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SIGMUND FREUD
INTRODUZIONE ALLA PSICOANALISI
Volume secondo
Lezione 16 - PSICOANALISI E PSICHIATRIA
Signore e Signori, sono lieto di rivedervi in questo nuovo anno accademico, disposti a continuare le nostre discussioni. Lo scorso anno vi ho esposto come la psicoanalisi affronta il problema degli atti mancati e del sogno; quest'anno vorrei iniziarvi alla comprensione dei fenomeni nevrotici che, come ben presto scoprirete, hanno molti punti in comune coi primi due. Ma vi dico subito che questa volta non posso concedervi di assumere nei miei confronti la stessa posizione dello scorso anno. Allora ebbi cura di non fare alcun passo senza assicurarmi prima del vostro consenso, e perciò discussi parecchio con voi, mi assoggettai alle vostre obiezioni, riconobbi insomma che voi e il vostro "sano buon senso" eravate l'istanza decisiva. Ora questo non è più possibile per una semplice ragione. In quanto fenomeni, gli atti mancati e i sogni non vi erano estranei; si può dire che ne avevate tanta esperienza quanto me o che vi era altrettanto facile procurarvela.
L'ambito delle manifestazioni nevrotiche vi è invece estraneo: a meno che non siate medici voi stessi, non avete altro accesso a questi fenomeni che attraverso le mie parole; e a che serve saper giudicare se non si ha familiarità con il materiale sul quale il giudizio va espresso?
Non vorrei però che intendeste questo mio annuncio nel senso che io mi riprometta di tenere lezioni dogmatiche ed esiga la vostra fede incondizionata. Fraintendendomi in questo modo, mi fareste un grave torto. Non è mia intenzione convincere nessuno; voglio solo dare suggerimenti e scuotere pregiudizi. Se, mancandovi la conoscenza dei fatti, non siete in grado di esprimere un giudizio, astenetevi tanto dal credere quanto dal respingere. Ascoltate, e lasciate agire su di voi ciò che apprenderete da me. Le convinzioni non si acquistano tanto facilmente, oppure, se raggiunte senza fatica, alla prima occasione si rivelano prive di valore e incapaci di resistere alle obiezioni. Soltanto chi, come me, per molti anni ha lavorato sullo stesso materiale e ha così vissuto di persona le medesime, nuove e sorprendenti esperienze, ha diritto di dichiararsi convinto. Ma comunque, a che giovano nel campo intellettuale le subitanee convinzioni, le fulminee conversioni, gli istantanei rifiuti? Non vi accorgete che il "coup de foudre", l'amore a prima vista, proviene da un campo totalmente diverso, che è quello affettivo? Nemmeno dai nostri pazienti noi pretendiamo che vengano in cura già convinti della validità della psicoanalisi o dichiarandosi suoi seguaci. Spesso anzi questo ce li rende sospetti. Un benevolo scetticismo è l'atteggiamento più desiderabile. Cercate dunque anche voi di lasciare che la concezione psicoanalitica vi cresca dentro a poco a poco, accanto a quella popolare o psichiatrica, fino a che giunga il momento in cui queste due concezioni possano influenzarsi a vicenda, commisurarsi, e unitamente portarvi a una conclusione.
D'altra parte, non dovete pensare neppure per un istante che ciò che io vi presento come la concezione psicoanalitica sia un sistema speculativo. Al contrario, si tratta di un materiale empirico, o espressione diretta dell'osservazione o risultato di una rielaborazione di quest'ultima. Se questa rielaborazione sia stata compiuta in misura sufficiente e in modo legittimo, risulterà dall'ulteriore progresso della scienza; comunque, essendo trascorsi quasi due decenni e mezzo ed essendo io alquanto avanzato negli anni, mi è lecito dichiarare senza vanteria che è stato necessario un lavoro in profondità particolarmente duro e intenso per mettere insieme queste osservazioni. Ho sovente avuto l'impressione che i nostri oppositori rifuggissero dal prendere in debita considerazione questa origine delle nostre affermazioni, come se pensassero che si tratta di idee aventi un fondamento puramente soggettivo alle quali chiunque altro può opporre ciò che più gli aggrada. Questo atteggiamento dei miei oppositori non mi è del tutto comprensibile. Forse dipende dal fatto che di solito chi è medico entra così poco in contatto con i nevrotici, ascolta così distrattamente ciò che hanno da dire, che si preclude ogni possibilità di ricavare qualcosa di valido dalle loro comunicazioni e quindi di eseguire su di essi approfondite osservazioni. Colgo quest'occasione per dirvi che nel corso delle mie lezioni polemizzerò assai poco, soprattutto con persone singole. Non ho mai potuto convincermi della verità del detto che la contesa è la madre di tutte le cose. Ritengo che esso provenga dalla sofistica greca e che, come questa, abbia il difetto di sopravvalutare la dialettica. A me sembra, al contrario, che la cosiddetta polemica scientifica sia nel complesso sommamente sterile, a prescindere dal fatto che quasi sempre viene condotta su un piano troppo personale. Fino a pochi anni fa potevo vantarmi anch'io di essermi imbarcato una sola volta in una regolare disputa scientifica con un ricercatore (Löwenfeld) di Monaco). La conclusione fu che diventammo amici e che lo siamo rimasti fino a oggi. Però per lungo tempo non ho ripetuto il tentativo, perché non ero sicuro che ne sarebbe sortito il medesimo risultato.
Vi parrà certamente che un simile rifiuto delle discussioni per iscritto indichi quanto io sia inaccessibile alle obiezioni e ostinato, o, per esprimersi nel benevolo gergo degli scienziati, "testardo come un mulo''. Lasciate che vi dica che se un giorno avrete acquisito una convinzione con così duro lavoro, anche a voi spetterà un certo diritto di tenervi saldi a essa con una buona dose di tenacia. Posso inoltre far valere il fatto che nel corso dei miei lavori ho modificato, mutato, sostituito i miei punti di vista su alcuni aspetti importanti, cosa di cui, naturalmente, ho dato ogni volta pubbliche comunicazioni. E il risultato di questa franchezza? Gli uni non hanno preso, semplicemente, conoscenza dei miei ripensamenti e mi criticano ancor oggi per enunciazioni che da tempo non hanno più per me lo stesso significato; gli altri mi rinfacciano proprio quei mutamenti e mi dichiarano per conseguenza indegno di fiducia. Già! Chi ha mutato qualche volta di opinione non merita assolutamente fiducia, essendo probabile che sbagli anche nelle sue ultime affermazioni! Chi invece si attiene imperturbabile a quanto una volta ha dichiarato, o non se ne lascia dissuadere abbastanza velocemente, costui lo chiamano cocciuto e testardo. Di fronte a questi attacchi contraddittori della critica, che altro si può fare se non rimanere quelli che si è e comportarsi secondo il proprio discernimento? Io sono risoluto a fare così e non mi lascio distogliere dal mettere a punto e limare ogni mia teoria nel modo in cui lo richiede la mia progressiva esperienza. Nelle vedute fondamentali non ho finora trovato nulla da mutare e spero che le cose resteranno così anche in seguito.
Devo dunque illustrarvi come la psicoanalisi spiega i fenomeni della nevrosi A questo proposito, mi viene spontaneo riallacciarmi ai fenomeni già trattati, sia per analogia che per contrasto.
Comincio con un'azione sintomatica che vedo compiere da molte persone nelle mie ore di consultazione. L'analista non sa davvero che fare con coloro che gli fanno visita in studio per sciorinargli dinanzi in un quarto d'ora gli affanni di tutta la loro vita. Poiché la sua conoscenza è più profonda gli è difficile dare un parere e impartire un consiglio come farebbe un altro medico: "Lei non ha niente", e: "Ricorra a una leggera cura idroterapica". Uno dei miei colleghi, alla domanda che cosa facesse con i pazienti che venivano a consultarlo, rispose con un'alzata di spalle: "impongo loro una multa di tante e tante corone per l'inutile spreco di tempo". Nessuna meraviglia quindi se anche nel caso di psicoanalisti molto occupati le ore di consultazione non sono di solito molto vivaci. Io ho fatto raddoppiare e rinforzare con un rivestimento di feltro la porta semplice tra la mia sala d'attesa e il gabinetto di consultazione e trattamento. Lo scopo di questo piccolo espediente non può essere dubbio per nessuno. Ebbene, mi capita continuamente di chiamare qualcuno che sta in sala d'attesa nel mio gabinetto, e che costui tralasci di chiudere la porta dietro di sé e quasi sempre lasci aperte entrambe le porte. Non appena me ne accorgo, insisto in tono piuttosto scortese che colui o colei che è entrato torni indietro a riparare all'omissione anche se si tratta di un signore elegante o di una signora molto distinta. Questo dà l'impressione di una pedanteria inutile. Qualche volta ho anche fatto una brutta figura, poiché si trattava di una di quelle persone che non possono afferrare una maniglia e sperano che qualche accompagnatore risparmi loro questo contatto. Ma nella maggioranza dei casi avevo ragione, poiché chi si comporta così, chi lascia aperta la porta tra la sala d'attesa e il gabinetto di consultazione del medico è un maleducato e merita di venir accolto scortesemente. Ascoltate il resto prima di giudicare. Questa negligenza del paziente si verifica infatti soltanto quando si è trovato solo nella sala d'attesa e quindi lascia dietro di sé una stanza vuota, mai quando degli estranei hanno aspettato insieme con lui. In tal caso egli comprende molto bene che è nel suo interesse non venir ascoltato mentre parla con il medico e non trascura mai di chiudere accuratamente entrambe le porte.
Pertanto l'omissione del paziente è determinata da qualcosa che non è né casuale né priva di senso, e neppure è mai irrilevante, poiché vedremo che illumina il rapporto fra colui che entra e il medico. Il paziente appartiene alla grande massa di coloro che esigono autorità terrena, che vogliono venire abbagliati, intimoriti. Forse mi ha fatto chiedere per telefono a che ora potesse essere ricevuto più facilmente, poiché era preparato a una ressa di gente in cerca di aiuto, pressappoco come davanti a una filiale di Julius Meinl. Ora entra in una sala d'attesa vuota, per di più arredata con estrema modestia, e ne è scosso. Deve far scontare al medico l'eccessivo e superfluo rispetto di cui intendeva farlo oggetto, e allora... omette di chiudere la porta tra la sala d'attesa e il gabinetto di consultazione. Come volesse dire al medico: "Ah, ma qui non c'è nessuno e probabilmente non verrà nessuno per tutto il tempo che starò qui". Se fin dall'inizio non si mettesse un freno alla sua arroganza con un severo rimbrotto, quest'individuo si comporterebbe molto sgarbatamente e irrispettosamente anche durante il colloquio.
Facendo l'analisi di questa piccola azione sintomatica non trovate nulla che non vi sia già noto: c'è l'asserzione che essa non è casuale, bensì ha un motivo, un senso e un'intenzione; che fa parte di un contesto psichico dimostrabile e che, attraverso un piccolo indizio, ci dà notizia di un processo psichico più importante; ma, più di ogni altra cosa, che il processo così indicato è sconosciuto alla coscienza di colui che lo compie; infatti nessuno dei pazienti che avevano lasciato aperte entrambe le porte sarebbe in grado di ammettere che con questo gesto voleva mostrarmi la sua disistima. Qualcuno di loro ricorderebbe probabilmente un suo moto di disappunto all'entrare nella sala d'attesa vuota, ma il nesso tra questa impressione e la successiva azione sintomatica è sicuramente rimasto ignoto alla sua coscienza.
Accanto a questa piccola analisi di un'azione sintomatica trova ora il suo posto un'osservazione fatta su una malata. La scelgo sia perché è fresca nella mia memoria, sia perché si lascia esporre in forma relativamente breve, per quanto ogni esposizione di questo tipo richieda un certo numero di dettagli.
Un giovane ufficiale tornato a casa per una breve licenza mi prega di prendere in cura la suocera che, pur essendo nelle più felici condizioni, amareggia la vita a sé e ai suoi con un'idea assurda.
Faccio la conoscenza di una signora di cinquantatré anni, ben conservata, di natura cordiale e semplice, che senza riluttanza mi fa il seguente racconto. Essa vive in campagna, felicemente sposata, con il marito che dirige una grande fabbrica. Non sa lodare abbastanza l'amorevole sollecitudine del marito. Matrimonio d'amore che dura da trent'anni, e da allora mai un turbamento, un dissenso o un motivo di gelosia. I loro due figli sposati bene; il marito e padre non vuole ancora mettersi a riposo per senso del dovere. Un anno prima - fatto incredibile e a lei stessa incomprensibile - prestò immediatamente fede a una lettera anonima che incolpava il suo eccellente marito di avere una relazione amorosa con una ragazza; da allora la sua felicità è distrutta! Lo svolgimento più particolareggiato dei fatti fu pressappoco il seguente. Essa aveva una cameriera, con la quale forse parlava troppo spesso di cose intime. Questa ragazza ne perseguitava un'altra con un'inimicizia addirittura astiosa, poiché costei aveva fatto più strada nella vita sebbene non fosse di estrazione migliore della sua. Invece di andare a servizio, la ragazza si era procurata un'istruzione commerciale, era entrata nella fabbrica e, in seguito a carenza di personale per gli arruolamenti del tempo di guerra, aveva raggiunto una buona posizione. Ora abitava nella fabbrica stessa, aveva contatti con tutti i signori e veniva chiamata addirittura "signorina". Quella rimasta indietro nella vita era naturalmente pronta a dire tutto il male possibile dell'antica compagna di scuola. Un giorno la nostra signora discorreva con la cameriera a proposito di un vecchio signore che era stato loro ospite, del quale si sapeva che non viveva con la moglie ma intratteneva una relazione con un'altra donna. Non sa come avvenne che improvvisamente dichiarò: "La cosa più terribile per me sarebbe venire a sapere che anche il mio caro marito ha una relazione". Il giorno seguente ricevette per posta una lettera anonima che, con scrittura alterata, le dava la notizia, diciamo così, evocata. Essa dedusse - probabilmente a ragione - che la lettera fosse opera della cameriera cattiva, poiché quale amante del marito la lettera indicava proprio quella signorina che la cameriera perseguitava con il suo odio. Tuttavia, per quanto intuisse subito l'intrigo e avesse avuto sufficienti esempi nel luogo dove abitava di quanta poca fede meritassero queste vili denunce, questa lettera immantinente la buttò a terra. Cadde in preda a una terribile agitazione e mandò subito a chiamare il marito per fargli i più violenti rimproveri. Il marito respinse l'accusa ridendo e fece la cosa migliore che c'era da fare: chiamò il medico di famiglia e della fabbrica, il quale fece anche lui del suo meglio per calmare l'infelice signora. Pienamente ragionevole fu anche il loro ulteriore modo di procedere: la cameriera venne licenziata, ma non la presunta rivale. La paziente poté essere tranquillizzata varie volte da allora, al punto da non credere più al contenuto della lettera anonima, ma mai fino in fondo e mai per lungo tempo. Era sufficiente udir pronunciare il nome della signorina o incontrarla per strada perché in lei si scatenasse un accesso di diffidenza, di dolore e di rimproveri.
Questa è dunque la storia della malattia di questa brava signora.
Non occorreva molta esperienza psichiatrica per capire che essa, al contrario di altri nervosi, presentava il suo caso, se mai, in forma troppo mitigata; dunque dissimulava, come diciamo noi, e non aveva mai cessato del tutto di prestar fede all'accusa della lettera anonima.
Qual è la posizione dello psichiatra di fronte a un simile caso clinico? Sappiamo già come si comporta di fronte all'azione sintomatica del paziente che non chiude le porte della sala d'attesa. Dichiara che si tratta di un evento casuale privo di interesse psicologico, del quale non vale la pena di occuparsi. Ma questo atteggiamento non può essere mantenuto nei riguardi della malattia della moglie gelosa. Mentre l'azione sintomatica sembra qualcosa di irrilevante, il sintomo si impone invece come qualcosa di importante. Esso è collegato a una intensa sofferenza soggettiva, minaccia oggettivamente la convivenza di una famiglia; richiama dunque innegabilmente l'interesse psichiatrico. Lo psichiatra cerca anzitutto di caratterizzare il sintomo con una qualità essenziale. L'idea con cui questa donna si tormenta non può esser definita assurda in sé: avviene senz'altro che mariti anziani intrattengano relazioni amorose con delle ragazze giovani.
Ma c'è qui qualcos'altro di assurdo e incomprensibile. La paziente non ha alcun'altra ragione, all'infuori dell'affermazione della lettera anonima, per credere che il suo coniuge, affettuoso e fedele, appartenga a questa categoria, del resto non rara, di mariti. Essa sa che questo scritto non prova nulla ed è in grado di spiegarsene in modo soddisfacente la provenienza; dovrebbe quindi anche poter dire a sé stessa che non ha alcun motivo per essere gelosa, e se lo dice anche, ma ciononostante soffre ugualmente, come se riconoscesse pienamente fondata la sua gelosia. Idee di questa specie, che sono inaccessibili ad argomenti logici e basati sulla realtà, si è convenuto di chiamarle IDEE DELIRANTI.
La buona signora soffre dunque di un DELIRIO DI GELOSIA. Questa è senza dubbio la caratteristica essenziale del caso clinico descritto.
Dopo questo primo punto fermo, il nostro interesse psichiatrico si desterà ancora più vivo. Se un'idea delirante non può essere eliminata mettendola in rapporto con la realtà, ovviamente non trarrà origine dalla realtà stessa. Da dove proviene allora? Le idee deliranti possono avere i contenuti più diversi: perché nel nostro caso il contenuto del delirio è proprio la gelosia? In quali persone si formano le idee deliranti e, in particolare, i deliri di gelosia? E' qui che vorremmo sapere qualcosa dallo psichiatra, ma proprio qui egli ci pianta in asso. Lo psichiatra prende comunque in considerazione soltanto uno dei nostri interrogativi. Farà indagini sulla storia familiare di questa donna e forse ci fornirà la risposta: "Le idee deliranti sorgono in quelle persone nella cui famiglia si sono verificati ripetutamente disturbi psichici di questo o di altro tipo".
Insomma, se la donna ha sviluppato un'idea delirante, vi era predisposta per trasmissione ereditaria. Questo è già qualcosa, ma è tutto quanto vogliamo sapere? E' tutto ciò che ha concorso a causare la malattia? Dovremmo contentarci di ritenere che sia indifferente, arbitrario o inspiegabile che si sia sviluppato un delirio di gelosia invece di un qualsivoglia altro delirio? E la proclamata asserzione della predominanza dell'influsso ereditario sarà da intendersi anche in senso negativo, cioè che non importa quali esperienze abbiano toccato quest'anima, destinata a produrre prima o poi un delirio? Voi vorrete sapere perché la psichiatria scientifica rifugga dal darci altre spiegazioni. Ma vi rispondo:
"briccone chi dà più di ciò che ha". Lo psichiatra non conosce appunto alcuna strada che faccia progredire la spiegazione di un caso come questo. Deve accontentarsi di questa diagnosi e, circa il decorso ulteriore, di una prognosi che è incerta nonostante la ricca esperienza di cui dispone.
Ma la psicoanalisi può fare di più? Certo. Spero anzi di mostrarvi che perfino in un caso così difficilmente penetrabile essa può scoprire qualcosa che permette di fare un primo passo. Vi prego di osservare, per cominciare, un dettaglio poco appariscente, cioè che la paziente ha di fatto provocato la lettera anonima che costituisce ora il sostegno della sua idea delirante, avendo dichiarato il giorno prima di fronte a quell'intrigante che se suo marito avesse avuto una relazione amorosa con una giovane, questa sarebbe stata per lei la peggiore delle disgrazie. E' stata lei, in questo modo, a suggerire alla cameriera l'idea di spedirle la lettera anonima. L'idea delirante acquista così una certa indipendenza dalla lettera; è già stata presente prima nell'ammalata in forma di timore (o di desiderio?). Aggiungete inoltre ciò che due sole sedute di analisi hanno apportato ancora in fatto di ulteriori piccoli indizi. La paziente manifestò un forte rifiuto quando, dopo la narrazione della sua storia, venne invitata a comunicare i suoi ulteriori pensieri, idee e ricordi.
Affermava che non le veniva in mente nulla, che aveva già detto tutto, e in capo a due sedute il tentativo dovette realmente venire interrotto, dal momento che la paziente dichiarò di sentirsi già guarita e di essere sicura che l'idea morbosa non le sarebbe tornata. Questo, naturalmente, lo disse solo per resistenza e per timore di proseguire l'analisi. In queste due sedute si era tuttavia lasciata sfuggire alcune osservazioni che permettevano, anzi rendevano ineluttabile, una determinata interpretazione; e questa interpretazione getta viva luce sulla genesi del suo delirio di gelosia. Era lei a essersi intensamente innamorata di un giovane, di quello stesso suo genero che l'aveva spinta a consultarmi in cerca di guarigione. Di questo innamoramento non sapeva nulla, o forse appena un poco; dato il rapporto di parentela, era facile a questa inclinazione amorosa mascherarsi da innocente affetto. Dopo tutte le esperienze da noi fatte con altri pazienti, non ci sarà difficile immedesimarci nella vita psichica di questa seria signora di cinquantatré anni, brava madre di famiglia. Un tale innamoramento, essendo qualcosa di mostruoso, di impossibile, non poteva diventare cosciente; tuttavia continuò a sussistere e, in forma inconscia, esercitò una forte pressione. Qualcosa doveva uscirne, un qualche rimedio doveva venir cercato, e il sollievo più immediato lo offrì certamente il meccanismo di spostamento, il quale è regolarmente implicato nella genesi della gelosia delirante. Se non fosse solo dei, donna anziana, a essersi innamorata di un uomo giovane, ma se anche il suo anziano marito intrattenesse una relazione amorosa con una ragazza, allora avrebbe avuto la coscienza sgravata dal peso dell'infedeltà. La fantasia dell'infedeltà del marito era quindi un impiastro refrigerante sulla sua bruciante ferita. Il proprio amore non le era divenuto cosciente, ma l'immagine riflessa di quest'ultimo, che le arrecava tali vantaggi, divenne cosciente in forma ossessiva e delirante. Tutti gli argomenti contrari non potevano naturalmente avere effetto alcuno, poiché si dirigevano soltanto contro l'immagine riflessa, non contro quella originale, che aveva ceduto all'altra la propria intensità e si trovava inviolabilmente nascosta nell'inconscio .
Mettiamo ora insieme ciò che un breve e difficoltoso sforzo di tipo psicoanalitico ha fornito per la comprensione di questo caso (supposto, naturalmente, che le nostre scoperte siano state effettuate in modo corretto, cosa che non posso sottoporre qui al vostro giudizio). Innanzitutto, l'idea delirante non è più qualcosa di assurdo e di incomprensibile: è dotata di senso, è ben fondata, rientra nel contesto di un'esperienza vissuta con intensità affettiva dall'ammalata. In secondo luogo essa è necessaria come reazione a un processo psichico inconscio di cui siamo venuti a conoscenza attraverso altri indizi, e deve proprio a questa connessione il suo carattere delirante, la sua refrattarietà agli attacchi della logica e della realtà. E' persino qualcosa di desiderato, una sorta di consolazione. In terzo luogo, il fatto che il delirio sia proprio di gelosia, e non di altro tipo, è determinato in modo inequivocabile dalle esperienze che la signora ha vissuto prima della malattia.
Rammenterete certamente che proprio il giorno prima essa aveva dichiarato alla ragazza intrigante che la cosa più terribile per lei sarebbe stata che suo marito le diventasse infedele. Non vi sfuggiranno nemmeno le due significative analogie con l'azione sintomatica da noi analizzata in precedenza: cioè la spiegazione del suo senso o intenzione, e il riferimento a un elemento inconscio implicito nella situazione.
Con ciò non si è naturalmente risposto a tutti gli interrogativi che potremmo formulare prendendo spunto da questo caso clinico. Al contrario, esso è fitto di ulteriori problemi, alcuni, in generale, non ancora risolvibili, e altri che non si lasciarono risolvere a causa di specifiche circostanze sfavorevoli. Perché, ad esempio, questa signora, che ha una vita coniugale felice, cade in preda a una infatuazione per il genero, e perché il sollievo, che sarebbe stato possibile anche in altri modi, ha luogo in forma di un tale rispecchiamento, di una proiezione del proprio stato sul marito? Non pensate che siano domande oziose o stravaganti.
Abbiamo già a disposizione parecchio materiale per una possibile risposta. La signora si trova nell'età critica, che porta un'improvvisa e indesiderata crescita dei bisogni sessuali femminili; già questo potrebbe bastare. Oppure potremmo aggiungere che il suo buono e fedele consorte non è più in possesso da alcuni anni di quella efficienza sessuale di cui la ben conservata signora avrebbe bisogno per il proprio soddisfacimento.
L'esperienza ci ha permesso di costatare che proprio uomini in questa situazione, la cui fedeltà è quindi ovvia, si distinguono per la particolare tenerezza con cui trattano le proprie mogli e per un'insolita indulgenza verso i loro disturbi nervosi. O, ancora, non è irrilevante che sia proprio il giovane marito di una figlia a essere divenuto l'oggetto di questo innamoramento patogeno. Il forte legame erotico che ogni madre ha con la figlia e che in ultima analisi risale alla costituzione sessuale della madre, trova spesso in tale trasformazione il suo proseguimento.
Mi sia consentito rammentarvi a questo proposito che fin dai tempi più remoti il rapporto tra suocera e genero è stato considerato dagli uomini particolarmente scabroso, e che presso i primitivi ha dato origine a potentissimi tabù e misure cautelative (1). Il rapporto eccede spesso, sia in senso positivo che negativo, la misura compatibile con la civile convivenza. Orbene, quale di questi tre fattori abbia agito nel nostro caso, se due di essi o tutti e tre insieme, non sono in grado di dirvi; ma soltanto perché non mi fu permesso di continuare l'analisi del caso oltre la seconda seduta.
Mi rendo conto adesso, Signori, di aver parlato di una quantità di cose che non siete ancora preparati a capire. L'ho fatto perché mi premeva il confronto fra psichiatria e psicoanalisi. Così adesso posso farvi una domanda: avete notato qualche contraddizione fra le due? La psichiatria non impiega i metodi tecnici della psicoanalisi, non mette nulla in relazione col contenuto dell'idea delirante, e nel rimandare all'ereditarietà ci fornisce un'etiologia generalissima e lontana, invece di cominciare con l'indicare le cause più specifiche e prossime del delirio. Ma con ciò si pone in contraddizione e in contrasto con la psicoanalisi?
Non si tratta piuttosto di un complemento reciproco? Davvero il fattore ereditario contraddice l'importanza dell'esperienza vissuta, o entrambi questi elementi non si combinano piuttosto nel modo più efficace? Converrete con me che nella natura del lavoro psichiatrico non c'è nulla che dovrebbe opporsi all'indagine psicoanalitica. Dunque sono gli psichiatri che si oppongono alla psicoanalisi, non la psichiatria. La psicoanalisi sta alla psichiatria all'incirca come l'istologia all'anatomia:
quest'ultima studia le forme esterne degli organi, l'altra la loro configurazione a partire dai tessuti e dalle particelle elementari. Una contraddizione tra queste due specie di indagine, di cui una è la prosecuzione dell'altra, è difficile da concepire.
Come sapete, l'anatomia è oggi ritenuta da noi il fondamento della medicina scientifica, ma ci fu un tempo nel quale era vietato sezionare cadaveri umani per conoscere l'interna struttura del corpo così com'è oggi considerato uno scandalo esercitare la psicoanalisi per esplorare gli intimi ingranaggi della vita psichica. Ed è prevedibile che in un tempo non troppo lontano apparirà evidente che una psichiatria scientificamente approfondita non è possibile senza una buona conoscenza dei processi più profondi, inconsci, della vita psichica.
Comunque la molto avversata psicoanalisi ha forse anche tra di voi degli amici che sarebbero lieti che essa potesse legittimarsi anche sotto l'altro profilo, quello dell'efficacia terapeutica.
Voi sapete che la nostra terapia psichiatrica non è finora in grado di incidere sulle idee deliranti. Può forse farlo la psicoanalisi, grazie alla sua penetrazione nel meccanismo di questi sintomi? No, signori miei, non può farlo; contro queste sofferenze - almeno per il momento - è altrettanto impotente quanto ogni altra terapia. Vero è che noi possiamo comprendere che cosa è avvenuto nel malato, ma non abbiamo alcun mezzo per farlo comprendere all'ammalato stesso. Avete sentito infatti che non ho potuto proseguire l'analisi di questa idea delirante oltre i primi inizi. Sarà per questo da respingere l'analisi dei casi del genere, perché rimane infruttuosa? Non lo credo affatto. Noi abbiamo il diritto, anzi il dovere, di condurre la ricerca senza preoccuparci di un utile immediato. Alla fine - dove e quando non sappiamo - ogni pezzettino di conoscenza si trasformerà in potere, anche in potere terapeutico. Seppure si dimostrasse inefficace per ogni altra forma di malattia nervosa e psichica come per le idee deliranti, la psicoanalisi rimarrebbe tuttavia pienamente giustificata quale strumento insostituibile della ricerca scientifica. E' vero che in tal caso non giungeremmo a poterla esercitare: il materiale umano su cui ci sforziamo di apprendere, che ha una sua vita, una sua volontà, e ha bisogno di motivi propri per cooperare nel lavoro, ci volterebbe le spalle. Comunque lasciate che vi dica, a mo' di conclusione, che esistono gruppi vastissimi di disturbi nervosi nei quali il passaggio da una miglior comprensione al potere terapeutico è effettivamente avvenuto, e che in queste malattie, altrimenti difficilmente accessibili, noi otteniamo, in determinate condizioni, successi che nulla hanno da invidiare agli altri successi ottenuti nell'ambito della medicina interna.
NOTE:
Lezione 17 - IL SENSO DEI SINTOMI
Signore e Signori, nella lezione precedente vi ho spiegato che la psichiatria clinica si cura poco della forma esteriore e del contenuto del singolo sintomo, e che la psicoanalisi è partita invece proprio da lì e ha stabilito innanzitutto che il sintomo è dotato di senso ed è connesso con l'esperienza vissuta del paziente. Il significato dei sintomi nevrotici fu scoperto per la prima volta da Josef Breuer attraverso lo studio e la felice guarigione di un caso di isteria (1880-82), divenuto da allora famoso. Va detto che Pierre Janet ha fornito, in modo indipendente, la medesima dimostrazione; al ricercatore francese spetta persino la priorità di pubblicazione, poiché Breuer ha pubblicato la propria osservazione solo più di un decennio dopo (1893-95), durante la sua collaborazione con me. Del resto, può esserci abbastanza indifferente da chi provenga questa scoperta, poiché, come sapete, ogni scoperta viene fatta più di una volta e mai tutta quanta insieme; e, a parte questo, il successo non va di pari passo con il merito. L'America non ha preso il nome da Colombo. Prima di Breuer e di Janet il grande psichiatra Leuret aveva già espresso l'opinione che doveva essere possibile trovare un senso perfino nei deliri dei malati di mente, purché si riuscisse a tradurli. Confesso che per lungo tempo fui disposto a riconoscere i grandi meriti di Janet per la spiegazione dei sintomi nevrotici, perché egli li concepiva come manifestazioni di "idées inconscientes" che dominano gli ammalati. Dopo d'allora però Janet si è espresso con eccessiva cautela, quasi volesse far intendere che l'inconscio non è per lui nient'altro che un modo di dire, un espediente, "une façon de parler", che, nominandolo, non ha pensato a nulla di reale. Da allora non comprendo più le argomentazioni di Janet, ma ritengo che egli abbia inutilmente rinunciato a buona parte del suo merito.
I sintomi nevrotici hanno dunque un loro senso, come gli atti mancati, come i sogni, e al pari di questi hanno un nesso con la vita delle persone che li manifestano. Vorrei ora farvi comprendere meglio, mediante alcuni esempi, questa importante scoperta. Che le cose stiano così sempre e in tutti i casi, posso solo sostenerlo, non dimostrarlo. Chiunque vorrà mettersi sulle tracce di esperienze in merito, potrà convincersene. Tuttavia, per certe ragioni, non attingerò questi esempi dall'isteria ma da un'altra singolarissima nevrosi a essa sostanzialmente molto vicina, sulla quale ho da dirvi alcune parole introduttive.
Questa nevrosi, la cosiddetta nevrosi ossessiva, non è così popolare come la notissima isteria; non è, se così posso esprimermi, altrettanto invadente e chiassosa, si comporta più come una faccenda privata dell'ammalato, rinuncia quasi completamente a manifestazioni somatiche e produce tutti i suoi sintomi nell'ambito psichico. La nevrosi ossessiva e l'isteria sono le forme di malattia nevrotica sul cui studio si è basata m un primo tempo la psicoanalisi, e nel cui trattamento, inoltre, la nostra terapia celebra i suoi trionfi. Ma la nevrosi ossessiva, alla quale manca quell'enigmatico salto dallo psichico al somatico, ci è in effetti divenuta, grazie agli sforzi della psicoanalisi, più trasparente e più familiare dell'isteria, e abbiamo rilevato che essa mette in evidenza, in forma di gran lunga più spiccata, determinate caratteristiche estreme della natura delle nevrosi.
La nevrosi ossessiva si manifesta in questi modi: gli ammalati sono assorbiti da pensieri per i quali in effetti non hanno interesse, avvertono in sé impulsi che appaiono loro stranissimi, e sono indotti ad azioni il cui compimento non procura loro alcuna gioia, ma la cui omissione riesce loro assolutamente impossibile.
I PENSIERI (rappresentazioni ossessive) possono essere in sé privi di senso, oppure soltanto indifferenti per il malato; spesso sono completamente sciocchi, e in tutti i casi sono l'esito di una estenuante attività mentale, che prostra l'ammalato e alla quale egli si dedica assai malvolentieri. Contro la sua volontà, egli è costretto a rimuginare e a lambiccarsi il cervello, come se questo fosse il compito più importante della sua vita. Gli impulsi che l'ammalato avverte in sé possono anche apparire infantili e assurdi; ma perlopiù hanno un contenuto quanto mai terrificante, per esempio tentazioni a commettere gravi delitti, così che l'ammalato non solo li rinnega come estranei, ma fugge atterrito dinanzi a essi e cerca di salvaguardarsi dalla loro esecuzione con divieti, rinunce e limitazioni della propria libertà. Con ciò gli impulsi non giungono mai, nemmeno una volta sola, fino all'esecuzione; finisce sempre che fuga e cautele hanno la meglio.
Ciò che l'ammalato esegue realmente - le cosiddette azioni ossessive - è molto innocuo, certamente insignificante; si tratta perlopiù di ripetizioni, complicazioni cerimoniali di attività della vita ordinaria, ma attraverso le quali certe operazioni necessarie come l'andare a letto, il lavarsi, il vestirsi, l'andare a passeggio, diventano compiti estremamente lunghi e quasi irrisolvibili. Le rappresentazioni, gli impulsi e le azioni morbose non si combinano affatto nelle medesime proporzioni in ogni singola forma e caso di nevrosi ossessiva; al contrario, vige la regola che l'uno o l'altro di questi fattori domini il quadro e dia il nome alla malattia; tuttavia ciò che accomuna tutte queste forme è sufficientemente inconfondibile.
E' questa certamente una pazza malattia. Credo che la più sbrigliata fantasia psichiatrica non sarebbe riuscita a costruire qualcosa di simile, e se non si potesse averla sott'occhio tutti i giorni nessuno si risolverebbe a crederci. Tuttavia non pensate di giovare in alcun modo all'ammalato esortandolo a cambiare strada, a non occuparsi più dei suoi sciocchi pensieri e a fare qualcosa di sensato invece di quei giochetti. Anche lui lo vorrebbe, poiché capisce perfettamente, condivide il vostro giudizio sui suoi sintomi ossessivi, anzi è lui ad anticiparvelo. Soltanto che non può fare altrimenti; ciò che è posto in atto nella nevrosi ossessiva è sostenuto da un'energia per la quale ci manca probabilmente ogni termine di paragone nella vita psichica normale. L'unica cosa che può fare è spostare, scambiare, al posto di un'idea sciocca metterne un'altra in qualche modo attenuata, procedere da una precauzione o proibizione a un'altra, al posto di un cerimoniale eseguirne uno diverso. Può spostare la coazione, ma non eliminarla. La possibilità di spostare tutti i sintomi, rendendoli molto diversi da come si configuravano originariamente è un carattere fondamentale della sua malattia. Inoltre appare con evidenza che nel suo stato i contrari (polarità) dei quali è intessuta la vita psichica, emergono differenziati in modo particolarmente netto. Accanto alla coazione a contenuto positivo o negativo, nel campo intellettuale s'insinua il DUBBIO che a poco a poco corrode anche ciò che abitualmente è più certo. Il tutto sfocia in una sempre crescente indecisione, mancanza di energia, limitazione della libertà. Eppure il nevrotico ossessivo era in origine un carattere tendenzialmente molto energico, spesso straordinariamente volitivo, e di regola intellettualmente dotato al di sopra della media. Perlopiù ha raggiunto un soddisfacente livello di sviluppo etico, è iperscrupoloso. corretto più dell'ordinario. Potete immaginarvi come occorra un bel po' di lavoro prima di raccapezzarsi passabilmente in questa babele contraddittoria di tratti caratteriali e sintomi morbosi. Per ora non aspiriamo ad altro che a comprendere e a interpretare alcuni sintomi di questa malattia.
Forse, nel quadro delle nostre discussioni, vorrete prima sapere qual è l'atteggiamento della psichiatria contemporanea verso i problemi della nevrosi ossessiva. Si tratta però di un ben misero argomento. La psichiatria dà un nome alle diverse ossessioni, ma non dice nient'altro su di esse. In compenso, sottolinea il fatto che coloro che presentano tali sintomi sono dei "degenerati". E' una magra soddisfazione, in effetti questo è un giudizio di valore, una condanna invece che una spiegazione. E' come se ci venisse chiesto di pensare che negli individui che escono dalla normalità compaiono appunto ogni sorta di stranezze. Ora, siamo d'accordo che le persone che sviluppano tali sintomi debbano per natura essere un pò' diverse dagli altri uomini. Ma vorremmo domandare: sono essi più "degenerati" di altri nervosi, per esempio degli isterici o degli psicotici? Ancora una volta la caratterizzazione è evidentemente troppo generica. Anzi, si può dubitare persino che sia giustificata, quando vediamo che questi sintomi compaiono anche in uomini eminenti, di capacità particolarmente elevate e importanti per la collettività. Di solito grazie alla loro discrezione e alla inattendibilità dei loro biografi, veniamo a sapere ben poco di intimo sui grandi uomini che costituiscono i nostri modelli; tuttavia può accadere che uno di essi sia un vero fanatico della verità, come Émile Zola, e in tal caso apprendiamo da lui di quante singolari abitudini ossessive abbia sofferto nella sua vita (1).
La psichiatria ha escogitato qui la scappatoia di parlare di "dégénérés supérieurs" [degenerati superiori]. Sia pure, ma attraverso la psicoanalisi noi abbiamo fatto l'esperienza che questi strani sintomi ossessivi possono essere eliminati durevolmente, non meno di altri mali e anche in altri uomini che degenerati non sono. Io stesso ci sono riuscito più di una volta.
