate e nuove voci, annunzi nei giornali e infine alcune parole lodevoli pronunciate a mio riguardo da persone cui egli credeva devotamente, lo costrinsero a cambiare il suo punto di vista. Quando, poi, mi vide a un tratto possessore di somme notevoli e seppe quanto veniva pagato il lavoro letterario, i suoi ultimi dubbi furono dispersi.
Rapido nei passaggi dal dubbio a una fede piena ed entusiastica, capace di rallegrarsi come un bambino per la mia fortuna, egli si abbandonò di colpo alle più fantastiche speranze, ai più abbaglianti sogni sul mio avvenire. Ogni giorno faceva per me nuovi progetti, inventava nuove carriere, e lo sa soltanto Iddio dove non giungessero quei suoi castelli in aria! Cominciò persino a dimostrarmi un rispetto tutto speciale, non mai esistito prima d'allora. E nondimeno, mi ricordo, di tanto in tanto lo assaliva ancora qualche dubbio, e spesso, proprio in mezzo al più estatico fantasticare, rimaneva di nuovo perplesso.
«Uno scrittore, un poeta. E' un po' strano... Ha mai un poeta fatto la carriera, raggiunto un alto grado? Non sono gente seria, posata!» Mi accorsi che dubbi e delicati scrupoli simili lo assalivano, al solito, nelle ore del crepuscolo (come mi sono vivi nella mente tutti i particolari di quel tempo felice!). Al crepuscolo, il nostro vecchio diventava nervoso, impressionabile e sospettoso in modo tutto particolare. Io e Natascia lo sapevamo già e ne sorridevamo in precedenza. Allora mi mettevo a incoraggiarlo, raccontandogli aneddoti sui nostri grandi scrittori, ricordandogli che Sumarokov aveva avuto il grado di generale, che Dersavin aveva ricevuto una tabacchiera piena di ducati, che l'imperatrice aveva fatto a Lomonosov una visita in persona; gli parlai di Puskin e di Gogol.
- Lo so, questo lo so, caro mio - obiettava il vecchio, il quale, probabilmente, sentiva per la prima volta in vita sua simili storie. - Uhm! Se proprio vuoi che te lo dica, Vania, sono nondimeno contento che il tuo pasticcio non sia scritto in versi. I versi, caro mio, sono sciocchezze; non discutere di ciò, credi a me, a un vecchio, che ti vuol bene; sono sciocchezze, una perdita di tempo assolutamente inutile! Un'occupazione per gli scolari; i versi portano voi giovani sulla via del manicomio... Diciamo che Puskin è grande; nessuno potrebbe negarlo! Eppure sono versetti e nient'altro; roba effimera, per così dire... Devo confessare, però, che non ho letto molte delle sue opere... La prosa è una cosa tutta diversa. Uno scrittore, usando la prosa, può anche insegnare, diciamo, per esempio, l'amore alla patria, sottolineare, diciamo, le manifestazioni della virtù... sì.
Non so esprimere bene il mio pensiero, ma tu, caro, mi capisci, lo dico per il bene che ti voglio! Ah! ah! benissimo, leggi, leggicelo un po' - concluse con una certa aria di protezione, quando infine portai il libro e tutti quanti, dopo il tè serale, ci fummo messi intorno a una tavola rotonda. - Leggi, leggi un po' che cosa hai combinato qui; ti acclamano tanto! Vediamo, vediamo!
Apersi il libro e mi preparai a leggere. Proprio quella sera era apparsa la prima edizione del mio romanzo, ed essendomene procurata una copia, ero subito corso dagli Ikmenev per leggere loro la mia opera.
Come ero addolorato di non aver potuto leggerla loro sul manoscritto, che si trovava allora nelle mani dell'editore! Natascia piangeva persino dal dispetto, litigava con me e mi rimproverava che gente estranea avesse letto il romanzo prima di lei...
Ma ecco, finalmente siamo tutti seduti intorno a una tavola. Il vecchio ha sul viso la seria espressione di un critico. Egli intende giudicarmi con tutta severità, «persuadersi personalmente». La vecchietta assume pure un'aria di grande solennità, credo persino che avesse messo per l'occorrenza una cuffietta nuova. Da tempo si era accorta che guardavo con un sentimento d'illimitato amore il suo tesoruccio, la sua Natascia, che mi mancava il respiro e mi si annebbiava la vista quando le parlavo, e che la stessa Natascia aveva uno sguardo più dolce di prima per rispondermi. Sì, era venuta infine quell'ora, era venuto il momento del pieno successo, delle speranze alate e della felicità più completa, tutto insieme, tutto in una volta! La vecchietta si era pure accorta che negli ultimi tempi anche suo marito aveva cominciato a fare i miei elogi in modo eccessivo, gettando sguardi particolari su me e sulla figliola... e ad un tratto ebbe timore: non ero conte, né principe, né duca regnante. Non ero neppure un semplice consigliere di collegio della scuola di diritto (2), giovane, decorato e bello! Ad Anna Andrejevna non piaceva fermarsi a mezza strada nei suoi sogni.
«Lodano l'uomo, - pensava di me, - ma non si capisce per cosa. Uno scrittore, un poeta.. E che cosa è alla fin fine uno scrittore?...»
CAPITOLO 6
Lessi loro il mio romanzo tutto d'un fiato. Cominciammo subito dopo il tè e terminammo la lettura alle due dopo mezzanotte. A tutta prima il vecchio si rannuvolò. Si era aspettato qualche cosa di elevato, di sublime, qualche cosa che, magari, non avrebbe potuto capire, che doveva però assolutamente essere molto elevata, e invece dovette udire la descrizione di una vita molto meschina, proprio identica a quella che vedeva ogni giorno intorno a sé; se almeno l'eroe fosse stato un uomo straordinario o, diciamo, un personaggio storico, come Roslavlev o Giorgio Miloslavki, invece no, l'eroe era un piccolo, umile e persino non molto intelligente funzionario, al cui soprabito mancavano i bottoni; inoltre, la narrazione era scritta come si parla ogni giorno, così alla buona... Strano!... La vecchietta rivolgeva il suo sguardo interrogativo verso Nicola Serghejevitc, e sembrava imbronciata, come se fosse realmente offesa. «Vedi un po' se vale la pena di pubblicare e di leggere sciocchezze simili! Com'è possibile che vengano pagate?» era scritto sul suo viso. Natascia era tutt'orecchi: mi ascoltava con avidità, senza staccare lo sguardo da me, e fissava le mie labbra, muovendo anch'essa la boccuccia deliziosa. Ebbene? Prima che fossi giunto a metà del racconto, le lacrime cominciarono a scorrere sulle guance dei miei ascoltatori.
Anna Andrejevna piangeva in piena sincerità, compatendo il mio eroe con tutta l'anima, e cercando nell'ingenuità della sua anima, di porgergli in ogni modo qualche aiuto nelle sue disgrazie, per quanto potei giudicare dalle sue esclamazioni.
Il vecchio aveva ormai rinunciato ai sogni delle cose sublimi. - Si vede subito fin dal primo passo che non si tratta affatto di alcunché di grande, di eccezionale; è semplicemente un racconto, una cosettina da nulla; però ti prende il cuore, - diceva. - Tutto quello che accade è molto comprensibile e resta nella memoria; si impara a capire che anche l'uomo più misero, più meschino, l'ultimo di tutti, diciamo, è pur sempre un essere umano, un nostro fratello.
Natascia ascoltava, piangeva e mi stringeva la mano sotto la tavola.
La lettura era terminata. Ella si alzò, le guance le ardevano, gli occhi le brillavano di lacrime: improvvisamente, mi afferrò la mano, la baciò e si slanciò fuori dalla sala. Il padre e la madre si scambiarono uno sguardo.
- Uhm ! Com'è esaltata! - disse il vecchio, stupito dal gesto della figlia. - Non è un gran male, però; anzi è un gesto bello, un impeto lodevole! E' una buona figliola ! ... - balbettava, gettando occhiate di sbieco alla moglie, come se volesse giustificare Natascia e, chissà perché, giustificare me pure.
Ma Anna Andrejevna, pur essendo stata commossa, anche lei, durante la lettura, e avendo dato segni di una certa agitazione, guardava ora come se volesse dire:
«Certo, Alessandro di Macedonia era un grande eroe, ma perché rompere le sedie?, eccetera».
Natascia ritornò poco dopo, allegra e felice, e passandomi accanto, mi pizzicò di nascosto. Il vecchio riprese a giudicare «con serietà» la mia opera, ma poi, per la gioia che provava, non seppe mantenersi in carattere ed esclamò, lasciandosi trasportare:
- Ah! caro Vania, è bello, è davvero qualche cosa di bello! Mi hai procurato una vera gioia! Confesso che non me l'aspettavo proprio!
Niente di elevato, niente di sublime, questo si capisce subito...
Ecco, io ho lì "La liberazione di Mosca", un'opera scritta proprio a Mosca; ebbene, vi si sente, fin dalle prime righe, che l'autore si slancia in alto come un'aquila verso i cieli... Ma sai, Vania, nella tua di opera, le cose sono più semplici, più comprensibili. Ed è proprio per questo che il tuo libro mi piace. Sembra più vicino alle nostre anime, come se tutto quello che racconti fosse accaduto a noi.
Invece il sublime... in verità, si capisce poco. Ecco, avrei un po' corretto lo stile; certo, ti faccio i miei elogi; però, devi convenire anche tu che non c'è dentro nulla di elevato... Beh! ad ogni modo, ora che è pubblicato, non si può cambiar nulla. Forse alla seconda edizione, eh? Credi, amico, che ci sarà anche una seconda edizione? E allora avrai ancora soldi... Uhm!
- E' mai possibile che abbiate ricevuto tanti quattrini, Ivan Petrovitc? - osservò Anna Andrejevna. - Vi guardo, e confesso che non riesco a crederci. Ah, Dio Santo, ecco come si guadagna il denaro, adesso!
- Sai, Vania, - continuò il vecchio, lasciandosi trasportare sempre più, - questo non è certo un impiego, ma è pur sempre una carriera. Il tuo libro verrà letto anche da gente altolocata. Ecco, tu dicevi che a Gogol è assegnata una pensione annua e che fu persino mandato all'estero. Se ciò avvenisse anche a te? Eh? O è ancora troppo presto?
Devi scrivere ancora qualche cosa? Allora scrivi presto, non indugiare, mettiti subito al lavoro. Non addormentarti sugli allori!
E lo diceva con aria talmente convinta, con tanta bonarietà, che mi mancava il coraggio di fermare il volo della sua fantasia, di gettarci sopra dell'acqua fredda.
- O forse ti faranno dono di una tabacchiera... Benissimo! La benevolenza può manifestarsi in molti modi. Vorranno incoraggiarti. E chissà, può darsi che tu venga ammesso a Corte, - aggiunse a mezza voce, socchiudendo l'occhio sinistro con aria significativa; - o non è ancora possibile? Credi che sia troppo presto per essere invitato a Corte?
- Eh, sì, così subito a Corte! - disse Anna Andrejevna, quasi offesa.
- Ancora un po', e mi promuoverete generale, - risposi io, ridendo di tutto cuore.
Il vecchio rise pure. Era contento da non dirsi.
- Eccellenza, non vorreste mangiare? - gridò la birichina Natascia, che nel frattempo aveva preparato la cena.
Ella rise apertamente, poi corse verso il padre e gli saltò al collo.
- Caro, caro il mio babbo!
Il vecchio s'intenerì.
- Va bene, va bene! Io, quel che ho in cuore ho sulle labbra. Già, anche se non è ancora eccellenza, andiamo a cenare lo stesso! Ah, come sei sensibile, tu, piccina mia! - aggiunse dando un colpetto sulla guancia ardente della sua Natascia, cosa che non perdeva mai l'occasione di fare. - Io, vedi, Vania, dico questo perché ti voglio un gran bene. E adesso, anche se non sei giunto ancora al grado di generale (e non ci manca poco), sei nondimeno un uomo celebre, uno "scrivitore".
- Oggi si dice scrittore, babbo.
- Ah, non si dice più scrivitore? Non lo sapevo. Bah! vada per scrittore. Volevo dir questo: certo non ti faranno "komerger" (3) per aver scritto un romanzo, non c'è nemmeno da sperarlo; ma se diventi un personaggio notevole, ti potrebbero mandare all'estero come ambasciatore, oppure, per migliorare la salute, in Italia, per esempio, anche per completare i tuoi studi; potrebbero aiutarti con denaro. Si capisce che, anche da parte tua, tutto deve procedere in modo perfettamente leale in modo che gli onori e il denaro affluiscano a te per i tuoi veri meriti, per il tuo lavoro, e non per altre ragioni, per via di protezioni, per esempio...
- Guarda di non inorgoglirti troppo, allora, Ivan Petrovitc, - aggiunse ridendo Anna Andrejevna.
- Ma, caro babbo, che c'è da aspettare tanto? Dategli almeno una «stella», tanto per non fermarvi a quell'«ambasciatore» e basta! - s'intromise Natascia.
E mi pizzicò ancora una mano.
- Questa qua, intanto, continua a deridermi! - esclamò il vecchio, guardando Natascia con occhi pieni d'entusiasmo; lei aveva le guance accese accese e gli occhi le scintillavano allegramente come due stelle. - Pare infatti anche a me, figlioli miei, che la fantasia mi abbia portato un po' troppo in alto; sono sempre stato così...
soltanto, sai, Vania, ecco, ti guardo e mi meraviglio di vederti così semplice.
- Ah, Dio santo, ma come dovrebbe essere, allora, secondo te, babbino?
- No, non volevo dir questo. E nondimeno, Vania, hai un certo viso...
come posso dire? un viso poco poetico... I poeti, sai, sono sempre pallidi, dicono, con quei capelli, sai... e negli occhi hanno un non so che... sai, come Goethe e gli altri... l'ho letto in un almanacco... ebbene? Ho detto ancora qualche sciocchezza? Guarda la birichina come si tiene i fianchi! Io, amici miei, non sono un uomo di grande cultura, non ho che i miei sentimenti. Beh, insomma, il viso non è poi una cosa molto importante; per me basterebbe anche il tuo, anzi mi piace molto... Veramente, non volevo dir questo...
L'importante, Vania, è di essere leale, onesto; continua a vivere onestamente, non farti certe idee! La strada davanti a te è larga...
Adempi onestamente al tuo dovere; ecco quello che volevo dire, proprio questo.
Ah, che tempi deliziosi! Tutte le mie ore libere, tutte le sere, le passavo in quella famiglia. Al vecchio portavo notizie del mondo letterario, dei letterati, ai quali, chissà perché, cominciò da allora a interessarsi in modo da non dirsi; si mise persino a leggere gli articoli di critica di B., di cui gli avevo tanto parlato, e che egli non capiva che a stento, ma continuava nondimeno a lodare con entusiasmo, rimproverando amaramente i suoi avversari, che scrivevano nel "Calabrone del Nord". La vecchietta esercitava una vigilanza scrupolosa su me e Natascia; ma non riusciva ugualmente a trattenerci.
I nostri cuori s'erano già parlato. Avevo finalmente avuto la gioia di sentir Natascia pronunciare a testa china, con voce percettibile, il «sì» da me tanto bramato.
Lo seppero anche i vecchi; se ne impensierirono e ci meditarono sopra; Anna Andrejevna continuò a lungo a scuotere la testa. La cosa le sembrava strana e paurosa. Ella non aveva molta fede in me.
- Già, tutto andrà bene, finché avrete successo, Ivan Petrovitc, - diceva. - Immaginatevi, invece, che la fortuna vi volti le spalle, insomma, qualche cosa di questo genere; che succederebbe allora? Se aveste almeno un impiego!
- Ecco che cosa ti risponderò, Vania, - disse il vecchio con voce decisa, dopo aver meditato un certo tempo: - ti confesso che mi ero non solo accorto, ma anche rallegrato, vedendo che tu e Natascia...
insomma, tu capisci! Ma vedi, Vania, siete tutt'e due molto giovani, e la mia Anna Andrejevna ha ragione. Aspettiamo. Ammettiamo che tu sia un uomo d'ingegno... diciamo, di grande ingegno, ma non sei, ad ogni modo, un genio, come ti hanno proclamato sulle prime; certo, l'ingegno non ti manca (oggi stesso ho letto la critica della tua opera nel "Calabrone", ti ci trattano assai male, ma, d'altra parte, che giornale è quello?). Sì, vedi dunque: l'ingegnosità non è ancora denaro alla banca; voi, invece, siete poveri tutti e due. Aspettiamo, dunque, un anno e mezzo, o almeno un anno; se le tue cose procederanno bene, se saprai affermarti sulla tua strada, Natascia sarà tua, se invece non riuscirai... ragiona un po' tu stesso. Tu sei un giovane onesto, potrai quindi capirlo!
Fu deciso, dunque, così. Ed ecco ciò che avvenne un anno dopo:
Sì, fu circa un anno dopo! Poco prima del crepuscolo d'una chiara giornata di settembre, m'ero recato a trovare i miei vecchi, ammalato, col cuore stretto d'angoscia, e mi ero lasciato cadere quasi svenuto su una sedia tanto che anch'essi, vedendomi in quello stato, si spaventarono. Ma se la testa mi girava, se avevo il cuore stretto da un'angoscia che mi aveva impedito una buona diecina di volte di varcare la loro soglia, facendomi tornare sui miei passi, non era perché non fossi riuscito nella mia carriera, né perché non avessi ancora né denaro né gloria, e nemmeno perché non fossi ancora addetto d'ambasciata, né perché vedessi ancora molto lontana la probabilità d'essere mandato in Italia per riacquistar salute: era perché in un solo anno ben se ne possono vivere anche dieci, e perché in quell'anno ne aveva vissuti dieci anche la mia Natascia. Tra noi s'era interposto un abisso...
Mi ricordo, dunque, che ero seduto di fronte al vecchio; non pronunciavo parola, andavo gualcendo con mano distratta la tesa già sgualcita del mio cappello, e aspettavo, chissà perché, che comparisse Natascia. I miei abiti erano miseri e mi stavano male; in viso ero patito, dimagrito e ingiallito, e ciò nonostante ero assai lontano dal rassomigliare a un poeta, e nei miei occhi, come prima, non c'era nulla di grande, nulla di quel che avrebbe desiderato scorgervi il bravo Nicola Serghejevitc. La vecchietta mi contemplava con una compassione troppo sincera e affrettata, pensando certo tra sé:
«E pensare che è mancato poco perché quest'uomo diventasse il fidanzato di Natascia, Dio ce ne scampi e liberi!».
- Posso offrirvi un bicchiere di tè, Ivan Petrovitc? - (Il samovar bolliva sulla tavola). - Come vi sentite, caro mio signore? Mi sembrate piuttosto male in gambe - mi domandò con voce compassionevole, una voce che mi pare d'udire ancora adesso.
Così pure mi pare di vedere un'altra cosa ancora: ella parla rivolgendosi a me, ma nei suoi occhi posso leggere un'altra preoccupazione, la stessa preoccupazione che ha fatto rannuvolare il viso del suo vecchio e che lo faceva, in quel momento, rimanere impensierito a meditare sempre sulle stesse cose, sopra la tazza di tè che si raffreddava .
Sapevo che erano molto preoccupati dalla piega inattesa che aveva preso il loro processo col principe Valkovski, il quale volgeva male per loro, e sapevo pure che Nicola Serghejevitc aveva avuto nuovi dispiaceri, tanto gravi da farlo perfino ammalare.
Il giovane principe, causa prima di quel processo, aveva trovato, circa sei mesi addietro, il modo di fare una visita agli Ikmenev. Il vecchio, che voleva bene al suo caro Alioscia come se fosse un suo figliolo, e che se ne ricordava quasi ogni giorno, lo aveva accolto con gioia. Anna Andrejevna si era ricordata di "Vassiljevskoje" e si era messa a piangere. Alioscia aveva cominciato a frequentarli sempre più assiduamente, di nascosto dal padre; Nicola Serghejevitc, uomo leale, franco e sincero, aveva respinto, indignato, ogni precauzione.
Per un senso di notevole orgoglio, non aveva neppure voluto pensare a ciò che avrebbe detto il principe, se fosse venuto a sapere che Alioscia era di nuovo accolto nella casa degli Ikmenev, e tra sé disprezzava tutti i suoi assurdi sospetti. Ma il vecchio non sapeva se avrebbe avuto bastevoli forze per sopportare nuove offese.
Le visite del giovane principe divennero quasi quotidiane. I vecchi si sentivano più allegri in sua presenza. Egli rimaneva tutte le sere in casa loro fino a tarda ora.
Naturalmente, il padre di Alioscia aveva finito per venire a sapere tutto. Ne erano risultati terribili calunnie. Aveva scritto a Nicola Serghejevitc una lettera quanto mai oltraggiosa, in cui ribadiva le ignobili accuse di un tempo, e aveva categoricamente proibito al figlio di frequentare gli Ikmenev. Ciò era avvenuto due settimane prima della visita che io feci loro. Il vecchio ne era rimasto terribilmente afflitto. Come! Osavano di nuovo tirare in ballo la sua Natascia, innocente e pura, con quell'immonda calunnia, con quelle volgari insinuazioni! Il nome della sua figliola era stato offeso dall'uomo che già una volta aveva offeso lui!... Poteva, dopo tanto, lasciar correre ogni cosa senza chiedere soddisfazione? La disperazione sua fu tanta, che ne perdette la salute, e, nei primi giorni, dovette persino mettersi a letto. Io sapevo ogni cosa. La storia era giunta alle mie orecchie con ogni particolare, sebbene, ammalato ed abbattuto, non mi fossi fatto vedere per circa tre settimane in casa loro e fossi rimasto a letto. Ma io sapevo pure...
no, allora non facevo che presentire; sapevo, senza crederci, che, oltre a quella storia, c'era qualcos'altro che doveva preoccuparli in quel momento più di tutto al mondo, e li osservavo con dolorosa angoscia. Sì, soffrivo anch'io: avevo timore d'indovinare, timore di comprendere, e facevo ogni sforzo per allontanare il momento fatale. E nello stesso tempo mi ero quel giorno recato da loro appunto per quello. Quella sera mi ero sentito attratto verso casa loro da una forza superiore.
- Vania, - mi domandò a un tratto il vecchio come tornando in sé, - sei forse stato davvero ammalato? Perché sei stato tanto tempo senza venirci a trovare? Mi sento in colpa verso di te. Avrei dovuto venirti a trovare da un pezzo, ma di questi tempi, lo sai anche tu...
E si rifece pensoso.
- Sì, sono stato ammalato! - risposi.
- Uhm! ammalato, - ripeté il vecchio dopo un silenzio di circa cinque minuti. - Ammalato! Te lo dicevo, allora, ti avvertivo; non hai voluto ascoltarmi! Uhm! No, caro Vania, si vede proprio che la musa ha sempre abitato, fino dai più remoti secoli, nelle soffitte, morendovi di fame, e continuerà sempre così. Ecco!
Il vecchio era proprio di cattivo umore. Se non avesse avuto una certa piaga nel cuore, non mi avrebbe parlato della musa affamata. Io osservai il suo viso: era ingiallito; aveva negli occhi un'espressione di stupore, un segreto pensiero in forma di domanda, che non era in grado di risolvere. Era agitato e insolitamente bilioso. La moglie gli gettava occhiate inquiete e scuoteva la testa. Approfittando di un momento in cui Nicola Serghejevitc ci voltava le spalle, ella me lo indicò con un cenno della testa, di sfuggita.
- Come sta Natalia Nicolajevna? E' in casa? - domandai ad Anna Andrejevna, preoccupato.
- E' in casa, mio caro, - mi rispose la vecchietta con una certa esitazione. -Verrà subito per darvi il buongiorno. E già! Siete stato tre settimane senza più farvi vedere. Quella ragazza, però, è diventata così strana! non riesco più a capire quando sta bene di salute e quand'è ammalata; che Dio la protegga!
E gettò un timido sguardo al marito.
- Macché! Non ha nulla, - fece Nicola Serghejevitc come di mala voglia e con indifferenza. - Sta bene. E' l'età. Ha finito di essere una bambina, ecco tutto. Chi mai potrebbe capirci qualcosa in tutte quelle tristezze e in tutti quei capricci di fanciulla?
- E già, secondo te, sono sempre capricci! - ribatté Anna Andrejevna con aria offesa.
Il vecchio non rispose e cominciò a tamburellare con le dita sulla tavola.
«Dio santo, possibile che sia già successo qualche cosa tra loro?», pensai io con spavento.
- E così, che cosa avete di nuovo? - riprese il vecchio dopo una pausa - B. continua a far della critica?
- Sì! -gli risposi.
- Ah, Vania, Vania! - concluse lui, con un vago gesto della mano. - Che può farci ormai la critica?
La porta si aprì ed entrò Natascia.
CAPITOLO 7
Aveva in mano il cappellino, che, entrando, depose sul pianoforte; poi mi si avvicinò e mi tese la mano in silenzio; le sue labbra si mossero leggermente, quasi volesse darmi il benvenuto, ma non disse nulla.
Erano passate tre settimane dall'ultima volta che l'avevo veduta. La guardavo perplesso e intimorito. Come era cambiata in quelle tre settimane! Il cuore mi si strinse d'angoscia, quando vidi quelle guance pallide e infossate, quelle labbra arse e quegli occhi che brillavano di una fiamma febbrile e di una risolutezza appassionata, sotto le lunghe ciglia scure.
Ma, Dio Santo, com'era bella! Mai, né prima né dopo la vidi bella come quella sera fatale. Possibile che fosse la stessa Natascia che solo un anno prima ascoltava la lettura del mio romanzo, senza staccare da me lo sguardo, e muovendo le labbra come se ripetesse le parole che io dicevo; la Natascia che, quella stessa sera, aveva riso e scherzato in modo così spensierato con suo padre? Possibile che fosse la stessa Natascia, che là, nella camera attigua, mi aveva detto «sì» con la testa abbassata e le guance soffuse di rossore?
Improvvisamente rimbombò nell'aria il suono grave della campana, che chiamava i fedeli alla benedizione. Ella trasalì. La vecchietta si fece un segno di croce.
- Tu volevi andare in chiesa, Natascia, ed ecco la campana, - disse. - Vacci, vacci, Natascia, va' a pregare Dio, tanto più che la chiesa è così vicina! Così, farai anche una passeggiatina, visto che te ne stai sempre tappata in casa. Guarda come sei pallida; sembra che qualcuno ti abbia gettato il malocchio.
- Io... forse... non ci andrò, stasera, - rispose Natascia con voce lenta e bassa, quasi sussurrando. - Non mi sento bene... - aggiunse, e si fece pallida come un cencio.
- Faresti meglio ad andarci, Natascia; avevi pure intenzione di farlo, no? Ecco, hai persino portato il cappello. Va' a pregare, Natascia, che Dio ti renda la salute, - cercava di convincerla Anna Andrejevna, guardando timidamente la figlia, come se ne avesse paura.
- Ma sì, vai! Sarà una passeggiata per te, - intervenne il vecchio, osservando pure con inquietudine il viso della figlia. - Tua madre ha ragione. Ecco, Vania ti accompagnerà.
Mi sembrò di veder passare un amaro sorriso sulle labbra di Natascia.
Si avvicinò al pianoforte, prese il cappello e se lo mise in testa; le mani le tremavano. Tutti i suoi movimenti sembravano incoscienti, come se non si rendesse conto di quel che faceva. Il padre e la madre l'osservavano attentamente.
- Addio! - mormorò la fanciulla, quasi in un bisbiglio.
- Eh, angelo mio, non è il caso di dire «addio», non parti poi per un lungo viaggio! Va' a prendere un po' d'aria! Guarda come sei pallida!
Ah, me ne ero dimenticato (ora dimentico sempre qualche cosa): ho terminato per te uno scapolare, ho messo dentro una preghiera, angelo mio, che una monaca giunta da Kiev mi ha insegnata l'anno scorso, è già pronto fin da stamane. Mettitelo al collo, Natascia. Forse Dio ti manderà la salute. Noi non abbiamo che te.
E la vecchietta trasse da un cassetto del suo tavolino da lavoro la piccola croce che Natascia portava di solito sul petto; allo stesso nastrino era adesso attaccato uno scapolare nuovo.
- Portalo, e possa ridarti la salute! - aggiunse infilando il nastrino al collo della figlia e facendole il segno della croce. - Una volta, ti benedicevo così ogni sera, prima che tu andassi a letto, e leggevo una preghiera che tu ripetevi con me. Ora non sei più quella che eri prima, e Dio non vuol concedere pace alla tua anima. Ah, Natascia, Natascia, nemmeno le preghiere di tua madre servono per te!
E la vecchietta si mise a piangere.
Natascia le baciò in silenzio la mano e fece un passo verso la porta; poi, improvvisamente, tornò indietro e si avvicinò a suo padre. Il petto le ansava.
- Babbino, benedite anche voi... vostra figlia! - disse con voce soffocata, inginocchiandosi davanti a lui.
Rimanemmo tutti turbati da quel suo atto inatteso ed eccessivamente solenne, e il vecchio la fissò per alcuni momenti con sguardo smarrito.
- Natascia, figliuola mia, bambina mia cara, che hai? - domandò finalmente, e le lacrime gli sgorgarono copiose dagli occhi. - Perché ti struggi? Perché piangi giorno e notte? Io vedo tutto; io non dormo, di notte, mi alzo e vengo ad origliare alla tua porta!... Dimmi tutto, Natascia, apri il cuore al tuo vecchio padre, e noi...
Non terminò la frase; fece alzare la figlia e l'abbracciò. Ella gli si strinse perdutamente contro al petto e nascose il viso contro la sua spalla.
- Nulla, non è nulla, è così... non mi sento bene... - ripeteva la fanciulla, soffocando pei singhiozzi a stento repressi.
- Che Dio ti benedica, come io ti benedico, figliola mia cara, tesoro mio, - disse il padre; - che Egli ti dia una volta per sempre la pace dell'anima e ti preservi da ogni disgrazia. Prega Dio, tesoro mio, che la mia preghiera di peccatore giunga fino a Lui.
- Anche la mia, anche la mia benedizione è sopra di te! - aggiunse la vecchietta, prorompendo in lacrime.
- Addio! - mormorò Natascia.
Sulla soglia, ella si fermò, guardò ancora una volta i suoi vecchi, fece per dire qualche cosa, ma non poté farlo, e se ne andò precipitosamente. Io mi slanciai sul suoi passi, presentendo una sciagura.
CAPITOLO 8
Se ne andava in silenzio, a testa bassa, senza guardarmi. Ma percorsa la strada in tutta la sua lunghezza e giunta sul lungo fiume della Neva, si fermò di botto e mi afferrò una mano.
- Soffoco! - disse. - Il cuore mi si spezza... soffoco.
- Torniamo a casa, Natascia! - esclamai spaventato.
- Possibile che tu non capisca, Vania, che me ne sono venuta via per sempre, che li ho abbandonati e che non tornerò mai più? - disse guardandomi con indescrivibile dolore.
Mi venne meno il cuore. Oh! io avevo presentito ogni cosa. Già da gran tempo, recandomi da loro, avevo visto tutto quello che ora accadeva, sebbene avvolto come in una nebbia, eppure rimasi colpito da quelle parole come da un fulmine.
C'incamminammo malinconicamente lungo la ripa. Non potevo parlare né ragionare, mi sentivo assolutamente sperduto. La testa mi girava. Quel che accadeva mi sembrava mostruoso, inverosimile.
- Mi giudichi molto colpevole, Vania? - mi domandò infine.
- No, ma... ma non posso credere; non può essere, - risposi, senza sapere che cosa dicessi.
- No, Vania, questo è già! Ora li ho abbandonati e non so cosa ne sarà di loro... Non so nemmeno che ne sarà di me!
- Vai da "lui", Natascia?
- Sì! - rispose.
- Ma non è possibile! - esclamai come fuori di me. - Lo sai anche tu che non è possibile, Natascia, povera fanciulla mia! E' una pazzia!
Ucciderai i tuoi e perderai te stessa! Lo sai, questo, Natascia?
- Lo so; ma che posso farci? Non dipende più dalla mia volontà! - disse lei, e c'era tanta disperazione nelle sue parole, che pareva fosse avviata al patibolo.
- Torna, torna indietro, prima che sia troppo tardi! - continuavo a supplicarla, e quella mia supplica diventava tanto più ardente ed insistente, quanto più ne comprendevo la inutilità e l'assurdità in quel momento. - Ti rendi conto, Natascia, di ciò che fai con tuo padre? Hai pensato a questo? Suo padre è nemico del tuo, il principe ha oltraggiato tuo padre; l'ha sospettato di furto; gli ha gettato in faccia del ladro. Sono in causa... Macché! Questo non è il più importante... ma sai tu, Natascia... (oh Dio, ma sì che tu sai tutto...) sai che il principe ha espresso il sospetto che tua madre e tuo padre abbiano di proposito condotto le cose in modo che Alioscia s'innamorasse di te, quando quel giovane è stato da voi in campagna ?
Pensa, figurati come deve aver sofferto tuo padre per una simile calunnia! I suoi capelli sono diventati bianchi in questi due anni, guardalo un po'! Ma tu lo sai, Natascia! oh Signore misericordioso, tu sai tutto! Non dico poi che colpo debba essere per loro il fatto di perderti per sempre! Tu sei il loro tesoro, l'unico tesoro che sia rimasto loro nella vecchiaia. Non te ne parlo, non voglio parlartene, perché lo sai meglio di me; ricordati che tuo padre ti considera calunniata, offesa da quella gente altera, e non vendicata! E adesso proprio in questi ultimi tempi, la lite si è riaccesa; tutto il vecchio rancore che rodeva gli animi si è esacerbato per il fatto che avete accolto di nuovo Alioscia in casa vostra. Il principe ha oltraggiato tuo padre una seconda volta; l'ira ribolle ancora nel cuore del tuo vecchio per questa nuova offesa, e, ad un tratto, tutte le accuse gettate dal principe in faccia a tuo padre risulteranno vere! Tutti coloro che sono al corrente di questa faccenda adesso giustificheranno il principe e condanneranno tuo padre. Che ne sarà di lui? Questo colpo l'ucciderà di sicuro! E l'onta, il disonore, da chi gli verranno? Dalla sua propria figliola, dalla sua adorata figliola!
E tua madre? Non potrà certo sopravvivere al vecchio... Natascia, Natascia! Che stai facendo? Torna indietro! Rientra in te!
Lei taceva; infine mi guardò quasi con rimprovero, e il suo sguardo fu pieno d'un dolore talmente acuto, d'una tale sofferenza, che capii quanto il suo povero cuore ferito sanguinasse anche senza le mie parole. Capii quanto le fosse costata quella decisione e come le torturassi, le sferzassi l'anima con le mie parole, inutili e tardive... Sì, capivo ogni cosa, eppure non potevo trattenermi e continuavo a parlare:
- Ma non hai detto tu stessa ad Anna Andrejevna, or ora, che «forse» non saresti andata... in chiesa... questa sera? Dunque, avevi intenzione di non uscire; dunque, non avevi preso ancora una decisione definitiva... Non è così?
Lei non fece che abbozzare un amaro sorriso. Ma perché le avevo fatto quella domanda? Non vedevo forse che tutto in lei era irrevocabilmente deciso? Ero fuori di me.
- Possibile che l'ami fino a tal punto! - esclamai col cuore sospeso, guardandola, quasi senza aver coscienza di quanto le dicevo.
- Cosa vuoi che ti risponda, Vania? Tu lo vedi: mi ha ordinato di venire qui, e qui l'aspetto, - disse con lo stesso sorriso amaro.
- Ascolta, ascoltami un poco, - ricominciai supplichevole, aggrappandomi a un filo di speranza. - Si può ancora rimediare a tutto, tutto può essere fatto in altro modo. Non è poi necessario fuggire di casa. T'insegnerò io quello che devi fare, Natascia. Assumo io l'incarico di pensare a tutto, di procurarvi la possibilità d'incontrarvi, tutto ciò che vorrete... Soltanto, non andartene via di casa! M'incarico di portare a lui le tue e a te le sue lettere. Perché non dovrei farlo? E' sempre meglio di quello che stai per fare adesso.
Saprò far bene; sarete contenti di me tutti e due; vedrai che saprò accontentarvi... E così non ti rovinerai, Natascia, come stai per rovinarti adesso... Facendo come vuoi far tu adesso, ti perdi, Natascienka, ti perdi irrimediabilmente. Dammi retta, Natascia, e tutto procederà per il meglio e felicemente, e avrete la possibilità di amarvi quanto vorrete... E quando i vostri padri avranno smesso di litigare (dovranno ben riconciliarsi un giorno o l'altro), allora...
- Basta, Vania, lascia stare, - m'interruppe lei stringendomi fortemente la mano e sorridendomi attraverso le lacrime. - Come sei buono, Vania! Sei buono e leale! E neanche una parola di rimprovero per quanto ti riguarda! Io ti ho tradito e tu non fai altro che pensare alla mia felicità; tu mi perdoni tutto. Vuoi agevolare tu stesso la nostra corrispondenza...
Ella pianse.
- Io so, Vania, quanto mi hai amata, quanto mi ami ancora adesso, e da che siamo insieme non mi hai ancora detto una sola parola amara, una sola parola di rimprovero! E io! io!... Dio mio, come sono colpevole verso di te! Ti ricordi, Vania, ti ricordi il tempo del nostro amore?
Ah, meglio sarebbe se non l'avessi incontrato mai, se non l'avessi mai conosciuto!... Avrei trascorso la vita con te mio caro, mio buon Vania! ... No, io non sono degna di te! Vedi bene come sono! In un momento come questo ti ricordo la nostra felicità passata, senza pensare che tu soffri già abbastanza per te stesso! Ecco, sei stato tre settimane senza venire da noi, e nondimeno, te lo giuro Vania, neppure una volta mi è passato per la testa il sospetto che mi avessi maledetta o che mi odiassi. Io sapevo perché ti eri allontanato! Non volevi disturbarci, non volevi essere, davanti a noi, un rimprovero vivente. E non era forse penoso anche per te vederci insieme? Ma io ti ho aspettato, Vania, ti ho aspettato tanto! Senti Vania, anche se amo Alioscia come una pazza, come una vera pazza, forse quello cui voglio ancora più bene, come amico, sei tu. Vedo già fin d'adesso e capisco benissimo che non potrò mai vivere senza di te; tu mi sei indispensabile, mi occorre il tuo cuore, la tua anima d'oro... Ah Vania, che giorni amari, che giorni penosi stanno sopraggiungendo per noi!
Ella ruppe in pianto. Soffriva realmente, e molto.
- Ah, quanto, quanto desideravo vederti! - continuò soffocando le lacrime, - Come sei dimagrito e impallidito! Che aria da malato hai!
Sei stato veramente ammalato, Vania? E io che non te lo domando nemmeno, e continuo sempre a parlare di me sola! Ebbene, come vanno le tue faccende con quei giornalisti? E il tuo nuovo romanzo va avanti?
- Ma si può forse pensare ai miei romanzi e a me adesso? I miei affari? Vanno come Dio vuole, e lasciamoli andare! Ecco, Natascia, vorrei sapere se è stato Alioscia a metterti in testa di andare a stare con lui.
- No, o almeno non lui soltanto, l'ho desiderato io stessa, e più di lui. Vero è che la proposta venne prima da lui... ma anch'io... Vedi, caro, ti racconterò tutto: gli hanno trovato una fidanzata, una ragazza ricca e del gran mondo, imparentata con famiglie altolocate.
Suo padre esige assolutamente che egli la sposi, e tu sai bene che intrigante è suo padre; ha messo in moto tutte le leve di cui può disporre; un'occasione come quella è tanto se capita ogni dieci anni.
Relazioni, ricchezza... Dicono, inoltre, che è molto bella, molto colta ed educata, che ha pure un cuore generoso; insomma, è una vera e propria scoperta sotto tutti gli aspetti. Alioscia ne è già un po' invaghito. Inoltre, suo padre desidera liberarsi di lui il più presto possibile, perché pensa di passare a sua volta a seconde nozze; ha deciso, quindi, di rompere a ogni costo, nel modo più assoluto, la nostra relazione. Ha paura di me e della mia influenza su Alioscia...
- Ma il principe, dunque, è al corrente del vostro amore? - le domandai, stupito, interrompendola. - Finora non aveva che delle supposizioni; non sapeva nulla di preciso.
- Sì, sa; sa tutto.
- Ma chi l'ha informato?
- Alioscia stesso gli ha raccontato ogni cosa tempo fa. Me lo disse lui stesso.
- Dio Santo, ma che c'è tra voi? Perché andargli a raccontare tutto, e proprio adesso?
- Non giudicarlo male Vania, - m'interruppe Natascia - e non ridere di lui! Non può essere giudicato come tutti gli altri. Sii giusto! Sai bene che non è come gli altri, come noi due, per esempio. E' un bambino, ciò dipende anche dall'educazione che ha avuto. Capisce forse quel che fa? La prima forte impressione, la prima influenza estranea possono farlo staccare da quello cui un momento prima si era abbandonato col più sincero giuramento. Non ha forza di carattere.
Egli, per esempio, ti adora, e nello stesso giorno si lascia rapire da un altro sentimento, con la stessa sincerità e la stessa franchezza, e per giunta viene a raccontartelo lui stesso. Sarebbe forse capace di commettere una cattiva azione, ma non sarebbe possibile incolparmelo; non si potrebbe che averne pietà. E' capace anche di un sacrificio, e di un grande sacrificio! Questo, però, solo fino a quando non sia colpito da qualche nuova impressione; ché, in tal caso, dimentica tutto quanto. "Così, dimenticherà anche me se non sarò continuamente con lui!" E' fatto così!
- Ah, Natascia, forse non è nemmeno vero; può darsi che siano soltanto dicerie. Come vuoi che si sposi, così giovane, quasi un ragazzo ancora?
- Ti dico che suo padre ha le sue buone ragioni.
- Ma come puoi tu sapere che la sua fidanzata sia così bella e che egli se ne sia persino invaghito?
- Me l'ha detto lui stesso.
- Come? T'è forse venuto a dire che potrebbe amare un'altra, e ha osato, al tempo stesso, chiederti il sacrificio che stai compiendo per lui?
- No, Vania, no, tu non lo conosci; l'hai visto troppo poche volte; bisogna conoscerlo a fondo per poterlo giudicare. Non c'è al mondo un cuore più puro e più leale del suo! Ebbene? Sarebbe forse meglio, secondo te, che mentisse? Quanto al fatto di essersi lasciato invaghire da un'altra, sono convinta che gli basterebbe stare una settimana senza vedermi per dimenticarmi e innamorarsi di un'altra; ma so pure che non appena tornasse a vedermi tornerebbe subito di nuovo ai miei piedi. No! Per me è meglio sapere tutto, altrimenti morrei di sospetti. Sì, Vania! Ne sono convintissima: "se non sarò con lui sempre continuamente, ogni minuto della vita, egli non mi amerà più, mi dimenticherà e mi abbandonerà". E' fatto così. Qualunque donna può trascinarselo dietro. E che ne sarebbe di me, allora? Morirei di sicuro... Ma che sarebbe la morte? Morirei con piacere! Come potrei vivere senza di lui, piuttosto? Per me sarebbe peggio della morte, peggio di qualunque tormento. Ah, Vania, Vania! Credi che, se ho lasciato mio padre e mia madre, non l'ho certo fatto senza una ragione. Non cercare di persuadermi: tutto è deciso. Egli deve essere vicino a me ogni ora della vita, ogni momento, tornare indietro non posso. So bene che mi sono perduta, e che ho portato alla perdizione gli altri.. Ah, Vania! - esclamò ad un tratto, scossa da un tremito, - e se egli non mi amasse più davvero? E se fosse vero ciò che hai detto or ora di lui, - (io non avevo mai detto nulla di simile), - che m'inganna, che finge soltanto di essere così leale e sincero, e in realtà fosse cattivo e vanitoso? Io continuo a difenderlo davanti a te, e chissà se proprio in questo momento egli non se ne sta con un'altra e non si burla di me in cuor suo... e io, vile, ho abbandonato tutto e corro le strade cercandolo... Oh, Vania!
Quel gemito che le uscì dal profondo dell'animo fu così doloroso, che il mio cuore pianse d'angoscia. Compresi che Natascia aveva perso ormai ogni padronanza di se stessa. Solo una pazza, una cieca gelosia, spinta all'ultimo grado, poteva averle suggerito quella folle decisione. Ma anche in me avvampò allora la gelosia, e mi proruppe dal cuore. Non seppi trattenermi; e fui trascinato da un cattivo sentimento.
- Natascia, - dissi, - una sola cosa non posso capire, come puoi amarlo dopo quanto tu stessa hai detto or ora di lui? Non hai stima di lui, non credi nemmeno al suo amore, e nondimeno ti dai a lui senza ritorno, e rovini la vita di noi tutti per lui solo? Che cosa è questo? Per te, non potrà essere che un continuo tormento, e neppure lui sarà felice con te. Tu l'ami troppo, Natascia; credimi, tu l'ami troppo! Un simile amore non lo capisco!
- Sì, l'amo come una pazza, - rispose lei impallidendo come per un forte dolore. - Non ti ho mai amato così, Vania. So bene anch'io d'essere impazzita e di amarlo assai più di quanto dovrei. Il mio amore non è punto bello... Ascoltami, Vania: anche prima, anche nei più felici momenti del nostro amore, ho sempre saputo, ho sempre presentito che non mi avrebbe dato altro che torture. Ma che ci posso fare, se anche le torture che mi vengono da lui sono una felicità per me? Vado forse da lui per cercare la gioia, io? Non so, forse, fin d'ora, tutto ciò che mi aspetta nella vita comune con lui, e tutto ciò che dovrò sopportare? Mi ha giurato di amarmi sempre, mi ha fatto tante promesse; io, invece, non ho fede neanche in uno dei suoi giuramenti, non ne faccio nessun conto, e non ho mai contato su di essi nemmeno prima, pur sapendo che non mi mentiva e che non era nemmeno capace di mentire. Gli ho detto io stessa che non voglio legarlo in alcun modo. Con lui è molto meglio agire così: le catene non piacciono a nessuno, a me meno che a qualunque altra. Eppure sono contenta di essere la sua schiava, di esserlo di mia propria volontà, e sono decisa a sopportare tutto, proprio tutto da lui, qualunque cosa, purché io possa rimanere con lui, vederlo! Credo sopporterei persino che ne amasse un'altra, purché la cosa avvenisse in mia presenza, purché anch'io fossi accanto a lui... E' una vigliaccheria, questa, Vania? - mi domandò a un tratto, fissandomi con occhi febbrili. Per un istante, mi sembrò perfino che avesse il delirio. - E' una vigliaccheria questo mio desiderio? - ripeté. - Ebbene? So anch'io che è una vigliaccheria e ciò nonostante, dovesse abbandonarmi, lo seguirei fino in capo al mondo, anche se mi respingesse, anche se mi scacciasse da sé. Tu cerchi di persuadermi, ora, a tornare nella casa dei miei; ma a che servirebbe? Se anche oggi tornassi, domani me ne tornerei via di nuovo, solo che me lo ordinasse, solo che mi chiamasse con un fischio come si chiama un cane: lo seguirei dovunque... Sofferenze? Non ho timore delle sofferenze che mi verranno da lui! Saprò di soffrire per lui... Oh, non è possibile spiegarti quello che sento, Vania!
«E il padre, e la madre?» pensai. «Sembra che li abbia già dimenticati del tutto».
- Non ti sposerà neppure, allora, Natascia?
- Me l'ha promesso, mi ha promesso tutto. Se adesso mi ha chiamata, è appunto perché domani ci sposiamo fuori di città; ma non sa quello che fa. E' anche probabile che non sappia nemmeno in che modo ci si sposa.
E che marito sarebbe poi? E' una cosa ridicola... E se anche ci sposassimo, in seguito sarebbe infelice e mi farebbe dei rimproveri...
Non voglio che possa rimproverarmi un giorno cosa alcuna. Voglio dargli tutto senza ricevere nulla da lui. Dal momento che, sposandomi, sarebbe infelice, come potrei esigere una cosa simile?
- Oh, ma queste che dici sono parole di delirio, Natascia! - esclamai.
- Così, andrai direttamente da lui adesso? - le domandai.
- No, mi ha promesso di venire a prendermi qui; abbiamo fissato...
Ed ella guardò avidamente lontano, ma non si vedeva ancora nessuno.
- E lui non è ancora qui? E tu sei venuta "per prima!" - esclamai indignato.
Natascia sembrò barcollare sotto il colpo. Uno spasimo le contrasse il viso.
- Può anche darsi che non venga affatto - soggiunse poi con un amaro sorriso. - L'altro ieri mi scrisse che, se non gli avessi promesso di venire questa sera, sarebbe stato costretto a rimandare la sua decisione di sposarmi subito; suo padre lo avrebbe accaparrato per condurlo dalla fidanzata. Me lo scrisse in modo così semplice, così naturale, come se la cosa non avesse alcuna importanza... E se fosse davvero andato da "lei", Vania?
Io non risposi. Lei mi strinse fortemente la mano e i suoi occhi ebbero un lampo.
- E' andato da lei, - disse con voce appena percettibile. - Sperava, scrivendomi, che non sarei venuta, per poter andare da lei, e giustificarsi, in seguito, dicendo di avermi avvertita e che io stessa avevo rifiutato di venire. Ne ha abbastanza di me e cerca il modo di abbandonarmi... Oh Dio! Pazza che sono! Non mi ha forse detto egli stesso, l'ultima volta che ci siamo incontrati, che gli sono venuta a noia?... Che cosa aspetto, qui, dunque?
- Eccolo! - gridai, scorgendo Alioscia che veniva avanti lungo la ripa.
Natascia trasalì, gettò un lievissimo grido, fissò attentamente Alioscia, che stava avvicinandosi, e lasciando a un tratto la mia mano, gli corse incontro. Egli affrettò pure il passo e un momento dopo ella era tra le sue braccia. La strada era deserta; oltre noi tre, non si vedeva anima viva. I due si baciavano, ridevano; Natascia rideva e piangeva, a un tempo, quasi l'incontro avvenisse dopo un interminabile distacco, Il sangue era affluito alle sue guance pallide; sembrava fuori di sé... Allora mi notò e mi si avvicinò immediatamente.
CAPITOLO 9
Io scrutavo avidamente il suo viso, sebbene l'avessi visto parecchie volte prima d'allora; lo fissavo negli occhi, come se il suo sguardo potesse risolvere tutti i miei dubbi e chiarirmi come e in che modo aveva potuto affascinare Natascia, far nascere nell'animo di lei un amore così folle, un amore che le faceva dimenticare il suo primissimo dovere, che le faceva sacrificare quanto aveva avuto sino allora di più sacro.
Il principe mi prese ambo le mani, me le strinse fortemente, e il suo sguardo mite e sereno mi penetrò fino in fondo al cuore.
Sentii allora che le mie conclusioni a suo riguardo potevano essere errate, non foss'altro che perché egli era per me un avversario.