Voglio comunicarvi solo due esempi di analisi di un sintomo ossessivo: il primo è tratto da una vecchia osservazione e non saprei sostituirlo con uno migliore; del secondo sono invece venuto in possesso recentemente. Mi limito a un numero così esiguo, poiché in una simile esposizione bisogna per forza essere molto circostanziati e addentrarsi in tutti i dettagli.
Una signora vicina ai trent'anni, che soffriva delle più gravi manifestazioni ossessive e che forse avrei potuto aiutare se un caso maligno non avesse reso vano il mio lavoro - forse ve ne parlerò ancora, - durante il giorno eseguiva più volte, tra le altre, una singolare azione ossessiva. Correva dalla sua camera in una camera attigua, lì si metteva in un certo posto presso il tavolo che era al centro, suonava alla cameriera, le dava un incarico qualsiasi o la lasciava andare senza dirle niente e quindi correva nuovamente indietro. Ebbene, pur non essendo questo certamente un grave sintomo di sofferenza, suscitò non a torto la nostra curiosità. La spiegazione si presentò in modo indubbio e ineccepibile, senz'ombra di concorso del medico. Non so infatti come mi sarebbe stato possibile pervenire a una supposizione qualsiasi o a una proposta di interpretazione circa il senso di questa azione ossessiva. Ogni volta che avevo chiesto alla paziente: "Perché fa questo? Che senso ha?", essa aveva risposto:
"Non lo so". Ma un giorno, dopo che ero riuscito a debellare una enorme e fondamentale sua perplessità, improvvisamente le balenò la risposta e raccontò quanto si connetteva all'azione ossessiva.
Più di dieci anni prima aveva sposato un uomo di gran lunga più anziano di lei, il quale durante la prima notte di nozze si era rivelato impotente. Era corso, quella notte, innumerevoli volte dalla propria camera in quella di lei, per ripetere il tentativo, ma ogni volta senza successo. Al mattino aveva detto indispettito:
"C'è da vergognarsi davanti alla cameriera, quando rifarà il letto"; e aveva afferrato una bottiglia di inchiostro rosso, che si trovava per caso nella camera, ne aveva versato il contenuto sul lenzuolo, ma non proprio nel posto in cui tale macchia avrebbe dovuto trovarsi. All'inizio non capivo che cosa questo ricordo avesse a che fare con l'azione ossessiva in questione, poiché trovavo una concordanza soltanto nel ripetuto correre da una stanza all'altra e forse anche nella comparsa della cameriera.
Allora la paziente mi condusse al tavolo che si trovava nella seconda stanza e mi fece vedere una grande macchia sulla tovaglia.
Spiegò anche che si metteva presso il tavolo in una posizione tale che la ragazza accorsa non poteva non vedere la macchia. Ora non c'erano più dubbi sulla stretta relazione tra la scena successiva alla notte nuziale e l'attuale azione ossessiva, anche se restavano da imparare ancora parecchie cose.
Risulta evidente innanzitutto che la paziente si identifica con suo marito; ne recita la parte imitando il suo correre da una stanza all'altra. Poi, per continuare il confronto, è da rilevare che essa sostituisce il letto e il lenzuolo con il tavolo e la tovaglia. Ciò potrebbe sembrare arbitrario, ma non per niente abbiamo studiato il simbolismo onirico: anche in sogno compare molto spesso un tavolo che va interpretato come letto; il tavolo e il letto insieme rappresentano il matrimonio, ragion per cui l'uno sta facilmente per l'altro.
La dimostrazione che l'azione ossessiva della signora ha un senso l'avremmo già: essa sembra essere una raffigurazione, una ripetizione di quell'altra scena significativa. Ma nulla ci obbliga a fermarci a questa apparenza; se indaghiamo più dettagliatamente la relazione tra le due scene, probabilmente otteniamo chiarimenti su qualcosa che va più in là, sul proposito dell'azione ossessiva. Il suo nocciolo è palesemente la chiamata della cameriera, sotto i cui occhi la signora mette la macchia, in contrapposto all'osservazione del marito che ci sarebbe da vergognarsi di fronte alla cameriera. Dunque il marito, la cui parte essa impersona, non ha di che vergognarsi di fronte alla cameriera e di conseguenza la macchia è al posto giusto. Vediamo quindi che essa non ha semplicemente ripetuto la scena, ma l'ha proseguita correggendola, rettificandola. Ma, nel far ciò, corregge anche l'altro aspetto che quella notte fu così penoso e rese necessario l'espediente dell'inchiostro rosso, l'impotenza.
L'azione ossessiva dice dunque: "No, non è vero, egli non aveva da vergognarsi di fronte alla cameriera, non era impotente"; l'azione, alla maniera di un sogno, rappresenta questo desiderio come appagato nel presente, serve alla tendenza di innalzare il marito al di sopra dello scacco subìto in passato.
Con ciò si accorda tutto quanto potrei ancora raccontarvi a proposito di questa signora, o, più precisamente, tutto quanto sappiamo ancora di lei indica che questa interpretazione dell'azione ossessiva, di per sé incomprensibile, è quella giusta.
Da anni la donna vive separata dal marito e lotta con il proposito di ottenere lo scioglimento legale del matrimonio. Ma in realtà non si è affatto liberata di lui: è costretta a rimanergli fedele, si ritira completamente dal mondo per non cadere in tentazione, scusa ed eleva nella sua fantasia la natura del marito. Anzi, il segreto più profondo della sua malattia è che, grazie a essa, la paziente protegge il marito dalle maldicenze, giustifica la loro separazione materiale e consente a lui di condurre una comoda vita per conto suo. Così l'analisi di un'innocua azione ossessiva conduce direttamente al nocciolo di una malattia, ma nello stesso tempo ci rivela una parte non trascurabile del segreto della nevrosi ossessiva in generale. Vi intrattengo volentieri su questo esempio poiché in esso si trovano riunite diverse condizioni che non sempre possiamo pretendere di riscontrare. L'interpretazione del sintomo fu qui trovata dalla paziente tutt'a un tratto, senza la guida o l'intervento dell'analista, e fu compiuta mediante il riferimento a un episodio che non apparteneva, come accade di solito, a un periodo dimenticato dell'infanzia, ma che si era verificato nell'età matura dell'ammalata e si era serbato indelebile nel suo ricordo. Tutte le obiezioni che normalmente la critica è solita muovere contro le nostre interpretazioni di sintomi, non fanno presa in questo caso specifico. Ma è ovvio che non sempre possiamo essere così fortunati.
Una cosa ancora. Non vi siete accorti come questa insignificante azione ossessiva ci ha introdotti nelle faccende più intime della paziente? Che cos'ha, una donna, di più intimo da raccontare della storia della sua prima notte di nozze? e il fatto che ci siamo imbattuti proprio nell'intimità della sua vita sessuale dovrebbe essere casuale e privo di ulteriore significato? Vero è che ciò potrebbe essere la conseguenza della scelta che ho fatto in questo caso. Ma non affrettiamoci a giudicare e volgiamoci piuttosto al secondo esempio, di tutt’altro genere: è un campione di una specie molto frequente, cioè un cerimoniale del coricarsi.
Una ragazza diciannovenne, molto sviluppata e dotata, figlia unica di genitori ai quali è superiore per istruzione e prontezza intellettuale, è stata da bambina indocile e prepotente e, nel corso degli ultimi anni, senza apparente causa esterna, è diventata nevrotica. E' assai irritabile, specie nei confronti della madre, sempre insoddisfatta, depressa, incline all'indecisione e al dubbio e, infine, confessa di non poter più camminare da sola nelle piazze o nelle strade troppo larghe. Non ci occuperemo molto del suo complicato stato patologico, che esige almeno due diagnosi - agorafobìa e nevrosi ossessiva - ma ci soffermeremo soltanto sul fatto che questa ragazza ha sviluppato anche un cerimoniale del coricarsi, col quale fa soffrire i suoi genitori. Si può dire che, in un certo senso, ogni individuo normale ha il suo cerimoniale del coricarsi o tiene all'attuazione di certe condizioni, senza il cui adempimento stenta ad addormentarsi; ciascuno imprime cioè al passaggio dalla veglia allo stato di sonno determinate forme, che ripete ogni sera nell'identico modo. Ma tutto ciò che l'individuo sano richiede come condizione del sonno può essere compreso razionalmente e, quando le circostanze esterne rendono necessario un cambiamento, egli si adatta facilmente e senza perdere tempo. Il cerimoniale patologico è invece inflessibile, sa imporsi a costo dei più grandi sacrifici, si ammanta anch'esso di una motivazione razionale e, a un'osservazione superficiale, sembra discostarsi dal cerimoniale normale solo per una certa esagerata meticolosità.
Se lo si osserva più da vicino, però, si può notare che lo schermo è insufficiente, che il cerimoniale implica regole che esorbitano notevolmente dalla motivazione razionale e altre che addirittura la contraddicono. La nostra paziente adduce come motivo delle sue precauzioni notturne il fatto che per dormire ha bisogno di tranquillità e deve eliminare tutte le fonti di rumore. Per ottenere il suo scopo fa due generi di cose. Il grande orologio della sua camera viene fermato, tutti gli altri orologi vengono allontanati dalla stanza, ed essa non tollera nemmeno il suo piccolo orologio da polso dentro il comodino. I vasi da fiori e gli altri vasi vengono riuniti sopra la scrivania in modo che durante la notte non possano cadere, rompersi e disturbarla nel sonno. Sa che questi provvedimenti possono trovare una giustificazione soltanto apparente nella necessità di quiete; il ticchettio del piccolo orologio non si udrebbe neanche se rimanesse sopra il comodino, e noi tutti abbiamo esperienza del fatto che il ticchettio regolare di un orologio a pendolo non costituisce mai un disturbo per il sonno, ma ha piuttosto un effetto soporifero. Essa ammette anche che il timore che i vasi da fiori e gli altri vasi, se lasciati al loro posto, cadano per terra da soli e si rompano, durante la notte, manca di ogni verosimiglianza. Per le altre disposizioni del cerimoniale essa rinuncia a far riferimento alla necessità di quiete. Anzi, l'esigenza che la porta tra la sua camera e la stanza da letto dei genitori rimanga semiaperta - del che si assicura spingendo tra i battenti diversi oggetti - sembra al contrario predisporre una fonte di rumori che potrebbero disturbarla. I provvedimenti più importanti riguardano però il letto stesso. Il cuscino a capo del letto non può toccare la testata di legno; il piccolo guanciale per la testa deve assolutamente essere posto sopra questo cuscino in modo tale da formare un rombo; essa poi poggia il capo esattamente sulla diagonale del rombo. Il piumino ("Duchent", come diciamo in Austria), prima di essere steso sul letto, deve essere scosso in modo tale che la parte inferiore diventi ben rigonfia; ma poi essa non trascura di distribuire di nuovo, schiacciandolo, l'accumulo di piume.
Permettetemi di sorvolare sulle altre particolarità, che spesso sono quisquilie, di questo cerimoniale; esse non ci insegnerebbero nulla di nuovo e ci porterebbero troppo lontano dal nostro intento. Ma non dimenticate che tutto questo non si svolge in modo così semplice. E' sempre presente la preoccupazione che non tutto sia stato fatto come si deve; bisogna controllare, ripetere, il dubbio prende di mira ora l'una, ora l'altra delle misure di sicurezza, e il risultato è che passano una o due ore durante le quali la ragazza non può dormire e non lascia dormire i genitori intimoriti.
L'analisi di questi tormenti non procedette in modo così semplice come quella dell'azione ossessiva della nostra precedente paziente. Dovetti accennare varie cose alla ragazza e fare proposte di interpretazione, che essa ogni volta rifiutava con un "no" deciso o accoglieva con dubbio sdegnoso. A questa prima reazione di rifiuto seguì tuttavia un periodo nel quale essa prendeva sul serio le possibilità prospettatele, raccoglieva associazioni in proposito, produceva ricordi, stabiliva connessioni, finché arrivò ad accettare per suo conto tutte le interpretazioni. Nella misura in cui questo avveniva, essa smetteva anche di attuare i suoi provvedimenti ossessivi e già prima della fine del trattamento aveva rinunciato all'intero cerimoniale. Dovete sapere inoltre che la pratica analitica, così come viene esercitata oggi da noi, esclude assolutamente il trattamento sistematico del singolo sintomo fino al suo definitivo chiarimento. Al contrario, siamo costretti ad abbandonare di continuo un tema, su cui siamo certi di tornare partendo da altre connessioni. L'interpretazione del sintomo, che ora vi comunicherò, è quindi una sintesi di risultati la cui scoperta, interrotta da altri lavori, abbraccia un periodo di settimane e di mesi.
La nostra paziente impara gradatamente a comprendere che aveva bandito l'orologio dal suo equipaggiamento notturno perché simbolo del genitale femminile. L'orologio, del quale conosciamo anche altre interpretazioni simboliche, perviene a rappresentare il genitale perché è in relazione con processi periodici e intervalli uguali. Una donna può vantarsi, per esempio, che le sue mestruazioni sono regolari come un orologio. L'angoscia della nostra paziente si rivolgeva però particolarmente al fatto di venir disturbata nel sonno dal ticchettio dell'orologio. Il ticchettio dell'orologio può essere paragonato al palpito della clitoride nell'eccitamento sessuale. Effettivamente la ragazza era stata svegliata più volte nel sonno da questa sensazione, per lei penosa, e ora questa paura di un'erezione si esprimeva nel precetto che imponeva di allontanare durante la notte dalla sua vicinanza gli orologi che funzionavano. I vasi da fiori e gli altri vasi, come del resto tutti i recipienti, sono simboli femminili. La precauzione che non abbiano a cadere e a rompersi durante la notte non manca dunque di un suo senso. Ci è nota l'usanza assai diffusa di rompere un vaso o un piatto in occasione di un fidanzamento: ciascuno dei presenti si impossessa di un coccio, ciò che può esser considerato rinuncia ai propri diritti sulla futura sposa, diritti che derivano da un ordinamento matrimoniale che ha preceduto la monogamia. In rapporto a questa parte del suo cerimoniale la ragazza fornì anche un ricordo e parecchie associazioni. Una volta, da bambina, era caduta con un vaso di vetro o di terracotta, si era tagliata le dita, che avevano sanguinato abbondantemente. Quando crebbe e venne a conoscenza dei fatti riguardanti i rapporti sessuali, si insinuò in lei l'idea angosciosa che durante la prima notte nuziale non avrebbe sanguinato e non avrebbe dimostrato di essere vergine. Le sue precauzioni intese a far sì che non si rompano i vasi significano quindi il rifiuto dell'intero complesso che fa capo alla verginità e alla perdita di sangue durante il primo rapporto:
il rifiuto, parimenti, della paura di sanguinare e di quella opposta, di non sanguinare. Queste misure avevano solo lontanamente a che fare con la prevenzione del rumore, alla quale essa le subordinava.
Un giorno essa indovinò il significato centrale del suo cerimoniale quando improvvisamente comprese il senso della norma per cui il cuscino non doveva toccare la testata del letto. Il cuscino, essa disse, era sempre stato per lei una donna e la testata di legno verticale un uomo. Essa voleva dunque tenere separati - in forma magica, possiamo aggiungere noi - uomo e donna, cioè dividere tra loro i genitori, non lasciarli giungere al rapporto coniugale. In anni anteriori, prima di istituire il cerimoniale, aveva cercato di raggiungere lo stesso scopo in maniera più diretta. Aveva simulato paura, o sfruttato un'esistente inclinazione alla paura, affinché la porta di comunicazione tra la camera dei genitori e la sua stanza non venisse chiusa. Questa imposizione era stata conservata nel suo cerimoniale successivo. In tal modo aveva l'opportunità di spiare i genitori, ma nello sfruttare tale opportunità si buscò una volta un'insonnia che durò per dei mesi. Non contenta di disturbare in tal modo i genitori, ottenne poi di tanto in tanto di poter dormire nel letto matrimoniale stesso, fra padre e madre.
"Cuscino" e "testata di legno" non potevano così realmente congiungersi. Infine, quando fu tanto cresciuta che il suo corpo non poteva più trovare comodamente posto tra i genitori, ottenne, mediante cosciente simulazione di angoscia, che la madre scambiasse di posto con lei e le cedesse quello presso il padre.
Questa situazione divenne senza dubbio il punto di partenza di fantasie di cui nel cerimoniale si coglie l'effetto ritardato.
Se il cuscino era una donna, anche lo scuotere il piumino fino a che tutte le piume fossero in basso e vi producessero un rigonfiamento aveva un senso. Significava rendere incinta la donna; ma essa non trascurava poi di far sparire questa gravidanza, poiché per anni era vissuta nel timore che i rapporti fra i genitori avessero per conseguenza un altro figlio e quindi un concorrente per lei. D'altra parte, se il cuscino era una donna (la madre), il guancialino non poteva rappresentare che la figlia.
Perché questo guanciale doveva essere posto a rombo e la sua testa venire a posarsi proprio sulla linea mediana? Fu facile rammentarle che il rombo è l'emblema, scribacchiato su tutti i muri, del genitale femminile aperto. Lei stessa assumeva quindi la parte dell'uomo, del padre, e con la sua testa sostituiva il membro virile (vedi il simbolismo della decapitazione per l'evirazione).
Guarda un po', direte voi, che volgarità passerebbero per la testa di una casta fanciulla! Lo ammetto, ma non dimenticate che queste cose io non le ho create, ma solarnente interpretate. Anche un cerimoniale del coricarsi di questo tipo è cosa ben strana, e voi non potete disconoscere la corrispondenza fra il cerimoniale e le fantasie forniteci dall'interpretazione. Per me, tuttavia, ha più importanza che voi notiate che nel cerimoniale non si è depositata una unica fantasia ma un numero considerevole di fantasie che certamente hanno da qualche parte il loro punto nodale; e che notiate inoltre come le norme del cerimoniale riproducano, ora positivamente ora negativamente, i desideri sessuali, e servano in parte a farne le veci e in parte a difendersene. Dall'analisi di questo cerimoniale si potrebbe ricavare anche di più se si riuscisse a collegarlo in modo corretto agli altri sintomi dell'ammalata. Ma la nostra strada non ci porta fin lì.
Accontentatevi dell'accenno che questa ragazza è caduta in preda a un attaccamento erotico al padre, i cui inizi risalgono agli anni dell'infanzia. Forse è anche per questo che essa si comporta in modo così ostile nei confronti della madre. Inoltre non possiamo trascurare il fatto che l'analisi di questo sintomo ci ha condotti ancora una volta alla vita sessuale dell'ammalata. Forse ce ne meraviglieremo tanto meno quanto più sovente saremo giunti a penetrare ll significato e l'intenzione dei sintomi nevrotici.
In tal modo vi ho dunque mostrato in base a due esempi che i sintomi nevrotici hanno un senso, come gli atti mancati e come i sogni, e che sono in intima relazione con le esperienze dei pazienti. Posso aspettarmi che voi prestiate fede a questo principio importantissimo sulla base di due esempi? No. Ma potete pretendere da me che vi porti ancora tanti altri esempi, finché vi dichiariate convinti? Ancora una volta no, poiché, data la minuziosità con cui tratto ogni singolo caso, sarei costretto a dedicare un corso semestrale di cinque ore settimanali alla definizione di questo singolo punto della teoria delle nevrosi. Mi accontento quindi di avervi dato un saggio delle prove in favore della mia asserzione, e per il resto vi rimando alle comunicazioni di altri autori, alle classiche interpretazioni di sintomi nel primo caso di Breuer (isteria),alle impressionanti chiarificazioni di sintomi totalmente oscuri nella cosiddetta "dementia praecox", fornite da C. G. Jung al tempo in cui questo ricercatore era soltanto uno psicoanalista e non voleva ancora essere un profeta, e a tutti i lavori che da allora hanno riempito le nostre rivlste. Tali indagini non ci fanno difetto. L'analisi, l'interpretazione, la traduzione dei sintomi nevrotici, hanno attirato a tal punto gli psicoanalisti che essi trascurarono in un primo tempo gli altri problemi della nevrosi.
Chi di voi si sottoporrà a una simile fatica, sarà certo fortemente impressionato dalla massa di materiale probativo. Ma si imbatterà anche in una difficoltà.
Il senso di un sintomo deriva, come abbiamo appreso, da una relazione con le esperienze del malato.Quantopiù individualizzata è la forma del sintomo, tanto più possiamo sperare di riuscire a stabilire questa connessione. Sarà allora nostro compito, semplicemente, di rintracciare, per un'idea senza senso e per un'azione senza scopo, quella situazione passata nella quale l'idea era giustificata e l'azione rispondeva a un fine.
L'azione ossessiva della nostra paziente che correva al tavolo e suonava alla cameriera costituisce il modello perfetto di questa specie di sintomi.
Ci sono però, e anche molto spesso, sintomi a carattere completamente diverso. Li si deve denominare sintomi "tipici" della malattia; sono pressappoco uguali in tutti i casi, in essi le differenze individuali scompaiono, o quanto meno si riducono a tal punto che diventa difficile metterli in rapporto con l'esperienza individuale dell'ammalato e riferirli a singole situazioni vissute. Rivolgendo di nuovo la nostra attenzione alla nevrosi ossessiva, ecco che il cerimoniale del coricarsi della nostra seconda paziente ha già in sé molto di tipico, benché nel contempo abbia un numero sufficiente di tratti individuali da rendere possibile un'interpretazione, per così dire, "storica".
Comunque, tutti gli individui afflitti da nevrosi ossessiva possiedono la tendenza a ripetere, a ritmare le loro operazioni e a isolarle da altre. La maggior parte di essi lava troppo. I malati che soffrono di agorafobia (topofobia, paura dello spazio) - fobia che non ascriviamo più alla nevrosi ossessiva ma che designiamo come "isteria d'angoscia"- ripetono nel loro quadro clinico, spesso con estenuante monotonia, gli stessi tratti: hanno paura degli spazi chiusi, di grandi piazze aperte, di strade e viali che si perdono in lontananza. Si ritengono protetti se un conoscente li accompagna o se una vettura li segue eccetera.
Tuttavia, su questo sfondo omogeneo, i singoli malati apportano le loro condizioni individuali, i loro umori, vorremmo dire, che in alcuni casi si contraddicono decisamente tra loro. L'uno teme soltanto le strade strette, l'altro soloquelle ampie, uno può uscire solamente quando per strada c'è poca gente, l'altro quando ce n'è molta.
Anche l'isteria, pur con tutta la sua ricchezza di tratti individuali, ha un numero notevole di sintomi comuni, tipici, che sembrano opporsi a una facile derivazione storica. Non dimentichiamo che, per la formulazione della diagnosi, noi ci orientiamo proprio su questi sintomi tipici. Tanto è vero che, se in un caso di isteria abbiamo ricondotto un sintomo tipico e un'esperienza o a una catena di esperienze simili (per esempio un vomito isterico a un susseguirsi di impressioni di disgusto), non sapremo che pensare quando, in un altro caso di vomito, l'analisi ci rivela una serie di presunte impressioni determinanti che sono di natura completamente diversa. Ci parrà allora che gli isterici producano il vomito per ragioni sconosciute, e che i motivi occasionali, storici, forniti dall'analisi, siano soltanto, quando per caso si presentano, pretesti utilizzati da questa necessità interna.
Eccoci pervenuti alla rattristante scoperta che siamo sì in grado di spiegare in modo soddisfacente il senso dei sintomi nevrotici individuali mettendoli in relazione con le esperienze dei pazienti, ma che nel caso dei molto più frequenti sintomi tipici la nostra arte ci abbandona. A ciò si aggiunga che non vi ho ancora rese note tutte le difficoltà che emergono quando si tratta di effettuare in modo coerente l'interpretazione storica dei sintomi. Né voglio farlo, poiché è vero che non ho l'intenzione di mascherarvi né di nascondervi nulla, ma neppure posso creare in voi disorientamento e confusione proprio all'inizio dei nostri studi comuni. E' vero che abbiamo fatto soltanto il primo passo verso la comprensione del significato dei sintomi, ma vogliamo tenerci saldi a quanto abbiamo acquisito e spingerci passo passo alla conquista di ciò che ancora non abbiamo compreso. Cercherò perciò di consolarvi con la considerazione che in sostanza una differenza fondamentale tra l'una e l'altra specie di sintomi non è ipotizzabile. Se i sintomi individuali dipendono in forma così inconfondibile dall'esperienza del malato, resta possibile che i sintomi tipici risalgano a un'esperienza che è tipica in sé, comune a tutti gli uomini. Altri tratti regolarmente ricorrenti nella nevrosi, come le ripetizioni o i dubbi nella nevrosi ossessiva, possono essere reazioni generali, imposte agli ammalati dalla natura del mutamento patologico. In breve, non abbiamo alcun motivo di scoraggiarci prematuramente; vedremo che cosa ci riserverà il futuro.
Anche nella teoria del sogno ci troviamo di fronte a una difficoltà del tutto simile. Non ho potuto trattarla nelle nostre precedenti discussioni sul sogno. Il contenuto manifesto dei sogni presenta naturalmente un'estrema varietà e diversità individuale, e noi abbiamo mostrato estesamente che cosa si ricava da questo contenuto per mezzo dell'analisi. Ma, accanto a questi, ci sono sogni che vengono anch'essi chiamati "tipici", sogni che ricorrono in tutti gli uomini allo stesso modo, sogni dal contenuto uniforme, i quali oppongono le medesime difficoltà all'interpretazione. Si tratta dei sogni di cadere, volare, fluttuare, nuotare, essere impediti, essere nudi e certi altri sogni angosciosi, che nelle singole persone danno luogo ora a questa, ora a quella interpretazione, senza che la loro monotonia e il loro tipico ricorrere vi trovino una spiegazione. Anche in questi sogni osserviamo, tuttavia, che lo sfondo comune viene ravvivato da aggiunte che variano da individuo a individuo, ed è probabile che riusciremo a inserirli senza sforzo, e anzi estendendo le nostre conoscenze, nella visione della vita onirica che abbiamo ricavato dagli altri sogni.
NOTE:
Lezione 18 - LA FISSAZIONE AL TRAUMA; L'INCONSCIO
Signore e Signori, la volta scorsa dissi che avremmo proseguito il nostro lavoro tenendo presenti non i nostri dubbi ma le nostre scoperte. Ci restano ancora da discutere due fra le più interessanti conseguenze delle due analisi che abbiamo preso come esempio.
Esaminiamo la prima di queste conseguenze. Entrambe le pazienti ci danno l'impressione di essere "fissate" a un determinato periodo del loro passato, di non sapersene liberare, di essere perciò estraniate dal presente e dal futuro. Esse sono rinchiuse nella loro malattia come in epoche precedenti si usava ritirarsi in un chiostro per portarvi a compimento un difficile destino. Nel caso della nostra prima paziente è stata l'unione con il marito, cui in realtà ha rinunciato, a esserle fatale. Attraverso i suoi sintomi essa continua il processo a suo marito; abbiamo imparato il significato delle voci che perorano la causa di lui, lo scusano, lo innalzano, lamentano la sua perdita. Benché essa sia giovane e desiderabile per altri uomini, ha preso tutte le precauzioni reali e immaginarie (magiche) per restargli fedele. Non si mostra a occhi estranei, trascura il proprio aspetto, ha inoltre difficoltà ad alzarsi dalla poltrona in cui è seduta, rifiuta di firmare col proprio nome, non può fare un regalo a nessuno, con la scusa che nessuno deve avere qualcosa da lei.
Nel caso della nostra seconda paziente, la giovinetta, il medesimo effetto per la sua vita è esercitato da un attaccamento erotico al padre instauratosi negli anni precedenti la pubertà. Essa ha anche tratto per sé la conclusione che non può sposarsi finché è così ammalata. E' lecito supporre che si sia ammalata così per non doversi sposare e per rimanere accanto al padre.
Non possiamo respingere la questione del perché, per quale via e in forza di quali motivi si giunga a un atteggiamento così sorprendente e svantaggioso nei confronti dell'esistenza, nell'ipotesi che questo modo di atteggiarsi sia un carattere generale delle nevrosi e non una peculiarità di queste due malate.
In effetti, esso è un tratto generale, molto importante dal punto di vista pratico, di ogni nevrosi. La prima paziente isterica di Breuer era fissata in modo analogo all'epoca in cui aveva assistito il proprio padre gravemente ammalato: da allora, nonostante si sia ristabilita, sotto un certo aspetto ha chiuso con la vita; è rimasta sana ed efficiente, ma ha evitato il normale destino della donna. L'analisi ci permette di scoprire che ognuno dei nostri pazienti si è riportato indietro, nei sintomi della malattia e attraverso le conseguenze che da essi derivano, a un determinato periodo del suo passato. Nella maggioranza dei casi il paziente ha scelto a questo scopo addirittura una fase molto remota della sua vita, un periodo della sua infanzia e perfino, per quanto ciò possa suonare ridicolo, della sua esistenza come lattante.
L'analogia più vicina a questo comportamento dei nostri nervosi è offerta dalle malattie che proprio ora la guerra fa insorgere con particolare frequenza, le cosiddette nevrosi traumatiche. Casi simili si presentavano naturalmente anche prima della guerra, in seguito a scontri ferroviari e ad altri spaventosi rischi mortali.
Ma le nevrosi traumatiche non sono sostanzialmente la stessa cosa delle nevrosi spontanee che siamo soliti indagare e curare analiticamente; finora non siamo nemmeno riusciti a ricondurle nel nostro quadro teorico e io spero di potervi spiegare un giorno da che cosa dipenda questa limitazione. In un punto però possiamo rilevare una completa concordanza. Le nevrosi traumatiche offrono chiari indizi che alla loro base c'è una fissazione al momento dell'incidente traumatico. Nei loro sogni questi ammalati ripetono regolarmente la situazione traumatica; dove compaiono attacchi di tipo isterico, che permettono un'analisi, si viene a scoprire che l'attacco corrisponde a una trasposizione completa nella situazione anzidetta. E' come se questi ammalati non fossero venuti a capo della situazione traumatica, come se questa stesse dinanzi a loro quale compito attuale non sormontato; e noi prendiamo molto sul serio questa concezione: essa ci indica la via verso una considerazione, diciamo così, economica dei processi psichici. Anzi l'espressione "traumatico" non ha altro senso se non questo, economico. Con essa noi designiamo un'esperienza che nei limiti di un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un incremento di stimoli talmente forte che la sua liquidazione o elaborazione nel modo usuale non riesce, donde è giocoforza che ne discendano disturbi permanenti nell'economia energetica della psiche.
Questa analogia ci induce nella tentazione di designare come traumatiche anche quelle esperienze alle quali i nostri nervosi sembrano fissati. Ci sarebbe in tal modo prospettata una semplice condizione determinante per l'insorgere della malattia nevrotica.
La nevrosi sarebbe da equipararsi a una malattia traumatica e insorgerebbe per l'incapacità di risolvere un'esperienza che ha una tonalità affettiva eccessiva. Tale era in realtà anche la prima formula con la quale Breuer e io, nel 1893-95, demmo il resoconto teorico delle nostre nuove osservazioni. Un caso come quello della nostra prima paziente, la giovane donna separata dal marito, rientra molto bene in questa concezione. Essa non ha superato l'inattuabilità del suo matrimonio ed è rimasta attaccata a questo trauma. Ma già il nostro secondo caso, quello della fanciulla vittima di una fissazione verso il padre, ci mostra che la formula non è sufficientemente ampia. Da una parte, un tale innamoramento della bambina per il padre è qualcosa di così comune e così frequentemente superato che la designazione "traumatico", se venisse qui applicata, perderebbe ogni consistenza; d'altra parte, la storia dell'ammalata ci insegna che questa prima fissazione erotica fu superata apparentemente senza conseguenze e solo parecchi anni più tardi fece di nuovo apparizione nei sintomi della nevrosi ossessiva. Qui dunque s'intravedono complicazioni, una più ricca gamma di condizioni che determinano l'insorgere della malattia; ma presentiamo anche che non si deve abbandonare come erroneo il punto di vista traumatico, che potrà inserirsi e subordinarsi in qualche altro contesto.
Qui interrompiamo di nuovo il cammino che abbiamo intrapreso. Per il momento esso non conduce più avanti, e noi abbiamo ogni sorta di altre cose da apprendere prima di ritrovarne il giusto proseguimento. Aggiungiamo solo, riguardo al tema della fissazione a una determinata fase del passato, che una simile evenienza si estende molto al di là della nevrosi. Ogni nevrosi contiene una fissazione di questo genere, ma non ogni fissazione conduce alla nevrosi, coincide con la nevrosi o si instaura tramite la nevrosi.
Un tipico modello di fissazione affettiva a qualcosa di passato è il lutto, che implica in verità il più completo distacco dal presente e dal futuro. Il lutto si differenzia però nettamente dalla nevrosi anche per il profano. Ci sono, per contro, nevrosi che possono essere definite come una forma patologica di lutto.
Accade anche che, a causa di un evento traumatico che scuote quelli che erano stati fino ad allora i fondamenti della sua esistenza, un individuo subisca una tale scossa da perdere ogni interesse per il presente e il futuro e da rimanere assorbito psichicamente dal passato in maniera durevole; non per questo però lo sventurato è destinato a diventare nevrotico. Non sopravvaluteremo quindi questo tratto nel caratterizzare la nevrosi, per quanto regolarmente presente e per quanto importante possa essere di solito.
Veniamo ora al secondo risultato delle nostre analisi, che non richiederà alcuna riserva successiva. Abbiamo riferito, a proposito della nostra prima paziente, come essa eseguisse una insensata azione ossessiva e raccontasse, in riferimento a essa, un ricordo intimo della sua vita passata; in seguito abbiamo anche esaminato questo collegamento tra azione e ricordo e indovinato di qui l'intenzione dell'azione ossessiva. Abbiamo però completamente tralasciato un fattore che merita tutta la nostra attenzione. Per quanto continuasse a ripetere l'azione ossessiva, la paziente non sapeva affatto che così facendo si riallacciava all'esperienza da lei vissuta. La connessione tra le due le rimaneva nascosta, e doveva rispondere, conformemente al vero, di non conoscere l'impulso che la spingeva a comportarsi così. Poi, sotto l'influsso della cura, accadde improvvisamente che essa scoprì quel nesso e poté comunicarlo. Continuava tuttavia a non sapere nulla dell'intenzione alla quale ubbidiva eseguendo l'azione ossessiva, l'intenzione cioè di correggere un brano penoso del suo passato e di mettere su un piano più alto l'uomo da lei amato.
Occorse un bel po' di tempo e costò molta fatica farle comprendere e indurla a convenire con me che solo un motivo del genere poteva essere stato la forza propulsiva della sua azione ossessiva.
La connessione con la scena avvenuta dopo la disgraziata notte nuziale, e il tenero motivo dell'ammalata, danno insieme ciò che abbiamo chiamato il "senso" dell'azione ossessiva. Ma mentre eseguiva l'azione ossessiva questo senso le era rimasto ignoto in entrambe le direzioni: sia "da che cosa" che "per che cosa". In lei avevano quindi agito certi processi psichici, di cui l'azione ossessiva era appunto l'effetto; essa aveva percepito l'effetto secondo la disposizione psichica normale, ma nessuna cognizione delle premesse psichiche di questo effetto era giunta alla sua coscienza. Essa si era comportata in tutto e per tutto come quell'individuo cui Bernheim durante l'ipnosi impartì l'ordine di aprire un ombrello cinque minuti dopo il risveglio, nella sala dell'ospedale: destatosi, costui eseguì l'istruzione, ma non seppe addurre alcun motivo per quanto aveva fatto. E' una situazione di questo genere che noi abbiamo presente quando parliamo di processi psichici inconsci. Possiamo sfidare chiunque a rendere conto di questo stato di cose in un modo scientificamente più corretto, e se qualcuno ci riuscirà, rinunceremo volentieri all'ipotesi che esistano processi psichici inconsci. Fino a quel momento ci atterremo però a questa ipotesi e, se qualcuno vuole obiettarci che quell'inconscio non è niente di reale dal punto di vista scientifico, che è un espediente, "une façon de parler", dobbiamo respingere questa obiezione con una rassegnata alzata di spalle, come davanti a qualcosa di incomprensibile. Come se potesse non essere reale una cosa da cui hanno origine effetti tanto tangibilmente reali come un'azione ossessiva!
La stessa cosa, in fondo, riscontriamo nella nostra seconda paziente. Essa si è creata una regola, che il cuscino non debba toccare la testata del letto, e deve seguire questa regola, ma non sa da dove essa provenga, che cosa significhi e a quali motivi debba il suo potere. Il fatto che lei stessa la consideri una cosa irrilevante ovvero si impunti, si infuri contro di essa, si proponga di trasgredirla, non fa differenza ai fini dell'esecuzione. Essa deve venir osservata e invano lei si chiede perché. Si deve pur riconoscere che questi sintomi della nevrosi ossessiva, queste rappresentazioni e impulsi che emergono non si sa da dove, che si mostrano talmente refrattari a ogni influsso della psiche, pur normalissima per altri aspetti, da dare agli ammalati stessi l'impressione di essere ospiti strapotenti venuti da un mondo estraneo, esseri immortali che si sono mescolati alla folla dei mortali, si deve pur riconoscere, dicevo, che questi sintomi contengono il più chiaro accenno a una particolare sfera della vita psichica, separata dal resto. Da questi sintomi una strada, che non si può non imboccare, porta alla convinzione che nella psiche esista l'inconscio ed è proprio per questo che la psichiatria clinica, la quale conosce soltanto una psicologia della coscienza, non sa che altro fare dei sintomi, se non spacciarli per indizi di un particolare tipo di degenerazione.
Naturalmente le idee ossessive e gli impulsi ossessivi sono in sé stessi tanto poco inconsci, quanto poco l'esecuzione delle azioni ossessive sfugge alla percezione conscia. Non sarebbero diventati sintomi, se non si fossero spinti fino alla coscienza. Tuttavia le loro premesse psichiche, che deduciamo mediante l'analisi, le connessioni in cui li inseriamo mediante l'interpretazione, sono inconsce, almeno fintantoché non le abbiamo rese coscienti all'ammalato attraverso il lavoro dell'analisi.
Aggiungete, ora, che questo stato di cose costatato nei nostri due casi trova conferma in tutti i sintomi di tutte le malattie nevrotiche, che il senso dei sintomi è sempre e ovunque sconosciuto all'ammalato, che l'analisi mostra regolarmente come questi sintomi siano le propaggini di processi inconsci, i quali però, poste svariate condizioni favorevoli, possono essere resi consci; capirete così che noi in psicoanalisi non possiamo fare a meno dello psichismo inconscio e siamo avvezzi a operare con esso come con qualcosa di sensorialmente tangibile. Ma forse comprenderete anche quanto poco capaci di formarsi un giudizio su questa questione siano tutti gli altri, tutti coloro che conoscono l'inconscio soltanto come un concetto, che non hanno mai analizzato, mai interpretato sogni o ricavato dai sintomi nevrotici un senso e un'intenzione. Per dirlo ancora una volta in vista dei nostri scopi: la possibilità di dare un senso ai sintomi nevrotici mediante l'interpretazione analitica è una prova irrefutabile dell'esistenza - o, se preferite, della necessità dell'ipotesi - dei processi psichici inconsci.