Certo, non gli volevo bene, e confesso che mai, neanche prima, avevo potuto volergliene; forse, fra quanti lo conoscevano, ero l'unico a non amarlo. Aveva in sé molte cose che non mi piacevano; mi urtava persino il suo aspetto elegante, forse perché, a parer mio, lo era troppo, esageratamente. In seguito capii che non ero giusto nemmeno in quello. Era alto, snello, sottile; aveva il viso ovale, sempre pallido, i capelli biondi, grandi occhi azzurri, miti e pensierosi, in cui, a momenti, brillava la più franca e infantile allegria; le sue labbra rosse, tumide e di taglio perfetto, avevano quasi sempre una piega seria; tanto più affascinante e inatteso era il sorriso che vi sbocciava a un tratto, un sorriso talmente ingenuo e franco, che, guardandolo, chiunque, e di qualunque umore fosse, sentiva l'irresistibile bisogno di ricambiargli un identico sorriso. Vestiva senza ricercatezza, ma sempre con un'eleganza piena di buon gusto; si capiva che quest'eleganza in ogni cosa non gli costava nessuna fatica, essendogli innata.
In realtà, si notavano anche in lui certe inclinazioni poco belle, certe brutte abitudini, di quelle che fanno parte delle così dette «buone maniere»: la leggerezza, la presunzione, la cortese arroganza.
Ma era troppo sereno e semplice d'animo, ed era anche il primo a confessare quei suoi difetti, a dolersene e a deriderli. Ritengo, adesso, che quel fanciullo non sarebbe mai stato capace di mentire, nemmeno per scherzo, e che, se anche avesse mentito, l'avrebbe fatto senza sospettarvi alcun male. Persino il suo egoismo aveva qualcosa di simpatico; forse appunto perché non cercava di nasconderlo. Non c'era nulla, in lui, di nascosto. Era debole, fiducioso e timido di cuore, mancava assolutamente di forza di volontà. Offenderlo o ingannarlo sarebbe stato un peccato, una vergogna, proprio come offendere un bambino. Era molto più ingenuo di quanto avrebbe dovuto esserlo un giovane della sua età, e non sapeva quasi nulla della vita reale; del resto, credo che nemmeno a quarant'anni ne avrebbe saputo molto di più. Gli uomini come lui sembravano destinati a essere eternamente minorenni. Mi pareva non potesse esistere persona che non gli volesse bene: sapeva cattivarsi l'amore di tutti come un bimbo carezzevole.
Natascia aveva detto il vero: egli sarebbe stato capace di commettere anche una cattiva azione sotto la spinta d'una forte influenza; più tardi, però, venendo a conoscenza delle conseguenze di tale azione, il pentimento sarebbe bastato a ucciderlo. Natasciasentiva istintivamente che, nelle loro relazioni, ella sarebbe stata la padrona, che l'avrebbe dominato, che Alioscia avrebbe potuto diventare persino la sua vittima. Ella pregustava il godimento di amare senza limite né ritegno alcuno, e di torturare fino allo spasimo l'essere amato, appunto perché lo si ama, e forse per questo si era affrettata a fargli il sacrificio di se stessa.
Anche negli occhi di lui, però, splendeva l'amore, e la guardava come estatico. Ella mi gettò uno sguardo di trionfo. In quel momento aveva dimenticato tutto: i genitori, il distacco da loro, i suoi sospetti...
Era semplicemente felice.
- Vania! -esclamò, - sono colpevole dinanzi a lui; non ne sono degna!
Credevo, Alioscia, che non saresti venuto. Dimentica i miei cattivi pensieri, Vania. Ti compenserò di tutto! - aggiunse guardando Alioscia con infinito amore.
Egli sorrise, le baciò la mano e, senza più lasciare quella mano, mi disse:
- Non incolpate nemmeno me. E' da gran tempo che desidero abbracciarvi come un fratello; Natascia mi ha molto parlato di voi. Ci conosciamo appena e non abbiamo ancora stretto amicizia. Siamo dunque amici e...
perdonateci, - aggiunse a mezza voce, arrossendo leggermente, ma con un sorriso così bello, che non potei far a meno di ricambiarglielo con tutto il cuore.
- Sì, sì, Alioscia, egli è nostro fratello; ci ha già perdonato e non potremmo essere felici senza di lui. Te l'ho già detto... Oh, Dio, come siamo crudeli noi due, Alioscia! Ma d'ora in poi, vivremo tutt'e tre insieme... Vania! - continuò ella, e le sue labbra tremarono, - ecco, adesso tu tornerai da "loro"; tu hai un cuore d'oro, ed essi, anche se non potranno perdonarmi, vedendo che tu mi hai perdonata, forse non saranno troppo spietati con me. Racconta loro ogni cosa; trova, per farlo, parole proprio "tue", parole del "tuo" cuore...
Difendimi, salvami; spiega loro tutte le ragioni che mi hanno spinta a questo, così come le hai capite tu stesso. Sai, Vania, che forse non mi sarei decisa, oggi, se tu non fossi stato accanto a me? Tu sei la mia salvezza; ho subito posto tutte le mie speranze in te; ho pensato che tu avresti saputo riferire loro la cosa in modo da attutire il primo colpo, il primo orrore. Oh, Dio, Dio mio!... Di' loro, da parte mia, Vania, che so di non poter essere perdonata: se anche papà e mamma mi perdonassero, Dio non mi perdonerebbe mai. Di' loro, inoltre, che però, anche se mi dovessero maledire, io continuerò lo stesso a pregare per loro e a benedirli per tutta la vita. Tutto il mio cuore è loro! Ah, perché non possiamo essere tutti felici? Perché? Perché?...
Dio mio! Che cosa ho fatto! - esclamò a un tratto come se proprio in quel momento fosse tornata in sé, e, tutta tremante, si coprì il viso con le mani.
Alioscia l'abbracciò e, senza dir nulla, se la strinse forte al petto.
Seguirono alcuni minuti di silenzio.
- E voi avete avuto il coraggio di chiederle un simile sacrificio? - domandai allora ad Alioscia, guardandolo con occhi pieni di rimprovero.
- Non fatemene colpa! - ripeté. - Vi assicuro che tutte queste disgrazie, pur essendo adesso gravissime, non sono che momentanee. Ne sono assolutamente convinto. Purché si abbia la forza di superare questo penoso momento; me l'ha detto anche lei. Sapete benissimo anche voi che la causa di tutto è l'orgoglio di famiglia, la lite di cui nessuno ha bisogno, quel disgraziato processo!... Ma (e vi assicuro che ci ho pensato a lungo)... un giorno o l'altro tutto deve finire.
Ci uniremo, e allora ogni cosa procederà felicemente, e anche i nostri vecchi si metteranno d'accordo e si riconcilieranno l'uno con l'altro, vedendo la nostra felicità. Chissà, forse il nostro matrimonio sarà il punto di partenza per la loro riconciliazione. Credo persino che non possa essere diversamente Che ve ne pare?
-Voi dite: il matrimonio. Quando avverrà dunque questo vostro matrimonio ? - domandai, gettando uno sguardo a Natascia.
- Domani o dopodomani; in ogni modo, non più tardi di dopodomani.
Vedete, veramente non lo so bene neppure io, e non ho ancora preparato nulla. Credevo che Natascia non sarebbe venuta, oggi. Inoltre, mio padre voleva assolutamente portarmi, questa sera, dalla mia fidanzata (Natascia vi ha detto che mi offrono una fidanzata, vero? Ma io non la voglio). Quindi, non potevo calcolare ogni cosa con precisione.
Nondimeno, sono sicuro che dopodomani ci sposeremo. Almeno, io ne ho la convinzione; come si potrebbe, infatti, farne a meno? Domani stesso ci avvieremo in direzione di Pskov. In un paesello non molto lontano da qui, ho un mio amico, che abita sempre in campagna, in una sua tenuta; fu mio compagno di scuola; è un bravissimo uomo, ve lo farò conoscere, forse. In quel paesello ci dev'essere anche un prete, ma non sono neppure ben certo che ci sia. Avrei dovuto informarmi prima, ma confesso che me ne è sempre mancato il tempo. D'altronde, in realtà, tutte queste non sono che inezie. Basta che sia deciso l'essenziale. Si potrebbe anche invitare un prete da qualche paesetto vicino, non vi pare? Debbono pur esserci altri paesetti là intorno!
Peccato, però, che non abbia ancora avuto il tempo di scrivere due righe laggiù; sarebbe opportuno avvertirli in tempo. Il mio amico potrebbe anche non essere a casa... Ma questa è l'ultima cosa... Quel che importa è d'aver preso una ferma decisione; tutto il resto verrà da sé, non vi pare? Intanto, fino a domani o a dopo domani, Natascia rimarrà, da me. Ho affittato un appartamentino in cui vivremo anche dopo il matrimonio. Non tornerò più ad abitare con mio padre. E voi verrete a farci visita, vero? Ho arredato tutto per benino. I miei ex- compagni di liceo ci frequenteranno, daremo delle serate...
Io lo guardavo perplesso, con l'animo pieno d'angoscia. Natascia mi supplicava con lo sguardo di non giudicarlo in modo troppo severo e di essere indulgente. Ascoltava le sue chiacchiere con un sorriso di tristezza sulle labbra, e al tempo stesso sembrava ammirarlo come si ammira un bambino vivace ed allegro, ascoltando il suo cinguettio, poco ragionevole, ma tanto incantevole. Lo guardai con rimprovero. Un immenso peso mi opprimeva il cuore.
- Ma vostro padre? - domandai. - Siete sicuro che vi abbia a perdonare?
- Ma certo! Non potrebbe far altro. A tutta prima, si capisce, mi maledirà, non lo metto nemmeno in dubbio. Che volete? E' così, ed è sempre stato molto severo a mio riguardo. Può anche darsi che si vada a lagnare con qualcuno; cercherà di valersi della sua autorità paterna... Ma non ci sarà nulla di serio. Mi vuole infinitamente bene; si adirerà, poi perdonerà ugualmente. Allora tutti si riconcilieranno, e saremo tutti felici. Anche il padre di Natascia.
- E se non perdonasse? Avete pensato anche a questo?
- Perdonerà senza dubbio; non tanto presto, forse, ma perdonerà.
Ebbene, gli darò la prova che anch'io ho un carattere forte. Egli continua a sgridarmi, dicendo che sono un uomo senza carattere, che sono leggero. Ecco, adesso avrà modo di verificare coi fatti se sono leggero. Crearsi una famiglia, non è cosa da poco; allora non sarò più un ragazzo, voglio dire che sarò anch'io come tutti gli altri...
insomma, come gli altri uomini che hanno famiglia. Vivrò dei miei guadagni. Natascia dice che è molto più dignitoso che vivere alle spalle degli altri, come viviamo adesso. Sapeste quante cose belle mi dice! Non sarei mai giunto a pensarle da solo: sono cresciuto in un ambiente così diverso! ho avuto un'educazione così cattiva! Certo, riconosco anch'io d'essere leggero e di non essere buono a nulla. Ma sapete? L'altro ieri mi è venuto in mente un pensiero straordinario.
Veramente, non sarebbe questo il momento più adatto per riferirvelo, ma ve lo dirò lo stesso, perché voglio che anche Natascia lo senta; e voi ci darete un consiglio. Ecco: io voglio scrivere romanzi e novelle da vendere alle riviste, come fate voi. Voi mi aiuterete nei miei rapporti coi giornalisti, vero? Io conto su di voi in questa faccenda, e la notte scorsa ho meditato sul piano di un romanzo, tanto per fare la prima prova, e sapete? ho immaginato una cosina che potrebbe riuscire graziosissima. L'intreccio l'ho preso da una commedia di Scribe... (4). Ve lo racconterò più tardi. L'importante è che me lo paghino.. a voi li pagano, vero?
Non potei non sorridere.
- Ridete? - mi domandò allora Alioscia sorridendo egli pure. - No, sentite, - aggiunse con una semplicità d'animo sorprendente, - non dovete credere che io sia quello che vi sembro; vi assicuro che sono un profondo osservatore, ve ne persuaderete voi stesso. Perché non dovrei provare? Chissà che non riesca... Del resto, può anche darsi che abbiate ragione; io non so nulla della vita reale, me l'ha detto anche Natascia; d'altronde, me lo dicono tutti; che scrittore potrei essere in tal caso? Ridete, ridete pure, ma aiutatemi; lo farete per lei e non per me; so quanto le vogliate bene. Vi dirò la verità: non sono degno di lei, lo sento, ed è per me una constatazione penosa; non posso nemmeno capire per quale motivo mi abbia amato. Quanto a me, darei la vita per lei! Vi assicuro che prima di adesso non ho mai avuto timore di nulla; ora, invece, ho paura di quello che stiamo per combinare! Oh, Signore! Possibile che ad un uomo che vorrebbe assolutamente compiere il proprio dovere possano mancare le forze e la capacità necessarie? Aiutateci almeno voi, amico nostro! Voi siete l'unico amico che ci sia rimasto. Che cosa potrei capirci da solo, io?
Scusate se mi permetto di fare tanto assegnamento su di voi; io vi considero uomo di lealtà superiore e senza confronto migliore di me.
Ma mi correggerò, credetemi, diventerò degno di voi due.
A questo punto mi strinse ancora la mano e i suoi occhi bellissimi rifletterono un dolce sentimento di bontà. Teneva nella sua la mia mano con infinita fiducia, e tutto il suo essere dimostrava la persuasione che io gli fossi amico.
- Natascia mi aiuterà a correggermi, - continuò. - Non dovete pensare, tuttavia, che si tratti di alcunché di grave, né vi dovete dare troppa pena per noi. Io continuo ad avere molte speranze; quanto al lato materiale, non dovete preoccuparvi. Io, per esempio, se anche la mia idea di scrivere un romanzo dovesse fallire (a dire il vero, ero già convinto anche prima che si trattasse di una sciocchezza, e adesso non ve ne ho parlato che per conoscere la vostra opinione), in caso di necessità, potrei guadagnarmi il pane dando lezioni di musica. Voi non sapevate, vero, che conosco la musica? Non avrò vergogna di vivere nemmeno con un simile lavoro. Ho su questo argomento idee assolutamente nuove. Inoltre, posseggo un gran numero di ninnoli di valore, di oggettini da toeletta: a che mi servirebbero? Li venderò, e chissà quanto tempo potremo vivere col denaro che ne ricaverò. Infine, nella peggiore delle ipotesi, potrei decidermi a prendere un vero e proprio impiego. Mio padre ne sarebbe molto contento; mi spinge continuamente ad accettare un impiego, e io non faccio che tirare in lungo, col pretesto della mia cattiva salute. (Sono già iscritto, però, sebbene non ricordi più dove di preciso). Quando vedrà che la vita matrimoniale mi avrà giovato, rendendomi più serio, e che realmente avrò cominciato a lavorare, se ne rallegrerà e mi perdonerà...
- Ma, Alessio Petrovitc, avete pensato a quello che succederà adesso tra vostro padre e quello di Natascia? Avete pensato a quello che potrà avvenire stasera in casa loro? - e indicai Natascia, che sembrava colpita a morte dalle mie parole. Ma io non avevo più pietà.
- Sì, sì, avete ragione; è una cosa terribile! - rispose Alioscia. - Ci ho già pensato, e ne ho molto sofferto in cuor mio... Ma che fare?
Avete ragione: se almeno i suoi ci volessero perdonare! Sapeste quanto bene voglio a quei due vecchi! Sono per me come parenti, e dei più prossimi: ed ecco in che modo li ripago. Ah, queste liti, questi processi! Non potete credere quanto sia spiacevole per noi tutto questo! E perché devono odiarsi? Dovrebbero farla finita una buona volta e riconciliarsi! Io, almeno, lo farei di sicuro, al loro posto... Le vostre parole mi hanno messo paura. O Natascia, è orribile quello che stiamo per fare! Te l'ho già detto altre volte... Sei tu che insisti... Ma sentite Ivan Petrovitc, può darsi che tutto vada per il meglio; che ne pensate? Dovranno pur finire per far la pace anche loro. Saremo noi a riconciliarli. Sarà così, dovrà assolutamente essere così; non potranno opporsi al nostro amore... Ci maledicano pure, noi continueremo ad amarli; non ci potranno resistere molto, alla fine. Non potete immaginare quanta bontà di cuore dimostri talvolta mio padre. Sì, è vero, ha quel suo aspetto intransigente, ma vi assicuro che in fondo è molto ragionevole Sapeste con quanta dolcezza mi ha parlato oggi, cercando di convincermi della sua idea! E io, invece, oggi stesso, faccio il contrario di quello che vorrebbe; questo mi rende triste. E dire che non si tratta se non di stupidi pregiudizi! Una vera pazzia! Se soltanto volesse osservarla bene e rimanere con lei mezz'ora, sono convinto che ci darebbe immediatamente il suo consenso.
Ciò dicendo, Alioscia gettò uno sguardo pieno di tenerezza e di passione verso Natascia.
- Mi sono immaginato mille volte, col massimo piacere, - continuò riprendendo il suo chiacchierìo, - come mio padre si affezionerà a lei quando verrà a conoscerla, e come lei li saprà far stupire tutti quanti. Vi assicuro che non avranno mai visto una ragazza simile! Mio padre è persuaso che si tratti di una semplice intrigante. Ho il dovere di riabilitare il suo onore, e io lo riabiliterò. Ah, Natascia!
Tutti ti vorranno bene, tutti, non ci sarà al mondo una sola persona che possa non volerti bene, - aggiunse con fervore. - Benché io non lo meriti, amami, Natascia, e io... ma tu mi conosci! E, d'altra parte, occorre poi molto per essere felici? No, io credo, credo con tutta l'anima, che questa sera porterà a tutti noi la felicità, la pace e il buon accordo! Sia benedetta questa sera! E' così, vero, Natascia ? Ma che hai? Dio santo, che hai?
Natascia era pallida come una morta. Durante la lunga chiacchierata di Alioscia, aveva continuato a fissarlo in viso; il suo sguardo, però, s'era andato facendo sempre più torbido e più immobile, il volto sempre più pallido. Mi era parso che infine non l'ascoltasse più, immersa in una specie di torpore. L'esclamazione di Alioscia sembrò svegliarla di colpo. Ella tornò in sé, si guardò intorno e ad un tratto si slanciò verso di me. Poi, con gesto frettoloso, si cavò di tasca una lettera e, come se volesse nascondere l'atto ad Alioscia, me la porse. La lettera era indirizzata ai suoi vecchi ed era stata scritta il giorno prima. Consegnandomela, mi guardò fisso, senza mai distogliere gli occhi. Erano pieni di desolazione, e io non potrò mai dimenticare quel terribile sguardo. Mi sentii io pure invaso di terrore; intuii che soltanto in quel momento ella aveva pienamente capito tutto l'orrore di quanto stava facendo. Compì uno sforzo su se stessa per dirmi qualche cosa, cominciò persino a parlare, poi cadde svenuta di colpo. Ebbi appena tempo di sostenerla. Alioscia impallidì per lo spavento: le fregava le tempie, le baciava le mani e le labbra.
Circa due minuti dopo, ella riprese i sensi. Poco lontano c'era la vettura di piazza con la quale era arrivato Alioscia; questi la chiamò. Montando nella vettura, Natascia mi afferrò in un gesto folle la mano, e un'ardente lacrima mi scottò le dita. La vettura si mosse.
Io rimasi ancora a lungo sul posto, seguendola con lo sguardo. Da quel momento fu finita per la mia felicità; la mia vita si era spezzata in due. Lo sentii in modo straziante.
Lentamente tornai indietro, rifacendo la stessa strada per recarmi dai vecchi. Non sapevo che cosa avrei detto loro, né come sarei entrato in quella casa. I pensieri mi si intorpidivano in mente; le gambe non mi reggevano più.
Questa è la storia della mia felicità; così si risolse e terminò il mio amore. Ora continuerò la narrazione che ho interrotta.
CAPITOLO 10
Circa cinque giorni dopo la morte di Smith, traslocai nel suo appartamento. Fu per me un giorno d'indicibile tristezza. Il tempo era umido e freddo; cadeva la neve mista alla pioggia. Soltanto verso sera, e per un solo istante, apparve tra le nuvole il sole, e un raggio smarrito, evidentemente per curiosità, penetrò anche nella mia camera. Già cominciavo a pentirmi di essere andato ad abitare in quel luogo. La camera era veramente vasta, ma talmente bassa, annerita e dall'aria così morta che, nonostante la presenza di alcuni mobili, sembrava vuota. Pensai subito che in quell'appartamento avrei perso l'ultimo resto della mia salute, e così avvenne infatti.
Occupai tutta la mattinata a mettere in ordine le mie carte. Siccome non possedevo una cartella, le avevo trasportate in una federa, tanto che i fogli si erano confusi e sgualciti. Poi mi misi a scrivere (a quel tempo scrivevo il mio grande romanzo) ma il lavoro non procedeva; i miei pensieri erano altrove...
Gettai da parte la penna e mi sedetti alla finestra. Cadeva il crepuscolo, e mi sentivo sempre più triste. Mi assalivano cupi pensieri d'ogni genere. Mi si affacciava di continuo alla mente l'idea che, rimanendo a Pietroburgo, avrei finito per perirvi.
La primavera era imminente: come avrei potuto rivivere, pensavo, uscendo da quel guscio alla luce del giorno, aspirando il fresco sentore dei campi e dei boschi, che non vedevo più da tanto tempo! ...
Ricordo di aver pure pensato quanto sarebbe stato bello poter dimenticare completamente, grazie a qualche atto di stregoneria o a qualche miracolo, tutto ciò che era accaduto in quell'ultimo anno; dimenticare completamente, rinfrescare la testa, e ricominciare da capo con forze nuove. A quel tempo potevo ancora sognare una simile possibilità e speravo di poter risorgere.
«Potessi almeno essere ricoverato in un manicomio!», pensai alla fine.
«Là il mio cervello, voltandosi, riuscirebbe forse a trovare un altro equilibrio e a guarire».
Allora c'era ancora in me la sete della vita e la fede in questa vita!
Mi ricordo, però, di essere scoppiato subito in una risata.
«E che cosa potrei fare dopo, una volta uscito dal manicomio? Scrivere ancora romanzi?».
Così fantasticavo e mi struggevo, e il tempo passava. Venne la notte.
Quella sera avevo un appuntamento con Natascia, che il giorno prima mi aveva mandato un biglietto, pregandomi insistentemente di recarmi da lei. Balzai in piedi e mi preparai a uscire. Avevo un immenso desiderio di andarmene al più presto da quella camera, di trovarmi all'aria aperta, anche a costo di sfidare la pioggia e il fango.
Più imbruniva, più la camera pareva diventare vasta. Immaginai che da allora, ogni notte, in tutti gli angoli, avrei veduto il defunto Smith: se ne sarebbe stato seduto su una sedia a fissarmi, immobile, gli occhi addosso, come aveva fatto nella pasticceria con Adamo Ivanovitc, e ai suoi piedi sarebbe stato accoccolato Asorka. E proprio in quel momento accadde un fatto che mi colpì assai.
Per essere sincero, però, devo francamente confessare che, sia per lo stato dei miei poveri nervi malati, sia per l'impressione prodottami dal nuovo alloggio, e sia infine per la profonda malinconia cui andavo soggetto in quegli ultimi tempi, fin dall'inizio del crepuscolo ero andato via via sprofondando in quello stato d'animo in cui cado spesso di notte, da quando sono ammalato, e che chiamo "terrore mistico".
Questo terrore consiste in una morbosa sensazione di paura, di qualche cosa che non potrei ben definire neppure io, di un non so che d'inconcepibile, d'inesistente nell'ordine delle cose, ma che pur deve assolutamente, forse proprio in quel medesimo istante, avverarsi, e, quasi a dispetto di tutti gli argomenti della ragione, sorgere davanti a me come un fatto terribile, mostruoso e ineluttabile.
Di solito, quella paura va crescendo da un momento all'altro, nonostante tutti gli argomenti della ragione, di modo che, alla fine, la mente, pur acquistando in tali casi maggior lucidità che mai, perde nondimeno ogni possibilità di opporre resistenza alle sensazioni; non è più obbedita, diventa inutile, e questo sdoppiamento aumenta ancor più la paurosa angoscia dell'aspettativa. Credo sia la medesima sensazione che prova chi ha paura dei morti. Nella mia angoscia, però, l'indeterminatezza rende ancora più grandi i miei tormenti.
Ricordo che in quel momento stavo vicino alla tavola, con le spalle rivolte all'uscio; ad un tratto mi venne il pensiero che, se mi fossi voltato, avrei sicuramente visto Smith: egli avrebbe anzitutto aperto lentamente la porta, si sarebbe poi fermato sulla soglia e avrebbe girato lo sguardo per la camera; quindi, curvando lentamente la testa, sarebbe entrato, si sarebbe piantato davanti a me, mi avrebbe fissato coi suoi occhi appannati e, ad un tratto, sarebbe scoppiato a ridermi in faccia: sarebbe stata una risata insistente e silenziosa, che gli avrebbe scosso a lungo tutto il corpo decrepito. Quello spettro si era presentato alla mia immaginazione con tale chiarezza e con precisione tale, che, in uno con esso, penetrò nel mio spirito la più piena, la più assoluta convinzione che tutto doveva avverarsi indubbiamente, che si era già avverato, che io non lo vedevo per la semplice ragione che voltavo le spalle all'uscio, e che appunto in quel momento, forse, quest'uscio stava aprendosi. Mi voltai di scatto, e, oh, terrore! la porta si apriva realmente, adagio, adagio, senza far rumore, proprio come mi ero immaginato un minuto prima. Mi sfuggì un leggero grido.
Per un tempo molto lungo, non vidi apparire nessuno, come se la porta si fosse aperta da sola; poi, ad un tratto, comparve sulla soglia un essere strano: un paio d'occhi, per quanto potei notare nelle tenebre, mi fissò, osservandomi attentamente. Un brivido mi corse per tutto il corpo. Con mio grande terrore, vidi che era una bambina, e se davvero si fosse presentato davanti a me lo stesso Smith forse nemmeno lui mi avrebbe messo tanta paura come la strana, improvvisa apparizione di quella sconosciuta bambina nella mia stanza, a quell'ora e con un tempo simile, Ho già detto che aveva aperto la porta senza rumore, adagio, adagio, come se temesse di entrare. Finalmente, varcata la soglia, si fermò e mi fissò a lungo, con stupore, come impietrita; poi fece due passi e si fermò ancora davanti a me, sempre senza pronunciar parola. Allora potei osservarla meglio. Era una ragazzetta di dodici o tredici anni, piccola di statura, magra e pallida come fosse uscita proprio allora da una grave malattia, il che dava un risalto ancor più spiccato allo splendore dei suoi occhioni neri. Con la mano sinistra stringeva al petto un vecchio scialle logoro, col quale si sforzava di coprire il misero corpo tremante per il freddo serale. I suoi vestiti potevano essere giustamente definiti col nome di cenci; i fitti capelli neri non erano pettinati.
Rimanemmo così per circa due minuti, osservandoci a vicenda.
- Dov'è il nonno? - domandò con voce rauca e appena percettibile, come se provasse, parlando, un dolore al petto e alla gola.
Tutto il mio "terrore mistico" svanì in un baleno. Qualcuno mi domandava conto di Smith, dunque le tracce di costui stavano, così d'improvviso, per precisarsi.
- Il tuo nonno ? Ma è morto! - dissi a un tratto, impreparato com'ero a una simile domanda, e subito me ne pentii.
La bambina rimase per un momento immobile, nella stessa posizione di prima, poi, di colpo, fu scossa da un tremito tale, che pareva fosse in preda a un pericoloso attacco di nervi. Io mi gettai avanti a sostenerla, perché non cadesse. Dopo alcuni minuti si sentì meglio, e la vidi compiere sforzi sovrumani per nascondermi la propria agitazione. - Perdonami, perdonami, bambina mia! - dissi.
Te l'ho detto così bruscamente, senza contare che forse non si tratta neppure di tuo nonno... poveretta! ... Chi cerchi? Il vecchio che abitava qui prima di me?
- Sì, - mormorò lei a stento, guardandomi con occhi inquieti.
- Si chiamava Smith, forse?
- Sì... sì.
- Allora... allora sì, è proprio morto... Ma non affliggerti così, piccina mia. Perché non sei venuta prima? Da dove vieni adesso?...
L'hanno seppellito ieri; è morto improvvisamente, d'un colpo... Sei la sua nipote, tu?
La fanciulla non rispondeva alle mie domande affrettate e sconnesse.
Si voltò, sempre in silenzio, e si diresse a lenti passi verso la porta. Io rimasi talmente stupito, che non pensai a domandarle ancora qualche cosa, a trattenerla. Si fermò un'altra volta sulla soglia, e voltandosi verso di me, chiese:
- Asorka è morto pure?
- Sì, è morto anche Asorka, - risposi, e la sua domanda mi parve strana: anche quella fanciulla, dunque, era convinta che Asorka dovesse morire insieme al vecchio!
Udita la mia risposta, la ragazzetta uscì senza rumore dalla camera, chiudendo la porta dietro a sé con gesto cauto.
Un momento dopo, già la rincorrevo, indispettito di averla lasciata andar via senza chiederle altro. Era uscita così cautamente, che non l'avevo sentita aprire l'altra porta, quella che dava sulla scala.
«Non può aver avuto tempo di scendere», pensai, e mi fermai per ascoltare. Ma tutto era silenzio e non si sentiva alcun rumore di passi. Al pianterreno si sentì sbattere una porta, poi di nuovo tutto fu silenzio.
Cominciai a scendere in fretta le scale. La rampa che portava dal quarto piano, dove abitavo, al terzo, era a chiocciola, dal terzo in giù era a rampe diritte. Era una scala sporca e sempre buia, la solita scala delle grandi case divise in piccoli appartamenti. In quel momento il buio vi era completo. Arrivato a tastoni al terzo piano, mi fermai a un tratto, come se qualcuno mi avesse suggerito che là c'era un essere umano che cercava di sottrarsi al mio sguardo. Cominciai a tastare con le mani; la ragazza era là nell'angolo, che piangeva piano, con la faccia contro il muro.
- Senti, perché hai paura di me? - cominciai a dirle. - Ti ho spaventata, è colpa mia. Il nonno, prima di morire, si è ricordato di te; le sue ultime parole si riferivano a te.. Mi sono rimasti alcuni suoi libri, saranno tuoi. Come ti chiami? Dove abiti? Il nonno disse che abitavi nella sesta linea...
Ma non terminai la frase. La fanciulla emise un grido di spavento, per il fatto che io potessi sapere dove abitava, poi, respingendomi con la manina scarna e ossuta, si slanciò di corsa giù per le scale. Io la seguii; i suoi passi risuonavano in basso. A un tratto non li udii più... Quando giunsi in in strada, non la vidi più. Corsi fino alla Prospettiva Vosniesenski, ma giunto colà, capii che le mie ricerche sarebbero state vane: la fanciulla era scomparsa.
«Si sarà nascosta in qualche cantuccio», pensai, «mentre io scendevo le scale».
CAPITOLO 11
Non appena, però, ebbi fatto due passi sull'umido e fangoso marciapiede della Prospettiva, m'imbattei in un passante, che camminava frettolosamente, a testa china, evidentemente immerso nei propri pensieri. Con mio grande stupore, riconobbi il vecchio Ikmenev.
Era una serata d'incontri imprevisti, quella, per me. Sapevo che il vecchio era da tre giorni indisposto, ed ecco che m'imbattevo in lui, per la strada, malgrado quel tempaccio umido. L'abitudine di uscire di sera non l'aveva mai avuta nemmeno prima; da quando, poi, Natascia aveva abbandonato la sua casa, cioè da circa sei mesi, non usciva più del tutto.
Vedendomi si rallegrò in modo insolito, come un uomo che abbia finalmente trovato un amico, cui poter comunicare i propri pensieri; mi afferrò dunque per la mano, la strinse fortemente e, senza domandarmi dove andassi, mi trascinò con sé. Sembrava preoccupato, frettoloso e agitato.
«Dove sarà andato?», pensai tra me. Sarebbe stato inutile chiederglielo: era diventato terribilmente diffidente, e talvolta vedeva un'allusione oltraggiosa, un'offesa anche nella più semplice domanda del mondo.
Lo guardai di sbieco: aveva una cera da malato; negli ultimi tempi era molto dimagrito; aveva la barba non fatta da una settimana. I capelli, ormai del tutto canuti, uscivano in disordine di sotto il cappello sgualcito e pendevano in lunghe ciocche sul bavero del vecchio, logoro pastrano. Mi ero accorto anche prima che talvolta il vecchio cadeva in preda a strane amnesie: dimenticava, per esempio, di non trovarsi solo in una camera, e cominciava a parlare ad alta voce, a fare gesti con le mani. Era penoso a vedersi.
- Ebbene, Vania, che c'è di nuovo? - cominciò. - Dove andavi? Io, mio caro, sono uscito per i miei affari. Stai bene?
- Debbo chiedere a voi, piuttosto, se state bene, - risposi. - Ancora poco tempo fa eravate malato, e uscite di già.
Il vecchio non rispose, come se non avesse udito le mie parole.
- Come sta Anna Andrejevna?
- Sta bene, sta bene... Però, a dir la verità, è stata indisposta anche lei. Adesso va soggetta a grandi malinconie... si è ricordata di te, lagnandosi che non ti fai più vedere da un pezzo. Venivi da noi, adesso, vero? O forse ti disturbo, ti impedisco di andare in qualche altro posto? - mi domandò a un tratto, scrutandomi con sguardo attento e sospettoso.
Il vecchio era diventato così sensibile e irascibile, che se gli avessi risposto di non aver avuto intenzione, uscendo di casa, di recarmi da loro, si sarebbe indubbiamente offeso e separato da me con freddezza. Mi affrettai, dunque, a rispondere affermativamente, dicendo che ero appunto uscito di casa per fare una visita ad Anna Andrejevna, e lo dissi pur sapendo che avrei finito per giungere in ritardo da Natascia o che, più probabilmente ancora, non avrei più trovato modo affatto di recarmi da lei quella sera.
- Benissimo, - rispose il vecchio completamente calmato dalla mia risposta. - Benissimo...
Poi, di colpo, tacque e s'impensierì come sottacendo qualche cosa.
- Sì, così va bene, - ripeté macchinalmente di lì a cinque minuti, come svegliandosi da una profonda meditazione. - Uhm! Vedi, Vania? Tu sei sempre stato per noi come un nostro figliolo; Dio non ha voluto benedire la nostra unione con un figlio... ma in compenso ci ha mandato te; io ho sempre pensato così... anche la vecchia... sì. E anche tu ti sei sempre comportato con noi con la tenerezza e il rispetto di un vero figliolo riconoscente. Dio ti benedica per questo, come anche noi, poveri vecchi, ti benediciamo e ti amiamo... sì.
La voce gli tremò, ed egli tacque per un momento.
- Sì... e dunque? Non sei stato malato? Perché sei stato tanto tempo senza venirci a trovare?
Gli raccontai tutta la storia di Smith, adducendo a mia scusa che quella faccenda mi aveva occupato moltissimo e che, per di più, mi ero sentito anch'io indisposto; così, un po' per una cosa un po' per l'altra, non avevo potuto recarmi al Vassiljevski (dove adesso abitavano), che era una località molto lontana. Per poco non mi scappò detto che, malgrado tutto, avevo trovato modo di visitare, in quegli stessi giorni, Natascia: ma seppi trattenermi in tempo.
La storia di Smith interessò moltissimo il vecchio. Si fece più attento alle mie parole. Avendo saputo che il mio nuovo alloggio era umido, e forse anche peggiore del precedente, benché l'affitto fosse di sei rubli al mese, giunse persino ad adirarsi! In generale, era diventato molto irritabile e s'impazientiva per nulla. Soltanto Anna Andrejevna sapeva andare d'accordo con lui in tali momenti, e non sempre neppure lei.
- Uhm!... tutta colpa di quella tua letteratura, Vania! - esclamò quasi adirato. - Ti ha ridotto a vivere in soffitta; ti condurrà anche al cimitero! Te lo dicevo anche prima; te lo predicevo!... E B...?
Continua a fare critiche?
- Ma B. è morto di tisi; credo di avervelo già detto.
- Morto, uhm! ... morto! Così doveva essere. Ha lasciato qualche cosa alla moglie, ai figli? Mi sembra che tu m'abbia detto che aveva famiglia... E come può sposarsi gente simile?
- No, non ha lasciato nulla, - risposi.
- Ecco, ecco: me l'ero immaginato! - esclamò con ardore, come se la cosa lo toccasse al vivo, come se il defunto B. fosse suo fratello. - Nulla! E già, nulla! Sai, Vania, l'avevo presentito; avevo proprio presentito una simile fine per lui, fin dal tempo in cui tu lo portavi tanto in alto. E' facile dirlo: non ha lasciato nulla! Uhm! Si è meritato la gloria! Ammettiamo pure che si tratti di gloria immortale, ma la gloria non dà da mangiare. Anche per quanto riguarda te avevo presentito giusto, caro Vania; ti lodavo, ma, in cuor mio, prevedevo ciò che doveva accadere. B... è dunque morto ? Già, come avrebbe potuto fare a non morire con quella bella esistenza e in questo...
benedetto luogo?
E con un rapido, quasi involontario gesto della mano, egli mi mostrò le lontananze nebbiose della strada illuminata dai fanali, le cui deboli luci brillavano nell'aria impregnata di umidità, le case sporche, il lastrico luccicante per l'acqua, i passanti tetri e bagnati, tutto quel quadro dominato dalla nera volta del cielo di Pietroburgo, che pareva tinto con l'inchiostro di China. Eravamo già sulla piazza; davanti a noi emergeva dal buio il monumento, rischiarato in basso dai lumi a gas, e più avanti ancora s'innalzava la tetra e immensa mole della cattedrale di Isacco, profilandosi in contorni vaghi sul fondo scuro del cielo.
- Una volta, Vania, mi dicesti che B. era un uomo buono, generoso, simpatico, con sentimenti elevati e con un grande cuore. Ebbene, tutta questa tua gente simpatica e generosa finisce così! Non sanno far altro che accrescere il numero degli orfani! Uhm! Quel povero uomo non deve essere stato molto contento di morire! Ah! ah! Per me, me ne andrei in qualsiasi parte del mondo, anche in Siberia, pur d'andare via di qui... Che vuoi, bambina? - domandò a una piccina, che, sul marciapiede, tendeva la mano chiedendo l'elemosina.
Era una ragazzetta piccola e magrolina, di sette od otto anni al massimo, vestita di luridi cenci; aveva i piedini nudi in un paio di logore scarpacce, e cercava di coprire il corpicino tremante dal freddo in una specie di logora vestaglietta, che doveva esserle diventata troppo piccola da un pezzo. Il suo visino scarno e pallido era voltato verso di noi; ci guardava, timida e silenziosa, e con rassegnato timore d'un rifiuto, ci tendeva la manina tremante. Il vecchio, scorgendola, fu scosso egli pure da un forte tremito, e si voltò verso di lei con tale rapidità, che la fece persino spaventare.
Lei trasalì e si ritrasse.
- Che vuoi, che vuoi, bambina? - domandò ancora il vecchio. - Chiedi l'elemosina? Sì? Eccoti, eccoti... prendi!
E, agitato e tremante, si mise a frugare nelle tasche; ne cavò due o tre monete d'argento, ma gli sembrò poco; aprì il portafogli, ne tirò fuori un biglietto da un rublo - non c'era che quello - e mise il denaro nella mano tesa della piccola mendicante.
- Cristo ti protegga, piccina... bambina mia! L'Angelo di Dio sia con te!
E fece ripetutamente il segno della croce alla poveretta; poi, ad un tratto, essendosi ricordato che io ero lì a guardarlo, si rannuvolò e continuò per la sua strada a passi affrettati.
- Vedi, Vania, - riprese a dire dopo un lungo silenzio cupo, - io non posso vedere quei piccoli esseri innocenti che tremano dal freddo per le strade.. Come soffrono per le colpe dei loro maledetti padri e delle loro maledette madri! Però, quale madre potrebbe esser capace di mandare la sua bambina incontro a un tale orrore, se non la più disgraziata ? Probabilmente, laggiù, nella sua stamberga, ci sono altri orfani; questa che abbiamo vista è certo la maggiore; quanto alla madre, poi, forse sarà malata e... uhm! Non sono certo figli di principi. O Vania, ce ne sono molti al mondo di bambini... che non sono figli di principi! Uhm!
Tacque un momento come turbato da qualche cosa.
- Vedi, Vania, ho promesso ad Anna Andrejevna, - cominciò poi confondendosi e imbrogliandosi nelle parole. - Le ho promesso... cioè ci siamo messi d'accordo, Anna Andrejevna ed io, di prendere in casa un'orfanella... capisci, qualche poveretta, una piccina... vogliamo prenderla in casa per sempre; capisci? Per noi due vecchi è troppo triste rimanere così soli; uhm!... ma vedi? In questi ultimi tempi, sembra che Anna Andrejevna abbia rinunciato a una simile idea. Ecco, tu dovresti parlarle a questo proposito; ma sai? senza dire che te l'ho detto io... capisci, come se parlassi per conto tuo... falle capire la ragione... capisci? E' un favore che ti volevo chiedere da un pezzo... Prova tu a convincerla, come se la cosa venisse da te...
Cerca di persuaderla a consentire... io non mi sento di parlargliene... In verità, a me non occorre nemmeno quella bambina; lo faccio così per avere un po' di allegria in casa... per udire una vocina infantile.., lo faccio, in realtà, piuttosto per la mia vecchia che per me; si sentirà meglio che a essere noi due soli. Ma in fondo, sono tutte sciocchezze, queste! Sai, Vania, così non arriveremo mai a casa; prendiamo una carrozza; c'è ancora un bel pezzo di strada da fare, e Anna Andrejevna ci aspetta.
Quando giungemmo da Anna Andrejevna, erano le sette e mezzo.
CAPITOLO 12
I vecchi si amavano molto. L'amore e l'abitudine di tanti anni li avevano legati l'uno all'altra indissolubilmente. Nicola Serghejevitc, però, e non solo adesso, ma anche prima, nei tempi più felici, era poco comunicativo con la sua Anna Andrejevna; talvolta era con lei persino austero in presenza degli altri. In certe nature, dai sentimenti teneri e squisiti, esiste a volte una specie di caparbietà, come una pudica ostinazione, che vieta di esprimere anche all'essere più caro la propria tenerezza, e non solo davanti alla gente, ma anche e forse specialmente a quattr'occhi; solo di rado prorompe una tenerezza, tanto più ardente e impetuosa, quanto più a lungo trattenuta.
Così, quasi sempre, era stato il vecchio Ikmenev con la sua Anna Andrejevna, anche in gioventù. La stimava e l'amava senza limiti, nonostante quella brava donna non sapesse altro che amarlo; ma s'indispettiva, persino, che la moglie, per la sua semplicità, fosse talvolta con lui troppo imprudentemente espansiva. Dopo la partenza di Natascia, però, i due vecchi sembravano esser diventati reciprocamente più teneri; sentivano dolorosamente la loro solitudine nel mondo. E benché talvolta Nicola Serghejevitc fosse eccessivamente tetro, i due non potevano separarsi, non fosse che per due ore, senza provare un sentimento di dolorosa nostalgia. Per un tacito accordo, avevano deciso di non pronunciare mai parola sul conto di Natascia, come se non esistesse neppure. Anna Andrejevna non osava nemmeno alludere in modo troppo chiaro alla figlia in presenza del marito, benché ciò fosse molto penoso per lei. La madre aveva già perdonato da tempo a Natascia, in cuor suo, e s'era messa d'accordo con me, perché, ad ogni mia visita, le portassi notizie della sua cara, indimenticabile bambina.
Se stava a lungo senza averne notizie, le vecchietta finiva per ammalarsi, e quando andavo a portargliene, si interessava d'ogni minimo particolare, m'interrogava con spasmodica curiosità, si «alleggeriva l'animo» coi miei racconti, e per poco non morì dallo spavento il giorno in cui Natascia si ammalò. In quell'occasione mi dichiarò persino che sarebbe andata a trovare la figlia; solo se si fosse trattato d'un caso disperato, però.
Sulle prime, anche in mia presenza, non osava mai esprimere il desiderio di rivedere la figlia, e quasi sempre, dopo i nostri colloqui, dopo avermi rivolto mille domande su ogni particolare, considerava necessario mostrarsi piena di riserbo nei miei riguardi, e ribadire che, pur interessandosi della sorte di sua figlia, la riteneva tale peccatrice, da non essere possibile alcun perdono.
Non si trattava, però, che di una finzione. C'erano giorni in cui Anna Andrejevna sentiva una tale nostalgia della sua figliola, da caderne ammalata; piangeva, chiamava, in mia presenza, Natascia coi nomi più teneri, si lagnava amaramente di Nicola Serghejevitc e cominciava dinanzi a lui a fare «allusioni», sebbene con molta prudenza, sull'orgoglio umano, sulla durezza di cuore, sul fatto che non sappiamo perdonare le offese fatteci, per cui neanche Dio vorrà perdonare agli intransigenti; ma più in là non osava spingersi. In tali momenti il vecchio si faceva più duro e più tetro, e taceva accigliato, oppure, improvvisamente, di solito in modo molto goffo, attaccava ad alta voce a parlare di tutt'altro, ovvero si ritirava nella sua camera, lasciando così ad Anna Andrejevna la libertà di espandere il suo dolore in lacrime e querele. Pure nello stesso modo se ne andava ogni qualvolta mi recavo da loro, subito dopo avermi salutato, onde permettermi di comunicare ad Anna Andrejevna le ultime notizie di Natascia. Così fece anche quel giorno.
- Sono tutto bagnato, - disse appena entrato in sala, - vado in camera mia, e tu, Vania, rimani intanto qui. Ecco, racconta ad Anna Andrejevna l'incidente del tuo appartamento nuovo. Torno subito...
E si allontanò in fretta, cercando persino di non guardarci, come se si vergognasse di averci messi a contatto. In tali casi, e specialmente quando tornava in nostra compagnia dopo una breve assenza, diventava sempre molto austero con me e con Anna Andrejevna, bilioso e irascibile; sembrava indispettito contro se stesso e stizzito per la debolezza e l'arrendevolezza che aveva dimostrate.
- Ecco com'è, - disse la vecchietta, che negli ultimi tempi aveva abbandonato in mia presenza ogni infingimento. - Con me è sempre così, pur sapendo benissimo che comprendiamo tutte le sue astuzie. E' forse necessario che si nasconda da me? E perché darsi delle arie? Sono forse un'estranea per lui? Così è anche con la figlia. Avrebbe ben potuto perdonarle, ormai; può anche darsi che desideri di farlo; ma Dio solo sa quello che pensa. Ho sentito io stessa come piange di notte. In apparenza, invece, cerca di mostrarsi forte. E' dominato dall'orgoglio... Caro Ivan Petrovitc, raccontami presto, dov'è andato ?
- Nicola Serghejevitc? Non lo so, volevo chiederlo a voi.
- Io sono rimasta proprio sbalordita, vedendolo uscire. Indisposto com'è, con questo tempo, a un'ora così tarda! Ho subito pensato che dovesse trattarsi di cosa molto grave; ora, che cosa ci potrebbe essere di più grave di quell'affare che sapete? Così pensai, ma non osai chiedergli nulla. Non oso più interrogarlo. Ah, signor Iddio, ho provato uno spavento terribile tanto per lui che per lei. Pensai che si fosse deciso di perdonarle e che si fosse recato da lei: dovete sapere che è al corrente di ogni cosa sul suo conto; conosce anche le ultime notizie, ne sono convinta; non riesco, però, a indovinare dove assuma queste informazioni. E' stato molto agitato, tanto ieri che oggi. Ma perché tacete? Raccontate, presto, amico mio, tutto ciò che vi è accaduto di nuovo. Vi aspettavo come un angelo di Dio, non avevo pace. Quello scellerato ha dunque intenzione di abbandonare Natascia?
Riferii subito ad Anna Andrejevna tutto ciò che sapevo. Con lei ero sempre pienamente sincero. Le comunicai che, realmente, le relazioni tra Natascia ed Alioscia parevano prossime alla rottura, e che la cosa sembrava più seria di quanto fossero mai stati i loro precedenti disaccordi; che Natascia mi aveva scritto un biglietto in cui mi supplicava di andarla a trovare quella sera stessa, verso le nove, e che quindi, uscendo, non avevo intenzione di passare da loro, e se adesso c'ero, era perché mi ci aveva condotto Nicola Serghejevitc stesso. Le riferii e le spiegai dettagliatamente che la situazione del momento era, in generale, molto critica; che il padre di Alioscia, tornato da poco dopo un'assenza, non voleva assolutamente intendere ragione e trattava Alioscia con molta severità; ma il fatto più grave era che Alioscia stesso non aveva prevenzioni di sorta contro la fidanzata, della quale, anzi, a quanto pareva, era invaghito. Aggiunsi ancora che il biglietto di Natascia, per quanto potevo giudicare, doveva essere stato scritto da lei in un momento di forte agitazione; mi scriveva che quella sera doveva decidersi tutto, non diceva, però, con precisione, che cosa sarebbe stato quel "tutto"; mi pareva strano, inoltre, che, pur avendo scritto il biglietto il giorno precedente, m'invitasse soltanto per quella sera e mi precisasse persino l'ora: le nove. Dovevo, perciò, andarci assolutamente, e al più presto.
-Va, va, mio caro, vacci assolutamente, - fece la vecchietta, agitandosi; - appena sarà tornato qui lui e avrai preso un goccio di tè... Ah, perché non portano il samovar! Matriona! Ebbene? il samovar!
E' un'assassina e non una domestica!... Finito il tè, dunque, troverai un pretesto plausibile e te ne andrai. E domani torna assolutamente da me per raccontarmi tutto, e vieni più presto che potrai. Ah, Signore!
Non sarà capitato qualche altro disastro! Del resto, che cosa potrebbe capitare di peggio, dopo quello che è accaduto? Nicola Serghejevitc ha già saputo tutto, me lo dice il cuore! Io vengo a sapere molte cose da Matrioska, che a sua volta le sa da Agascia, e Agascia è la figlioccia di Maria Vassiljevna, che abita in casa del principe... ma sono cose che sai anche tu. Oggi il mio Nicola è stato terribilmente adirato tutto il giorno. Ho fatto per interrogarlo, ma mi si è scagliato subito contro; poi sembrò essersi pentito di avermi sgridata e mi disse che aveva poco denaro. Come se proprio lui potesse adirarsi in tal modo per ragioni di denaro. Del resto, tu conosci bene in che condizioni ci troviamo. Dopo il pranzo, si è ritirato per fare un sonnellino. Io guardai dalla fessura della porta (c'è nella porta della camera una piccola fessura, e lui non lo sa) e lo vidi, quel caro uomo, prosternato davanti alle immagini sacre a pregare Dio.
Vedendo quello spettacolo, mi si sono piegate le gambe. Poi, senza dormire, senza prendere il tè, afferrò il cappello e se ne andò, alle quattro passate. Non osai chiedergli nulla, avrebbe cominciato a gridare di nuovo. Adesso grida spesso; abitualmente, sgrida Matrioska, ma talvolta gli capita di sgridare anche me; io, non appena comincia a gridare, mi sento venir meno le gambe, e il cuore mi manca nel petto.
Ma lo fa apposta, so bene che lo fa apposta, e nondimeno mi spavento.
Dopo che se ne fu andato, pregai Dio per tutta un'ora, perché gli ispirasse un pensiero di bontà. Dov'è quel biglietto di Natascia?
Fammelo vedere!
Le mostrai il biglietto. Sapevo che Anna Andrejevna nascondeva in sé un'intima speranza: la speranza che Alioscia, che lei chiamava ora scellerato, ora stupido ragazzaccio senza cuore, avesse finalmente a sposare Natascia col permesso di suo padre, il principe Pietro Alessandrovitc. Una volta era giunta perfino a confidarmela, quella sua speranza, ma poi si era pentita e aveva rinnegato le proprie parole. Per nulla al mondo però, avrebbe osato esprimere tale speranza di fronte a Nicola Serghejevitc, pur sapendo che il vecchio la sospettasse in lei, tanto d'avergliene mosso rimprovero in modo indiretto. Credo che il vecchio avrebbe maledetto per sempre Natascia e se la sarebbe definitivamente strappata dal cuore, se avesse anche soltanto saputo che lei pensava alla possibilità di un simile matrimonio.
La pensavamo tutti così, allora. Egli aspettava la figlia, bramandola con tutte le forze del suo cuore, ma l'aspettava sola, pentita, con l'anima liberata persino del ricordo di Alioscia. A questa condizione soltanto egli avrebbe potuto perdonare; e sebbene non ne avesse mai fatto parola con nessuno, per tutti noi era chiaro che fosse così.
- Manca di carattere, manca assolutamente di carattere, e inoltre è un ragazzaccio crudele; l'ho sempre detto, - ricominciò a dire Anna Andrejevna. - Non hanno saputo educarlo e ne è venuto fuori uno scavezzacollo! Signore Iddio, dopo tutto l'amore che lei gli ha dimostrato, adesso l'abbandona! Poveretta! che ne sarà di lei? Non capisco che cosa possa aver trovato in quella nuova!
- Ho sentito dire, Anna Andrejevna, che la fidanzata è una fanciulla affascinante, - risposi. - Me lo disse anche la stessa Natalia Nicolajevna.
- E tu ci credi? - ribatté la vecchietta. - Macché affascinante! E poi, per voialtri donnaioli, tutte le donne sono affascinanti; basta che portino una sottana. Quanto a Natascia, poi, se ne dice bene anche lei, lo fa solo per nobiltà d'animo. Non sa trattenerlo quel ragazzo; gli perdona tutto, e soffre in silenzio. Quante volte l'ha già tradita! Scellerato senza cuore! Quanto a me, Ivan Petrovitc, sono proprio spaventata. Tutti sono dominati dall'orgoglio. Potesse almeno il mio vecchio vincere se stesso, perdonare la nostra colombella e riportarla qui a casa! Quanti baci vorrei darle! Come vorrei vederla!
E' dimagrita, dici?
- Sì, Anna Andrejevna, è dimagrita.
- Gioia mia! A me poi, Ivan Petrovitc, è successo un altro guaio! Ho pianto tutta la notte, tutto il giorno .. Ma no, ve lo racconterò dopo! Quante volte ho accennato, di sfuggita, che potrebbe ormai perdonarla: non oso dirglielo apertamente, ma di tanto in tanto mi lascio scappare qualche abile allusione. Il cuore, in quei momenti, cessa di battermi. Temo che si adiri ancor più e la maledica per sempre. Finora, non l'ho mai sentito maledirla: è quel che temo sopra ogni cosa. Che succederebbe allora? Quando un padre maledice, anche Dio castiga. Così continuo a vivere tremando di paura. Ma anche tu, Ivan Petrovitc, dovresti vergognarti; sei cresciuto in casa nostra, ti abbiamo prodigato carezze paterne: e ora mi vieni a dire, così di punto in bianco, che l'altra è affascinante! Ma a te che importa, che sia o non sia affascinante? Affascinante! La loro Maria Vassiljevna, invece, mi ha spiegato molto meglio le cose (confesso di averla invitata a prendere il caffè in mia compagnia, un giorno che il mio vecchio era uscito per i suoi affari e doveva star fuori tutta la mattina). Ella mi chiarì ogni cosa. Il principe, padre di Alioscia, ha una relazione clandestina con la contessa. Dicono che la contessa gli rimproveri da tempo di non sposarla, ed egli, invece, trova sempre nuovi pretesti per non farlo. Quella contessa, fin dal tempo in cui viveva suo marito, si è dimostrata una donna di cattiva condotta. Dopo la morte del marito, si è recata all'estero, e là si circondò di italiani e di francesi; non so che baroni frequentassero la sua casa, e proprio laggiù pescò anche il principe Pietro Alessandrovitc.
Intanto, la sua figliastra, la figlia del suo primo marito, un appaltatore delle bettole, continuava a crescere. La contessa, la matrigna, aveva sperperato tutto il suo denaro; intanto, i due milioni di rubli che il padre aveva depositato alla banca, a nome di sua figlia, crescevano man mano che cresceva la figlia. Ora, dicono, possiede un capitale di tre milioni di rubli; allora, al nostro principe balenò in mente questo pensiero: "Perché non tentare di far sposare la figlia ad Alioscia?". (Non è poi un imbecille quel principe; non lascia perdere un affare, dal momento che ci vede qualche profitto!) Quel conte, sai, quel cortigiano altolocato, il loro parente, è pure d'accordo con lui; sfido io! tre milioni di rubli non sono uno scherzo. «Va bene» disse, «parlatene alla contessa».
Allora il principe comunicò alla contessa il proprio desiderio. Questa montò su tutte le furie: dicono che sia una donna senza educazione, un'insolente. Dicono pure che qui non tutti la ricevono: da noi non è come all'estero. «No» dice, «caro mio principe; sposa me, se vuoi, ma la mia figliastra non sarà mai moglie di Alioscia». La fanciulla, secondo quello che si dice, adora addirittura la matrigna; per poco non le recita preghiere, e le obbedisce in tutto e per tutto. La fanciulla, a quel che si dice, è un'anima dolce, mite, una vera anima angelica! Il principe, vedendo come stanno le cose, dice: «Tu, contessa, non devi aver timore; ti sei mangiata la tua sostanza, e la tua proprietà è carica di debiti, che non sarai mai in grado di pagare. Quando la tua figliastra avrà sposato il mio Alioscia, faranno una bella coppia: la tua è ingenua e il mio Alioscia è pure come un bambino; dei loro affari ci occuperemo noi e faremo loro da tutori; allora avrai anche tu i danari che ti occorrono. Altrimenti» dice, «che cosa ci guadagni sposandomi?». E' un uomo astuto! Un massone! Sei mesi fa, dunque, la contessa non si era ancora decisa a dare il suo consenso; ora, invece, dicono che sono andati a Varsavia, appunto per concludere la cosa. Così ho sentito dire. Me l'ha raccontato con ogni particolare Maria Vassiljevna, la quale, a sua volta, l'aveva saputo da un uomo fidato. Ecco, dunque, di che si tratta; vi sono in gioco molti denari; milioni di rubli; il fascino non vi entra per nulla.
Il racconto di Anna Andrejevna mi stupì. Concordava punto per punto con tutto ciò che avevo udito poco prima da Alioscia stesso.
Parlandomene, il giovane aveva animatamente cercato di convincermi che non si sarebbe mai sposato per denaro. Caterina Feodorovna, però, l'aveva impressionato e affascinato. Avevo pure saputo, da Alioscia, che probabilmente suo padre si sarebbe sposato anche lui, ma negava per ora tali voci, onde non irritare anzitempo la contessa.
Avevo già notato che Alioscia amava sinceramente suo padre, lo ammirava, aveva fede in lui come in un oracolo e lo esaltava.
- Quella tua «affascinante» poi, non è contessa neppure lei! - continuò Anna Andrejevna, estremamente irritata per l'elogio che avevo fatto della futura fidanzata del giovane principe. - Natascia sarebbe un partito migliore per lui; l'altra è figlia di un appaltatore delle bettole, mentre Natascia è una fanciulla nobile, proveniente da un'antichissima famiglia di gentiluomini. Il mio vecchio, ieri (mi sono dimenticata di raccontartelo), il mio vecchio, dunque, ha aperto ieri il suo baule listato di ferro, lo conosci? ed è rimasto per tutta la sera in faccia a me a mettere in ordine i vecchi documenti della nostra famiglia. Lo faceva con un'aria così seria! Io ero seduta di fronte a lui, facendo la calza, e avevo timore a pronunciar parola; allora, vedendo che continuavo a tacere, egli si irritò e si rivolse a me per primo, dopo di che continuò per tutta la sera a spiegarmi la nostra genealogia. Risulta dunque che noi, cioè la famiglia Ikmenev, è nobile fin dal tempo di Ivan il Terribile, mentre la mia propria stirpe, cioè quella degli Sciumilin, era già nota sotto il regno di Alessio Mikailovitc; siamo in possesso di tutti i documenti, e delle nostre famiglie si parla persino nella storia di Karamsin. Ecco, caro mio, da ciò si vede che neanche noi non siamo gli ultimi tra i nobili.
Non appena il mio vecchio cominciò la sua spiegazione, capii subito quali pensieri gli passassero per la mente. Si vede che anche lui si sente offeso, vedendo disprezzare Natascia. Non hanno altro vantaggio, in nostro confronto, che la ricchezza. Beh! sia pure così; si sa bene che quel brigante di Pietro Alessandrovitc non pensa ad altro che ai denari: è un'anima dura, crudele e avida. Dicono che a Varsavia si sia convertito al cattolicesimo e si sia iscritto nei gesuiti. Dimmi, è vero questo?
- Sono voci assurde, - risposi, involontariamente interessato dall'insistenza delle medesime.
Tuttavia, la notizia che Nicola Serghejevitc si era messo a studiare i documenti della sua famiglia mi sembrò assai significativa. Mai, prima, aveva messo innanzi la genealogia della propria stirpe.
- Sono tutti scellerati senza cuore! - continuò Anna Andrejevna. - Ebbene, e lei, il mio tesoro, si dispera? piange? Ah, è ora che tu vada a trovarla! Matriona, Matriona! E' un'assassina e non una domestica! Non le hanno fatto nessuna offesa? Parla, Vania!
Che potevo risponderle? La vecchietta si mise a piangere. Le domandai a che guaio avesse alluso poco prima.
- Ah, caro mio, eravamo già molto disgraziati, ma si vede che la misura non era ancora colma! Tu ricordi, carissimo, o forse non ricordi neanche più, il piccolo medaglione d'oro che avevo per ricordo, con dentro il ritratto di Natascia bambina; otto anni aveva allora, quell'angioletto mio. Ricordo che Nicola Serghejevitc e io ordinammo quel ritratto a un pittore di passaggio: tu l'avrai dimenticato di sicuro. Era un buon pittore: la raffigurò sotto l'aspetto di Cupido; a quel tempo, Natascia aveva i capelli chiari chiari, tutti ricci; la dipinse con indosso una camiciola di mussola, in modo che il suo corpicino si scorge attraverso; è riuscita tanto bella, che non è possibile saziarsi di guardarla. Pregai allora il pittore di farle due alette, ma egli non acconsentì. Dunque, caro amico mio, subito dopo quei terribili giorni di sei mesi fa, tirai fuori dall'armadio quel medaglione e me lo attaccai al nastrino cui portavo appesa la croce. Così lo portai sul petto insieme alla croce, facendo in modo che il mio vecchio non se ne accorgesse. Egli aveva allora ordinato di buttar fuori di casa o di bruciare tutta la roba di lei, perché non rimanesse nulla che potesse ricordargliela. Per me, invece, era una gioia poterla vedere almeno in effigie; talvolta cominciavo a piangere contemplandola e mi sentivo il cuore come un po' sollevato; tal'altra, quando ero sola, la coprivo di baci, come se fosse, non il suo ritratto, ma lei in persona; la chiamavo coi nomi più teneri, e ogni sera, prima di andare letto, benedivo il ritratto con un segno di croce. A volte, quando ero proprio sola, cominciavo a parlare con lei ad alta voce, le domandavo qualche cosa, poi immaginavo quello che mi avrebbe risposto e facevo un'altra domanda.
Ah, caro Vania, è penoso persino raccontartelo. Così, ero contenta che, almeno del medaglione, non si fosse accorto, e non ne sapesse nulla; invece, a un tratto, ieri mattina guardo... il medaglione non c'è, il nastrino pende rotto, evidente consumato, e il medaglione manca; probabilmente è caduto senza che me ne accorgessi. Mi sentii tutta raggelare. Mi affrettai a cercare: nulla, rovistai ovunque:
nulla! Era perduto! Ma dove, dove, per amor di Dio? Potevo averlo perso nel letto; rimossi tutto il letto: nulla! Certo, il nastrino si sarà rotto e il medaglione sarà caduto per terra; ma allora qualcuno deve pure averlo trovato; e chi potrebbe averlo trovato, se non "lui" o Matriona? Di Matriona non posso sospettare, mi è devota anima e corpo... (Matriona, e il samovar ti decidi a portarlo una buona volta o no?) Dio mio, penso a quello che avverrebbe se lo trovasse lui, quel medaglione! Sto dunque seduta, tutta immersa nella mia tristezza, e piango, piango senza riuscire a trattenere le lacrime. E Nicola Serghejevitc, intanto, si va facendo sempre più mite e affettuoso con me, come non fu mai; sembra condividere la mia tristezza, sembra conoscere la ragione delle mie lacrime e compatirmi. Allora penso in cuor mio: "Come può saperlo? Che abbia trovato proprio lui il medaglione e lo abbia gettato dalla finestra? In un momento di collera, sarebbe capacissimo di farlo. L'avrà gettato via, e adesso se ne addolora, ne è pentito". Andai con Matriona a cercarlo di fuori, sotto la finestra; macché! non trovammo nulla. Come se si fosse sprofondato sotto terra. Ho continuato a piangere tutta la notte. Era la prima volta che non potevo benedire la mia figliola andando a letto. Ah, è male, questo, Ivan Petrovitc, è un cattivo presagio. Sono due giorni che piango, che non posso smettere di piangere. Ti aspettavo, mio caro, come l'angelo di Dio; così almeno posso sfogarmi un poco.
E la vecchietta pianse di nuovo con amarezza.
- Ah sì, mi dimenticavo di dirti una cosa! - aggiunse a un tratto, contenta di essersi ricordata. - Non ti ha detto nulla riguardo all'orfana?
- Sì, Anna Andrejevna, mi ha detto che vi eravate messi d'accordo per prendere in casa come pupilla qualche povera orfana. E' vero?
- Non ho mai pensato a dare il mio consenso, no, non l'ho mai pensato!
E non voglio nessun'orfana! Per me non sarebbe che un vivo ricordo della nostra sciagura, della nostra immensa sciagura. Non voglio nessuno all'infuori di Natascia. Non ho mai avuto che una sola figlia, e sola rimarrà. Ma, secondo te, che cosa può significare quel desiderio di prendere un'orfana? Che ne pensi tu, Ivan Petrovitc? Vuol forse darmi una consolazione vedendo le mie continue lacrime? Oppure vuole in tal modo scacciare del tutto la propria figlia dalla mente e attaccarsi col cuore a un'altra bambina? Che cosa ti ha detto di me, strada facendo? Come ti è sembrato? Molto adirato? Molto cupo?
Zitto... eccolo che viene! Ne riparleremo più tardi... Non dimenticare di venirmi a trovare domani...
CAPITOLO 13
Entrò il vecchio. Girò su di noi uno sguardo scrutatore, e, come se si sentisse vergognoso di qualche cosa, aggrottò le sopracciglia, poi si avvicinò alla tavola.
- Ebbene, e il samovar? - domandò. - Possibile che a quest'ora non abbiano avuto tempo di prepararlo?
- Lo portano, lo portano subito, amico mio; eccolo! - fece Anna Andrejevna dandosi da fare.
Matriona, non appena visto entrare Nicola Serghejevitc, apparve subito col samovar, come se aspettasse appunto l'arrivo del padrone per portarlo in tavola. Era una vecchia domestica fidata e devota, ma era anche la più grande brontolona fra tutte le serve del mondo, con un carattere testardo e ostinato. Temeva Nicola Serghejevitc e in sua presenza tratteneva la lingua, ma se ne rifaceva a dovizia con Anna Andrejevna; le rispondeva male ogni momento e in generale aveva la pretesa chiaramente dimostrata di governare la padrona, pur essendo sinceramente affezionata a lei e a Natascia. Avevo conosciuto quella Matriona fin dai tempi di Ikmenevka.
- Uhm!... Non è molto piacevole essere tutto bagnato e vedere che "non vogliono" nemmeno preparare il tè, - brontolava il vecchio a mezza voce.
Anna Andrejevna mi fece una strizzatina d'occhi ammiccando al suo vecchio. Questi non poteva soffrire quell'ammiccare misterioso, e, sebbene in quel momento non ci guardasse, si poté notare, dall'espressione del suo viso, che si era accorto benissimo del cenno di Anna Andrejevna.
- Sono uscito per i miei affari, Vania, - cominciò improvvisamente a dire. - Che gentaglia è quella! Te l'ho già detto? Pare che vogliano proprio condannarmi. Dicono che non ho prove; che mancano i documenti; che le informazioni risultano inesatte... Uhm!...
Parlava del suo processo col principe; quel processo si trascinava ancora per le lunghe, ma, negli ultimi tempi, aveva preso una piega poco favorevole per Nicola Serghejevitc. Io tacevo, non sapendo che cosa rispondergli. Egli mi scrutò con aria sospettosa.
- Ebbene! - continuò a un tratto, forse irritato dal mio silenzio, - più presto sarà, tanto meglio! Anche se mi condanneranno a pagare, non riusciranno certo a fare di me un mascalzone. La mia coscienza sarà sempre la mia coscienza, e toccherà ad essa decidere. Almeno, sarà finita una buona volta; avrò le mani libere, sarò rovinato... Lascerò tutto, allora, e me ne andrò in Siberia!
- Oh, Signore, dove vuoi andare? E che cosa andrai a cercare, così lontano? - intervenne Anna Andrejevna, non potendo più trattenersi.
- E qui, a che cosa siamo vicini? - diss'egli bruscamente, quasi contento dell'obiezione fattagli.
- Ma insomma... vicini alla gente... - rispose Anna Andrejevna esitante, guardandomi con occhi pieni d'angoscia.
- A quale gente? - gridò il vecchio passando lo sguardo ardente dalla moglie su me e viceversa, - a quale gente? Ai briganti, ai calunniatori, ai traditori? Non temere! uomini di questa specie se ne trovano dovunque; li troveremo anche in Siberia. Però, se non vuoi seguirmi, non ti costringerò a farlo; puoi rimanere qui.
- Nicola Serghejevitc, per amor di Dio! Come potrei rimanere qui senza di te? - gridò la povera Anna Andrejevna. - Io non ho altri che te al mondo...
Ella titubò, tacque di colpo, e volse verso di me lo sguardo spaventato, quasi pregandomi d'intervenire e di appoggiarla. Il vecchio era irritato, coglieva ogni pretesto per attaccar briga, e non era possibile contraddirlo.
- Non agitatevi, Anna Andrejevna, - dissi io, - in Siberia non si sta poi male quanto si crede. Se capitasse una disgrazia e foste costretti a vendere Ikmenevka, l'idea di Nicola Serghejevitc non sarebbe affatto cattiva. In Siberia, un uomo onesto può sempre procurarsi un buon impiego.
- Ecco, almeno tu, Ivan, capisci il vero senso delle cose, e con te si può parlare. Ho pensato anch'io proprio così; lascerò tutto e me ne andrò in Siberia.
- Oh! questo, poi, non me l'aspettavo davvero! - esclamò Anna Andrejevna, congiungendo le mani. - Anche tu, Vania! Non me l'aspettavo da te, Ivan Petrovitc!... Mi pareva che da noi non avessi avuto altro che bontà e carezze; eppure, adesso...
- Ah! ah! ah! E che cosa ti aspettavi, tu? Ma pensa un po': come potremmo vivere, qui? Il denaro è tutto sfumato, stiamo mangiandoci gli ultimi copechi. Vorresti forse che andassi dal principe Pietro Alessandrovitc a chiedergli perdono?
Alle ultime parole del marito riguardanti il principe, la vecchietta ebbe un tremito in tutta la persona. Il cucchiaino che teneva in mano tintinnò battendo contro la sottocoppa.
- E perché no, poi? - continuò Ikmenev, rinfocolandosi sempre più, e con gioia cattiva ed ostinata. - Che cosa ne pensi, Vania? Non sarebbe bene che andassi da quel signore? Perché dovremmo andare in Siberia?
Sì, sì, è molto meglio che domani mi metta gli abiti da festa, mi pettini ben bene e mi faccia elegante. Anna Andrejevna mi preparerà la camicia inamidata (non ci si può presentare in altro modo in casa d'un personaggio così altolocato), mi comprerò un paio di guanti per essere proprio in tiro, e mi recherò da Sua Eccellenza: «Eccellenza, - gli dirò - benefattore, padre nostro! Perdonatemi e salvatemi; datemi un pezzo di pane; ho in casa moglie e piccini che muoiono di fame!...».
Va bene così, Anna Andrejevna ? E' questo che vuoi?
- Nicola Serghejevitc, carissimo... non voglio nulla io! Ho parlato così per la mia stupidità; perdonami, se ti ho contrariato, ma non gridare, - balbettò la povera donna, sempre più tremante di paura.
Sono persuaso che, in fondo, il cuore del vecchio gemeva e si stringeva, vedendo in quel momento le lacrime e lo spavento della sua povera compagna; sono anzi persuaso che soffriva più di lei; ma non poteva frenarsi. Ciò capita spesso a persone di grande bontà, ma deboli di nervi, le quali, nonostante tutta la loro bontà, si lasciano trasportare, provando come un godimento tutto speciale nell'afflizione e nella collera loro, e cercano di sfogarsi a qualunque costo, anche se dovessero offendere facendolo, un'altra persona, assolutamente innocente; di solito, poi, rovesciano quella collera sull'essere più caro, più vicino al loro cuore. Le donne, per esempio, provano talvolta la necessità di sentirsi infelici, offese, anche se in realtà, non si tratta affatto di disgrazie né di offese. E di uomini che, sotto questo punto di vista, somigliano alle donne, ce ne sono molti. Talvolta quegli uomini non sono affatto i più deboli, ma, generalmente, hanno in sé molto di femminile. Il vecchio sentiva il bisogno di una lite, sebbene fosse il primo a soffrire di una simile necessità.
Ricordo che, proprio in quel momento, mi balenò il pensiero che forse il vecchio aveva realmente fatto poco prima qualche passo, del genere di quelli supposti da Anna Andrejevna. Chissà che, ispirato dal Signore, non si fosse appunto avviato per recarsi da Natascia, e che poi, strada facendo, non avesse cambiato parere o si fosse imbattuto in qualche ostacolo oppostosi alla sua decisione, di modo che questa era rimasta inattuata; sì, doveva proprio essere andata così, ed egli era tornato a casa irritato e umiliato, vergognandosi dei suoi desideri e dei suoi sentimenti di poco prima, cercando il modo di sfogare su qualcuno la propria "debolezza" e scegliendo per vittima appunto coloro che sospettava avessero gli stessi suoi desideri e sentimenti. Forse, al pensiero di perdonare la figlia, egli si era già immaginato l'impeto di gioia della sua Anna Andrejevna, e naturalmente lei era stata la prima a sopportare le conseguenze del fallimento di quel progetto.
Ma l'aria spaventata della poveretta, che tremava di paura davanti a lui, lo commosse. Per un momento sentì vergogna della propria collera e seppe padroneggiarsi. Noi tacevamo, cercando di non guardarlo in faccia. Ma quel buon impulso della sua anima non fu durevole. Doveva sfogarsi ad ogni costo, forse anche in uno scoppio di rabbia, in una maledizione.
- Vedi, Vania, - disse a un tratto, - mi rincresce, non avrei voluto parlare, ma è giunto il momento in cui devo spiegarmi francamente, senza reticenze, com'è bene che faccia ogni uomo leale... capisci, Vania? Sono contento che tu sia venuto, e perciò voglio dire ad alta voce e in tua presenza, ma in modo che "gli altri" sentano pure, che tutte quelle sciocchezze, quelle lacrime, quei sospiri, quelle disgrazie, mi seccano, alla fine. Ciò che mi sono strappato dal cuore, e che forse ho strappato col sangue e con dolore, non ci tornerà mai più. Sì! l'ho detto e lo farò. Parlo di ciò che è successo sei mesi fa, capisci, Vania? E ne parlo in questo momento in modo così chiaro e preciso, appunto perché tu non possa fraintendere le mie parole, - aggiunse, fissando su me gli occhi ardenti, e visibilmente cercando di evitare lo sguardo impaurito della moglie. - Ripeto che sono tutte sciocchezze che io non voglio più tollerare!... Mi sento proprio infuriare al pensiero che "tutti" mi ritengono un idiota, il mascalzone più vile, un uomo che può nutrire in cuor suo i sentimenti più volgari, più vili... e credono che impazzisca dal dolore...
Sciocchezze! Ho gettato via, ho dimenticato i sentimenti di una volta!
Nemmeno i ricordi esistono per me.. sì, sì, sì e sì! ...
Balzò in piedi e batté il pugno sulla tavola, in modo da far tinnire le tazze.
- Nicola Serghejevitc! Possibile che non abbiate compassione di Anna Andrejevna? Guardate un po' che cosa fate di lei! - dissi io, non potendomi più trattenere e guardandolo quasi indignato. Ma con ciò non feci che gettare olio sul fuoco.
- No, non ho compassione! - urlò egli impallidendo e tremando; - non ho compassione, perché gli altri non ne hanno per me! Non ho compassione perché in casa mia, alle mie spalle, si trama contro la mia testa disonorata, in favore di mia figlia dissoluta, degna di ogni maledizione e di ogni castigo!
- Nicola Serghejevitc, carissimo, non maledirla!... Fa tutto quello che vuoi, ma non maledire tua figlia! - gridò Anna Andrejevna.
- La maledirò! - urlò il vecchio, più forte di prima; - la maledirò perché si esige da me, offeso e disonorato, che vada da quella maledetta e le chieda perdono! Sì, sì, è proprio così! Per questo mi torturano giorno e notte, senza tregua, in casa mia, con lacrime, sospiri e stupide allusioni! Vogliono commuovermi... Guarda, guarda, Vania! - aggiunse cavandosi frettolosamente da una tasca laterale, con mani tremanti, diversi documenti, - guarda, qui sono alcune carte del nostro processo. Da esse risulta, secondo l'opinione del tribunale, che sono un ladro, un bugiardo, che ho derubato il mio benefattore!
Sono diffamato, disonorato per colpa sua! Ecco, ecco, guarda, guarda un po'!
E cominciò a tirar fuori dalla tasca diverse carte, una dopo l'altra, gettandole sulla tavola e cercando impazientemente quella che voleva farmi vedere; ma il documento cercato, come a farlo apposta, non si trovava. Seccato, strappò fuori dalla tasca, con gesto brusco, tutto ciò che riuscì ad afferrare in una manata... un oggetto pesante cadde improvvisamente sulla tavola, producendo un suono metallico... Un grido sfuggì ad Anna Andrejevna: era il medaglione smarrito.
Potei credere a stento ai miei propri occhi. Il sangue affluì alla testa del vecchio e gli imporporò le gote, egli trasalì. Anna Andrejevna gli stava davanti a mani giunte, guardandolo con occhi pieni di preghiera. Il viso della vecchietta si illuminò di una gioiosa speranza. Quel rossore sul viso, quella confusione del vecchio... sì, ormai era certa di non essersi sbagliata, capiva dov'era andato a finire il suo medaglione! Capiva che lo aveva ritrovato lui, il suo vecchio, che si era tutto rallegrato di quel rinvenimento, e che, forse tremando di orgasmo, l'aveva gelosamente sottratto a ogni sguardo, poi, rifugiatosi, solo, in qualche angolo, aveva continuato, all'insaputa di coloro che lo circondavano, con l'amore che gli traboccava dal cuore, a contemplare il visino della sua bambina adorata, senza potersene saziare; forse anche lui, come la povera madre, si rinchiudeva soletto in una camera per discorrere con la sua Natascia, col suo tesoro, immaginandone le risposte, e rispondendo a sua volta; forse, di notte, in preda a un'angoscia dolorosa, soffocando i singhiozzi che gli sfuggivano dal petto, baciava e accarezzava la cara immagine, e invece di maledizioni, mandava il suo perdono e la sua benedizione a quella che non voleva vedere e che in presenza altrui usava maledire.
- Dunque, mio caro, tu le vuoi bene ancora! - esclamò Anna Andrejevna, non riuscendo più a frenarsi davanti a quel padre severo, che un momento prima aveva maledetto la sua Natascia.
Ma appena ebbe udito l'esclamazione della moglie, gli occhi del vecchio scintillarono d'un odio folle. Afferrato il medaglione, lo gettò per terra, e si diede a calpestarlo con collera pazzesca.
- Sia maledetta da me per sempre! - ripeteva soffocando, con voce rauca. - Per sempre, per l'eternità!
- Santo Dio! - gridò la vecchietta; - lei, lei, la mia Natascia! Il suo visino... le pesta il visino sotto i piedi, sotto i piedi!
Tiranno! Uomo insensibile, crudele, orgoglioso!
A queste parole della moglie, il vecchio impazzito si fermò, atterrito da quanto aveva fatto. Poi, raccogliendo dal pavimento il medaglione, fece per slanciarsi fuori dalla camera; fatti appena due passi, però, cadde a un tratto in ginocchio, si appoggiò con le mani al divano che gli stava davanti e vi posò la testa priva di forze.
Singhiozzava ora come un bambino, come una donna. I singhiozzi gli gonfiavano il petto, come se volessero spezzarglielo. Il terribile vecchio era in quel momento più debole di un bambino; non aveva più vergogna di noi, e in uno spasmodico slancio d'amore, copriva, di nuovo, in nostra presenza, di innumerevoli baci quel ritratto che un momento prima aveva calpestato. Sembrava che tutta la tenerezza, tutto l'amore per la figlia, costretti da tanto tempo in cuor suo, cercassero ora di sgorgare in un impeto irrefrenabile, annientando tutto il suo essere.
- Perdonala! perdonala! - esclamava singhiozzando Anna Andrejevna, che si era chinata sul marito e lo teneva abbracciato. - Falla tornare nella tua casa, e Dio, nell'ora dell'ultimo giudizio, terrà conto della tua umiltà e della tua misericordia!...
No, no! A nessun costo, e mai! - ripeteva il vecchio con voce rauca e soffocata. - Mai! mai!
CAPITOLO 14
Giunsi da Natascia che era ormai tardi: alle dieci suonate. Lei viveva allora alla Fontanka, vicino al ponte Semionovski, in una sudicia casa «fondamentale» del mercante Kolotuskin, al terzo piano. I primi tempi, dopo la sua fuga dalla casa paterna, aveva abitato insieme ad Alioscia in un bell'appartamento non molto grande, ma comodo ed elegante, al secondo piano di una casa di via Litejnaja. Le risorse del giovane principe, però, non tardarono molto ad esaurirsi. Non si fece maestro di musica, ma cominciò a prendere denaro a prestito e s'indebitò fino al collo. Spendeva quel denaro per abbellire la casa, per far numerosi regali a Natascia, la quale protestava contro la sua prodigalità, lo ammoniva, e talvolta piangeva, persino. Alioscia, che possedeva un cuore sensibile e suscettibile, e che talvolta meditava per un'intera settimana, con vero godimento, su un regalo che voleva farle, che s'immaginava anticipatamente come lei l'avrebbe accolto, facendosene una festa e comunicandomi nel più grande segreto i suoi sogni e le sue speranze a quel proposito, si sprofondava in una tale tristezza per le lacrime e gli ammonimenti di Natascia, che involontariamente muoveva a pietà; in seguito, avvenivano tra loro, a causa dei regali, scene piene di lacrime, di rimproveri e di liti. Inoltre, Alioscia spendeva somme considerevoli all'insaputa di Natascia: si lasciava trascinare dagli amici, la tradiva; frequentava ogni specie di Giuseppine e di Minne; ciononostante, amava sinceramente Natascia. L'amava con tormento; spesso veniva da me col cuore in tumulto, invaso di tristezza, dicendo che non valeva il mignolo della sua Natascia, che era stupido e cattivo, che non era capace di comprenderla e di apprezzarla, e che non era degno del suo amore. In parte, aveva ragione: non erano allo stesso livello; egli si sentiva un fanciullo davanti a lei, e anche lei lo considerava un bambino.
Con le lacrime agli occhi, egli mi confessava il suo legame con Giuseppina, supplicandomi al tempo stesso di non dirlo a Natascia; e quando, timido e tremante, si recava, dopo tutte quelle confessioni, insieme a me da lei (sempre insieme a me, assicurandomi che aveva timore di guardarla in faccia dopo il delitto commesso, e che io solo potevo sostenerlo e fargli coraggio), Natascia comprendeva fin dal primo sguardo gettato su di lui di che si trattava. Ella era molto gelosa, e non capisco come riuscisse a perdonargli tutte le sue marachelle.
Di solito, le cose si svolgevano in questo modo: Alioscia entrava con me, le rivolgeva timidamente la parola e la guardava con timida tenerezza negli occhi. Natascia indovinava subito che era in colpa, ma non glielo faceva vedere, né mai cominciava per prima a parlarne, a interrogarlo; anzi, raddoppiava subito le sue carezze, si faceva più tenera e più allegra, e ciò non era affatto un gioco combinato, un'astuzia, da parte sua. No, quell'essere squisito provava un godimento speciale nel concedere il suo perdono, nell'atto di graziare, come se l'atto stesso di perdonare Alioscia contenesse in sé una speciale e raffinata delizia. Vero è che in quei tempi non si trattava d'altro che di Giuseppine. Vedendola così dolce e clemente, Alioscia non poteva più frenarsi, e subito le confessava ogni cosa, senza che nessuno lo spingesse a farlo, unicamente per alleggerirsi il cuore ed «essere come prima», diceva lui. Avuto il perdono, egli si estasiava, talvolta piangeva persino di gioia e di intenerimento, la baciava, l'abbracciava. Poi riacquistava subito la solita allegria e cominciava a raccontare con puerile franchezza e minuziosamente la sua avventura con Giuseppina, ridendo forte, facendo i più fervidi elogi a Natascia, e la sera terminava in modo allegro e felice.
Quand'ebbe speso tutti denari, cominciò a vendere la roba. Grazie all'insistenza di Natascia, fu trovato sulla Fontanka un appartamentino a prezzo mite. Continuarono a vendere gli oggetti che ancora possedevano. Natascia vendette persino i suoi vestiti e cominciò a cercar lavoro; quando Alioscia venne a saperlo, la sua disperazione non ebbe limiti; malediceva se stesso, gridava di disprezzarsi, e nondimeno non fece nulla per rimediare al disastro.
Negli ultimi tempi, avevano esaurito anche quelle estreme risorse; non rimaneva che il lavoro, ma il compenso per quel lavoro era assolutamente meschino.
In principio, quando abitavano ancora insieme, Alioscia aveva avuto una forte lite col padre. L'intenzione del principe di far sposare al figlio la figliastra della contessa Caterina Feodorovna Filimonovna non era allora che un progetto, sul quale, però, il principe insisteva molto; aveva condotto Alioscia in casa della giovane, tentava di convincerlo, con ragionamenti e con la severità, sulla necessità di piacere alla fanciulla, ma l'affare non fu combinato per colpa della contessa. Allora il padre cominciò a dare minor importanza al legame di Alioscia con Natascia, lasciando passare il tempo, nella persuasione che l'amore di Alioscia, di cui conosceva la frivolezza, non sarebbe stato di lunga durata. Quanto poi all'intenzione di Alioscia di sposare Natascia, il principe non se ne era mai dato un vero pensiero. Quanto ai due amanti, essi avevano rimandato il matrimonio al giorno in cui fosse avvenuta la formale riconciliazione col padre e le circostanze fossero mutate. Era però evidente che Natascia non intendeva parlarne. Alioscia mi confessò, in segreto, che suo padre era, in parte, persino contento di tutto quella storia:
l'umiliazione degli Ikmenev gli faceva piacere. Per formalità, ad ogni modo, continuava a dimostrarsi malcontento della condotta del figlio:
gli ridusse la somma, già piuttosto esigua, che aveva precedentemente stabilito per il suo mantenimento (del resto, nei riguardi del figlio, si era sempre dimostrato avarissimo) e lo minacciava di tagliargli del tutto i viveri; poco dopo, però, seguì la contessa in Polonia, dove questa aveva certi suoi affari da mettere a posto. Frattanto, non aveva abbandonato per nulla il progetto del ricco matrimonio per il figlio. E' vero, Alioscia era ancora troppo giovane per sposarsi; ma la fidanzata era troppo ricca, e non era il caso di perdere la buona occasione. Il principe raggiunse infine il proprio intento. Le notizie che giunsero alle nostre orecchie dicevano che la faccenda del fidanzamento era finalmente entrata in una fase favorevolmente risolutiva.
Nel tempo di cui parlo adesso, il principe era da poco tornato a Pietroburgo. Egli fece un'accoglienza affettuosa al figlio, ma rimase sgradevolmente colpito dalla persistenza del sentimento che questi nutriva per Natascia. Cominciò a inquietarsene, ad averne timore, persino impose al figlio, con severità, la separazione da Natascia, ma non tardò a dare la preferenza ad un altro mezzo, e portò Alioscia in visita dalla contessa. La figliastra di questa era una fanciulla giovanissima, di una bellezza quasi perfetta, una fanciulla dal cuore come se ne trovano pochi, dall'anima serena e casta, e oltre a ciò era allegra, intelligente e tenera. Il principe calcolava sul fatto che sei mesi di vita in comune dovevano aver avuto la loro influenza sul cuore di Alioscia; pensava che ormai Natascia non poteva più avere per lui l'attrazione della novità, e che adesso egli avrebbe guardato la fidanzata con occhi diversi da quelli coi quali l'aveva veduta sei mesi addietro. Aveva in parte indovinato... Alioscia si invaghì realmente della ragazza.
Aggiungerò, inoltre, che il principe era diventato, di punto in bianco, straordinariamente affettuoso verso il figlio (pur continuando a tenerlo a corto in fatto di denaro). Alioscia sentiva che, sotto quell'affettuosità, si nascondeva una decisione inflessibile e immutabile, e ne era angustiato, non quanto, però, lo sarebbe stato se non avesse visto ogni giorno Caterina Feodorovna.
Sapevo che da cinque giorni, ormai, egli non andava più da Natascia.
Recandomi da lei, dopo aver lasciato la casa dei vecchi Ikmenev, mi andavo ansiosamente domandando che cosa poteva aver bisogno di dirmi.
Notai, ancora da lontano, un lume alla sua finestra. Fra noi era da tempo convenuto che, ogniqualvolta lei avesse avuto urgente bisogno di parlarmi, avrebbe messo un lume sulla finestra della sua camera, di modo che, capitandomi di passare vicino a casa sua (e ciò mi capitava quasi ogni sera), potessi sapere che mi aspettava e che aveva bisogno di vedermi. Da qualche tempo, ella metteva spesso la candela al posto convenuto...
CAPITOLO 15
Trovai Natascia sola. Camminava lentamente su e giù per la camera, con le mani congiunte sul petto e immersa nei suoi pensieri. Il samovar, quasi spento, stava sulla tavola e mi aspettava da un pezzo. Mi tese la mano in silenzio, con un sorriso. Il suo volto era pallido e aveva un'espressione dolorosa. Lo stesso dolore traspariva dal suo sorriso, tenero, con un non so che di paziente. I suoi occhi azzurri e chiari sembravano più grandi del solito, i capelli più fitti, ma era tutto effetto della magrezza dovuta alla malattia.
- Credevo che non saresti più venuto, - mi disse dopo avermi teso la mano. - Volevo persino mandare da te Mavra per sapere se per caso ti fossi ammalato di nuovo - No, non sono stato neppure indisposto; sono stato semplicemente trattenuto; ora ti racconterò. Ma tu, Natascia, che hai? E' forse accaduto qualche cosa di nuovo?
- No, nulla di nuovo! - rispose, un po' stupita. - Perché me lo domandi?
- Non mi hai forse scritto ?... Ieri mi hai scritto, dicendomi di passare da te, indicandomi persino l'ora precisa, né più presto né più tardi; di solito, non fai così.
- Ah sì! Fu perché, ieri sera, aspettavo "lui".
- Ah! non è ancora venuto, dunque?
- No. E pensavo che, se non fosse venuto, avrei dovuto parlare con te, - aggiunse Natascia dopo un breve silenzio.
- L'hai aspettato anche questa sera?
- No, non l'ho aspettato; passa la sera laggiù.
- Che cosa pensi, dunque, Natascia? Credi che non tornerà più da te?
- Tornerà, tornerà ancora, - rispose, guardandomi con aria seria.
Quel rapido succedersi di domande da parte mia le dispiaceva. Tacemmo, continuando a camminare su e giù per la camera.
- Ero qui ad aspettarti, Vania, - cominciò di nuovo, sorridendo, - e sai che cosa facevo? Camminavo avanti e indietro e declamavo dei versi. Ti ricordi? I sonagli, la strada d'inverno: "Sulla tavola bolle il samovar" l'abbiamo letta insieme:
"Sulla tavola bolle il samovar; il maltempo passò, chiara è la via; con mille occhi dal ciel la notte spia, e un canto di passione odo balzar.
D'un sonaglio il tintinno or gli si accorda:
oh, quando verrà, alfine, il mio diletto la stanca fronte a riposar sul petto cui egli è vita, e che giammai lo scorda?
Come spunta nel ciel la bell'aurora pingendo i vetri cui rabesca il gelo, dal samovar un vaporoso velo si spande; e già la stufa arde e colora de' suoi riflessi un'azzurrina tenda tutt'a fiorami, che nasconde il letto...
Oh, quando verrà, alfine, il mio diletto?
Quanto è ancor d'uopo che il mio cuor lo attenda?"«Ah, com'è bella questa poesia! Come è tormentosa, Vania, e che quadro fantastico! Pare un canovaccio con un disegno appena tracciato, puoi ricamarci sopra tutto ciò che ti piace! Vi sono due sensazioni: quella di una volta e l'ultima. Quel samovar, quella tenda a fiorami, sono cose tanto intime... proprio come in quelle casette della piccola borghesia nella nostra cittadina di provincia, mi sembra di vedere persino la casetta: è nuova, fatta di travi, non ancora rivestita di assi... Poi, l'altro quadro:
"Or di nuovo la voce odo cantare accordandosi in note di tristezza al tinnulo sonaglio, e mi si spezza d'ansietà il cuore, di desìo d'amare.
Dov'è, dunque, dov'è il mio grande amore?
Quasi tremo al pensier ch'egli si affacci repente, ed entri, e mi accarezzi, e abbracci e avvolga tutta del suo folle ardore.
Ahi, la mia vita! E com'è buia la stanza, e angusta, e triste! Fuori soffia il vento; urta nei vetri, e gemere lo sento.
Ahi, la mia vita senza più speranza!
C'è un ciliegio di là dalla vetrata, ma vederlo chi 'l può, se i vetri il gelo d'un opaco vestì ruvido velo, il gel che morte, forse, gli ha recata?
L'azzurrina mia tenda è scolorita; per la stanza m'aggiro egra e soletta, né di tornar punto il pensier mi alletta al nido mio natal che a sé m'invita.
Qui non ho alcun che rimbrottar mi possa; il mio diletto è via, lontan lontano, sol questa vecchia brontola..."«Per la stanza m'aggiro egra e soletta»: com'è messo ben a proposito quell'«egra»! E poi. «Qui non ho alcun che rimbrottar mi possa»:
quanta tenerezza, quanto languore in quel verso, e quante sofferenze svegliate dai ricordi, sofferenze provocate volontariamente, che quasi ci fanno godere... Dio, com'è bello! E com'è vero!
Ella tacque, come se volesse reprimere lo spasimo che le saliva alla gola.
- Vania, caro amico mio! - esclamò un momento dopo, e subito tacque di nuovo, quasi avesse dimenticato ciò che avrebbe voluto dire, o come se fosse uscita in quell'esclamazione così, senza un pensiero preciso, ma per una sensazione improvvisa.
Intanto, continuavamo a camminare avanti e indietro per la camera.
Davanti all'immagine sacra ardeva un lumicino. Da qualche tempo, Natascia si andava facendo sempre più devota, ma non le piaceva che se ne parlasse.
- E' festa domani? Vedo che è acceso il lumicino - domandai.
- No non è festa... Ma via, siediti, Vania, sarai stanco! Vuoi che ti dia il tè? Non ne hai preso ancora questa sera, vero?
- Sediamoci, Natascia. Il tè l'ho già bevuto.
- Da dove vieni adesso?
- Da "loro".
Usavamo sempre questa parola, parlando della sua casa paterna.
- Da loro? Come hai avuto tempo di passare anche di là? Ci sei andato per tuo desiderio o ti hanno chiamato?...
Mi tempestava di domande. Il suo viso si fece ancora più pallido per l'agitazione. Le raccontai minutamente il mio incontro col vecchio, il mio colloquio con la madre, la scena del medaglione; non tralasciai alcun particolare, nessuna sfumatura. Non le nascondevo mai nulla. Mi ascoltava avidamente, attenta a ogni mia parola. Gli occhi le brillarono di lacrime. La scena del medaglione la commosse fortemente.
- Aspetta, aspetta, Vania, - diceva interrompendo ogni momento la mia narrazione. - Racconta più minuziosamente, proprio tutto, tutto, coi più minuti particolari; tu ometti i particolari!...
Feci il racconto una seconda e poi una terza volta, rispondendo a tutte le domande che mi rivolgeva.
- E credi proprio che venisse da me?
- Non lo so, Natascia, non posso nemmeno farmi un'idea precisa. E' chiaro che sente la nostalgia di te e che ti vuol bene; ma che si fosse o non si fosse messo in via per venire da te, questo.. questo...
- E ha baciato il medaglione? - mi domandò interrompendomi. - Che cosa disse mentre lo baciava?
- Pronunciava parole sconnesse, esclamazioni: ti dava i nomi più teneri, ti chiamava...
- Mi chiamava?
- Sì.
Ella pianse, sommesso.
- Poveretti! - disse. - Non c'è poi da stupirsi se sa tutto, - aggiunse dopo un breve silenzio. - E' sempre bene informato anche sul conto del padre di Alioscia.
- Natascia, - dissi timidamente, - andiamo da loro.
- Quando? - domandò lei impallidendo e sollevandosi sulla poltrona.
Credeva che la invitassi ad andar subito.
- No, Vania, - aggiunse mettendomi le mani sulle spalle e sorridendo tristemente; - no, carissimo, me lo dici sempre, ma... meglio non parlarne.
- Ma è possibile che quella maledetta lite non debba proprio mai finire? - scattai, addolorato. - Possibile che tu sia orgogliosa al punto di non voler fare il primo passo? Spetta a te farlo; è tuo dovere! Probabilmente, tuo padre non aspetta che questo per perdonarti... Alla fine, è tuo padre, e tu l'hai offeso! Dai una soddisfazione al suo amor proprio, che è legittimo, naturale. Devi farlo! Solo che tu tenti, ed egli ti concederà il suo perdono senza importi alcuna condizione.
- Senza impormi alcuna condizione! Non è possibile, Vania; non rimproverarmi inutilmente. Ho passato giornate e notti intere, e ancora ne passo, a meditarci sopra. Da quando li ho abbandonati, credo che non sia passato giorno senza che vi abbia pensato. Con te, poi, ne ho già parlato parecchie volte. Lo sai anche tu che non è possibile!
- Prova!
- No, amico mio, non si può! Se mi ci provassi, non farei che esasperarlo ancor più contro di me. Non si può riacquistare quello che si è perduto per sempre, e sai che cos'è che non si può riacquistare?
Quelle felici giornate della mia infanzia che ho passato con loro. Se anche mio padre mi perdonasse, non mi riconoscerebbe più, ora. Egli amava una fanciulletta, una grande bambina. Ammirava la mia semplicità d'animo infantile; prodigandomi le sue carezze, mi passava la mano sulla testa, come quando, bambina di sette anni, seduta sulle sue ginocchia, gli cantavo le mie canzoncine infantili. Dalla mia prima infanzia fino all'ultima giorno egli è sempre venuto, tutte le sere, a benedirmi per la notte con un segno di croce, quando ero già a letto.
Un mese prima della nostra disgrazia, mi comperò un paio di orecchini; voleva farmi una sorpresa (io, invece, l'ho subito saputo), ed era felice come un bambino, immaginandosi come mi sarei rallegrata per il regalo; poi, quando venne a sapere da me stessa che l'acquisto degli orecchini non era più un segreto per me, si irritò quanto mai, si irritò con tutti, e specialmente con me. Tre giorni prima del mio distacco, essendosi accorto che ero triste, cadde anche lui in una tristezza profonda, fino ad ammalarsene, e, cosa credi che facesse?
per rallegrarmi, comprò i biglietti per portarmi al teatro... Proprio, credeva che ciò mi avrebbe guarita! Conosceva e amava una ragazzetta, ti ripeto, e non voleva nemmeno pensare che sarebbe venuto il giorno in cui mi sarei trasformata in donna... Un'idea simile non gli è mai passata per la mente. Adesso, invece, se tornassi in casa, non mi riconoscerebbe. Anche se mi perdonasse, chi accoglierebbe in casa al posto di suo figlia, adesso? Io non sono più la stessa, non sono più una bambina; ho vissuto tanto ormai! Anche se cercassi di accontentarlo, egli continuerebbe a rimpiangere la felicità perduta, a rattristarsi, vedendo che non sono più quella che ha amato bambina; e il passato ci sembra sempre più bello del presente; si ricorda sempre con tormento! Ah, com'è bello il passato, Vania! - esclamò interrompendosi, e questa esclamazione le usciva proprio dal profondo del cuore.
- Tutto quel che tu dici è vero, Natascia, - risposi. - Ma tuo padre imparerà a conoscerti e ad amarti di nuovo. Importa soprattutto che ti conosca. Dopo, ti si affezionerà di sicuro. Come puoi temere che non riesca a comprenderti, lui, un uomo tanto di cuore?
- Ah, Vania, non essere ingiusto! Che c'è in me di speciale da comprendere o da non comprendere? Io non parlavo di questo. Vedi:
anche l'amore di un padre è un sentimento geloso. Gli duole che tutta la mia storia con Alioscia sia cominciata e giunta alla sua risoluzione senza che egli ne abbia saputo nulla, nulla ne abbia intuito. Sa di non aver presentito nulla di quanto è successo, ed ora incolpa di tutto, delle conseguenze del mio amore e della mia fuga, la mia «ingrata» dissimulazione. Non sono andata da lui subito in principio e non gli ho confessato ogni moto del mio cuore fin dal principio della mia passione; anzi, ho chiuso tutto in me, gli ho tenuto tutto nascosto, e ti assicuro, Vania, che, nel segreto del suo cuore, ciò che l'offende e l'oltraggia ancor più delle conseguenze del mio amore, della mia fuga da casa per venire a vivere col mio amante, è proprio questo. Ammettiamo pure che adesso mi accogliesse affettuosamente e paternamente; il germe dell'ostilità rimarrebbe, però, ugualmente nel suo cuore. Dopo uno, due giorni, ricomincerebbero le afflizioni, i rimproveri. Inoltre, non mi concederebbe mai il perdono senza pormi delle condizioni. Ammettiamo che io dica, e lo dica proprio sinceramente, dal profondo del cuore, che capisco tutta la gravità dell'offesa fattagli e fino a che punto io sia colpevole ai suoi occhi. Ammettiamo, inoltre, che malgrado la mia sofferenza di fronte all'incomprensione di quanto mi sia costata la mia «felicità» con Alioscia, di quante sofferenze abbia dovuto sopportare, io cerchi di soffocare il mio dolore, di sopportare ancora ogni cosa: ebbene, anche in questo caso, tutto gli sembrerebbe poco, non ne sarebbe soddisfatto ancora. Mi chiederebbe l'impossibile; mi ordinerebbe di rinnegare, di maledire il mio passato, di maledire lo stesso Alioscia e di pentirmi del mio amore per lui. Chiederebbe l'impossibile: che ritorni, cioè, il passato e si cancellino assolutamente dalla nostra vita questi ultimi sei mesi. Io, invece, non maledirò nessuno, e non posso nemmeno pentirmi... Che vuoi? E' accaduto quello che doveva accadere... No, Vania, ora non è possibile farlo. Non è ancora giunta l'ora.