Questo però non è tutto. Grazie a una seconda scoperta di Breuer, che mi sembra persino più ricca di significato dell'altra e che egli non condivide con nessuno, apprendiamo ancora di più sulla relazione tra l'inconscio e i sintomi nevrotici. Non solo, di norma, il senso dei sintomi è inconscio; esiste anche un rapporto di intercambiabilità fra questa inconsapevolezza e la possibilità di esistenza dei sintomi stessi. Capirete subito che cosa voglio dire. Affermo, con Breuer, che ogniqualvolta ci imbattiamo in un sintomo possiamo inferire che nell'ammalato esistono determinati processi inconsci, i quali contengono appunto il senso del sintomo. Ma è anche necessario che questo senso sia inconscio, affinché il sintomo si instauri. Processi consci non danno luogo a sintomi; non appena i processi inconsci in gioco sono divenuti consci, il sintomo scompare. Ravvisate qui tutt'a un tratto una via di accesso alla terapia, un modo per fare scomparire i sintomi. In questo modo Breuer guarì effettivamente la sua paziente isterica, ossia la liberò dai suoi sintomi; egli trovò una tecnica per farle affiorare alla coscienza i processi inconsci che contenevano il senso del sintomo, e i sintomi scomparvero.
Questa scoperta di Breuer non fu il risultato di una speculazione bensì di una fortunata osservazione, resa possibile dalla cooperazione dell'ammalata. Non sforzatevi adesso inutilmente di comprenderla riconducendola a qualcos'altro che già vi è noto, ma ravvisate piuttosto in essa un nuovo dato di fatto fondamentale, con l'aiuto del quale molte altre cose diventeranno intelligibili.
Permettetemi perciò di ripetervi la stessa cosa in altra forma.
La formazione del sintomo è un sostituto di qualcos'altro che non ha avuto luogo. Certi processi psichici avrebbero normalmente dovuto svilupparsi fino al punto che la coscienza ne avesse cognizione. Ciò non è accaduto e dai processi interrotti, in qualche modo perturbati, che hanno dovuto rimanere inconsci, è scaturito il sintomo. E' dunque avvenuto qualcosa di analogo a uno scambio; se si riesce a farlo recedere, la terapia dei sintomi nevrotici ha ottenuto il suo scopo.
La scoperta di Breuer è ancor oggi la base della terapia psicoanalitica. La tesi che i sintomi scompaiono quando si sono rese coscienti le loro determinanti inconsce è stata confermata da tutte le ulteriori ricerche benché quando si intraprende il tentativo di applicare questa teoria nella pratica si incontrino le più sorprendenti e inattese complicazioni. La nostra terapia opera trasformando in conscio ciò che è inconscio, e sortisce qualche effetto solo nella misura in cui è in condizioni di effettuare questa trasformazione.
Debbo ora fare rapidamente una piccola digressione, affinché non corriate il pericolo di immaginarvi questo lavoro terapeutico come qualcosa di troppo facile. Secondo quanto abbiamo sinora esposto, la nevrosi sarebbe la conseguenza di una specie di ignoranza, del non conoscere processi psichici di cui si dovrebbe avere nozione.
Ciò costituirebbe un forte avvicinamento alle note dottrine socratiche secondo le quali persino i vizi si basano sull'ignoranza. Ebbene, al medico esperto nell'analisi sarà di solito molto facile indovinare quali impulsi psichici sono rimasti inconsci al singolo paziente. Non dovrebbe quindi nemmeno riuscirgli difficile guarire l'ammalato perché, comunicandogli quel che sa, lo libera dalla sua ignoranza. In tal modo si eliminerebbe perlomeno una parte del senso inconscio dei sintomi; dell'altra parte, del nesso dei sintomi con le esperienze dell'ammalato, il medico, per la verità, non può indovinare molto:
poiché non conosce queste esperienze, deve aspettare che l'ammalato le rammenti e gliele racconti. Anche per questo tuttavia si può trovare, in alcuni casi, un surrogato. Ci si può informare presso i congiunti dell'ammalato delle esperienze vissute da quest'ultimo, e costoro saranno spesso in grado di riconoscere tra di esse quelle che hanno avuto un effetto traumatizzante e forse di riferire perfino episodi di cui l'ammalato non sa nulla, perché hanno avuto luogo nei primissimi anni della sua vita. Combinando questi due procedimenti, si avrebbe dunque la prospettiva di porre rimedio in breve tempo e con poca fatica all'ignoranza patogena dell'ammalato.
Magari le cose stessero così! Su questo punto abbiamo fatto esperienze alle quali all'inizio non eravamo preparati. Tra sapere e sapere passa differenza; ci sono tipi diversi di sapere, che non sono affatto psicologicamente equivalenti: "Il y a fagots et fagots" [Ci sono fascine e fascine], come dice Molière. Il sapere del medico non è lo stesso di quello dell'ammalato e non può avere gli stessi effetti. Se il medico trasmette il suo sapere all'ammalato come semplice comunicazione, ciò non ha alcun risultato. Ma no, sarebbe inesatto dire così; pur non eliminando i sintomi, ottiene il risultato di mettere in moto l'analisi, di cui spesso le manifestazioni di opposizione sono i primi segni.
L'ammalato sa quindi qualcosa che fino a quel momento non sapeva, il senso del suo sintomo; eppure non lo conosce più di prima.
Apprendiamo così che non si tratta solo di una specie di ignoranza. Occorrerà un certo approfondimento delle nostre conoscenze psicologiche, per mostrarci in che consistano le differenze. Ma la nostra tesi, che i sintomi svaniscono con la conoscenza del loro significato, rimane comunque esatta. Bisogna solo aggiungere che la conoscenza deve basarsi su un cambiamento interiore dell'ammalato, quale può essere provocato soltanto da un lavorio psichico avente un fine determinato. Ci troviamo qui di fronte a problemi che presto confluiranno a costituire una dinamica della formazione del sintomo.
Signori, ora devo farvi una domanda: ciò che vi dico, non vi riesce troppo oscuro e complicato? non vi confondo ricapitolando e rettificando così spesso le mie affermazioni, avviando ragionamenti e lasciandoli poi cadere? Se fosse così, dovrebbe dispiacermi. Ma io ho una forte avversione per le semplificazioni fatte a spese dell'aderenza alla verità, non mi rincresce affatto che riceviate una piena impressione della multilateralità e della complessità dell'argomento, e penso anche che non ci sia nulla di male se su ogni punto vi dico più di quanto possiate al momento mettere a profitto. So che ogni ascoltatore e lettore mentalmente riassesta, abbrevia, semplifica ciò che gli viene presentato e ne estrae quello che vuol ritenere. Fino a un certo punto è senz'altro vero che quanto più è abbondante ciò che si ha a disposizione, tanto più è quel che rimane. Lasciatemi sperare che, nonostante tutti gli elementi accessori, abbiate afferrato chiaramente l'essenziale di quanto vi ho esposto riguardo al senso dei sintomi, all'inconscio e alla loro relazione. Senza dubbio avete anche capito che nel nostro sforzo ulteriore seguiremo due direzioni: in primo luogo per apprendere come gli uomini si ammalino, come possano giungere all'atteggiamento nevrotico verso la vita - il che è un problema clinico - e, in secondo luogo, per sapere come dalle condizioni determinanti la nevrosi si sviluppino i sintomi patologici, il che rimane un problema di dinamica psichica. Per questi due problemi dovrà ben esserci da qualche parte un punto di convergenza.
Non voglio oggi procedere oltre; tuttavia, poiché il nostro tempo non è ancora scaduto, intendo richiamare la vostra attenzione su un altro carattere delle nostre due analisi, il cui pieno apprezzamento, ancora una volta, potrà aver luogo solo più tardi:
sulle lacune mnestiche o amnesie. Avete visto che il compito del trattamento psicoanalitico può essere espresso nella formula:
rendere cosciente tutto ciò che è inconscio in modo patogeno.
Forse vi stupirà ora apprendere che questa formula si può anche sostituire con l'altra: riempire tutte le lacune mnestiche dell'ammalato, abolire le sue amnesie. Una cosa equivale all'altra. Alle amnesie del nevrotico viene quindi attribuito un nesso importante con l'insorgere dei suoi sintomi. Tuttavia, se prendete in considerazione il caso della nostra prima analisi, non troverete giustificata questa valutazione dell'amnesia. L'ammalata non ha dimenticato la scena dalla quale prende le mosse la sua azione ossessiva, al contrario, ne ha conservato un vivido ricordo e neanche, nell'insorgere di questo sintomo, è entrato in gioco qualcos'altro che è stato dimenticato. Meno chiara, eppure in complesso analoga, è la situazione nel caso della nostra seconda paziente, la fanciulla col cerimoniale ossessivo. Anche lei, a ben vedere non ha dimenticato il suo comportamento dei primi anni, il fatto che insisteva perché la porta tra la camera da letto dei genitori e la propria rimanesse aperta, e che cacciava la madre dal suo posto nel letto matrimoniale; se ne ricorda molto distintamente, seppure esitando e controvoglia. La sola cosa che salta agli occhi è che la prima paziente, pur nell'eseguire innumerevoli volte la sua azione ossessiva, non una sola volta si è accorta della somiglianza di questa con l'esperienza vissuta dopo la prima notte nuziale, e che questo ricordo non si è presentato nemmeno allorché fu invitata con domande dirette a cercare i motivi dell'azione ossessiva. Lo stesso vale per la ragazza, nel cui caso, per di più, il cerimoniale e i suoi spunti si riferiscono a una situazione che si ripete, identica, tutte le sere. In entrambi i casi non esiste alcuna amnesia vera e propria, alcuna perdita di memoria, ma è interrotto un nesso che dovrebbe provocare la riproduzione, il riaffiorare del ricordo.
Una simile perturbazione della memoria è sufficiente per la nevrosi ossessiva; per l'isteria è diverso. Quest'ultima nevrosi è caratterizzata perlopiù da amnesie davvero straordinarie. Di solito, nell'analizzare ogni singolo sintomo isterico, si viene condotti a un'intera catena di impressioni vissute che, al loro ricomparire, vengono espressamente designate come fino ad allora dimenticate. Questa catena risale, da una parte, fino ai primissimi anni di vita, così che l'amnesia isterica può essere riconosciuta come una diretta continuazione dell'amnesia infantile, la quale nasconde alle persone normali gli inizi della loro vita psichica. Dall'altra parte, apprendiamo con stupore che anche le più recenti esperienze dei malati possono essere soggette a dimenticanza; in particolare sono state corrose, se non del tutto divorate dall'amnesia, le occasioni in cui la malattia è scoppiata o si è intensificata. Dal quadro complessivo di un ricordo recente di questo genere, importanti particolari sono invariabilmente spariti o sono stati sostituiti da falsificazioni della memoria. Anzi, si verifica con quasi uguale regolarità che determinati ricordi relativi a episodi recenti, ricordi che sono stati così a lungo trattenuti e hanno provocato lacune considerevoli nella connessione dei fatti, affiorino soltanto poco prima della conclusione di un'analisi.
Tali menomazioni della facoltà mnemonica sono, come si è detto, caratteristiche dell'isteria, nella quale si presentano come sintomi anche stati (gli attacchi isterici) che non necessariamente lasciano traccia nel ricordo. Se nella nevrosi ossessiva le cose stanno diversamente, allora potete concludere che ciò che è in gioco nelle amnesie isteriche è una caratteristica psicologica dell'alterazione che ha luogo nell'isteria, e non una caratteristica universale delle nevrosi in genere. L'importanza di questa differenza troverà un limite nella seguente considerazione. Come "senso" di un sintomo abbiamo inteso contemporaneamente due cose: il suo "da che cosa", e il suo "verso che cosa" o "per che cosa", ossia le impressioni e gli episodi da cui trae origine, e gli intenti cui serve. I1 "da che cosa" del sintomo si risolve quindi in impressioni che sono venute dall'esterno, le quali una volta furono necessariamente coscienti e da allora possono essere diventate inconsce per dimenticanza. Il "per che cosa" del sintomo, la sua tendenza, è invece ogni volta un processo endopsichico, che può anche all'inizio essere divenuto cosciente, ma che può, con altrettanta probabilità, non essere mai stato cosciente ed essere rimasto nell'inconscio da sempre. Non è molto importante se l'amnesia ha colpito anche il "da che cosa", le esperienze sulle quali si fonda il sintomo, come avviene nell'isteria; è il "verso che cosa", la tendenza del sintomo, la quale può essere stata inconscia fin dall'inizio, che ne prova la dipendenza dall'inconscio, e non meno saldamente nella nevrosi ossessiva che nell'isteria.
Con questo risalto dato all'inconscio nella vita psichica abbiamo però risvegliato gli spiriti più maligni della critica contro la psicoanalisi. Non meravigliatevene, né crediate che la resistenza contro di noi derivi solo dalla comprensibile difficoltà dell'inconscio o dalla relativa inaccessibilità delle esperienze che ne provano l'esistenza. A mio parere la sua origine è più profonda. Nel corso dei tempi l'umanità ha dovuto sopportare due grandi mortificazioni che la scienza ha recato al suo ingenuo amore di sé. La prima, quando apprese che la nostra terra non è il centro dell'universo, bensì una minuscola particella di un sistema cosmico che, quanto a grandezza, è difficilmente immaginabile.
Questa scoperta è associata per noi al nome di Copernico, benché già la scienza alessandrina avesse proclamato qualcosa di simile.
La seconda mortificazione si è verificata poi, quando la ricerca biologica annientò la pretesa posizione di privilegio dell'uomo nella creazione, gli dimostrò la sua provenienza dal regno animale e l'inestirpabilità della sua natura animale. Questo sovvertimento di valori è stato compiuto ai nostri giorni sotto l'influsso di Charles Darwin, di Wallace e dei loro precursori, non senza la più violenta opposizione dei loro contemporanei. Ma la terza e più scottante mortificazione, la megalomania dell'uomo è destinata a subirla da parte dell'odierna indagine psicologica, la quale ha l'intenzione di dimostrare all'Io che non solo egli non è padrone in casa propria, ma deve fare assegnamento su scarse notizie riguardo a quello che avviene inconsciamente nella sua psiche.
Anche questo richiamo a guardarsi dentro non siamo stati noi psicoanalisti né i primi né i soli a proporlo, ma sembra che tocchi a noi sostenerlo nel modo più energico e corroborarlo con un materiale empirico che tocca da vicino tutti quanti gli uomini.
Di qui la generale ribellione contro la nostra scienza, l'inosservanza di ogni norma di urbanità accademica e lo svincolarsi degli oppositori da tutti i freni della logica imparziale. A ciò si aggiunga ancora che ci è toccato turbare la pace di questo mondo anche in altro modo, come presto udrete.
Lezione 19 - RESISTENZA E RIMOZIONE
Signore e Signori, per progredire nella comprensione delle nevrosi abbiamo bisogno di nuove osservazioni tratte dall'esperienza; ce ne sono due, entrambe molto singolari e che a suo tempo sembrarono assai sorprendenti. Ad ambedue, per la verità, siete preparati dalle nostre discussioni dell'anno scorso.
In primo luogo: quando ci accingiamo a far guarire un ammalato, a liberarlo dai suoi sintomi morbosi, egli ci oppone una resistenza violenta, tenace e persistente per tutta la durata del trattamento. E' questo un fatto talmente strano che non dobbiamo aspettarci che sia facilmente creduto. E' meglio non dire nulla di questo ai congiunti dell'ammalato, poiché costoro penseranno sempre e comunque che si tratti di una scusa da parte nostra per giustificare la durata o l'insuccesso della cura. Anche l'ammalato produce tutti i fenomeni di questa resistenza senza riconoscerla come tale, ed è già un buon risultato se riusciamo a indurlo ad adottare la nostra concezione e a tenerne conto. Pensate un po':
l'ammalato, che soffre tanto per i suoi sintomi, facendo soffrire nel contempo le persone che gli sono vicine, che è disposto a sostenere tanti sacrifici di tempo, denaro, fatica e autodisciplina per esserne liberato, proprio lui, l'ammalato, opporrebbe resistenza al suo soccorritore, quasi facesse l'interesse della sua malattia. Come suona inverosimile questa affermazione! Eppure è così; e se qualcuno ci fa osservare questa inverosimiglianza, non abbiamo che da rispondere che non mancano analogie in proposito, e che chiunque si sia recato dal dentista in preda a un insopportabile mal di denti sa di avergli trattenuto il braccio quando vedeva avvicinare la tenaglia al dente malato.
La resistenza dei malati è di moltissime specie, estremamente scaltra, spesso difficile da riconoscere, proteiforme nelle sue manifestazioni. Bisogna che il medico sia diffidente e stia in guardia contro di essa.
Nella terapia psicoanalitica noi applichiamo la tecnica che vi è nota dall'interpretazione dei sogni. Imponiamo all'ammalato di mettersi in uno stato di tranquilla autosservazione, di non darsi pensiero di nulla, e di riferire tutte le percezioni interiori che può avere in tal modo: sentimenti, pensieri, ricordi, nella successione in cui affiorano in lui. Nello stesso tempo lo mettiamo espressamente in guardia dal cedere a un qualsiasi motivo che possa indurlo a operare una scelta o un'esclusione tra ciò che gli passa per la mente, con la scusa che "è troppo sgradevole o indiscreto per dirlo", ovvero "è irrilevante, non c'entra, oppure non ha senso, non c'è bisogno di dirlo". Gli raccomandiamo vivamente di seguire sempre soltanto la superficie della sua coscienza, di tralasciare ogni critica, qualsiasi essa sia, contro ciò che trova, e gli confidiamo che il successo del trattamento, ma soprattutto la sua durata, dipende dalla scrupolosità con la quale egli osserverà questa regola tecnica fondamentale dell'analisi. Sappiamo già dalla tecnica dell'interpretazione dei sogni che proprio quelle associazioni contro le quali si sollevano le perplessità e le obiezioni da noi enumerate, contengono invariabilmente il materiale che conduce alla scoperta dell'inconscio.
Stabilendo questa regola tecnica fondamentale, otteniamo in primo luogo che essa diventi il bersaglio contro cui si accanisce la resistenza. L'ammalato cerca in tutti i modi di svincolarsi da quanto essa stabilisce. Ora afferma che non gli viene in mente nulla, ora che le idee che si affollano in lui sono talmente numerose che non riesce a coglierne nessuna con precisione. Poi osserviamo con fastidio e stupore che cede ora a questa ora a quella obiezione critica; si tradisce, infatti, per le lunghe pause che intercala fra i suoi discorsi. Dopo, confessa che questa cosa non può dirla, che se ne vergogna, e lascia che questo motivo prevalga sulla sua promessa. Oppure dice che gli è venuto in mente qualcosa, che riguarda però un'altra persona e non lui stesso e che pertanto va escluso dalla comunicazione. Oppure, che ciò che gli viene in mente all'istante è troppo irrilevante, troppo sciocco e insensato: non è possibile che io intendessi farlo addentrare in simili pensieri; e così prosegue in innumerevoli variazioni, contro le quali non resta che spiegare che "dire tutto" significa realmente "dire tutto".
Difficilmente si trova un malato che non faccia il tentativo di riservare per sé un qualche settore per impedirne l'accesso alla cura. Un paziente, che non potrei fare a meno di annoverare tra i più intelligenti, tacque a questo modo per settimane intere una relazione intima e, invitato a rendere conto di questa violazione della regola, che è sacra, si difese sostenendo di aver creduto che quella storia fosse una sua faccenda privata. Naturalmente la cura analitica non tollera alcun diritto di asilo di questo genere. Supponiamo che in una città come Vienna si decretasse in via d'eccezione che nessuno potesse essere arrestato in una certa piazza, come il Hohe Markt, o nella chiesa di Santo Stefano, e si volesse poi catturare un determinato malfattore: l'unico posto ove saremmo sicuri di trovarlo sarebbe quell'asilo. Una volta mi risolvetti a concedere a un personaggio, la cui efficienza sul lavoro era oggettivamente molto importante, il diritto di fare un'eccezione del genere poiché egli era sotto un giuramento d'ufficio che gli proibiva di comunicare determinate cose ad altri. Per la verità egli fu contento del risultato, ma io no e mi proposi di non ripetere un tentativo terapeutico in simili condizioni.
I malati di nevrosi ossessiva sono abilissimi nel rendere quasi inservibile la regola tecnica con l'applicarvi la loro iperscrupolosità e i loro dubbi. I malati di isteria d'angoscia riescono talvolta a portarla all'assurdo, producendo solo associazioni che sono talmente lontane da quel che si cerca da non portare alcun contributo all'analisi. Ma non intendo rendervi partecipi dei modi in cui vanno affrontate queste difficoltà tecniche. Basti dire che alla fine, con la risolutezza e la perseveranza, si riesce a far sì che la resistenza obbedisca, entro certi limiti, alla regola tecnica fondamentale; e allora essa si riversa su un altro settore.
La resistenza si presenta adesso come resistenza INTELLETTUALE, combatte argomentando, si impadronisce delle difficoltà e delle inverosimiglianze che un ingegno normale, ma non informato, trova nelle dottrine analitiche. Ci tocca ora udire da questa singola voce tutte le critiche e le obiezioni che formano il coro assordante della letteratura scientifica. E' anche per questo che nulla di ciò che ci viene gridato dall'esterno ci giunge ignoto.
E' una vera tempesta in un bicchier d'acqua. Comunque il paziente è disposto a discutere, ci sollecita continuamente a informarlo, a istruirlo, a contraddirlo, a guidarlo in letture che possano approfondire la sua cultura. E' disposto a diventare un seguace della psicoanalisi, a condizione che l'analisi lo risparmi personalmente. Tuttavia noi riconosciamo in questa brama di sapere una resistenza, una deviazione dai nostri compiti specifici, e la respingiamo. Dalla resistenza del nevrotico ossessivo dobbiamo aspettarci una tattica particolare. Egli lascia spesso che l'analisi prosegua indisturbata per la sua strada, col risultato di illuminare vieppiù gli enigmi del suo male; alla fine, però, ci meravigliamo che a questo chiarimento non corrisponda alcun progresso pratico, alcuna attenuazione dei sintomi. Giungiamo allora a scoprire che la resistenza si è ritirata sulla posizione di dubbio propria della nevrosi ossessiva, e di qui ci tiene testa con successo. L'ammalato si è detto all'incirca: "Sì, tutto questo è bello, interessante, e lo continuo anche volentieri. Se fosse vero, cambierebbe radicalmente la mia malattia. Ma io non credo che sia vero, e finché non lo credo non ha niente a che fare con la mia malattia". Le cose possono procedere a lungo così, finché alla fine ci imbattiamo in questa sua riserva mentale, e allora scoppia la battaglia decisiva.
Le resistenze intellettuali non sono le peggiori; su di esse si riesce sempre ad avere il sopravvento. Il paziente però, pur rimanendo entro l'ambito dell'analisi, sa anche creare resistenze il cui superamento è tra i compiti tecnici più difficili. Invece di ricordare, egli ripete quegli atteggiamenti e impulsi emotivi della sua vita passata che, tramite la cosiddetta ''traslazione'', possono essere impiegati per resistere al medico e alla cura. Se si tratta di un uomo, di solito egli attinge questo materiale dai rapporti col padre, al cui posto fa subentrare il medico, e in tal modo riesce a fabbricarsi delle resistenze dalla propria aspirazione all'indipendenza personale e intellettuale, dalla propria ambizione (che trovò il suo primo traguardo nell'uguagliare il padre o nel superarlo), dalla propria riluttanza ad addossarsi una seconda volta nella vita l'onere della gratitudine. Così, si riceve a tratti l'impressione che nel malato l'intenzione di mettere il medico dalla parte del torto, di fargli percepire la sua impotenza, di trionfare su di lui, abbia completamente sostituito ogni migliore intenzione di mettere fine alla malattia. Le donne sanno sfruttare magistralmente ai fini della resistenza una traslazione affettuosa, di tonalità erotica, sul medico. Se questa inclinazione raggiunge una certa intensità, si spegne ogni interesse per la situazione attuale della cura, viene meno ogni obbligo da esse assunto nell'intraprenderla, e l'immancabile gelosia e irritazione per il rifiuto inevitabile, anche se avanzato con ogni riguardo da parte del medico, sono destinate a guastare l'accordo personale con lui e a eliminare una delle più potenti forze propulsive dell'analisi.
Le resistenze di questo tipo non debbono venir condannate unilateralmente. Esse contengono tanta parte del materiale più importante del passato dell'ammalato, e lo riproducono in modo talmente convincente che diventano uno fra i migliori sostegni dell'analisi, se un'abile tecnica sa dar loro il giusto indirizzo.
Nondimeno, rimane degno di nota che questo materiale a tutta prima si pone sempre al servizio della resistenza e mostra anzitutto la sua facciata ostile al trattamento. Si può anche dire che, per opporsi ai mutamenti da noi richiesti, vengono mobilitate particolarità del carattere, atteggiamenti dell'Io. Apprendiamo qui come queste particolarità del carattere si siano configurate in rapporto alle condizioni che hanno determinato la nevrosi e in reazione alle esigenze da essa poste; e si discernono tratti di questo carattere che altrimenti non potrebbero manifestarsi, o almeno non lo potrebbero in questa misura, e che si possono definire tratti latenti. Non dovete neanche farvi l'idea che noi scorgiamo nel manifestarsi di queste resistenze un'imprevista minaccia per l'influsso esercitato dall'analisi. No, noi sappiamo che queste resistenze devono venire alla luce; siamo scontenti solo se non riusciamo a suscitarle in forma abbastanza distinta e non possiamo chiarirle all'ammalato. Anzi, comprendiamo alla fin fine che il superamento di queste resistenze è la funzione essenziale dell'analisi ed è l'unica parte del nostro lavoro che ci dà la sicurezza di essere riusciti a ottenere nel malato qualche risultato.
Aggiungete ancora che l'ammalato sfrutta tutti gli accidenti che si verificano durante il trattamento per disturbarlo, che utilizza come motivo per allentare i suoi sforzi ogni diversione esterna, ogni dichiarazione di persona autorevole a lui nota e ostile all'analisi, una malattia organica casuale o una malattia che complichi la nevrosi, perfino ogni miglioramento del suo stato, e avrete così ottenuto un quadro approssimativo, e pur sempre incompleto, delle forme e dei mezzi della resistenza nella lotta contro la quale si svolge ogni analisi. Mi sono dilungato su questo punto con tanti particolari, perché occorre dire che questa esperienza, che abbiamo fatto con la resistenza opposta dai nevrotici all'eliminazione dei loro sintomi, è diventata la base della nostra concezione dinamica delle nevrosi. Originariamente Breuer e io stesso abbiamo esercitato la psicoterapia con il mezzo dell'ipnosi; la prima paziente di Breuer era stata curata esclusivamente sotto influsso ipnotico, e in un primo tempo anch'io seguii il metodo di Breuer. Confesso che il lavoro procedeva più facilmente e piacevolmente, oltre che in tempo molto più breve; ma gli esiti erano capricciosi e instabili, perciò alla fine abbandonai l'ipnosi. E allora capii che una comprensione della dinamica di queste affezioni non era possibile finché ci si serviva dell'ipnosi. Questo stato riusciva a sottrarre alla percezione del medico proprio l'esistenza della resistenza. La respingeva indietro, sgombrando un certo campo per il lavoro analitico e ammassandola ai confini di esso, col risultato che la resistenza diventava impenetrabile, più o meno come il dubbio della nevrosi ossessiva. Perciò potei anche affermare che la psicoanalisi vera e propria ha avuto inizio con la rinuncia all'aiuto dell'ipnosi.
Proprio perché il riconoscimento della resistenza è diventato così importante, non sarà fuori luogo avanzare un cauto dubbio, se non sia cioè avventato supporre l'esistenza stessa delle resistenze.
Forse ci sono realmente casi di nevrosi ove i motivi per cui le associazioni si rifiutano di presentarsi sono altri; forse gli argomenti contro i nostri presupposti meritano davvero una valutazione di merito e abbiamo torto a mettere comodamente in disparte, tacciandola di resistenza, la critica intellettuale degli analizzati. Sissignori, ma noi non siamo giunti alla leggera a formarci questo giudizio. Abbiamo avuto occasione di osservare uno per uno questi pazienti critici, all'apparizione e dopo la scomparsa di una resistenza. Questa, infatti, nel corso di un trattamento, cambia costantemente la sua intensità; cresce sempre quando ci si accosta a un nuovo argomento, tocca il massimo al culmine della sua elaborazione e ricade quando il tema è esaurito.
Inoltre, se non siamo incorsi in particolari goffaggini tecniche, non ci troviamo mai a fronteggiare tutta quanta la resistenza che un paziente può esplicare. Abbiamo quindi raggiunto il convincimento che uno stesso individuo dimette e riassume il suo atteggiamento critico innumerevoli volte nel corso dell'analisi.
Se stiamo per rendergli cosciente un nuovo e per lui particolarmente penoso frammento del materiale inconscio, egli è estremamente critico; se prima aveva capito e accettato molte cose, ora queste acquisizioni sono come cancellate; nella sua smania di opposizione a ogni costo, egli può offrire il ritratto perfetto di un deficiente affettivo. Non appena siamo riusciti a fargli superare questa nuova resistenza, egli riacquista la sua perspicacia e la sua comprensione. La sua critica non è dunque una funzione indipendente e come tale meritevole di rispetto: essa è al servizio dei suoi atteggiamenti affettivi e viene diretta dalla sua resistenza. Se qualcosa non gli va genio, egli può opporvisi con molto acume e apparire assai critico; se invece qualcosa rientra nelle sue preferenze, può mostrarsi un credulone. Forse noi tutti non siamo molto diversi; l'analizzato mostra così chiaramente questa dipendenza dell'intelletto dalla vita affettiva solo perché nell'analisi noi lo mettiamo tanto alle strette.
Concludendo, qual è la nostra risposta all'osservazione che l'ammalato lotta così energicamente contro l'eliminazione dei suoi sintomi e contro il ristabilimento di un normale decorso dei suoi processi psichici? Noi diciamo che in quel punto ci è capitato di avvertire potenti forze che si oppongono a un mutamento della sua condizione: devono essere quelle stesse forze che a suo tempo hanno provocato questa condizione. Nella formazione dei sintomi deve essere avvenuto qualcosa, che noi ora possiamo ricostruire in base a quanto abbiamo sperimentato nella risoluzione dei sintomi stessi. Sappiamo già dall'osservazione di Breuer che l'esistenza del sintomo presuppone che un qualche processo psichico non sia stato portato a termine in modo normale e tale da consentirgli di diventare cosciente. Il sintomo è un sostituto di ciò che in quel punto non ha avuto luogo. Sappiamo ora in quale punto dobbiamo localizzare l'azione della forza a cui abbiamo accennato. Deve essersi trattato di una violenta opposizione a che il processo psichico messo in questione penetrasse fino alla coscienza, per questo esso rimase inconscio. Come tale, ebbe il potere di formare un sintomo. La stessa opposizione si solleva di nuovo durante la cura analitica, contro lo sforzo di rendere cosciente ciò che è inconscio. E' quel che avvertiamo come resistenza. Al processo patogeno che ci viene dimostrato dalla resistenza abbiamo dato il nome di RIMOZIONE.
Di questo processo di rimozione dobbiamo ora farci un'idea più precisa. Esso è la condizione preliminare per la formazione del sintomo, ma è anche qualcosa per cui non abbiamo paragoni.
Prendiamo come termine di riferimento un impulso, un processo psichico tendente a convertirsi in azione. Come sappiamo, possiamo respingerlo mediante ciò che chiamiamo riprovazione o condanna: in quel momento gli viene sottratta l'energia della quale dispone, diviene impotente, ma può continuare a sussistere come ricordo:
l'intero processo attraverso il quale si prende una decisione nei suoi riguardi si svolge con la consapevolezza dell'Io. Accadrebbe tutt'altro nel caso che lo stesso impulso venisse sottoposto [anziché a condanna] a rimozione: manterrebbe la sua energia e non ne rimarrebbe alcun ricordo; inoltre il processo di rimozione si effettuerebbe all'insaputa dell'Io. Col paragone suddetto non ci avviciniamo peraltro all'essenza della rimozione.
Le sole rappresentazioni teoriche che si sono mostrate utili a fissare in una forma più precisa il concetto di rimozione sono le seguenti. Anzitutto è necessario procedere dal senso puramente descrittivo della parola "inconscio" al senso sistematico di questa stessa parola, ossia va detto che il fatto che un processo psichico sia conscio o inconscio è soltanto uno dei suoi attributi e non necessariamente un attributo privo di ambiguità. Se un processo psichico è rimasto inconscio, questa esclusione dalla coscienza è forse solo un indizio del destino che ha subìto, e non il destino stesso. Per raffigurarci concretamente questa eventualità supponiamo che ogni processo psichico - si deve ammettere qui un'eccezione, che menzioneremo più tardi - esista dapprima in uno stadio o fase inconscia e che solo da questa passi alla fase conscia, pressappoco come un'immagine fotografica dapprima è una negativa e poi diventa una vera figura attraverso la riproduzione positiva. Non ogni negativa, tuttavia, deve necessariamente diventare una positiva; allo stesso modo non è necessario che ogni processo psichico inconscio si trasformi in un processo cosciente. Ci esprimeremo meglio dicendo che il singolo processo appartiene dapprima al sistema psichico dell'inconscio e poi, se si verificano certe condizioni, può passare nel sistema di ciò che è cosciente.
La rappresentazione più rozza di questi sistemi - e cioè la rappresentazione spaziale - è per noi la più comoda. Paragoniamo quindi il sistema dell'inconscio a una grande anticamera, in cui gli impulsi psichici giostrano come singole entità. Comunica con questa anticamera una seconda stanza più stretta, una specie di salotto, in cui risiede anche la coscienza. Ma sulla soglia tra i due vani svolge le proprie mansioni un guardiano, che esamina, censura i singoli impulsi psichici e non li ammette nel salotto se non gli vanno a genio. Comprenderete subito che non fa molta differenza se il guardiano respinge un impulso non appena esso compare sulla soglia, o se lo caccia via dopo che è entrato nel salotto. E' solo questione del grado della sua vigilanza e della sua tempestività nel riconoscimento. L'attenerci a questa immagine ci permette ora un ulteriore ampliamento della nostra nomenclatura. Gli impulsi nell'anticamera dell'inconscio sono sottratti allo sguardo della coscienza, che infatti si trova nell'altra stanza: inizialmente essi sono destinati a restare inconsci. Se si sono già spinti fino alla soglia e sono stati rimandati indietro dal guardiano, ciò significa che sono inammissibili alla coscienza. In tal caso li chiamiamo RIMOSSI. Ma anche gli impulsi che il guardiano ha ammesso oltre la soglia non sono per questo diventati necessariamente coscienti; lo possono diventare solo se riescono ad attirare su di sé lo sguardo della coscienza. A buon diritto chiamiamo perciò questo secondo vano il sistema del PRECONSCIO. In questo sistema il diventare cosciente mantiene soltanto il senso descrittivo. Incorrere nella rimozione significa invece, per ogni singolo impulso, che il guardiano non gli consente di penetrare dal sistema dell'inconscio in quello del preconscio. E' lo stesso guardiano con cui facciamo conoscenza sotto forma di resistenza quando cerchiamo di eliminare la rimozione mediante il trattamento analitico.
Ora so bene che direte che queste rappresentazioni sono tanto rozze quanto fantastiche e del tutto inammissibili in un'esposizione scientifica. Lo so che sono rozze; anzi, ancora di più, so che sono inesatte e se non mi sbaglio di molto, ho già pronto un sostituto migliore. Se continueranno a sembrarvi fantastiche anche in seguito, non lo so. Per il momento sono rappresentazioni ausiliarie, come l'omino di Ampère che nuota nel circuito elettrico, e non sono da disprezzare, in quanto sono utili per capire i dati dell'osservazione. Vorrei assicurarvi che queste rozze ipotesi dei due vani, del guardiano sulla soglia tra di essi e della coscienza come spettatrice all'estremità della seconda sala, hanno pur tuttavia un significato in quanto approssimazioni molto vicine al reale stato dei fatti. Vorrei anche sentirvi ammettere che le nostre designazioni di "inconscio", "preconscio" e "conscio" sono assai meno pregiudizievoli e più facilmente giustificabili di altri termini che sono stati proposti o sono entrati nell'uso, come "subconscio", "paraconscio", "intraconscio" e simili.
Ciò acquisterà in significato ai miei occhi se mi farete osservare che una sistemazione dell'apparato psichico, quale quella da me qui supposta per spiegare i sintomi nevrotici, si regge solo se è universalmente valida e quindi dà informazioni anche sulla funzione normale. Giustissimo. Non possiamo ora approfondire questo ragionamento, ma il nostro interesse per la psicologia della formazione dei sintomi è destinato ad aumentare straordinariamente se esiste la prospettiva di ricavare dallo studio delle condizioni patologiche informazioni relative al normale accadere psichico, che è così ben celato.
Non riconoscete, del resto, l'elemento su cui si basano le nostre ipotesi dei due sistemi, del loro rapporto reciproco e con la coscienza? Il guardiano tra l'inconscio e il preconscio non è nient'altro che la censura, alla quale, come scoprimmo, è soggetta la conformazione del sogno manifesto. I residui diurni, che abbiamo visto essere i suggeritori del sogno, erano materiale preconscio che aveva subìto durante la notte, nello stato di sonno, l'influsso di impulsi di desiderio inconsci e rimossi, e in comunanza con essi, grazie alla loro energia, aveva potuto formare il sogno latente. Sotto il dominio del sistema inconscio questo materiale aveva subìto una rielaborazione - la condensazione e lo spostamento - quale è sconosciuta o ammessa solo eccezionalmente nella vita psichica normale, ossia nel sistema preconscio. Questa diversità del modo di operare costituì per noi la caratteristica dei due sistemi; mentre il rapporto che il preconscio ha con la coscienza valse per noi solo come segno dell'appartenenza a uno dei due sistemi. Ebbene, il sogno non è più un fenomeno patologico; esso può presentarsi in tutte le persone sane che soggiacciono alle condizioni dello stato di sonno. Questa ipotesi sulla struttura dell'apparato psichico, che ci permette di comprendere nello stesso tempo la formazione dei sogni e quella dei sintomi nevrotici, ha un diritto incontrovertibile a essere presa in considerazione anche per la vita psichica normale.
Questo è quanto vogliamo dire per ora sulla rimozione. Essa, però è solo la condizione preliminare per la formazione dei sintomi.
Come sappiamo, il sintomo è un sostituto di qualcosa che fu impedito dalla rimozione. Tuttavia, dalla rimozione alla comprensione di questa struttura sostitutiva la strada è ancora lunga. Guardando il problema dall'altro lato, la presenza della rimozione solleva i seguenti interrogativi: quale specie di impulsi psichici soggiacciono alla rimozione? da quali forze viene essa attuata? per quali motivi? In proposito abbiamo finora accertato una sola cosa. Nell'indagine sulla rcsistenza abbiamo appreso che essa ha origine da forze dell'Io, da particolarità note e latenti del carattere. Sono queste, pertanto, che hanno provveduto anche alla rimozione o che, perlomeno, hanno concorso ad attuarla. Tutto il resto ci è ancora sconosciuto.