- E quando giungerà, dunque, quest'ora?
- Non lo so... Bisogna soffrire per acquistarsi la felicità futura; comprarla pagandola con nuove sofferenze. Le sofferenze purificano tutto... Ah, Vania, quanto dolore ha mai in sé la vita!
Io tacevo, guardandola soprappensiero.
- Perché mi guardi così, Alioscia? Oh, volevo dire Vania! - disse sbagliando di nome e sorridendo del proprio errore.
- Ora guardo il tuo sorriso, Natascia. Dove l'hai preso? Prima non l'avevi.
- Che c'è di speciale nel mio sorriso?
- In verità, vi è rimasta anche la schietta espressione infantile di una volta... Ma ora, quando sorridi, sembra che, al tempo stesso, provi un forte dolore al cuore. Ecco, sei dimagrita, Natascia, e i tuoi capelli sembrano più folti.. Che vestito hai indosso? Uno di quelli che già avevi quand'eri con loro?
- Come mi vuoi bene, Vania! - rispose lei guardandomi teneramente. - E tu, di che cosa ti occupi adesso? Come vanno le tue faccende?
- Non sono cambiate; continuo a scrivere il mio romanzo, ma ormai non è cosa facile. L'ispirazione è svanita. Avrei potuto scriverlo così, alla bell'e meglio, e forse sarebbe riuscito un libro molto interessante lo stesso, ma mi spiaceva sciupare una bella idea. E' una delle idee più care al mio cuore. Nondimeno, devo assolutamente consegnare il romanzo alla rivista per il termine fissato. Penso persino di abbandonare il romanzo e di tentare una lunga novella, sai, qualche cosa di facile, di grazioso, un'opera che non abbia assolutamente nulla di cupo... assolutamente nulla... Tutti debbono rallegrarsi ed essere contenti...
- Povero lavoratore che sei!... E Smith?
- Ma Smith è morto!
- Non è venuto a visitarti? Parlo sul serio, Vania; sei ammalato, hai i nervi scossi: i tuoi sogni debbono certo essere strani. Lo notai quando mi parlasti del tuo nuovo appartamento. Non è bello il tuo alloggio? E' umido?
- Sì. Ma è accaduta un'altra storia, questa sera... Te la racconterò dopo, però.
Immersa in una profonda meditazione, ella non mi ascoltava più.
- Non capisco come abbia potuto fuggire "da casa loro"; devo aver agito in un accesso di febbre, - disse infine, guardandomi, ma evidentemente senza aspettare alcuna risposta.
Se le avessi rivolto la parola, non mi avrebbe neppure sentito.
- Vania, - mi disse poi con voce appena percettibile, - ti ho pregato di venire da me, perché ho da parlarti di cose importanti.
- Di che si tratta?
- Mi separo da lui, Vania.
- Ti sei separata o stai per separarti?
- Bisogna farla finita con questa vita. Ti ho chiamato per dirti tutto quello che finora ti ho sempre tenuto nascosto.
Cominciava sempre in questo modo, quando voleva confidarmi le sue segrete intenzioni; ma quasi sempre quei segreti io li conoscevo da tempo, avendomene lei stessa già parlato in precedenza.
- Ah! Natascia! te l'ho sentita ripetere mille volte questa decisione!
Certo, non potete continuare a vivere insieme; il vostro legame è così strano! non avete nulla di comune tra voi. Ma... avrai abbastanza forze per mettere in atto la tua intenzione?
- Prima, sì, non si trattava che di un'intenzione, Vania; ora, invece, mi sono decisa. Lo amo più di ogni cosa al mondo, ma non per questo cesso di essere, in realtà, la sua più grande nemica; gli rovino l'avvenire. Bisogna rendergli la libertà. Sposarmi non può, non ha abbastanza forza per andare contro la volontà di suo padre. Da parte mia, non lo voglio legare neppure io. Sono quindi anche contenta che si sia innamorato di quella ragazza con la quale vogliono fidanzarlo.
Gli riuscirà, così, meno penoso separarsi da me. Lo debbo fare! E' mio dovere... Se lo amo, devo tutto sacrificare per lui, devo dargli la prova di questo mio amore, è mio dovere! Non ti pare?
- Ma non riuscirai mai a convincerlo.
- Non lo tenterò nemmeno. Sarò con lui come prima, anche in questo momento, se dovesse entrare qui. Ma devo trovare un mezzo perché possa lasciarmi senza averne alcun rimorso. Ecco ciò che mi tortura, Vania.
Aiutami! Non potresti darmi un consiglio?
- Non c'è che un mezzo, - le dissi; - cessare di amarlo e amarne un altro. Temo, però, che neppure questo possa essere un buon rimedio.
Conosci il suo carattere, no? Ecco, sono cinque giorni che non si fa più vedere. Si potrebbe supporre benissimo che ti abbia abbandonata del tutto; invece, basterebbe che tu gli scrivessi una lettera, dicendo che hai deciso di lasciarlo, perché accorresse subito da te.
- Perché sei così ostile con lui?
- Io?
- Sì, tu, tu ! Tu gli sei tanto palesemente che nascostamente nemico.
Non puoi parlare di lui senza che ti nasca in cuore un desiderio di vendetta. Mi sono accorta mille volte che il tuo maggior piacere consiste nell'avvilirlo, nel dipingerlo coi più foschi colori. Sì, è proprio così!
- O Natascia, me le hai già dette mille volte queste cose! Basta, lasciamo questo discorso!
- Vorrei cambiare alloggio, - fece lei dopo un momento di silenzio. - Non adirarti, Vania...
- E con ciò? Verrà a trovarti nel nuovo alloggio! Quanto a me, ti giuro che non sono affatto adirato.
- L'amore è una gran forza. Un nuovo amore potrà trattenerlo. Se anche torna da me, sarà per un momento solo; che ne pensi?
- Non lo so, Natascia, tutto, in lui, tutto, in lui, è bizzarro al più alto grado: vorrebbe sposare l'altra e al tempo stesso continuare ad amarti. Riesce ad accordare nel suo cuore entrambi questi sentimenti.
- Se avessi la certezza che ama l'altra, mi deciderei... Vania! Non nascondermi nulla! Sai qualche cosa che non mi vuoi riferire?
Mi guardava con sguardo inquieto, scrutatore.
- Non so nulla, amica mia; te ne dò la mia parola d'onore; sono sempre stato sincero con te. Però, se vuoi conoscere il mio pensiero, ecco:
forse non è affatto innamorato della figliastra della contessa quanto noi crediamo. Potrebbe essere un capriccio e null'altro...
- Lo credi, Vania? Dio, se potessi saperlo con certezza! Ah! come vorrei vederlo in questo momento! come vorrei dare un'occhiata al suo viso! Capirei subito ogni cosa. Invece, non viene! Non viene!
- Ma l'aspetti, tu, forse, questa sera, Natascia?
- No, è andato da "lei", lo so; ho mandato la donna per saperlo. Ho un vivissimo desiderio di vedere anche lei... Ascoltami, Vania, so di dire una sciocchezza, ma possibile che non esista un mezzo perché io possa vederlo, incontrarlo in qualche posto? Che ne pensi tu?
Aspettava, inquieta, la mia risposta.
- Si potrebbe anche escogitare qualche mezzo, ma con ciò? Non ne saresti per nulla soddisfatta.
- Mi basterebbe vederlo, tutto il resto lo indovinerei. Senti: sono diventata così stupida ormai; continuo a camminare qui sù e giù, sempre sola, sempre sola, e a pensare. I pensieri mi turbinano addirittura per la mente, è molto penoso! Dunque, ho pensato così, Vania: non potresti tu, Vania, fare la sua conoscenza? La contessa (me l'hai riferito tu stesso), ha avuto parole di grande elogio per il tuo romanzo. Tu, poi, frequenti di tanto in tanto le serate del principe R., che la contessa frequenta pure. Fai in modo che ti presentino a lei. Potrebbe magari farlo Alioscia stesso. Così tu potresti riferirmi tutto di lei.
- Natascia, cara amica, ne riparleremo più tardi. E adesso dimmi, piuttosto: credi sul serio che ti basterebbero le forze per separarti da lui? Guardati in questo momento, sei forse calma?
- Basteranno! - rispose pianissimo. - Tutto per lui. Tutta la mia vita per lui! Ma sai, Vania? non posso sopportare il pensiero che sia adesso con lei, che mi abbia dimenticata e sia là, seduto al suo fianco a chiacchierare a ridere. Ti ricordi quand'era seduto qui accanto a me?... La guarda negli occhi, guarda sempre così, e non gli passa neppure per la mente che io, adesso, sono qui... con te.
Non terminò, e mi gettò uno sguardo disperato.
- Ma allora, Natascia, come hai potuto dire un momento fa?...
- Vorrei che lo facessimo, che ci separassimo d'amore e d'accordo, - disse interrompendomi e guardandomi con occhi scintillanti. - Io stessa lo benedirò, se vorrà farlo... Ma è duro, molto duro, Vania, pensare che è lui il primo a dimenticarmi... Ah, Vania, che tortura!
Non riesco a capirmi neppure io... A ragionarci su, sembra una cosa, ma quando si tratta di fare sul serio, è un altro paio di maniche...
Che ne sarà di me?
- Calmati, calmati, Natascia!
- Sono così da cinque giorni, ogni ora, ogni minuto... Anche di notte, anche quando dormo continuo a pensare a lui! Sai, Vania? andiamo, accompagnami là!
- Calmati, Natascia, che stai dicendo?
- No, andiamoci! Ti aspettavo, Vania! Ci penso da tre giorni. Appunto per questo ti ho scritto, pregandoti di venire da me... Devi accompagnarmi... non puoi rifiutarmi questo favore... ti ho tanto aspettato... per tre giorni... Stasera c'è ricevimento... lui è là...
andiamoci!
Sembrava avesse il delirio. Si sentì un rumore in anticamera; pareva che Mavra discutesse con qualcuno.
- Aspetta, Natascia, chi è? - domandai. - Ascolta!
Ella prestò orecchio e ad un tratto impallidì terribilmente.
- Dio santo! Chi può essere? - esclamò con voce appena percettibile.
Voleva trattenermi, ma io uscii dalla sala e mi avvicinai a Mavra. Era Alioscia. Interrogava su qualche cosa Mavra, che sulle prime non voleva lasciarlo entrare.
- Da dove saltate fuori? - diceva lei in tono autoritario. - Ebbene?
Dove siete stato a divertirvi? Va bene, va bene, entrate pure! Io, sapete, non mi lascio corrompere! Andateci un po'; vedremo che spiegazioni le saprete dare !
- Non ho paura di nessuno, io! Certo che entrerò! - diceva Alioscia, tuttavia alquanto confuso.
- Benissimo! Siete molto coraggioso!
- E già! Ah, siete qui anche voi? - esclamò scorgendomi. - Come sono contento di trovarvi qui! Eccomi, dunque... vedete... non so come fare, adesso...
- Ma entrate semplicemente, - risposi io; - di che avete paura?
- Vi assicuro che non ho paura di niente, perché vi giuro che non ho nessuna colpa. Credete forse che sia colpevole? Vedrete come saprò subito discolparmi. Natascia, posso entrare ? - domandò con finto coraggio, fermandosi davanti alla porta chiusa.
Nessuno rispose.
- Che vuol dire questo? - domandò Alioscia inquieto.
- Nulla! un momento fa era lì in sala, - risposi. - Forse sarà...
Ma Alioscia aveva già aperto la porta, pian piano, e il suo sguardo timido perlustrò la sala. Non c'era nessuno.
A un tratto la vide in un angolo, tra la finestra e l'armadio. Ella stava là come se si fosse nascosta, più morta che viva. Ancor oggi, quando mi ricordo di quel momento, non posso trattenermi dal sorridere. Alioscia le si avvicinò lentamente, a passi cauti.
- Natascia, che fai lì? Buona sera, Natascia! - diss'egli timidamente, guardandola un po' impaurito.
- Ebbene... insomma... niente ! - rispose Natascia terribilmente confusa, come fosse lei la colpevole. - Vuoi... vuoi... il tè?
- Natascia, senti, - disse Alioscia, assolutamente smarrito. - Tu sei certo convinta che io sia colpevole verso di te. Ma non lo sono; non ho nessuna colpa! Vedrai; ti racconterò subito ogni cosa.
- Ma no, perché? - mormorò Natascia. - No, no, non bisogna... dammi la mano e... e tutto è finito... come sempre...
Ella uscì dal suo cantuccio. Aveva le guance cosparse d'un lieve rossore e teneva lo sguardo abbassato, come temendo di fissare in faccia Alioscia.
- Ah, santo Dio! - esclamò questi pieno d'esaltazione, - se fossi davvero colpevole, credo che non oserei neppure alzare gli occhi su di lei! Guardatela! guardatela! - esclamava rivolgendosi a me. - Ecco, è persuasa che sono colpevole; tutte le apparenze sono contro di me!
tutto è contro di me! tutto è contro di me! Sono cinque giorni che non vengo più da lei! Si dice intorno che passo il tempo con la mia fidanzata... eppure mi perdona! Mi dice: «Dammi la mano e che tutto sia finito!». Natascia, tesoro mio, angelo mio! Non ho nessuna colpa; voglio che tu lo sappia! Neanche la minima, minimissima colpa! neanche tanto così! Tutt'altro, anzi! tutt'altro!
- Ma... non dovevi essere là, tu, questa sera? Ti hanno invitato là...
Come fai a essere qui? Che... che ore sono?
- Sono le dieci e mezzo! Quanto a "laggiù", ci sono già stato... Sono scappato via col pretesto che mi sentivo indisposto; ed è il primo momento, ma davvero il primo momento, che mi trovo libero, da cinque giorni a questa parte; il primo momento in cui ho potuto evadere da loro e correre da te, Natascia mia! Cioè, veramente, avrei potuto venire anche prima, ma non ho voluto farlo, apposta non l'ho voluto! E perché? Lo saprai subito, te lo spiegherò; sono proprio venuto qui per spiegartelo; questa volta, però, giuro di non avere nessuna colpa dinanzi a te, proprio nessuna.
Natascia alzò la testa e lo guardò... Ma lo sguardo col quale Alioscia le rispose luceva di tanta franchezza, il suo viso era così allegro, gioioso, leale, che non era possibile non prestargli fede. Credevo che si sarebbero gettati l'uno nelle braccia dell'altra con un grido di felicità, come già era accaduto più di una volta in simili casi di riconciliazione. Ma Natascia, come se il peso della felicità che provava fosse troppo grande, abbassò la testa e, ad un tratto, proruppe in un pianto silenzioso... A quella vista, Alioscia non poté più padroneggiarsi, e si gettò ai suoi piedi. Le baciava le mani e i piedi, sembrava fuori di sé. Avvicinai una poltrona a Natascia, e lei si sedette. Le gambe non la reggevano più.
PARTE SECONDA
CAPITOLO 1
Due minuti dopo ridevamo tutti e tre come pazzi.
- Lasciate, lasciate dunque che vi racconti, - gridava Alioscia, coprendo le nostre con la sua voce squillante. - Voi credete che ogni cosa proceda come prima, che io sia venuto qui con un sacco di inezie e nient'altro... Vi assicuro, invece, che si tratta di cosa importantissima. Vorrete tacere una buona volta?
Aveva un gran desiderio di raccontare. Dal suo aspetto si poteva arguire che aveva importanti notizie da comunicarci. Ma l'aria d'importanza, che aveva assunto per l'ingenuo orgoglio d'essere in possesso di notizie di tanto rilievo, fece subito ridere Natascia.
Vedendola ridere risi involontariamente anch'io. E più egli si irritava, più la nostra ilarità aumentava. Il dispetto e poi quasi la disperazione infantile di Alioscia ci avevano portati a un tale grado di allegria, che ormai sarebbe bastato farci vedere il mignolo, come al tenente nel racconto di Gogol, perché scoppiassimo in rumorose risate. Mavra, che era uscita dalla cucina, stava sulla soglia e ci guardava con profonda indignazione, indispettita che Alioscia non avesse avuto una buona lavata di capo da parte di Natascia, come la brava donna aveva sperato in quei cinque giorni, e che tutti fossero così allegri.
Infine Natascia, accortasi che la nostra ilarità offendeva Alioscia, cessò di ridere.
- Ebbene, che cosa vuoi raccontarci? - domandò.
- Devo accendere o no il samovar? - domandò Mavra, interrompendo Alioscia senza alcun riguardo.
- Vattene, Mavra, vattene, - rispose il giovane, agitando le braccia per cacciarla al più presto. - Vi narrerò tutto ciò che "fu", che "è" e che "sarà", perché io so tutto. Vedo, cari amici, che siete curiosi di sapere dove ho passato questi cinque giorni; appunto questo voglio raccontarvi, ma voi non me ne date il modo. Anzitutto, devo dirti che ti ingannavo, Natascia, che ti ingannavo da tempo, da molto tempo, e questa e la cosa più importante.
- Mi ingannavi?
- Sì, ho continuato a ingannarti per tutto un mese; fin da prima dell'arrivo di mio padre. Un mese fa, quando mio padre era ancora assente, ricevetti da lui una lunghissima lettera, che vi tenni nascosta. In questa lettera mi annunciava semplicemente e direttamente, e, notate, lo faceva in tono così serio, che me ne spaventai persino, che la faccenda del mio fidanzamento era definitivamente conclusa, che la mia fidanzata era una perfezione che io, si capisce, non ero degno di lei, ma che, nondimeno, dovevo assolutamente sposarla. Mi avvertiva, quindi, che mi preparassi per il matrimonio, scacciando anzitutto dalla mente tutte le sciocchezze, e così via; inutile dire a cosa alludesse con quel «sciocchezze». E quella lettera, ecco, io ve la tenni nascosta.
- Ma se non ci nascondesti nulla! - lo interruppe Natascia. - Mi pare che ti voglia dare delle arie! In realtà, invece, ci raccontasti immediatamente ogni cosa. Ricordo ancora come diventasti, a un tratto, tenero e obbediente: non ti staccavi più di un passo da me, come se avessi commesso qualche colpa; quanto alla lettera, ce la riferisti un po' alla volta.
- Non è possibile! la cosa più importante, l'essenziale non ve l'ho riferito di certo. Può darsi che abbiate indovinato qualche cosa da soli, ma io non ho raccontato nulla. Ho nascosto tutto in me, e ne ho sofferto terribilmente.
- Mi ricordo, Alioscia, che mi chiedevate, allora, ogni momento, consiglio, e che mi raccontaste ogni cosa; a brani, si capisce, a mo' di supposizioni, - aggiunsi, guardando Natascia.
- Hai raccontato tutto! Non vantarti, per favore. Ti pare che sapresti tenere nascosto qualche cosa, tu? Come mai potresti mentire? Sono sicura che persino Mavra ha saputo tutto. Mavra, l'hai o non l'hai saputo, tu?
- Come potrei non ricordarmene, se anche adesso siete mezzo matto?
- No, no, non parlo di questo. Ti ricordi? Allora mancavamo assolutamente di denaro e tu andasti a impegnare il mio portasigari d'argento. Inoltre, permetti che ti osservi, Mavra, che ti dimentichi in mia presenza. Natascia ti ha viziata troppo. Va bene, dunque, ammettiamo che vi abbia anche raccontato tutto a brani, subito dopo aver ricevuto la lettera (infatti, ora mi ricordo che è stato così).
Ma voi non sapete in che tono fu scritta quella lettera, mentre il tono è la cosa più importante. Io intendevo dir questo.
- Ebbene, sentiamo, che tono era? - domandò Natascia.
- Senti Natascia, tu parli come se si trattasse di uno scherzo. "Non scherzare". Ti assicuro che la cosa è grave. Era un tono che mi fece cascare le braccia. Mio padre non mi aveva mai parlato in tal modo.
Insomma, dal tono si poteva capire che sarebbe stato più probabile veder sprofondare sotto terra Lisbona, che non mio padre desistere dal suo intento.
- Va bene, va bene; e allora, perché hai trovato necessario tenermi nascosto ogni cosa?
- Ah, santo Dio! per non spaventarti, si capisce! Speravo di poter mettere a posto le cose da solo. Dunque, dopo quella lettera, non appena mio padre fu di ritorno, cominciarono le mie torture. Mi ero preparato a rispondergli con fermezza, chiarezza e serietà, ma mi mancava sempre l'occasione di farlo. Egli, furbacchione, non mi interrogava su nulla! Anzi, aveva lo stesso contegno che se tutto fosse già deciso tra noi, al punto che non potessero più sorgere discussioni né spiegazioni di sorta. Capisci? "Che non potessero più"... che presunzione! Nei rapporti con me, invece, era pieno di affettuosità e di gentilezza. Me ne stupii, persino. Se sapeste, Ivan Petrovitc, com'è intelligente! Ha letto tutto, sa ogni cosa, e basta che vi guardi una volta per conoscere tutti i vostri pensieri, come se fossero i suoi propri. Evidentemente, fu proprio per questa ragione che lo chiamarono gesuita. A Natascia non piace che io lodi mio padre.
Non stizzirti, Natascia, Dunque... a proposito, prima non mi dava mai denari, ieri, invece, me ne ha dati. Natascia! Angelo mio! Ormai la nostra miseria è finita! Ecco, guarda! Tutto quello che mi ha tolto in questi sei mesi per punirmi me lo ha restituito in una volta sola; guarda quanto denaro ho; non ho ancora avuto tempo di contarlo. Mavra, guarda quanto denaro! Adesso non avremo più bisogno di impegnare i cucchiai e i bottoni dei polsini!
Così dicendo, si cavò di tasca un pacco molto grosso di biglietti di banca, poi circa millecinquecento rubli in argento, e mise tutto sulla tavola. Mavra lo guardò meravigliata e complimentò Alioscia. Natascia l'esortò a raccontare.
- Io mi domandavo che cosa avrei potuto fare, - continuò Alioscia. - Come avrei potuto andare contro il suo desiderio? Vi giuro che se avesse continuato ad essere cattivo con me, invece di diventare così alla mano come si mostrava adesso, non avrei badato a nulla. Gli avrei detto semplicemente che non voglio obbedirgli, che ormai non sono più un bambino, ma un uomo, e che non c'è più nulla da fare! E credetemi, avrei saputo insistere. Così, invece, che cosa potevo dirgli? Non consideratemi troppo colpevole. Mi sembra che Natascia sia malcontenta. Perché vi scambiate queste occhiate? Ecco, sono sicuro che pensate entrambi così: «Sono riusciti ad abbindolarlo, non ha neppure un briciolo di fermezza». Vi sbagliate! Di fermezza ne ho, e più di quanta possiate credere. Prova ne sia che, nonostante la mia situazione, mi sono subito detto: «L'unico mio dovere è di dire tutto, di spiegare tutto a mio padre»; infatti, gli dissi ogni cosa, ed egli mi ascoltò.
- Ma che cosa, che cosa gli hai detto? - domandò Natascia, inquieta.
- Gli ho detto che non voglio un'altra fidanzata, perché ne ho già una, scelta da me, e che questa sei tu. Intendiamoci, non gliel'ho ancora dichiarato così esplicitamente, ma ho preparato il terreno, e domani glielo dirò; così ho deciso. Da principio, cominciai col dire che sposarmi per denaro è una cosa vergognosa e poco nobile, e che da parte nostra è proprio ridicolo considerarci appartenenti all'alta aristocrazia (gli parlai con tutta franchezza, come se fossimo due fratelli). Poi gli spiegai senz'altro che appartengo al "tiers-état" e che il "tiers-état c'est l'essentiel"; che sono orgoglioso di somigliare agli altri, e che non voglio differire da nessuno...
insomma, gli esposi tutte queste sane idee... Parlai con eloquenza e con ardore, al punto da stupirmene io stesso. Gli dimostrai con molte prove... anche dal suo modo di considerare le cose... gli dissi sinceramente: «Che principi siamo noi? Non siamo tali altro che per nascita, giacché, in sostanza, non c'è in noi nulla di principesco...
Innanzi tutto, non possediamo affatto grandi ricchezze, e in questo caso, la ricchezza è l'essenziale. Oggi il principe più celebre è Rotschild. In secondo luogo, è gran tempo che nel vero gran mondo non sentono più parlare di noi. L'ultimo dei vostri che fu un po' conosciuto fu lo zio Simeone Valkovski, e ancora non era noto che a Mosca, e più per aver dilapidato le ultime trecento anime che gli rimanevano, che per altro; e se mio padre non si fosse fatto la fortuna da sé, i suoi nipoti sarebbero ora costretti a lavorare la terra con le loro proprie mani, come fanno tanti altri principi. Non è, quindi, il caso di darsi troppe arie». Insomma, gli dissi tutto ciò che mi pesava sul cuore, e glielo dissi con calore e sincerità; aggiunsi persino qualche altra cosina. Mio padre non mi fece alcuna obiezione; mi rimproverò semplicemente di aver abbandonato la casa del conte Nainski; infine mi disse che dovevo cercare di entrare nelle grazie della mia madrina la principessa K., giacché, se accolto bene da lei, avrei trovato ottima accoglienza dovunque, e la mia carriera sarebbe stata assicurata; poi mi parlò ancora a lungo, dipingendomi il mio avvenire. Erano tutte allusioni al fatto che io, dopo essermi legato a te, Natascia, ho trascurato tutti quanti: dunque, tutto ciò dipenderebbe dalla tua influenza su di me. Fino adesso, però, mio padre, parlando, non ti ha mai tirata direttamente in ballo; si direbbe anzi che evita di farlo. Giochiamo entrambi d'astuzia, aspettiamo, ci spiamo l'un l'altro; ma puoi essere sicura che verrà un giorno felice anche per noi, che finiremo per vincere.
- Va bene, va bene, ma come è finito il vostro colloquio? Che cosa ha deciso tuo padre? Questo è l'importante. Ma che chiacchierone sei, Alioscia!
- Che cosa abbia deciso, lo sa il Signore. Per conto mio, non sono certo riuscito a capirlo; quanto a chiacchierone, poi, io non lo sono affatto; non parlo che di cose serie. Non ha preso nessuna decisione; solo, ascoltando i miei ragionamenti, sorrideva, come se provasse compassione di me. Capisco bene che è una cosa umiliante, ma non ho vergogna. «Io», dice, «sono pienamente d'accordo con te, ma guardati bene dal ripetere queste cose quando andremo dal conte Nainski. Io ti capisco, ma là nessuno ti capirebbe». Pare che neppure lui sia molto ben accolto da loro, adesso; sembrano malcontenti di lui. In generale, si vede che non hanno più molta simpatia per mio padre nel gran mondo.
Il conte, a tutta prima, mi ha accolto con molta maestosità, guardandomi dall'alto; sembrava aver assolutamente dimenticato che ero cresciuto in casa sua; finse persino di dover fare uno sforzo per ricordarsi chi ero: ve lo giuro! Si vede che ce l'ha con me per la mia ingratitudine; in realtà, però, non si tratta affatto d'ingratitudine; ecco, in casa sua regna una tale noia, che sono stato un gran pezzo senza andarci: tutto qui. Anche mio padre fu accolto con la massima noncuranza, con tale noncuranza, anzi, che non capisco nemmeno che piacere trovi a ritornarci. Tutto ciò ha provocato in me un senso d'indignazione. Quel pover'uomo è costretto a curvare la schiena davanti a lui; capisco che lo fa per me, ma io non ho bisogno di nulla. Dopo, avrei voluto esprimere a mio padre tutti questi sentimenti, ma me ne sono astenuto. Perché gli avrei parlato? Non potrò mai riuscire di certo a cambiare le sue convinzioni; lo farei soltanto indispettire; ne ha già tante di afflizioni, anche senza procurargliene di nuove! "Beh!", pensai, "giocherò d'astuzia, costringerò il conte a rispettarmi". E lo volete sapere? ci sono riuscito in un momento; in un solo giorno tutto fu cambiato. Adesso il conte Nainski non sa più che cortesie usare a mio riguardo. E ci sono riuscito io, proprio io, da solo, con una mia astuzia, di modo che mio padre ne rimase sbalordito!
- Senti, Alioscia, faresti meglio a raccontarci il fatto puro e semplice! - esclamò Natascia spazientita. - Credevo che ci avresti riferito qualche cosa riguardante le nostre cose; tu, invece, non desideri che raccontarci come hai saputo distinguerti in casa del conte Nainski. Che vuoi che me ne importi del tuo conte?
- Che vuoi che me ne importi? Avete sentito, Ivan Petrovitc? dice che non le importa nulla del conte! Ma se il nocciolo della faccenda sta proprio lì! Lo riconoscerai subito anche tu; ogni cosa si spiegherà verso la fine della mia narrazione. Lasciatemi soltanto parlare...
Inoltre, permettete che vi dica (perché non dovrei essere sincero?), a te, Natascia, e anche a voi, Ivan Petrovitc, che forse, qualche volta, sono davvero molto irragionevole; ammettiamo pure (capita talvolta anche questo) che sia semplicemente stupido. Ma in questa occasione vi assicuro che dimostrai molta astuzia e... una certa intelligenza, persino; di modo che credevo che anche voi sareste rimasti contenti, rendendovi conto che non sempre... manco d'intelligenza.
- Ma che vai dicendo, Alioscia mio caro?
Natascia non poteva sopportare che qualcuno considerasse Alioscia poco intelligente. Quante volte mi aveva tenuto il broncio, senza, però, farmene rimprovero, quando, senza fare troppi complimenti, provavo ad Alioscia che aveva commesso qualche sciocchezza: quello era un punto vulnerabile nel suo cuore. Non poteva sopportare l'umiliazione di Alioscia, e, probabilmente, tanto meno lo poteva, quanto più riconosceva la scarsità della sua intelligenza. Non gli esprimeva mai in faccia la propria opinione su questo punto, per non offendere il suo amor proprio; lui, invece, in simili casi, dimostrava molta perspicacia e indovinava sempre i sentimenti nascosti di lei. Natascia se ne accorgeva e ne rimaneva afflittissima, e subito cominciava ad adularlo e a carezzarlo. Ecco perché le parole di Alioscia avevano adesso avuto un'eco dolorosa nel cuore di lei.
- No, no, Alioscia; tu non sei che leggero; non sei affatto come dici di essere! - aggiunse. - Perché ti vuoi umiliare?
- Benissimo; dunque lasciatemi finire. Dopo la visita al conte, mio padre si stizzì persino con me. Io, invece, pensai, in cuor mio:
"Aspetta un po'!". Eravamo per strada, diretti a casa della principessa; avevo sentito dire da tempo che, data la sua tarda età, la principessa aveva quasi perso il lume della ragione, ed era inoltre sorda e adorava i cagnolini. Ne aveva tutto un branco, e voleva loro un bene dell'anima. Ciò nonostante, aveva conservato la sua immensa influenza nel grande mondo, e persino il conte Nainski, il superbo, doveva fare anticamera da lei. Strada facendo, stabilii dunque tra me il piano di tutte le mie ulteriori azioni, e indovinate un po' su che cosa lo basai? Sull'amore che hanno per me tutti cani; parola mia d'onore! Me ne sono accorto da un pezzo. Sarà per un magnetismo speciale che ho in me, sarà semplicemente perché anch'io amo tutti gli animali... non lo so, fatto sta che i cani mi vogliono bene, e basta!
A proposito di magnetismo, non te l'ho ancor detto. Natascia: in questi giorni abbiamo evocato gli spiriti, in casa di uno spiritista; è una cosa curiosissima, Ivan Petrovitc, ne sono rimasto proprio stupefatto. Ho evocato Giulio Cesare.
- Per amor di Dio! Che cosa volevi da Giulio Cesare? - domandò Natascia, scoppiando in un'allegra risata. - Non ti mancava proprio che questo.
- Perché no... come se io fossi uno qualunque... insomma, perché non dovrei avere il diritto di evocare Giulio Cesare? Che torto gli faccio con ciò? Ecco, ride!
- Certo che non gli fai nessun torto... Oh, tesoro caro! Ebbene, che cosa ti disse Giulio Cesare?
- Non mi disse nulla. Io non facevo che tenere la matita che correva da sola sulla carta e scriveva. Dicevano che era appunto Giulio Cesare che scriveva, ma io non ci credo.
- Ma che cosa scrisse?
- Scrisse qualche cosa, come nel racconto di Gogol, la parola «intingi»... ma smettila di ridere!
- Bene, ora raccontaci della principessa!
- Ma siete voi che continuate a interrompermi! Dunque, non appena arrivato dalla principessa, mi misi a fare la corte a Mimì. Questa Mimì è una vecchia, brutta, ripugnante cagnetta, testarda e rabbiosa.
La principessa l'adora, non può vivere senza di lei; pare che siano della stessa età. Cominciai con l'offrire a Mimì qualche dolciume, e in dieci minuti le insegnai a dare la zampina, cosa che nessuno era mai riuscito a ottenere da lei. La padrona di casa pareva al settimo cielo; per poco non piangeva di gioia; «Mimì, Mimì! Mimì sa dare la zampina!». Venne una visita: «Mimì sa dare la zampina, gliel'ha insegnato il mio figlioccio». Entrò il conte Nainski: «Mimì sa dare la zampina». Mi guarda con le lacrime agli occhi. E' una vecchietta dal cuore molto buono, suscita persino compassione. Io, poi, non sono di quelli che lasciano sfuggire l'occasione. Trovai anche modo di adularla: ha una tabacchiera col proprio ritratto sul coperchio, un ritratto di circa sessant'anni fa, quando era fidanzata. A un certo punto lascia cadere la tabacchiera, io mi slancio per raccoglierla e, come se non sapessi nulla, dico: «Che ritratto incantevole! E' una bellezza ideale!». A queste parole, non seppe più resistere, si fece di una gentilezza estrema con me, cominciò a farmi domande su questo, su quello, dove ho studiato, chi frequento; trovò simpaticissimi i miei capelli e così via, così via. Da parte mia, la feci ridere, raccontandole una storiella scandalosa. Simili storielle le piacciono molto: in verità, mi minacciò col dito, tuttavia rise molto.
Nell'accomiatarci, mi baciò e mi benedisse con un segno di croce, esprimendo il desiderio che tornassi ogni giorno a trovarla e a divertirla. Il conte continuava a scuotermi la mano. Mio padre, che è pure il migliore, più leale e più nobile degli uomini, potete credermi o non credermi, per poco non pianse di gioia, quando tornammo a casa entrambi; mi abbracciava, mi faceva confidenze, confidenze misteriose riguardo alla carriera, alle relazioni, ai matrimoni, tanto che molte cose non riuscii nemmeno a capirle. Fu allora che mi diede anche i denari. Questi che vi ho narrati, sono tutti avvenimenti di ieri; domani vado ancora dalla principessa, ma mio padre, potete credermi, è sempre un uomo lealissimo, sebbene cerchi di allontanarmi da te, Natascia; lo fa perché è accecato, perché lo allettano i milioni di Katia, mentre tu non hai nulla; per me, vuole solo quel denaro, ed è ingiusto a tuo riguardo perché non ti conosce. Qual è il padre che non desidera la felicità di suo figlio? Non è colpa sua se è abituato a vedere la felicità nei milioni. Quella gente è tutta così. E' proprio da questo punto di vista che si deve considerarlo e da nessun altro; e allora si vede subito che ha ragione. Mi sono affrettato a venire da te, Natascia, appunto per convincerti di questo, giacché so che sei prevenuta contro di lui, senza che ciò costituisca la minima colpa per te. Io non ti accuso...
- Dunque, tutto quello che ti è accaduto consiste nell'aver fatto colpo in casa della principessa ed esserti così aperto la strada per fare una buona carriera. Sta tutta qui la tua astuzia? - domandò Natascia.
- Macché! Che diamine dici? Non è che il principio... Ti ho riferito quanto riguarda la principessa perché, per suo mezzo, potrò avere ragione di mio padre; ma non ho ancora cominciato il racconto della storia più importante.
- Ebbene comincia, dunque!
- Oggi mi è successo qualche cosa di strano, di talmente strano, che ne sono ancora tutto impressionato, - continuò Alioscia. - Devo dirvi che, sebbene tra mio padre e la contessa il mio matrimonio con Katia sia ormai ufficialmente deciso, non c'è ancora nulla di fatto, di modo che, se dovesse succedere una rottura, essa non provocherebbe nessuno scandalo. Solo Nainski è al corrente dei progetti di mio padre: quello è un parente, ed è considerato come nostro protettore. Ma c'è dell'altro: sebbene in queste due settimane io abbia legato stretta amicizia con Katia, fino a stasera non abbiamo mai accennato all'avvenire, cioè al matrimonio e... e all'amore. Inoltre, è stato deciso di chiedere prima alla principessa K. il suo consenso al nostro matrimonio, visto che si aspettano da lei protezioni di ogni specie e vere piogge d'oro. L'opinione sua sarà quella di tutti gli altri, in virtù delle sue numerose e altissime relazioni... Quanto a me voglio assolutamente introdurmi nel gran mondo e far di me un uomo importante. Ci insiste specialmente la contessa, la matrigna di Katia.
Ciò dipende dal timore che la contessa ha di non essere ricevuta dalla principessa, a motivo delle sue stravaganze all'estero; se non fosse ricevuta dalla principessa, non sarebbe ricevuta da nessuno; ora, il mio matrimonio con Katia sarebbe una comoda occasione. Per questo appunto la contessa, che in principio era contraria al nostro fidanzamento, oggi si è rallegrata in modo straordinario per il mio successo in casa della principessa; ma queste sono cose da nulla ed ecco quel che importa: Caterina Feodorovna io la conosco fin dall'anno scorso; ma allora ero ancora troppo giovane, ero un giovincello, che non capiva nulla, e quindi non potei intravedere nulla in lei...
- Puoi semplicemente dire che allora mi amavi più che non mi ami oggi, - lo interruppe Natascia. - Ecco la ragione per cui l'anno scorso non intravedesti, mentre adesso...
- Non continuare, Natascia! - esclamò Alioscia con calore. - Ti sbagli assolutamente e mi offendi!... Non voglio neanche ribattere: ascoltami ancora e saprai tutto... Ah, se tu potessi conoscere Katia! Se sapessi che anima serena, tenera, mite ha quella fanciulla! Ma lo vedrai tu stessa; soltanto, abbi pazienza di ascoltarmi fino in fondo! Due settimane fa, quando mio padre, dopo il loro ritorno a Pietroburgo, mi condusse da Katia, cominciai a osservare la ragazza attentamente. Mi accorsi che anche lei mi osservava. Quel fatto svegliò la mia curiosità; non nego di avere avuto sin da prima il desiderio di conoscerla meglio; quel desiderio l'avevo avuto fin da quando avevo ricevuto la lettera di mio padre, che mi aveva tanto colpito. Non dirò nulla di lei, non ne farò le lodi; dirò solo una cosa: tra la gente del suo ceto, costituisce una luminosa eccezione. E' una natura così individuale, un'anima così forte e dritta, forse appunto per la sua purezza e per la sua sincerità, che io, di fronte a lei, non sono più che un semplice ragazzetto, un suo fratello minore, sebbene ella non abbia che diciassette anni. Ho notato un'altra cosa ancora: la sua anima è velata di tristezza, come se vi si celasse un mistero; parla poco; in casa tace sempre, come fosse intimorita da qualche cosa... Si direbbe che mediti sempre Dio sa che. Sembra temere mio padre e non ama affatto la sua matrigna; l'ho indovinato subito; è la contessa che fa correre voce, non so per quali scopi, che la figliastra le vuole un gran bene; ma non è vero; Katia non fa che obbedirle in tutto e per tutto, senza la minima obiezione, e pare che su questo punto si siano messe d'accordo. Quattro giorni fa, dopo tutte quelle osservazioni, decisi di mettere in esecuzione il mio intento, ciò che feci stasera.
Questa mia intenzione consisteva nel dir tutto a Katia, confessarle ogni cosa, tirarla dalla nostra parte, e con ciò tagliar corto ai progetti di mio padre...
- Come! Raccontare che cosa? Che cosa confessare? - domandò Natascia inquieta.
- Tutto, proprio tutto, - rispose Alioscia, - e ringrazio Dio che mi ha ispirato questo pensiero; ma ascoltatemi, ascoltate! Quattro giorni fa, avevo deciso così!: allontanarmi da voi e portare a termine ogni cosa da solo. Se fossi rimasto con voi, avrei sempre esitato, avrei ascoltato i vostri consigli e non mi sarei mai deciso. Da solo, invece, essendomi messo in una posizione, in cui dovevo ripetermi ogni momento che era mio obbligo di finirla una volta, mi feci coraggio e... tutto è finito! Mi ero prefisso di tornare da voi con una decisione definitiva, ed eccomi tornato con una decisione definitiva.
- Dunque, dunque, come si sono svolte le cose? Racconta presto!
- Nel modo più semplice! L'affrontai in modo diritto, leale, ardito...
Prima, però, devo raccontarvi un caso che mi sbalordì quanto mai. Poco prima dell'ora in cui dovevamo uscire per recarci laggiù, mio padre ricevette una lettera. Proprio in quel momento stavo entrando nel suo studio e mi fermai sulla soglia. Lui non si era accorto che fossi là.
Era talmente colpito da quella lettera, che parlava tra sé, si lasciava sfuggire esclamazioni, correva su e giù per la camera, poi, a un tratto, rise, continuando a tenere la lettera in mano. Io avevo persino timore ad entrare e aspettai un pezzo prima di varcare la soglia. Mio padre pareva estremamente contento di qualche cosa; mi rivolse la parola in modo molto strano; poi s'interruppe a mezza frase e mi ordinò di prepararmi per andare subito laggiù, benché fosse ancora molto presto. Oggi non c'erano, là, altre visite, all'infuori di noi, e tu Natascia, eri in errore, pensando che si trattasse di una serata di ricevimento. Ti hanno informata male.
- Ah, Alioscia, non sviare, per piacere; parla, dimmi come hai fatto a dire tutto a Katia.
- Per fortuna, ci lasciarono soli soletti per due ore buone. Io le spiegai semplicemente che, sebbene si facessero dei progetti per unirci, il nostro matrimonio non era possibile, che il mio cuore era pieno di simpatia a suo riguardo, e che soltanto lei poteva salvarmi.
Poi le confessai tutto. Pensa che non sapeva nulla di noi, Natascia, nulla della nostra storia! Se tu avessi potuto vedere come si commosse! a tutta prima parve persino impaurita, fino al punto d'impallidire come un cencio. Le narrai tutta la nostra storia: come tu avevi abbandonato, per me, la tua casa, come abbiamo vissuto insieme, come ora ci torturiamo e temiamo ogni cosa, e come... e come avessimo deciso di ricorrere alla sua protezione (parlavo anche in tuo nome, Natascia) pregandola di passare dalla nostra parte e di dichiarare semplicemente alla matrigna che non vuole sposarmi; le dissi che in ciò era la nostra salvezza e che oltre a lei non abbiamo nessuno da cui aspettare soccorso. Lei mi ascoltò grandemente incuriosita e con molta simpatia. Che occhi aveva in quel momento!
sembrava che tutta l'anima le fosse passata negli occhi. Ha gli occhi di un azzurro chiaro. Mi ringraziò per la mia fiducia in lei e mi promise di aiutarci con tutte le sue forze. Poi cominciò a tempestarmi di domande sul tuo conto, dicendo che avrebbe avuto molto piacere di conoscerti, e m'incaricò di riferirti che ti vuole già bene come a una sorella, e che ti prega di volerle anche tu un po' di bene; e quando seppe che erano ormai cinque giorni che non ti venivo più a trovare, insistette perché venissi subito da te.
Natascia era commossa.
- E tu, prima di riferirmi questo, hai avuto il coraggio di raccontarmi i tuoi atti eroici in casa di chissà che principessa sorda! Ah, Alioscia, Alioscia! - esclamò guardandolo con rimprovero. - Ebbene, e Katia? Era contenta, allegra, quando vi siete separati?
- Sì, era contenta d'aver potuto compiere un'opera di bontà, e al tempo stesso piangeva. Devi sapere che anche lei mi vuol bene, Natascia! Mi ha confessato che in cuor suo già cominciava ad amarmi; non vede quasi nessuno, e io le ero piaciuto già da un pezzo; mi ha notato specialmente perché si vede intorno tanta astuzia e tanta menzogna, mentre io le sono sembrato un uomo sincero e leale. Si alzò e disse: «Dio sia con voi, Alessio Petrovitc... e io che credevo...».
Non terminò la frase, scoppiò in lacrime e se ne andò. Siamo rimasti d'accordo che domani stesso dirà alla matrigna di non volermi come sposo, e che pure domani io devo dire ogni cosa a mio padre, parlandogli con fermezza e coraggio! Mi rimproverò inoltre di aver sempre taciuto finora. «Un uomo leale non deve temere nulla!». Ha un'anima così nobile! Mio padre non piace nemmeno a lei; dice che è un uomo astuto, che cerca soltanto denaro. Io l'ho difeso, ma lei non mi ha creduto. Se domani, con mio padre, dovessi fare fiasco (e anche lei lo crede probabile), consente che ricorra alla protezione della principessa K. Allora nessuno oserà più opporsi. Ci siamo reciprocamente data la parola di essere come fratello e sorella. Ah, se tu conoscessi la storia di lei; se tu sapessi fino a che punto è disgraziata anch'essa, come le è odiosa la vita con la matrigna, tutto l'ambiente in cui vive! Non me lo disse direttamente, si sarebbe detto che avesse paura anche di me, ma indovinai tutto da alcune parole.
Natascia, tesoro mio! Come ti ammirerebbe, se ti conoscesse! E che cuore d'oro ha quella fanciulla! Si sta così bene con lei! Voi due siete proprio create per essere sorelle, e dovete assolutamente volervi bene. Sì, ci ho molto pensato. Vorrei proprio farvi conoscere l'una all'altra, e io rimarrei là a contemplarvi. Non devi dunque pensare nulla di male, Natascia mia, e devi permettermi di parlare di lei. Mi piacerebbe tanto parlare di te con lei e di lei con te! Sai bene che ti amo più di ogni persona al mondo; ti amo più di lei... Tu sei tutto per me!
Natascia, senza dire nulla, lo guardava affettuosamente e con una certa tristezza. Le parole di Alioscia sembravano accarezzarla e torturarla a un tempo.
- Ho cominciato ad ammirare Katia fin dal primo momento in cui l'ho conosciuta, circa due settimane fa, - continuò lui. - Andavo ogni sera da lei. Tornato a casa, continuavo a pensare a voi due, a confrontarvi.
- E quale delle due ti sembrava migliore? - domandò Natascia sorridendo.
- Talvolta tu, talvolta lei. Ma poi, in complesso, mi pareva che la migliore fossi sempre tu. Quando parlo con lei, mi sento diventare più buono, più intelligente, più leale. Ma domani, domani tutto sarà deciso.
- E non hai compassione di lei? Ti ama, dici di essertene accorto tu stesso.
- Sì, Natascia, mi fa compassione! Ma ci vorremo bene tutti e tre, e allora...
- E allora, addio! - fece Natascia, pian piano, parlando tra sé.
Alioscia la guardò perplesso.
Ma la conversazione fu interrotta a un tratto nel modo più improvviso.
Dalla cucina, che serviva a un tempo da anticamera, giunse un leggero rumore, come se fosse entrato qualcuno. Un minuto dopo, Mavra aprì la porta e fece ad Alioscia un cenno con la testa, chiamandolo fuori. Ci voltammo tutti verso di lei.
- Venite! - disse in un sussurro misterioso. Chiedono di voi.
- Chi può venirmi a cercare a quest'ora? - disse Alioscia girando su di noi uno sguardo stupito. - Vado a vedere.
In cucina c'era un uomo in livrea, il domestico del principe, padre di Alioscia. Si seppe più tardi che il principe, tornando a casa, aveva fatto fermare la carrozza alla porta di Natascia e aveva mandato il domestico a informarsi se ci fosse Alioscia. Informato Alioscia di questo, il domestico se ne andò subito via.
- Strano! E' la prima volta che fa così, - diceva Alioscia guardandoci tutto confuso. - Che vorrà dire?
Natascia gli gettò uno sguardo inquieto. Improvvisamente, Mavra aprì di nuovo la porta.
- Viene il principe in persona! - disse in fretta e a bassa voce, poi si nascose subito.
Natascia impallidì e si alzò. A un tratto i suoi occhi fiammeggiarono.
Se ne stava in piedi, leggermente appoggiata alla tavola, e guardava, in preda a una grande agitazione, la porta dalla quale doveva entrare il visitatore inatteso.
- Natascia, non temere nulla, sei con me! Io non permetterò che ti offendano! - sussurrò Alioscia confuso, ma non smarrito.
La porta si aprì e sulla soglia comparve il principe Valkovski in persona.
CAPITOLO 2
Girò su di noi uno sguardo rapido e attento. Da quello sguardo non si poteva ancora capire se fosse venuto come nemico o come amico. Ma, anzitutto, descriverò il suo aspetto esteriore, che quella sera produsse su di me una forte impressione.
Avevo già avuto occasione di vederlo. Era un uomo sui quarantacinque anni, non più, con lineamenti regolari ed estremamente belli; l'espressione del suo viso cambiava secondo le circostanze, e cambiava completamente, nel modo più brusco, passando con strana rapidità dalla più grande affabilità, al più tetro malumore, come se facesse scattare da un momento all'altro qualche molla nascosta. Viso ovale, regolarissimo, di carnagione un po' scura, denti magnifici, labbra piccole e molto esili, ma di un disegno perfetto, naso diritto, fronte alta, sulla quale non si poteva notare ancora nessuna ruga, grandi occhi grigi, tutto quell'insieme faceva di lui un uomo di una bellezza quasi perfetta, e non di meno quel viso non ispirava affatto simpatia.
Respingeva anzi da sé, appunto per quella sua espressione che pareva non essere mai la vera: fittizia, era, sempre, come copiata, e involontariamente nasceva in chi lo guardava la persuasione che non si sarebbe mai potuto riuscire a captare la sua propria. Osservandolo più attentamente, si cominciava a sospettare, sotto quella continua maschera, qualche cosa di malvagio, di astuto e di supremamente egoistico. Soprattutto, attiravano l'attenzione i suoi occhi apparentemente belli, grigi, e aperti. Essi soli sembravano non voler sottomettersi completamente alla sua volontà. Avrebbe forse voluto avere uno sguardo dolce e affettuoso, ma i raggi che uscivano dai suoi occhi sembravano sdoppiarsi, e in mezzo a quelli dolci e affettuosi, ne brillavano di duri, diffidenti, scrutanti e maligni... Era di alta statura, aveva una corporatura elegante, un po' magra, e pareva molto più giovane di quanto non fosse in realtà. Fra i molti capelli, soffici, di un castano scuro, di fili bianchi non se ne vedevano quasi ancora. Gli orecchi, le mani e i piedi erano di un disegno straordinariamente bello e nobile. Una vera bellezza di razza. Era vestito con molta eleganza e finezza, in modo un po' giovanile, cosa che, però, gli stava assai bene. Sembrava il fratello maggiore di Alioscia. In nessun modo si poteva pensare che fosse padre di un figlio adulto.