A questo punto ci viene in aiuto il secondo dato attinto dall'esperienza e che avevo annunciato. Cioè, sulla base dell'analisi possiamo indicare, in via del tutto generale, quale sia l'intenzione dei sintomi nevrotici. Anche qui non c'è niente di nuovo per voi. Ve l'ho già mostrato in due casi di nevrosi. Ma, a dire il vero, che significano due casi? Avete il diritto di pretendere che ve ne vengano mostrati duecento, infiniti. C'è solo una cosa: che evidentemente non posso farlo. Qui deve subentrare ancora una volta la vostra esperienza personale ovvero la fede, che in questo punto può appellarsi alle unanimi dichiarazioni di tutti gli psicoanalisti.
Vi ricorderete che nei due casi, i cui sintomi sottoponemmo a un'accurata indagine, l'analisi ci iniziò agli aspetti più intimi della vita sessuale delle malate in questione. Nel primo caso, inoltre, riconoscemmo con particolare chiarezza l'intenzione o tendenza del sintomo esaminato; forse nel secondo caso essa era un po' nascosta per una complicazione che sarà menzionata più tardi.
Ebbene, le stesse cose che abbiamo visto in quegli esempi, ce le mostrerebbero tutti gli altri casi che sottoponessimo ad analisi.
Ogni volta verremmo portati dall'analisi a individuare le esperienze sessuali e i desideri sessuali dell'ammalato e ogni volta dovremmo costatare che i suoi sintomi servono alla stessa intenzione. Tale intenzione si rivela essere il soddisfacimento di desideri sessuali: i sintomi servono al soddisfacimento sessuale degli ammalati, sono un sostituto di questo soddisfacimento che a loro manca nella vita.
Pensate all'azione ossessiva della nostra prima paziente. La donna sente la mancanza del marito intensamente amato, con il quale non può condividere l'esistenza per via delle deficienze e debolezze da lui mostrate. Essa deve rimanergli fedele, non può mettere nessun altro al suo posto. Il suo sintomo ossessivo le dà ciò che brama, innalza il marito, rinnega e corregge le sue debolezze, soprattutto la sua impotenza. Questo sintomo è fondamentalmente l'appagamento di un desiderio, proprio come un sogno, e precisamente - ciò che non sempre è il sogno - è l'appagamento di un desiderio erotico. Nel caso della nostra seconda paziente, avrete come minimo potuto desumere che il suo cerimoniale vuole ostacolare i rapporti tra i genitori o impedire che dagli stessi nasca un altro figlio. Avrete indovinato altresì che esso, in fondo, è inteso a mettere lei stessa al posto della madre. Dunque, nuovamente allontanamento di ciò che dà fastidio al proprio soddisfacimento sessuale e appagamento di desideri sessuali. Della complicazione accennata parleremo fra poco.
Signori, preferisco anticipare le necessarie precisazioni che vanno aggiunte affinché queste mie affermazioni diventino qualcosa di universalmente valido. Vi faccio perciò osservare che tutto quanto dico qui sulla rimozione, nonché sulla formazione e il significato dei sintomi, è stato ricavato da tre forme di nevrosi - l'isteria d'angoscia, l'isteria di conversione e la nevrosi ossessiva - e vale dunque in primo luogo solo per queste forme.
Queste tre affezioni, che siamo soliti riunire in un unico gruppo come NEVROSI DI TRASLAZIONE, circoscrivono anche il campo nel quale può esplicarsi la terapia psicoanalitica. Le altre nevrosi sono state di gran lunga meno studiate dalla psicoanalisi; un motivo di tale trascuranza, per un gruppo di esse, è stato certamente l'impossibilità di esercitare qualsiasi influsso terapeutico. Non dimenticate, inoltre, che la psicoanalisi è una scienza ancora molto giovane, che la preparazione a essa richiede molta fatica per un lungo periodo, e che sino a non molto tempo fa tutto ricadeva sulle spalle di una sola persona. Tuttavia siamo ovunque in procinto di penetrare nei meccanismi di queste altre affezioni, diverse dalle nevrosi di traslazione. Spero di potervi in seguito illustrare gli ampliamenti che le nostre ipotesi e i nostri risultati conseguono nell'adattarsi a questo nuovo materiale, e di mostrarvi che questi ulteriori studi non hanno condotto a contraddizioni ma sono riusciti a costituire unità superiori. Stabilito dunque che tutto ciò che viene detto qui vale per le tre nevrosi di traslazione, vi comunicherò un dato che accresce il valore dei sintomi. L'esame comparativo delle cause che provocano lo scoppio della malattia dà infatti un risultato che si lascia esprimere nella formula: tali persone si ammalano in un modo o nell'altro per una FRUSTRAZIONE, e cioè quando la realtà si oppone al soddisfacimento dei loro desideri sessuali. Vedete quanto perfettamente questi due risultati concordino tra loro.
Quindi i sintomi vanno più che mai concepiti come un soddisfacimento sostitutivo di quanto è venuto a mancare nella vita.
Non c'è dubbio che è possibile muovere ogni sorta di obiezioni contro la tesi che i sintomi nevrotici siano sostituti di soddisfacimenti sessuali. Oggi discuterò due di queste obiezioni.
Quando voi stessi avrete condotto esami analitici su un considerevole numero di nevrotici, verrete forse a dirmi, scuotendo il capo, che in una serie di casi ciò non è affatto vero; i sintomi sembrano contenere piuttosto l'intenzione contraria, quella di escludere o di sopprimere il soddisfacimento sessuale. Non contesterò l'esattezza della vostra interpretazione.
In psicoanalisi le cose sono solite essere un po' più complicate di quel che vorremmo. Se fossero così semplici, non ci sarebbe forse stato bisogno della psicoanalisi per portarle alla luce. In realtà, già alcuni tratti del cerimoniale della nostra seconda paziente rivelano questo carattere ascetico, ostile al soddisfacimento sessuale: per esempio, quando allontana gli orologi, che ha il senso magico di evitare erezioni notturne; oppure quando vuol prevenire la caduta e la rottura di vasi, ciò che equivale a una protezione della sua verginità. In altri casi da me analizzati di cerimoniale del coricarsi, questo carattere negativo era di gran lunga più pronunciato; il cerimoniale poteva consistere interamente in misure di difesa contro ricordi e tentazioni sessuali. Nondimeno, abbiamo già appreso tante volte in psicoanalisi che gli opposti non implicano alcuna contraddizione.
Potremmo estendere la nostra affermazione e dire che i sintomi mirano o a un soddisfacimento sessuale o a una difesa dallo stesso, e precisamente che nell'isteria prevale in complesso il carattere positivo di appagamento del desiderio, mentre nella nevrosi ossessiva prevale il carattere negativo, di tipo ascetico.
Se i sintomi possono servire al soddisfacimento sessuale come pure al suo opposto, questa bilateralità o polarità trova un'eccellente giustificazione in un aspetto del loro meccanismo che non ci è ancora venuto fatto di menzionare. Essi sono, come apprenderemo, risultati di compromesso, scaturiti dall'interferenza di due correnti contrastanti, e fanno le veci tanto di ciò che viene rimosso quanto della forza rimovente che ha pure cooperato alla loro formazione. La sostituzione può poi riuscire più favorevole all'una o all'altra parte, ma raramente una delle due influenze è del tutto assente. Nell'isteria perlopiù viene raggiunto l'incontro di entrambe le intenzioni nel medesimo sintomo. Nella nevrosi ossessiva le due parti spesso divergono; il sintomo diventa allora bifasico [si attua in due tempi], consiste di due azioni, una successiva all'altra, che si annullano a vicenda.
Non sarà così facile eliminare una seconda perplessità. Se passate in rassegna una serie considerevole di interpretazioni di sintomi, in un primo tempo giudicherete probabilmente che in esse il concetto di soddisfacimento sessuale sostitutivo è stato esteso fino a includervi casi estremi. Non mancherete di sottolineare che questi sintomi non offrono alcun reale soddisfacimento, che si limitano abbastanza spesso a ravvivare una sensazione o a dar forma a una fantasia proveniente da un complesso sessuale; inoltre, che il supposto soddisfacimento sessuale rivela spesso un carattere infantile e indegno, che si avvicina per esempio a un atto masturbatorio, o che ricorda i viziacci sudici che si proibiscono e da cui si riescono a disabituare perfino i bambini.
Ed esprimerete inoltre la vostra meraviglia che si voglia far passare per soddisfacimento sessuale ciò che dovrebbe forse essere descritto come soddisfacimento di appetiti crudeli o mostruosi, da definirsi perfino innaturali. Su quest'ultimo punto, Signori, non arriveremo a un accordo se prima non avremo sottoposto a indagine approfondita la vita sessuale umana e non avremo stabilito che cosa sia lecito chiamare "sessuale".
Lezione 20 - LA VITA SESSUALE UMANA
Signore e Signori, si dovrebbe credere che non ci siano dubbi su ciò che si deve intendere per "sessuale". Il sessuale è innanzitutto lo sconveniente, ciò di cui non è lecito parlare. Mi è stato raccontato che gli allievi di un celebre psichiatra una volta si presero la briga di convincere il loro maestro che i sintomi degli isterici raffigurano spessissimo cose sessuali. In questo intento lo condussero al letto di un'isterica i cui attacchi imitavano inconfondibilmente il processo del parto. Egli però osservò bruscamente: "Non vedo cosa ci sia di sessuale in un parto". Giusto. Non è detto che in ogni caso un parto sia una cosa sconveniente. Noto che ve la prendete a male perché scherzo su cose così serie. Ma non è del tutto uno scherzo. Parlando seriamente, non è facile indicare in che cosa consista il concetto di "sessuale". "Tutto ciò che è connesso con la differenza tra i due sessi" sarebbe forse l'unica definizione appropriata; ma la troverete scolorita e troppo vasta. Se al centro ponete il fatto dell'atto sessuale, asserirete forse che sessuale è tutto ciò che, nell'intento di trarne piacere, ha a che fare con il corpo, specialmente con le parti genitali dell'altro sesso, e, in ultima analisi, tutto ciò che tende all'unione dei genitali e all'esecuzione dell'atto sessuale. Ma allora non siete certo molto lontani dall'equiparare ciò che è sessuale a ciò che è sconveniente, e in questo caso il parto non rientra in effetti nel sessuale. Se invece fate della funzione riproduttiva il nucleo della sessualità, correte il pericolo di escludere tutta una categoria di fatti che non mirano alla riproduzione e che tuttavia sono sicuramente sessuali, come la masturbazione o lo stesso baciare. Ma noi siamo già preparati alle difficoltà che sono connesse a ogni tentativo di definizione; tanto vale rinunciare a far meglio proprio in questo caso particolare. Possiamo presumere che nell'evoluzione del concetto di "sessuale" si sia verificato qualcosa che, secondo una felice espressione di Herbert Silberer, ha avuto come conseguenza un "errore di sovrapposizione''.
In complesso non siamo comunque privi di orientamento su ciò che gli uomini chiamano sessuale. Nella vita, per tutte le necessità pratiche, basterà intendere con ciò una certa qual combinazione di contrasto tra i sessi, conseguimento di piacere, funzione riproduttiva e sconvenienza da tenere segreta. Ma nella scienza non basta. Noi infatti, attraverso accurate indagini, rese possibili solo da un'autodisciplina animata da spirito di sacrificio, abbiamo individuato gruppi umani la cui "vita sessuale" si discosta in modo assai appariscente dal quadro medio usuale. Alcuni di questi "pervertiti" hanno per così dire cancellato dal loro programma la differenza tra i sessi. Solo il sesso uguale al loro può eccitare i desideri sessuali di costoro; l'altro sesso, e specialmente le sue parti genitali, non è per essi affatto un oggetto sessuale, e in casi estremi è oggetto di ribrezzo. Ciò implica evidentemente che essi hanno rinunciato a prender parte in un modo qualsiasi alla riproduzione. Chiamiamo queste persone omosessuali o invertiti. Sono uomini e donne, spesso anche se non sempre di educazione peraltro ineccepibile, altamente evoluti sotto il profilo intellettuale ed etico, affetti solo da quest'unica fatale deviazione. Per bocca dei loro portavoce scientifici essi si spacciano per una particolare varietà della specie umana, per un "terzo sesso" che ha tutti i diritti di essere posto sullo stesso piano degli altri due. Avremo forse occasione di esaminare criticamente le loro pretese.
Naturalmente essi non sono, come amerebbero anche affermare, una "élite" dell'umanità ma contano fra loro perlomeno tanti individui inferiori e buoni a nulla quanti ve ne sono tra le persone di natura diversa dal punto di vista sessuale. Questi pervertiti, se non altro, si comportano con il loro oggetto sessuale pressappoco come le persone normali con il proprio. Ma esiste poi una lunga serie di individui anormali, la cui attività sessuale si allontana sempre più da ciò che appare desiderabile a una persona ragionevole. Nella loro varietà e stranezza essi sono paragonabili solo ai mostri grotteschi che Pieter Bruegel ha dipinto nella tentazione di sant'Antonio, o agli dèi scomparsi e ai loro fedeli che Flaubert fa sfilare in lunga processione davanti al suo devoto penitente. Questa accozzaglia di persone richiede un qualche ordinamento, se non vogliamo uscire di senno. Li dividiamo in coloro per i quali, come nel caso degli omosessuali, è mutato l'OGGETTO sessuale, e in coloro per i quali è invece cambiata in primo luogo la META sessuale:
Appartengono al primo gruppo coloro che hanno rinunciato all'unione dei due genitali e che nell'atto sessuale sostituiscono il genitale di un membro della coppia con un'altra parte o regione del suo corpo; nel fare ciò sormontano le deficienze della disposizione organica, come pure l'impedimento dello schifo (bocca, ano, al posto della vagina). Seguono altri che si attengono ancora al genitale, ma non per le sue funzioni sessuali, bensì per altre funzioni a cui esso prende parte per ragioni anatomiche e per motivi di vicinanza. Riscontriamo in costoro come le funzioni escrementizie, che nell'educazione del bambino sono state spinte da parte come sconvenienti, rimangono in grado di attirare su di sé il pieno interesse sessuale. Esistono poi altre persone che hanno rinunciato completamente al genitale come oggetto, e che al suo posto hanno elevato a oggetto di desiderio un'altra parte del corpo: il seno femminile, il piede, la treccia.
Seguono ancora coloro per i quali anche una parte del corpo non significa nulla, mentre un indumento, una scarpa, un capo di biancheria appaga tutti i loro desideri: i feticisti. Più oltre nella processione, vengono gli individui che pur pretendendo l'intero oggetto, avanzano su di esso richieste ben determinate, strane o mostruose, persino quella che debba essere un cadavere indifeso, e che tale rendono con criminale violenza per poterne godere. Ma basta con questo genere di orrori!
Alla testa della seconda schiera si trovano i pervertiti che si sono posti, come mete dei loro desideri sessuali, ciò che normalmente è solo un atto introduttivo e preparatorio. Sono quelli che bramano contemplare e palpeggiare l'altra persona o starla a guardare nella sua intimità, o che denudano le parti del proprio corpo che dovrebbero stare nascoste nell'oscura aspettativa di venir ricompensati con una prestazione analoga.
Seguono poi i sadici, enigmatici personaggi la cui tenera aspirazione non conosce altro fine che procurare al proprio oggetto sofferenze e tormenti che possono andare da allusioni umilianti fino a gravi lesioni corporali; e come per compenso i loro opposti, i masochisti, il cui unico piacere è soffrire dall'oggetto amato ogni sorta di umiliazioni e tormenti, tanto in forma simbolica che reale. E altri ancora, nei quali si trovano riunite e si intrecciano parecchie di queste condizioni abnormi; e infine dobbiamo apprendere altresì che per ognuno di questi gruppi esistono due specie di persone: accanto a coloro che ricercano il proprio soddisfacimento sessuale nella realtà, esistono individui che si accontentano semplicemente di immaginare questo soddisfacimento, che non hanno per nulla bisogno di un oggetto reale, ma possono sostituirlo con le loro fantasie.
Non può sussistere qui il minimo dubbio che queste follie, bizzarrie e mostruosità costituiscano effettivamente l'attività sessuale di questi individui. Non solo essi stessi le concepiscono in questo modo e ne avvertono il valore di sostituzione, ma va anche detto che nella loro vita questa sostituzione svolge lo stesso ruolo che il normale soddisfacimento sessuale svolge nella nostra; per essa costoro si sottopongono ai medesimi, spesso smisurati sacrifici, ed è possibile seguire tanto nei sommi capi come nei minuti dettagli dove queste anormalità si accostano a ciò che è normale e dove ne divergono. Inoltre, non può sfuggirvi che si ritrova qui quel carattere di sconvenienza che inerisce all'attività sessuale, ma perlopiù accresciuto fino all'obbrobrio.
Ebbene, Signore e Signori, che posizione assumiamo riguardo a questi modi insoliti di soddisfacimento sessuale? Indignandoci, esprimendo la nostra personale avversione e assicurando che non condividiamo queste brame non concludiamo evidentemente nulla. Non è questo che ci viene chiesto. Si tratta, in definitiva, di un campo di fenomeni come un altro. Anche un diniego evasivo, come dire che dopo tutto sono solo rarità e curiosità, sarebbe facilmente confutabile. Si tratta, al contrario, di fenomeni molto frequenti, largamente diffusi. Se poi qualcuno ci venisse a dire che non è il caso di lasciarci confondere le idee sulla vita sessuale da questi fenomeni, perché in definitiva essi rappresentano soltanto aberrazioni e deviazioni della pulsione sessuale stessa, ebbene costui si meriterebbe che gli rispondessimo molto seriamente. Se non comprendiamo queste forme morbose della sessualità e non siamo in grado di metterle in relazione con la normale vita sessuale, non comprendiamo nemmeno la sessualità normale. In breve, non possiamo sottrarci al compito di dare una completa giustificazione teorica della possibilità delle suddette perversioni e della loro connessione con là sessualità cosiddetta normale.
Saremo aiutati in questo da un'acuta osservazione e da due nuove osservazioni empiriche. Dobbiamo la prima a Iwan Bloch. Essa corregge la concezione secondo cui tutte queste perversioni sarebbero "segni di degenerazione", dimostrando che tali aberrazioni dalla meta sessuale, tali attenuazioni del rapporto con l'oggetto sessuale, si sono verificate fin dai tempi più remoti, in tutte le epoche a noi note, presso tutti i popoli, dai più primitivi ai più altamente civilizzati, e si sono talvolta conquistate tolleranza e universale riconoscimento. Le due esperienze di cui parlavo sono state fatte nell'esame psicoanalitico dei nevrotici; esse non possono non influire in modo decisivo sulla nostra concezione delle perversioni sessuali.
Ho detto che i sintomi nevrotici sono soddisfacimenti sessuali sostitutivi e vi ho accennato che la conferma di questa tesi mediante l'analisi dei sintomi si imbatterà in più di una difficoltà. Essa è infatti giustificata solo se nel "soddisfacimento sessuale" includiamo anche quello dei cosiddetti bisogni sessuali perversi, poiché una tale interpretazione dei sintomi si impone con sorprendente frequenza. La pretesa di eccezionalità degli omosessuali o invertiti crolla subito, allorché apprendiamo che in ogni nevrotico si può dimostrare la presenza di impulsi omosessuali e che un buon numero di sintomi esprime questa inversione latente. Coloro che si autodefiniscono omosessuali sono infatti soltanto gli invertiti consci e manifesti, il cui numero scompare se lo si confronta con quello degli omosessuali latenti. D'altro canto siamo costretti a considerare la scelta dell'oggetto nell'ambito del proprio sesso addirittura come una diramazione abituale della vita amorosa, e impariamo sempre di più a riconoscerle un'importanza particolarmente grande. Certo questo non elimina le differenze tra l'omosessualità manifesta e il comportamento normale; il loro significato pratico continua a sussistere, ma il loro valore teorico viene straordinariamente diminuito. Supponiamo persino che una determinata affezione, che non possiamo più annoverare fra le nevrosi di traslazione, la paranoia, abbia origine di norma dal tentativo di difendersi da impulsi omosessuali sovraintensi. Forse rammenterete ancora che una delle nostre pazienti nella sua azione ossessiva impersonava un uomo, il proprio marito abbandonato; una simile produzione di sintomi volti a personificare un uomo è molto comune nelle donne nevrotiche. Sebbene ciò non sia da far rientrare nell'omosessualità, è tuttavia strettamente connesso coi suoi presupposti.
Come probabilmente sapete, la nevrosi isterica può produrre i suoi sintomi in tutti i sistemi organici e disturbare perciò tutte le funzioni. L'analisi dimostra che giungono così a esprimersi tutti gli impulsi che chiamiamo perversi, quegli impulsi cioè che tendono a sostituire il genitale con altri organi: questi organi si comportano in tal caso come genitali sostitutivi. E' proprio attraverso la sintomatologia dell'isteria che siamo giunti alla concezione che agli organi del corpo deve essere riconosciuto, oltre al loro ruolo funzionale, un significato sessuale (erogeno), e che essi vengono disturbati nell'assolvimento del loro primo compito se il secondo pone loro troppe richieste. Innumerevoli sensazioni e innervazioni che riscontriamo quali sintomi dell'isteria in organi che apparentemente non hanno nulla a che fare con la sessualità, ci svelano così la loro natura volta ad appagare impulsi sessuali perversi, in relazione ai quali organi diversi hanno assunto il significato di parti sessuali.
Apprendiamo in particolare in che larga misura gli organi della ricezione del cibo e dell'escrezione possono diventare veicoli dell'eccitamento sessuale. Scorgiamo qui la stessa cosa che ci hanno mostrato le perversioni, solo che in queste era visibile senza fatica e in modo inequivocabile, mentre nell'isteria dobbiamo prima passare attraverso l'interpretazione dei sintomi per poi giungere alla conclusione che gli impulsi sessuali perversi in questione non appartengono alla coscienza degli individui, ma vanno situati nel loro inconscio.
Tra i molti quadri sintomatici in cui fa la sua apparizione la nevrosi ossessiva, i più importanti si dimostrano determinati dalla pressione di impulsi sessuali sadici sovraintensi, quindi perversi nella loro meta; e i sintomi servono precisamente, in conformità alla struttura della nevrosi ossessiva, prevalentemente alla difesa contro questi desideri, o per esprimere un conflitto tra soddisfacimento e difesa. Comunque il soddisfacimento non ci rimette; esso sa imporsi per vie traverse nel comportamento degli ammalati e si rivolge di preferenza contro la persona stessa del soggetto facendone un tormentatore di sé medesimo. Altre forme di questa nevrosi, quelle rimuginative, corrispondono a una eccessiva sessualizzazione di atti che di norma si inseriscono come fasi preparatorie che precedono il normale soddisfacimento sessuale:
sessualizzazione del voler vedere, toccare ed esplorare. La grande importanza della paura del contatto e dell'ossessione di lavare trova qui la sua spiegazione. Le azioni ossessive risalgono, in misura insospettata, alla masturbazione di cui sono ripetizioni camuffate e modificazioni; è ben noto che la masturbazione, benché azione unica e uniforme, accompagna le più svariate forme di fantasticheria sessuale.
Non mi costerebbe molta fatica descrivervi ancor più dall'interno le relazioni tra perversione e nevrosi, ma credo che quanto finora detto basti per il nostro intento. Dobbiamo però guardarci, dopo questi chiarimenti sul significato dei sintomi, dal sopravvalutare la frequenza e l'intensità delle inclinazioni perverse degli uomini. Abbiamo visto che ci si può ammalare di nevrosi per la frustrazione del normale soddisfacimento sessuale. Nel caso di una frustrazione reale, il bisogno si riversa nell'uso di vie anormali per l'eccitamento sessuale. Verrete a sapere più tardi come ciò avvenga. Comunque è facile capire che, in seguito a un tale reingorgo "collaterale", gli impulsi perversi devono emergere più intensi di quanto non sarebbero stati se al soddisfacimento sessuale normale non si fosse frapposto alcun reale impedimento.
Un influsso analogo è peraltro riconoscibile anche nelle perversioni manifeste. In alcuni casi esse vengono provocate o attivate dal fatto che il normale soddisfacimento della pulsione sessuale incontra difficoltà eccessive a causa di circostanze temporanee o di istituzioni sociali permanenti. E' ovvio che in altri casi le inclinazioni alla perversione sono del tutto indipendenti da simili fattori che la assecondano; per certa gente esse costituiscono, per così dire, il modo normale di vita sessuale.
Forse in questo momento avete l'impressione che abbiamo complicato, piuttosto che chiarito, il rapporto tra sessualità normale e sessualità perversa. Attenetevi però alla seguente considerazione: se è esatto dire che l'obiettiva difficoltà di ottenere un normale soddisfacimento sessuale o la privazione di esso, porta alla luce inclinazioni perverse in individui che m precedenza tali inclinazioni non avevano manifestato, si deve supporre che in queste persone vi sia qualcosa che favorisce le perversioni; o, se preferite, che esse devono essere state presenti in costoro in forma latente.
Qui si riallaccia la seconda novità che vi avevo annunciato. La ricerca psicoanalitica è stata infatti costretta a occuparsi anche della vita sessuale del bambino, e ciò perché nell'analisi dei sintomi i ricordi e le associazioni riconducevano regolarmente fino ai primi anni dell'infanzia. Ciò che ne abbiamo desunto è stato poi confermato punto per punto da osservazioni dirette su bambini. E allora è risultato che tutte le inclinazioni alla perversione hanno radici nell'infanzia, che i bambini ne hanno tutte le predisposizioni e le mettono in atto nella misura permessa dalla loro immaturità; in breve, che la sessualità perversa altro non è che una sessualità infantile amplificata, scomposta nei suoi singoli impulsi.
Ora vedrete sicuramente le perversioni sotto un'altra luce e non ne disconoscerete più la connessione con la vita sessuale umana:
ma a prezzo di quali sorprese e di quali incongruenze penose per la vostra sensibilità! Dapprima sarete certamente inclini a contestare tutto: il fatto che i bambini abbiano qualcosa che si possa designare come vita sessuale, l'esattezza delle nostre osservazioni e il diritto di riscontrare nel comportamento dei bambini un'affinità con ciò che più tardi viene stigmatizzato come perversione. Permettete dunque che vi spieghi, prima, i motivi della vostra opposizione e vi presenti, poi, la somma delle nostre osservazioni. Che i bambini non abbiano alcuna vita sessuale - eccitamenti e bisogni sessuali e una specie di soddisfacimento - ma la acquisiscano improvvisamente tra i 12 e i 14 anni, sarebbe (a prescindere da tutte le osservazioni) biologicamente inverosimile, anzi insensato: come se dicessimo che non vengono al mondo con i genitali, ma che questi si formano in loro solo all'epoca della pubertà. Ciò che in questo periodo si desta è la funzione riproduttiva, la quale si serve per i suoi scopi di un materiale corporeo e psichico già esistente. Siete incorsi nell'errore di confondere tra loro sessualità e riproduzione, e così vi siete sbarrata la strada alla comprensione della sessualità, delle perversioni e delle nevrosi. Ma è un errore tendenzioso. Esso ha, paradossalmente, la sua origine nel fatto che voi stessi siete stati bambini e come tali soggetti all'influenza dell'educazione. La società deve infatti assumere come uno dei suoi compiti educativi più importanti quello di domare, di limitare la pulsione sessuale quando essa erompe in forma di impulso riproduttivo, di sottometterla a una volontà individuale che sia identica all'imperativo sociale. La società ha anche interesse a procrastinare il pieno sviluppo della pulsione sessuale al momento in cui il bambino abbia raggiunto un certo grado di maturità intellettuale; infatti con l'irruzione totale della pulsione sessuale ha praticamente fine anche l'educabilità.
La pulsione romperebbe altrimenti tutti gli argini e spazzerebbe via l'opera, faticosamente edificata, della civiltà. Il compito di domarla non è mai facile: pecca ora in eccesso, ora in difetto.
Ciò che spinge la società umana è in ultima analisi un motivo economico; siccome non ha abbastanza mezzi di sussistenza per mantenere i suoi membri se essi non lavorano, deve limitarne il numero e convogliarne le energie dall'attività sessuale verso il lavoro. Sono dunque le eterne, primordiali necessità vitali che si protraggono fino al tempo presente.
L'esperienza non ha mancato di insegnare agli educatori che il compito di rendere malleabile la volontà sessuale della nuova generazione può essere risolto solo se si comincia molto presto a esercitare un'influenza, se non si aspetta la tempesta della pubertà, ma si interviene già nella vita sessuale infantile che la prepara. In questo intento si proibiscono e si rendono odiose al bambino quasi tutte le attività sessuali infantili; ci si pone la meta ideale di plasmare in senso asessuale la vita del bambino, e col tempo si è giunti al punto di ritenere che egli sia effettivamente asessuale, finché poi la scienza ha proclamato ciò come propria dottrina. Per non trovarsi in contraddizione con le proprie credenze e con i propri intenti, si tende a ignorare l'attività sessuale del bambino (il che non è piccolo risultato) oppure ci si accontenta, nella scienza, di concepirla diversamente. Il bambino passa per una creatura pura e innocente, e chi lo descrive altrimenti rischia di venir accusato di calpestare e profanare i sentimenti più sacri e delicati dell'umanità.
I bambini sono i soli a non lasciarsi intrappolare in queste convenzioni, a far valere in completa ingenuità i loro diritti animali e a dimostrare continuamente che per loro la via verso la purezza è ancora tutta da percorrere. E' abbastanza singolare che coloro che contestano la sessualità infantile non per questo allentano i freni dell'educazione, ma anzi perseguitano nel modo più rigoroso proprio le manifestazioni di ciò che rinnegano, definendole "vizi infantili". Di grande interesse teorico è anche il fatto che il periodo della vita che contraddice nel modo più stridente il pregiudizio di un'infanzia asessuale (il periodo infantile fino ai cinque o sei anni) viene avvolto per la maggior parte delle persone dal velo di un'amnesia che solo un'indagine analitica squarcia completamente, ma che già prima è stato permeabile a singole formazioni oniriche.
Vi esporrò ora ciò che si riesce a sapere più distintamente sulla vita sessuale del bambino. Torna qui utile introdurre, ai fini del nostro discorso, il concetto di LIBIDO. In completa analogia con la "fame", la "libido" sta a designare la forza con la quale si manifesta una certa pulsione: in questo caso la pulsione sessuale, nel caso della fame la pulsione di nutrirsi. Altri concetti, quali "eccitamento" e "soddisfacimento" sessuali, non richiedono alcun commento.
Che le attività sessuali del lattante siano soprattutto questione d'interpretazione, è un fatto che comprenderete facilmente oppure probabilmente userete come obiezione. Tali interpretazioni risultano dalle indagini analitiche condotte rifacendo a ritroso il cammino a partire dal sintomo. I primi impulsi della sessualità si manifestano nel lattante appoggiandosi ad altre funzioni vitali. Il principale interesse del lattante, come sapete, è rivolto all'assunzione del cibo; quando si addormenta dopo essersi saziato al seno, mostra l'espressione beata che si ripeterà più tardi dopo l'esperienza dell'orgasmo sessuale. Ciò sarebbe troppo poco per fondarvi su una conclusione. Noi osserviamo però che il lattante vuole ripetere l'azione dell'assumere cibo, senza richiedere nuovo nutrimento; in tal caso, quindi, non è sotto la spinta della fame. Diciamo che egli ciuccia o succhia, e il fatto che anche nel far questo si addormenta con espressione beata ci mostra che l'atto del ciucciare gli ha procurato soddisfazione di per sé stesso. Presto, come tutti sanno, prende l'abitudine di non addormentarsi se prima non ha ciucciato. La natura sessuale di questa attività è stata affermata per la prima volta [nel 1879] da un vecchio pediatra di Budapest, il dottor Lindner. Le persone che badano ai bambini, e che non hanno di mira alcuna posizione teorica, paiono giudicare il ciucciare in modo analogo: non dubitano che serve solo a ottenere piacere, lo pongono tra le cattive abitudini del bambino e costringono il bambino a rinunciarvi procurandogli, se non desiste da solo, impressioni sgradevoli. Apprendiamo dunque che il lattante esegue azioni le quali non hanno altro intento che quello di ottenere piacere.
Crediamo che egli provi dapprima questo piacere nell'assunzione del cibo, ma che presto impari a scinderlo da questa condizione.
Tale piacere non può essere riferito che all'eccitamento della zona della bocca e delle labbra; chiamiamo "zone erogene" queste parti del corpo, e chiamiamo "sessuale" il piacere ottenuto ciucciando. Sulla legittimità di questa denominazione dovremo certamente discutere ancora.
Se il lattante potesse esprimersi, affermerebbe senza dubbio che l'atto di succhiare al seno materno è di gran lunga il più importante della sua vita. Non ha tanto torto, poiché con questo atto soddisfa due grandi bisogni vitali in una volta sola.
Apprendiamo poi dalla psicoanalisi, non senza sorpresa, quanta parte dell'importanza psichica di questo atto si conserva poi per tutta la vita. Il succhiare al seno materno diventa il punto di partenza dell'intera vita sessuale, il modello inattingibile di ogni successivo soddisfacimento sessuale, al quale la fantasia fa spesso ritorno in periodi di privazione. Esso implica il fare del seno materno il primo oggetto della pulsione sessuale. Non so come darvi un'idea di quanto sia importante questo primo oggetto per ogni successivo rinvenimento di oggetto, dei profondi effetti che produce nelle sue trasformazioni e sostituzioni fin nelle zone più remote della nostra vita psichica. Ma in un primo momento il lattante, nella sua attività di ciucciare, rinuncia a questo oggetto e lo sostituisce con una parte del proprio corpo. Si ciuccia il pollice, la sua stessa lingua. Con ciò si rende indipendente dal consenso del mondo esterno nell'atto di procurarsi piacere e, inoltre, per intensificarlo chiama in causa l'eccitamento di una seconda zona del corpo. Le zone erogene non hanno tutte pari valore; per lui è quindi un'esperienza importante quando, come riferisce Lindner, nell'esplorare il proprio corpo scopre i punti particolarmente eccitabili dei suoi genitali, e trova così la via che dal ciucciare conduce all'onanismo.
Riconoscendo l'importanza del ciucciare, abbiamo fatto conoscenza con due caratteri decisivi della sessualità infantile: essa compare appoggiandosi al soddisfacimento dei grandi bisogni organici e si comporta autoeroticamente, ossia cerca e trova i suoi oggetti sul proprio corpo. Ciò che si è mostrato nel modo più chiaro nell'assunzione del cibo, si ripete in parte per quanto riguarda le escrezioni, talché ne traiamo la conclusione che il lattante ha sensazioni di piacere nello svuotamento della vescica e del contenuto intestinale e ben presto si sforza di regolare queste azioni in modo che esse lo portino a conseguire il maggior piacere possibile mediante corrispondenti eccitamenti delle zone erogene delle mucose. E' a questo punto che, come ha spiegato con sottile intuito Lou Andreas-Salomé, il mondo esterno si presenta al bambino per la prima volta come potenza inibitrice, ostile alla sua ricerca di piacere, e gli fa presagire futuri conflitti sia interni che esterni. Egli deve eliminare i suoi escrementi non nel momento che a lui piace, ma quando altre persone lo stabiliscono.
Per indurlo alla rinuncia a queste fonti di piacere, gli viene spiegato che tutto quanto riguarda queste funzioni è sconveniente, destinato a esser tenuto segreto. E' qui che deve per la prima volta barattare il piacere con la dignità sociale. All'inizio, il suo atteggiamento verso gli escrementi è completamente diverso.
Egli non prova alcun ribrezzo davanti alle sue feci, le stima come una parte del proprio corpo da cui non si separa facilmente e le usa come primo "regalo" per contraddistinguere persone che stima particolarmente. Anche dopo che l'educazione è riuscita nel suo intento di straniarlo da queste inclinazioni, egli trasferisce il suo apprezzamento per le feci sul "regalo" e sul "denaro". Sembra invece che consideri la sua abilità nell'orinare con particolare orgoglio.
So bene che da tempo volete interrompermi esclamando: "Basta con queste enormità! La defecazione sarebbe una fonte di soddisfazione sessuale già sfruttata dal lattante? Le feci una sostanza preziosa, l'ano una specie di genitale! Non lo crediamo proprio, e in compenso capiamo benissimo perché pediatri e pedagoghi abbiano energicamente respinto la psicoanalisi e i suoi risultati". No, signori miei! Avete semplicemente dimenticato che volevo esporvi i dati di fatto della vita sessuale infantile, visti nel loro nesso con i dati di fatto delle perversioni sessuali. Perché ignorare che l'ano assume realmente per un gran numero di adulti, omosessuali o eterosessuali, il ruolo della vagina nei rapporti sessuali? e che ci sono molti individui che mantengono per tutta la vita una sensazione voluttuosa durante la defecazione e non la descrivono affatto come cosa miserevole? Per quanto riguarda l'interesse per l'atto della defecazione e il diletto dello stare a guardare la defecazione di un altro, potete sentirvelo confermare dai bambini stessi, quando hanno qualche anno in più e sono in grado di riferirne. E' ovvio che non dovete aver prima sistematicamente intimidito questi bambini che altrimenti capiscono che questo è un argomento di cui non bisogna parlare. E per tutto il resto che non volete credere, vi rimando ai risultati dell'analisi e dell'osservazione diretta dei bambini e vi dico che ci vuole addirittura un'arte speciale, per non vedere o vedere diversamente tutto questo. Tanto meglio, inoltre, se sarete colpiti dall'affinità tra l'attività sessuale infantile e le perversioni sessuali. La cosa, in effetti, è ovvia: se mai il bambino ha una vita sessuale, questa non può che essere perversa poiché, tranne pochi oscuri accenni, al bambino manca ancora ciò che fa della sessualità la funzione riproduttiva. D'altra parte, la caratteristica comune di tutte le perversioni è di aver abbandonato il fine riproduttivo. Chiamiamo pervertita un'attività sessuale appunto quando ha rinunciato al fine riproduttivo e persegue il conseguimento di piacere come fine a sé stante.
Comprendete dunque che il punto di rottura e la svolta nello sviluppo della vita sessuale sopraggiungono nel momento in cui questa si subordina agli intenti della riproduzione. Tutto ciò che accade prima di questa svolta, come pure tutto ciò che si è sottratto a essa e serve solo al conseguimento di piacere, viene designato con il termine, non certo onorifico, di "perverso" o "pervertito" e come tale viene proscritto.
Lasciatemi proseguire nella mia breve descrizione della sessualità infantile. Ciò che ho riferito in merito a due sistemi organici [quello nutritivo e quello escretorio], potrebbe essere da me completato prendendo in considerazione gli altri sistemi. La vita sessuale del bambino consiste invero, nell'attività di una serie di pulsioni parziali che, l'una indipendentemente dall'altra, cercano di conseguire piacere in parte sul proprio corpo, in parte già su oggetti esterni. Tra questi organi emergono molto presto i genitali; vi sono persone nelle quali il conseguimento di piacere sul proprio genitale, senza il concorso di un altro genitale o oggetto, continua senza interruzione dall'onanismo del lattante fino all'inevitabile onanismo degli anni della pubertà, persistendo poi ancora per un tempo indeterminato. Il tema dell'onanismo, del resto, non è esauribile così in fretta: è una materia che esige di essere trattata da più di un punto di vista.