Si avvicinò direttamente a Natascia e disse in tono fermo, guardandola in faccia:
- La mia venuta da voi, a quest'ora e senza preannuncio, è strana e fuori di ogni convenienza; spero, tuttavia, che mi vorrete credere in grado di rendermi conto dell'eccentricità della mia azione. So pure con chi ho da fare. So che siete perspicace e generosa. Regalatemi soltanto dieci minuti, e spero che voi stessa mi capirete e mi assolverete.
Pronunciò questa tirata in tono affabile, ma fermo e tale da non ammetter replica.
- Accomodatevi! - disse Natascia, che non era ancora riuscita a liberarsi dalla confusione del primo momento né da un certo senso di timore.
Egli s'inchinò leggermente e si sedette.
- Anzitutto, permettete che rivolga due parole a lui, - cominciò il principe, indicando il figlio. - Alioscia, non appena te ne fosti venuto via senza aspettarmi e senza nemmeno accomiatarti da noi, vennero ad annunciare alla contessa che Caterina Feodorovna si sentiva male. La contessa si alzò subito per correre da lei, quando a un tratto la porta si aprì ed entrò Caterina Feodorovna stessa, spettinata e grandemente agitata. Ci disse di punto in bianco di non poter essere tua moglie. Aggiunse che intende ormai farsi monaca, che tu hai chiesto il suo aiuto e che tu ami Natalia Nicolajevna. Una dichiarazione simile, quasi incredibile da parte di Caterina Feodorovna, non può essere stata provocata che dalla spiegazione strana che tu hai avuto con lei. Era come fuori di sé! Puoi ben capire anche tu come rimanessi colpito e spaventato. Passando qua sotto, ho notato la luce alle vostre finestre, - continuò poi, rivolgendosi a Natascia. - Allora l'idea che mi perseguiva già da tempo s'impadronì di me con tale forza, che non potei padroneggiarmi, ed eccomi qui.
Perché sono venuto? Ve lo spiegherò subito, ma vi prego fin d'ora di non stupirvi se nella mia spiegazione noterete qualche asprezza. Tutto è avvenuto così improvvisamente...
- Spero che capirò e... apprezzerò secondo il suo merito tutto ciò che mi direte, - rispose Natascia titubante.
Il principe l'osservava con grande attenzione, come se avesse fretta di studiarla, di conoscerla a fondo in un minuto.
- Conto appunto sulla vostra perspicacia, - egli continuò, - e se mi sono permesso di salire da voi, fu perché sapevo con chi avevo a che fare. Vi conosco da un pezzo, nonostante io sia stato in passato così ingiusto a vostro riguardo, e mi senta tanto colpevole dinanzi a voi.
Ascoltatemi: voi sapete che da parecchio tempo esistono dissapori tra me e vostro padre. Non voglio dire che la ragione sia tutta dalla mia parte; chissà che non sia verso di lui più colpevole di quanto ho creduto finora! Se così è, vuol dire che anch'io mi sono ingannato.
Sono diffidente, e lo confesso apertamente. Sono portato a sospettare piuttosto il male che il bene, è un disgraziato tratto di carattere proprio a ogni cuore freddo. Ma non ho l'abitudine di nascondere i miei difetti. Ho creduto a tutto ciò che mi fu detto, e quando voi abbandonaste la casa dei vostri genitori, mi spaventai per Alioscia.
Ma allora non vi conoscevo ancora. Le informazioni che ebbi di tanto in tanto mi rassicurarono completamente. Ho osservato, ho studiato la cosa, e infine mi sono persuaso che i miei sospetti erano infondati.
Seppi che voi avete rotto ogni relazione con la vostra famiglia, so pure che vostro padre è assolutamente contrario al vostro matrimonio con mio figlio. E basterebbe il fatto che voi, pur avendo tanta influenza su Alioscia, non ne avete finora approfittato mai, né mai avete insistito perché vi sposasse, per mettervi, ai miei occhi, sotto la migliore delle luci. Nondimeno, ve lo confesso con tutta sincerità, ho deciso di impedire a qualsiasi costo che il vostro matrimonio con mio figlio abbia luogo. So di parlarvi forse troppo francamente, ma in questo momento la franchezza è proprio ciò che desidero soprattutto; quando mi avrete ascoltato fino in fondo, converrete anche voi che ho ragione. Poco tempo dopo il vostro abbandono della casa paterna, lasciai anch'io Pietroburgo; tuttavia, partendo, io non temevo più per Alioscia. Ponevo le mie speranze nel vostro nobile orgoglio. Capii che voi stessa non avreste voluto quel matrimonio, prima che fossero terminati i nostri dissidi di famiglia, che non avreste mai voluto rompere i buoni accordi tra me e Alioscia, ben sapendo che, se vi avesse sposata, io non gli avrei mai perdonato; che non avreste voluto che si dicesse di voi che avevate cercato il matrimonio con un principe e voluto entrare per forza nella nostra famiglia. Voi, infatti, ci avete dimostrato un'assoluta indifferenza, e forse aspettavate il momento in cui sarei venuto da voi a chiedervi di farci l'onore di concedere la vostra mano a mio figlio. Nondimeno, rimanevo sempre ostile a vostro riguardo. Non intendo discolparmi, ma neppure voglio tenervi nascoste le mie ragioni. Eccole: voi non siete ricca né avete relazioni nelle alte sfere. Da parte mia, per quanto, in realtà, possieda una discreta fortuna, essa non basta per la nostra famiglia.
Siamo decaduti. Abbiamo bisogno di denaro e di relazioni. La figliastra della contessa Zinaida Teodorovna non ha relazioni neppure lei, a dire il vero, ma ha una fortuna immensa. Se avessimo lasciato passare ancora un po' di tempo, sarebbero comparsi altri pretendenti e ci avrebbero portato via la fidanzata; non era il caso di lasciar sfuggire la buona occasione, e sebbene Alioscia sia ancora troppo giovane per sposarsi, mi decisi di entrare in trattative per il suo fidanzamento. Vedete, non vi nascondo nulla. So benissimo che potreste considerare con disprezzo un padre che confessa di volere, per scopi materiali e per certi suoi pregiudizi, spingere il proprio figlio a commettere una brutta azione, giacché abbandonare una nobile e generosa fanciulla che tutto ha sacrificato a questo figlio e verso la quale egli è tanto colpevole, è una brutta azione senz'altro; ma io non cerco di giustificarmi. La seconda ragione che mi fece desiderare che mio figlio sposasse la figliastra della contessa Zinaida Teodorovna è che quella fanciulla è sommamente degna di affetto e di stima. E' bella, bene educata, ha un carattere delizioso ed è molto intelligente, pur essendo ancora, sotto certi aspetti, una vera bambina. Alioscia è debole di carattere, frivolo, irragionevole all'estremo, ha ventidue anni, è un giovincello ancora, e forse ha una sola buona qualità: la bontà del cuore, qualità che può anche essere pericolosa, aggiunta ad altri suoi difetti. M'ero già accorto da un pezzo che la mia influenza su di lui andava diminuendo, che l'ardore e gli invaghimenti giovanili prendevano in lui il sopravvento, a detrimento, persino, dei suoi più seri doveri. Può darsi che io l'ami troppo, ma, ad ogni modo, mi convinco sempre più che non gli basta avere solo me per guida. D'altra parte, deve assolutamente essere di continuo sotto qualche influenza benefica. E' di natura debole, pronta alla sottomissione, affettuosa; ha un carattere per cui preferisce amare e sottomettersi che comandare. Tale rimarrà per tutta la vita.
Potete dunque immaginare quanto fui contento d'incontrare in Caterina Feodorovna l'ideale della fanciulla che avrei desiderato dare in moglie a mio figlio. Ma la mia gioia era ormai tardiva; Alioscia era già dominato da un'altra influenza incancellabile: la vostra. Un mese fa, dopo il mio ritorno, lo osservai attentamente, e, con mia grande meraviglia, potei notare in lui un importante miglioramento. La frivolezza e la puerilità sono rimaste ancora quasi come prima, ma in compenso si sono affermati in lui molti nobili sentimenti: non s'interessa più soltanto di puerilità, ma comincia a occuparsi anche di cose elevate, nobili, oneste. Le sue idee sono strane, poco stabili, qualche volta assurde, ma i desideri, le aspirazioni, il cuore sono migliori, e questo è il fondamento, che serve per costruire l'edificio; ora, tutto quel miglioramento gli viene da voi, indubbiamente da voi sola; avete rifatto la sua educazione. Vi confesso che proprio allora mi balenò il pensiero che voi, più di ogni altra donna, potreste costituire la sua felicità. Ma scacciai subito da me quel pensiero, non gli permisi di affermarsi nella mia mente.
Avevo deciso di togliervelo ad ogni costo; mi misi dunque all'opera, e presto credetti di aver raggiunto lo scopo. Un'ora fa ero ancora persuaso che la vittoria fosse dalla mia parte, ma l'incidente in casa della contessa ha capovolto di colpo tutte le mie supposizioni.
Quello, poi, che mi ha colpito soprattutto, fu la constatazione di un fatto assolutamente inatteso: la verità di sentimento, insolita in Alioscia, la forza dell'affezione di Alioscia per voi, l'insistenza e la durata di questo affetto. Ripeto: l'avete assolutamente cambiato.
Constatai, inoltre, che quel cambiamento era molto più profondo di quanto mi fossi immaginato. Oggi ha dimostrato improvvisamente, dinanzi a me, un'intelligenza di cui non l'avrei mai creduto capace, e, al tempo stesso, una finezza, una perspicacia di cuore straordinarie. Ha scelto la via più giusta per uscire dalla situazione che aveva giudicata imbarazzante. Ha saputo toccare e commuovere le più nobili corde del cuore umano, e precisamente la capacità di perdonare e di ripagare il male con la generosità. Si è rimesso alla grazia dell'essere da lui offeso e si è rivolto a lui con la preghiera di aiutarlo e di interessarsi di lui. Ha colpito l'orgoglio di una donna che l'amava confessandole in faccia di amarne un'altra, e nello stesso tempo ha saputo svegliare in lei la simpatia per la sua rivale, ottenere il perdono e la promessa di un'amicizia fraterna e disinteressata. Osare una spiegazione simile e saperla condurre a compimento senza offendere la propria interlocutrice, è una cosa di cui spesso non sono capaci nemmeno gli uomini più saggi e più abili, ma che sanno compiere i cuori freschi, puri e ben intenzionati come il suo. Sono convinto che voi, Natascia Nicolajevna, non avete partecipato in alcun modo, né con parole né con consigli, al suo atto di oggi, che probabilmente avete saputo soltanto or ora da lui stesso.
Non mi sbaglio, vero?
- Non vi sbagliate, - gli confermò Natascia, cui il viso avvampava e gli occhi brillavano come ispirati. La dialettica del principe cominciava a produrre il suo effetto. - Erano cinque giorni che non vedevo più Alioscia, - aggiunse. - Il piano fu ideato e portato a compimento da lui solo.
- Ne ero convinto, - confermò il principe; - ma ciò nonostante tutta quella sua perspicacia improvvisa, tutta quella risolutezza, quella coscienza del proprio dovere, e, infine, quella nobile fermezza, sono conseguenza della vostra influenza su di lui. Tutto questo l'ho pensato e capito mentre rincasavo in carrozza, e avendolo capito, ho trovato in me la forza di prendere una decisione. Il fidanzamento progettato in casa della contessa è rotto, e non può più essere riannodato; ma se anche ciò fosse possibile, sarei io a non volerne più sapere. Come! ma se io stesso mi sono persuaso che soltanto voi potete fare la felicità di mio figlio, che voi siete per lui una vera guida, che avete già messo la prima pietra nell'edificio della sua felicità! Non vi ho nascosto nulla sinora, e continuerò a essere sincero: una bella carriera, il denaro, un'alta posizione nel mondo, anche i titoli, sono tutte cose che non mi lasciano certo indifferente, sebbene riconosca che molte di queste belle cose non sono che frutto di pregiudizi: a me questi pregiudizi piacciono e non voglio calpestarli di sicuro. Nella vita, però, si danno circostanze in cui bisogna ammettere anche altre considerazioni; non si può sempre misurare tutto con la stessa misura... Inoltre, amo ardentemente mio figlio. Insomma, sono venuto alla conclusione che Alioscia non deve separarsi da voi, perché senza di voi sarebbe perduto. E volete che vi faccia un'altra confessione? Questa decisione l'ho presa da circa un mese, ma solo adesso mi sono convinto che è giusta. Certo, per esporvi quanto vi ho detto, avrei anche potuto presentarmi da voi domani, invece di disturbarvi quasi a mezzanotte. Ma questa mia fretta vi dimostrerà, forse, con quanto ardore, e soprattutto con quanta sincerità mi metto all'opera. Non sono un ragazzo, e alla mia età non potrei decidermi a un passo impensato. Quando entrai qui, tutto era già meditato e deciso; capisco, però, che ci vorrà un certo tempo per convincervi della mia sincerità... Ma all'opera! Devo spiegarvi ancora perché sono venuto da voi? Sono venuto per compiere il mio dovere dinanzi a voi, e solennemente, col massimo rispetto dovutovi, chiedervi di rendere felice mio figlio, concedendogli la vostra mano.
Ah, non mi dovete considerare un padre severo, che si decide infine a perdonare ai suoi figli, degnandosi di consentire alla loro felicità.
No, no, mi umiliereste, se mi consideraste in tal modo! Non dovete nemmeno pensare che io mi sia sentito anticipatamente sicuro di ottenere il vostro consenso, basandomi sul fatto che avete sacrificato già tanto a mio figlio; ancora una volta: no! Sono io il primo a dire ad alta voce che egli non è degno di voi e... (egli è buono e sincero) lui stesso lo confermerà. Ma non basta! Se sono stato attratto qui a un'ora così tarda, non lo fui solo da questo.. sono venuto qui...
(egli si sollevò sulla sedia con aria rispettosa e alquanto solenne), sono venuto qui per cercare la vostra amicizia! So di non averne il minimo diritto; tutt'altro! Ma lasciatemelo meritare, questo diritto!
Permettetemi di sperare!...
In atteggiamento rispettoso, inchinato davanti a Natascia, egli ne aspettava la risposta. Per tutto il tempo in cui aveva parlato, io avevo continuato a osservarlo attentamente. Se ne era accorto.
Aveva pronunciato il suo discorso in tono freddo, ma non senza una certa pretesa di dar prova di abilità dialettica, e in alcuni punti aveva parlato persino con sussiego. Il tono di quel discorso, a tratti, sembrava persino non corrispondere affatto allo slancio impetuoso che, secondo lui, l'aveva condotto da noi in un'ora così poco adatta per una prima visita, soprattutto se si prendevano in considerazione i rapporti esistenti. Alcune tra le sue espressioni erano evidentemente state studiate in antecedenza, e in alcuni punti del suo discorso, stranamente lungo, aveva assunto artificiosamente l'aria di un originale che cerca di nascondere un sentimento impetuoso sotto l'apparenza di uno scherzo, dell'umorismo e della noncuranza.
Queste considerazioni non potei farle che in seguito; per il momento la stranezza di quanto accadeva non mi permetteva di farne. Le ultime parole furono pronunciate da lui con tale entusiasmo, tale sentimento e tale espressione di stima per Natascia, che rimanemmo tutti vinti.
Gli si vide persino brillare sulle ciglia qualcosa come una lacrima.
Il nobile cuore di Natascia fu vinto completamente. Imitandolo, ella si sollevò pure dalla poltrona, e, in preda a una profonda agitazione, gli porse la mano. Egli la prese e la baciò, con tenerezza e con sentimento. Alioscia era fuori di sé dalla gioia, in estasi addirittura.
- Che cosa ti dicevo, Natascia? - gridò. - Tu non mi volevi credere!
Non mi volevi credere, quando dicevo che è l'uomo più nobile del mondo! Lo vedi, adesso?
Si slanciò verso il padre e l'abbracciò calorosamente. Questi gli restituì l'abbraccio, ma si affrettò a mettere termine alla scena patetica, come vergognandosi di esprimere i propri sentimenti.
- Basta, - disse, prendendo il cappello, - me ne vado. Vi avevo chiesto dieci minuti, e invece sono rimasto qui un'ora buona, - aggiunse sorridendo. - Me ne vado, tuttavia, col desiderio più ardente e impaziente di rivedervi al più presto. Mi permetterete di venire a trovarvi il più spesso possibile?
- Sì, sì, - rispose Natascia, - il più spesso possibile! Voglio, al più presto... volervi bene, - aggiunse confusa.
- Come siete franca, come siete leale! - disse il principe, sorridendo alle parole di lei. - Non volete fingere nemmeno per dire una semplice cortesia. Ma la vostra sincerità vale più di tutte quelle false cortesie. Sì! Comprendo che dovrò aspettare ancora a lungo per meritare il vostro affetto.
- Basta con le lodi... cessate, per carità! - mormorava Natascia, tutta confusa.
Com'era bella in quel momento!
- E così sia! - decise il principe; - ma due parole ancora sull'argomento. Pensate quanto sono sfortunato! Domani non potrò venire da voi; né domani né dopodomani. Questa sera ho ricevuto una lettera molto importante, in cui si chiede la mia immediata partecipazione a un affare, e non posso in alcun modo mancare all'impegno. Domani mattina parto da Pietroburgo. Vi prego, però, di non pensare che sia venuto da voi questa sera, e a così tarda ora, in vista dell'impossibilità d'averne il tempo domani o dopodomani. Voi non lo pensate di certo, vero? Ma eccovi un'altra prova della mia diffidenza. Perché mi sono immaginato che l'avreste pensato? Oh, questa diffidenza! quanto mi ha nuociuto in vita mia! Può darsi benissimo che anche la mia lite con la vostra famiglia non sia che una conseguenza del mio disgraziato carattere pieno di diffidenza! Oggi è martedì. Mercoledì, giovedì e venerdì sarò fuori di Pietroburgo.
Sabato conto assolutamente d'essere di ritorno, e allora mi affretterò a venire da voi. Dite: posso venire qui a passare con voi tutta la serata?
- Ma certo! ma certo! - esclamò Natascia. - Sabato sera vi aspetterò, vi aspetterò con impazienza!
- Ah, come mi sento felice! Vi conoscerò sempre meglio! Ma... me ne vado! Però non posso andarmene senza avervi stretto la mano, - disse rivolgendosi improvvisamente a me. - Scusatemi... Parliamo tutti in modo così sconnesso questa sera... Ho avuto il piacere d'incontrarvi parecchie volte, una volta siamo anzi stati presentati l'uno all'altro. Non posso uscire di qua senza esprimervi il piacere che avrei di continuare la nostra relazione.
- E' vero, ci siamo incontrati, - risposi stringendogli la mano; - ma scusatemi, non ricordo dove ci siamo conosciuti.
- L'anno scorso, dal principe P.
- Scusatemi, me ne ero dimenticato. Vi assicuro, però, che questa volta non lo dimenticherò di certo. Questa sera rimarrà indimenticabile per me.
- Sì, avete ragione, anche per me. Io so da tempo che siete un vero, un sincero amico di Natascia Nicolajevna e di mio figlio. Spero di diventare il quarto tra voi. Non è vero? - aggiunse rivolgendosi a Natascia.
- Sì, è il nostro amico più sincero, e dobbiamo essere amici tutti e quattro! - rispose Natascia con profondo sentimento.
Poveretta! Era tutta raggiante di gioia, vedendo che il principe non aveva dimenticato di avvicinarsi anche a me. Come mi voleva bene!
- Ho incontrato molti ammiratori del vostro ingegno, - continuò il principe, - e conosco anche due delle vostre più sincere ammiratrici.
Avrebbero molto piacere di conoscervi personalmente. Si tratta della contessa, la mia migliore amica, e della mia figlioccia Caterina Feodorovna Filimonova. Permettetemi di sperare che non mi rifiuterete il piacere di presentarvi a quelle signore.
- E' molto lusinghiero per me, ma ho così poche conoscenze...
- A ogni modo, non vorrete rifiutarmi il vostro indirizzo.
- Io, principe, almeno per il momento, non ricevo in casa mia.
- Certo, io non merito che si faccia per me un'eccezione; spero tuttavia...
- Se proprio insistete... mi farete un piacere. Abito in vicolo... in casa Klughen.
- Abitate in casa Klughen? - domandò come stupito di qualche cosa. - Proprio? E... vi abitate da molto tempo ?
- No, da poco, - risposi, fissandolo involontariamente. - Il mio appartamento è al numero quarantaquattro.
- Quarantaquattro? Abitate... solo?
- Perfettamente solo.
- Domando così perché mi pare di conoscere quella casa. Tanto meglio.
Verrò assolutamente a trovarvi! Devo discorrere con voi di parecchie cose, e mi aspetto molto da voi. Potete rendermi un gran servigio.
Vedete? comincio subito col chiedervi un servigio. Arrivederci!
Permettete che vi stringa un'altra volta la mano!
Strinse la mano a me e ad Alioscia, baciò la manina di Natascia, e uscì senza invitare Alioscia a seguirlo.
Rimanemmo tutti e tre molto turbati. Tutto s'era svolto in modo così improvviso, così inatteso! Avemmo la sensazione che il passato fosse scomparso di punto in bianco e che stesse cominciando per noi una nuova vita, una vita sconosciuta. Alioscia si era seduto silenziosamente accanto a Natascia e le copriva le mani di baci. Di tanto in tanto la guardava in faccia, come aspettando che dicesse qualche cosa.
- Caro Alioscia, domani stesso devi assolutamente andare a trovare Caterina Feodorovna, - disse infine lei.
- Lo pensavo anch'io! - rispose Alioscia; - ci andrò senza fallo.
- Forse le sarà penoso vederti... come fare?
- Non so, cara amica. Ho già pensato anche a questo. Ci mediterò sopra... vedrò... e poi deciderò che cosa dovrò fare. Ah, Natascia, adesso tutto è cambiato per noi! - disse Alioscia, non potendosi più trattenere.
Lei sorrise e lo guardò con sguardo lungo e tenero.
- Com'è delicato! La miseria del tuo alloggio non gli è certo sfuggita, eppure non ha detto una sola parola...
- In merito a che?
- Insomma... che dovresti cambiar casa... o qualcosa altro, - aggiunse egli, arrossendo.
- Per carità, Alioscia, ma perché avrebbe dovuto dirlo?
- Appunto per questo dico che ha molta delicatezza. E che elogi ti ha fatto! Te l'avevo sempre detto, sempre... Oh, è un uomo capace d'ogni sentimento, d'ogni comprensione. Di me, invece, ha parlato come se fossi un bambino; tutti mi considerano tale! E lo sono infatti.
- Sei bambino, ma sei più perspicace di noi tutti, e hai il cuore molto buono.
- Lui ha detto, invece, che il mio cuore troppo buono è pericoloso per me. Com'è possibile? Non lo capisco. Non ti pare, Natascia, che farei bene ad andare al più presto da lui? Domani mattina, appena giorno, sarò da te.
- Sì, sì, va pure, caro! Il tuo è un buon pensiero. Devi assolutamente farti vedere da lui, capisci? E domani torna da me al più presto. Non starai altri cinque giorni senza venirmi a trovare, eh, adesso? - aggiunse, scherzando e accarezzandolo con lo sguardo.
Eravamo tutti invasi da una gioia dolce e profonda.
- Venite con me, Vania? - domandò Alioscia, uscendo dalla camera.
- No, Vania rimane qui; vorrei parlare ancora con te, Vania. Fa di venire domattina al più presto!
- Appena spuntato il giorno! Addio, Mavra!
Mavra era in preda a una forte agitazione. Aveva sentito tutto il discorso del principe, avendo origliato alla porta; gran parte di esso, però, le era sfuggita, ed avrebbe desiderato chiedere spiegazioni o poter indovinare. Intanto aveva assunto un'aria seria, quasi orgogliosa. Aveva capito anche lei che molte cose sarebbero cambiate.
Rimanemmo soli: Natascia mi prese la mano e per un certo tempo tacque come ponderando le parole da dire.
- Sono stanca! - fece infine, con voce debole. - Andrai da "loro" domani?
- Immancabilmente.
- Puoi dirlo alla mamma, ma a "lui" no.
- Ma anche senza il tuo avvertimento, non parliamo mai di te.
- Va bene; lo saprà lo stesso. Sta attento a quello che dirà, al modo come accoglierà la notizia. Ah, Dio! Vania, è mai possibile che mi debba veramente maledire per questo matrimonio? No, non è possibile!
- Tocca al principe a mettere a posto ogni cosa, - ribattei io frettolosamente. - Egli deve ad ogni costo far pace con lui, e allora tutto si appianerà.
- Ah, Signore! Se questo potesse avvenire davvero! - esclamò in tono di supplica.
- Non temere, Natascia; ogni cosa si metterà a posto. Sembra che le cose si stiano mettendo proprio così.
Lei mi guardò fisso.
- Vania, che ne pensi del principe?
- Se ha parlato sinceramente, a me pare un nobilissimo uomo.
- Se ha parlato sinceramente? Che vuol dire questo? Potrebbe dunque aver parlato anche non sinceramente?
- Pare anche a me, - risposi.
«E' dunque venuto anche a lei lo stesso pensiero. Strano!», dissi tra me.
- Tu hai continuato a guardarlo con tanta fissità...
- Sì, mi è sembrato un po' strano.
- A me pure. Ha parlato, sai, in un certo modo... Sono stanca, carissimo. Sai che cosa ti dirò? Va a casa anche tu. E domani torna da me, appena sarai uscito da casa loro. Dimmi ancora, non c'è stato nulla di offensivo nella mia frase, quando gli dissi che voglio cercare di volergli bene al più presto?
- No... che cosa c'è di offensivo?
- Non è stata... troppo stupida quella dichiarazione, almeno? Infatti, tu capisci, ciò significava che non gli voglio ancora bene.
- Anzi, fu una cosa spontanea, ingenua, bella. Eri poi così bella in quel momento. Se, con tutte le sue abitudini mondane, non lo capisse anche lui, sarebbe uno stupido.
- Si direbbe, Vania che tu abbia qualche cosa contro di lui. Ma come sono cattiva, vendicativa e vanitosa, ad ogni modo! Non ridere, sai pure che a te non nascondo nulla. Ah, Vania, amico mio carissimo! Se dovessi essere un'altra volta infelice, se dovesse capitarmi ancora qualche disgrazia, sono certa che tu sarai di nuovo al mio fianco, qui, accanto a me; forse tu solo sarai con me! Come potrò ripagarti di tutto? Non maledirmi mai, Vania!...
Tornato a casa, mi svestii subito e andai a letto. La camera era buia e umida come una cantina. Molti pensieri strani e sensazioni d'ogni genere si agitavano in me, tanto che rimasi a lungo senza riuscire ad addormentarmi.
Come doveva deriderci, però, in quel momento, un certo uomo, prima di addormentarsi nel suo comodo letto, se tuttavia si degnava di tanto!
Ma credo che non si sia degnato di farlo.
CAPITOLO 3
La mattina dopo, mentre stavo per uscire dal mio appartamento per recarmi subito all'Isola Vassiljevski dagli Ikmenev, m'imbattei improvvisamente, sull'uscio, nella mia visitatrice del giorno precedente, cioè nella nipotina di Smith. Stava entrando. Non so perché, ma mi ricordo di essermi molto rallegrato vedendola. La sera innanzi non avevo nemmeno potuto vederla bene, e alla luce del giorno mi stupì ancor più. Infatti, sarebbe difficile immaginarsi un essere più originale, quanto ad apparenza, almeno. Piccola, con occhi scintillanti e neri, che avevano in loro un non so che di non russo, con fittissimi capelli, pure neri e arruffati, e con uno sguardo enigmatico, muto e fisso, ella era fatta per attirare l'attenzione anche per la strada. Soprattutto, colpiva il suo sguardo: brillava di una grande intelligenza, e, al tempo stesso, vi si notava l'espressione di una sospettosità e di una diffidenza inquisitrice. Il suo vestito, logoro e sudicio, alla chiara luce del giorno sembrava ancor più in brandelli. Si sarebbe detta vittima di qualche malattia cronica, ostinata, lenta, che distruggesse a poco a poco, ma inesorabilmente, il suo organismo. Il suo viso pallido e magro era d'un colorito giallo scuro, poco naturale, come di chi abbia l'itterizia. Nell'insieme, però, nonostante tutta la bruttezza della miseria e della malattia, era molto bellina. Aveva le sopracciglia scure, finissime e di bel disegno; di una grande bellezza erano la fronte spaziosa, un po' bassa, e le labbra ben disegnate, con una piega altera e orgogliosa, ma pallide, sì che il loro colore si vedeva appena.
- Ah, sei ancora tu! - esclamai.- Lo pensavo che saresti tornata.
Entra, dunque.
Lei entrò, varcando lentamente la soglia e girando come la sera innanzi intorno a sé uno sguardo inquieto. Guardò attentamente tutta la camera in cui aveva abitato suo nonno, come se volesse rilevare i cambiamenti apportativi dal nuovo inquilino.
«Quale era il nonno, tale è la nipote», pensai. «Non sarà una pazza, alle volte?».
Lei continuava a tacere; e io aspettavo.
- Per i libri, - sussurrò finalmente, tenendo gli occhi rivolti a terra.
- Ah, sì! I tuoi libri, ecco, prenditeli! Li ho serbati apposta per te.
Mi guardò con una certa curiosità e con una leggera smorfia sulle labbra, che doveva probabilmente rappresentare un diffidente sorriso.
Ma anche quell'abbozzo di sorriso scomparve subito e il viso riprese la sua solita espressione, cupa ed enigmatica.
- Vi ha forse parlato di me il nonno? - domandò poi, misurandomi dalla testa ai piedi con sguardo ironico.
- No, di te, veramente, non mi ha parlato, ma...
- Come sapevate, allora, che sarei venuta? Chi ve l'ha detto? - mi domandò interrompendomi bruscamente.
- Ho pensato che tuo nonno non poteva vivere proprio da solo, abbandonato da tutti. Era così vecchio, così cadente! Allora immaginai che qualcuno doveva pur venire a trovarlo. Tieni, ecco i tuoi libri.
Studi su questi libri tu?
- No.
- Perché ne hai bisogno, allora?
- Il nonno mi insegnava quando ancora venivo da lui.
- Non venivi sempre da lui?
- No, in questi ultimi tempi non venivo più... sono stata ammalata, - rispose, come per giustificarsi.
- Hai famiglia, la mamma, il babbo?
La piccina aggrottò improvvisamente le sopracciglia e mi gettò uno sguardo quasi spaventato. Poi si voltò, abbassò la testa e, senza degnarsi di rispondere, andò lentamente verso l'uscio, proprio come la sera precedente. Io la seguivo con sguardo stupito. Ma si fermò sulla soglia.
- Come è morto? - mi domandò bruscamente, voltando appena la testa verso di me, col preciso gesto e movimento dell'altra volta, quando, prima di uscire e rimanendo ferma con la faccia rivolta alla porta, mi aveva chiesto di Asorka.
Me la avvicinai e cominciai a raccontarle in fretta com'era morto il suo nonno. Mi ascoltava con attenzione, rimanendo sempre a testa bassa e volgendomi le spalle. Le riferii pure come il vecchio, morendo, aveva parlato della «sesta linea».
- Così indovinai, - aggiunsi, - che là doveva abitare qualcuno dei suoi cari, e quindi aspettavo che qualcuno venisse a chiedere di lui.
Evidentemente, ti voleva molto bene, se nell'ultimo minuto si ricordò di te.
- No, - sussurrò, come involontariamente; - bene non mi voleva.
Era molto eccitata. Raccontando, io mi chinavo su di lei e la guardavo in faccia. Mi accorsi che compiva terribili sforzi su se stessa per reprimere la propria emozione; pareva che lo facesse per un senso di orgoglio. Impallidiva sempre più e si mordeva il labbro inferiore.
Sopra ogni cosa, però, fui stupito dallo strano battito del suo cuore.
Batteva sempre più forte, tanto che alla fine si poté sentirlo anche a due o tre passi di distanza, come nei malati dl aneurisma. Credevo dovesse scoppiare in lacrime da un momento all'altro, come la sera prima; invece riuscì a dominarsi.
- Dov'è lo steccato?
- Quale steccato?
- Quello vicino a cui morì il nonno..
- Te lo farò vedere... quando saremo usciti. Senti, dimmi come ti chiami...
- Non bisogna.
- Che cosa non bisogna ?
- Non bisogna; nulla... non mi chiamo in nessun modo, - disse con voce staccata e come indispettita, e fece un movimento per andarsene; ma io la trattenni.
- Aspetta, strana ragazza che sei! Non ti farò alcun male; sento compassione di te dal momento che ti ho sentita piangere di nascosto nell'angolo della scala. Non posso ricordarmene senza sentirmi sconvolto... Inoltre, il tuo nonno è morto tra le mie braccia, ed evidentemente si era ricordato di te quando mi parlò della sesta linea, ciò è lo stesso che se ti avesse raccomandata alla mia protezione. Mi sogno spesso di lui... Ecco, anche i libri li ho serbati per te; tu, invece, sei come una selvaggia, e hai paura di me.
Devi essere molto povera, e forse anche orfana; forse non convivi neppure con parenti; ho indovinato o no?
Le parlavo con calore, e non so neppure io perché mi attirasse tanto.
Nel mio sentimento c'era qualche altra cosa, oltre la compassione. Era il carattere misterioso di tutto l'ambiente, o l'impressione prodotta su di me dal suo defunto nonno, o la disposizione fantastica del mio animo? Non lo so; fatto si è che mi sentivo attratto verso quella bambina in modo irresistibile. Si sarebbe detto che le mie parole l'avessero commossa. Mi gettò uno sguardo strano, non più cupo, ma dolce e lungo, poi di nuovo abbassò gli occhi e rimase meditabonda.
- Elena, - sussurrò poi improvvisamente, con voce appena percettibile.
- Sarebbe il tuo nome, Elena?
- Sì...
- Allora, tornerai ancora da me?
- Non potrò... non lo so.. sì, verrò, - fece piano e indecisa, come se lottasse con se stessa.
In quel momento si udì, chissà da dove, suonare un orologio. La piccina ebbe un sussulto e guardandomi con inesprimibile angoscia, sussurrò:
- Che ore sono?
- Saranno le dieci e mezzo.
Gettò un grido di spavento.
- Santo Dio! - e si precipitò di corsa fuori dalla camera. Ma io la fermai un'altra volta nel vestibolo.
- Non ti lascerò certo andar via così! Di che hai paura? Sei in ritardo?
- Sì, sì, sono fuggita di nascosto! Lasciatemi! Mi picchierà! - gridò, lasciandosi sfuggire inavvertitamente questa confessione e cercando di strapparsi dalle mie mani.
- Ascoltami e non dibatterti; tu devi andare nell'isola Vassiljevski, ci vengo anch'io, vado alla tredicesima linea. Anch'io sono in ritardo e devo prendere la carrozza. Vuoi venire con me? Ti porto fin là.
Farai sempre più in fretta che a correrci a piedi...
- Da me non si può venire, non si può! - esclamò sempre più spaventata. Le si alterarono persino i lineamenti del viso, tanto fu immenso il suo terrore al solo pensiero che potessi accompagnarla fin là dove abitava.
- Se ti dico che devo andare per un mio proprio affare nella tredicesima linea, come posso venire da te? Non ti seguirò. In carrozza ci arriverai molto più presto. Andiamo!
Corremmo in fretta giù per le scale. Presi la prima carrozza che mi capitò sotto gli occhi. Evidentemente, doveva avere molta fretta, se consentì a sedermisi accanto. Lo strano era che non osavo nemmeno interrogarla. Cominciò ad agitare le braccia e per poco non saltò giù dalla carrozza, quando le domandai chi fosse la persona che le incuteva tanta paura.
«Che significano questi misteri?», pensai.
Era seduta in modo piuttosto scomodo. A ogni scossa, per non cadere fuori, si aggrappava alla manica sinistra del mio pastrano con una manina sporca, dalla pelle ruvida per il freddo Con l'altra mano teneva fortemente i suoi libri; si capiva da tutto che quei libri le erano molto cari. Rimettendosi a posto dopo uno scossone, fece intravedere a un tratto una gamba e, con mia grande meraviglia, vidi che aveva il piede nudo, calzato unicamente da una scarpa rotta. Pur avendo preso la decisione di non chiederle nulla, non riuscii questa volta a trattenermi.
- Possibile che tu non abbia calze? - domandai. - Come si può andare a piedi nudi con un tempo così umido e freddo?
- Non ne ho! - rispose brevemente.
- Oh, santo Dio, ma abiterai pure con qualcuno, no? Dovevi chiedere che ti dessero le calze, se avevi bisogno di uscire.
- Sono io stessa che voglio andare attorno così.
- Ma ti ammalerai, morirai!
- Sia pure, morirò.
Evidentemente, non voleva rispondere, e le mie domande l'irritavano.
- Proprio qui è morto, - dissi, indicandole la casa presso la quale era morto il vecchio.
Ella guardò attentamente lo steccato, poi, voltandosi a un tratto verso di me, disse con voce supplichevole:
- Per amor di Dio, non seguitemi. Verrò, tornerò da voi, non appena mi sarà possibile.
- Va bene, ti ho già promesso di non venire con te. Ma di che hai paura? Devi essere molto disgraziata, mi duole il cuore a vederti così.
- Io non ho paura di nessuno, - mi ribatté con evidente ira nella voce.
- Poco fa, hai detto: «Mi picchierà».
- Mi picchi pure, - rispose, e i suoi occhi scintillarono. - Mi picchi pure, mi picchi pure! - ripeteva con amarezza, e il labbro inferiore le si sollevò in un'espressione di disprezzo e tremò leggermente.
Finalmente giungemmo all'isola Vassiljevski.
Ella fece fermare la vettura presso la sesta linea e saltò giù, girando intorno uno sguardo inquieto.
- Andatevene, andatevene; tornerò da voi, vi assicuro che tornerò! - ripeteva in preda a una fortissima inquietudine, supplicandomi di non seguirla. - Andatevene presto, presto!
Ordinai al vetturino di andare avanti, ma non appena allontanatomi di alcuni passi lungo la riva, scesi anch'io dalla carrozza, tornai verso la sesta linea e passai rapidamente dall'altra parte della strada. La vidi subito, non aveva ancora avuto tempo di allontanarsi troppo, sebbene andasse molto in fretta, continuando di tanto in tanto a voltare indietro la testa; a un certo punto, si fermò, persino, onde meglio assicurarsi che non la seguivo. Io, però, mi nascosi sotto un portone, presso il quale passavo proprio in quel momento, e non mi scorse. Continuò ad andare avanti ed io la seguii, tenendomi sempre dalla parte opposta.
La mia curiosità era estremamente tesa. Sebbene avessi deciso di non entrare nella casa dove abitava, volevo, per ogni evento, vedere in che portone sarebbe entrata. Ero sotto l'influenza di una strana e penosa impressione, somigliante a quella già provata qualche tempo prima nella pasticceria, davanti al nonno di quella bambina e al suo cane.
CAPITOLO 4
Camminammo a lungo, fino alla Piccola Prospettiva. Elena procedeva quasi di corsa; finalmente entrò in una bottega; io mi fermai aspettando che uscisse.
«Non abita certo in quella bottega», pensai.
Infatti, un minuto dopo essa uscì, ma non aveva più con sé i libri; invece di questi, reggeva con le mani una scodella di terracotta.
Fatti alcuni passi ancora, entrò nel portone di una casa di misero aspetto. La casa era piccola e vecchia, a un solo piano, costruita in muratura, e color giallo sporco. A una delle finestre del pianterreno, che ne aveva soltanto tre, era esposto un modellino di bara, tinto di rosso, insegna di un piccolo fabbricante di bare. Le finestre del piano superiore erano piccolissime e quadre, con vetri verdastri e opachi, in parte incrinati, attraverso i quali si distinguevano tendine di percalle roseo. Attraversai la strada, mi avvicinai alla casa e lessi su una targa di ferro: «Casa della borghese Bubnova».
Ma non appena finito di decifrare l'iscrizione, udii risuonare nel cortile della casa un acuto strillo di donna, seguito da bestemmie. Vi gettai dentro uno sguardo attraverso lo sportello; sui gradini di un terrazzino in legno stava una donnona ordinaria, vestita da piccola borghese, con una cuffietta in testa e uno scialle verde sulle spalle.
Aveva il viso di un ripugnante color paonazzo; i suoi occhietti, immersi nel grasso e iniettati di sangue, lanciavano fulmini. Malgrado l'ora antimeridiana, era visibilmente ubriaca. Urlava contro la povera Elena, che le stava davanti come impietrita, con la scodella tra le mani. Dietro alle spalle della donna dal viso paonazzo, si sporgeva dal terrazzino un altro essere femminile, imbellettato e arruffato. Di lì a poco, si aprì la porta della scala che conduceva nel sottosuolo della casa e sui gradini comparve, evidentemente attratta dalle grida, una terza donna, di mezza età, vestita modestamente e poveramente, ma d'aspetto simpatico e decente. Dalla porta semiaperta sporgevano le teste di altri inquilini di quel sottosuolo: un vecchio decrepito e una giovane ragazza. Un uomo alto e robusto, evidentemente il portinaio della casa, stava in mezzo al cortile, con una scopa in mano, e osservava la scena con fare svogliato.
- Ah, maledetta! oh, sanguisuga! ah, pidocchio meschino! -strillava la donna, vomitando in un sol fiato tutte le ingiurie che aveva accumulato in sé. Le buttava fuori di getto, senza far virgole né punti, ma in una specie di singhiozzo. - Così mi ripaghi delle mie cure, brutta carogna? L'ho mandata dal pizzicagnolo a prendere i cetrioli, e subito ne ha approfittato per svignarsela! E dire che ne ho avuto il presentimento, mentre la stavo mandando. Mi doleva il cuore! Già ieri sera le ho strappato i capelli a ciocche per lo stesso motivo, e oggi, appena libera, eccola da capo... Ma dove corri, svergognata? Dove vai? Si può saperlo? Dove vai, idolo maledetto, carogna schifosa, veleno; da chi vai? Parla, putridume della palude; rispondi, o ti strozzo senz'altro!
E la donna infuriata si gettò sulla povera fanciulla, ma avendo notato la donna modestamente vestita, inquilina del piano inferiore, si fermò di colpo, e rivolgendosi a lei strillò in modo ancora più acuto, agitando le braccia per aria, come se volesse prenderla a testimonio della mostruosità commessa dalla sua disgraziata vittima.
- La mamma le è crepata! Lo sapete bene, brava gente, che è rimasta sola al mondo. Sapendo che anche voi non siete gente ricca, pensai:
«Faccio questo sacrificio in nome di San Nicola il Giusto; accoglierò l'orfana». E così feci. Ebbene? Cosa credete? Nei due mesi da che la mantengo, mi ha succhiato tutto il sangue delle vene; ha divorato la mia carne bianca. Sanguisuga! Serpente a sonagli! Satana testardo! E tace, tace sempre! Puoi picchiarla quanto vuoi, tace; tace, come se avesse acqua in bocca; tace sempre! Mi fa scoppiare il cuore e tace!
Ma chi credi di essere, razza di verme, di scimmia verde? Se non ci fossi io, saresti già crepata di fame per la strada. Dovresti lavarmi i piedi e poi bertene l'acqua, mostro, nera sciabola francese! Senza di me, saresti crepata da un pezzo!
- Ma perché, Anna Trofimovna, vi date tanta pena? Con che cosa vi ha tanto indispettita? - domandò rispettosamente la donna cui si rivolgeva la megera inferocita.
- Come, con che cosa, brava donna? Come, con che cosa? Non voglio che si opponga ai miei desideri! Non voglio che tu faccia quel che ti pare e piace, nemmeno se fosse bene, ma quel che pare e piace a me, anche se fosse male! Così sono io. Per poco non mi ha fatto morire, oggi!
L'ho mandata a prendere i cetrioli dal pizzicagnolo; lei, invece, è stata assente per tre ore. Eppure me lo diceva il cuore, mentre la stavo mandando, sì, quel cuore che tanto mi doleva; mi doleva, oh Dio, come mi doleva! Dove sei stata? Dove sei andata? Che protettori hai trovato? Non sono forse la sua benefattrice? Non sono stata io a condonare a quella sudiciona di sua madre quattordici rubli di debito, a seppellirla a mie proprie spese, a prendere questo suo diavolaccio in casa mia? Lo sai bene, brava donna, lo sai benissimo anche tu! Non ho forse ogni diritto su di lei, dopo questo? Anche lei dovrebbe capirlo; invece non fa che contraddirmi e farmi arrabbiare! Voglio la sua felicità io! Volevo farle portare vestiti di mussolina, le ho comprato nella galleria Gastunaia un paio di scarpe; l'ho fatta bella come un pavone, l'anima si rallegrava a vederla! Ebbene, lo credereste, brava gente? In due giorni ha strappato il vestito in tanti pezzettini, proprio in pezzetti piccolissimi, l'ha fatto a brandelli, e così ha continuato a portarlo indosso. Credete forse che l'abbia strappato per caso? Macché! l'ha fatto apposta! Non voglio mentire, l'ho sorpresa io stessa. «Non voglio», dice, «portare la mussolina, voglio vestire dei cenci!». Beh! allora mi sfogai su di lei, la picchiai fino a non poterne più; ma poi non ho forse chiamato il medico per curarla, non l'ho forse pagato coi miei propri denari?
Ma se anche ti schiacciassi, pidocchio velenoso, l'unico castigo che meriterei secondo la legge di Dio sarebbe quello di non bere latte per otto giorni, otto giorni soltanto. Per castigo, le ordinai di lavare i pavimenti; ebbene, mi credereste? Li lava, li lava, la canaglia! Mi irrita, mi fa ribollire tutto il cuore, li lava! «Già», penso, «adesso prenderà la fuga di sicuro!». Ebbene, non appena l'ebbi pensato, ecco che ieri stesso scompare ad un tratto! Avete sentito anche voi, bravi vicini, come l'ho picchiata ieri per questo; le braccia mi caddero persino per la stanchezza, le tolsi calze e scarpe, supponendo che non sarebbe fuggita a piedi nudi; ed ecco che oggi mi ripete lo stesso scherzo! Dove sei stata? Rispondi! Da chi sei andata a lagnarti, seme d'ortica? A chi mi hai denunciata? Parla, zingara! parla, maschera forestiera! parla!
E, fuori di sé, si gettò di nuovo sulla bambina, più morta che viva per la paura; l'afferrò per i capelli e la buttò con forza per terra.
La scodella coi cetrioli volò lontano e andò in frantumi, cosa che fece aumentare ancor più la collera della megera ubriaca. Picchiava la sua vittima sul viso, sulla testa, ma Elena taceva ostinatamente, e neanche un suono, neanche un grido, neanche un lamento le uscì dalla bocca, mentre la percuotevano. Io mi precipitai nel cortile, fuori di me per l'indignazione, e corsi verso la donna ubriaca.
- Che fate ? Come osate maltrattare in questo modo una povera orfana?
- gridai afferrando quella furia per un braccio.
- Che è questo? Chi sei tu? - strillò la donna, abbandonando Elena e puntando i pugni sui fianchi. - Che cosa desiderate in casa mia, voi?
- Desidero dirvi che siete una donna senza pietà, - gridai. - Come osate tiranneggiare così una povera bambina? Non è vostra figlia, l'avete detto voi stessa or ora; è una povera orfanella che avete raccolta...
- Signore Gesù! - strillò la furia. - Ma, e tu, chi sei, per venire qui a infastidirmi? Sei forse venuto qui con lei? Ma io mando subito ad avvertire il commissario! Andron Timofejevitc mi conosce personalmente e mi tratta come se fossi una nobile signora! Scappa forse per venire a trovare te? Chi sei? Vieni in casa d'altri per far nascere degli scandali? Aiuto!
E si gettò contro di me coi pugni alzati. Ma in quello stesso momento risuonò un grido, stridente, che non aveva nulla d'umano. Voltai la testa e vidi Elena, rimasta fino allora come priva di sensi, stramazzare per terra e cominciare a dibattersi in terribili convulsioni. Il suo viso si stravolse. Era un accesso epilettico. La ragazza arruffata e la donna del piano inferiore corsero in suo aiuto, la sollevarono e la portarono in fretta su per i gradini del terrazzino.
- Potessi tu crepare, maledetta! - strillò la megera. - Il terzo accesso in un mese... Via di qua, farabutto!
Ella si gettò di nuovo contro di me.
- E tu, portinaio, che stai qui a guardare! Per che cosa sei pagato?
- Via! via! Vuoi che ti rompano il collo? - fece il portinaio, con profonda voce di basso, ma in tono così pigro, che si capiva come lo dicesse unicamente proforma. - Dove due si divertono, un terzo non deve immischiarsi! Saluti, e fuori!
Fui dunque costretto a ritirarmi e a uscire dal coltile, essendomi persuaso che il mio intervento era stato assolutamente inutile. Mi piantai sul marciapiede di fronte al portone a osservare. Non appena fui uscito, la furia rientrò in casa, e il portinaio, avendo terminato le sue faccende, se ne andò pure chissà dove. Un momento dopo, la donna che aveva aiutato a portare Elena in casa scese dal terrazzino e si affrettò verso il proprio appartamento. Avendomi scorto, si fermò e mi guardò incuriosita. Incoraggiato dall'espressione buona e gentile del suo viso, entrai di nuovo nel cortile e mi avvicinai direttamente a lei.
- Permettete che vi domandi, - cominciai, - chi è quella bambina e che cosa ne fa quell'orribile megera? Non dovete pensare che ve lo chieda per semplice curiosità. Conoscevo già da prima quella bambina, e per certe speciali circostanze, mi interesso molto di lei.
- Se ve ne interessate, fareste meglio a prenderla con voi o a trovarle qualche occupazione, qualche posto, invece di lasciarla perire qui, - rispose, quasi senza volerlo, la donna, e fece un passo per allontanarsi.
- Che cosa potrei fare, se vi rifiutate di darmi informazioni? Vi dico che non so nulla. E' la padrona della casa, la stessa Bubnova, quella, vero?
- Sì, la padrona della casa.
- Ma in che modo le è caduta tra le mani quella bambina? E' morta qui sua madre?
- Insomma, ci è caduta, e basta... non è affar vostro.
E fece ancora l'atto di andarsene.
- Fatemi il piacere. Vi ripeto che la cosa mi interessa immensamente.
Può darsi che trovi modo di fare qualcosa. Chi è quella ragazzina? Chi era sua madre, lo sapete?
- Pare che fosse una straniera, venuta dall'estero; abitava da noi nel sotterraneo; era molto malata, poi morì di tisi.
- Doveva essere ben povera, per abitare in un cantuccio del sotterraneo!
- Certo che era povera, e come! Stringeva il cuore a vederla! Noi pure siamo più o meno in miseria; ma pure è rimasta debitrice anche con noi: sei rubli nei cinque mesi in cui è rimasta qui da noi. Abbiamo anche provveduto a seppellirla; mio marito le ha fatto la bara.