Benché cerchi in tutti i modi di abbreviare ulteriormente il tema devo dirvi ancora qualcosa sull'esplorazione sessuale dei bambini, poiché questa indagine è troppo caratteristica della sessualità infantile e troppo importante per la sintomatologia delle nevrosi.
L'esplorazione sessuale infantile comincia molto presto, talvolta prima del terzo anno di vita. Essa non si riallaccia alla differenza tra i sessi, che non dice nulla al bambino, dato che egli - perlomeno il maschietto - attribuisce lo stesso genitale maschile a entrambi i sessi. Se poi il bambino fa la scoperta della vagina su una sorellina o una compagna di giochi, tenta dapprima di negare la testimonianza dei suoi sensi, poiché non può immaginarsi un essere umano simile a lui senza quella parte per lui così preziosa. Più tardi si spaventa di fronte alla possibilità che gli si prospetta, ed eventuali precedenti minacce fattegli perché si occupava troppo del suo piccolo membro giungono posticipatamente a effetto. Egli cade sotto il dominio del complesso di evirazione, la cui struttura ha una grande parte nella formazione del suo carattere se rimane sano, nella sua nevrosi se si ammala, e nelle sue resistenze se si sottopone a un trattamento analitico. Della bambina sappiamo che si ritiene gravemente svantaggiata per la mancanza di un pene grosso, visibile, ne invidia al maschio il possesso ed essenzialmente per questo motivo sviluppa il desiderio di essere un uomo, desiderio che verrà magari ripreso più tardi in una nevrosi che insorgerà se essa fallirà nel suo destino di donna. La clitoride della bambina svolge, del resto, nell'età infantile, in tutto e per tutto il ruolo del pene, è la sede di una speciale eccitabilità, il punto in cui viene ottenuto il soddisfacimento autoerotico. Affinché la bambina diventi donna è molto importante che la clitoride ceda tempestivamente e completamente questa sensibilità all'orifizio vaginale. Nei casi di cosiddetta anestesia sessuale delle donne, la clitoride ha conservato ostinatamente la sua sensibilità.
In un primo tempo l'interesse sessuale del bambino si rivolge piuttosto al problema di dove vengano i bambini - problema che sta alla base della domanda posta dalla sfinge tebana - e che viene perlopiù risvegliato dal timore egoistico che sorge al momento dell'arrivo di un nuovo bambino. La risposta che i grandi tengono pronta, che è la cicogna a portare i bambini, incontra incredulità molto più spesso di quanto pensiamo, già in bambini piccoli. La sensazione di essere ingannati dagli adulti sulla verità contribuisce notevolmente all'isolamento del bambino e allo sviluppo della sua indipendenza. Ma il bambino non è in grado di risolvere questo problema con i propri mezzi. La sua costituzione sessuale non sviluppata pone limiti precisi alle sue possibilità di conoscenza. All'inizio suppone che i bambini nascano perché si prende qualcosa di speciale nel cibo e non sa nulla del fatto che solo le donne possono avere bambini. Più tardi apprende questa restrizione e rinuncia a far derivare il bambino dal cibo, pur continuando la teoria a persistere nelle favole. Crescendo il bambino si accorge ben presto che il padre deve avere qualche parte nella venuta dei bambini, ma non può indovinare quale. Se per caso diventa testimone di un atto sessuale, vi scorge un tentativo di sopraffazione, una zuffa: ecco qui il fraintendimento del coito come un atto sadico. Ma dapprima non mette in connessione questo atto col sopravvenire del bambino. Anche se scopre tracce di sangue nel letto e nella biancheria della madre, le interpreta come prova di una ferita arrecatale dal padre. Più in là ancora nell'infanzia, sospetta che il membro genitale dell'uomo abbia una parte essenziale nell'origine del bambino, ma non è capace di attribuire a questa parte del corpo alcuna altra funzione tranne quella della minzione.
Sin dagli inizi i bambini sono concordi sul fatto che la nascita del piccolo debba avvenire attraverso l'intestino, che costui quindi venga alla luce come una massa fecale. Solo in seguito alla svalutazione di tutti gli interessi anali questa teoria viene abbandonata e sostituita con l'ipotesi che l'ombelico si apra o che il luogo in cui avviene la nascita sia la regione del petto tra le due mammelle. Questo è il modo in cui il bambino, nella sua esplorazione, si avvicina alla conoscenza dei fatti sessuali oppure, smarrito dalla sua ignoranza vi passa accanto, finché riceve, perlopiù negli anni precedenti la pubertà, una spiegazione solitamente incompleta e svalutativa, spiegazione che sovente produce effetti traumatici.
Avrete certamente sentito dire, Signori, che il concetto di ciò che è sessuale subisce in psicoanalisi un ampliamento indecente, e ciò nell'intento di accreditare le tesi dell'etiologia sessuale delle nevrosi e del significato sessuale dei sintomi. Potete ora giudicare voi stessi se questo ampliamento è ingiustificato.
Abbiamo esteso il concetto di sessualità solo fino al punto da potervi inserire la vita sessuale dei pervertiti e dei bambini.
Gli abbiamo, in altri termini, restituito la sua giusta estensione. Ciò che al di fuori della psicoanalisi viene chiamato sessualità si riferisce soltanto a una vita sessuale limitata, che è posta al servizio della riproduzione ed è descritta come normale.
Lezione 21 - SVILUPPO DELLA LIBIDO E ORGANIZZAZIONI DELLA SESSUALITA'
Signori, ho l'impressione di non essere riuscito a rendervi familiare in modo veramente convincente l'importanza delle perversioni per la nostra concezione della sessualità. Vorrei perciò migliorare e integrare la mia esposizione per quanto mi è possibile.
Non le perversioni soltanto ci hanno costretti a quella modifica del concetto di sessualità che ci ha valso un'opposizione così violenta. Lo studio della sessualità infantile vi ha contribuito ancora di più e la concordanza di questa con le perversioni ci è parsa decisiva. Ma le manifestazioni della sessualità infantile, per quanto inequivocabili possano essere negli anni più avanzati dell'infanzia, agli inizi sembrano dissolversi nell'indefinibile.
Chi non vuole tener conto della storia dello sviluppo e del contesto analitico contesterà a queste manifestazioni il carattere sessuale attribuendo loro in compenso un carattere indifferenziato qualsivoglia. Non dimenticate che per il momento non siamo in possesso di un criterio universalmente accettato per definire la natura sessuale di un processo, tranne, ancora una volta, l'appartenenza alla funzione riproduttiva, che d'altra parte dobbiamo respingere come qualcosa di troppo limitato. I criteri biologici, come le periodicità di 23 e 28 giorni stabilite da Wilhelm Fliess, sono ancora assai discutibili; le peculiarità chimiche dei processi sessuali, di cui possiamo supporre l'esistenza, aspettano ancora di essere scoperte. Al contrario, le perversioni sessuali degli adulti sono qualcosa di tangibile e di inequivocabile. Come dimostra già la loro denominazione, universalmente accettata, si tratta indubbiamente di sessualità.
Si voglia poi chiamarle segni di degenerazione o altrimenti, nessuno ha ancora avuto il coraggio di situarle altrove se non tra i fenomeni della vita sessuale. Anche solo in virtù di esse siamo autorizzati ad affermare che sessualità e riproduzione non coincidono: è infatti palese che tutte quante le perversioni rinnegano la meta della riproduzione.
Vedo qui un parallelo non privo di interesse. Mentre per i più "cosciente" e "psichico" sono la stessa cosa, noi fummo costretti a procedere a un ampliamento del concetto di "psichico" e a riconoscere l'esistenza di qualcosa di psichico che non è cosciente. Del tutto analogo è il caso in cui gli altri dichiarano identici "sessuale" e "appartenente alla riproduzione" (o "genitale" se preferite esser più brevi), mentre noi non possiamo fare a meno di postulare un "sessuale" che non è "genitale", e cioè un sessuale che non ha niente a che fare con la riproduzione.
Si tratta solo di una somiglianza formale, ma non priva di una più profonda motivazione.
Ma, se l'esistenza delle perversioni sessuali è un argomento così definitivo a questo proposito, perché non ha prodotto il suo effetto già da molto tempo liquidando questa questione? Veramente non lo so. Penso che ciò sia legato al fatto che queste perversioni sessuali sono colpite da un bando del tutto particolare, che si estende alla teoria e sbarra la strada perfino alla loro valutazione sotto il profilo scientifico. Come se nessuno potesse dimenticare che non sono soltanto qualcosa di esecrabile, ma anche qualcosa di mostruoso, di pericoloso; come se le si ritenesse tentatrici e si dovesse in fondo soffocare una segreta invidia per coloro che ne godono, simile ad esempio a quella confessata dal langravio punitore nella celebre parodia del "Tannhäuser":
"Im Vellusherg vergass er Ehr und Pflicht!
- Merkwürdig, unser einem passiert so etwas nicht".
[Sul monte di Venere dimenticò onore e dovere!
- Strano, che a noi tal cosa non debba accadere.] In realtà i pervertiti sono piuttosto dei poveri diavoli che pagano straordinariamente caro il loro soddisfacimento difficile a conquistarsi.
Ciò che, malgrado ogni possibile stranezza dei suoi oggetti e delle sue mete, rende l'attività perversa così inconfondibilmente sessuale, è la circostanza che l'atto del soddisfacimento perverso si risolve perlopiù anch'esso nel pieno orgasmo e nella secrezione dei prodotti genitali. Questo naturalmente è solo la conseguenza della maturità delle persone; nel bambino l'orgasmo e la secrezione genitale non sono possibili e vengono sostituiti con accenni ai quali ancora una volta viene contestato il carattere sessuale.
Devo aggiungere ancora qualcosa per completare le nostre vedute sulle perversioni sessuali. Per quanto le si possa ricoprire d'infamia, per quanto nettamente le si contrapponga alla normale attività sessuale, un'osservazione pacata ci mostra che alla vita sessuale delle persone normali soltanto raramente manca questo o quel tratto di natura perversa. Già il bacio può pretendere l'appellativo di atto perverso, poiché consiste nel congiungimento di due zone erogene orali al posto dei due genitali. Nessuno però lo respinge come perverso; al contrario, esso viene ammesso nella rappresentazione scenica come allusione mitigata dell'atto sessuale. Ma proprio il baciare può trasformarsi facilmente in una piena perversione, e ciò quando diventa talmente intenso che ne conseguono direttamente lo sfogo genitale e l'orgasmo, il che non avviene poi tanto di rado. Si scopre anche che per alcuni il palpare e il contemplare l'oggetto sono condizioni indispensabili del godimento sessuale, che altri al culmine dell'eccitamento sessuale pizzicano o mordono, che non sempre negli amanti il massimo dell'eccitamento sessuale è provocato dal genitale ma qualche volta da un'altra regione del corpo dell'oggetto, e altre cose ancora di questo genere, con grande varietà di scelta. Non ha alcun senso escludere dalla schiera delle persone normali e collocare tra i pervertiti chi presenta singoli tratti di questo genere; al contrario si riconosce sempre più chiaramente che l'essenza delle perversioni non consiste nella trasgressione della meta sessuale, né nella sostituzione dei genitali e neppure nella variazione dell'oggetto, ma soltanto nell'esclusività con la quale queste deviazioni hanno luogo e mediante la quale viene spinto in disparte l'atto sessuale che serve alla riproduzione. Le azioni perverse, allorché si inseriscono come elementi che preparano o rendono più intenso il compimento dell'atto sessuale normale, non sono più vere e proprie perversioni. Naturalmente lo iato tra sessualità normale e sessualità perversa si restringe assai a causa di questi fatti. Ne risulta facilmente che la sessualità normale proviene da qualcosa che esisteva già prima e si è affermata scartando come inservibili certe caratteristiche di questo materiale e riunendone insieme altre per subordinarle a un nuovo fine, quello riproduttivo.
Prima di impiegare la familiarità ormai raggiunta con le perversioni per addentrarci nuovamente con premesse più chiare nello studio della sessualità infantile, devo richiamare la vostra attenzione su un'importante differenza tra queste due realtà. La sessualità perversa, di regola, è perfettamente concentrata: ogni sua azione tende a una meta (perlopiù a un'unica meta), una pulsione parziale ha in essa il sopravvento o essendo l'unica pulsione accertabile o avendo ASSOGGETTATO le altre pulsioni ai suoi intenti. A questo riguardo, tra la sessualità perversa e quella normale non c'è altra differenza se non che le pulsioni parziali dominanti e quindi le mete sessuali, sono diverse. Tanto qui che là c'è, per cosi dire, una tirannide organizzata, solo che qui si è impadronita del potere una famiglia, là un'altra. La sessualità infantile, per contro, è priva nel suo complesso di tale accentramento e organizzazione, le sue singole pulsioni parziali godono di uguali diritti perseguendo ciascuna per proprio conto la conquista del piacere. Naturalmente, sia la mancanza sia la presenza dell'accentramento concordano bene con il fatto che entrambe la sessualità perversa e quella normale, sono scaturite dalla sessualità infantile. Ci sono del resto anche casi di sessualità perversa che hanno molta più somiglianza con la sessualità infantile, essendosi affermate (o meglio: continuate) numerose pulsioni parziali, ciascuna con la propria meta e una indipendentemente dall'altra. In questi casi è meglio parlare di infantilismo della vita sessuale piuttosto che di perversione.
Così preparati, possiamo passare alla discussione di un suggerimento che non ci sarà sicuramente risparmiato. Qualcuno verrà a dirmi: "Perché Lei si intestardisce a chiamare sessualità già le manifestazioni dell'infanzia, indeterminate, secondo la sua stessa dichiarazione, e dalle quali si svilupperà più tardi la vita sessuale? perché non preferisce accontentarsi della descrizione fisiologica e dire semplicemente che nel lattante si osservano già attività, come il ciucciare o il trattenere gli escrementi, le quali ci mostrano che egli tende al 'piacere d'organo'? In tal modo eviterebbe l'ipotesi di una vita sessuale dei bambini piccolissimi, che davvero offende la sensibilità di tutti". Ebbene, Signori miei, non ho proprio nulla da obiettare contro il piacere d'organo; so che anche il supremo piacere dell'unione sessuale è solo un piacere d'organo, legato all'attività dei genitali. Ma sapete dirmi quand'è che questo piacere d'organo, originariamente indifferente, acquista il carattere sessuale che possiede indubbiamente nelle fasi successive dello sviluppo? Ne sappiamo di più intorno al "piacere d'organo" che intorno alla sessualità? Risponderete che il carattere sessuale sopravviene appunto quando i genitali cominciano a svolgere il loro ruolo: "sessuale" coincide allora con "genitale". Respingerete anche l'obiezione basata sulle perversioni, facendomi presente che nella maggior parte delle perversioni ciò che importa in fin dei conti è l'orgasmo sessuale, sia pure raggiunto in modi diversi dall'unione dei genitali.
Riconosco che, se cancellate dalla caratterizzazione di ciò che è sessuale il rapporto con la riproduzione, insostenibile per via delle perversioni, e anteponete in sua vece l'attività genitale, la vostra posizione è assai più forte. Ma a questo punto le nostre posizioni non sono più molto lontane: abbiamo semplicemente gli organi genitali contro gli altri organi. Ma cosa pensate di fare di fronte alle molteplici esperienze che dimostrano come i genitali possano venir sostituiti da altri organi per il conseguimento di piacere, come nel caso del normale bacio, come nelle pratiche pervertite dei gaudenti, come nella sintomatologia dell'isteria? In questa ultima nevrosi, è del tutto comune che i segni della stimolazione, le sensazioni e le innervazioni, e perfino i processi di erezione che sono tipici dei genitali, vengano spostati su differenti e lontane regioni del corpo (per esempio, nel caso di trasposizione verso l'alto, sulla testa o sul viso). Dovete convincervi che non avete nulla su cui basarvi per caratterizzare ciò che è sessuale, e allora dovete decidervi a seguire il mio esempio ed estendere la definizione di "sessuale" anche alle attività della prima infanzia, tendenti al piacere d'organo.
E ora, a mia giustificazione, vi sottopongo ancora due ulteriori considerazioni. Come sapete, noi chiamiamo sessuali le controverse e indefinibili attività che, nella prima infanzia, sono volte al piacere, perché, durante l'analisi, partendo dai sintomi giungiamo a esse per il tramite di materiale incontestabilmente sessuale.
Devo ammettere che ciò non significa che debbano essere sessuali anche queste stesse attività. Ma prendete un caso analogo.
Immaginate che non disponessimo di alcun mezzo per osservare lo sviluppo, dai loro semi, di due piante dicotiledoni, il melo e il fagiolo, ma che ci fosse possibile in entrambi i casi seguire a ritroso il loro sviluppo dalla pianta pienamente sviluppata fino al primo embrione vegetale con due cotiledoni. I due cotiledoni hanno un aspetto indifferenziato, sono del tutto uguali in entrambi i casi. Supporrò per questo che siano realmente uguali e che la differenza specifica tra melo e fagiolo subentri solo più tardi nelle due piante? Oppure è biologicamente più corretto credere che questa differenza sia presente già nell'embrione, benché io non possa ravvisare una diversità nei cotiledoni?
Facciamo lo stesso quando chiamiamo sessuale il piacere delle attività del lattante. Non posso qui discutere se ogni piacere d'organo si possa chiamare sessuale, oppure se accanto a quello sessuale ci sia un altro piacere che non merita questo nome. So troppo poco del piacere d'organo e delle condizioni che lo determinano; comunque, dato il carattere a ritroso dell'analisi, non ho di che meravigliarmi se alla fine giungo in presenza di fattori che per il momento sono indefinibili.
Ma non basta! Anche se riuscite a persuadermi che è meglio considerare non sessuali le attività del lattante, ottenete, in complesso, ben poco ai fini di quello che vi sta a cuore, ossia la purezza sessuale del bambino. Infatti, già a partire dal terzo anno, non ci sono più dubbi per quanto riguarda la vita sessuale del bambino: a quest'epoca i genitali cominciano già a destarsi; ne risulta regolarmente, forse, un periodo di masturbazione infantile, ossia di soddisfacimento genitale. Quanto alle manifestazioni psichiche e sociali della vita sessuale, non temete: scelta dell'oggetto, tenera preferenza per particolari persone, addirittura decisione in favore di uno dei due sessi, e gelosia, sono il frutto di osservazioni imparziali, fatte indipendentemente e prima dell'avvento della psicoanalisi, e tali da poter essere confermate da ogni osservatore che abbia voglia di costatarle personalmente. Obietterete di non avere dubitato del risveglio precoce della tenerezza, ma solo del fatto che queste tenerezze rivestano carattere "sessuale". E' vero che i bambini fra i tre e gli otto anni hanno già imparato a nascondere queste cose ma, se state attenti, non vi sarà difficile raccogliere sufficienti prove delle intenzioni "sensuali" delle loro tenerezze e, se poi ancora avrete dei dubbi, vi verranno chiariti agevolmente e in larga misura dalle indagini analitiche. Le mete sessuali di questo periodo sono intimamente connesse con la simultanea esplorazione sessuale di cui vi ho dato alcuni saggi.
Il carattere perverso di alcune di queste mete dipende, naturalmente, dall'immaturità costituzionale del bambino, il quale non ha ancora scoperto la meta che consiste nell'atto di accoppiamento.
All'incirca dal sesto fino all'ottavo anno si può notare un arresto e una recessione dello sviluppo sessuale che, nei casi più favorevoli dal punto di vista culturale, merita il nome di periodo di latenza. Il periodo di latenza può anche mancare, né esso comporta necessariamente un'interruzione generale dell'attività e degli interessi sessuali. La maggior parte delle esperienze e degli impulsi psichici precedenti l'inizio del periodo di latenza soccombono poi all'amnesia infantile, alla dimenticanza (discussa [nelle pagine precedenti]) che avvolge la nostra prima età e ce la rende estranea. In ogni psicoanalisi si pone il compito di riportare alla memoria questo periodo dimenticato della vita; non si può fare a meno di supporre che gli inizi della vita sessuale, in esso contenuti, siano il vero motivo di questa dimenticanza, che l'oblio sia quindi un risultato della rimozione.
A partire dal terzo anno di età la vita sessuale del bambino presenta molte concordanze con quella dell'adulto. Si distingue da quest'ultima, come già sappiamo, per la mancanza di una solida organizzazione sotto il primato dei genitali, per gli inevitabili tratti di perversione e, ovviamente, anche per l'intensità di gran lunga inferiore dell'aspirazione sessuale nel suo complesso. Ma le fasi teoricamente più interessanti dello sviluppo sessuale o, come diciamo noi, libidico, stanno alle spalle di quest'epoca. Tale sviluppo viene percorso con tale rapidità che l'osservazione diretta probabilmente non sarebbe mai riuscita a fissarne le fuggevoli immagini. Solo con l'aiuto dell'indagine psicoanalitica delle nevrosi è diventato possibile indovinare fasi ancora anteriori dello sviluppo della libido. Queste non sono, certo, nient'altro che costruzioni, ma se vi capiterà di praticare la psicoanalisi, troverete che sono costruzioni necessarie e utili.
Come avvenga che qui la patologia possa rivelarci condizioni che nel soggetto normale ci sfuggono inevitabilmente, lo comprenderete tra poco.
Eccomi dunque a descrivervi come si forma la vita sessuale del bambino prima che si stabilisca il primato dei genitali la cui preparazione si effettua nell'epoca infantile che precede immediatamente il periodo di latenza e la cui organizzazione si compie a partire dalla pubertà in poi. In questo periodo precedente esiste un'organizzazione meno stabile, che vogliamo chiamare pregenitale. In questa fase, però, stanno in primo piano non le pulsioni genitali parziali, bensì quelle sadiche e anali.
Il contrasto tra maschile e femminile non svolge qui ancora alcuna funzione; il suo posto è preso dal contrasto tra attivo e passivo, contrasto che si può dire preannunci la polarità sessuale con cui più tardi si salda. Ciò che nelle attività di questa fase ci appare come maschile, quando consideriamo tali attività dal punto di vista della fase genitale, si rivela l'espressione di una pulsione di appropriazione che sconfina facilmente nella crudeltà.
Certe tendenze con meta passiva si collegano alla zona erogena dell'orifizio anale, molto importante in questo periodo. Le pulsioni di guardare e di conoscere si attivano fortemente, il genitale prende parte effettivamente alla vita sessuale soltanto come organo di escrezione dell'urina. Alle pulsioni parziali di questa fase non mancano gli oggetti, ma questi non convergono necessariamente in un unico oggetto. L'organizzazione sadico-anale è lo stadio preliminare più prossimo alla fase del primato genitale. Uno studio più approfondito mostra quanta parte di essa rimane conservata nella successiva, definitiva, conformazione sessuale e in qual modo le sue pulsioni parziali vengono costrette a inserirsi nella nuova organizzazione genitale. Dietro la fase sadico-anale dello sviluppo libidico giungiamo a scorgere anche uno stadio di organizzazione precedente, ancora più primitiva, nella quale svolge la parte principale la zona erogena orale. Come potete indovinare, in essa rientra l'attività sessuale del ciucciare; e a questo proposito ammirerete la profonda comprensione degli antichi egizi, la cui arte caratterizza il bambino, compreso il divino Hor, con il dito in bocca. Solo recentemente Abraham ha reso noto quali tracce lasci dietro di sé nella vita sessuale degli anni successivi questa primitiva fase orale.
Signori, sono pronto a credere che queste notizie sulle organizzazioni sessuali siano state per voi più gravose che istruttive. Forse ancora una volta mi sono troppo addentrato nei particolari. Ma abbiate pazienza; ciò che avete appreso ora acquisterà maggior valore dalla sua successiva applicazione.
Attenetevi per ora al principio che la vita sessuale - o, come noi diciamo, la funzione libidica - non compare come qualcosa di compiuto, né continua a svilupparsi a somiglianza di sé stessa, ma attraversa una serie di fasi successive che non si rassomigliano tra loro; si tratta dunque di uno sviluppo che si ripete più volte, come quello dal bruco alla farfalla. Il punto di trapasso dello sviluppo è la subordinazione di tutte le pulsioni sessuali parziali al primato dei genitali e con questo l'assoggettamento della sessualità alla funzione riproduttiva. In precedenza c'è una vita sessuale per così dire dispersa, un'attività indipendente delle singole pulsioni parziali che tendono a conseguire il piacere d'organo. Questa anarchia è mitigata da rudimenti di organizzazioni "pregenitali": dapprima la fase sadico-anale e, dietro a essa, quella orale, forse la più primitiva. A ciò si aggiungano i diversi processi, non ancora esattamente conosciuti, che conducono da uno stadio di organizzazione a quello successivo e immediatamente superiore. Una delle prossime volte, apprenderemo quale importanza per la comprensione delle nevrosi abbia il fatto che lo sviluppo della libido percorra un cammino così lungo e pieno di interruzioni.
Oggi seguiremo ancora un altro aspetto di questo sviluppo, cioè la relazione delle pulsioni sessuali parziali con l'oggetto. O, piuttosto, daremo una rapida scorsa a questo sviluppo, per soffermarci più a lungo su un suo risultato alquanto tardivo.
Alcune componenti della pulsione sessuale - come la pulsione di appropriazione (sadismo), la pulsione di guardare e quella di conoscere - hanno fin dall'inizio un oggetto e lo conservano.
Altre, che sono più chiaramente legate a determinate zone erogene del corpo, lo possiedono solo all'inizio, fintantoché continuano ad appoggiarsi alle funzioni non sessuali, e lo abbandonano quando si staccano da queste. Così il primo oggetto della componente orale della pulsione sessuale è il seno materno, il quale soddisfa il bisogno di nutrizione del lattante. La componente erotica, che viene contemporaneamente soddisfatta durante il poppare al seno, si rende poi indipendente come atto del ciucciare, abbandona l'oggetto estraneo e lo sostituisce con una zona del proprio corpo. La pulsione orale diventa autoerotica, come lo sono sin dall'inizio le pulsioni anali e le altre pulsioni erogene. Lo sviluppo successivo ha, per esprimerci nel modo più conciso, due mete: in primo luogo deve abbandonare l'autoerotismo, scambiare nuovamente l'oggetto appartenente al proprio corpo con un oggetto esterno; in secondo luogo deve unificare i diversi oggetti delle singole pulsioni sostituendoli con un unico oggetto. Naturalmente ciò può riuscire soltanto se questo oggetto è a sua volta un corpo intero simile al proprio. Inoltre questo sviluppo non può compiersi senza che un certo numero di spinte pulsionali autoerotiche vengano tralasciate come inutilizzabili.
I processi che danno luogo al rinvenimento dell'oggetto sono piuttosto intricati e non hanno trovato finora un'esposizione chiara ed esauriente. Sottolineiamo per i nostri intenti che, quando il processo ha raggiunto una certa conclusione negli anni infantili che precedono il periodo di latenza, l'oggetto trovato si dimostra quasi identico al primo, all'oggetto della pulsione di quel piacere orale che era stato raggiunto per appoggio [alla pulsione di nutrizione]. Anche se non è il seno materno, questo oggetto è tuttavia la madre. Noi chiamiamo la madre il primo oggetto d'amore. Parliamo infatti di amore quando portiamo in primo piano il lato psichico delle tendenze sessuali e vogliamo far retrocedere, o dimenticare per un momento, le esigenze pulsionali fisiche o "sensuali" che ne stanno alla base. Nel periodo in cui la madre diventa oggetto d'amore è già cominciato nel bambino anche il lavoro psichico della rimozione, la quale sottrae alla sua consapevolezza la nozione di una parte delle sue mete sessuali. A questa scelta della madre come oggetto d'amore si ricollega tutto ciò che, sotto il nome di COMPLESSO EDIPICO ha assunto così grande importanza nella spiegazione psicoanalitica delle nevrosi e ha contribuito in misura forse non trascurabile a provocare la resistenza contro la psicoanalisi.
Ascoltate un piccolo episodio che si è verificato nel corso di questa guerra. Uno dei valenti discepoli della psicoanalisi si trova come medico al fronte tedesco in qualche parte della Polonia e attira l'attenzione dei colleghi per il fatto di esercitare occasionalmente un inaspettato influsso su un ammalato.
Interrogato, confessa di lavorare con i metodi della psicoanalisi e si dichiara pronto a comunicare ai colleghi le sue conoscenze.
Ogni sera, dunque, i medici del corpo, colleghi e superiori, si riuniscono per ascoltare le segrete dottrine dell'analisi. Per qualche tempo tutto va bene ma, dopo che egli ha parlato agli ascoltatori del complesso edipico, un superiore si alza e afferma che lui non ci crede, che è una bassezza da parte del conferenziere raccontare cose del genere a loro, bravuomini che combattono per la loro patria e padri di famiglia, e vieta il proseguimento delle conferenze. Così la cosa ha avuto fine.
L'analista si è fatto trasferire in un'altra parte del fronte. Io, tuttavia, credo che sarebbe grave se per la vittoria tedesca occorresse una simile "organizzazione" della scienza; la scienza tedesca non la tollererà.
Sarete ora impazienti di sapere che cosa contenga questo terribile complesso edipico. Il nome ve lo dice. Voi tutti conoscete la leggenda greca del re Edipo, che è destinato dal fato a uccidere suo padre e a prendere in sposa sua madre, che fa di tutto per sfuggire alla sentenza dell'oracolo e che poi si punisce accecandosi, quando apprende che ha nondimeno commesso, inconsapevolmente, entrambi questi delitti. Mi auguro che molti di voi abbiano provato di persona l'effetto sconvolgente della tragedia nella quale Sofocle tratta questa materia. L'opera del poeta attico mostra come il misfatto di Edipo, commesso molto tempo prima, venga a poco a poco svelato con un'indagine rallentata ad arte e attizzata da sempre nuovi indizi; sotto questo aspetto essa ha una certa somiglianza con il procedere di una psicoanalisi. Nel corso del dialogo avviene che Giocasta, l'illusa madre-sposa, si opponga al proseguimento dell'indagine.
Essa si appella al fatto che a molti è capitato in sogno di giacere con la propria madre, ma che ai sogni bisogna dar poco peso. Noi non diamo poco peso ai sogni, e tantomeno ai sogni tipici, quelli che sono comuni a molte persone, e non dubitiamo che il sogno menzionato da Giocasta sia intimamente connesso con il contenuto, strano e spaventoso, della leggenda.
C'è da meravigliarsi che la tragedia di Sofocle non provochi il rifiuto indignato dell'ascoltatore, una reazione simile a quella del nostro medico militare semplicione, ma di gran lunga più giustificata. Poiché, in sostanza, è un'opera immorale, che annulla la responsabilità dell'uomo, mostra le forze divine istigatrici del delitto e l'impotenza degli impulsi morali dell'uomo che al delitto si oppongono. Si potrebbe quasi credere che la materia della leggenda si proponga di accusare gli dèi e il fato, e nelle mani di Euripide, spirito critico in rotta con gli dèi, essa si sarebbe probabilmente trasformata in un'accusa di questo genere. Ma trattandosi di un credente come Sofocle, non è il caso di vedere le cose sotto questa luce; un devoto espediente, per cui la più alta moralità starebbe nel piegarsi alla volontà degli dèi, anche quando essi ingiungono qualcosa di criminoso, aiuta a superare la difficoltà. Non ritengo assolutamente che questa morale sia uno dei punti di forza dell'opera; al contrario, essa è indifferente ai fini dell'effetto tragico. L'ascoltatore non reagisce alla morale, ma al senso e al contenuto segreto della leggenda. Reagisce come se, attraverso un'autoanalisi, avesse riconosciuto in sé il complesso edipico e smascherato sia la volontà divina sia l'oracolo, riconoscendo in essi gli elevati travestimenti del suo proprio inconscio. E' come se fosse costretto a ricordare i desideri di eliminare il padre e di prendere al suo posto la madre in moglie, e a esserne atterrito.
Egli intende anche la voce del poeta come se volesse dirgli:
"Invano ti dibatti contro la sua responsabilità e invochi quello che hai fatto contro queste intenzioni delittuose. Sei colpevole lo stesso, perché non hai potuto annientarle; inconsciamente esse esistono ancora in te". E in ciò è contenuta una verità psicologica. Anche se l'uomo ha rimosso nell'inconscio i suoi impulsi malvagi e vorrebbe dirsi che non è responsabile di essi, qualcosa lo costringe ad avvertire questa responsabilità come un senso di colpa il cui motivo gli è sconosciuto.
E' del tutto indubbio che nel complesso edipico si può vedere una delle più importanti fonti del senso di colpa da cui i nevrotici sono tanto spesso afflitti. Ma dirò di più: in uno studio sugli esordi della religione e della moralità umana, che ho pubblicato nel 1913 con il titolo "Totem e tabù", ho avanzato la supposizione che all'inizio della sua storia l'umanità in genere abbia derivato il suo senso di colpa, radice ultima della religione e della morale, dal complesso edipico. Mi piacerebbe dirvi di più su questo argomento, ma è meglio che ci rinunci. E' difficile staccarsi da questo tema quando si è cominciato a occuparsene, e noi dobbiamo far ritorno alla psicologia individuale.
Che cosa si può dunque scoprire del complesso edipico mediante l'osservazione diretta del bambino, all'epoca della scelta oggettuale che precede il periodo di latenza? Ebbene, si vede facilmente che il maschietto vuole avere la madre soltanto per sé, avverte come incomoda la presenza del padre, si adira se questi si permette segni di tenerezza verso la madre e manifesta la sua contentezza quando il padre parte per un viaggio o è assente.
Spesso dà diretta espressione verbale ai suoi sentimenti, promette alla madre che la sposerà. Si penserà che ciò è poca cosa in confronto alle imprese di Edipo, ma di fatto è già abbastanza, in germe è la stessa cosa. L'osservazione viene spesso offuscata dalla circostanza che in altre occasioni lo stesso bambino manifesta contemporaneamente una grande affezione per il padre; tuttavia, simili atteggiamenti emotivi opposti - o per dire meglio, ''ambivalenti'' - che nell'adulto porterebbero al conflitto, nel bambino sono del tutto compatibili tra loro per un lungo periodo, così come più tardi trovano posto permanentemente l'uno accanto all'altro nell'inconscio. Si vorrà anche obiettare che il comportamento del maschietto scaturisce da motivi egoistici e non autorizza affatto a postulare un complesso erotico. La madre provvede a tutte le necessità del bambino, e il bambino ha perciò interesse che essa non si occupi di nessun altro. Anche questo è vero, ma diventa subito chiaro che in questa, come in altre situazioni simili, l'interesse egoistico offre solo il punto di appoggio, al quale si allaccia la tendenza erotica. Quando il piccolo mostra la più scoperta curiosità sessuale per la madre, quando pretende di dormirle vicino durante la notte, quando insiste per essere presente alla sua toeletta o intraprende addirittura tentativi di seduzione - come spesso la madre può costatare e riferire ridendo - la natura erotica dell'attaccamento alla madre è garantita al di là di ogni dubbio. Non si deve dimenticare neppure che la madre prodiga le stesse premure alla figlioletta, senza ottenere lo stesso risultato, e che abbastanza spesso il padre fa a gara con lei nel prendersi cura del maschio, senza riuscire ad acquistare la sua stessa importanza. In breve, nessuna obiezione critica è in grado di eliminare dalla situazione il fattore della predilezione sessuale. Dal punto di vista dell'interesse egoistico sarebbe solo sciocco da parte del maschietto non voler ammettere ai suoi servizi due persone invece che una sola.
Come vedete, ho descritto solo il rapporto del maschio con il padre e la madre. Quanto alla femmina, esso si configura in modo del tutto analogo, con le necessarie varianti. L'attaccamento affettuoso al padre, la necessità di eliminare la madre come superflua e di occuparne il posto, e una civetteria che mette già in opera i mezzi della futura femminilità, contribuiscono a dare della bimbetta un quadro incantevole, che ci fa dimenticare il lato serio e le possibili gravi conseguenze che stanno dietro questa situazione infantile. Non trascuriamo di aggiungere che spesso gli stessi genitori esercitano un'influenza decisiva sul risveglio dell'atteggiamento edipico del bambino, abbandonandosi anch'essi all'attrazione sessuale e, nel caso che vi sia più di un figlio, anteponendo nel modo più evidente nel proprio affetto il padre la figlioletta e la madre il figlio. Ma la natura spontanea del complesso edipico del bambino non può essere scossa seriamente nemmeno da questo fattore.
Col sopraggiungere di altri bambini, il complesso edipico si allarga nel complesso familiare; appoggiandosi nuovamente al senso egoistico di esser danneggiati, tale complesso costituisce il motivo per cui i fratellini o le sorelline vengono accolti con avversione ed eliminati senza esitazione nel desiderio. A questi sentimenti di odio i bambini, di regola, danno molto più facilmente espressione verbale che a quelli scaturiti dai complesso parentale. Se un simile desiderio trova adempimento e la morte riporta via entro breve tempo l'indesiderato nuovo membro della famiglia, l'analisi in età più tarda mostrerà quanto importante sia stata per il bambino l'esperienza di questa morte, anche se essa non è necessariamente rimasta impressa nella sua memoria. Il bambino, spinto in seconda linea dalla nascita di un fratellino o di una sorellina, quasi isolato dalla madre per i primi tempi, molto difficilmente le perdona di essere stato negletto; in lui si insinuano sentimenti che nell'adulto sarebbero definiti di grave esasperazione e che diventano spesso la base di un duraturo estraniamento. Abbiamo già menzionato il fatto che l'esplorazione sessuale, con tutte le sue conseguenze, si riallaccia di solito a questa esperienza della vita del bambino.
Con il crescere di questi fratelli o sorelle, l'atteggiamento verso di essi subisce trasformazioni molto significative. Il fanciullo può assumere la sorella quale oggetto amoroso in sostituzione della madre infedele; tra più fratelli che si contendono una sorellina più piccola, si verificano già all'epoca dei giochi quelle situazioni di rivalità ostile che nella vita successiva assumeranno grande importanza. Una bambina trova nel fratello maggiore un sostituto del padre che non si cura più di lei in modo affettuoso come nei primi anni, oppure prende una sorella minore come sostituto del bambino che ha invano desiderato dal padre.
Simili cose, e molte altre ancora di natura analoga, vi mostrerà l'osservazione diretta dei bambini e la considerazione dei ricordi degli anni infantili. purché siano chiaramente conservati e non influenzati dall'analisi. Ne trarrete, tra l'altro, la conclusione che la posizione occupata dal bambino nella serie dei figli è un fattore estremamente importante per il configurarsi della sua vita successiva, che dovrebbe venir preso in considerazione in ogni biografia. Ma, ciò che è più importante, di fronte a questi chiarimenti così facili da ottenere, non potrete ricordare senza sorridere le asserzioni fatte dalla scienza per spiegare il divieto dell'incesto. Che cosa non si è inventato in proposito!
L'inclinazione sessuale sarebbe stata distolta dai membri di sesso diverso della stessa famiglia a causa della convivenza fin dall'infanzia; oppure nell'innato orrore per l'incesto troverebbe la sua rappresentanza psichica una tendenza biologica a evitare i contatti tra consanguinei! Qui si dimentica completamente che da parte della legge e della morale non ci sarebbe bisogno di una tale inesorabile proibizione se ci fosse una qualsiasi sicura barriera naturale contro la tentazione dell'incesto. La verità sta nel contrario. La prima scelta oggettuale degli esseri umani è sempre incestuosa, diretta, nel caso del maschio, verso la madre e la sorella; e sono necessari i più severi divieti per trattenere dall'attuazione questa persistente inclinazione infantile. Presso i primitivi ancor oggi viventi, i popoli selvaggi, i divieti relativi all'incesto sono ancora più severi che da noi, e recentemente Theodor Reik ha mostrato in uno splendido lavoro che i riti di pubertà dei selvaggi, che rappresentano una rinascita, hanno il significato di sciogliere il legame incestuoso del fanciullo con la madre e di stabilire la sua conciliazione con il padre.
La mitologia vi insegna che l'incesto, che si presume sia così aborrito dagli uomini, viene concesso tranquillamente agli dèi, e dalla storia antica potete apprendere che il matrimonio incestuoso con la sorella era un precetto sacro per la persona del sovrano (presso gli antichi Faraoni e gli Incas del Perù). Si tratta quindi di un privilegio proibito ai comuni mortali.
L'incesto con la madre è uno dei delitti di Edipo, l'altro è l'uccisione del padre. Sia detto per inciso che sono anche i due grandi delitti che la prima istituzione sociale-religiosa degli uomini, il totemismo, proibisce rigorosamente.
Dall'osservazione diretta del bambino rivolgiamoci ora all'indagine analitica di adulti diventati nevrotici. Qual è il contributo dell'analisi per un'ulteriore conoscenza del complesso edipico? E' presto detto. Essa lo presenta così come la leggenda lo racconta; mostra che ognuno di questi nevrotici è stato egli stesso un Edipo o, ciò che mette capo alla stessa cosa, per reazione al complesso è divenuto un Amleto. Naturalmente, la descrizione che dà l'analisi del complesso edipico è una amplificazione semplificata dell'abbozzo infantile. L'odio contro il padre, il desiderio di morte nei suoi confronti, non sono più timidamente accennati, la tenerezza per la madre riconosce il proprio scopo di possederla come donna. Possiamo realmente attribuire questi impulsi emotivi brutali ed estremi a quei teneri anni infantili o invece l'analisi ci inganna inserendo un nuovo fattore? Non è difficile scoprirne uno. Ogniqualvolta un uomo riferisce sul passato, si tratti pure di uno storiografo, dobbiamo prendere in considerazione ciò che egli senza volere traspone nel passato dal presente o da periodi intermedi, così da falsare il quadro. Nel caso del nevrotico c'è perfino da domandarsi se questa trasposizione regressiva sia del tutto inintenzionale; in seguito ci toccherà scoprirne alcuni motivi e prendere atto del valore che spetta in generale al "fantasticare retrospettivo" sul proprio lontano passato. Scopriamo altrettanto facilmente che l'odio verso il padre è rafforzato da una quantità di motivi che provengono da epoche e circostanze successive, e che i desideri sessuali nei confronti della madre assumono forme che di necessità erano ancora aliene al bambino. Ma sarebbe fatica inutile voler spiegare l'intero complesso edipico mediante il fantasticare retrospettivo e volerlo riferire a epoche successive. Il nucleo infantile, come pure un numero maggiore o minore di elementi accessori, permangono com'è testimoniato dalla diretta osservazione del bambino.
Il fatto clinico che ci appare dietro la forma del complesso edipico, quale risulta dall'analisi, è della massima importanza pratica. Rileviamo che all'epoca della pubertà, allorché per la prima volta la pulsione sessuale fa sentire le sue pretese, gli antichi oggetti familiari e incestuosi vengono riassunti e libidicamente reinvestiti. La scelta oggettuale infantile era solo un debole preludio, che ha indicato però la direzione della scelta oggettuale nella pubertà. A questo punto si svolgono, dunque, processi emotivi intensissimi in direzione del complesso edipico o in reazione a esso, i quali però, essendo le loro premesse diventate intollerabili, devono in gran parte rimanere lontani dalla coscienza. A partire da questo momento, l'individuo umano deve dedicarsi al grande compito di svincolarsi dai genitori e solo dopo la soluzione di questo compito può cessare di essere un bambino e diventare un membro della comunità sociale. Per il figlio, il compito consiste nello staccare i suoi desideri libidici dalla madre onde impiegarli nella scelta di un oggetto d'amore estraneo e reale, e nel conciliarsi con il padre se è rimasto in antagonismo con lui o nel liberarsi dalla sua oppressione se, reagendo alla ribellione infantile, è incorso in un rapporto di soggezione nei suoi confronti. Questi compiti si pongono a ognuno di noi, ed è degno di nota quanto raramente il loro assolvimento riesca in modo ideale, in modo cioè corretto sia psicologicamente, sia socialmente. Ai nevrotici, però, questo distacco non riesce affatto: il figlio rimane per tutta la vita piegato sotto l'autorità del padre e non è in grado di trasferire la sua libido su un oggetto sessuale estraneo. La stessa sorte può toccare, mutando le parti, alla figlia. In questo senso il complesso edipico è ritenuto, a ragione, il nucleo delle nevrosi.
Signori, voi intuite come io abbia toccato solo di sfuggita un gran numero di circostanze di notevole importanza pratica e teorica, connesse col complesso edipico. Non mi addentro nemmeno nelle varianti e nel possibile rovesciamento di quest'ultimo.
Voglio accennarvi soltanto a una delle sue più remote ramificazioni: e cioè a come si è dimostrato uno degli elementi che maggiormente hanno determinato la produzione poetica. In un'opera meritoria Otto Rank ha mostrato che i drammaturghi di tutti i tempi hanno attinto i loro soggetti principalmente dal complesso edipico e dall'incesto, dalle sue varianti e dai suoi travestimenti. Inoltre, non si deve omettere di menzionare che molto prima dell'avvento della psicoanalisi, i due desideri delittuosi del complesso edipico sono stati riconosciuti come i veri rappresentanti della vita pulsionale priva di inibizioni. Tra gli scritti dell'enciclopedista Diderot figura un dialogo famoso, "Le neveu de Rameau" ["Il nipote di Rameau"], reso in tedesco nientemeno che da Goethe. Ivi potete leggere questa frase sorprendente: "Se il piccolo selvaggio fosse abbandonato a sé stesso, e se conservasse tutta la sua debolezza mentale e alla mancanza di ragione propria del bambino in fasce congiungesse la violenza delle passioni dell'uomo di trent'anni, torcerebbe il collo al padre e giacerebbe con la madre" [in francese nel testo].
C'è qualcos'altro ancora che non posso tralasciare. La madre-sposa di Edipo non deve averci richiamato invano ai sogni. Ricordate ancora il risultato delle nostre analisi dei sogni? che i desideri costruttori del sogno sono tanto spesso di natura perversa, incestuosa, o tradiscono un'insospettata ostilità verso congiunti prossimi e amati? Allora abbiamo lasciato inspiegato da dove provengano questi impulsi cattivi. Ora potete dirlo da voi. Sono collocamenti della libido e investimenti oggettuali che datano dall'infanzia e sono stati abbandonati da lungo tempo nella vita cosciente, ma che nottetempo si dimostrano ancora presenti e in un certo senso efficaci. Ma, poiché tutti gli uomini hanno questi sogni perversi, incestuosi e omicidi, e non solamente i nevrotici, possiamo trarre la conclusione che anche coloro che oggi sono normali hanno percorso il cammino evolutivo attraverso le perversioni e gli investimenti oggettuali del complesso edipico, che questo cammino è quello dello sviluppo normale, che i nevrotici ci mostrano soltanto ingrandito e aggravato ciò che l'analisi dei sogni ci rivela a proposito delle persone sane. Ed è questo uno dei motivi per cui abbiamo fatto precedere lo studio dei sogni a quello dei sintomi nevrotici.
Lezione 22 - ASPETTI DELLO SVILUPPO E DELLA REGRESSIONE; ETIOLOGIA
Signore e Signori, abbiamo visto che la funzione della libido percorre un lungo sviluppo prima di poter entrare, nel modo definito normale, al servizio della riproduzione. Vorrei ora illustrarvi il significato che ha questa circostanza per l'origine delle nevrosi.
Credo che non ci scostiamo dagli insegnamenti della patologia generale supponendo che un simile sviluppo comporti due pericoli:
in primo luogo quello dell'inibizione e, in secondo luogo, quello della regressione. Ciò significa che, data la generale tendenza dei processi biologici alla variazione, avverrà inevitabilmente che non tutte le fasi preparatorie verranno attraversate ugualmente bene e superate in modo compiuto: alcune componenti della funzione verranno trattenute permanentemente a questi stadi più primitivi e il quadro complessivo dello sviluppo sarà caratterizzato da una certa dose di inibizione evolutiva.
Cerchiamo in altri campi analogie con questi processi. Quando un intero popolo abbandonava le sue sedi per cercarne di nuove, com'è spesso accaduto in epoche remote della storia umana, certamente non giungeva nel nuovo paese nella sua totalità. A prescindere da altre perdite, succedeva certo continuamente che piccoli gruppi o bande di migranti si fermassero lungo il cammino e si stanziassero in queste località intermedie mentre il grosso proseguiva. Oppure, per cercare paragoni più prossimi, voi sapete che nei mammiferi superiori le ghiandole germinali maschili, che sono situate originariamente molto all'interno nella cavità addominale, in un certo periodo della vita intrauterina intraprendono una migrazione che le porta quasi immediatamente sotto la pelle dell'estremità pelvica. Come conseguenza di questa migrazione, in un certo numero di individui maschi si riscontra che uno degli organi appaiati è rimasto nella cavità pelvica o ha trovato un assestamento permanente nel cosiddetto canale inguinale attraversato da entrambi gli organi nella loro migrazione, o almeno che questo canale è rimasto aperto, nonostante normalmente si chiuda non appena è avvenuto il mutamento di posizione delle ghiandole germinali. Quando da giovane studente eseguii il mio primo lavoro scientifico sotto la direzione di von Brücke, ebbi a occuparmi dell'origine delle radici nervose posteriori nel midollo spinale di un piccolo pesce, di conformazione ancora molto arcaica. Trovai che le fibre nervose di queste radici provengono da grandi cellule del corno posteriore della sostanza grigia, il che non avviene più in altri vertebrati. Ma subito dopo scoprii anche che cellule nervose di questo tipo si riscontrano al di fuori della sostanza grigia, lungo l'intero percorso fino al cosiddetto ganglio spinale della radice posteriore, dal che trassi la conclusione che le cellule di questi mucchi di gangli sono migrate dal midollo spinale seguendo il percorso delle radici dei nervi. Questo ci è dimostrato anche dalla storia dell'evoluzione; in questo piccolo pesce, tuttavia, l'intero cammino della migrazione era reso riconoscibile da cellule rimaste indietro.
Se approfondite questi paragoni, non vi sarà difficile scoprirne i punti deboli. Vengo quindi direttamente al mio enunciato secondo il quale dall'esame di ogni singola tendenza sessuale è possibile stabilire che alcune componenti di essa si sono arrestate a stadi precedenti dello sviluppo, anche se altre possono avere raggiunto la meta finale. Come vedete noi ci rappresentiamo ognuna di tali tendenze come una corrente ininterrotta che procede sin dall'inizio della vita ma che noi scomponiamo, in certo qual modo artificialmente, in successivi e separati sbalzi. La vostra impressione che questo modo di rappresentarsi le cose abbisogni di un ulteriore chiarimento è giustificata, ma il tentativo ci condurrebbe troppo lontano. Lasciate che vi dica soltanto che un simile arresto di una tendenza parziale a uno stadio anteriore verrà da noi indicato col termine FISSAZIONE (fissazione, cioè, della pulsione).
Il secondo pericolo di un tale sviluppo per stadi consiste nel fatto che anche le parti che si sono spinte più avanti possono facilmente ritornare, con movimento retrogrado, a uno di questi stadi precedenti, processo che noi chiamiamo REGRESSIONE. La tendenza sarà indotta a regredire in tal modo quando nell'esercizio della sua funzione nella forma successiva o più altamente evoluta, quando cioè persegue la meta che procura soddisfacimento, si imbatte in potenti ostacoli esterni. E' lecito supporre che fissazione e regressione non siano indipendenti l'una dall'altra. Quanto più forti saranno le fissazioni lungo il cammino dello sviluppo, tanto più la funzione schiverà le difficoltà esterne regredendo fino alle fissazioni medesime; e tanto più, quindi, la funzione che viene dispiegandosi si dimostrerà incapace di resistere, durante il suo decorso, agli ostacoli esterni. E' come se un popolo in movimento lasciasse dietro di sé forti distaccamenti nei luoghi di tappa della sua migrazione, e venisse spontaneo a coloro che si sono spinti più avanti ritirarsi fino a quei luoghi nel caso di sconfitta o di scontro con un nemico troppo forte; d'altra parte il pericolo di sconfitta incomberà tanto maggiormente quanto più numerosi saranno coloro che nel corso della migrazione sono rimasti indietro.
E' importante, per la vostra comprensione delle nevrosi, che non perdiate di vista il rapporto tra fissazione e regressione.
Otterrete in tal modo un solido ancoraggio quando dovrete affrontare - cosa che faremo fra poco - il problema dell'etiologia delle nevrosi, ossia delle loro cause.
Per il momento ci soffermeremo ancora sulla regressione. Secondo quanto vi è noto a proposito dello sviluppo della funzione libidica, avete motivo di aspettarvi due tipi di regressione:
ritorno ai primi oggetti investiti dalla libido, che, come è noto, sono di natura incestuosa, e ritorno dell'intera organizzazione sessuale a stadi precedenti. Entrambi questi tipi di regressione compaiono nelle nevrosi di traslazione e svolgono un ruolo importante nel loro meccanismo. Specialmente il ritorno della libido ai primi oggetti incestuosi è un tratto che si riscontra nei nevrotici con una regolarità addirittura estenuante. Avremmo molto di più da dire sulla regressione della libido se prendessimo in considerazione anche un altro gruppo di nevrosi, quelle cosiddette narcisistiche, ma al presente non intendiamo farlo.
Queste affezioni ci dischiudono ulteriori processi di sviluppo della funzione libidica che finora non abbiamo ancora menzionato, e ci mostrano di conseguenza anche nuovi tipi di regressione.
Credo però che per ora vi devo ammonire soprattutto a non confondere REGRESSIONE con RIMOZIONE aiutandovi a chiarire le relazioni che esistono tra questi due processi. Come rammenterete, la rimozione è quel processo per il quale un atto capace di diventare cosciente, un atto quindi che appartiene al sistema PREC [abbreviazione di preconscio], viene reso inconscio, ossia respinto nel sistema INC. E, parimenti, parliamo di rimozione quando l'atto psichico inconscio non viene ammesso nemmeno nel vicino sistema preconscio, ma viene rimandato indietro dalla censura quando perviene alla soglia di esso. Il concetto di rimozione non implica dunque alcuna relazione con la sessualità; vi prego di notarlo bene. Esso designa un processo puramente psicologico, che possiamo caratterizzare ancor meglio chiamandolo "topico". Vogliamo dire con ciò che esso ha a che fare con le località psichiche di cui abbiamo supposto l'esistenza o, lasciando cadere questa grossolana immagine ausiliaria, con la struttura dell'apparato psichico in sistemi psichici separati.
Il confronto che abbiamo stabilito attira per la prima volta la nostra attenzione sul fatto che finora abbiamo impiegato la parola "regressione" non nel suo significato generale, ma in un significato del tutto particolare. Date alla regressione il suo senso generale, quello di un ritorno da uno stadio superiore dello sviluppo a uno inferiore, e anche la rimozione può rientrare nel concetto di regressione, poiché anch'essa può essere descritta come ritorno a uno stadio precedente e inferiore nello sviluppo di un atto psichico. Nel caso della rimozione, però, questo movimento regressivo non ci interessa perché, in senso dinamico, parliamo di rimozione anche quando un atto psichico viene trattenuto allo stadio inferiore dell'inconscio. Rimozione è appunto un concetto topico-dinamico, regressione un concetto puramente descrittivo.
Con ciò che abbiamo finora chiamato regressione e messo in rapporto con la fissazione, intendevamo invece esclusivamente il ritorno della libido a tappe precedenti del suo sviluppo, quindi qualcosa che è sostanzialmente diverso dalla rimozione e del tutto indipendente da essa. D'altronde non possiamo definire la regressione della libido un processo puramente psichico né sappiamo quale localizzazione assegnarle nell'apparato psichico.
Per forte che sia il suo influsso sulla vita psichica, nella regressione il fattore organico è tuttavia il più saliente.
Discussioni come questa, Signori, non possono non diventare aride in certa misura. Volgiamoci alla clinica, per trarne applicazioni un po' più suggestive. Voi sapete che l'isteria e la nevrosi ossessiva sono le due principali rappresentanti del gruppo delle nevrosi di traslazione. Ora, nell'isteria c'è sì, e del tutto regolarmente, una regressione della libido agli oggetti sessuali primari, incestuosi, ma non c'è praticamente regressione alcuna a stadi precedenti dell'organizzazione sessuale. In compenso, la parte principale nel meccanismo isterico spetta alla rimozione. Se posso permettermi di completare con una costruzione teorica quanto abbiamo finora accertato a proposito di questa nevrosi, potrei descrivere la situazione nel seguente modo: l'unificazione delle pulsioni parziali sotto il primato dei genitali è raggiunta, ma i suoi risultati si scontrano con la resistenza del sistema preconscio collegato con la coscienza. L'organizzazione genitale vale dunque per l'inconscio, ma non altrettanto per il preconscio; e questo rifiuto da parte del preconscio porta alla formazione di un quadro che ha certe affinità con lo stato che precede il primato dei genitali. Eppure è qualcosa di completamente diverso.
Delle due regressioni della libido, quella a una fase precedente dell'organizzazione sessuale è di gran lunga la più appariscente.
Poiché essa manca nell'isteria, e poiché l'intera nostra concezione delle nevrosi si trova ancora eccessivamente sotto l'influsso dello studio dell'isteria che ha preceduto le altre indagini nel tempo, il significato della regressione della libido ci è divenuto chiaro molto più tardi di quello della rimozione.
Dobbiamo aspettarci che le nostre vedute subiscano ulteriori ampliamenti e sovvertimenti, quando, oltre all'isteria e alla nevrosi ossessiva, potremo prendere in considerazione anche le altre nevrosi, quelle narcisistiche.
Nella nevrosi ossessiva, al contrario, il fatto più appariscente e che determina le manifestazioni sintomatiche è la regressione della libido allo stadio preliminare dell'organizzazione sadico- anale. L'impulso amoroso deve qui mascherarsi da impulso sadico.
La rappresentazione ossessiva "vorrei ucciderti", una volta liberata da certe aggiunte (che però non sono casuali bensì indispensabili) in fondo non significa altro che: "vorrei goderti in amore". Se a questo aggiungete che nel contempo ha avuto luogo una regressione oggettuale, talché questi impulsi valgono soltanto per le persone più prossime e più care, potete farvi un'idea dell'orrore che queste ossessioni suscitano nel malato e al tempo stesso del carattere di estraneità con cui si presentano alla sua percezione cosciente. Ma anche la rimozione ha nel meccanismo di queste nevrosi una gran parte, che comunque non è facile illustrare in un'introduzione rapida come la nostra. Una regressione della libido senza rimozione non darebbe mai luogo a una nevrosi, ma sfocerebbe piuttosto in una perversione. Da ciò potete rendervi conto che è la rimozione il processo che più specificamente compete alla nevrosi e meglio la caratterizza.
Forse avrò ancora occasione di esporvi quel che sappiamo sul meccanismo delle perversioni, e vedrete allora che anche qui nulla procede in modo così semplice come ci piacerebbe ipotizzare.
Signori, penso che l'esposizione che avete or ora ascoltato sulla fissazione e sulla regressione della libido vi apparirà nella sua giusta luce se la considererete come una preparazione all'indagine sull'etiologia delle nevrosi.
A questo riguardo mi sono limitato finora a dirvi che gli uomini si ammalano di nevrosi quando viene tolta loro la possibilità di soddisfare la propria libido - quindi per "frustrazione", come mi espressi - e che i loro sintomi sono appunto il sostituto del soddisfacimento non concesso. Naturalmente questo non doveva significare che ogni frustrazione del soddisfacimento libidico rende nevrotico colui che ne è colpito, ma semplicemente che l'elemento della frustrazione era dimostrabile in tutti i casi esaminati di nevrosi. La proposizione non è quindi reversibile.
Voi, certamente, avrete anche compreso che quell'affermazione non pretendeva di svelare per intero l'enigma dell'etiologia delle nevrosi, ma ne metteva in rilievo solo una condizione importante e indispensabile.
Sorge ora il dubbio se, nel proseguire la discussione di tale asserto, dobbiamo attenerci alla natura della frustrazione o al particolare carattere di colui che ne è colpito.
La frustrazione, invero, è ben di rado unilaterale e assoluta; e certo, per agire in senso patogeno, bisogna che colpisca l'unico modo di soddisfacimento che la persona pretende e di cui è capace.
Ma in generale ci sono moltissime vie che consentono di sopportare la privazione del soddisfacimento libidico senza ammalarsi.
Innanzitutto conosciamo uomini che sono in grado di assumersi una simile privazione senza danno: non sono felici, soffrono di nostalgia, ma non si ammalano. Poi dobbiamo prendere in considerazione il fatto che proprio gli impulsi di natura sessuale sono, se così posso esprimermi, straordinariamente plastici.
Possono sostituirsi l'uno con l'altro, l'uno può assumere su di sé l'intensità dell'altro; se il soddisfacimento di uno viene frustrato dalla realtà, il soddisfacimento di un altro può offrire piena compensazione. Malgrado il loro assoggettamento al primato dei genitali, essi sono tra loro in relazione come una rete di canali comunicanti pieni di liquido: il che non è agevolmente unificabile in una sola immagine. A ciò si aggiunga che le pulsioni parziali della sessualità, così come l'aspirazione sessuale cui queste danno luogo, mostrano una grande capacità di mutare il loro oggetto, di scambiarlo con un altro, quindi anche con un oggetto più facilmente attingibile. Questa spostabilità e disponibilità ad accettare surrogati non possono non operare potentemente in senso contrario all'effetto patogeno di una frustrazione. Tra questi processi che preservano dall'ammalarsi per privazione ce n'è uno che ha acquisito un particolare significato per la civiltà. Esso consiste nel fatto che la tendenza sessuale abbandona la sua meta rivolta al piacere parziale o al piacere riproduttivo e ne accetta un'altra che è geneticamente connessa a quella lasciata, ma non deve più essere chiamata sessuale bensì sociale. Adeguandoci alla valutazione generale, che pone i fini sociali a un livello più alto rispetto ai fini sessuali, che in fondo sono egocentrici, chiamiamo questo processo "sublimazione". La sublimazione rappresenta del resto solo uno dei modi specifici con cui le tendenze sessuali si appoggiano ad altre tendenze non sessuali. Di esso dovremo parlare ancora in un altro contesto.
Avrete ora l'impressione che, con tutti questi ripieghi per sopportare la privazione, il suo significato sia ridotto a zero.
Invece no, essa mantiene il suo potere patogeno. Le contromisure non sono in genere sufficienti. C'è un limite all'importo di libido insoddisfatta che gli uomini possono mediamente sostenere.
Non è affatto vero che la plasticità o libera mobilità della libido si conservi pienamente in tutti, e la sublimazione non può mai liquidare se non una certa frazione di libido, a prescindere dal fatto che a molte persone la capacità di sublimare è concessa solo in scarsa misura. La più importante di queste restrizioni è evidentemente quella relativa alla mobilità della libido, poiché essa fa dipendere il soddisfacimento dell'individuo dal raggiungimento di un numero molto esiguo di mete e di oggetti.
A questo punto, ricordatevi che da uno sviluppo incompleto della libido possono risultare fissazioni libidiche molto cospicue, eventualmente anche molteplici, a fasi precedenti dell'organizzazione sessuale e del rinvenimento dell'oggetto, e ricordatevi che in queste situazioni è perlopiù impossibile un effettivo soddisfacimento; riconoscerete allora nella fissazione della libido il secondo potente fattore che, insieme alla frustrazione, concorre a determinare la malattia. Potete dire, con un'abbreviazione schematica, che la fissazione libidica rappresenta il fattore predisponente, interno, e la frustrazione quello accidentale, esterno, dell'etiologia delle nevrosi.
Colgo qui l'occasione per mettervi in guardia dal prendere partito in una disputa assolutamente inutile. Negli affari della scienza è molto in voga isolare una parte della verità, metterla al posto del tutto e poi, per favorirla, combattere il resto, che non è meno vero. In questo modo si sono già scisse dal movimento psicoanalitico parecchie correnti, delle quali l'una riconosce solo le pulsioni egoistiche e sconfessa per contro quelle sessuali, mentre l'altra considera solo l'influsso dei compiti reali della vita trascurando l'importanza del passato individuale; e così via. Ora, qui si presenta lo spunto per un'analoga opposizione e controversia: sono le nevrosi malattie endogene o esogene? Sono esse l'inevitabile conseguenza di una certa costituzione o sono invece il prodotto di certe impressioni vitali dannose (traumatiche)? In particolare traggono origine dalla fissazione della libido (e dagli altri aspetti della costituzione sessuale) oppure dalla pressione della frustrazione? Questo dilemma non mi sembra, tutto sommato, più saggio di quest'altro che potrei porvi: il bambino nasce perché generato dal padre o perché concepito dalla madre? Entrambe le condizioni sono ugualmente indispensabili, rispondete con ragione. Nella genesi delle nevrosi il rapporto, se non del tutto identico, è tuttavia molto simile. Dal punto di vista etiologico i casi di malattie nevrotiche si dispongono in una serie entro la quale entrambi i fattori - costituzione sessuale ed esperienza, oppure, se preferite, fissazione della libido e frustrazione - sono presenti in modo tale che quando l'uno cresce, l'altro diminuisce. A un capo della serie ci sono i casi estremi, dei quali potete dire con convinzione: questi individui, in seguito al singolare sviluppo della loro libido, si sarebbero ammalati in ogni caso, quali che fossero state le loro esperienze, per quanto accuratamente la vita li avesse risparmiati. All'altro capo vi sono i casi di coloro a proposito dei quali, viceversa, dovete ritenere che sarebbero certamente scampati alla malattia se la vita non li avesse messi in questa o in quella situazione. Nei casi all'interno della serie, un più o un meno di costituzione sessuale predisponente si combina con un meno o un più di esigenze infauste della vita. Se costoro non avessero avuto tali esperienze, la loro costituzione sessuale non li avrebbe portati alla nevrosi, e queste esperienze non avrebbero avuto su di loro un effetto traumatico se le condizioni della libido fossero state diverse. In questa serie posso forse concedere una certa preponderanza all'importanza dei fattori predisponenti, ma anche questa concessione dipende da quanto volete estendere le frontiere del nervosismo.
Signori, vi propongo di dare a serie come queste il nome di "serie complementari", e vi avverto che avremo ancora occasione di costituirne altre di simili.
La tenacia con la quale la libido rimane attaccata a determinate direzioni e oggetti, la "viscosità", per così dire, della libido, ci appare come un fattore indipendente, individualmente variabile, le cui determinanti ci sono completamente sconosciute, ma la cui importanza per l'etiologia delle nevrosi non correremo più il rischio di sottovalutare. Non dobbiamo però nemmeno sopravvalutare l'intimità di questo rapporto. Infatti una simile "viscosità" della libido compare anche - per ragioni ignote e in svariate circostanze - nella persona normale e si riscontra come fattore determinante negli individui che in certo senso sono il contrario dei nervosi, cioè nei pervertiti. Già prima dell'avvento della psicoanalisi (vedi Binet) era noto che nell'anamnesi dei pervertiti si scopre assai spesso un'impronta molto precoce di un'anormale direzione pulsionale o scelta oggettuale, alla quale la libido di queste persone è rimasta poi ancorata per tutta la vita. Spesso non si può dire che cosa sia stato a rendere questa impronta capace di esercitare un'attrazione tanto intensa sulla libido. Voglio raccontarvi un caso di questo genere da me stesso osservato.
Si trattava di un uomo per il quale oggi il genitale e tutte le altre attrattive della donna non significano nulla, mentre può essere messo in uno stato di irresistibile eccitazione sessuale solo da un piede con una calzatura di forma particolare. Egli era in grado di ricordare un episodio risalente al suo sesto anno di età, che divenne determinante per la fissazione della sua libido.
Era seduto su uno sgabello accanto alla governante, dalla quale doveva prendere lezione di inglese. La governante, una secca zitellona, per niente bella, dagli occhi di un azzurro slavato e dal naso camuso, aveva quel giorno male a un piede e lo teneva perciò disteso su un cuscino, rivestito da una pantofola di velluto, mentre la gamba era nascosta nel modo più decente. Un piede così magro e scarno, come quello che aveva visto allora alla governante, divenne tosto, dopo un timido tentativo di normale attività sessuale nella pubertà, il suo unico oggetto sessuale, e quest'uomo era irresistibilmente attratto se al piede si accompagnavano altre caratteristiche capaci di rammentargli la governante inglese. Questa fissazione della sua libido, tuttavia, non lo fece diventare un nevrotico, bensì un pervertito, un feticista del piede, come noi diciamo. Vedete dunque che, sebbene una fissazione eccessiva della libido, e per di più prematura, sia indispensabile per la genesi delle nevrosi, la sua sfera d'azione oltrepassa di molto il campo delle nevrosi. Anche questa condizione è di per sé sola tanto poco decisiva quanto quella sopra menzionata della frustrazione.
Il problema delle cause delle nevrosi sembra dunque farsi più complicato. In effetti l'indagine psicoanalitica ci porta a conoscenza di un nuovo fattore non ancora preso in considerazione nella nostra serie etiologica, fattore che si riconosce nel modo migliore nei casi in cui improvvisamente quello che fino allora era uno stato di salute viene a essere turbato dalla malattia nevrotica. In tali casi compaiono regolarmente i segni di un contrasto tra diversi impulsi di desiderio, o, come noi siamo abituati a dire, di un conflitto psichico. Una parte della personalità si fa interprete di certi desideri, un'altra vi si oppone e li respinge. Senza un simile conflitto non c'è nevrosi.
Ora, sembrerebbe non esserci niente di particolare in questo: la nostra vita psichica, come sapete, è mossa incessantemente da conflitti cui dobbiamo dare una risoluzione. Perché simili conflitti diventino patogeni, devono quindi essere assolte particolari condizioni. Poniamoci la domanda quali siano queste condizioni, tra quali forze psichiche si svolgano questi conflitti patogeni, e in che rapporto stia il conflitto con gli altri fattori causali.
Spero di poter dare a questi interrogativi risposte adeguate, per quanto ridotte in forma schematica. Il conflitto viene suscitato dalla frustrazione, che fa sì che la libido, privata del suo soddisfacimento, sia costretta a cercarsi altri oggetti e altre vie. Presupposto del conflitto è che queste altre vie e oggetti suscitino l'opposizione di una parte della personalità, così che ne segua un veto tale da rendere in un primo tempo impossibile il nuovo modo di soddisfacimento. Da qui procede, verso la formazione dei sintomi, la strada che seguiremo più avanti. Le tendenze libidiche respinte riescono ugualmente a imporsi per certe vie indirette, ma, in verità, non senza tener conto, mediante certe deformazioni e attenuazioni, dell'opposizione. Le vie indirette sono appunto quelle della formazione dei sintomi; i sintomi sono il soddisfacimento nuovo o sostitutivo, che è diventato necessario a causa della frustrazione.
Si può adeguatamente esprimere l'importanza del conflitto psichico anche in un altro modo, affermando cioè che alla frustrazione esterna, affinché agisca in senso patogeno, deve aggiungersi la frustrazione interna. Frustrazione interna ed esterna si riferiscono in tal caso, com'è ovvio, a vie e a oggetti diversi.
La frustrazione esterna toglie una possibilità di soddisfacimento, la frustrazione interna vorrebbe escludere un'altra possibilità in relazione alla quale nasce il conflitto. Io dò la preferenza a questa seconda descrizione, perché possiede un contenuto segreto.
Essa infatti accenna alla possibilità che gli impedimenti interni abbiano avuto origine da ostacoli esterni reali nei primordi dell'evoluzione umana.
Ma quali sono le forze da cui scaturisce l'opposizione alla tendenza libidica, ossia l'altro polo del conflitto patogeno?
Sono, in termini generalissimi, le forze pulsionali non sessuali.
Noi le raggruppiamo sotto il nome di "pulsioni dell'Io"; la psicoanalisi delle nevrosi di traslazione non ci garantisce alcun accesso alla loro ulteriore scomposizione; al massimo veniamo a conoscerle, entro certi limiti, attraverso le resistenze che si oppongono all'analisi. Il conflitto patogeno è quindi un conflitto tra le pulsioni dell'Io e quelle sessuali. In tutta una serie di casi, esso ha l'aria di essere altresì un conflitto tra differenti tendenze puramente sessuali. In fondo è però lo stesso poiché, delle due tendenze sessuali che si trovano in conflitto, l'una, per così dire, è sempre in sintonia con l'Io, mentre l'altra provoca la difesa dell'Io. Rimane quindi un conflitto tra l'Io e la sessualità.
Signori, tante e tante volte, allorché la psicoanalisi ha preteso che un certo accadimento psichico fosse un esito delle pulsioni sessuali, le si è fatto osservare, con un atteggiamento di irritata difesa, che l'uomo non è fatto solo di sessualità, che nella vita psichica ci sono anche altre pulsioni e interessi oltre a quelli sessuali, che non "tutto" può esser fatto derivare dalla sessualità e così via. Orbene, fa veramente piacere trovarsi una volta tanto d'accordo con i propri avversari. La psicoanalisi non ha mai dimenticato che esistono anche forze pulsionali non sessuali, si è fondata sulla netta distinzione tra le pulsioni sessuali e quelle dell'Io e ha affermato, prima di ogni opposizione, non già che le nevrosi provengono dalla sessualità, bensì che debbono la loro origine al conflitto tra l'Io e la sessualità. Inoltre, non si può immaginare alcun motivo per cui la psicoanalisi contesterebbe l'esistenza o l'importanza delle pulsioni dell'Io solo perché cerca di portare in luce la funzione delle pulsioni sessuali nella malattia e nella vita.
Semplicemente, ha avuto la ventura di occuparsi in prima linea delle pulsioni sessuali perché queste, attraverso le nevrosi di traslazione, sono diventate le più accessibili alla comprensione e perché le è spettato il compito di studiare ciò che altri avevano trascurato .
Non corrisponde nemmeno a verità che la psicoanalisi non si sia curata affatto della componente non sessuale della personalità.
Proprio la distinzione tra l'Io e la sessualità ci ha fatto riconoscere con particolare chiarezza che anche le pulsioni dell'Io sono protagoniste di un importante processo di sviluppo, il quale né è del tutto indipendente dalla libido né si effettua senza incidere a sua volta su di essa. Nondimeno conosciamo lo sviluppo dell'Io molto meno bene di come conosciamo lo sviluppo libidico, e questo perché solo lo studio delle nevrosi narcisistiche ci apre la prospettiva di penetrare nella struttura dell'Io. Tuttavia esiste già un ragguardevole tentativo di Ferenczi di costruire teoricamente gli stadi dello sviluppo dell'Io, e perlomeno in due punti abbiamo già acquisito solide basi per dare un giudizio su questo sviluppo. Non pensiamo affatto che gli interessi libidici di una persona si trovino a priori in contrasto con i suoi interessi di autoconservazione; al contrario l'Io si sforzerà in ogni stadio di rimanere in armonia con la propria organizzazione sessuale del momento e di uniformarsi a essa. Il succedersi delle singole fasi dello sviluppo libidico segue verosimilmente un programma prestabilito; ma non si può contestare che questo processo possa venire influenzato da parte dell'Io; parimenti, potrebbe essere previsto un certo parallelismo, una determinata corrispondenza tra le fasi di sviluppo dell'Io e quelle della libido; anzi, il turbamento di questa corrispondenza potrebbe costituire un fattore patogeno. Un aspetto per noi importante è dunque il comportamento dell'Io quando la sua libido, pervenuta a un certo livello di sviluppo, lascia dietro di sé una forte fissazione. L'Io può ammettere questo fatto e allora diventa pervertito, oppure, ciò che è lo stesso, infantile nella misura corrispondente. Oppure può mostrarsi contrario all'insediarsi della libido in quella certa posizione, e in tal caso sperimenta una RIMOZIONE là dove la libido ha subìto una FISSAZIONE.
In questo modo giungiamo a renderci conto del fatto che il terzo fattore dell'etiologia delle nevrosi, l'inclinazione al conflitto, dipende tanto dallo sviluppo dell'Io quanto da quello della libido. La nostra visione delle cause delle nevrosi si è quindi fatta completa. Dapprima, quale presupposto generalissimo, la frustrazione; poi la fissazione della libido che spinge quest'ultima in determinate direzioni; e in terzo luogo l'inclinazione al conflitto derivante dallo sviluppo dell'Io che ha respinto tali impulsi libidici. La situazione, insomma, non è tanto intricata e difficile da penetrare come probabilmente vi è sembrata mentre ve la esponevo. Vero è, però, che non abbiamo finito: dobbiamo aggiungere ancora qualcosa di nuovo nonché analizzare ulteriormente questioni già note.
Per dimostrarvi l'influenza dello sviluppo dell'Io sulla formazione del conflitto e quindi sulla determinazione delle nevrosi, vorrei portarvi un esempio che, per la verità, è completamente inventato pur essendo verosimile sotto ogni aspetto.
Rifacendomi a una farsa di Nestroy gli darò il titolo "Al pianterreno e al primo piano". Al pianterreno abita il custode, al primo piano il padrone di casa, un uomo ricco ed eminente.
Entrambi hanno figli e noi supporremo che alla figlioletta del padrone di casa sia permesso giocare, incustodita, con la bambina proletaria. Può allora succedere molto facilmente che i giochi delle bambine assumano un carattere sconveniente, ossia sessuale, che giochino a "papà e mamma", che stiano a guardarsi l'un l'altra nelle funzioni intime e si stimolino i genitali. La figlia del custode, che nonostante i suoi cinque o sei anni ha potuto fare più di un'osservazione sulla sessualità degli adulti, può assumere in tutto questo la parte della seduttrice. Anche se non si protraggono a lungo, queste esperienze bastano ad attivare in entrambe le bambine certi impulsi sessuali che, dopo la cessazione dei giochi in comune, possono manifestarsi per alcuni anni sotto forma di masturbazione. Fin qui ciò che le bimbe hanno in comune; il risultato finale sarà invece molto diverso. La figlia del custode continuerà la masturbazione pressappoco fino alla comparsa delle mestruazioni e vi rinuncerà poi senza difficoltà; alcuni anni più tardi si prenderà un amante, forse avrà anche un bambino, imboccherà una strada o l'altra nella vita, che forse la porterà a diventare un'attrice popolare che finisce col diventare un'aristocratica. E' probabile che il suo destino sia meno brillante, ma in ogni caso porterà a termine la sua vita senza risentire dell'esercizio prematuro della sua sessualità, esente da nevrosi. Non così la figlioletta del padrone di casa. Quest'ultima avrà ben presto e ancora bambina il presentimento di aver fatto qualcosa che non andava fatto, rinuncerà di lì a breve, ma forse solo dopo una dura lotta, al soddisfacimento masturbatorio e ciononostante conserverà nella sua natura un che di oppresso.