- Ma non diceva la Bubnova che alle spese dei funerali aveva pensato lei?
- Macché, tutte menzogne!
- Che cognome aveva quella donna?
- Non saprei nemmeno pronunciarlo, signore; un cognome difficile, forse tedesco.
- Smith, alle volte?
- No, non mi pare. Allora la Bubnova prese l'orfanella con sé. Per educarla, dice. Ma non sono affatto belle certe cose che avvengono in casa sua...
- Pensate che l'abbia presa con qualche ignobile scopo?
- Le sue faccende sono poco pulite, - rispose la donna, impensierita, e come esitante se dovesse continuare o no. - A noi questo importa poco, siamo estranei a tutto questo.
- Faresti meglio a tener la lingua a casa tua! - risuonò alle spalle della donna una voce maschile.
Era un uomo piuttosto attempato, e portava sotto il caffettano il camiciotto, tanto che aveva l'aria di un artigiano; doveva certo essere il marito della mia interlocutrice .
- Non deve chiacchierare con voi, signore... non è affar nostro... - diss'egli esaminandomi di sbieco. - E tu, vattene! Addio, signore, sono un fabbricatore di bare. Se vi interessa qualche cosa che sia del mio mestiere, accomodatevi, per favore... ma fuori di ciò, non abbiamo nulla da comunicarvi...
Uscii da quella casa impensierito e profondamente impressionato. Non potevo far nulla in quel frangente, ma, d'altra parte, mi era troppo penoso lasciar le cose come stavano, senza reagire. Alcune parole della moglie dell'artigiano mi avevano agitato quanto mai. Si trattava di qualche brutta faccenda; lo presentivo.
Me ne andavo a testa bassa, assorto nei miei pensieri, quando mi sentii chiamare da una voce aspra. Alzai gli occhi e vidi un uomo che mi stava di fronte, un uomo brillo al punto da oscillare sulle gambe; vestiva molto decentemente ma il pastrano era usato e il berretto sudicio. Il suo viso mi sembrò noto. Lo osservai più attentamente.
Egli mi ammiccò e sorrise ironicamente.
Non mi riconosci?
CAPITOLO 5
- Ah! Sei tu, Maslobojev! - esclamai, riconoscendo in lui, a un tratto, un compagno della scuola che avevo frequentato in provincia. - Questo è davvero un incontro inaspettato.
- Già, inaspettato davvero! Sono circa sei anni che non ci vediamo.
Cioè, a dire il vero, ci siamo incontrati parecchie volte; solo che Vostra Eccellenza non si degnava di gettarmi uno sguardo. Vostra Eccellenza è un generale del mondo letterario, si capisce!...
Così dicendo, egli sorrideva ironicamente.
- Eh, no, caro amico Maslobojev, ora dici proprio una bugia, - lo interruppi. - Anzitutto, i generali, sia pure del mondo letterario, hanno un aspetto ben diverso dal mio; in secondo luogo, permetti che ti dica che infatti mi ricordo di averti incontrato per strada un paio di volte, ma tu stesso sembravi voler evitarmi, così che anch'io non ti ho mai avvicinato; perché l'avrei fatto, dal momento che mi evitavi? E sai che cosa penso? Se tu non fossi brillo, in questo momento, non mi avresti chiamato neanche questa volta. Non è così?
Buongiorno, dunque. Sono contentissimo, amico, di averti incontrato.
- Davvero? E non ti comprometto col mio aspetto un po'... irregolare?
Beh! non vale la pena di approfondire la cosa; non ha nessuna importanza; io, caro Vania, mi ricordo sempre che bravo ragazzo eri.
Ti ricordi di quella volta che sei stato frustato in vece mia? Tu non hai parlato, non mi hai denunciato, e io, invece di essertene grato, mi sono burlato di te, per tutta una settimana. Sei un'anima angelica.
Buongiorno, amico mio, buongiorno! (Ci baciammo) Sono molti anni che vivo senza di te, da solo, vedendo scorrere i giorni uno dopo l'altro, ma non ho mai dimenticato i tempi d'una volta. Non si dimenticano così facilmente! Ma tu, che fai?
- Beh! anch'io trascino la vita da solo...
Mi fissò con un lungo sguardo, pieno di sentimento, solito agli uomini indeboliti dal vino. Del resto, era sempre stato un ragazzo dal cuore straordinariamente buono e tenero.
- No, Vania, fra noi due c'è una differenza eccezionale! - disse infine, in tono tragico. - Ho ben letto, l'ho letto, Vania, l'ho letto!... Senti, restiamo un poco insieme, Vania, per parlare amichevolmente e farci qualche confidenza! Hai fretta?
- Ho fretta e, inoltre, ti confesso di essere ancora tutto sottosopra per una certa storia che m'è capitata. Ecco, ti proporrò una cosa migliore: dove abiti?
- Te lo dirò, ma non è certo la cosa migliore, questa. Devo dirti io che cosa sarebbe meglio fare?
- Che cosa?
- Ecco, guarda! - e m'indicò un'insegna a dieci passi dal luogo dove eravamo. - Vedi? E' una pasticceria e una trattoria, dovrei piuttosto dire un'osteria, ma è un buon posto. Ti avverto che è un posto decente e che vi servono una vodka straordinaria! E' giunta a piedi da Kiev!
L'ho assaggiata, l'ho assaggiata molte volte, la conosco; nessuno, poi, oserebbe, qui, servirmi cosa alcuna che non fosse di primo ordine. Conoscono Filippo Filippovitc! Io sono Filippo Filippovitc, lo sai. Che dici? Fai delle smorfie? Aspetta, lasciami terminare. Adesso sono le undici e un quarto; l'ho visto or ora; ti prometto che alle undici e trentacinque in punto ti lascerò andare. Nel frattempo, potremo libare un pochino. Venti minuti per un vecchio amico:
d'accordo?
- Se si tratta di venti minuti soltanto, d'accordo; perché, mio caro, ti dò la mia parola che ho un affare...
- Se ci stai, tanto meglio. Permettimi, però, anzitutto, due paroline:
hai una brutta cera; si direbbe che qualcuno ti abbia fortemente indispettito: mi sbaglio?
- No, hai ragione.
- Vedi? l'ho subito indovinato. Devi sapere, mio caro, che adesso faccio il fisionomista; è un'occupazione come un'altra! Andiamo, dunque, parleremo meglio. In venti minuti avrò tempo, anzitutto, di trangugiare un bicchiere di tè, e anche un bicchierino di vodka con gemme di betulla, poi un altro di quello con l'arancio, poi un altro ancora di quello chiamato "perfetto amore", dopo di che saprò inventare qualche altra cosa ancora. Bevo, caro amico! solo nei giorni festivi, prima della messa, è possibile trovarmi in stato normale! Tu, invece, se non ti senti, puoi anche non prendere nulla. Quel che mi occorre è semplicemente la tua compagnia. Se vorrai invece brindare con me, dimostrerai con ciò la nobiltà del tuo cuore. Andiamo!
Facciamo due chiacchiere, prima di separarci per un'altra decina d'anni. Io, mio caro Vania, non sono tuo uguale.
- Bando alle chiacchiere! Su, facciamo presto. I venti minuti sono tuoi, ma passati che siano me ne andrò senz'altro.
Per entrare nell'osteria si doveva salire fino al secondo piano una scala a due rampe di legno, preceduta da un terrazzino. Salendo i gradini, c'imbattemmo improvvisamente in due signori che parevano molto ubriachi. Scorgendoci, si fecero da parte barcollando.
Un di essi era tanto giovane da essere ancora imberbe, con la prima peluria sul labbro superiore e un'espressione di estremo stupore sul viso. Era vestito da elegantone, ma in modo alquanto buffo: pareva indossare abiti altrui; aveva costosi anelli alle dita, una spilla preziosa nella cravatta, ed era pettinato in modo stravagante, con un ciuffo arruffato davanti. Aveva un insistente sorriso da ebete. Il suo compagno era un uomo sulla cinquantina grasso, con un grosso pancione, vestito con noncuranza con un'enorme spilla nella cravatta, calvo e pelato, e aveva il viso floscio e butterato, con occhiali su un naso che sembrava un bottone. L'espressione di quel viso da ubriaco era maligna e sensuale. Gli occhi, cattivi e sospettosi, scomparivano, quasi, in mezzo al grasso, e guardavano come attraverso due fessure.
Evidentemente, quei due conoscevano entrambi Maslobojev, ma il grasso, notandolo, atteggiò il viso a una smorfia indispettita, che non durò, del resto, più di un momento, mentre il giovane si sdilinquì tutto in un servile e dolciastro sorriso. Si levò persino il berretto.
- Scusate, Filippo Filippovitc, - brontolò guardandolo leziosamente.
- Che c'è?
-Scusate... sono un po'...- (e fece un gesto espressivo, dandosi un buffetto sul colletto). - C'è là Mitroska. Dovete sapere, Filippo Filippovitc, che è un mascalzone.
- Ma di che si tratta?
- Insomma.. Quanto a lui, - (egli indicò con un cenno di testa il suo amico), - la settimana scorsa, per colpa di quello stesso Mitroska, ebbe il muso tutto imbrattato di crema in un luogo indecente in cui si trovava... Ah! ah!
Il compagno lo urtò indispettito col gomito.
- Non potreste, Filippo Filippovitc, bere con lui una mezza dozzina di bottiglie di sciampagna ? Mi permettereste di sperare?
- No, no, ragazzo mio, adesso non si può, - rispose Maslobojev. - Ho un affare da sbrigare.
- Ah! ah! Anch'io devo parlarvi di un affare. - Il suo compagno lo urtò un'altra volta col gomito.
- Più tardi, più tardi!
Maslobojev evitava chiaramente di guardarli. Ma non appena fummo entrati nella prima sala, per tutta la lunghezza della quale si stendeva un banco assai pulito, sul quale erano messi in mostra antipasti, pasticci e pasticcini e un gran numero di bottiglie con liquori variamente colorati, Maslobojev mi tirò subito da una parte e mi disse:
- Il giovane è Sisabrinchov, figlio di un noto mercante; in seguito alla morte del padre, ha ereditato mezzo milione di rubli, e ora se la spassa allegramente. E' anche andato a Parigi, e là sperperò un mucchio di denaro; vi avrebbe forse lasciato tutto fino all'ultimo copeco, se non gli fosse capitata nel frattempo un'altra eredità, in seguito alla morte di uno zio, che lo costrinse a ritornare in Russia; ora sta dilapidando qui quanto gli resta. Fra un anno dovrà chiedere l'elemosina. E' stupido come un'oca, frequenta i primi ristoranti e le bettole, si può trovarlo nei sottosuoli come anche dalle attrici, poco fa fece domanda per entrare nel reggimento degli ussari. L'altro, l'anziano, è Archipov; è anche lui press'a poco un mercante o un gerente; ha lavorato anche come appaltatore delle bettole; un furfante, a ogni modo, una canaglia; per il momento è l'amicone di Sisabrinchov; è guida e Falstaff in una persona sola; è fallito due volte, ed è uno schifoso rettile sensuale, con certi gusti. Gli fu intentato processo per un delitto, che... ma seppe cavarsela. Ho motivo d'essere contentissimo di averlo incontrato qui; mi aspettavo di trovarlo... Archipov, si capisce, scrocca Sisabrinchov. Conosce tutti i ritrovi speciali della città, e ciò lo rende prezioso agli occhi dei giovanotti come Sisabrinchov. Da parte mia, è un pezzo che aguzzo contro di lui i miei denti. Anche Mitroska aguzza i denti per afferrarlo: è quel giovanotto laggiù, vicino alla finestra, con quella faccia da zingaro e il cappotto di ricca stoffa, ma di foggia contadinesca. E' un mercante di cavalli e conosce tutti gli ussari della città; un furfante, ti dico, di forza tale, che se anche lo vedessi coi tuoi propri occhi fabbricare un falso biglietto di banca, riuscirebbe a convincerti, e tu glielo cambieresti in spiccioli.
Indossa sempre quel pastrano alla contadina, fatto però in velluto, che gli dà l'aria di uno slavofilo (del resto, gli sta a pennello), ma se gli facessi indossare una magnifica marsina, lo portassi al "Club Inglese" presentandolo, ammettiamo, come il conte Barabanov, ti assicuro che, vi stesse pur due ore, tutti lo riterrebbero un vero e proprio conte, tanto bene saprebbe recitare quella parte, sia parlando che giocando a carte, nei giochi più signorili: riuscirebbe a imbrogliare tutti quanti. Finirà male. Dunque, quel Mitroska aguzza i denti contro il grasso, perché in questo momento Mitroska è al verde, e il grasso gli ha portato via Sisabrinchov, il suo amico di una volta, che non aveva ancora avuto tempo di tosare completamente. Per essersi ora incontrati in trattoria, dev'esserci certo sotto qualche cosa. So anche di che cosa si tratta, e indovino che fu proprio Mitroska a comunicarmi che Archipov e Sisabrinchov si sarebbero trovati qui, poiché gironzolano da queste parti per una faccenda poco pulita. Io, intanto, voglio approfittare del rancore che Mitroska nutre per Archipov, per certi miei speciali motivi, che appunto mi hanno condotto qui. Ma non voglio mostrarlo a Mitroska, e anche tu non guardarlo con troppa fissità. Sono persuaso che proprio quando staremo per uscire, egli stesso mi si avvicinerà e mi dirà quello che mi occorre sapere... E adesso andiamo, Vania, in quell'altra sala, vedi?
Ebbene, Stefano, - disse ancora rivolgendosi al cameriere, - spero che tu capisca che cosa mi occorre, no?
- Capisco!
- E mi soddisferai?
- Sissignore.
- Benissimo, soddisfami. Siediti, Vania. Perché mi guardi in questo modo? Vedo bene come mi guardi. Ti meravigli? Non meravigliarti. Tutto può accadere a un uomo, persino ciò che non si è mai sognato...
Soprattutto in quei tempi quando, per esempio, imparavamo a memoria Cornelio Nepote. Una sola cosa ti prego di credere, Vania: se anche Maslobojev si sia lasciato traviare, il cuore, nel suo petto, è rimasto sempre lo stesso; sono cambiate solo le circostanze. «Per quanto sporco ti possa sembrare, nessuno è migliore di me». C'è stato un po' di tutto: ho provato a fare il medico, stavo preparandomi per il diploma di professore di letteratura, scrissi un articolo su Gogol, decisi poi di sfruttare delle miniere d'oro, volevo anche sposarmi.
Ogni anima aspira alla felicità, e "lei" mi diede il consenso, nonostante che nella mia casa vi fosse una tale sovrabbondanza di tutto, che non si sarebbe potuto trovarci un boccone per saziare un gatto. Io stavo già per procurarmi in prestito un paio di scarpe non del tutto logore per la cerimonia nuziale, perché le mie, da un anno e mezzo, erano rotte... Poi non mi sposai ugualmente. "Lei" divenne la moglie di un maestro e io andai impiegato in un ufficio, non però in un ufficio commerciale, ma in un semplice ufficio. Allora le cose presero una piega diversa. Passarono anni. Ora non sono più impiegato, ma guadagno il denaro in modo molto comodo: «prendo sbruffi e difendo le giuste cause». «Sono coraggioso con le pecore e pecora coi coraggiosi». Ho certe regole: so, per esempio, che un soldato solo non fa la guerra, e faccio bene le mie faccende. Il mio lavoro consiste piuttosto in affari segreti... mi capisci?
- Sei forse detective?
- No, non proprio detective, ma mi occupo di certi affari, in parte ufficialmente, in parte così, per vocazione. Ecco, Vania, bevo la vodka. E siccome, ubriacandomi, non perdo il lume della ragione, così vedo chiaro anche il mio avvenire. Il mio tempo è passato; un cane nero non può mai essere lavato, tanto da farlo diventar bianco. Ti dirò una cosa sola: se il sentimento umano fosse del tutto morto in me, non ti avrei fermato oggi, Vania. Hai ragione, ti ho incontrato anche prima, molte volte ho voluto accostarmi a te, ma non ho mai osato farlo; ho sempre rimandato la cosa a un'altra occasione. E hai pure ragione di dire che oggi mi sono avvicinato a te perché sono ubriaco. Insomma, queste sono tutte sciocchezze poco interessanti, e faremmo meglio se parlassimo di te. Beh, anima mia, ti ho letto, ho letto la tua opera! Parlo del tuo primogenito, caro. Quando l'ebbi letta fino in fondo, mancò poco che non diventassi anch'io un uomo onesto! Ci mancò proprio poco davvero; ma poi ci meditai sopra e preferii rimanere un uomo disonesto. E' così!...
Mi disse molte cose ancora. La vodka gli dava sempre più alla testa, e infine cominciò a intenerirsi fino alle lacrime. Maslobojev era sempre stato un buon ragazzo, ma alquanto furbo e precocemente sviluppato; era astuto, scaltro, subdolo e insinuante. Era così fin dai tempi in cui andavamo insieme a scuola; in fondo, però, era un uomo di cuore, un uomo perduto. Ce ne sono tanti fra i russi. Si dà spesso il caso che siano uomini di un certo ingegno, ma tutto in loro s'ingarbuglia spaventosamente, e inoltre sono capaci di andare consapevolmente contro la loro propria coscienza su certi punti, per debolezza; sicché, non solo periscono sempre, ma sanno di andare verso la loro perdizione. Quanto a Maslobojev, si era affogato nel vino.
- Ora, amico, un'ultima parola, - continuò a dirmi.- Ho risaputo quanto rumore abbia fatto la tua gloria in principio; lessi in seguito diverse critiche sulla tua opera (le lessi realmente: credi forse che non legga più nulla?); più tardi ti vidi con le scarpe rotte camminare nel fango senza soprascarpe, e con un cappello malandato, e indovinai molte cose. Fai il giornalista, adesso?
- Sì, Maslobojev.
- Ti sei dunque iscritto tra le bestie da soma?
- Press'a poco!
- Allora ti dirò, mio caro, che è meglio bere la vodka! Io, per esempio, mi ubriaco, poi mi sdraio su un divano (ho un divano simpaticissimo, a molle) e m'immagino d'essere, per esempio, un Omero, un Dante, oppure Federico Barbarossa, giacché l'immaginazione non ha limiti. Tu, invece, non puoi immaginarti d'essere un Dante o un Federico Barbarossa, anzitutto perché ambisci essere te stesso e non un altro, e in secondo luogo perché, nella tua qualità di bestia da soma, non ti è permesso avere alcun desiderio. Io vivo d'immaginazione e tu di realtà. Senti, dimmi sinceramente come lo diresti a un fratello (altrimenti mi offenderai e mi umilierai per dieci anni almeno), hai forse bisogno di denaro? Io ne ho. Non far complimenti.
Prendine, liberati dai tuoi impresari, getta via il collare, assicurati un anno di esistenza e attua il tuo sogno, scrivendo una grande opera. Eh? Che ne dici?
- Senti, Maslobojev! Apprezzo la tua offerta fraterna, ma per ora non posso darti nessuna risposta; adesso sarebbe troppo lungo spiegartene il perché. Ci sono certe circostanze... Del resto, ti prometto di raccontarti tutto come a un fratello un'altra volta. Ti ringrazio per la tua offerta e prometto di venirti a trovare, e non una volta soltanto. Ma ecco, tu sei stato sincero con me, e perciò mi decido a chiederti consiglio, tanto più che, a quanto pare, sei esperto in simili faccende.
E gli raccontai tutta la storia di Smith e della sua nipotina, cominciando da quanto era accaduto in pasticceria. Cosa strana, mentre parlavo, mi sembrò, dal suo sguardo, che egli ne sapesse qualche cosa.
Glielo dissi.
- No, non è esatto! - mi rispose. - Però, del defunto Smith ho sentito sì dire qualche cosa; niente di speciale, ad ogni modo; dicevano soltanto che in una pasticceria era morto un vecchio. Quanto alla signora Bubnova, so qualche cosa di sicuro. Due mesi fa, ho preso uno sbruffo da quella signora. "Je prends mon bien où je le trouve" [Prendo il mio utile dove lo trovo], e soltanto da questo punto di vista somiglio a Molière. Ma, pur avendole spillato cento rubli, mi sono promesso, proprio allora, di farmene snocciolare altri cinquecento. E' una donna cattiva! Si occupa di faccende poco pulite e vietate dalla legge. Non sarebbe poi un gran male, questo, ma qualche volta eccede troppo. Ti prego, però, di non considerarmi un Don Chisciotte. Si tratta di una faccenda, partecipando alla quale, potrò guadagnare parecchio; ecco perché, mezz'ora fa, quando incontrammo Sisabrinchov, fui tanto contento. Fu senza dubbio l'uomo dalla pancia grossa a condurre qui Sisabrinchov, e siccome io sono al corrente delle professioni che esercita abitualmente quel panciuto, concludo...
Beh! questa volta lo sorprenderò! Sono straordinariamente contento che tu mi abbia parlato di quella ragazzetta; è un'altra pista che avrò da seguire. Io, caro mio, accetto commissioni private, e se tu sapessi che gente conosco! Qualche tempo fa, mi sono occupato di una faccenda, di cui mi aveva dato incarico un principe; una faccenda nella quale non si sarebbe mai potuto sospettare che vi potesse essere immischiato un principe come quello. Se vuoi, ti racconterò un'altra storia, una storia che riguarda una signora maritata. Vieni assolutamente a trovarmi di tanto in tanto; ti ho preparato certi argomenti, che, se li scrivessi in un libro, nessuno crederebbe...
- Come si chiama quel tuo principe? - lo interruppi, presentendo qualche cosa.
- Hai forse bisogno di saperlo? Del resto, se ciò ti può far piacere, si tratta del principe Valkovski.
- Pietro?
- Appunto. Lo conosci?
- Lo conosco, ma non molto. Sai, Maslobojev, verrò da te a prendere informazioni sul conto di quel signore, - dissi alzandomi. - Mi hai estremamente interessato.
- Lo vedi, mio caro? Vienimi a trovare quando vuoi. So raccontare fiabe, ma fino a un certo punto... mi capisci?... Altrimenti perderei il credito e l'onore, l'onore di un uomo d'affari, cioè, e così via.
- Mi dirai solo quello che il tuo onore ti permetterà di dirmi.
Ero persino agitato, ed egli se ne accorse.
- Ora, che cosa mi dirai a proposito di quella storia che ti ho narrato? Hai trovato qualche cosa che mi permetta di reagire?
- Riguardo alla tua storia? Aspetta due minuti, che abbia pagato il conto.
Si diresse verso il banco, e là, come senza volerlo, si trovò accanto a quel giovane dal pastrano contadinesco che, senza complimenti, era chiamato semplicemente Mitroska. Mi sembrò che Maslobojev dovesse conoscerlo più di quanto mi avesse confessato. Almeno, era evidente che non erano al loro primo incontro.
Mitroska aveva un aspetto esteriore alquanto originale. In quel pastrano di velluto e nella sua camicia di seta rossa, con lineamenti marcati, ma avvenenti e giovanili, con la carnagione scura e lo sguardo ardito e scintillante, produceva un'impressione curiosa e tutt'altro che antipatica. I suoi gesti erano artificiosamente spavaldi, ma, al tempo stesso, cercava, in quel momento, di frenarsi e d'assumere, anzitutto, l'aria di un uomo d'affari, un'aria d'importanza e di gravità.
- Ecco, Vania, - fece Maslobojev, - passa da me stasera verso le sette; può darsi che ti dica qualche cosa. Da solo, io valgo poco, tu capisci; prima valevo molto, ma ora non sono altro che un ubriacone e mi sono allontanato dagli affari. Ma ho mantenuto le relazioni di una volta, posso procurarmi le necessarie informazioni, mettermi a contatto con diversa gente dal fiuto finissimo; le cose procedono così, ormai; vero è che nelle ore libere, libere dal bere, faccio anch'io qualche cosa, ma sempre piuttosto per mezzo delle mie relazioni... per informazioni... Insomma non è il caso di dilungarci su questo argomento! Basta... Ecco il mio indirizzo: via Scestilavotcna. Per il momento, fratello mio, sono troppo rammollito; un bicchierino ancora e torno a casa. Mi sdraierò un po'. Quando verrai, ti presenterò ad Alessandra Semionovna e, se avrò tempo, faremo quattro chiacchiere sulla poesia.
- E di quell'affare, allora?
- Forse parleremo anche di quell'affare.
Può darsi che venga; verrò di sicuro, anzi!
CAPITOLO 6
Anna Andrejevna mi aspettava da tempo. Ciò che le avevo detto il giorno prima a proposito del biglietto di Natascia aveva destato in lei una forte curiosità, e si aspettava di vedermi giungere molto prima, verso le dieci del mattino. Giunsi da lei che erano invece quasi le due del pomeriggio. La povera vecchietta, nell'orgasmo di quell'attesa, in preda a mille torture, era allo stremo delle forze.
Inoltre, aveva gran voglia di comunicarmi le nuove speranze che le erano nate in cuore dal giorno prima, e di parlarmi di Nicola Serghejevitc, il quale, dopo la scena del giorno precedente, non si sentiva un gran che bene, ed era diventato più cupo che mai, pur essendosi fatto estremamente tenero con lei.
Quando entrai, ella mi accolse, lì per lì, con un'espressione fredda e malcontenta sul viso; parlava facendo filtrare le parole tra i denti, e non dimostrava nemmeno curiosità; sembrava persino volermi domandare perché fossi andato da lei, e che piacere trovassi a recarmi ogni giorno fino a casa loro. Era stizzita per il mio ritardo. Io, però, avevo fretta, e perciò, senza indugiare, le raccontai tutta la scena svoltasi la sera precedente in casa di Natascia. Non appena ebbe udito della visita del principe padre e della sua solenne proposta, la finta indifferenza della vecchietta svanì come d'incanto. Non ho parole che bastino a descrivere la sua gioia; sembrava persino smarrita, si segnava, piangeva, si prosternava davanti all'immagine sacra, mi abbracciava e avrebbe voluto correre subito da Nicola Serghejevitc per comunicargli la propria gioia.
- Per carità, mio caro, lasciami andare; tutto il suo malanimo proviene dalle offese e dalle umiliazioni subìte; adesso, quando saprà che a Natascia è stata data piena soddisfazione, dimenticherà immediatamente ogni cosa.
Riuscii a stento a dissuaderla dal mettere in atto quel suo proposito.
La buona vecchietta, pur avendo vissuto vent'anni con suo marito, non lo conosceva ancora a fondo. Fu anche presa dal veemente desiderio di correre immediatamente con me da Natascia. Io, invece, non solo le dimostrai che Nicola Serghejevitc non avrebbe approvato una tale azione, ma che con ciò avremmo potuto rovinare ogni cosa. Si ricredette a stento, e mi trattenne un'altra buona mezz'ora, durante la quale non parlò che di lei.
- Con chi rimarrò adesso? - diceva. - Come potrò, col cuore così traboccante di gioia, star rinchiusa tra quattro pareti?
Finalmente riuscii a convincerla di lasciarmi andare, dicendole che a quell'ora Natascia mi aspettava di certo con molta inquietudine. La vecchietta mi benedisse ripetutamente con segni di croce, mandò una benedizione speciale a Natascia, e per poco non proruppe in pianto, quando mi rifiutai nel modo più assoluto di tornare da lei un'altra volta verso sera, se nulla di straordinario fosse successo a Natascia.
Quel giorno non vidi Nicola Serghejevitc; aveva passato la notte senza chiudere occhio e s'era poi lagnato d'avere la febbre e un forte mal di testa; in quel momento dormiva nel suo studiolo.
Anche Natascia mi aveva aspettato tutta la mattina. Quando entrai, camminava, come al solito, avanti e indietro per la camera, con le mani giunte, assorta nei suoi pensieri. Anche adesso, ricordandola, non posso vederla altro che così, sola soletta, in quella povera stanza, dove camminava pensierosa, senza scopo, avanti e indietro, con le braccia conserte e con lo sguardo fisso a terra, in attesa.
Senza punto smettere di camminare in tal modo, mi domandò piano perché mai giungessi da lei tanto in ritardo. Le raccontai in breve tutte le mie avventure, ma lei, quasi, non mi dava ascolto. Evidentemente, era molto preoccupata.
- Che c'è di nuovo? - le domandai.
- Nulla di nuovo! - mi rispose, ma il tono in cui me lo disse mi fece subito capire che qualche cosa di nuovo c'era di sicuro, e che mi aveva aspettato appunto per mettermene al corrente; capii pure, che, come al solito, non mi avrebbe detto nulla subito, riservandosi di farlo proprio nel momento in cui sarei stato in procinto di tornar via.
Sempre così succedeva, e io mi ci ero abituato: così aspettavo.
Non occorre dire che cominciammo subito a discorrere sugli avvenimenti del giorno precedente. Fui soprattutto stupito dal fatto che le nostre opinioni sul vecchio principe coincidevano perfettamente: a lei non era piaciuto la sera precedente, e meno ancora le piaceva adesso. Dopo aver discusso con me in ogni particolare l'improvvisa visita della sera prima, Natascia disse a un tratto:
- Non ti pare, però, Vania, che quando una persona riesce a tutta prima antipatica, ciò sia un indizio che dovrà molto piacere in seguito? Così, almeno, mi è sempre accaduto.
- Dio voglia che sia così anche questa volta, Natascia. Del resto, eccoti la mia opinione, e definitiva: ho meditato su ogni particolare e ne ho dedotto che il principe, pur agendo da gesuita, consente nondimeno al vostro matrimonio, senza restrizioni e sul serio.
Natascia si fermò in mezzo alla camera e mi guardò con aria cupa. Il suo viso sembrava totalmente cambiato, le sue labbra avevano persino un leggero tremito.
- Ma come avrebbe potuto, in tal caso, giocare d'astuzia e... mentire?
- mi domandò con stupito senso d'alterezza.
- Appunto! appunto! - mi affrettai a confermare.
- No, non ha mentito di certo. Mi pare che su questo punto non ci sia nemmeno la possibilità di discutere. Non si potrebbe neppure trovare un motivo per giustificare una simile astuzia. Che cosa dovrei essere, infatti, ai suoi occhi, perché si potesse burlare di me fino a tal punto? E' mai possibile che un uomo sia capace di commettere una simile infamia?
- Certo, certo! - continuavo a confermare, e intanto pensavo: «Non fai che pensare a questo, adesso, poveretta, camminando avanti e indietro per la camera, e forse dubiti ancor più di quanto non dubiti io».
- Ah, come vorrei che tornasse presto, -disse. - Mi ha promesso di venire a passare da me tutta una serata... Evidentemente, devono averlo chiamato affari molto importanti, dal momento che ha lasciato ogni cosa e se ne è andato. Non sai, Vania, di che affari si tratti?
Non ne hai sentito parlare?
- Chi può saperlo? Non fa che guadagnar denaro quell'uomo! Ho sentito dire che ha intenzione di partecipare a un'impresa, qui a Pietroburgo.
Né io né te, Natascia, comprendiamo nulla negli affari.
- Certo che non ce ne intendiamo. Alioscia ha parlato di una lettera ricevuta da lui ieri.
- Sarà stata qualche notizia. E' tornato qui Alioscia?
- Sì, è tornato.
- Questa mattina presto?
- A mezzogiorno; ma si alza molto tardi. E' rimasto poco. L'ho mandato via perché andasse da Caterina Feodorovna; doveva assolutamente andarci, non ti pare, Vania?
- Forse che lui non ci voleva andare?
- Tutt'altro! Voleva anche lui andarci...
Voleva aggiungere ancora qualche cosa, ma poi tacque. Io la guardavo aspettando. Le si leggeva in viso una grande tristezza. L'avrei interrogata volentieri, ma non le piaceva essere interrogata.
- Strano, quel ragazzo! - disse infine, torcendo leggermente la bocca e cercando di non guardarmi.
- Perché? C'è stato qualche cosa tra voi?
- No, nulla, dicevo così... E', del resto, anche molto gentile...
soltanto che...
- Ora tutti i suoi dispiaceri e le sue preoccupazioni sono terminate, - dissi io.
Natascia mi gettò uno sguardo fisso e indagatore. Forse avrebbe voluto rispondermi: «Neanche prima aveva molte preoccupazioni né dispiaceri»; ma le sembrò che nelle mie parole si nascondesse il suo stesso pensiero, e si rannuvolò.
Del resto, quel rannuvolamento non durò a lungo, ed essa tornò subito affabile e cordiale. Quel giorno era in una disposizione d'animo assai mite. Rimasi da lei più di un'ora. Era anche inquieta. Il principe le incuteva timore. Notai, da alcune sue domande, che avrebbe voluto sapere con precisione quale fosse l'impressione che aveva prodotta sul principe. Si era comportata bene? Non aveva fatto troppo capire la propria gioia ? Non era stata troppo permalosa? Oppure, al contrario, troppo accondiscendente? Gli aveva forse dato modo di pensar male di lei o di deriderla? Purché non avesse sentito disprezzo per lei!...
Questo sospetto le fece avvampare le guance.
- Ma come puoi agitarti tanto, solo per il timore che un cattivo uomo abbia potuto pensar male di te? Pensi quello che vuole! - dissi.
- Perché lo chiami cattivo uomo? - mi domandò.
Natascia era sospettosa, ma pura di cuore e leale. La sua sospettosità proveniva anch'essa da una sorgente pura. Era orgogliosa, di un nobile orgoglio, e non poteva sopportare che quanto riteneva sublime fosse deriso in sua presenza. Certo, avrebbe risposto con disprezzo al disprezzo di una persona indegna, e nondimeno il suo cuore avrebbe sofferto, vedendo denigrare ciò che considerava come sacro, chiunque fosse il denigratore. Non che in lei difettasse la volontà. Forse ciò era in parte dovuto alla poca conoscenza che aveva del mondo, al fatto che era poco abituata alla gente, ché era sempre rimasta rinchiusa nel suo cantuccio. Quasi tutta la sua vita l'aveva passata senza uscire dal proprio cantuccio. Inoltre, in lei era molto sviluppato quel tratto di carattere, probabilmente ereditato dal padre, che spinge le anime buone, come era la sua, a fare gli elogi di qualcuno, ostinandosi a ritenerlo migliore di quanto non sia in realtà, ed esagerandone con ardore tutte le buone doti. Tali anime, in seguito, sentono più dolorosamente delle altre la delusione, tanto più quando hanno coscienza dei loro propri errori. Si adirano contro se stessi per essersi aspettato più di quanto l'altro può dare. Persone così fatte sono destinate a provare continue delusioni. Il meglio che possano fare è di restarsene nascoste nei loro cantucci, senza avvicinare la gente. Mi sono accorto che col tempo tali esseri si affezionano in modo straordinario ai loro cantucci e vi inselvatichiscono del tutto. Del resto Natascia aveva sopportato molte sventure, molte umiliazioni. Era già un essere malato, e se le mie parole potessero sembrare un'accusa contro di lei, tengo a dire che ciò non è nelle mie intenzioni.
Ma avevo fretta e mi alzai per tornar via. Lei rimase sorpresa, vedendomi in procinto di lasciarla, e per poco non pianse, sebbene, durante tutta la visita, non m'avesse dimostrato nessuna speciale tenerezza, e m'avesse anzi trattato in modo più freddo del solito. Mi baciò calorosamente e mi guardò negli occhi con un lungo sguardo.
- Senti, - disse, - Alioscia era proprio strano oggi, tanto che ne sono rimasta sorpresa. Era molto gentile, molto felice d'aspetto, ma capitò qui con l'aria di una farfalla, di un donnaiolo, e continuò poi a pavoneggiarsi davanti allo specchio. Come dire?... Adesso fa troppo pochi complimenti... è rimasto pochissimo tempo. Figurati che mi ha portato i confetti!
- Confetti? E' molto gentile da parte sua, e anche molto ingenuo. Ah, come siete voi due! Eccovi già a osservarvi a vicenda, a spiarvi l'un l'altro, a scrutare le espressioni dei volti, a leggervi i pensieri nascosti (senza del resto, capirvi nulla) Passi ancora per lui: è un allegro collegiale come prima. Ma tu, tu!
E sempre, quando Natascia, cambiando tono, mi si avvicinava per lagnarsi di Alioscia, per trovare la soluzione di qualche suo intimo dubbio, per confidarmi un segreto, e col desiderio di essere compresa a mezze parole, ella, me ne ricordo, mi guardava con le labbra semiaperte, come supplicando che decidessi in modo da toglierle un peso dal cuore. Ricordo pure che in simili casi io assumevo sempre un'aria severa, usando inoltre un tono asciutto e rude, un tono di ammonimento, e, nonostante non lo facessi apposta, la cosa mi riusciva quasi sempre. La mia severità e la mia importanza autoritaria producevano l'effetto voluto, perché un essere umano sente di tanto in tanto la necessità assoluta d'essere ammonito da qualcuno. Questo, almeno, era il caso di Natascia, che in tal modo lasciavo quasi sempre grandemente consolata.
- No, vedi, Vania, - continuò, tenendomi una mano sulla spalla, mentre mi stringeva con l'altra la destra e i suoi occhi fissavano i miei con sguardo implorante; - mi è sembrato come poco penetrato di tutto ciò che è avvenuto, mi è sembrato, capisci, qualche cosa come un marito, sposato con me da dieci anni, pur sempre gentile e cortese con la moglie. Non ti pare che sia un po' troppo presto per questo?...
Rideva, si dimenava, ma sempre come se tutto ciò non si riferisse a me che in parte... aveva molta fretta di scappare da Caterina Feodorovna... Quando gli parlavo, non mi ascoltava, oppure passava subito a un altro argomento; sai, quella sua cattiva abitudine di società, che abbiamo sempre cercato, tanto tu che io, di togliergli.
Insomma, era molto strano... quasi indifferente... Ah, sono io che ho torto, ecco che ricomincio! Che despoti esigenti siamo noi tutti, Vania, che despoti capricciosi! Lo vedo soltanto adesso! Non possiamo perdonare agli altri nemmeno il più piccolo cambiamento, un semplice cambiamento nell'espressione del viso, e ciò senza sapere per quale ragione sia avvenuto tale cambiamento! Hai ragione, Vania, di rimproverarmi, come hai fatto or ora! Sono io la sola colpevole in tutto questo! Ci andiamo creando noi stessi le nostre proprie pene, e per di più, ce ne lagniamo... Ti ringrazio, Vania, mi hai completamente consolata. Ah, potesse venire oggi! Macché! Forse sarà adirato per quanto è successo stamane.
- Possibile che vi siate già bisticciati? - domandai meravigliato.
- Neanche per sogno, non lasciai trapelare assolutamente nulla!
Soltanto, ero un po' triste, e allora anche lui, da allegro che era in principio, diventò pensieroso, e quando si accomiatò, mi sembrò lo facesse in modo piuttosto asciutto. Manderò a cercarlo... Vieni anche tu, Vania, questa sera.
- Certo che verrò, a meno che non sia trattenuto da un affare.
- Ma no! Che affare!
- Un incarico che ho preso! Ma credo di poter venire ugualmente.
CAPITOLO 7
Alle sette in punto ero da Maslobojev.
Abitava in una casetta della Scestilavotcna, di cui occupava tre stanze di un'ala che dava sul cortile. Quelle tre stanze erano ammobiliate abbastanza decentemente, ma poco pulite. Si poteva notare persino una certa agiatezza, ma al tempo stesso anche una grande noncuranza della praticità. Mi aprì la porta una bellissima ragazza, di circa diciannove anni, vestita con molta semplicità, ma con gusto e con molta cura. Aveva un paio d'occhi allegri e miti. Indovinai subito che era quell'Alessandra Semionovna, cui aveva accennato di sfuggita Maslobojev quella mattina stessa, invitandomi ad andarne a far la conoscenza. Mi domandò chi ero e, udito il mio nome, disse che Maslobojev mi aspettava, ma dormiva nella sua camera, dove mi introdusse senza indugio. Maslobojev era sdraiato su un magnifico divano, ravvolto nel suo lurido pastrano, con la testa appoggiata ad un cuscino di pelle molto logoro. Aveva il sonno molto leggero, e non appena fummo entrati, mi chiamò subito per nome.
- Ah, sei tu? Ti aspettavo. Proprio in questo momento, stavo sognando che tu eri qui e mi svegliavi. E' dunque tempo. Andiamo!
- Dove?
- Da una signora.
- Da quale signora? Perché?
- Dalla signora Bubnova, per farle aprire la cassa. Che bellezza, quella donna!, - disse rivolgendosi ad Alessandra Semionovna; e si baciò persino la punta delle dita, ricordandola.
- Inventa tutto, lui! - disse Alessandra Semionovna, ritenendosi in obbligo di adirarsi un poco.
- Non vi conoscete? Ecco, Alessandra Semionovna, vi presento un generale del mondo letterario; solo una volta all'anno è permesso di esaminarli gratis; il resto dell'anno si paga.
- Cercane una più imbecille di me cui darla a bere! Non ascoltatelo, per piacere; non fa altro che prendermi in giro. Ma che generale è mai il signore?
- Ma se sto appunto dicendovi che è un generale nel suo genere!... Tu invece, Eccellenza, non devi pensare che siamo molto stupidi; anzi, siamo molto più intelligenti di quanto possa lasciar credere il nostro aspetto.
- Non gli date retta! Basta che ci si trovi in presenza di persone per bene, perché cerchi subito di mettermi in vergogna. Sarebbe meglio, invece, che mi portaste almeno una volta a teatro!
- Amate, Alessandra Semionovna, i vostri... Non avete dimenticato che cosa dovete amare? La paroletta che vi ho insegnata? L'avete dimenticata?
- Certo che non l'ho dimenticata; significherà una sciocchezza di sicuro.
- Ebbene, ditela: che paroletta è?
- Oh, non voglio certo far brutta figura davanti al vostro ospite.
Forse quella parola significa qualche cosa di brutto. Preferirei mi si seccasse la lingua, piuttosto che dirla.
- Questo significa che l'avete dimenticata.
- Non è vero: "penati"... eccola! Amate i vostri penati... chissà che cosa sta inventando! Può darsi che non esistano nemmeno questi "penati", e che non siano neppure mai esistiti; per che cosa dovrei amarli, poi? Sono tutte sciocchezze!
- Eppure, dalla signora Bubnova...
- Ci sputo sopra alla tua Bubnova, io!
E Alessandra Semionovna fuggì via altamente indignata.
- E' ora! Andiamo! Addio, Alessandra Semionovna!
Uscimmo.
- Ecco, Vania, prendiamo anzitutto quella vettura. Benissimo! In secondo luogo, devi sapere che, dopo essermi separato da te, riuscii a scoprire qualche cosa, e questa volta non si tratta più di supposizioni, ma di fatti precisi. Sono rimasto ancora più di un'ora, dopo che te ne sei andato via, sull'isola Vassiljevski. Quel panciuto è una terribile canaglia, un uomo rozzo, dissoluto, di gusti volgari e pieno di capricci sessuali. La Bubnova è pure nota da tempo per alcune faccende di quel genere. Pochi giorni fa, per poco non si è lasciata sorprendere con una ragazzetta di buona famiglia. Quei vestiti di mussolina, che faceva indossare alla piccola orfanella (di cui mi parlasti stamattina), non mi davano pace, perché ne avevo già sentito dire qualche cosa fin da prima. Questa mattina venni a sapere, proprio casualmente, qualcos'altro, non molto, ma cose certe. Quanti anni ha la bambina?
- Dal viso, si direbbe che ha tredici anni.
- Il corpicino, invece, lascerebbe credere che ne avesse di meno. E già, farà proprio così: se occorre, dirà che ne ha undici; in altra occasione, invece, dirà che ne ha quindici. E siccome la poveretta non ha né famiglia né difensori...
- Possibile?
- E tu, che cosa hai pensato? Certo, la signora Bubnova non avrebbe mai preso in casa l'orfanella per sola compassione! E se il panciuto ne ha trovato la strada, vuol dire che si tratta proprio di questo. Ho avuto un colloquio con la donna stamattina. A quell'idiota di Sisabrinchov è stata promessa, invece, per questa sera, una bellissima donna, moglie di un ufficiale superiore. Quei figli di mercanti che fanno baldoria sono ghiotti di tali donne, s'interessano anzitutto del grado del marito. Proprio come nella grammatica latina; ti ricordi? il significato si preferisce al termine. Del resto, pare che io sia ancora ubriaco da stamane. Ebbene, la Bubnova non osa occuparsi di simili faccende. Vuole truffare anche la polizia! Ma sbaglia! Perciò voglio farle un po' paura; siccome sa di me qualche cosa per antica memoria. insomma mi capisci?
Rimasi terribilmente colpito. Tutte quelle notizie mi avevano messo in grande agitazione. Temevo di arrivare troppo tardi e incitavo il vetturino ad andare più in fretta.
- Non temere, ho preso le mie brave misure, - disse Maslobojev. - C'è là Mitroska. Sisabrinchov dovrà pagare in contanti; il panciuto, invece, con la propria pelle. Così abbiamo deciso stamane. Quanto alla Bubnova, spetta a me. Perché non ha il diritto...
In breve fummo giunti e ci fermammo presso l'osteria; l'uomo che portava il nome di Mitroska, però, non c'era. Dopo aver ordinato al cocchiere di aspettarci in quel posto, ci dirigemmo dalla Bubnova.
Mitroska ci aspettava presso il portone. Le finestre erano illuminate a giorno e giungevano fino a noi i rumorosi scoppi di risa di Sisabrinchov ubriaco.
- Ci sono tutti da un quarto d'ora, - annunciò Mitroska.
- E' proprio l'ora giusta.
- Come faremo per entrare? - domandai.
- In qualità di visitatori, - ribatté Maslobojev. - Mi conosce; conosce pure Mitroska. E' vero che tutto è ben chiuso, ma non per noi.
Bussò leggermente al portone, che subito si aprì. Lo aprì il portinaio, che ammiccò a Mitroska. Entrammo senza far rumore, di modo che nessuno in casa, ci udì. Il portinaio ci accompagnò sul terrazzino e bussò alla porta. Una voce domandò chi fosse, il portinaio rispose che era solo e che aveva bisogno di vedere la padrona. La porta fu immediatamente aperta ed entrammo tutti e tre insieme. Il portinaio scomparve.
- Ah, chi è?, - gridò la Bubnova, ubriaca e arruffata, che era comparsa in anticamera reggendo una candela.
- Chi? - ribatté Maslobojev. - Ma come, Anna, non riconoscete i visitatori graditi? Chi potrebbe essere, se non noi?!... Filippo Filippovitc!
- Ah, Filippo Filippovitc! Siete voi... cari ospiti... Ma come avete... io... insomma... accomodatevi qua.
- Dove "qua"? Dietro al tramezzo? Eh, no, accoglieteci meglio di così!
Berremo sciampagna... e dite... ne troveremo di belle ragazze?
La padrona riprese subito coraggio.
- Per accontentare ospiti così cari, le troverò sotto terra; le farò venire dal regno dei cinesi, se occorrerà!
- Due parole, cara Anna Trofimovna: Sisabrinchov è qui?
- Sì.
- Ho proprio bisogno di lui. Come ha osato, il mascalzone, far baldoria senza di me?
- Non credo che si sia dimenticato di voi; è proprio in attesa di qualcuno; forse aspetta appunto voi...
Maslobojev spinse la porta e ci trovammo in una stanzetta con due finestre, con vasi di fiori sui davanzali, con sedie di vimini e un pessimo pianoforte; insomma tutto era come si deve. Prima, però, che noi entrassimo, mentre discorrevamo in anticamera, Mitroska era scomparso. In seguito, seppi che non era nemmeno entrato, ma che ci aspettava dietro alla porta. Aveva là qualcuno che gli doveva aprire più tardi: la donna imbellettata e arruffata che quella mattina aveva guardato di dietro le spalle della Bubnova era sua comare.
Sisabrinchov era seduto su uno stretto divano di finto mogano, davanti a una tavola rotonda, coperta da una tovaglia. Sulla tavola davanti a lui stavano due bottiglie di sciampagna, non ben gelato, e una bottiglia di cattivo rum; c'erano pure tre piatti con dolciumi, presi alla pasticceria, panforte e noci di tre qualità. Pure alla stessa tavola, di fronte a Sisabrinchov, sedeva un essere disgustoso, sui quarant'anni, butterato, con un vestito di "taffetas" e con braccialetti e spille di bronzo. Era la moglie dell'ufficiale, o una che si faceva passare per tale. Sisabrinchov era ubriaco ed evidentemente molto soddisfatto. Il suo compagno panciuto non c'era.
- Fanno dunque così i bravi ragazzi? - urlò a squarciagola Maslobojev.
- E dire che mi aveva invitato ad andare con lui da Dusseau!
- Filippo Filippovitc, mi rendete felice, - balbettò Sisabrinchov, alzandosi con un'aria beata per venirci incontro.
- Fai baldoria?
- Scusatemi.
- Non hai da scusarti, faresti meglio a invitare alla tua tavola i nuovi arrivati. Siamo venuti per divertirci in tua compagnia. Ho portato con me un altro compagno: è un mio amico!
Maslobojev m'indicò.
- Sono contentissimo, mi rendete proprio felice... ah! ah! ah!
- Si chiama sciampagna questo? Si direbbe piuttosto "kvas" (5).
- Ma via, mi volete offendere?
- Tu, dunque, non osi farti vedere da Dusseau, e hai il coraggio di invitarmi a venire con te!
- Ha raccontato proprio ora d'essere stato a Parigi, - intervenne la moglie dell'ufficiale, - ma deve aver mentito di certo.
- Fedosia Titisna, non offendetemi. Ci sono stato. Ci sono andato.
- Ma che ci sarebbe andato a fare a Parigi un "mugik" (6) come voi?
- Ci sono stato, ci sono stato con Carpo Vassiljevitc. Carpo Vassiljevitc lo conoscete di certo, vero?
- E perché mai dovrei conoscere questo tuo Carpo Vassiljevitc?
- Insomma, è così... un affare politico. Là nella cittadina chiamata Parigi, abbiamo rotto, dalla signora Joubert, un "trumeau" inglese.
- Che cosa avete rotto?
- Un "trumeau". Era uno specchio che da terra arrivava fino al soffitto; Carpo Vassiljevitc era ubriaco al punto da rivolgersi alla signora Joubert in russo. Si era appoggiato allo specchio. La Joubert, allora, gli gridò nella sua lingua: «Il "trumeau" costa settecento franchi guai a romperlo!». Egli sorrise e mi guardò, io me ne stavo seduto di fronte a lui, su un divano, e accanto a me c'era una bellezza, ma una vera bellezza, non come questo muso qui, una donna formosa, insomma. Egli gridò: «Stefano Terentic, olà, Stefano Terentic! Facciamo a mezzo, eh?». Io dissi: «Va bene!». Drin! Sferrò un pugno nello specchio! I frantumi volarono da tutte le parti! La Joubert si mise a strillare, gli saltò proprio agli occhi: «Brigante», gridò, sempre in francese, «dove credi di essere venuto?». E lui: «Tu, signora Joubert, prendi il tuo denaro, ma non impedirmi di fare secondo la mia natura», e subito le pagò in contanti seicentocinquanta franchi: siamo riusciti a ottenere cinquanta franchi di ribasso.