Quando, negli anni dell'adolescenza, avrà l'opportunità di apprendere qualche notizia sui rapporti sessuali umani, se ne ritrarrà con inesplicato orrore e preferirà perseverare nella sua ignoranza. Probabilmente soccomberà all'indomabile risorgente impulso a masturbarsi, del quale non oserà lamentarsi. Negli anni in cui, divenuta donna, dovrebbe piacere a un uomo, scoppierà in lei la nevrosi che la defrauderà del matrimonio e di tutte le sue speranze. Se ora, mediante l'analisi, si riuscirà a entrare nel meccanismo di questa nevrosi, risulterà che questa giovanetta beneducata, intelligente e di elevate aspirazioni, ha completamente rimosso i suoi impulsi sessuali, ma che questi, senza che lei ne sia cosciente, sono rimasti ancorati alle misere esperienze con la compagna di giochi della sua infanzia.
La diversità di questi due destini, nonostante l'esperienza sia la stessa, dipende dal fatto che l'Io dell'una ha subìto uno sviluppo che non ha avuto luogo nell'altra. Alla figlia del custode l'attività sessuale è apparsa più tardi altrettanto naturale e ovvia quanto nell'infanzia. La figlia del padrone di casa ha subìto l'influsso dell'educazione accettandone le pretese. Il suo Io, persuaso dai suggerimenti istillatigli, si è formato un ideale di purezza e di astinenza con cui l'attività sessuale risulta incompatibile; la sua educazione intellettuale ha diminuito il suo interesse per il ruolo femminile al quale pure è destinata. A causa di questo superiore sviluppo morale e intellettuale del suo Io, è venuta a trovarsi in conflitto con le esigenze della sua sessualità.
Oggi intendo soffermarmi ancora su un secondo punto dello sviluppo dell'Io, sia per certi miei scopi, sia perché quanto segue è idoneo a giustificare la netta e non ovvia distinzione, che mi sta a cuore, tra le pulsioni dell'Io e quelle sessuali. Nel giudicare i due sviluppi, quello dell'Io e quello della libido, dobbiamo soffermarci su un aspetto che finora non è stato sovente tenuto in considerazione. Entrambi sono in fondo eredità, ripetizioni accorciate dello sviluppo che l'intera umanità ha percorso dai suoi primordi in un arco di tempo lunghissimo. Mi sembra di poter sostenere che nello sviluppo della libido questa origine filogenetica sia senz'altro individuabile. Considerate come in una classe di animali l'apparato genitale sia posto nel più stretto rapporto con la bocca, in un'altra non possa essere distinto dall'apparato escretorio, e in altre ancora sia collegato agli organi motori, tutte cose che trovate descritte in forma attraente nel prezioso libro di Bölsche. Negli animali si vedono, per così dire cristallizzate in organizzazione sessuale, tutte le specie di perversioni. Nel caso dell'uomo, invece, il punto di vista filogenetico viene in parte offuscato dalla circostanza che ciò che in fondo è ereditario viene pur tuttavia acquisito ex novo nello sviluppo individuale, probabilmente per il fatto che sussistono e agiscono ancora su ogni singolo individuo le stesse condizioni che hanno resa necessaria a suo tempo l'acquisizione.
Direi che a suo tempo esse hanno agito in senso creativo, mentre ora agiscono in senso evocativo. Oltre a ciò, è indubitabile che il corso dello sviluppo prestabilito può essere turbato e modificato in ogni singolo individuo dall'esterno, ad opera di influssi recenti. Noi però conosciamo questo potere, che ha imposto all'umanità un simile sviluppo e mantiene anche oggi la sua pressione nella medesima direzione; è ancora una volta la frustrazione della realtà, oppure, dandole il suo vero grande nome, la Necessità che domina la vita: la "Ananke". Essa è stata una severa educatrice e ha ottenuto molto da noi. I nevrotici rientrano tra i figli nei quali questa severità ha avuto cattivi risultati, ma questo è un rischio che si deve correre in ogni educazione. Detto incidentalmente, questa valutazione della necessità vitale come motore dello sviluppo non necessariamente ci induce a prendere posizione contro l'importanza delle "tendenze evolutive interne", se di esse può essere dimostrata l'esistenza.
Ora, è assai degno di nota il fatto che le pulsioni sessuali e di autoconservazione non si comportano allo stesso modo di fronte alle necessità che la realtà impone. Le pulsioni di autoconservazione, e tutto quanto è connesso con esse, sono più facili da educare; imparano presto ad adattarsi alla necessità e a regolare il loro sviluppo secondo i dettami della realtà. Ciò si può comprendere, dal momento che non possono procurarsi in alcun altro modo gli oggetti di cui abbisognano; senza questi oggetti l'individuo è destinato a soccombere. Le pulsioni sessuali sono più difficilmente educabili poiché all'inizio non hanno bisogno di un oggetto. Dal momento che si appoggiano, in certo qual modo da parassite, alle altre funzioni fisiologiche e si soddisfano autoeroticamente sul proprio corpo, sono in un primo tempo sottratte all'influsso educativo della necessità reale e mantengono per tutta la vita e nella maggior parte degli uomini, per un verso o per l'altro, questo carattere di autonomia e refrattarietà (ciò che noi chiamiamo "irragionevolezza"). Inoltre, l'educabilità dei giovani normalmente ha fine quando i loro bisogni sessuali si destano in modo definitivo in tutta la loro intensità. Gli educatori lo sanno e si comportano di conseguenza; e non è escluso che i risultati della psicoanalisi li indurranno a spostare la pressione principale dell'educazione sui primi anni dell'infanzia, a partire dall'epoca dell'allattamento. Nel quarto o quinto anno di vita il piccolo essere umano è spesso già compiuto e più tardi non fa che mettere a poco a poco in evidenza ciò che era già insito in lui.
Per apprezzare appieno il significato della differenza indicata tra i due gruppi di pulsioni dobbiamo rifarci a cose lontane e introdurre una di quelle considerazioni che meritano di essere definite ECONOMICHE. Ci portiamo così in uno dei campi più importanti, ma purtroppo anche più oscuri, della psicoanalisi. La domanda che ci poniamo è se nel lavoro del nostro apparato psichico si possa riconoscere un'intenzione principale, e, in prima approssimazione, rispondiamo che questa intenzione c'è ed è rivolta al conseguimento di piacere. Sembra che l'intera nostra attività psichica sia intesa a conseguire piacere e a evitare dispiacere, che essa venga automaticamente regolata dal PRINCIPIO DI PIACERE. Ebbene, a proposito di ogni cosa ci piacerebbe sapere quali siano le condizioni per il sorgere del piacere e del dispiacere; ma è proprio ciò che ignoriamo. Possiamo arrischiarci ad affermare solo questo: che il piacere è legato IN QUALCHE MODO alla diminuzione, alla riduzione o alla estinzione della quantità di stimoli che operano nell'apparato psichico, mentre il dispiacere è legato a un suo incremento. L'esame del piacere più intenso accessibile all'uomo, il piacere legato al compimento dell'atto sessuale, lascia pochi dubbi su questo punto. Poiché questi processi inerenti al piacere concernono QUANTITA' di eccitamento psichico o di energia psichica, definiamo economiche considerazioni di questo genere. Notiamo che possiamo descrivere il compito e la prestazione dell'apparato psichico anche in modo diverso e più generale che non accentuando il conseguimento di piacere. Possiamo dire che l'apparato psichico serve l'intento di padroneggiare e liquidare la massa di stimoli e la somma di eccitamenti che lo aggrediscono dall'esterno e dall'interno.
Quanto alle pulsioni sessuali, è senz'altro evidente che, dall'inizio alla fine del loro sviluppo, operano in vista del conseguimento del piacere; esse conservano questa funzione originaria senza apportarle alcuna modifica. Allo stesso scopo aspirano inizialmente anche le altre pulsioni, quelle dell'Io; ma, sotto l'influsso di quella maestra di vita che è la Necessità, le pulsioni dell'Io imparano presto a sostituire il principio di piacere con una sua modificazione. Per esse il compito di evitare il dispiacere si pone quasi sullo stesso piano di quello del conseguimento del piacere; l'Io apprende che è inevitabile rinunciare al soddisfacimento immediato, rimandare il conseguimento del piacere, sopportare un po' di dispiacere e rinunciare totalmente a certe fonti di piacere. L'Io così educato è diventato "ragionevole", non si lascia più dominare dal principio di piacere, ma obbedisce al PRINCIPIO DI REALTA', che in fondo vuole anch'esso ottenere piacere, ma un piacere il quale, pur essendo rinviato nel tempo e più limitato, è garantito dalla considerazione della realtà.
Il passaggio dal principio di piacere a quello di realtà è uno dei più importanti progressi nello sviluppo dell'Io. Sappiamo già che le pulsioni sessuali percorrono tardi e solo con riluttanza questo tratto dello sviluppo dell'Io, e più avanti apprenderete quali conseguenze abbia per l'uomo il fatto che la sua sessualità si accontenti di un rapporto così labile con la realtà esterna. E ora, a conclusione, ancora un'osservazione che rientra in questo argomento. Se l'Io dell'uomo ha il suo processo di sviluppo non meno della libido, non sarete sorpresi di apprendere che esistono anche le "regressioni dell'Io"; e vorrete sapere altresì quale ruolo possa svolgere nelle malattie nevrotiche questo ritorno dell'Io a fasi precedenti dello sviluppo.
Lezione 23 - LE VIE PER LA FORMAZIONE DEI SINTOMI
Signore e Signori, per il profano sono i sintomi a costituire l'essenza della malattia e la guarigione è per lui la soppressione dei sintomi. Il medico mira a tenere separati i sintomi dalla malattia e sostiene che l'eliminazione dei sintomi non è ancora la guarigione della malattia. In verità ciò che di tangibile resta della malattia, una volta eliminati i sintomi, è soltanto la capacità di formare nuovi sintomi. Perciò vogliamo metterci per ora dal punto di vista del profano e ritenere che l'approfondimento dei sintomi equivalga alla comprensione della malattia.
I sintomi - naturalmente ci occupiamo qui di sintomi psichici (o psicogeni) e di malattie psichiche - sono, per la vita nel suo insieme, atti dannosi o perlomeno inutili, deplorati spesso dal soggetto perché sgraditi e forieri di dispiacere o sofferenza. Il loro principale danno sta da una parte nel dispendio psichico che per sé stessi comportano e dall'altra nel dispendio che si rende ulteriormente necessario per combatterli. Nel caso in cui la formazione di sintomi sia cospicua, questi due costi possono avere come conseguenza uno straordinario impoverimento del malato quanto a energia psichica disponibile, e possono quindi paralizzarlo rispetto a tutti i compiti importanti della vita. Poiché questo risultato dipende principalmente dalla quantità di energia che viene così assorbita, è facile riconoscere che "essere ammalati" è un concetto essenzialmente pratico. Se però vi mettete dal punto di vista della teoria e prescindete da questa quantità, vi sarà facile dire che tutti noi siamo ammalati, cioè nevrotici, poiché anche nelle persone normali si possono riscontrare le condizioni per la formazione dei sintomi.
Sappiamo già che i sintomi nevrotici sono il risultato di un conflitto che sorge a proposito di un nuovo modo di soddisfacimento della libido. Le due forze che si sono disgiunte s'incontrano di nuovo nel sintomo, si conciliano, se così si può dire, attraverso il compromesso della formazione del sintomo. E' anche per questo che il sintomo è così resistente: viene sostenuto da entrambe le parti. Sappiamo anche che una delle due parti in conflitto è la libido insoddisfatta e respinta dalla realtà, che è ora costretta a cercare altre vie per il suo soddisfacimento. Se la realtà rimane irremovibile anche quando la libido è disposta ad accettare un altro oggetto al posto di quello che le è stato rifiutato, quest'ultima sarà costretta alla fin fine a imboccare la via della regressione e a perseguire il soddisfacimento in una delle organizzazioni già superate o mediante uno degli oggetti precedentemente abbandonati. La libido viene attirata sulla via della regressione dalla fissazione che si è lasciata dietro in determinati punti del suo sviluppo.
Qui la via che porta alla perversione si separa nettamente da quella che porta alla nevrosi. Se queste regressioni non suscitano l'opposizione dell'Io, non si arriva alla nevrosi e la libido giunge a un qualsiasi soddisfacimento reale, seppure non più normale. Se invece l'Io, il quale dispone non solo della coscienza, ma anche degli accessi all'innervazione motoria e quindi alla realizzazione delle aspirazioni psichiche, non è d'accordo con queste regressioni, ecco che allora sorge il conflitto. La libido è come tagliata fuori e deve cercare una scappatoia, una strada in cui, conformandosi alle richieste del principio di piacere, sia possibile trovare uno sfogo per il proprio investimento di energia. La libido deve sottrarsi all'Io.
Una scappatoia del genere le è comunque consentita dalle fissazioni verificatesi lungo la via del suo sviluppo, ora percorso regressivamente, fissazioni contro le quali l'Io a suo tempo si era protetto mediante rimozioni. Investendo, nel suo fluire a ritroso, queste posizioni rimosse, la libido si è sottratta all'Io e alle sue leggi, rinunciando però nel contempo a tutta l'educazione acquisita sotto l'influsso di questo Io. Essa era docile finché le arrideva il soddisfacimento; sotto la duplice pressione della frustrazione interna ed esterna, diventa insubordinata e rammenta i tempi migliori del passato. Tale è il suo carattere, fondamentalmente immutabile. Le rappresentazioni sulle quali la libido trasferisce ora la sua energia sotto forma di investimento appartengono al sistema dell'inconscio e sottostanno ai processi che sono ivi possibili, in particolare alla condensazione e allo spostamento. In tal modo si stabiliscono condizioni perfettamente equiparabili a quelle che si hanno nella formazione del sogno. Come al sogno vero e proprio giunto a compimento nell'inconscio - l'appagamento di una fantasia di desiderio inconscia - si contrappone una porzione di attività (pre)conscia, che esercita le funzioni di censura e, dopo essere stata tacitata, permette la formazione di un sogno manifesto come compromesso, così anche ciò che tiene il posto della libido nell'inconscio deve fare i conti con il potere dell'Io preconscio.
L'opposizione che si era sollevata nell'Io contro di essa la incalza come "controinvestimento", e la costringe a scegliere quella forma espressiva che può diventare contemporaneamente la sua propria espressione. Così il sintomo sorge come un derivato più volte deformato dell'inconscio appagamento libidico di desiderio, un'ambiguità scelta con arte, avente due significati che si contraddicono completamente l'un l'altro. A questo punto, tuttavia, si può discernere una differenza tra la formazione del sogno e quella del sintomo: infatti, nella formazione del sogno l'intenzione preconscia tende solo a preservare il sonno, a non lasciar penetrare nella coscienza nulla che possa disturbarlo; ma non insiste nel gridare all'inconscio impulso di desiderio un netto: "No, al contrario!". Essa può essere tollerante, perché la situazione del dormiente è meno esposta a pericoli. Lo sbocco nella realtà è sbarrato dallo stesso stato di sonno.
Come vedete, la scappatoia, nelle condizioni di conflitto, è consentita alla libido dalla presenza di fissazioni.
L'investimento regressivo di queste fissazioni porta all'aggiramento della rimozione e a una scarica - o soddisfacimento - della libido in cui vanno rispettate le condizioni del compromesso. Passando per la via indiretta dell'inconscio e delle precedenti fissazioni, la libido è riuscita alla fine a farsi strada fino a un soddisfacimento reale, invero straordinariamente limitato e quasi irriconoscibile. Permettetemi di aggiungere due osservazioni su questo esito finale. Vogliate in primo luogo notare come la libido e l'inconscio da una parte, e l'Io, la coscienza e la realtà dall'altra si mostrino intimamente connessi, pur non facendo parte all'inizio di un tutto unico. E tenete inoltre bene a mente che tutto quello che si è detto qui, e che ancora seguirà, si riferisce esclusivamente alla formazione di sintomi nella nevrosi isterica.
Dove trova dunque la libido le fissazioni di cui ha bisogno per aprirsi il varco attraverso le rimozioni? Nelle attività e nelle esperienze della sessualità infantile, nelle tendenze parziali abbandonate, e negli oggetti dell'infanzia cui ha rinunciato. A essi fa dunque ritorno la libido. L'importanza di questo periodo infantile è duplice: da un lato si sono allora manifestati per la prima volta gli indirizzi pulsionali che il bambino recava in sé nella sua disposizione innata; in secondo luogo, pulsioni diverse da quelle congenite sono state destate, attivate per la prima volta da influssi esterni e da episodi accidentali. Credo che non ci sia alcun dubbio che abbiamo il diritto di stabilire questa bipartizione. L'affermazione della disposizione innata non è soggetta ad alcuna perplessità critica; tuttavia l'esperienza analitica ci costringe anche a supporre che episodi puramente casuali dell'infanzia siano in grado di lasciarsi indietro fissazioni della libido. In questo non vedo alcuna difficoltà teorica. Anche le disposizioni costituzionali sono sicuramente effetti postumi delle esperienze di lontani antenati, anch'esse sono state acquisite; senza tale acquisizione non ci sarebbe eredità. Ed è concepibile che tale acquisizione destinata all'ereditarietà abbia fine proprio nella generazione da noi considerata? Pertanto l'importanza delle esperienze infantili non dovrebbe essere completamente trascurata, come di norma si preferisce fare, a vantaggio delle esperienze degli antenati e della propria maturità; al contrario, dovrebbe essere presa in particolare considerazione. Le esperienze infantili sono tanto più dense di conseguenze in quanto si verificano in epoche di sviluppo incompleto, e proprio per questa circostanza sono atte ad agire in senso traumatico. I lavori di Roux e altri sulla meccanica dello sviluppo ci hanno mostrato che una puntura di spillo in uno strato germinale in fase di riproduzione per divisione cellulare ha come conseguenza un grave disturbo dello sviluppo. La stessa lesione, inferta alla larva o all'animale compiuto, sarebbe tollerata senza danno.
La fissazione libidica dell'adulto, che abbiamo introdotta come rappresentante del fattore costituzionale nell'equazione etiologica delle nevrosi, si scompone ora per noi in due ulteriori elementi: la disposizione ereditata e la disposizione acquisita nella piccola infanzia. Sappiamo che gli schemi sono utili a chi studia. Riassumiamo quindi la situazione in uno schema:
Costituzione sessuale (esperienza preistorica) + Esperienza infantile =Disposizione dovuta alla fissazione della libido + Esperienza accidentale (traumatica) dell'adulto = Nevrosi.
La costituzione sessuale ereditaria ci offre una grande varietà di disposizioni, a seconda che questa o quella pulsione parziale, di per sé sola o unitamente ad altre, sia dotata di particolare intensità. A sua volta, la costituzione sessuale forma con il fattore dell'esperienza infantile una "serie complementare" del tutto simile a quella (che abbiamo conosciuto per prima) nella quale si combinano disposizione ed esperienza accidentale dell'adulto. Qui come là si trovano i medesimi casi estremi e le medesime relazioni tra i fattori presenti. Viene dunque spontanea la domanda se la più appariscente fra le regressioni della libido, quella a stadi precedenti dell'organizzazione sessuale, non sia condizionata prevalentemente dal fattore costituzionale ereditario; ma sarà meglio rimandare la risposta a questa domanda al momento in cui potremo prendere in considerazione una rosa più ampia di manifestazioni morbose di natura nevrotica.
Soffermiamoci ora sul fatto che l'esplorazione analitica mostra la libido dei nevrotici legata alle loro esperienze sessuali infantili. Esse appaiono in tal modo straordinariamente importanti per la vita e per la malattia dell'uomo; e tale importanza conservano intatta sotto il profilo del lavoro terapeutico. Se però prescindiamo da questo compito, ci è facile riconoscere che vi è qui il pericolo di un malinteso, il quale potrebbe indurci a considerare la vita troppo unilateralmente, sulla base della situazione nevrotica. Non si può non detrarre dall'importanza delle esperienze infantili il fatto che la libido è ritornata a esse regressivamente, dopo essere stata cacciata dalle sue posizioni successive. Allora però, sembra plausibile la conclusione opposta, e cioè che le esperienze libidiche non hanno avuto a suo tempo alcuna importanza, ma l'hanno acquisita solo regressivamente. Ricordate che abbiamo già preso posizione, di fronte a un'alternativa simile, quando abbiamo parlato del complesso edipico.
Anche questa volta, la decisione non sarà difficile.
L'osservazione che l'investimento libidico (e quindi il significato patogeno) delle esperienze infantili è stato rafforzato in gran parte dalla regressione della libido, è indubbiamente fondata, ma ci indurrebbe in errore se ne facessimo l'unica osservazione determinante. Devono essere tenute in conto altre considerazioni.
In primo luogo l'osservazione ci mostra, in modo da escludere qualsiasi dubbio, che le esperienze infantili hanno un'importanza di per sé, che già dimostrano negli anni dell'infanzia. Anche i bambini hanno le loro nevrosi, nelle quali il fattore della retrocessione nel tempo è necessariamente molto ridotto o manca del tutto in quanto l'inizio della malattia segue immediatamente le esperienze traumatiche. Lo studio di queste nevrosi infantili ci preserva da più di un pericoloso malinteso circa le nevrosi degli adulti, allo stesso modo come i sogni dei bambini ci hanno dato la chiave per comprendere i sogni degli adulti. Ora, le nevrosi dei bambini sono molto frequenti, molto più frequenti di quanto si creda. Passano spesso inosservate, vengono giudicate come segno di cattiveria o maleducazione, spesso vengono anche tenute a freno dall'autorità dei grandi; comunque, a un esame retrospettivo, sono sempre facilmente riconoscibili. Esse si presentano perlopiù in forma di "isteria d'angoscia". Che cosa ciò significhi, lo apprendiamo in un'altra occasione. Se in epoche successive scoppia una nevrosi, essa si rivela regolarmente attraverso l'analisi la diretta continuazione della malattia infantile che si era manifestata forse solo in forma umbratile e allusiva. Come abbiamo detto, ci sono però dei casi in cui questo nervosismo infantile si protrae senza interruzione in uno stato morboso che dura tutta la vita. Ci è stato possibile analizzare qualche raro esempio di nevrosi infantile durante l'infanzia stessa, nello stato di attualità; ma molto più spesso abbiamo invece dovuto accontentarci che l'ammalato in età matura ci permettesse uno sguardo differito sulla sua nevrosi infantile, e in questi casi non abbiamo potuto trascurare determinati aggiustamenti e cautele.
In secondo luogo dobbiamo pur dire che sarebbe inconcepibile che la libido regredisse così regolarmente a epoche dell'infanzia, se non ci fosse là qualcosa in grado di esercitare un'attrazione su di essa. La fissazione, che supponiamo abbia avuto luogo in singoli punti del cammino evolutivo, significa qualcosa solo se la facciamo consistere nell'immobilizzazione di un certo importo di energia libidica. Infine, posso farvi presente che tra l'intensità e l'importanza patogena delle esperienze infantili e di quelle successive esiste un rapporto di complementarietà simile a quello delle serie precedentemente studiate. Ci sono casi in cui tutto il peso della determinazione ricade sulle esperienze sessuali dell'infanzia, in cui queste impressioni manifestano un effetto sicuramente traumatico e non hanno bisogno in ciò di alcun altro sostegno, tranne quello che possono offrire loro la costituzione sessuale media e un suo sviluppo incompiuto. Accanto a questi, ce ne sono altri ove l'accento è posto tutto sui conflitti successivi e il rilievo che nell'analisi hanno le impressioni infantili appare esclusivamente opera della regressione. Dunque, abbiamo da una parte la "inibizione evolutiva" e dall'altra la "regressione" e, tra questi due estremi, tutte le possibili combinazioni in cui tali fattori agiscono congiuntamente.
Questi dati hanno un certo interesse per la pedagogia, che si propone la prevenzione delle nevrosi intervenendo per tempo nello sviluppo sessuale del bambino. Finché l'educatore rivolge la propria attenzione prevalentemente alle esperienze sessuali infantili, riterrà di aver fatto tutto il possibile per la profilassi delle malattie nervose se sarà riuscito a dilazionare lo sviluppo del bambino e a risparmiargli esperienze del genere.
Tuttavia, sappiamo già che le condizioni per l'insorgere della nevrosi sono complicate e non possono essere influenzate, in generale, tenendo conto di un unico fattore. La severa protezione dell'infanzia diminuisce di valore perché è impotente di fronte al fattore costituzionale; oltre a ciò, è più difficile da realizzare di quanto gli educatori immaginino e implica due ulteriori pericoli che non vanno sottovalutati: il rischio che essa ottenga troppo, ossia favorisca un eccesso di rimozione sessuale nocivo per il futuro, e il rischio di immettere il bambino nella vita completamente disarmato rispetto all'assalto delle esigenze sessuali che è logico attendersi nella pubertà. Così rimane estremamente dubbio fino a che punto la profilassi attuata nell'infanzia possa risultare vantaggiosa, e viene da domandarsi se un diverso atteggiamento di fronte a questa situazione non costituisca, tutto sommato, un modo migliore di affrontare la prevenzione delle nevrosi.
Ritorniamo ora ai sintomi. Essi creano dunque un sostituto per il soddisfacimento frustrato mediante la regressione della libido a epoche precedenti, e a ciò è inseparabilmente congiunto il ritorno a precedenti stadi di sviluppo della scelta oggettuale o dell'organizzazione sessuale. Abbiamo appreso per tempo che il nevrotico rimane ancorato a un qualche punto del suo passato; ora sappiamo che c'è un periodo di questo in cui alla sua libido non mancò il soddisfacimento, in cui il malato fu felice. Egli cerca nella storia della sua vita finché trova un tale periodo - dovesse pur risalire fino al tempo in cui era lattante - così come egli se lo ricorda o come se lo immagina in base a posteriori suggerimenti. Il sintomo ripete in certo qual modo quel tipo di soddisfacimento della prima infanzia, deformato dalla censura procedente dal conflitto, tramutato di regola in sensazione di sofferenza e mescolato a elementi provenienti dal motivo occasionale della malattia. Il tipo di soddisfacimento apportato dal sintomo ha in sé molte cose strane.
Possiamo prescindere dal fatto che esso non è riconoscibile come tale dalla persona in questione, la quale percepisce e lamenta il preteso soddisfacimento piuttosto come sofferenza. Questa trasformazione in sofferenza è opera del conflitto psichico, sotto la cui pressione il sintomo è stato costretto a formarsi. Pertanto ciò che una volta era per l'individuo soddisfacimento, per forza suscita oggi resistenza o repulsione. C'è un modello poco appariscente ma istruttivo di tale cambiamento di significato. Lo stesso bambino, che ha succhiato con avidità il latte dal seno materno, è solito manifestare alcuni anni più tardi una forte avversione per il latte, che l'educazione ha difficoltà a superare. Questa avversione aumenta fino alla ripugnanza, se il latte o la bevanda con esso mescolata è ricoperto da una pellicola: non è da escludere che questa pellicola evochi il ricordo del seno materno, una volta così ardentemente desiderato.
Ricordiamo tuttavia che nel frattempo si è verificata l'esperienza dello svezzamento, con il suo effetto traumatico.
E' qualcos'altro, piuttosto, che fa sì che i sintomi ci appaiano strani, e incomprensibili in quanto mezzi di soddisfacimento libidico. Essi non hanno nulla in comune con ciò da cui normalmente siamo soliti aspettarci un soddisfacimento. Perlopiù prescindono dall'oggetto e rinunciano così a ogni relazione con la realtà esterna. Ci spieghiamo questo fatto come conseguenza del distacco dal principio di realtà e del ritorno al principio di piacere. Ma è anche un ritorno a una specie di autoerotismo allargato, simile a quello che offrì i primi soddisfacimenti alla pulsione sessuale. I sintomi sostituiscono un cambiamento del mondo esterno con un'alterazione del corpo, pongono quindi un'azione interna al posto di una esterna, un adattamento invece di un'azione, il che corrisponde ancora una volta a una regressione estremamente significativa dal punto di vista filogenetico. Comprenderemo tutto questo soltanto connettendolo con una novità che ancora ci riservano le indagini analitiche sulla formazione dei sintomi [e che sarà esposta tra breve]. Non dimentichiamo inoltre che a questa formazione dei sintomi hanno cooperato i medesimi processi dell'inconscio che si sono verificati nella formazione del sogno, cioè la condensazione e lo spostamento. Come il sogno, il sintomo raffigura qualcosa come appagato, un soddisfacimento alla maniera infantile; ma questo soddisfacimento può essere compresso, mediante condensazione massima, in un'unica sensazione o innervazione, ed essere limitato, mediante spostamento estremo, a un piccolo particolare dell'intero complesso libidico. Non c'è da meravigliarsi se anche noi abbiamo spesso difficoltà a riconoscere nel sintomo il soddisfacimento libidico che avevamo supposto e di cui troviamo ogni volta conferma.
Vi ho annunciato che abbiamo ancora in serbo qualcosa di nuovo; si tratta, in realtà, di una cosa sorprendente e sconcertante.
Mediante l'analisi, come sapete, partendo dai sintomi giungiamo alla conoscenza delle esperienze infantili alle quali è fissata la libido e dalle quali vengono costruiti i sintomi. Ora, la sorpresa consiste nel fatto che non sempre queste scene infantili sono vere. Anzi, non sono vere nella maggioranza dei casi e in casi singoli sono in diretto contrasto con la verità storica. Vi rendete conto che questa scoperta è adatta come nessun'altra o a screditare l'analisi, che ha portato a tale risultato, o gli ammalati, sulle cui dichiarazioni è fondata l'analisi nonché la comprensione delle nevrosi nel suo insieme. Ma, oltre a ciò, vi è in questo qualcosa di enormemente sconcertante. Se gli episodi infantili portati alla luce dall'analisi fossero sempre reali, avremmo la sensazione di muoverci su un terreno sicuro. Se fossero invariabilmente falsati, se si rivelassero invenzioni, fantasie dell'ammalato, dovremmo abbandonare questo terreno malfermo e metterci in salvo altrove. Ma le cose non stanno né in un modo né nell'altro, bensì è dimostrabile che gli episodi infantili costruiti o ricordati nell'analisi certe volte sono incontestabilmente falsi, certe altre volte invece altrettanto sicuramente veri e, nella maggior parte dei casi, un misto di vero e di falso. I sintomi raffigurano dunque ora episodi che hanno realmente avuto luogo e cui si può attribuire un influsso sulla fissazione della libido, ora fantasie dell'ammalato, che naturalmente non sono affatto adatte a svolgere un ruolo etiologico. E' arduo raccapezzarcisi. Un primo punto di riferimento può forse essere trovato in un'altra scoperta simile, e cioè che i singoli ricordi dell'infanzia, che gli uomini hanno in sé consciamente da tempo immemorabile e prima di ogni analisi, possono ugualmente essere falsati o, quanto meno, possono mescolare abbondantemente il vero con il falso. La dimostrazione della loro inesattezza raramente presenta difficoltà; e così, almeno, abbiamo l'assicurazione che non l'analisi, bensì in qualche modo gli ammalati sono responsabili di questa nostra inaspettata delusione.
Basta riflettere un momento per comprendere che cosa ci rende così sgomenti in questa situazione. E' lo scarso conto in cui è tenuta la realtà, la trascuranza della differenza tra realtà e fantasia.
Siamo tentati di offenderci perché l'ammalato ci ha fatto perdere del tempo raccontandoci delle storie. La realtà ci appare come qualcosa di infinitamente diverso dall'invenzione e gode presso di noi di tutt'altra valutazione. Anche l'ammalato, del resto, vede le cose in questo modo nel suo pensiero normale.
Quando il paziente esibisce quel materiale che dietro ai sintomi rivela le situazioni di desiderio modellate sull'esempio delle esperienze infantili, all'inizio ci sorge il dubbio se si tratti di realtà o di fantasie. Successivamente la decisione ci è resa possibile da certi segni caratteristici, e ci troviamo di fronte al compito di renderli noti anche al paziente. Ciò, tuttavia, non avviene mai senza difficoltà. Se gli sveliamo subito che è in procinto di palesare le fantasie con le quali ha avvolto la storia della sua infanzia (come ogni popolo elabora leggende sui tempi remoti che ha dimenticato), notiamo che all'improvviso il suo interesse a proseguire l'argomento declina in modo allarmante.
Anch'egli vuole apprendere fatti reali e disprezza tutte le "immaginazioni". Se invece gli lasciamo credere, fino all'espletamento di questa parte del lavoro, che ci stiamo occupando d'indagare gli avvenimenti reali degli anni della sua infanzia, rischiamo che più tardi ci rinfacci di esserci sbagliati e ci derida per la nostra apparente credulità. Per molto tempo non prende sul serio la nostra proposta di equiparare fantasia e realtà e di non curarci in un primo tempo se gli episodi infantili da chiarire siano l'una o l'altra cosa. Eppure questo è evidentemente l'unico atteggiamento corretto di fronte a tali produzioni psichiche. Anche queste possiedono una specie di realtà; resta il fatto che l'ammalato si è creato tali fantasie, il che ha per la sua nevrosi un'importanza di poco inferiore che se egli avesse realmente vissuto ciò che contengono le fantasie.
Queste fantasie possiedono una realtà PSICHICA in contrasto con quella MATERIALE, e noi giungiamo a poco a poco a capire che nel mondo delle nevrosi 1a realtà psichica è quella determinante.
Tra gli avvenimenti che ricorrono continuamente e non sembrano mancare quasi mai nella storia giovanile dei nevrotici, alcuni sono di particolare importanza e pertanto anche degni, ritengo, di esser posti in maggior rilievo rispetto ad altri. Quali campioni di questa specie vi enumererò: l'osservazione del rapporto sessuale tra i genitori, la seduzione da parte di una persona adulta, e la minaccia di evirazione. Sarebbe un grave errore supporre che a essi non vada mai attribuita una realtà materiale; al contrario, questa e spesso dimostrabile senz'ombra di dubbio se si svolgono indagini presso congiunti più anziani.
Così, ad esempio, non è affatto raro che al figlioletto maschio che prende il vizio di giocare con il suo membro e non sa ancora che tale occupazione va tenuta celata, venga fatta la minaccia, dai genitori o da chi ha cura di lui, che gli si taglierà il membro o la mano che ha commesso il peccato. Interrogati, i genitori confessano spesso la loro persuasione di aver agito, con tale intimidazione, in modo assai opportuno; alcuni soggetti hanno un ricordo preciso, cosciente, di questa minaccia, particolarmente quando è stata subita in età un po' più avanzata. Se è la madre o un'altra persona di sesso femminile a profferire la minaccia, abitualmente ne deferisce l'esecuzione al padre o al... medico.
Nel noto "Struwwelpeter" di Heinrich Hoffmann, pediatra di Francoforte, che deve la sua popolarità proprio alla comprensione dei complessi sessuali e non, dell'età infantile, trovate l'evirazione mitigata, sostituita con la recisione dei pollici come punizione per l'ostinazione del ciucciarli. E' tuttavia altamente improbabile che la minaccia di evirazione sia fatta ai bambini tanto spesso quanto risulta nelle analisi dei nevrotici.
Su questo punto ci basti sapere che il bambino mette insieme nella fantasia una simile minaccia in base ad allusioni, con l'aiuto della conoscenza che il soddisfacimento autoerotico è proibito, e sotto l'impressione della scoperta del genitale femminile.
Parimenti non è in alcun modo escluso che il bambino piccolo, per il fatto che non gli si attribuisce alcuna capacità di comprendere e alcuna memoria, diventi testimone anche in famiglie non proletarie di un atto sessuale tra i genitori o tra altri adulti, e non si può negare che, RETROSPETTIVAMENTE, egli possa comprendere questa impressione e reagire ad essa. Quando però questo commercio viene descritto con i più esaurienti dettagli, che sono difficili da osservare, oppure quando, come nella maggior parte dei casi, esso risulta essere un rapporto dal dietro, "more ferarum", non rimane alcun dubbio che questa fantasia è basata sull'osservazione del rapporto tra animali (cani) ed è motivata dall'insoddisfatto piacere di guardare, proprio del fanciullo negli anni della pubertà. Il prodotto estremo di questo genere di fantasie è l'asserzione di aver osservato il coito dei genitori mentre ancora ci si trovava nel grembo materno.
Particolare interesse riveste la fantasia della seduzione, perché fin troppo spesso non è una fantasia bensì un ricordo reale. Ma, per fortuna, essa non è reale così spesso come i risultati dell'analisi sembravano attestare all'inizio. La seduzione ad opera di bambini più grandi o coetanei è pur sempre più frequente di quella a opera di adulti, e se, nel caso di ragazze che riferiscono un fatto simile nella storia della loro infanzia, il padre compare abbastanza regolarmente come seduttore, non ci può essere alcun dubbio né sulla natura fantastica di questa accusa né sul motivo che ha spinto a farla. Con la fantasia di seduzione, quando non ha avuto luogo alcuna seduzione, il bambino copre di solito il periodo autoerotico della sua attività sessuale. Egli si risparmia la vergogna che gli procura la masturbazione fantasticando retrospettivamente un oggetto desiderato in quell'epoca lontanissima. Non crediate, del resto, che l'abuso del bambino ad opera dei parenti prossimi di sesso maschile appartenga interamente al regno della fantasia. La maggior parte degli analisti ha trattato casi in cui tali rapporti erano reali e potevano essere accertati in maniera ineccepibile; ma è pur vero che anche allora essi appartenevano ad anni più tardi dell'infanzia ed erano stati trasportati in un periodo precedente.
L'impressione che sempre si riceve è che tali avvenimenti infantili siano in qualche modo richiesti come qualcosa di necessario, appartenente al nucleo essenziale della nevrosi. Se fanno parte della realtà, tanto meglio; se la realtà non li ha forniti, allora vengono elaborati in base ad accenni e completati con la fantasia. Il risultato è lo stesso, e a tutt'oggi non siamo riusciti a dimostrare una diversità di conseguenze a seconda che la parte maggiore in questi avvenimenti infantili spetti alla fantasia oppure alla realtà. C'è qui, semplicemente, un altro dei tanto spesso menzionati rapporti di complementarietà; il più strano, in verità, tra tutti quelli di cui siamo venuti a conoscenza. Da dove proviene il bisogno di queste fantasie e il materiale per esse? Sulla natura pulsionale delle loro fonti non possono certo esservi dubbi, ma occorre spiegare perché vengano create ogni volta le medesime fantasie con lo stesso contenuto. Ho qui pronta una risposta che so già vi apparirà azzardata. Reputo che queste FANTASIE PRIMARIE così vorrei chiamarle, senza dubbio insieme ad alcune altre siano un patrimonio filogenetico. In esse l'individuo, scavalcando la propria esperienza, attinge all'esperienza della preistoria, là dove la propria storia è troppo rudimentale. Mi sembra assolutamente plausibile che tutto quanto oggi ci viene raccontato nell'analisi come fantasia - la seduzione di bambini, l'accendersi dell'eccitamento sessuale osservando i rapporti tra i genitori, la minaccia di evirazione (o, meglio, l'evirazione stessa) - sia stato una volta realtà nei primordi della famiglia umana, e che il bambino, con la sua fantasia abbia semplicemente colmato le lacune della verità individuale con la verità preistorica. Ripetutamente ci è venuto il sospetto che la psicologia delle nevrosi ci abbia conservato, più di tutte le altre fonti, antiche testimonianze dell'evoluzione umana.