In quel momento, un grido terribile, stridente, risuonò due o tre stanze lontano da quella in cui eravamo seduti. Io sussultai e gettai pure un grido. Avevo riconosciuto la voce; era quella di Elena. Subito dopo quel lamentoso grido, si sentirono altre grida, ingiurie, un rumore di lotta, e infine, nitidi e sonori colpi di una mano contro una faccia. Evidentemente, era Mitroska che faceva la sua parte. A un tratto, la porta si aprì con forza, ed Elena irruppe nella sala, pallida, con gli occhi torbidi, vestita di un abito di mussolina bianca, tutto sgualcito e lacero, coi capelli pettinati, ma scomposti come in una lotta. Io ero di fronte alla porta, ella si gettò verso di me, aggrappandosi alla mia persona. Tutti balzarono in piedi; tutti si agitarono. Alla sua apparizione, risuonarono grida e strilli. Subito dopo si mostrò sull'uscio Mitroska, trascinandosi dietro per i capelli il suo nemico panciuto, molto male in arnese. Lo trascinò fin sulla soglia, poi lo gettò nella sala con un urtone.
- Eccolo! Prendetelo! - esclamò Mitroska con aria piena di soddisfazione.
- Senti, - mi disse Maslobojev avvicinandomisi con calma e battendomi la mano sulla spalla; - prenditi la ragazza con te e portala a casa tua con la nostra vettura; non hai più nulla da fare qui. Domani metteremo a posto ogni cosa.
Non me lo feci ripetere due volte. Afferrata Elena per la mano, la condussi fuori da quel trivio. Non so in che modo finirono le cose tra loro. Tutto si era svolto con tale rapidità, che nessuno ebbe tempo di impedirci il passo. Il vetturale ci aspettava, e venti minuti dopo ero già nel mio appartamento.
Elena era come mezzo morta. Le sbottonai i ganci del vestito, le spruzzai acqua sul viso e la feci sdraiare sul divano. Aveva la febbre e cominciava a delirare. Io le guardavo il visino pallido, le labbra scolorite, i capelli neri, pettinati e impomatati, ma caduti tutti da una parte, tutta la sua toeletta, e quei nastrini rosei che qua e là ornavano ancora il vestito, e capii perfettamente tutta quella storia disgustosa. Poveretta! Si sentiva sempre peggio. Io non mi allontanavo da lei e decisi di non andare nemmeno da Natascia, quella sera. Di tanto in tanto, Elena alzava le lunghe ciglia, mi gettava uno sguardo, poi mi guardava a lungo, come se mi riconoscesse. Era tardi, la mezzanotte passata, quando si addormentò. Mi addormentai io pure, sdraiato vicino a lei, sul pavimento.
CAPITOLO 8
Mi alzai prestissimo, Durante la notte mi ero svegliato ogni mezz'ora, e ogni volta mi ero alzato per avvicinarmi alla mia ospite e osservarla. Aveva la febbre e, di tanto in tanto, delirava. Ma verso la mattina si addormentò profondamente. «E' un buon segno», pensai, ma, svegliatomi alla mattina, decisi subito, intanto che la poveretta continuava a dormire, di correre da un medico. Ne conoscevo uno, un vecchio scapolo bonario, che abitava da moltissimo tempo all'angolo della Vladimirska, insieme alla sua governante tedesca. Mi recai da lui. Promise di venire da me verso le dieci. Erano le otto, quando lo lasciai. Mi venne una gran voglia di passare da Maslobojev, strada facendo, ma poi abbandonai l'idea; era probabile che dormisse ancora dopo gli avvenimenti della sera precedente; inoltre, Elena poteva essersi svegliata e fors'anche spaventata di trovarsi tutta sola nel mio appartamento. Nello stato di delirio in cui si trovava poteva anche non ricordarsi perché né in qual modo fosse capitata in casa mia.
Si svegliò proprio nel momento in cui rientravo. Le andai subito vicino e le domandai come si sentisse. Non mi rispose, ma mi guardò a lungo con quei suoi occhioni neri ed espressivi. Mi parve, giudicando da quel suo sguardo, che fosse in piena conoscenza e capisse ogni cosa. Forse non mi rispose unicamente perché tale era la sua abitudine. Anche la prima e la seconda volta che era venuta da me non aveva risposto nemmeno una parola a certe mie domande, limitandosi a fissarmi negli occhi, con sguardo lungo e insistente, in cui, insieme allo stupore e a una curiosità selvaggia, si rispecchiava anche uno strano orgoglio. Adesso, invece, notai nel suo sguardo un'espressione quasi di austerità, di diffidenza, perfino. Feci per passarle una mano sulla fronte, onde assicurarmi se avesse o no la febbre, ma lei la respinse con un gesto lento della manina, e, senza pronunciar parola, voltò il viso verso la parete. Mi allontanai per non disturbarla.
Avevo una grande teiera di rame, che usavo da tempo in luogo del samovar, facendovi bollire l'acqua. La legna non mi mancava, ché il portinaio me ne aveva portata per quattro o cinque giorni. Accesi la stufa, andai a prendere l'acqua e misi la teiera sul fuoco. Preparai quindi le tazze sulla tavola. Elena si voltò verso di me, seguendo con occhi incuriositi ogni mio atto. Le domandai ancora se volesse prendere qualche cosa, ma lei voltò di nuovo la faccia contro il muro e non mi rispose.
«Perché mai è arrabbiata con me?», pensai. «Che strana ragazza!».
Il medico venne, come aveva promesso, verso le dieci. Visitò la malatina con attenzione e meticolosità tutta tedesca e quindi mi rassicurò, dicendo che, nonostante lo stato febbrile in cui si trovava la piccina, non c'era nulla di grave. Aggiunse che la bambina doveva avere qualche altra malattia cronica, probabilmente una malattia di cuore. «Su questo punto, però», disse, «ci vorrebbero osservazioni speciali; per ora fuori pericolo». Le ordinò una pozione e certe polverine, più per abitudine che per vera necessità, e subito cominciò a domandarmi come mai avessi in casa quella bambina. Mentre così parlavamo, egli girava intorno uno sguardo incuriosito, esaminando il mio alloggio. Quel vecchietto era un terribile chiacchierone.
Quanto ad Elena, l'aveva fortemente stupito; gli aveva strappato dalle mani la sua manina, quando gliel'aveva presa per tastare il polso, e s'era rifiutata dl mostrargli la lingua. A tutte le sue domande, non aveva risposto una parola, e aveva continuato a tenere lo sguardo fisso sull'immensa decorazione di San Stanislao che gli pendeva al collo.
- E' probabile che abbia un forte mal di testa, - osservò il vecchietto; - ma come guarda! Dio, come guarda!
Non ritenni necessario raccontargli la storia di Elena, e me la cavai dicendo che quel racconto avrebbe richiesto troppo tempo.
- Se si rendesse necessaria la mia presenza, fatemi avvertire, - disse prima di andarsene. - Per ora, non c'è alcun pericolo.
Decisi di rimanere tutto il giorno accanto a Elena, e per quanto mi sarebbe stato possibile, di non lasciarla sola, finché fosse completamente guarita. Sapendo tuttavia che Natascia ed Anna Andrejevna potevano inquietarsi non vedendomi comparire, decisi di comunicare, almeno a Natascia, per lettera, che quella sera non potevo andare a trovarla. Ad Anna Andrejevna non era possibile scrivere. Lei stessa mi aveva pregato, una volta per sempre, di non mandarle mai lettere, dopo che un giorno le avevo comunicato per iscritto una notizia durante la malattia di Natascia. «Il vecchio si rannuvola, quando vede una tua lettera», mi aveva detto; «vorrebbe saperne il contenuto, pover'uomo, e non può, non sa decidersi a chiedermelo.
Rimane quindi di cattivo umore tutto il giorno. Quanto a me, con una lettera, caro mio, non fai che stuzzicarmi. Che cosa si può dire in dieci righe? Viene voglia di tempestarti di domande, e tu invece, non ci sei». Mi limitai, quindi, a scrivere a Natascia e, mentre portavo la ricetta del dottore in farmacia impostai la lettera.
Elena, frattanto, si era addormentata di nuovo. Nel sonno, continuava a gemere sommessamente e, di tanto in tanto, aveva un sussulto. Il medico aveva indovinato: la fanciulla doveva soffrire un forte mal di capo. Di tanto in tanto, le sfuggiva un lieve grido e si svegliava. Mi guardava quasi indispettita, come se la mia attenzione le riuscisse oltremodo penosa. Confesso che ciò mi era alquanto sgradito.
Alle undici venne a trovarmi Maslobojev. Era preoccupato e come distratto; rimase un momento soltanto perché aveva fretta di trovarsi altrove.
- Beh! fratello, me lo ero immaginato che dovevi avere un domicilio poco decoroso, - osservò guardandosi intorno, - ma non credevo proprio di trovarti in questa specie di baule. Perché è un baule, non un appartamento questo. D'altronde, ciò non importa; il guaio è nel fatto che tutte queste preoccupazioni ti disturbano nel tuo lavoro. Ci ho pensato già ieri, mentre andavamo dalla Bubnova. Devi sapere, mio caro, che io, per la mia natura e per la mia posizione sociale, appartengo a quella razza di uomini che non sanno far nulla di buono per se stessi, ma tengono lunghe prediche agli altri, esortandoli al lavoro. Adesso, ascoltami: forse passerò da te domani o dopodomani; tu, invece, devi assolutamente venire a trovarmi domenica mattina.
Spero che, per allora, la faccenda di questa fanciulla sarà messa a posto; parleremo seriamente di te, giacché vedo che bisogna mi occupi, e seriamente, anche di te. Non è possibile vivere in questo modo. Ieri non ho fatto che qualche allusione, ora ne trarrò le logiche deduzioni. Dimmi francamente, insomma: ritieni disonorevole accettare da me un po' di denaro in prestito?
- Non stare ad attaccar briga! - lo interruppi; - raccontami piuttosto com'è andata a finire laggiù, ieri sera.
- Ma è andata a finire nel miglior modo possibile, e lo scopo è stato raggiunto, capisci? Ora non ho tempo. Non sono passato da te che per un momento, per comunicarti che sono molto occupato e quindi non mi è possibile pensare adesso ai casi tuoi, e anche per domandarti, giacché ci sono, se intendi collocarla in qualche posto o tenerla con te. E' una cosa che dev'essere ben ponderata, prima di prendere una decisione.
- Non posso dirti nulla, per ora, e ti confesso che aspettavo te perché potessimo consigliarci insieme su questo punto. Come, a che titolo potrei tenerla presso di me?
- Potresti tenerla come una donna di servizio, per esempio.
- Parla piano, ti prego. Sebbene malata, è in piena coscienza, e mi sono accorto che è trasalita vedendoti entrare. Ciò significa che si è ricordata dell'incidente di ieri sera...
Gli raccontai le strane manifestazioni del carattere della bambina e tutto ciò che avevo potuto notare in lei fino a quel momento. Le mie parole interessarono fortemente Maslobojev. Aggiunsi che forse, in seguito, l'avrei fatta accogliere in qualche famiglia, e gli raccontai in breve dei miei vecchietti. Con mia grande meraviglia, constatai che la storia di Natascia gli era in parte già nota; e quando gli domandai se ne fosse al corrente, mi rispose:
- Così: ne ho sentito parlare di sfuggita, a proposito di un certo affare. Ti ho ben detto che conosco il principe Valkovski, no? E' una buona idea quella di mettere la piccina in casa di quei vecchi. A te, non potrebbe essere che d'impaccio. Ecco, un'altra cosa ancora: le occorre qualche documento. Ma non t'inquietare per questo: ci penso io. Addio, vieni a trovarmi spesso. Dorme?
- Mi pare, - risposi.
Ma non appena egli fu uscito, Elena mi chiamò.
- Chi è? - domandò. La voce le tremava, ma mi guardava sempre con quel suo sguardo fisso e austero. Non saprei qualificare altrimenti quello sguardo.
Le dissi il nome di Maslobojev e aggiunsi che appunto con l'aiuto di lui l'avevo strappata dalle mani della Bubnova, la quale ne aveva molta paura. Le sue guance si accesero a un tratto, probabilmente per il ricordo penoso.
- E non verrà mai qui, lei? - mi domandò, fissandomi con sguardo scrutatore.
Mi affrettai a rassicurarla. Tacque, mi strinse per un momento con le dita calde la mano, poi la respinse subito, come ravvedendosi: «Non è possibile che provi realmente tanta avversione per me», pensai. «Sarà una maniera, oppure... oppure, semplicemente, la poveretta avrà provato tanto dolore in vita sua, che non ha più fiducia in nessuno».
All'ora stabilita, andai a prendere la medicina e contemporaneamente entrai in una vicina trattoria, dove mi conoscevano per esserci andato a mangiare alcune volte e dove avevo credito.
Uscendo di casa, avevo portato con me un recipiente e presi in trattoria una porzione di brodo di pollo per Elena. La fanciulla, però, non volle mangiare, ed io misi il brodo sulla stufa.
Dopo averle dato la medicina, mi misi al lavoro. Credevo che si fosse addormentata, ma guardandola dopo un momento, per caso, mi accorsi che si era sollevata sul guanciale e mi osservava attentamente, mentre scrivevo. Finsi di non accorgermene.
Infine, si addormentò davvero, e, con mio grande piacere, la vidi dormire d'un sonno calmo, senza gemiti né delirio. Cominciai a ragionare con me stesso: Natascia, non sapendo di che si trattasse, poteva non solo essere malcontenta, non vedendomi comparire da lei, ma anche addolorarsi per la mia mancanza d'interessamento a suo riguardo, proprio in quel momento, in cui la mia presenza le era forse più necessaria che mai. Indubbiamente, doveva avere preoccupazioni speciali, qualche incarico da darmi, una commissione da farmi eseguire, e io, quasi a farlo apposta, non ero con lei.
Quanto ad Anna Andrejevna, non sapevo affatto come avrei potuto, il giorno dopo, giustificarmi ai suoi occhi. Dopo aver pensato a lungo, decisi di passare un momento tanto dall'una che dall'altra. La mia assenza non sarebbe durata più di due ore in tutto. Elena dormiva e non se ne sarebbe nemmeno accorta. Balzai in piedi, indossai il pastrano, presi il berretto e feci per uscire, quando Elena mi chiamò improvvisamente. Rimasi sorpreso: possibile che avesse finto di dormire?
Voglio, a questo proposito, fare un'osservazione: sebbene Elena fingesse di non voler parlare con me, quelle sue frequenti chiamate, quel suo bisogno di rivolgersi a me perché risolvessi ogni suo dubbio, erano in contraddizione con lei stessa, e confesso che mi faceva piacere.
- A chi volete darmi? - domandò, quando mi fui avvicinato al letto.
Quando mi rivolgeva qualche domanda, Elena, generalmente, lo faceva all'improvviso. Questa volta, a tutta prima, non la capii neppure.
- Poco fa, avete detto al vostro amico che volete mettermi in una casa. Non andrò in nessun posto.
Mi chinai su di lei: ardeva quanto mai; aveva una nuova crisi di febbre. Cominciai a rassicurarla e a farle coraggio, promettendole di tenerla con me, se tale era il suo desiderio. Così dicendo, mi tolsi il pastrano e il berretto. Non potevo decidermi a lasciarla sola e in simile stato.
- No, andate! - disse, avendo subito capito che volevo rimanere a casa. - Voglio dormire; m'addormenterò subito.
- Ma come puoi rimanere sola? - le dissi, sconcertato. - Ad ogni modo, avevo intenzione d'uscire per non più d'un paio d'ore...
- Benissimo, andate, dunque. Secondo voi, allora, se dovessi rimanere malata per un anno, per un anno non dovreste più uscire di casa?
Abbozzò un sorriso e mi guardò con aria strana, come se combattesse contro un buon sentimento che le si fosse svegliato in cuore.
Poveretta! Il suo cuore, pieno di bontà e di tenerezza, si rivelava a dispetto di tutta la sua misantropia e la sua apparente animosità.
Anzitutto, corsi da Anna Andrejevna. Mi aspettava con febbrile impazienza e mi accolse con rimproveri; era terribilmente inquieta:
Nicola Serghejevitc era uscito subito dopo il pranzo, e lei non sapeva dove fosse andato. Presentivo che, come accadeva di solito, la vecchietta non aveva saputo trattenersi e gli aveva raccontato ogni cosa, per via di «allusioni». Ella, del resto, me ne fece quasi la confessione, dicendo che non aveva potuto fare a meno di dividere con lui una tal gioia; ma che Nicola Serghejevitc, invece, per usare le sue stesse parole, «era diventato più nero di una nuvola», non disse nulla, «continuando a tacere e non rispondendo nemmeno alle mie domande», poi, improvvisamente, dopo il pranzo, si era vestito ed era uscito di casa! Raccontandomi ciò, Anna Andrejevna per poco non tremava di paura, e mi supplicò di aspettare insieme con lei il ritorno di Nicola Serghejevitc. Mi rifiutai categoricamente di accontentarla, e le dissi che forse non sarei tornato nemmeno il giorno dopo, e che anche allora ero passato da lei soltanto per avvertirla. Quella volta mancò poco che non ci bisticciassimo sul serio. Proruppe in lacrime, mi fece aspri e ingiusti rimproveri, e solo quando già stavo per aprire la porta mi si gettò a un tratto al collo, mi strinse con ambo le braccia e mi pregò di non essere in collera con lei, «povera orfana», e di non ritenere come un'offesa le sue parole.
Trovai Natascia, contrariamente alle mie supposizioni, ancora sola, e, cosa strana, mi sembrò che questa volta non fosse contenta di vedermi, come era stata la sera precedente e tutte le altre volte. Pareva che la mia presenza le desse fastidio, la facesse indispettire. Quando le domandai se Alioscia fosse andato a trovarla, mi rispose:
- Certo che è stato qui; però, non è rimasto molto con me. Ha promesso di tornare questa sera, - aggiunse impensierita.
- E' venuto anche ieri sera?
- N...o, l'hanno trattenuto, - disse in fretta. - Ebbene, Vania, e i tuoi affari?
Compresi che desiderava, non capivo perché, sviare il discorso. La guardai con maggiore attenzione. Era evidentemente snervata. Tuttavia, avendo notato che continuavo a guardarla fissamente, mi gettò un rapido sguardo così carico di collera, che ne rimasi come scottato.
«Ha un nuovo dolore in cuore», pensai, «ma non vuole confessarmelo».
Rispondendo alla sua domanda riguardo ai miei affari, le raccontai la storia di Elena con tutti i particolari. La mia narrazione l'interessò molto e le fece una profonda impressione.
- Santo Dio! E hai potuto lasciarla sola, malata com'è?! - esclamò.
Le spiegai che, sulle prime, avevo avuto intenzione di non recarmi da lei, ma poi avevo pensato che poteva aver bisogno di me e si sarebbe forse adirata non vedendomi comparire.
- Bisogno? - ripeté lei tra sé, come meditando su qualche cosa. - Forse, Vania, hai ragione, e ho infatti bisogno di te, ma ne riparleremo un'altra volta. Sei stato dai miei?
Le raccontai la visita fatta ad Anna Andrejevna.
- Sì. Dio solo può sapere come mio padre accoglierà tutte quelle notizie. Del resto, in verità, che c'è di speciale da accogliere?...
- Come, che c'è di speciale? - domandai. - Un cambiamento così importante!
- Ma... così... Dove può essere andato? L'altra volta pensavate che fosse venuto da me. Vedi, Vania: se ti è possibile, vieni da me domani. Può darsi che ti dica qualche cosa... Mi vergogno di disturbarti continuamente, ed ora faresti bene a tornare dalla tua malata. Credo che siano ormai più di due ore, da quando sei uscito di casa!
- Sì, sono più di due ore. Addio, Natascia. Beh! come è stato oggi con te Alioscia?
- Alioscia? Nulla di speciale; mi stupisco della tua curiosità .
- Arrivederci, cara.
- Addio!
Mi tese la mano con una certa negligenza e si volse da una parte per non vedere il mio sguardo d'addio. Uscii alquanto stupito.
«D'altronde», dissi tra me, «avrà tanti pensieri per il capo! Sono cose che devono essere ponderate con serietà. Domani sarà la prima a raccontarmi tutto».
Tornai a casa fortemente afflitto e, non appena ebbi aperto la porta, rimasi proprio stupefatto. La camera era buia, ma riuscii nondimeno a vedere Elena, che era seduta sul divano, con la testa abbassata sul petto, come immersa in profondi pensieri. Non mi gettò nemmeno uno sguardo; sembrava intorpidita. Mi avvicinai a lei: mormorava qualche cosa tra sé. «Sarà il delirio», pensai.
- Elena, mia cara, che hai? - domandai, prendendo posto accanto a lei e abbracciandola.
- Voglio andarmene... Preferisco andare da lei, - disse senza alzare la testa.
- Dove? Da chi? - feci, stupito.
- Da lei, dalla Bubnova. Continua a ripetere che le devo un mucchio di denaro; che ha seppellito mia madre a proprie spese... Non voglio che possa ingiuriare mia madre... Voglio lavorare da lei e renderle tutto col mio lavoro... Dopo, me ne verrò via; adesso, invece, voglio tornare da lei!
- Calmati, Elena, tu non puoi tornare da lei! - dissi. - Quella donna ti torturerà, ti perderà...
- Mi torturi, mi perda pure, - ribatté Elena con calore, - non sarò io la prima; ce ne sono di migliori di me che sono torturate. Me l'ha detto una volta una mendicante per strada. Sono povera, e voglio restare povera. Rimarrò povera tutta la vita; così mi ha ordinato la mamma morendo. Lavorerò... Non voglio portare un vestito come questo.
- Domani stesso te ne comprerò un altro. Ti porterò qui anche i tuoi libri. Vivrai con me. Non ti darò a nessuno, se non lo vorrai tu stessa; calmati...
- Andrò a fare la serva.
- Va bene, va bene, ma ora calmati; sdraiati e cerca di dormire!
Ma la povera ragazzetta proruppe in pianto. A poco a poco, il suo pianto divenne un continuo singhiozzo. Non sapevo che fare; le portai dell'acqua, le bagnai la testa, le tempie. Infine cadde sul divano assolutamente esausta, tremando in un nuovo accesso di febbre. La coprii di tutto ciò che potei trovare, e si addormentò di un sonno agitato, svegliandosi ogni momento e sussultando.
Sebbene quel giorno non avessi camminato molto, mi sentivo terribilmente stanco e decisi di andarmene a dormire anch'io per tempo. La testa mi formicolava di pensieri dolorosi e assillanti.
Presentivo che con quella bambina avrei avuto non pochi grattacapi. Ma più di ogni altra cosa, mi preoccupava Natascia e quanto la concerneva. Ricordo che mai prima di allora ero stato oppresso da tanta angoscia come in quella disgraziata notte.
CAPITOLO 9
Mi svegliai indisposto, molto tardi; erano quasi le dieci. Mi girava e doleva la testa. Gettai uno sguardo sul letto di Elena: era vuoto.
Contemporaneamente, dalla camera a destra, giunse al mio orecchio un fruscio strano, come se qualcuno scopasse per terra. Andai a vedere di che si trattasse. Elena teneva in mano una scopa, e sostenendo con l'altra mano il suo elegante vestitino, che non si era ancora tolto dalla sera prima, scopava il pavimento. La legna preparata per la stufa era messa in ordine nell'angolo; la tavola era ripulita, la teiera brillava; insomma, Elena aveva assunto il governo della casa.
- Senti, Elena, - gridai, - chi ti obbliga a scopare il pavimento? Non voglio che tu lo faccia, sei ammalata; sei forse venuta qui per fare la serva, tu?
- E chi dunque dovrebbe scopare il pavimento, qui? - mi rispose, raddrizzandosi e guardandomi in faccia. - Ora non sono più malata.
- Ma io non ti ho mica presa qui per lavorare, Elena. Si direbbe che tu abbia timore che io ti faccia dei rimproveri, come la Bubnova, di vivere in casa mia a ufo. E dove l'hai presa questa cattiva scopa? Non ne ho mai avute di scope, io! - aggiunsi, guardandola sorpreso.
- E' mia. Me la sono portata qui. Anche quando viveva ancora il nonno venivo qui a fargli pulizia. La scopa era ancora sotto la stufa.
Tornai nella camera soprappensiero. Forse avevo torto pensando così, ma mi sembrò che la mia ospitalità le fosse penosa e che per ciò volesse provarmi a ogni costo che non mangiava il mio pane a ufo. «Se è proprio così, che carattere inasprito è mai il suo!», pensai. Circa due minuti dopo tornò anche lei nella camera e si sedette sul divano, allo stesso posto del giorno precedente, gettando su di me sguardi scrutatori. Nel frattempo, io avevo fatto bollire l'acqua nella teiera e preparato il tè; poi lo versai in una tazza e glielo offrii con un pezzo di pane bianco. Lo prese in silenzio, senza protestare. In quelle ultime ventiquattr'ore non aveva mangiato quasi nulla.
- Ecco, guarda! ti sei insudiciato anche il vestitino con la scopa, - dissi, avendo notato una larga striscia sporca sull'orlo della sottana.
Lei si accertò dell'esattezza delle mie parole, poi, con mia grande meraviglia, mise la tazza sulla tavola, prese con ambo le mani il vestitino di mussola, e, con gesto lento, apparentemente fredda e calma, lo lacerò d'un sol colpo dall'alto in basso per tutta la sua lunghezza. Fatto ciò alzò su di me uno sguardo fiammeggiante e ostinato. Aveva il viso estremamente pallido.
- Che fai, Elena? - gridai, persuaso di avere a che fare con una pazza.
- E' un brutto vestito, - disse, quasi soffocando per l'agitazione. - Perché avete detto che è bello? Non voglio portarlo! - gridò a un tratto, balzando in piedi. - Lo faccio a pezzi. Non l'ho mai pregata di vestirmi in questo modo. E' stata lei a farmi indossare questo vestito, per forza. Ne ho già fatto a pezzi un altro simile, ora faccio lo stesso con questo. Sì, lo strappo, lo strappo!
Fuori di sé, si scagliò contro il disgraziato vestitino, e lo fece a pezzi in un baleno. Quand'ebbe terminato, il suo viso era pallido come un cencio, e non poteva neanche più stare in piedi. Io rimasi stupito davanti a tanta furia. Lei, invece, mi guardava con occhi provocanti, come se anch'io fossi colpevole di qualche cosa nei suoi confronti. Ma già sapevo che cosa avevo da fare.
Decisi di comprarle senza indugio, quella mattina stessa, un altro vestito. Non era possibile influire su quell'essere selvaggio e inasprito se non con la bontà! Faceva l'impressione di un'anima che non avesse mai avuto a che fare con gente buona. Se già una volta, a dispetto di una severa punizione, aveva ridotto a brandelli un vestito come quello che aveva indosso, con che rabbia doveva vedere quest'ultimo, che ricordava un momento orribile e recente!
Al mercato si poteva comperare a buon prezzo un vestito semplice e bellino. Il guaio era che in quel momento ero quasi assolutamente sprovvisto di denari. Già la sera prima, però, ancora prima di andare a letto, avevo deciso di recarmi senza indugio in un posto, dove potevo sperare di procurarmene, e che si trovava proprio dalla parte del mercato. Presi il cappello. Elena osservava i miei movimenti come se aspettasse qualche cosa.
- Mi chiuderete di nuovo a chiave? - mi domandò, vedendomi prendere la chiave per chiudere, uscendo, la porta, come avevo fatto il giorno prima e l'altro ancora.
- Figliola mia, - dissi avvicinandomi a lei, - non avertene a male.
Chiudo perché potrebbe venire qualcuno. Tu sei malata, per ora, e forse ti spaventeresti. Chissà, poi, chi potrebbe venire; non potrebbe darsi che venisse magari la Bubnova?
Quella supposizione non era per me che un pretesto. In verità, se chiudevo, lo facevo perché diffidavo di lei. Mi sembrava che un giorno o l'altro sarebbe fuggita. Avevo quindi deciso di prendere qualche precauzione, almeno per i primi tempi. Elena tacque, e io la chiusi a chiave anche questa volta.
Conoscevo un editore che, già da tre anni, andava pubblicando una rivista. Mi era già accaduto altre volte, trovandomi a corto di denaro, di rivolgermi a lui per avere qualche lavoro, e non mi aveva mai lasciato negli impicci; mi aveva, anzi, sempre pagato coscienziosamente. Mi recai dunque da questo editore e riuscii a ottenere venticinque rubli d'acconto per un articolo che m'impegnai di consegnargli entro una settimana. Speravo, tralasciando qualche poco il mio romanzo, d'essere pronto con l'articolo per il giorno stabilito. Facevo spesso così nei momenti di estremo bisogno.
Appena in possesso del denaro, mi recai al mercato. Non tardai a trovare una vecchia mercantessa di mia conoscenza, che vendeva ogni sorta di stracci. Cercai di darle come potevo meglio un'idea della corporatura di Elena, e lei mi offrì subito un vestitino di percalle chiaro, fortissimo, che certo non era stato lavato più di una volta, per un prezzo molto conveniente. Presi anche uno di quegli scialletti che le donne portano al collo. Pagando, mi venne in mente che Elena avrebbe avuto bisogno anche di una pelliccia, di un mantello o di qualche cosa di simile. Il tempo era freddo, e lei non aveva assolutamente nulla da mettersi addosso. Rimandai,però, quell'acquisto a un'altra volta. Era tanto suscettibile, tanto orgogliosa Elena! Già non potevo prevedere come avrebbe accolto anche soltanto il vestitino che le avevo comprato, nonostante avessi scelto di proposito il più semplice, il più comune, il meno appariscente, che mi fosse stato possibile trovare. Comprai, nondimeno, anche due paia di calze: un paio di cotone e l'altro di lana. Gliele avrei potute dare col pretesto che la nostra camera era fredda e che lei era ammalata. In realtà, avrebbe avuto bisogno anche di un po' di biancheria, ma decisi di rimandare la compera a quando ci saremmo conosciuti meglio. Comperai, però, una vecchia tenda per il letto, cosa che consideravo assolutamente necessaria e che poteva procurare a Elena un gran piacere.
Con tutto ciò, non tornai a casa che alla una. La serratura si apriva quasi senza far rumore, di modo che Elena, lì per lì, non si accorse neppure del mio ritorno. Mi accorsi che era ritta accanto alla tavola, intenta a rovistare fra i miei libri e i miei scritti. Udendo i miei passi, chiuse rapidamente il libro che stava leggendo, e, violentemente arrossendo, si allontanò dalla tavola. Gettai uno sguardo sul libro, e vidi che era il mio primo romanzo, pubblicato in volume, col mio nome sulla copertina.
- Mentre eravate fuori, è venuto qualcuno, non so chi, a bussare all'uscio, - mi disse; e dall'intonazione della sua voce mi parve che volesse provocarmi, rimproverandomi d'aver chiuso a chiave.
- Sarà stato il medico, - risposi. - Non hai domandato chi era?
- No.
Senza rispondere, aprii il fagotto che avevo portato e ne tirai fuori il vestitino.
- Ecco, mia cara Elena, - dissi avvicinandomi a lei; - non è possibile che tu continui a portare questi stracci che hai indosso. Ti ho comprato un vestitino, il vestitino più semplice, il più a buon mercato possibile, di modo che la cosa non deve darti pensiero; non costa che un rublo e venti copeche. Portalo, vedrai che ti andrà bene.
Deposi il vestito accanto a lei. Lei avvampò e per un momento rimase a guardarmi con gli occhi spalancati. Era stupita al massimo grado e, al tempo stesso, il suo viso denotava, o almeno così mi parve, un certo senso di vergogna. Notai pure, però, nei suoi occhi, brillare una luce dolce e mite. Vedendo che taceva, io mi voltai verso la tavola.
Evidentemente, il mio gesto la stupiva al massimo grado. Si era, però, fatta forza, e se ne stava ora seduta sul divano, silenziosa, con gli occhi a terra.
Mi doleva la testa; il capogiro si accentuava sempre più. L'aria fresca non mi aveva recato alcun sollievo.
Nondimeno, dovevo andare da Natascia. La mia inquietudine per lei non era punto diminuita dal giorno prima; andava anzi aumentando ogni momento. A un tratto, mi parve che Elena mi chiamasse. Mi voltai dalla sua parte.
- Non chiudetemi a chiave quando uscite! - disse, guardando altrove e stiracchiando con le dita la frangia del divano, quasi fosse tutta assorta in quell'occupazione. - Non me ne andrò via.
-Va bene, Elena, siamo d'accordo. Ma se dovesse venire qualcuno? E Dio sa chi potrebbe capitare!
- Lasciatemi la chiave, io mi chiuderò dentro, e se qualcuno viene a bussare, risponderò che non siete in casa.
E mi guardò con aria maliziosa, come se volesse dire: «E' una cosa tanto semplice!».
- Chi vi lava la biancheria? - mi domandò quindi prima che avessi tempo di risponderle.
- Una donna qui della casa.
- La so lavare anch'io. E dove avete preso il mangiare ieri?
- In trattoria.
- So anche far da mangiare. Vi preparerò il pranzo.
- Lascia stare, Elena, che cosa vuoi saper cucinare tu? Stai dicendo cose proprio senza senso...
Elena rimase zitta e abbassò la testa. La mia osservazione l'aveva evidentemente addolorata. Trascorsero almeno dieci minuti; tacevamo entrambi.
- La minestra! - disse Elena a un tratto, senza alzare la testa.
- Come, la minestra? Che minestra? - domandai stupito.
- So preparare la minestra. La preparavo sempre per la mamma, quando era malata. Anche al mercato andavo.
- Vedi, Elena, vedi come sei orgogliosa? - dissi avvicinandomi a lei e sedendomi al suo fianco sul divano. - Agisco verso di te come mi ordina il cuore. Tu sei sola soletta, senza parenti, sventurata. Io voglio aiutarti. Faresti altrettanto anche tu se io mi sentissi male.
Tu, però, non vuoi ragionare in questo modo, e ti riesce penoso accettare da me anche il più piccolo regalo. Vuoi subito ripagarlo col lavoro, come se io fossi la Bubnova e ti rimproverassi. Se è così, devi vergognarti di avere simili sentimenti, Elena!
Non rispose; le labbra le tremavano. Sembrava che volesse dirmi qualche cosa; ma poi si frenò, e non disse nulla. Io mi alzai per recarmi da Natascia. Questa volta lasciai la chiave a Elena, pregandola, se qualcuno fosse venuto a domandare di me, di chiedergli chi fosse.
Ero convinto, convintissimo, che a Natascia fosse accaduto qualche grosso guaio, e che, per il momento, me lo tenesse nascosto, come del resto aveva già fatto altre volte. Ad ogni modo, ero deciso a fare una capatina da lei, una capatina brevissima, per non irritarla con la mia insistenza.
Non m'ero sbagliato. Mi accolse anche questa volta con un duro sguardo di contrarietà. Avrei dovuto tornarmene subito via, ma le gambe non mi reggevano più.
- Sono venuto qui, solo per un attimo, Natascia, - cominciai a dirle; - vorrei chiederti consiglio. Che cosa debbo farne della piccina che mi sono presa in casa?
E proseguii senza indugio, narrandole con ogni particolare quanto concerneva Elena. Mi ascoltò in silenzio.
- Non so che cosa consigliarti, Vania, - rispose poi. - Da quanto mi hai detto, si può arguire che si tratta di un essere molto strano.
Forse dipende dal fatto che è stata molto offesa, che ha sofferto troppo. Lasciale almeno il tempo di guarire! Vorresti farla entrare in casa dei miei, vero?
- Continua a ripetermi che non mi vuol lasciare. D'altra parte, Dio solo può sapere come l'accoglierebbero laggiù. E così, non so proprio che fare. E tu, mia cara? Come stai? Ieri mi parve che non stessi un gran che bene. Mi sbaglio? - domandai timidamente.
- No... anche oggi ho un po' di mal di testa, - rispose distratta. - Non hai visto nessuno dei miei?
- No, andrò da loro domani. Domani è sabato...
- Ebbene?
- Non è la sera in cui deve venire qui il principe?...
- E con questo ? Non me ne sono certo dimenticata.
- Oh! dicevo soltanto così...
Mi si fermò di fronte e mi fissò con uno sguardo lungo e penetrante.
Notai nel suo sguardo un non so che di deciso, di ostinato, qualche cosa di febbrile, di agitato.
- Senti, Vania, - disse, - fammi il piacere di lasciarmi sola; mi disturbi.
Mi alzai dalla poltrona e la guardai con inesprimibile stupore.
- Cara la mia Natascia! Che hai? Che è successo? - esclamai spaventato.
- Non è successo nulla! Saprai tutto domani; adesso voglio restare sola. Senti, Vania, vattene subito!
- Dimmi almeno...
- Tutto, saprai tutto domani! Oh, santo Dio, ti deciderai una volta a lasciarmi, o no?
Uscii. Ero così sconvolto, da non potermi riavere. Mavra mi rincorse in anticamera.
- E' arrabbiata? - mi domandò. - Ho timore a parlarle.
- Ma che ha?
- Ha che il nostro giovanotto non si fa più vedere: con oggi, sono tre giorni che non si fa vivo.
- Come, tre giorni!? - esclamai stupito. - Ma se mi disse lei stessa che è stato qui ieri mattina e che doveva poi tornare anche ieri sera!
- Che sera! Neanche di mattina c'è stato! Vi dico che dall'altro ieri non ha più fatto vedere la punta del naso. Possibile che vi abbia detto che è venuto ieri mattina?
- Sì, mi ha detto proprio così.
- Già, - fece Mavra impensierita, - dov'essere toccata proprio sul vivo, se nemmeno davanti a voi vuol confessare la verità. Che razza d'uomo!
- Ma che significa tutto questo?- esclamai.
- Non so proprio come comportarmi con lei, - continuò Mavra, allargando le braccia. - Ieri, per due volte, mi ha mandata da lui, poi mi ha fatto tornare indietro. Oggi, invece, non vuol più parlare nemmeno con me. Se almeno voi poteste parlargli! Io non oso lasciarla sola.
Fuori di me, mi slanciai di corsa giù per le scale.
- Verrete da noi questa sera? - gridò Mavra.
- Vedremo, - risposi, senza fermarmi. - Forse passerò soltanto da te per domandare se c'è qualche cosa di nuovo. Se pure sarò vivo...
Avevo, infatti, sentito un'impressione dolorosa, come se qualche cosa mi avesse colpito proprio al cuore.
CAPITOLO 10
Mi recai direttamente da Alioscia. Abitava in casa di suo padre, nella Piccola Murskaia. Il principe vi occupava un appartamento molto vasto, nonostante fosse solo. Alioscia aveva per sé due bellissime stanze. Io non lo frequentavo che molto di rado, credo persino di non esserci stato, prima di allora, che una sola volta. Lui, invece, veniva a trovarmi più di frequente; soprattutto nei primi tempi della sua relazione con Natascia.
Non lo trovai a casa. Passai direttamente nelle sue camere e gli scrissi un biglietto nei termini seguenti:
«Alioscia, credo che siate impazzito. Dato che martedì sera vostro padre stesso pregò Natascia di farvi l'onore di consentire ad essere vostra moglie, cosa di cui vi mostraste entusiasta, e io ne fui testimonio, convenite che la vostra condotta, in simili circostanze, è un po' strana. Sapete che cosa fate a Natascia? Ad ogni modo, il mio biglietto vi ricorderà che la vostra condotta, riguardo alla vostra futura sposa, è leggera e indegna al più alto grado di un gentiluomo.
So benissimo che non ho nessun diritto di ammonirvi, ma non me ne importa nulla.
«P. S. Natascia non sa niente di questa mia lettera, e non è nemmeno stata lei a parlarmi di voi».
Chiusi il biglietto in una busta, che lasciai sulla scrivania. Alla mia domanda, il domestico rispose che Alessio Petrovitc non era quasi mai a casa, e che certamente anche questa volta non sarebbe tornato che a notte tardissima, verso l'alba.
Mi trascinai a casa a stento. La testa mi girava. Le gambe mi tremavano e non mi reggevano più. La porta del mio appartamento era aperta. Trovai Nicola Serghejevitc Ikmenev che mi aspettava. Era seduto presso la tavola e, senza dir parola, guardava stupito Elena, la quale lo osservava con non minor stupore, tacendo anch'essa ostinatamente.
«Chissà che strana impressione avrà prodotto su di lui!», pensai.
- Ti attendo da un'ora, mio caro, e ti confesso che non mi sarei mai aspettato... di trovarti così, - continuò, girando lo sguardo intorno e ammiccando dalla parte di Elena.
I suoi occhi riflettevano una grande meraviglia. Avendolo, però, osservato più da vicino, ci notai pure un'espressione di inquietudine e di tristezza. Il suo viso era più pallido del solito.
- Siediti, siediti, - continuò con aria preoccupata e affaccendata. - Mi sono affrettato a venire da te per parlarti di un affare; ma tu, che hai? Sei pallido come uno straccio!
- Non mi sento bene. Ho il capogiro da stamane.
- Bada che non è cosa da trascurare. Hai preso freddo?
- No, non è altro che un accesso nervoso. Di tanto in tanto, mi capita. Ma voi, state bene?
- Così così. Siediti. Devo parlarti di un affare.
Avvicinai una sedia e mi sedetti presso la tavola, davanti a lui. Il vecchio si chinò verso di me e cominciò a mezza voce:
- Non guardarla, fa come se parlassimo di cose estranee. Chi è quella tua ospite?
- Più tardi vi spiegherò ogni cosa, Nicola Serghejevitc. E' una povera ragazzetta, orfana di padre e di madre, nipote di quel vecchio Smith che viveva in questo appartamento e che morì nella pasticceria.
- Ah, aveva anche una nipote, dunque? Sai che è strana quella ragazza?
Osserva come guarda! come guarda! Ti dico sinceramente che se avessi tardato ancora cinque minuti a tornare, sarei scappato. Ho durato fatica a persuaderla ad aprirmi, e da quel momento non ha pronunciato parola; fa persino paura a stare con lei; non fa l'impressione di un essere umano. Ma in che modo è capitata qui? Ah, capisco: sarà venuta a trovare suo nonno, senza sapere che era morto.
- Sì, essa è molto disgraziata. Il vecchio, morendo, si ricordò di lei - Uhm! La nipote è tal quale era il nonno. Più tardi mi racconterai ogni cosa. Forse troveremo anche il modo di aiutarla un poco, se è tanto sventurata... Adesso, però, si potrebbe forse dirle che se ne vada, perché ho da parlarti.
- Ma non ha dove andare; abita qui, da me!
Spiegai al vecchio, in breve, come erano andate le cose, aggiungendo che si poteva parlare anche in sua presenza, visto che era una bambina.
- Certo... già, è una bambina. Ma tu, caro mio, mi stupisci proprio sul serio. Abita dunque con te, santo Dio?
E il vecchio la guardò ancora, meravigliato. Elena, sentendo che si parlava di lei, rimaneva silenziosa, a testa bassa, gualcendo con le dita la frangia del divano. Aveva già indossato il vestitino nuovo, che pareva fatto proprio sulla sua misura. Aveva i capelli più lisciati del solito; forse si era pettinata con più cura per inaugurare il vestitino nuovo. Se non avesse avuto quel suo sguardo, strano e selvaggio, sarebbe stata una bambina molto graziosa.
- Ecco, in poche e chiare parole, la ragione che mi ha spinto a venire qui, - cominciò a dirmi il vecchio. - Si tratta di una faccenda seria, mio caro, di una cosa piuttosto lunga.
Se ne stava a testa bassa, con aria grave e meditabonda, e nonostante la sua fretta e le sue «poche e chiare parole», non ne trovava per cominciare il discorso.
«Che diamine può essere?», pensavo.
- Vedi, Vania, sono venuto per rivolgerti una preghiera. Prima, però... lo capisco soltanto adesso, bisogna che ti spieghi certe circostanze... circostanze molto intime.
Tossì e mi gettò uno sguardo di sfuggita; poi arrossì e si irritò contro se stesso per la sua dappocaggine; si irritò, e si decise di colpo.
- Insomma, che c'è da spiegare in tutto ciò? Lo capisci perfettamente anche tu! Voglio semplicemente sfidare il principe a duello, ti prego di essere mio padrino.
Mi rigettai sullo schienale della sedia, guardandolo con occhi pieni di stupore.
- Che hai da guardarmi in questo modo? Non sono ancora impazzito!
- Permettete, Nicola Serghejevitc: con che pretesto lo sfidereste?
Quale sarebbe il vostro scopo? E poi, non è possibile!
- Pretesto! Scopo! - esclamò il vecchio. - Questa è bella!...
- Va bene, va bene, so già quello che vorreste dirmi; ma a che cosa gioverebbe un atto simile da parte vostra? Credete che il duello possa essere una soluzione, nel vostro caso? Confesso di non capirci nulla.
- Ecco, lo dubitavo, lo dubitavo proprio, che non avresti capito nulla, Ascoltami: la nostra causa è terminata (cioè, sarà terminata in questi giorni; non restano ormai che poche formalità); io sono condannato e dovrò pagare, secondo quanto è stato deliberato, ben diecimila rubli. L'Ikmenevka coprirà questa somma. Quindi, ora, quel vigliacco è sicuro del suo denaro, e io, avendogli abbandonato l'Ikmenevka, divento un estraneo per lui. Adesso posso dunque alzare la testa. E' così, veneratissimo principe: mi avete continuato a oltraggiare per ben due anni; avete disonorato il mio nome, diffamato l'onore della mia famiglia, e io dovevo sopportare ogni cosa! Allora non potevo sfidarvi a duello perché mi avreste risposto senz'altro:
«Ah, uomo astuto, vuoi uccidermi per non sborsare il denaro che mi devi, denaro che, lo sai benissimo, il tribunale ti costringerà presto o tardi a pagare! No, prima vedremo come andrà a finire la causa e poi potrai sfidarmi a duello». Ora, veneratissimo principe, il processo è terminato, voi siete assicurato, quindi non possono più esserci difficoltà di sorta; vogliate dunque scendere sul terreno. Ecco come stanno le cose. Credi forse che io non abbia il diritto di vendicarmi, in fin dei conti, di tutto quello che mi è stato fatto?
I suoi occhi scintillavano. Lo guardai a lungo senza rispondere.
Volevo penetrare il suo intimo pensiero.
- Sentite, Nicola Serghejevitc, - risposi infine, essendomi deciso a pronunciare la parola essenziale, senza la quale non avremmo mai potuto capirci. - Potete essere sincero con me ?
- Lo posso, - mi rispose con fermezza.
- Ditemi dunque francamente: è soltanto un sentimento di vendetta che vi spinge a sfidarlo, o avete qualche altro scopo?
- Vania, - mi rispose, - tu sai bene che non permetto a nessuno di toccare, parlandomi, certi argomenti; per questa volta, tuttavia, farò eccezione, perché tu, con la tua perspicacia, hai subito capito che non è possibile lasciar da parte quell'argomento. Sì, ho anche un altro scopo. Voglio salvare mia figlia perduta e toglierla dalla strada della perdizione, su cui l'hanno portata gli ultimi avvenimenti.
- Come farete a salvarla con quel duello?
- Impedendo l'attuazione di tutto ciò che si sta combinando laggiù.
Ascoltami: non devi pensare, tuttavia, che in me parli la tenerezza del padre o qualche altra debolezza di quel genere. Non sono che sciocchezze queste! Non lascio vedere a nessuno l'intimo del mio cuore. Nemmeno tu lo conosci. Mia figlia mi ha abbandonato, è fuggita da casa mia col suo amante, e io me la strappai dal cuore, la strappai una volta per sempre, quella sera stessa, te ne ricordi? Se poi mi hai visto singhiozzare sul suo ritratto, ciò non vuol dire che io abbia intenzione di perdonarla. Non la perdonai nemmeno allora. Piangevo sulla mia felicità perduta, sui sogni vani, ma non piangevo su di lei, su quella che è adesso. Può anche darsi che io pianga spesso; non mi vergogno di confessarlo, come non mi vergogno di confessare che una volta amavo mia figlia più di ogni altra cosa al mondo. Tutto ciò è in evidente contraddizione col desiderio che ti ho espresso riguardo al duello. Tu puoi dirmi: se è così, se siete proprio indifferente al destino di colei che non considerate più come vostra figlia, perché volete immischiarvi in ciò che stanno combinando laggiù? Io ti rispondo: anzitutto perché non voglio lasciar trionfare un uomo miserabile e crudele; in secondo luogo, in virtù del più semplice senso di umanità. Se anche non è più mia figlia, è sempre un essere debole, indifeso e ingannato, che stanno attirando in una trappola per perderla del tutto. Immischiarmi direttamente nella faccenda non posso, posso però intervenire indirettamente, sfidandolo a duello. Se rimarrò ucciso o anche soltanto se sarà versato il mio sangue, è mai possibile che lei possa passar sopra al nostro duello, e forse anche sopra al mio cadavere, per andare all'altare col figlio del mio assassino, come la figlia di quel re (ti ricordi? era scritto in un libro che tu leggevi da bambino) che passò nel carro trionfale sul cadavere di suo padre? Inoltre, credo che, se le cose prenderanno questa piega, se scenderemo sul terreno, i principi stessi non vorranno più saperne di questo matrimonio. Per dirla in breve, quel matrimonio non deve avvenire, voglio che non avvenga, e farò ogni sforzo per impedire che si faccia. Mi capisci ora?
- No! Se volete bene a Natascia, come potete prendere la decisione d'impedire che si faccia quel matrimonio, cioè proprio l'unica cosa che potrebbe riabilitarla agli occhi di tutti? Ha ancora molti anni da vivere nel mondo, e ha bisogno di essere rispettata.
- Natascia dovrebbe infischiarsene di tutte le convenienze sociali:
così dovrebbe pensarla! Deve comprendere che il più gran disonore per lei consiste appunto in quel matrimonio, nel legame con quella gente vigliacca, con quel mondo corrotto e misero. Un nobile orgoglio, ecco la sua risposta al mondo! Allora può darsi che io consenta anche a tenderle la mano, e guai, allora, a colui che osasse offendere mia figlia!
Un simile idealismo, spinto tanto all'estremo, mi meravigliò fortemente. Ma compresi subito che il vecchio era fuori di sé e che parlava in preda all'esaltazione.
- Il vostro modo di vedere le cose è troppo idealistico, - gli risposi, - e quindi crudele. Esigete da parte di Natascia una forza che non le avete data mettendola al mondo. Forse che consente a quel matrimonio perché vuol essere una principessa? No! Lei ama! Ci troviamo di fronte a una passione, al fato! Inoltre, chiedete a lei il disprezzo dell'opinione del mondo, mentre, da parte vostra, vi prosternate innanzi a esso. Il principe vi ha offeso, ha sospettato in voi la bassa intenzione di volere imparentarvi, per mezzo di un inganno, con la sua casa principesca, e perciò ora ragionate così: se lei stessa respingesse ora la loro formale proposta di matrimonio, ciò sarebbe senza dubbio la migliore e più chiara confutazione della calunnia. Ecco quello che bramate; vi inchinate davanti all'opinione del principe; desiderate ardentemente che egli confessi il proprio errore. Vorreste deriderlo, vendicarvi di lui, e per farlo, sacrificate la felicità di vostra figlia. Non è forse la prova del vostro egoismo, questa?
Il vecchio rimaneva seduto, cupo e accigliato, e stette a lungo senza nulla rispondere.
- Sei ingiusto con me, Vania, - disse infine, e una lacrima gli brillò sulle ciglia. - Ti giuro che sei ingiusto: ma non ne parliamo più. Non posso farti vedere il mio cuore, - continuò poi alzandosi e prendendo il cappello. - Ti dirò una cosa sola: or ora hai accennato alla felicità di mia figlia. Io, invece, non posso assolutamente e decisamente credere a questa felicità, tanto più che, anche senza il mio intervento, credo che quel matrimonio non potrà mai avere luogo.
- Come? Perché pensate così? Sapete forse qualche cosa? - domandai incuriosito.
- No, non so nulla di speciale. Ma quella maledetta volpe non avrebbe mai potuto decidersi a un atto simile. Non sono che imbrogli e sotterfugi. Ne sono persuaso, e, ricordati le mie parole, tutto avverrà come dico io. E poi, dovesse pure aver luogo quel matrimonio (che potrebbe effettuarsi solo nel caso in cui quel miserabile avesse dei calcoli propri, speciali, misteriosi, che non riesco a capire, ma che senza dubbio gli risulterebbero comodi), giudica tu, interrogando il tuo cuore, se un simile matrimonio potrebbe darle la felicità.
Rimproveri, umiliazioni, ecco ciò che può aspettarsi; essere la compagna di un ragazzaccio, cui già fin d'ora l'amore di lei è di peso, e che, subito dopo il matrimonio, comincerebbe a toglierle la propria stima, a offenderla, a umiliarla, mentre, al tempo stesso, da parte di Natascia, la passione aumenterebbe, dando luogo a scene di gelosia, a infinite sofferenze, a un vero inferno; poi il divorzio, fors'anche un delitto... no, Vania! Se state tutti combinando quel matrimonio, e se tu ci dai mano, ricordati, te lo predìco, che dovrai risponderne al Signore, ma allora sarà troppo tardi! Addio!
Lo fermai.
- Ascoltate, Nicola Serghejevitc; facciamo così: attendiamo. State pur certo che non un solo paio d'occhi vigila attentamente su tutto quello che avviene laggiù, e può darsi che la migliore soluzione venga da sé, senza che sia necessario intervenire, ricorrendo a misure violente e artificiose, come sarebbe, per esempio, un duello. Il tempo è il miglior medico! Inoltre, permettete che vi dica che il vostro progetto è assolutamente inattuabile. Come potete supporre, non fosse che per un momento, che il principe accetti la vostra sfida?
- E perché mai non dovrebbe accettarla? Che diamine dici? Ritorna un po' in te!
- Vi giuro che non l'accetterebbe, credetemi pure, che troverebbe sempre un pretesto plausibile per rifiutare. Lo farebbe, dandosi un'aria di grande importanza, con molto sussiego, e voi rimarreste col danno e con le beffe...
- Per carità, mio caro, per carità! Mi hai proprio sbalordito con le tue parole! Come potrebbe non accettare? No, Vania, tu sei un poeta, nient'altro che un poeta, proprio un poeta! Sarebbe dunque, a tuo parere, degradante battersi con me? Non sono peggiore di lui. Sono un vecchio, un padre oltraggiato; tu sei uno scrittore russo, quindi anche tu una persona degna di stima; puoi dunque perfettamente fare la parte di padrino e... e... non capisco che cosa vorresti ancora...
- Lo vedrete voi stesso. Tirerà fuori certi pretesti che vi costringeranno a rinunciare, e per primo, a quel duello.
- Uhm! benissimo, amico mio, ammettiamo pure che sia come dici tu.
Aspetterò, ma fino a un certo limite, si capisce. Vedremo che cosa ci porterà il tempo. Ma ecco amico mio, dammi la tua parola d'onore che né là né ad Anna Andrejevna farai parola della nostra conversazione.
- Ve la dò.
- Un'altra cosa ancora: fammi il piacere, Vania, di non tornare mai più su questo argomento.
- Va bene, vi dò la mia parola d'onore anche per questo.
- E adesso, ancora una preghiera; capisco, caro mio, che non c'è nulla di divertente per te in casa nostra, ma ti prego, nondimeno, di venire da noi; e più spesso che ti sarà possibile. La mia povera Anna Andrejevna ti vuole tanto bene e... e... si annoia tanto senza di te... tu mi capisci, Vania?
E mi strinse fortemente la mano. Io gli promisi di tutto cuore quanto desiderava.
- E ora, Vania, un'ultima domanda, molto più delicata: hai denaro?
- Denaro? - ripetei stupito.
- Sì, - il vecchio arrossì e abbassò gli occhi; - vedo, carissimo, il tuo appartamento... conosco le tue condizioni... e quando penso che, specialmente adesso, potresti avere anche altre spese da fare, qualche spesa straordinaria... ecco, Vania, centocinquanta rubli... per le prime necessità...
- Centocinquanta rubli e, per giunta, per le prime necessità, proprio adesso che avete perso la causa!
- Vania, come vedo, tu non mi capisci affatto! Potrebbero presentarsi bisogni straordinari, capiscilo! In certi casi, il denaro aiuta a crearsi una posizione indipendente, a poter prendere una decisione indipendente. Può darsi che, per il momento, tu non ne abbia nemmeno bisogno, ma chi può sapere se, in seguito, non ti occorra una certa somma? A ogni modo, questo denaro lo lascio a te. E' tutto quello che ho potuto mettere assieme. Se non avrai occasione di spenderlo, me lo restituirai. Ed ora, addio! Ma come sei pallido! Sei proprio malato...
Presi il denaro senza nulla obiettare. La ragione per cui me lo lasciava era fin troppo evidente.
- Stento a reggermi in piedi, - gli risposi.
- Non devi trascurare il tuo malessere, Vania; credimi, non devi trascurarlo! Non uscire più, oggi. Dirò ad Anna Andrejevna in che stato ti ho trovato. Non sarebbe bene chiamare un medico? Domani verrò a trovarti; almeno, farò il possibile per venire, se pure, a mia volta, sarò in grado di reggermi. E adesso, faresti bene a metterti a letto... Beh! addio. Addio, bambina!... mi ha voltato le spalle!
Senti, amico mio, eccoti altri cinque rubli per la ragazza. Non devi però dirle che te li ho dati io; spendili semplicemente per comprare qualche cosa per lei; un paio di scarpine, per esempio, o un po' di biancheria... per qualche suo bisogno, insomma! Addio, amico mio...
L'accompagnai fino al portone. Dovevo pregare il portinaio che andasse in trattoria a prendermi da mangiare. Elena non aveva ancora pranzato.
CAPITOLO 11
Appena rientrato, però, ebbi un forte capogiro e caddi in mezzo alla camera. Ricordo soltanto il grido che sfuggì a Elena: ella batté una mano contro l'altra e si slanciò per sostenermi. Non percepii più altro...
Ritornai in me che ero già coricato. Elena mi raccontò in seguito che, insieme col portinaio, salito a portarmi da mangiare, mi aveva trasportato sul mio divano. Mi ero svegliato ripetute volte, e sempre avevo notato, chino sopra di me, il visino di Elena, tutto premura e compassione. Me ne ricordo come fosse stato un sogno, come l'avessi vista attraverso un velo di nebbia; la cara immagine della povera bambina mi appariva in mezzo ai sogni, come un visione, come la figura di un quadro; mi porgeva da bere, mi riassettava il letto, oppure rimaneva semplicemente seduta accanto a me, triste e spaurita, lisciandomi i capelli con la sua manina. Ricordo di aver avuto, a un certo punto, la sensazione di un bacio sul viso. Un'altra volta, essendo tornato in me, di piena notte, notai, alla luce di una candela che ardeva accanto a me sul comodino, avvicinato al divano, che Elena dormiva di un sonno leggero, con la testina appoggiata al mio cuscino; aveva le labbra pallide e semi aperte, e la manina le riposava contro la guancia calda.
Tornai completamente in me solo verso mattina. La candela era bruciata fino in fondo; un roseo raggio dell'alba nascente infiorava la parete.
Elena sedeva su una sedia, presso la tavola, e tenendo la testolina stanca china sul braccio sinistro, appoggiato sulla tavola, dormiva di un sonno profondo; ricordo che rimasi a lungo ad ammirarne il visino infantile, pieno, anche nel sonno, d'una tristezza che non s'addiceva affatto alla sua età, e d'una strana bellezza da malata; era pallida, le sue lunghe ciglia gettavano un'ombra fitta sulle guance magre, i capelli, nerissimi e folti, legati in un grosso nodo, le cadevano da una parte. L'altra sua manina riposava sul mio guanciale. Baciai piano piano quella manina scarna, in modo che la piccina non si destasse, ma mi parve che un lieve sorriso le sfiorasse la bocca pallida. La guardai a lungo, poi mi addormentai d'un sonno calmo e ristoratore.
Questa volta dormii fin quasi a mezzogiorno, e al risveglio mi sentii pressoché guarito. Solo una grande debolezza e una stanchezza in tutte le membra testimoniavano che ero stato malato. Già altre volte, nel passato, ero andato soggetto a forti accessi nervosi di breve durata, simili a quello che mi aveva atterrato il giorno prima, e ne conoscevo bene lo svolgimento. Di solito, l'attacco passava quasi completamente in ventiquattr'ore, il che non gli impediva di agire, durante quelle ventiquattr'ore, con una violenza crudele.
Era quasi mezzogiorno. La prima cosa che vidi fu la tenda, che avevo comprata il giorno prima, tesa su una corda in un angolo della camera.
Elena si era in tal modo creato un cantuccio tutto suo. Adesso sedeva davanti alla stufa, occupata a far bollire l'acqua nella teiera.
Essendosi accorta che ero desto, ebbe un festoso sorriso e mi si avvicinò subito.
- Figliola mia, - dissi prendendole la mano, - hai fatto l'infermiera tutta notte. Non ti credevo così buona.
- Come potete sapere se ho o non ho fatto l'infermiera? Non potrei, invece, non aver fatto altro che dormire? - mi domandò, guardandomi con benevola e timida malizia, mentre, al tempo stesso, arrossiva.
- Mi sono svegliato parecchie volte e ho visto tutto. Ti sei addormentata soltanto verso l'alba...
- Volete il tè? - domandò, interrompendomi, quasi provasse un certo impaccio a continuare quel discorso, come spesso succede ai cuori puri e leali quando si sentono fare elogi proprio in faccia.
- Dammelo, - le risposi. - Ma tu, hai pranzato ieri?
- Non ho pranzato, ma ho cenato. Mi ha portato da mangiare il portinaio. Ma voi, non dovete parlare; rimanete tranquillo e coricato; non siete ancora del tutto guarito, - aggiunse, servendomi il tè e sedendosi sul mio letto.
- Sì, posso proprio rimanere coricato! Starò qui fino al tramonto, del resto, ma poi dovrò uscire. Ho assolutamente bisogno di uscire, Lenotcka.
- Proprio assolutamente? Da chi andrete? Forse da quel vecchio che è stato qui ieri?
- No, non da lui.
- Fate bene a non andare da quello. E' stato lui ad agitarvi, ieri.
Andrete, allora, da sua figlia?
- Come fai a sapere di sua figlia?
- Ho udito tutto, ieri, - mi rispose abbassando la testa.
Il viso le si rannuvolò. Aggrottò le sopracciglia.
- E' un vecchio cattivo, quello! - aggiunse.
- Lo conosci, forse? Anzi, è un uomo molto buono.
- No, no, è cattivo; ho udito quello che ha detto, - ribatté Elena con calore.
- Ma che hai sentito?
- Non vuol perdonare a sua figlia...
- Però, le vuol bene. Lei è colpevole verso di lui, e nondimeno egli si preoccupa di lei, soffre per lei.
- E allora, perché non vuol perdonarle? Adesso, anzi, anche se lui le perdonasse, sua figlia farebbe bene a non tornare più da lui.
- In che modo? Perché?
- Perché non è degno dell'amore di sua figlia, - rispose Elena con calore. - Farebbe meglio a lasciarlo per sempre, ad andare a chiedere l'elemosina, di modo che egli veda sua figlia diventata una mendicante e ne abbia gran pena.
Gli occhi le brillavano, le guance le avvampavano. «Deve avere qualche ragione per parlare così», pensai.
- Volevate mandarmi in casa di quel vecchio, forse? - aggiunse, dopo un momento di silenzio.
- Sì, Elena.
- No, preferisco andare a fare la donna di servizio, - Oh, come non è bello tutto ciò che vai dicendo, Lenotcka! E che sciocchezze dici! Da chi andresti? E che razza di donna di servizio saresti mai?
- Andrei in casa di qualche contadino, - rispose sempre più innervosita e abbassando la testa.
Evidentemente, era molto impulsiva.
- Ma nessun contadino ha bisogno di una fantesca come te, - feci io sorridendo.
- Allora andrò in casa di signori.
- E credi che potresti stare in casa di signori con questo tuo carattere?
- Sì, col mio carattere!
Più s'irritava, più rispondeva a monosillabi.
- Ma non resisteresti di certo!
- Sì che resisterei. Se mi sgridano, starò zitta apposta. Se mi battono, continuerò a tacere, sempre a tacere; mi battano, mi picchino pure, non piangerò mai. E loro si arrabbieranno ancora di più, vedendo che non riescono a farmi piangere.
- Che dici, Elena? Quanto rancore c'è in te, e quanto sei orgogliosa!
Si vede che hai sofferto molto.
Mi alzai e mi avvicinai alla mia grande tavola. Elena rimase sul divano, pensosa, con gli occhi a terra, spiegazzando la frangia del divano tra le dita, e continuando a tacere.
«Ora sarà arrabbiata con me», pensai.
Stando presso la tavola, aprii macchinalmente i libri che avevo portato con me dall'editore per compilare l'articolo richiestomi, e a poco poco quei libri destarono il mio interesse, tanto che mi sprofondai nella loro lettura. Mi capita spesso di far così; mi avvicino alla tavola per consultare un libro, e invece di limitarmi a quella consultazione, mi metto a leggerlo, dimenticando tutto il resto.
- Che cosa scrivete sempre ? - mi domandò Elena, avvicinandosi alla tavola con un timido sorriso.
- Cose, Lenotcka, diverse cose. Sono pagato per questo.
- Sono domande?
- No non sono domande.
Le spiegai, come potei meglio, che scrivevo la storia delle più svariate persone, creando così romanzi e novelle. Mi ascoltava piena di curiosità.
- Raccontate sempre cose vere nei vostri libri?
- No, le invento.
- Ma perché scrivete cose non vere?
- Ecco, vedi questo libro? L'hai già guardato una volta. Ebbene, adesso leggilo, Sai leggere, vero?
- Sì.
- Così vedrai. L'ho scritto io questo libro.
- Voi? Lo leggerò!
Evidentemente, aveva gran voglia di dirmi qualche cosa ancora, ma era visibilmente imbarazzata e in preda a una forte agitazione. Le sue domande dovevano certo nascondere qualche cosa.
- Vi pagano molto per i vostri libri? -mi domandò infine.
- Secondo. Qualche volta pagano anche molto, qualche volta non guadagno nulla, perché il lavoro non riesce. E' un lavoro molto difficile, Lenotcka.
- Non siete ricco, dunque?
- No, non sono ricco.
- Allora lavorerò io e vi aiuterò...
Mi gettò un rapido sguardo, avvampò in viso, abbassò gli occhi, e, fatti due passi verso di me, mi abbracciò a un tratto, nascondendo il visino sul mio petto e stringendosi fortemente a me.
Io la guardavo stupito.
- Vi voglio bene... non sono orgogliosa, - disse infine. - Ieri avete detto che sono orgogliosa. No, no... non lo sono... vi voglio bene. E, all'infuori di voi, non c'è nessuno che voglia bene a me.
Le lacrime la soffocavano. Un momento dopo le eruppero dal petto con la stessa violenza del giorno prima durante la mia crisi nervosa. Si lasciò cadere in ginocchio, baciandomi le mani e i piedi...
- Voi mi volete bene! - ripeteva; - soltanto voi mi volete bene!
Mi stringeva spasmodicamente le ginocchia tra le piccole braccia.
Tutto il sentimento racchiuso da tanto tempo nel suo cuore proruppe di colpo in uno slancio irrefrenabile, e io compresi allora quella strana ostinazione di un cuore che rimane castamente chiuso quanto più è possibile, con tanto maggiore rigidezza, quanto più forte è il desiderio di sfogarsi, fino all'inevitabile slancio, in cui tutto l'essere si abbandona, dimenticando se stesso, a quella necessità di amare, a espansioni di gratitudine, a carezze e a lacrime...
Singhiozzava con tale forza, che il suo pianto si tramutò in un vero e proprio attacco isterico. Riuscii a stento a slacciare le sue braccia, con le quali mi stringeva le ginocchia. La sollevai e la portai sul divano. Continuò a singhiozzare a lungo, col viso nascosto tra i guanciali, come vergognandosi di guardarmi, tenendo però la mia mano stretta nelle sue piccole manine e premendosela al cuore.
A poco a poco si calmò, senza però voler rialzare il viso e farmelo vedere. Un paio di volte il suo sguardo sfiorò il mio viso, e io vi lessi un'infinita dolcezza, e ancora quel sentimento di timore che l'obbligava a nascondersi. Infine arrossì e mi sorrise.
- Ti senti meglio? - le domandai. - Mia sensibile Lenotcka, mia cara figliola malata!
- Non Lenotcka, no... - sussurrò, nascondendo ancora il visino.
- Non Lenotcka? Come dunque?
- Nelly.
- Nelly? Perché assolutamente "Nelly"? E' un grazioso diminutivo, però; va bene, ti chiamerò così, se ti fa piacere.
- Così mi chiamava la mamma.., E nessuno, oltre lei, mi ha mai chiamata con quel nome... Io stessa non ho mai voluto che qualcuno mi chiamasse così, all'infuori della mamma... Ma voi, chiamatemi pure così! ... Vi vorrò sempre, sempre bene.
«Cuoricino tenero e orgoglioso», pensai, «quanto tempo ho dovuto aspettare per meritare che tu diventassi per me... Nelly».
Ormai, però, sapevo che il suo cuore mi apparteneva per l'eternità.
- Senti Nelly, - le dissi non appena si fu calmata. - Tu dici che nessuno, oltre la mamma, ti ha mai voluto bene. Possibile che tuo nonno non ti volesse bene?
- No, non mi voleva bene.
- Eppure hai pianto, quando hai saputo che era morto, qui, sulla scala, ti ricordi?
- No, non mi voleva bene... Era un uomo cattivo...
Il suo visino assunse un'espressione di dolore.
- Ma non si poteva pretendere nulla da lui, Nelly. Pareva che avesse assolutamente perso il lume della ragione. Morì come un pazzo. Ti ho pur raccontato come è morto!
- Sì, ma s'era ridotto in quello stato soltanto nell'ultimo mese.
Talvolta rimaneva qui seduto per tutto il giorno e, non fosse stato per me, che venivo a trovarlo, sarebbe rimasto così anche per due o tre giorni consecutivi; senza bere e senza mangiare. Prima stava molto meglio.
- Prima di che cosa ?
- Prima che morisse la mamma.
- Eri, dunque, tu, Nelly, che gli portavi da mangiare e da bere?
- Sì, glielo portavo io!
- Dove lo prendevi? Dalla Bubnova?
- No, non ho mai preso nulla dalla Bubnova, - disse accentuando le parole, e con voce che le tremava.
- Ma dove lo prendevi, allora? Tu non avevi nulla, vero, Nelly?
Nelly tacque e impallidì estremamente; poi mi guardò fisso, a lungo.
- Andavo in strada a mendicare... Quando avevo raggranellato cinque copeche, gli compravo pane e tabacco da fiuto....
- E lui lo permetteva? Ah, Nelly! Nelly!
- Le prime volte non gli dissi nulla. Dopo, però, venne a saperlo ugualmente e cominciò a mandarmi lui stesso a chiedere l'elemosina. Mi mettevo sul ponte, tendendo la mano ai passanti, ed egli camminava su e giù presso il ponte e aspettava; quando vedeva che qualcuno mi dava una copeca, mi si avvicinava rapidamente e mi toglieva il denaro; come se io volessi nasconderglielo, come se non fosse per lui che mendicavo!
Ciò dicendo, sorrise con aspro e amaro sorriso.
- Tutto ciò avvenne dopo la morte della mamma, - aggiunse poi; - era diventato assolutamente pazzo.
- Ciò significa che voleva molto bene alla tua mammina; perché, dunque, non abitavate insieme?
- No, non le voleva affatto bene... Era un uomo cattivo, che non voleva perdonarle... come quel cattivo vecchio di ieri, - disse a mezza voce, quasi sussurrando e impallidendo sempre più.
Io sussultai. La trama di tutto un romanzo balenò nella mia mente.
Quella povera donna che moriva nel sottosuolo del fabbricante di bare, sua figlia, la povera orfanella recantesi di tanto in tanto a trovare il nonno che aveva maledetto sua madre; il vecchio bizzarro e mezzo pazzo, che moriva in una pasticceria dopo la morte del suo cane!...
- Asorka apparteneva prima alla mamma, - disse a un tratto Nelly sorridendo al ricordo. - Il nonno aveva prima voluto molto bene alla mamma, e quando la mamma l'abbandonò, gli rimase il cane di lei. Per questo era tanto affezionato ad Asorka... Non volle perdonare alla mamma, ma quando il cane morì, morì anche lui, - aggiunse con voce severa, e il sorriso le scomparve dal viso.
- Nelly, che cos'era, prima, tuo nonno? - domandai, dopo aver atteso un poco.
- Era stato un uomo molto ricco... Non so con precisione che cosa fosse, - mi rispose; - aveva una fabbrica... Così mi disse la mamma.
In principio mi considerava troppo piccina e non mi spiegava nulla.
Non faceva che baciarmi e ripetere: «Saprai tutto, verrà il momento e saprai tutto, poverina mia, bambina mia infelice!». Mi diceva sempre:
«Poverina e infelice». E talvolta, di notte, pensando che dormissi (io non dormivo affatto, ma fingevo di dormire), mi copriva di baci e piangeva, e ripeteva ancora: «Povera, infelice!».
- Di che è morta tua madre?
- Di tisi, sono ora sei settimane.
- Ti ricordi del tempo in cui tuo nonno era ricco?
- In quel tempo non ero ancora nata. La mamma abbandonò il nonno prima che nascessi io.
- Con chi era andata via di casa tua madre?
- Non lo so, - rispose Nelly piano. - Era andata all'estero, e là sono nata io.
- All'estero? Dove?
- In Svizzera. Sono stata dappertutto; anche in Italia sono stata, e a Parigi pure.
Mi meravigliai.
- Ti ricordi di quei paesi, Nelly?
- Mi ricordo di molti luoghi.
- E come mai, allora, parli così bene il russo?
- Me lo ha insegnato la mamma, fin da quando eravamo ancora all'estero. Era russa lei, perché sua madre era russa; il nonno, invece, era inglese di nascita, ma anche lui era come un russo.
Quando, invece, tornammo, un anno e sei mesi or sono, imparai perfettamente la lingua. La mamma era già malata. E cademmo sempre più nella miseria. La mamma continuava a piangere... Aveva cercato a lungo il nonno, sempre continuando a piangere e a dire che era colpevole dinanzi a lui... Piangeva, piangeva senza smettere! E quando seppe che anche il nonno era caduto in miseria, pianse ancora di più. Gli scriveva spesso delle lettere, ma lui non rispondeva mai.
- Perché ritornò qui tua madre? Soltanto per ritrovare il nonno?
- Non lo so. All'estero, invece, vivevamo così bene! - gli occhi di Nelly brillarono. - La mamma viveva da sola con me. Aveva un amico, buono come voi... L'aveva conosciuto prima di andar via. Ma morì, e allora la mamma tornò a Pietroburgo...
- Era dunque partita con lui, abbandonando il nonno?
- No, non con lui. La mamma era andata via con un altro, che l'abbandonò.
- Con chi dunque, Nelly?
Nelly mi guardò e non rispose nulla. Evidentemente sapeva con chi era fuggita sua madre, chi era l'uomo, che, con tutta probabilità, era suo padre, ma le riusciva penoso dirne il nome, anche a me...
Non volevo tormentarla con le mie domande. Era un carattere strano, nervoso, ardente, ma sapeva vincere i propri slanci; un carattere simpatico, ma chiuso nell'orgoglio e nell'inaccessibilità. In tutto il tempo che io la conobbi, ella, pur amandomi con tutto il cuore, con un sentimento puro e limpido, quasi al pari della sua defunta madre, di cui non poteva ricordarsi senza soffrire, si confidò con me molto di rado; se si esclude quel giorno, sentì molto di rado la necessità di parlare con me del suo passato; il più delle volte, si chiudeva anzi in una sua particolare rigidezza.
Quel giorno, però, per alcune ore, tra singhiozzi spasmodici e sofferenze che interrompevano la narrazione, mi raccontò tutto ciò che più la tormentava e l'agitava nei suoi ricordi, e non potrò mai dimenticare quel terribile racconto. Ma la sua storia più importante venne in seguito.
Era una storia terribile; la storia di una donna abbandonata, che aveva sopravvissuto alla propria felicità; di una donna malata, sfinita, abbandonata da tutti, respinta dall'unico essere su cui avrebbe potuto contare, da suo padre, offeso da lei un tempo, e che a sua volta aveva perso il lume della ragione per le atroci sofferenze e umiliazioni che aveva dovuto sopportare. Era la storia di una donna giunta alla disperazione, che andava con la sua figliola, sempre da lei considerata piccola bimba, sulle strade fredde e sporche di Pietroburgo, chiedendo ai passanti l'elemosina; di una donna che, in seguito, aveva agonizzato per mesi e mesi in un umido sotterraneo, alla quale il padre aveva rifiutato il perdono fino all'ultimo istante di vita. Solo in quell'estremo momento egli si era ravveduto ed era corso da lei per significarle il proprio perdono, ma non aveva trovato che un cadavere freddo e irrigidito al posto di colei che aveva amato più di tutto al mondo.
Era uno strano racconto di rapporti misteriosi, quasi incomprensibili, tra il vecchio mentecatto e la sua nipotina che già lo capiva, che già capiva tante cose, nonostante la giovane età, cose che, al solito, altri non capiscono nemmeno in lunghi anni d'una vita calma e priva di disgrazie. Era una tetra storia, una di quelle storie oscure e tormentose, che si svolgono spesso in modo quasi misterioso e nascosto sotto il pesante cielo di Pietroburgo, nei tenebrosi e sperduti cantucci dell'immensa città, in mezzo alla folle agitazione della vita, all'ottuso egoismo, agli interessi che si cozzano uno contro l'altro in un ambiente di tetra dissoluzione, di delitti nascosti, in un inferno in cui si agita e bolle una vita anormale e insensata.
Ma questa storia viene in seguito.
PARTE TERZA
CAPITOLO 1
Il crepuscolo era caduto da tempo; venne la sera, e soltanto allora tornai in me dall'incubo spaventoso e mi ricordai della realtà.
- Nelly, - dissi, - ora tu stai male, sei disfatta e io debbo lasciarti sola, agitata, piangente. Amica mia! Perdonami, e sappi che si tratta, qui, di un altro essere amato e non perdonato. Mi aspetta.
E anch'io, dopo il tuo racconto, mi sento attratto verso di lei, tanto che non posso resistere al desiderio di vederla subito, in questo stesso momento!
Non so se Nelly capisse o no tutto ciò che le dissi. Ero molto agitato per il racconto che mi aveva fatto, come pure a motivo della mia malattia; corsi da Natascia. Era già molto tardi, le otto passate, quando entrai da lei.
Giù in strada, davanti al portone della casa in cui abitava Natascia, notai una vettura privata, che mi parve quella del principe. L'entrata dell'appartamento di Natascia era nel cortile. Non appena mi trovai per le scale udii sopra di me, un pianerottolo più sù, i passi di un uomo, evidentemente poco pratico del luogo. Pensai che dovesse essere il principe, ma presto dovetti cambiare idea. Lo sconosciuto, continuando a salire, brontolava e malediceva le scale, sempre più energicamente, via via che saliva. Certo la scala era stretta, sudicia, ripida e non illuminata; ma le bestemmie che udii cominciando dal terzo pianerottolo, non potevano in nessun modo essere attribuite al principe: l'uomo che saliva bestemmiava come un carrettiere.
Cominciando dal secondo piano, però, si cominciava a vederci un poco, giacché alla porta di Natascia era accesa una piccola lanterna.
Raggiunsi lo sconosciuto proprio vicino a quella porta, e giudicate quale dovette essere il mio stupore, quando riconobbi in lui il principe. A quanto mi parve, quell'incontro improvviso gli riuscì oltremodo sgradito. A tutta prima, parve non mi riconoscesse; poi il suo viso si trasformò di colpo. Il suo primo sguardo carico di rabbia e di odio si fece a un tratto affabile e allegro, e fingendo di essere oltremodo contento, mi tese ambo le mani.
- Ah, siete voi? E dire che stavo proprio per inginocchiarmi e rivolgere una preghiera a Dio implorando che mi salvasse la vita.
Avete sentito come bestemmiavo?
E rise nel modo più bonario. A un tratto, però, il suo viso tradì una seria preoccupazione.
- E Alioscia ha potuto collocare Natalia Nicolajevna in un appartamento simile! - disse scuotendo la testa. - Ecco, sono appunto le cose come queste, le cosiddette «inezie», che dipingono l'uomo.
Temo per lui. Il suo cuore è buono e leale, ma eccovi qui un esempio di quello che è: ama smoderatamente una donna, e le fa abitare un canile simile. Ho sentito dire che ci sono stati giorni in cui le è mancato il pane, - aggiunse piano, cercando il campanello. - Quando penso al suo avvenire, e specialmente all'avvenire di «Anna» Nicolajevna, quando sarà sua moglie, credetemi, mi gira la testa.
Pronunciando il nome della sposa, era, inavvertitamente, caduto in un equivoco, e ora, con palese dispetto, andava cercando a tastoni il campanello, senza per altro trovarlo, giacché non esisteva.
Io mossi la maniglia della porta e Mavra ci aprì subito, dandosi attorno per riceverci del suo meglio. Nella cucina, separata dalla piccolissima anticamera da un basso tramezzo di legno, si scorgevano, attraverso la porta aperta, strani preparativi: tutto era pulito e specchiante come non mai; la stufa era accesa e sulla tavola faceva bella mostra un servizio nuovo. Tutto denotava che eravamo attesi.
Mavra si precipitò a toglierci i soprabiti.
- Alioscia è qui? - le domandai.
- Non è più tornato, - mi rispose piano, con aria misteriosa.
Entrammo da Natascia. Nella sua camera non si notava alcun preparativo speciale; tutto era come le altre volte. Del resto, quella sua camera era sempre così linda, così ordinata, che non era proprio necessaria alcuna cura speciale. Natascia ci venne incontro fin sulla porta.
Rimasi colpito dalla magrezza e dallo straordinario pallore del suo viso, colorito un attimo da una vampa di rossore che le infiammò le guance smorte. Aveva lo sguardo febbrile. Silenziosamente, e con gesto frettoloso, tese la mano al principe, confusa e persino un po' smarrita. A me, invece, non gettò nemmeno uno sguardo. Rimasi in attesa senza dir nulla, - Eccomi, dunque! - cominciò il principe in tono amichevole ed allegro. - Sono tornato appena da alcune ore. In tutti questi giorni, non mi siete uscita un attimo dalla mente (e le baciò teneramente la mano); e quante, quante cose ho pensato di voi! Quanto ho da dirvi, da comunicarvi... Beh! adesso il tempo di parlare non mi mancherà!
Anzitutto, il mio scavezzacollo, che, come vedo, non è ancora giunto...
- Permettete, principe, - lo interruppe Natascia, arrossendo e confondendosi, - devo assolutamente dire due parole a Ivan Petrovitc.
Vania, vieni con me: ho da dirti due parole...
Mi prese per una mano e mi condusse dietro il paravento.
- Vania, - sussurrò, trascinandomi nell'angolo più scuro: - vorrai ancora perdonarmi?
- Che dici mai, Natascia?
- No, no, Vania; mi hai già perdonato troppe cose e troppo di frequente: ogni pazienza ha un limite. So che non cesserai mai di volermi bene, ma puoi giudicarmi ingrata, perché ieri e ieri l'altro sono stata veramente ingrata, cattiva, egoista verso di te.
Scoppiò improvvisamente a piangere e premette il viso contro la mia spalla.
- Non agitarti, Natascia, - mi affrettai a rassicurarla. - Mi sono sentito male tutta notte; anche adesso le gambe mi reggono a stento; per questo non sono venuto da te ieri sera né questa mattina; tu hai creduto, invece, che mi fossi offeso. Credi forse, amica mia, che io non sappia quel che succede adesso nel tuo cuore?
- Benissimo... Questo significa che mi hai perdonata, come sempre, - fece lei, sorridendo attraverso le lacrime e stringendomi la mano fino a farmi male. - Il resto a più tardi. Ho molte cose da dirti, Vania.
Ed ora, andiamo da lui...
- Sì, sì, andiamoci subito, Natascia; l'hai lasciato così bruscamente!
...
- Vedrai, vedrai che cosa accadrà questa sera! - mi sussurrò in fretta. - Ora so tutto, ho capito tutto. Il solo colpevole è lui.
Questa sera si decideranno molte cose. Andiamo!
Non capii che cosa intendesse dire, ma non c'era più tempo per domandarglielo. Natascia si ripresentò al principe con viso sereno.
Egli era tuttora in piedi, col cappello in mano. Natascia gli presentò gentilmente le proprie scuse, gli tolse il cappello, gli avvicinò una sedia, e tutti e tre ci sedemmo intorno alla tavola.
- Avevo incominciato a parlare del mio scavezzacollo - continuò il principe; - lo vidi solo per un momento, in strada, mentre montava in carrozza per recarsi dalla contessa Zinaida Teodorovna. Aveva molta fretta e non si degnò nemmeno di smontare di carrozza e rientrare in casa con me per scambiare qualche parola, e ciò dopo quattro giorni di assenza. Credo poi che sia colpa mia se non è ancora qui: non potendo recarmi io dalla contessa in giornata, ho incaricato lui d'una commissione. Spero, a ogni modo, che non tarderà molto.
- Vi ha davvero promesso di venire qui, stasera? - domandò Natascia, guardando il principe con aria di grande semplicità.
- Ah, santo Dio! mancherebbe proprio che non venisse! La vostra domanda mi sembra quanto mai curiosa! - esclamò l'interpellato, guardandola stupito. - Del resto, capisco: siete irritata contro di lui. Infatti, non è affatto bello, da parte sua, giungere qui più tardi degli altri. Ma ripeto: la colpa è tutta mia. Non prendetevela con lui. E' un frivolissimo scavezzacollo. Io non cerco di difenderlo, ma certe circostanze speciali esigono che non abbandoni, per ora, la casa della contessa, che nemmeno trascuri altre sue relazioni nel mondo; è necessario, anzi, che vi faccia visite molto frequenti.
Siccome poi, senza dubbio, non esce più da casa vostra e ha dimenticato, per rimanere con voi, ogni cosa, vi prego di non avervene a male se ve lo toglierò per circa due ore al giorno, dandogli qualche incarico. Sono persuaso che, dall'ultima sera che ci siamo visti qui, non è più tornato dalla principessa A., e mi spiace di non avere avuto tempo di chiederglielo.
Guardai Natascia. Ascoltava il principe con un leggero sorriso ironico sulle labbra. Ma parlava in modo così semplice, così naturale quell'uomo!... Pareva impossibile sospettare di lui.
- E non sapete proprio che in tutti questi giorni non è mai venuto neppure una sola volta da me? - domandò Natascia, con voce calma e sommessa, come se dicesse cosa di nessuna importanza per lei.
- Come? Non è venuto da voi neanche una volta? Scusate! che dite mai?
- esclamò il principe, evidentemente molto stupito.
- Voi siete stato da me martedì, alla sera, tardi; la mattina dopo, egli venne qui per un momento, non rimase più di mezz'ora; poi non l'ho più rivisto.
- Ma è incredibile! - (il suo stupore sembrava aumentato da un momento all'altro). - Credevo invece che non uscisse più da casa vostra.
Scusatemi! è talmente strano... quasi incredibile quello che dite!...
- Eppure è così! Che peccato! E dire che vi aspettavo proprio con la speranza di sapere da voi dove sia mai!
- Ah, santo Dio! Ma sarà subito qui! Confesso che ciò che mi avete detto mi ha sbalordito a tal punto, che... vi assicuro, mi potevo aspettare qualunque cosa da parte sua, ma questo... questo!...
- Quanto vi stupite! Io, invece, credevo che non vi sareste stupito affatto; credevo anzi che vi aspettaste che dovesse accadere proprio così.
- Io... mi aspettavo?... Io? Ma vi assicuro, Natalia Nicolajevna, che oggi non l'ho visto che per un solo momento, e che non l'ho interrogato su nulla; trovo invece molto strano che voi non mi crediate, - continuò, guardandoci entrambi - Dio me ne scampi! - ribatté Natascia. - Sono perfettamente convinta che avete detto la verità!
E rise di nuovo, guardando proprio in faccia al principe, che parve a disagio.
- Spiegatevi! - diss'egli, turbato.
- Ma non c'è nulla da spiegare! Quel che dico è semplicissimo. Sapete bene anche voi quanto sia leggero e frivolo. Ora che ha acquistato la piena libertà delle proprie azioni, si è subito invaghito.
- Ma non è permesso invaghirsi fino a questo punto; ci dev'essere qualche ragione, e non appena sarà qui, lo costringerò a darci le più esplicite spiegazioni a questo proposito. Più di tutto, però, mi meraviglia che vogliate, a quanto pare, dare anche a me la colpa di non so che, pur sapendo che io non ero neppure a Pietroburgo. Del resto, vedo, Natalia Nicolajevna, che siete molto irritata contro di lui, e ciò è molto comprensibile. Avete ogni diritto di esserlo e...
e... certamente, il primo colpevole sono proprio io, non foss'altro che perché mi sono trovato sotto mano; non è vero? - continuò, rivolgendosi a me, con un ironico sorriso.
Natascia avvampò.
- Scusate, Natalia Nicolajevna, - riprese a dire il principe con aria dignitosa, - convengo che sono colpevole anch'io, ma unicamente di essermene andato via da Pietroburgo il giorno dopo quello in cui vi ho conosciuta, di modo che voi, grazie a una certa sospettosità di carattere, che ho potuto notare in voi, avete avuto tempo di cambiare la vostra opinione su di me, tanto più che foste aiutata in ciò dalle circostanze. Se non fossi andato via, mi avreste conosciuto meglio; quanto ad Alioscia, poi, sotto il mio controllo, non avrebbe certo commesso simili leggerezze. Sentirete voi stessa che cosa gli dirò stasera.
- Con ciò, farete in modo che cominci a stancarsi di me. Non è possibile che voi, con la vostra intelligenza, crediate veramente che un mezzo simile possa giovarmi.
- Volete forse, con questo, insinuare che quanto faccio lo faccio di proposito perché si stanchi di voi? Mi offendete proprio, Natalia Nicolajevna!
- Con chiunque io parli, rifuggo sempre il più possibile da qualunque insinuazione, - rispose Natascia. - Anzi, cerco sempre di parlare nel modo più franco possibile, e forse ne avrete la prova oggi stesso. Non ho intenzione di offendervi e non vedo perché dovrei farlo; d'altra parte, qualunque cosa vi dicessi, voi non vi offendereste ugualmente.
Ne sono certissima, giacché capisco perfettamente quali rapporti corrono tra noi; voi non potete considerarli seriamente, non è vero?
Se invece vi avessi offeso davvero, sono pronta a chiedervi perdono, per usare a vostro riguardo i doveri... dell'ospitalità.
A dispetto del tono leggero e quasi scherzoso col quale Natascia aveva pronunciato la frase, e nonostante il sorriso che le sfiorava le labbra, io non avevo mai visto Natascia irritata fino a tal segno.
Soltanto allora mi resi conto di quanto aveva dovuto soffrire in quegli ultimi tre giorni. Le sue parole enigmatiche, con le quali mi aveva affermato di sapere tutto e di avere ormai tutto indovinato, mi spaventarono; si riferivano direttamente al principe. Aveva cambiato opinione a suo riguardo, e lo considerava come nemico: questo era evidente. Attribuiva senza dubbio alla di lui influenza tutti i dispiaceri con Alioscia, e forse aveva le prove di quanto pensava e asseriva. Temevo che, da un momento all'altro, dovesse scoppiare tra loro una scenata. Il suo tono scherzoso era troppo aperto, troppo evidente. Le ultime parole con le quali aveva affermato che il principe non poteva considerare come seri i rapporti che correvano tra loro, la frase con la quale gli aveva fatto le proprie scuse per dovere di ospitalità, la promessa, in forma di minaccia, di provargli la sera stessa di saper parlare francamente, tutto era stato pronunciato in un tono così mordace e così poco mascherato, che non era possibile supporre che il principe non ne avesse compreso il vero senso. Vidi la faccia di lui mutare di punto in bianco, ma era un uomo che sapeva padroneggiarsi, e quindi finse subito di non aver capito le parole della sua interlocutrice nel loro vero senso, e, come c'era da aspettarsi, rispose con una facezia.
- Dio mi scampi e liberi dall'esigere le vostre scuse! - ribatté ridendo. - Ero ben lontano da questa intenzione, e in generale non è nelle mie abitudini pretendere scuse da una donna. Già fin dal nostro primo abboccamento vi ho detto, in parte, quale sia il mio carattere; spero quindi che non vi irriterete per un'osservazione che vi voglio fare, tanto più che si riferisce a tutte le donne in generale; anche voi, - continuò rivolgendosi a me, - sarete probabilmente d'accordo su quanto sto per dire. Ho notato, nella natura femminile, questa caratteristica: se una donna è colpevole di qualche cosa, consentirà piuttosto a ricompensare in seguito il torto fatto con mille carezze, che a confessare immediatamente quel torto e a chiederne perdono.
Anche ammettendo, dunque, che io mi considerassi offeso da voi, non vorrei ora, così subito le vostre scuse; lo faccio nella sicurezza che ne sarò ricompensato meglio, più tardi, quando riconoscerete il vostro errore e vorrete cancellarlo... con mille gentilezze nei miei confronti. Voi, intanto, siete così buona, pura, fresca di animo, siete così sincera, che il momento in cui vi pentirete, già lo prevedo, sarà delizioso. Ora, piuttosto, fareste meglio a dirmi, invece di fare delle scuse, in qual modo potrei oggi stesso provarvi che agisco, a vostro riguardo, molto più sinceramente e rettamente di quanto immaginate.
Natascia arrossì. Anche a me era parso di notare nella risposta del principe il tono frivolo e leggero di uno scherzo libertino.
- Volete darmi la prova di essere con me retto e sincero? - gli domandò Natascia, guardandolo con aria di sfida.
- Ma certo!
- Se è così, esaudite una mia preghiera.
- Ve ne dò la mia parola fin da ora.
- Ecco di che vi prego: non rimproverate Alioscia per me, né con una parola né con un'allusione, né oggi né domani. Neanche un rimprovero per il fatto di avermi dimenticata. Nessun predicozzo. Voglio riceverlo proprio come se nulla fosse accaduto tra noi, di modo che non possa accorgersi di niente. Mi occorre proprio. Potete darmi la vostra parola d'onore in questo senso?
- Col massimo piacere! - rispose il principe. - Permettetemi, inoltre, di aggiungere dal fondo dell'anima che in poche persone ho potuto incontrare un modo di vedere più ragionevole e più chiaro in simili faccende... Ma ecco, mi pare che stia arrivando anche Alioscia.
In anticamera, infatti, si udì un certo rumore. Natascia sussultò e parve tenersi pronta a qualche cosa. Il principe era seduto, quanto mai serio in viso, e aspettava gli eventi, fissando su Natascia uno sguardo acuto. La porta si aprì e Alioscia irruppe nella stanza.
CAPITOLO 2
Irruppe nel vero senso della parola, giacché entrò proprio di corsa, con viso raggiante, allegro, contento. Si vedeva che aveva passato allegramente e felicemente quei quattro giorni. Aveva scritto in fronte che aveva qualche cosa da comunicarci.
- Eccomi! - annunciò ad alta voce. - Ecco colui che avrebbe dovuto essere qui per primo! Ma vi spiegherò subito ogni cosa, tutto, tutto!
Oggi, babbo, non abbiamo nemmeno avuto tempo di scambiare due parole tra noi, mentre avevo molte cose da dirti. Mi permette solo nei suoi momenti buoni di dargli del "tu", - aggiunse, rivolto a me, interrompendosi; - in altri momenti vi giuro che me lo proibisce! E sapete che tattica adopera? Comincia egli stesso a darmi del "voi". Da oggi, però, voglio che abbia per me sempre momenti buoni, e ci riuscirò! In questi ultimi quattro giorni, io sono completamente cambiato, proprio completamente cambiato; vi racconterò tutto. Ma di questo, più tardi. Quel che importa adesso, è lei, Natascia, sempre lei! Natascia, carissima, buongiorno, angelo mio! - diceva Alioscia, sedendole accanto e baciandole avidamente la mano; - che nostalgia ho avuto di te in questi quattro giorni! Ma che vuoi? Non ho potuto venire! Non ho avuto tempo di sbrigarmi! Mia cara! Sembri un po' dimagrita, e come sei pallidina...
Al colmo dell'entusiasmo, le copriva di baci le mani; le fissava avidamente addosso i bellissimi occhi; pareva non potersi saziare della sua vista. Gettai uno sguardo a Natascia, e dall'espressione del suo viso capii che avevamo lo stesso pensiero: egli era assolutamente innocente. Ma come, e in quale maniera avrebbe potuto quell'innocente essere colpevole? Le guance di Natascia si tinsero a un tratto di vivo rossore, come se tutto il sangue di cui era gonfio le fosse affluito di colpo alla testa. Gli occhi le brillarono e guardò con orgoglio il principe.
- Ma dove... dove sei stato... tutti questi giorni? - domandò con voce trattenuta e interrotta. Respirava a fatica, a intervalli inuguali.
Dio, come l'amava!
- Il guaio è che, dalle apparenze, si potrebbe anche credere che io sia colpevole verso di te; ma non sono che «apparenze»! Certo che sono colpevole, lo so bene, e sono venuto qui appunto per dirti che lo so.
Katia mi ha detto ancora oggi, come già ieri, che una donna non è capace di perdonare una simile noncuranza (lei sa tutto quello che è successo qui da noi martedì; gliel'ho raccontato subito, il giorno dopo). Io discussi con lei, dichiarandole che ciò non era esatto, trattandosi di una donna che si chiama «Natascia», di cui, in tutto il mondo, esiste una sola uguale, chiamata Katia; e sono venuto qui, persuaso di aver avuto ragione. Come potrebbe un angelo come te non perdonare? «Non è venuto? Vuol dire che qualche cosa ne lo ha impedito di certo, e non che non mi ami più!»: ecco in che modo penserà sempre la mia Natascia! Come potrei non amarti più? Non è possibile! Tutto il mio cuore doleva di nostalgia per te. Nondimeno, sono colpevole! Però, quando avrai saputo ogni cosa, mi assolverai di sicuro. Vi racconto subito ogni cosa, ardo dal desiderio di sfogare il mio cuore con voi; sono proprio venuto per questo. Avevo intenzione, stamane, di passare da te per darti un bacio di sfuggita (avevo un mezzo minuto di tempo libero), ma anche in ciò non ho avuto fortuna, e il mio progetto fu contrariato: Katia mandò a chiamarmi per affari importantissimi.
Questo è successo ancor prima che ti vedessi mentre salivi in vettura, babbo; andavo anche allora da Katia, essendovi stato chiamato da un altro suo biglietto. Adesso i fattorini corrono da mattina a sera con biglietti da una casa all'altra. Ivan Petrovitc, il vostro biglietto non l'ho avuto che questa notte, e riconosco che avete pienamente ragione in tutto quanto mi dite. Che cosa posso fare contro l'impossibilità materiale? Proprio allora pensai: «Domani sera mi discolperò di tutto» giacché, Natascia, non avrei certo potuto mancare di venirti a trovare questa sera.
- Di che biglietto si tratta? - domandò Natascia.
- E' venuto da me, e, si capisce, non mi ha trovato a casa; allora mi lasciò un biglietto in cui mi rimprovera aspramente d'essere stato tanti giorni senza venire da te. Questo è successo ieri.
Natascia mi gettò uno sguardo.
- Ma, dal momento che non ti mancava il tempo di passare tutte le tue giornate, dalla mattina alla sera, con Caterina Feodorovna... - cominciò il principe.
- So, so tutto quello che vuoi dirmi, - lo interruppe Alioscia, - «Dal momento che hai potuto passare il tuo tempo da Katia, avevi una doppia quantità di ragioni per venire qua». Sono pienamente d'accordo con te, e, da parte mia, aggiungo, anzi, che non solo il doppio, ma avevo tre volte tante ragioni di recarmi qui piuttosto che là. Anzitutto, però, si danno, talvolta, nella vita, casi imprevisti, che imbrogliano ogni cosa e mettono tutto sossopra. A me è successo appunto uno di questi casi. Ripeto che in questi quattro giorni sono assolutamente cambiato, cambiato fino alle unghie delle dita; converrete anche voi che ci debbono essere state ragioni ben gravi per questo.
- Ah, santo Dio, ma che ti è successo? Non farmi languire! - esclamò Natascia, sorridendo all'ardore di Alioscia.
Questi, in realtà, era piuttosto ridicolo: si affannava, le parole gli uscivano dalla bocca rapide, tumultuose, disordinate. Ardeva dal desiderio di raccontare, parlare, parlare senza tregua. Mentre parlava, però, non abbandonava mai la mano di Natascia e continuava a portarsela alle labbra, come se non potesse saziarsi di baciarla.
- Ecco, l'importante è proprio quello che mi è successo, - continuò Alioscia. - Ah, amici miei! Che cosa ho fatto, che cosa ho visto, che gente ho conosciuto! Anzitutto, Katia: è una perfezione! Non l'avevo mai conosciuta prima; no non l'avevo proprio mai conosciuta! E anche martedì, quando ti parlai di lei con tanto entusiasmo, (ti ricordi, Natascia?), ebbene, neanche allora la conoscevo bene. Mi si è sempre tenuta nascosta fino adesso. Ora, però, ci siamo conosciuti reciprocamente a fondo. Ci diamo del "tu", adesso. Ma comincerò dal principio: anzitutto, Natascia, se tu avessi potuto sentire quello che mi ha detto di te, quando, all'indomani di quella sera famosa, cioè mercoledì, le raccontai quanto era intervenuto tra noi... A proposito, che contegno imbecille ho mai avuto con te, quando sono venuto a trovarti mercoledì mattina! Tu mi accogliesti con esultanza, tutta invasa dalla nostra nuova felicità! Avevi un desiderio vivissimo di parlare con me; eri un po' malinconica e al tempo stesso gioviale e piena di desiderio di giocare con me; io, invece, avevo assunto l'aria di una persona seria e dignitosa! Ah, sciocco, sciocco! Mi sentivo spinto a pavoneggiarmi, a vantarmi all'idea che presto sarei diventato un uomo serio, un marito; e con chi mi diedi delle arie? Con te, proprio con te! Oh, come devi aver riso, e quanto mi meritavo la tua derisione!
Il principe sedeva silenzioso, osservando Alioscia con un sorriso mezzo trionfante, mezzo ironico. Sembrava che fosse contento di vedere il figlio dimostrarsi da un lato così frivolo, ridicolo persino.
Continuai per tutta la sera a osservarlo, e mi convinsi completamente che non voleva affatto bene al figlio, nonostante parlasse tanto di frequente del suo caldo amore paterno.