Signori, le cose or ora discusse ci costringono ad addentrarci più a fondo nell'origine e nell'importanza di quell'attività dello spirito che viene chiamata "fantasia". Com'è noto, essa gode universalmente di un'alta considerazione pur non essendosi chiarita la sua posizione nella vita psichica. Su questo argomento posso dirvi quanto segue. Come sapete, l'Io dell'uomo viene lentamente educato, sotto l'incalzare della necessità esterna, ad apprezzare la realtà e a uniformarsi al principio di realtà, e, nel far questo, deve rinunciare, transitoriamente o permanentemente, a diversi oggetti e mete cui aspira il suo piacere, non solo quello sessuale. Ma la rinuncia al piacere è sempre riuscita difficile all'uomo che non si acconcia a essa senza una compensazione di qualche tipo. Egli si è perciò riservato un'attività psichica nella quale a tutte queste fonti di piacere e vie per conseguirlo cui ha dovuto rinunciare è concessa un'esistenza ulteriore, una forma di esistenza nella quale esse sono esentate dalle esigenze della realtà e da ciò che chiamiamo "esame di realtà". Ogni aspirazione raggiunge ben presto la forma di un'immagine di appagamento; non c'è alcun dubbio che il soffermarsi su appagamenti di desiderio fantastici implica una soddisfazione, anche se la consapevolezza che non si tratta di realtà non ne risulta turbata. Nell'attività della fantasia l'uomo continua dunque a godere di quella libertà dalla costrizione esterna alla quale ha rinunciato da lungo tempo nella realtà. Egli è riuscito a trovare il modo di essere, alternativamente, ora un animale dedito al piacere, ora un essere ragionevole. Con la scarsa soddisfazione che è capace di carpire alla realtà l'uomo infatti non se la cava. "Impossibile farcela senza costruzioni ausiliarie", ha detto una volta Theodor Fontane. L'aver creato il regno psichico della fantasia trova pieno riscontro nell'istituzione di "riserve", di "parchi per la protezione della natura", là dove le esigenze dell'agricoltura, delle comunicazioni e dell'industria minacciano di cambiare rapidamente la faccia originaria della terra fino a renderla irriconoscibile. Il parco per la protezione della natura mantiene l'antico assetto, il quale altrove è stato ovunque sacrificato, con rincrescimento, alla necessità. Tutto vi può crescere e proliferare come vuole, anche l'inutile, perfino il nocivo. Anche il regno psichico della fantasia è una riserva di questo tipo, sottratta al principio di realtà.
Le più note produzioni della fantasia sono i cosiddetti "sogni a occhi aperti" che conosciamo già, soddisfacimenti immaginari di desideri ambiziosi, megalomani ed erotici, che prosperano tanto più rigogliosi quanto più la realtà ammonisce alla moderazione o alla pazienza. L'assenza della felicità procurata dalla fantasia- poter di nuovo conseguire il piacere, liberi dall'assenso della realtà - vi si manifesta in maniera inconfondibile. Noi sappiamo che tali sogni a occhi aperti sono il nucleo e il prototipo dei sogni notturni. In fondo, il sogno notturno non è altro che un sogno diurno diventato fruibile perché di notte le pulsioni sono libere di scatenarsi, e alterato per via della forma che di notte assume l'attività psichica. Ci siamo già familiarizzati con l'idea che anche un sogno a occhi aperti non è necessariamente cosciente, che ci sono anche sogni a occhi aperti inconsci. Tali sogni diurni inconsci sono dunque la fonte tanto dei sogni notturni quanto dei sintomi nevrotici.
Vi renderete conto dell'importanza della fantasia per la formazione dei sintomi grazie alla comunicazione seguente. Abbiamo detto che in caso di frustrazione la libido investe regressivamente le posizioni da essa abbandonate, alle quali tuttavia è rimasta attaccata con certi contingenti. Non ritratteremo né rettificheremo questa asserzione nella quale va però inserito un elemento. Come trova la libido la strada verso questi punti di fissazione? Ebbene, tutti gli oggetti e gli orientamenti abbandonati dalla libido non sono stati ancora definitivamente abbandonati in ogni senso. Essi o i loro derivati vengono ancora trattenuti con una certa intensità nelle rappresentazioni della fantasia. Basta quindi che la libido si ritiri nelle fantasie, perché a partire da esse trovi via libera a tutte le fissazioni rimosse. Queste fantasie hanno goduto di una certa tolleranza; tra esse e l'Io, per quanto acuti potessero essere i contrasti, non si è giunti a un conflitto fintantoché venne rispettata una certa condizione. Una condizione di natura quantitativa, che ora viene turbata dal riflusso della libido sulle fantasie. A causa di questo sovrappiù, l'investimento energetico delle fantasie aumenta al punto che esse diventano esigenti, sviluppano una spinta in direzione della realizzazione.
Questo rende però inevitabile il conflitto tra esse e l'Io.
Preconsce o consce che fossero precedentemente, esse soggiacciono ora alla rimozione dell'Io e sono lasciate in balia dell'attrazione esercitata dall'inconscio. Dalle fantasie ora diventate inconsce, la libido ritorna alle loro origini nell'inconscio, ossia ai suoi stessi punti di fissazione.
La retrocessione della libido sulla fantasia è una tappa intermedia nella via verso la formazione dei sintomi, che ben merita una particolare denominazione. C. G. Jung ha coniato per essa il termine appropriatissimo di "introversione", ma lo ha inopportunamente usato anche con altro significato. Noi ci atterremo all'accezione secondo cui introversione designa sia il distacco della libido dalle possibilità di soddisfacimento reale, sia il sovrainvestimento di fantasie fino ad allora tollerate come innocue. Un introverso non è ancora un nevrotico, ma si trova in una situazione labile; al prossimo spostamento di forze, se non trova altri sbocchi per la sua libido ingorgata, svilupperà certamente dei sintomi. Il carattere irreale del soddisfacimento nevrotico, e la trascuranza della differenza tra fantasia e realtà, sono invece già determinati dal fatto che ci si sofferma nello stadio dell'introversione.
Avete certamente notato che nelle ultime discussioni ho introdotto un nuovo fattore nella compagine della concatenazione etiologica, ossia la quantità, la grandezza delle energie che entrano in gioco. E' nostro dovere tener conto, in tutte le occasioni, di questo fattore. Un'analisi puramente qualitativa delle condizioni etiologiche non ci basta. O, per dirla altrimenti, una concezione puramente DINAMICA di questi processi psichici è insufficiente:
occorre anche il punto di vista ECONOMICO. Dobbiamo dirci che il conflitto tra due tendenze non scoppia, per quanto le condizioni relative al contenuto siano presenti da lungo tempo, se non sono raggiunte certe intensità d'investimento. Analogamente, l'importanza patogena dei fattori costituzionali varia a seconda che nella disposizione sia MAGGIORMENTE presente una data pulsione parziale piuttosto che un'altra. Si può addirittura immaginare che le disposizioni di tutti gli uomini siano qualitativamente affini e si distinguano solo per questi rapporti quantitativi. Non meno decisivo è il fattore quantitativo per quanto riguarda la capacità di resistenza alla malattia nevrotica. Ciò che conta è QUALE IMPORTO di libido inutilizzata una persona è capace di tenere in sospeso e QUANTO GRANDE E' LA FRAZIONE della sua libido che essa è in grado di convogliare dalla sessualità verso le mete della sublimazione. La meta ultima dell'attività psichica, meta che qualitativamente può essere descritta come tendenza a conseguire piacere e a evitare dispiacere, considerata dal punto di vista economico si prospetta invece come il compito di dominare le quantità di eccitamento (la massa di stimoli) operanti nell'apparato psichico e di impedirne l'ingorgo che genera dispiacere.
Questo è dunque quanto intendevo dirvi sulla formazione dei sintomi nelle nevrosi. Non devo però trascurare di sottolineare espressamente, ancora una volta, che tutte quanto è stato detto qui si riferisce solo alla formazione dei sintomi nell'isteria.
Già nella nevrosi ossessiva - pur restando fermo l'essenziale si possono riscontrare molte cose diverse. I controinvestimenti che agiscono in senso contrario alle esigenze pulsionali (di essi abbiamo parlato anche in relazione all'isteria) erompono nella nevrosi ossessiva e dominano il quadro clinico con le cosiddette ''formazioni reattive". Divergenze analoghe e ancora più profonde si scoprono nelle altre nevrosi, ove le indagini sui meccanismi della formazione dei sintomi non sono ancora, in alcun punto, giunte a conclusione.
Prima di congedarvi per oggi, vorrei per un istante richiamare la vostra attenzione su un aspetto della vita fantastica che è degno dell'interesse più generale. C'è un modo di ritornare dalla fantasia alla realtà, e questo modo è l'arte. Anche l'artista è in germe un introverso, non molto distante dalla nevrosi. Incalzato da fortissimi bisogni pulsionali, vorrebbe conquistare onore, potenza, ricchezza, gloria e amore da parte delle donne; gli mancano però i mezzi per raggiungere queste soddisfazioni. Perciò, come un qualsiasi altro insoddisfatto, egli si distacca dalla realtà e trasferisce tutto il suo interesse, nonché la sua libido, sulle formazioni di desiderio della vita fantastica, dalle quali potrebbe essere condotto alla nevrosi. Anzi, è necessario il concorso di parecchi fattori affinché questo non diventi l'esito del suo sviluppo; tutti sappiamo quanto spesso proprio gli artisti soffrano, per nevrosi, di una parziale inibizione della loro capacità di produrre. Probabilmente la loro costituzione possiede una forte capacità di sublimazione e una certa labilità quanto a rimozioni che determinano il conflitto. L'artista, tuttavia, trova la via di ritorno alla realtà nel modo seguente. Egli non è certo l'unico a condurre una vita di fantasia. Il regno intermedio della fantasia è accessibile a tutti per generale consenso, e chiunque soffra di privazioni se ne aspetta sollievo e conforto. Ma per coloro che non sono artisti la messe di piacere che possono ricavare dalle fonti della fantasia è molto limitata.
L'inesorabilità delle loro rimozioni li costringe ad accontentarsi di quei magri sogni a occhi aperti che ancora riescono a diventare coscienti. Se uno è un vero artista dispone di qualcosa in più. In primo luogo, sa elaborare i propri sogni a occhi aperti in modo che essi perdano gli elementi troppo personali e diventino godibili anche per gli altri. Sa inoltre mitigarli al punto che essi non tradiscano facilmente la loro origine dalle fonti proibite. Possiede altresì il misterioso potere di modellare un certo materiale fino a renderlo la fedele immagine della sua rappresentazione fantastica, e sa poi congiungere a questa descrizione della sua fantasia inconscia un tale conseguimento di piacere che le rimozioni ne vengono, almeno temporaneamente, sopraffatte e abolite. Se è in grado di fare tutto ciò, egli offre agli altri la possibilità di attingere nuovamente conforto e sollievo dalle fonti di piacere ormai inaccessibili del loro inconscio; si guadagna la loro riconoscenza e ammirazione, e ottiene ora, per mezzo della sua fantasia, ciò che prima aveva ottenuto solo nella sua fantasia: onore, potenza e amore.
Lezione 24 - IL NERVOSISMO COMUNE
Signore e Signori, ora che nelle ultime lezioni siamo venuti a capo di una parte così difficile del nostro assunto, ho deciso di abbandonare per un po' l'argomento e di rivolgermi a voi.
So infatti che siete scontenti. Vi eravate raffigurati in modo diverso una "Introduzione alla psicoanalisi". Vi aspettavate di ascoltare esempi vivi, non teoria. Vorreste dirmi che quella volta, quando vi raccontai la parabola di "Al pianterreno e al primo piano", avevate afferrato qualcosa delle cause delle nevrosi, anche se avreste voluto che fossero osservazioni reali e non storie inventate. Oppure, quando all'inizio vi descrissi due sintomi - non inventati, questi, si spera - e ne sviluppai la soluzione e il rapporto con la vita delle malate, vi si chiarì il "senso" dei sintomi. Speravate che proseguissi in questo modo.
Invece vi ho offerto teorie prolisse, difficili da abbracciare mentalmente, che non erano mai complete, alle quali si aggiungeva sempre qualcosa di nuovo; ho lavorato con concetti che non vi avevo ancora presentato; sono passato da un'esposizione descrittiva a una concezione dinamica, da questa a una concezione cosiddetta "economica"; vi ho reso difficile comprendere quanti, dei termini tecnici impiegati, significhino la stessa cosa e si alternino a vicenda solo per ragioni di eufonia; vi ho presentato concezioni grandiose quali i princìpi di piacere e di realtà e il patrimonio ereditato filogeneticamente; e, invece di introdurvi a qualcosa, vi ho fatto sfilare davanti agli occhi qualcosa che si allontana sempre più da voi.
Perché non ho iniziato l'introduzione alla dottrina delle nevrosi con quello che voi già sapete sul nervosismo e che ha suscitato da tempo il vostro interesse? Con l'indole peculiare dei nervosi, le loro incomprensibili reazioni di fronte ai rapporti umani e alle influenze esterne, la loro irritabilità, la loro imprevedibilità e inettitudine? Perché non vi ho condotto passo passo dalla comprensione delle forme quotidiane più semplici del nervosismo fino ai problemi delle sue manifestazioni estreme ed enigmatiche?
Ebbene, Signori, non posso assolutamente darvi torto. Non sono infatuato della mia abilità espositiva al punto da spacciare ogni suo difetto per un'attrattiva particolare. Credo anch'io che si sarebbe potuto fare altrimenti, con maggior profitto da parte vostra, ed era nelle mie intenzioni farlo. Ma non sempre si possono mettere in atto le proprie savie intenzioni. Spesso c'è nella materia stessa qualcosa che ci comanda e ci distoglie dai nostri primi intenti. Perfino un'operazione così modesta come il disporre secondo un certo ordine un materiale ben noto non è interamente soggetta all'arbitrio dell'autore; riesce come vuole e solo retrospettivamente ci si può chiedere perché le cose siano andate così e non altrimenti.
Una delle ragioni di ciò è che probabilmente il titolo "Introduzione alla psicoanalisi" non è più adatto per questa sezione, che deve trattare delle nevrosi. L'introduzione alla psicoanalisi è data dallo studio degli atti mancati e del sogno; la teoria delle nevrosi è la psicoanalisi stessa. Non credo che in un tempo tanto breve avrei potuto rendervi edotti sul contenuto della teoria delle nevrosi altrimenti che in forma così concentrata. Si trattava perciò di esporvi, mettendoli tra loro in relazione, il senso e l'importanza dei sintomi, le condizioni esterne e interne che li determinano, e il meccanismo con cui si fondano. Questo è quanto ho tentato di fare, ed è più o meno il nocciolo di ciò che la psicoanalisi ha da insegnare oggi. A questo proposito c'era molto da dire sulla libido e sul suo sviluppo, e qualcosa anche sullo sviluppo dell'Io. Alle premesse della nostra tecnica, ai grandi temi dell'inconscio e della rimozione (o della resistenza) eravate già preparati dalla sezione introduttiva. In una delle prossime lezioni apprenderete da dove il lavoro psicoanalitico prenda le mosse per proseguire in modo organico.
Fin dall'inizio non vi ho tenuto nascosto che tutte le nostre scoperte derivano dallo studio di un unico gruppo di affezioni nervose, le cosiddette nevrosi di traslazione. Ho addirittura seguìto il meccanismo della formazione dei sintomi solo per la nevrosi isterica. Anche se non avete potuto acquistare una solida conoscenza e tenere a mente ogni particolare, spero tuttavia che avrete ricavato un quadro dei mezzi con i quali la psicoanalisi lavora, dei problemi che affronta e dei risultati che ha conseguito.
Vi ho attribuito il desiderio che la mia esposizione delle nevrosi iniziasse con il comportamento delle persone nervose, con la descrizione del modo in cui soffrono per la loro nevrosi, del modo in cui se ne difendono e ci si adattano. Certamente questa è una materia interessante, degna di essere studiata e anche non molto difficile da trattare, ma iniziare con essa implica dei problemi.
Si corre il rischio di non scoprire l'inconscio, trascurando nel contempo la grande importanza della libido e giudicando ogni cosa secondo come essa appare all'Io dei nervosi. Che questo Io non sia un'istanza attendibile e imparziale, è ovvio. L'Io è infatti la potenza che rinnega l'inconscio e l'ha degradato a rimosso: come si dovrebbe crederlo capace di rendere giustizia all'inconscio?
Tra quanto è stato rimosso ci sono in prima linea le pretese respinte della sessualità; è del tutto evidente che non potremo mai indovinare l'entità e l'importanza di queste pretese basandoci sulle concezioni che ne ha l'Io. A partire dal momento in cui cominciamo a intravedere il punto di vista della rimozione, veniamo ammoniti anche noi a non eleggere a giudice della controversia una delle due parti in causa, tantomeno quella vittoriosa. Siamo preparati al fatto che le dichiarazioni dell'Io ci portano fuori strada. A volergli credere, l'Io è stato attivo dappertutto, ha voluto e prodotto da sé i suoi sintomi. Noi sappiamo invece che ha dovuto subire una buona dose di passività, che poi vuole occultare e mascherare a sé stesso. Invero, non sempre si arrischia a fare questo tentativo; nei sintomi della nevrosi ossessiva, deve ammettere a sé stesso che c'è qualcosa di estraneo che gli si fa contro, da cui si difende solo a fatica.
Chi, nonostante questi ammonimenti, non rinuncia a prendere per moneta sonante le mistificazioni dell'Io, ha poi indubbiamente il gioco facile e riuscirà a sottrarsi alle resistenze che si oppongono all'accentuazione psicoanalitica dell'inconscio, della sessualità e della passività dell'Io. Costui affermerà, come ha fatto Alfred Adler, che il "carattere nervoso'' è la causa prima della nevrosi, anziché la sua conseguenza; non sarà comunque in grado di chiarire un solo dettaglio della formazione dei sintomi o di spiegare un solo sogno.
Domanderete: "Non è possibile riconoscere all'Io la parte che gli spetta nel nervosismo e nella formazione dei sintomi, senza con questo trascurare grossolanamente i fattori scoperti dalla psicoanalisi?" Rispondo: "Certo che dev'essere possibile, e prima o poi, succederà; ma non è nell'indirizzo di lavoro della psicoanalisi cominciare proprio di qui". E' comunque possibile prevedere quando questo compito si presenterà alla psicoanalisi.
Ci sono nevrosi alle quali l'Io prende parte in modo assai più intenso che non a quelle finora studiate; sono le cosiddette nevrosi "narcisistiche". Lo studio analitico di queste affezioni ci metterà in grado di giudicare in modo imparziale e attendibile la parte che ha l'Io nel manifestarsi della malattia nevrotica.
Tuttavia, una delle relazioni dell'Io con la sua nevrosi dà talmente nell'occhio che ha potuto essere presa in considerazione fin dall'inizio. Si direbbe che non manca mai; la si riconosce però con maggior chiarezza in un'affezione dalla cui comprensione siamo oggi ancora lontani, ossia nella NEVROSI TRAUMATICA. Dovete sapere, infatti, che nell'etiologia e nel meccanismo di tutte le forme possibili di nevrosi entrano in azione sempre gli stessi fattori, solo che il significato fondamentale per la formazione dei sintomi tocca ora all'uno ora all'altro di questi fattori.
Succede come con gli attori di una compagnia teatrale nella quale ognuno ha una parte fissa: eroe, confidente, intrigante eccetera; ciascuno però sceglierà un pezzo diverso per il suo spettacolo di beneficenza. Allo stesso modo: le fantasie che si convertono in sintomi in nessun'altra nevrosi sono evidenti come nell'isteria; i controinvestimenti o formazioni reattive dell'Io dominano il quadro della nevrosi ossessiva; ciò che nel caso del sogno abbiamo chiamato "elaborazione secondaria" sta in primo piano sotto forma di delirio nella paranoia, e via dicendo.
Allo stesso modo nelle nevrosi traumatiche, particolarmente in quelle originate dagli orrori della guerra, si impone inequivocabilmente un motivo dell'Io di tipo egocentrico, motivo volto a ottenere protezione e vantaggio e che forse non può di per sé creare la malattia, ma le dà il suo consenso e la sostiene una volta sorta. Questo motivo vuole preservare l'Io dai pericoli che, minacciandolo, furono la causa occasionale della malattia, e non permetterà la guarigione se prima non sembrerà escluso il ripetersi di essi, oppure solo dopo che sarà ottenuta una compensazione per lo scampato pericolo.
Ma l'Io ha un interesse analogo all'insorgere e al permanere della nevrosi in tutti gli altri casi. Abbiamo già detto che i sintomi trovano sostegno anche nell'Io, perché un loro aspetto offre soddisfazione alla tendenza rimovente dell'Io stesso. Inoltre, la risoluzione di un conflitto mediante la formazione di sintomi è la via d'uscita più comoda e più gradita al principio di piacere; indubbiamente essa risparmia all'Io un grande e tormentoso lavoro interiore. Ci sono anzi casi nei quali il medico stesso deve ammettere che lo sfociare di un conflitto nella nevrosi rappresenta la soluzione più innocua e socialmente più tollerabile. Non stupitevi di udire che perfino il medico, talvolta, prende le parti della malattia contro cui combatte. Non gli si addice rinserrarsi nella parte del fanatico della salute, di fronte a tutte le situazioni della vita; egli sa che al mondo non c'è solo miseria nevrotica, ma anche sofferenza reale, irrimediabile, e che la necessità può anche esigere da un uomo il sacrificio della sua salute; e impara che attraverso tale sacrificio di un individuo singolo viene spesso impedita l'infelicità incommensurabile di molti altri. Se dunque si può dire che il nevrotico davanti a un conflitto effettua sempre la "fuga nella malattia", bisogna anche concedere che in taluni casi questa fuga è pienamente giustificata, e il medico che ha riconosciuto questo stato di cose si ritirerà silenziosamente e con delicatezza in disparte.
Ma prescindiamo da questi casi eccezionali e procediamo nella discussione. In circostanze normali, riconosciamo che dall'evasione nella nevrosi deriva all'Io un certo interiore tornaconto della malattia. A questo si associa, in talune situazioni dell'esistenza, un tangibile vantaggio esterno, cui va dato nella realtà un valore più o meno alto. Considerate il caso più frequente di questo tipo. Una donna, trattata brutalmente e sfruttata senza riguardi dal marito, trova assai spesso una via di scampo nella nevrosi, se la sua predisposizione glielo consente, se è troppo codarda o troppo scrupolosa per consolarsi segretamente con un altro uomo, se non è abbastanza forte per separarsi dal marito sfidando gli impedimenti esterni, se non ha la prospettiva di mantenersi da sola o di conquistarsi un uomo migliore, e inoltre se è ancora legata sessualmente a quest'uomo brutale. La malattia diventa ora, nella lotta contro il marito prepotente, la sua arma, un'arma che può usare per difendersi e di cui può abusare per vendicarsi. Essa può lamentarsi della sua malattia, mentre probabilmente non potrebbe lamentarsi del suo matrimonio. Trova un soccorritore nel medico, costringe il marito, solitamente privo di considerazione, a usarle dei riguardi, a fare delle spese per lei, a concederle il tempo di assentarsi da casa e quindi di liberarsi dall'oppressione coniugale. Nel caso che un tale tornaconto esterno o accidentale della malattia sia molto rilevante e non possa trovare alcun sostituto reale, non fate molto assegnamento sulla possibilità di influire sulla nevrosi mediante la vostra terapia.
Mi farete osservare che quello che vi ho raccontato sul tornaconto della malattia parla interamente a favore della concezione da me respinta, che sia l'Io stesso a volere e a creare la nevrosi.
Adagio, Signori, forse ciò significa soltanto che l'Io tollera la nevrosi, la quale d'altronde non può essere impedita, e che ne trae il meglio, ammesso che se ne possa trarre qualcosa. Questo è solo un lato della questione, e per la verità quello gradevole.
Finché la nevrosi presenta vantaggi, l'Io è senz'altro d'accordo con essa, ma essa non presenta soltanto vantaggi. Di solito diviene ben presto evidente che l'Io ha fatto un cattivo affare a mettersi con la nevrosi. Ha comprato a troppo caro prezzo un alleviamento del conflitto, e le sofferenze legate ai sintomi sono forse un sostituto che equivale ai tormenti del conflitto, ma probabilmente con un sovrappiù di dispiacere. L'Io vorrebbe liberarsi da questo dispiacere dei sintomi, ma non rinunciare al tornaconto della malattia, ed è appunto questo che non gli riesce.
Ciò dimostra che non era così interamente attivo come credeva di essere; e questo lo terremo bene a mente.
Signori, se in qualità di medici avrete a che fare con nevrotici, abbandonerete presto la speranza che coloro che gemono e piangono più forte sulla loro malattia vengano più volenterosamente incontro all'aiuto loro prestato e offrano le minori resistenze.
Avviene piuttosto il contrario. D'altronde vi sarà facile capire che tutto ciò che contribuisce al tornaconto della malattia rafforza la resistenza della rimozione e aumenta la difficoltà terapeutica. Alla parte di tornaconto della malattia che nasce, per così dire, col sintomo, dobbiamo però aggiungerne un'altra, che sorge più tardi. Quando un'organizzazione psichica come la malattia perdura per parecchio tempo, finisce per comportarsi come un essere indipendente; manifesta una sorta di pulsione di autoconservazione, una specie di "modus vivendi", si stabilisce tra essa e le altre componenti della vita psichica, perfino quelle che le sono fondamentalmente ostili, e difficilmente le mancano le occasioni per tornare a dimostrarsi utile e sfruttabile, per acquisire, direi quasi, una FUNZIONE SECONDARIA, che ne rafforza nuovamente la stabilità. Invece di un esempio tratto dalla patologia, prendiamo un caso crudamente illustrativo traendolo dalla vita quotidiana. Un bravo lavoratore che si guadagna la vita viene storpiato da un infortunio sul lavoro; con il lavoro è finita, per il poveretto, che però col tempo riceve una piccola pensione di invalidità e impara a sfruttare come mendicante la sua mutilazione. La sua nuova esistenza, per quanto peggiorata, si basa ora proprio su ciò che lo ha privato dell'esistenza precedente. Se voi poteste togliergli la deformazione, lo rendereste nell'immediato privo di mezzi di sussistenza e sorgerebbe il problema se sia ancora capace di riprendere il lavoro di prima. Ciò che nel caso della nevrosi corrisponde a un simile sfruttamento secondario della malattia possiamo contrapporlo al tornaconto primario, dandogli il nome di tornaconto SECONDARIO della malattia.
In generale, vorrei dirvi di non sottovalutare l'importanza pratica del tornaconto della malattia e, al tempo stesso, di non lasciarvi impressionare da esso sotto l'aspetto teorico. Anche a prescindere dai casi eccezionali di cui abbiamo precedentemente riconosciuto l'esistenza, esso richiama alla mente gli esempi di " saggezza degli animali ", che Oberländer ha illustrato nei "Fliegende Blätter''. Un arabo percorre sul suo cammello uno stretto sentiero scavato in una ripida parete rocciosa. A una svolta del cammino, si vede improvvisamente di fronte un leone, che si prepara a spiccare il salto. Non vede alcuna via di scampo:
da una parte la parete verticale, dall'altra l'abisso; voltarsi e fuggire è impossibile; si dà per spacciato. Ma non così l'animale.
Esso fa, con il suo cavaliere, un balzo nell'abisso... e al leone non resta che guardare. Anche gli aiuti prestati dalla nevrosi non hanno, di solito, un esito migliore per l'ammalato. Ciò può dipendere dal fatto che la risoluzione di un conflitto mediante la formazione di sintomi è un processo automatico che non è in grado di mostrarsi all'altezza delle esigenze della vita e nel quale l'uomo ha rinunciato all'impiego delle sue migliori e più elevate energie. Se ci fosse possibilità di scelta, si dovrebbe preferire soccombere lottando lealmente con il destino.
Signori, vi sono ancora debitore delle ragioni per cui nella mia esposizione della teoria delle nevrosi non sono partito dal nervosismo comune. Forse supponete che l'abbia fatto perché in questo caso dimostrare l'origine sessuale delle nevrosi mi sarebbe stato assai più difficile. Ma qui sbagliereste, perché se nelle nevrosi di traslazione ci si deve far strada attraverso l'interpretazione dei sintomi prima di arrivare a questa conclusione, nelle forme comuni delle cosiddette NEVROSI ATTUALI l'importanza etiologica della vita sessuale è un dato di fatto evidente che si impone all'osservazione. Io mi sono imbattuto in esso più di venti anni fa allorché un giorno mi domandai perché mai nell'esame dei nervosi si trascurasse tanto ostinatamente di prendere in considerazione le loro attività sessuali. A queste ricerche sacrificai allora la mia popolarità presso gli ammalati, ma già dopo breve fatica potei formulare la tesi che "con una vita sessuale normale, la nevrosi è impossibile": intendevo la nevrosi attuale. Certamente la tesi trascura troppo le differenze individuali degli uomini e soffre anche dell'indeterminatezza che non può andare disgiunta dal giudizio di "normale"; tuttavia, ai fini di un orientamento approssimativo, essa ha conservato ancora oggi il suo valore. A quel tempo ero giunto al punto di postulare relazioni specifiche tra determinate forme di nervosismo e particolari pratiche sessuali nocive, e non dubito che oggi potrei ripetere le stesse osservazioni, se avessi a disposizione un analogo materiale patologico. Riscontrai abbastanza spesso che un uomo che si accontentava di un certo genere di soddisfacimento sessuale incompleto, per esempio l'onanismo manuale, era affetto da una determinata forma di nevrosi attuale, e che questa nevrosi cedeva prontamente il posto a un'altra nevrosi quando egli introduceva un altro regime sessuale, altrettanto poco irreprensibile. Ero allora in grado di indovinare dal mutamento dello stato dell'ammalato il cambiamento avvenuto nel suo tipo di vita sessuale. A quel tempo imparai anche a perseverare ostinatamente nelle mie supposizioni, finché non avessi superato l'insincerità dei pazienti e li avessi costretti alla conferma. E' vero anche che essi preferivano poi andare da altri medici, i quali non si informavano tanto zelantemente sulla loro vita sessuale.
Anche allora non poteva sfuggirmi il fatto che le cause della malattia non rimandavano sempre alla vita sessuale. L'uno, è vero, si era ammalato direttamente per una pratica sessuale nociva, ma l'altro perché aveva perso il suo patrimonio o aveva avuto una malattia organica che l'aveva estenuato. La spiegazione di questa varietà l'ebbi più tardi, allorché venni a conoscenza delle relazioni reciproche e da me sospettate tra l'Io e la libido, e la spiegazione divenne tanto più soddisfacente quanto più in profondità giungeva la mia conoscenza. Una persona si ammala di nevrosi solo nel caso in cui il suo Io abbia perso la capacità di collocare in qualche modo la sua libido. Quanto più forte è l'Io, tanto più facile gli diventa la soluzione di questo compito; ogni indebolimento dell'Io - qualsiasi ne sia la causa - è destinato ad accrescere smisuratamente le pretese della libido, e rende quindi possibile la malattia nevrotica. Ci sono anche altre e più intime relazioni tra l'Io e la libido, le quali però non sono ancora apparse al nostro orizzonte, e che perciò non mi accingo a spiegare qui. Resta per noi essenziale e istruttivo il fatto che, in ogni caso e indipendentemente dal modo in cui si instaurò la malattia, i sintomi della nevrosi sono sorretti dalla libido e attestano così un impiego abnorme della stessa.
Ora, tuttavia, devo richiamare la vostra attenzione sulla differenza decisiva che c'è tra i sintomi delle nevrosi attuali e quelli delle psiconevrosi, il primo gruppo delle quali, le nevrosi di traslazione, ci ha tenuti tanto occupati finora. In entrambi i casi, i sintomi hanno origine dalla libido, sono quindi impieghi abnormi di questa, sostituti del soddisfacimento. Ma i sintomi delle nevrosi attuali - senso di pressione alla testa, percezioni dolorose, stato di irritazione di un organo, indebolimento o inibizione di una funzione - non hanno alcun "senso", alcun significato psichico. Non solo si manifestano prevalentemente sul corpo (come, ad esempio, anche i sintomi isterici), ma sono essi stessi processi interamente somatici, alla cui genesi non concorre nessuno dei complicati meccanismi psichici di cui siamo venuti a conoscenza. Dunque questi, e non i sintomi psiconevrotici, rispondono alle caratteristiche per così lungo tempo ascritte ai secondi. Ma come possono allora corrispondere a impieghi della libido, che abbiamo conosciuto come una forza operante nella psiche? Ebbene, Signori, è molto semplice. Permettetemi di riesumare una delle primissime obiezioni che sono state sollevate contro la psicoanalisi. Si disse allora che essa tentava di costruire una teoria puramente psicologica dei fenomeni nevrotici, e che ciò era completamente privo di prospettive giacché mai le teorie psicologiche avrebbero potuto spiegare una malattia. Si preferiva dimenticare che la funzione sessuale non è affatto qualcosa di puramente psichico, così come non è qualcosa di meramente somatico. Essa influisce sulla vita somatica non meno che su quella psichica. Visto che nei sintomi delle psiconevrosi abbiamo imparato a riconoscere le manifestazioni dei disturbi nei loro effetti psichici, non ci stupiremo di trovare nelle nevrosi attuali le dirette conseguenze somatiche dei disturbi sessuali.
Per la concezione di questi ultimi disturbi, la clinica medica ci dà una preziosa indicazione, tenuta presente da diversi ricercatori. Le nevrosi attuali, nei particolari della loro sintomatologia ma anche nella loro peculiarità di influenzare tutti i sistemi organici e tutte le funzioni, rivelano un'inconfondibile somiglianza con gli stati morbosi che insorgono per l'influsso cronico di sostanze tossiche esterne e per l'improvvisa sottrazione delle medesime: con le intossicazioni e con gli stati di astinenza. I due gruppi di affezioni vengono ancora più strettamente avvicinati per l'interporsi di quegli stati che, come il morbo di Basedow, vanno notoriamente fatti risalire all'azione di sostanze tossiche: non di tossine che vengono introdotte nel corpo dall'esterno, bensì di tossine che traggono origine dal metabolismo stesso del soggetto. Secondo me, conformemente a queste analogie, non possiamo fare a meno di considerare le nevrosi quali conseguenze di disturbi del metabolismo sessuale, sia che queste tossine sessuali vengano prodotte in quantità maggiore a quella cui l'individuo può far fronte, sia che condizioni interne e persino psichiche pregiudichino il giusto impiego di queste sostanze. L'anima popolare ha reso omaggio fin dai tempi più remoti a ipotesi consimili sulla natura del desiderio sessuale: essa chiama l'amore una "ebbrezza" e fa nascere l'innamoramento per opera di filtri amorosi, spostandone in certo qual modo verso l'esterno la sostanza agente. Quanto a noi, questa potrebbe esser l'occasione di rammentarci delle zone erogene e dell'affermazione che l'eccitamento sessuale può sorgere nei più diversi organi. Per il resto però, l'espressione ''metabolismo sessuale" o "chimismo della sessualità" è priva di contenuto; non sappiamo nulla in proposito e non possiamo nemmeno decidere se dobbiamo supporre due sostanze sessuali, che si chiamerebbero "maschile" e ''femminile'', oppure se è il caso di accontentarsi di una sola tossina sessuale nella quale ravvisare il veicolo di tutti gli effetti stimolanti della libido. L'edificio dottrinale della psicoanalisi che abbiamo creato è in realtà una sovrastruttura, che prima o poi ha da essere collocata sul suo fondamento organico; ma questo non ci è ancora noto.
La psicoanalisi come scienza è caratterizzata non dalla materia che tratta, ma dalla tecnica con la quale opera. La si può applicare tanto alla storia della civiltà, alla scienza delle religioni e alla mitologia quanto alla teoria delle nevrosi, senza fare violenza alla sua natura. Ciò cui essa mira e che raggiunge non è altro che la scoperta dell'inconscio nella vita psichica. I problemi delle nevrosi attuali, i cui sintomi sorgono probabilmente per un intervento nocivo diretto di natura tossica, non offrono alla psicoanalisi alcun punto d'approccio; essa può fare ben poco per chiarirli e deve lasciare questo compito all'indagine medico-biologica. Forse ora comprendete meglio perché non abbia scelto un'altra disposizione per la mia materia. Se vi avessi promesso una "Introduzione alla teoria delle nevrosi", la via giusta sarebbe stata indubbiamente quella che va dalle semplici manifestazioni che caratterizzano le nevrosi attuali alle malattie psichiche più complicate dovute a disturbo della libido.
In relazione alle prime avrei dovuto raccogliere tutto ciò che abbiamo appreso o crediamo di sapere da diverse fonti, e, in relazione alle psiconevrosi, sarebbe poi intervenuta la psicoanalisi, come il più importante ausilio tecnico per far luce su questi stati. Mi ero però proposto, e avevo annunciato, una "Introduzione alla psicoanalisi"; per me era più importante che voi acquisiste un'idea della psicoanalisi che non qualche nozione sulle nevrosi, e dunque non potevo più mettere in primo piano le nevrosi attuali, che per la psicoanalisi sono sterili. Credo anche di aver fatto la scelta più vantaggiosa per voi, poiché, per la portata delle sue premesse e per la vastità dei suoi nessi, la psicoanalisi merita un posto nell'interesse di ogni persona colta; la teoria delle nevrosi è invece un capitolo della medicina come un altro.
Vi aspetterete nondimeno, e giustamente, che dedichiamo un po' di attenzione anche alle nevrosi attuali. Già la loro intima connessione clinica con le psiconevrosi ci costringe a farlo. Vi comunicherò quindi che noi distinguiamo tre forme pure di nevrosi attuale: la nevrastenia, la nevrosi d'angoscia e l'ipocondria.
Anche questa ripartizione non è andata esente da confutazioni. I nomi, è vero, sono tutti in uso, ma il loro contenuto è indeterminato e oscillante. Ci sono anche medici che si oppongono a ogni distinzione nel caotico mondo dei fenomeni nevrotici, a ogni rilevazione di unità cliniche o malattie singole, e che non riconoscono nemmeno la divisione tra nevrosi attuali e psiconevrosi. Secondo me vanno troppo oltre e non hanno imboccato la via che conduce al progresso.
Le forme di nevrosi menzionate compaiono occasionalmente in forma pura; più spesso, a dire il vero, si mescolano l'una con l'altra e con un'affezione psiconevrotica. Questo fatto non deve necessariamente indurci a rinunciare alla loro distinzione.
Pensate alla differenza tra lo studio dei minerali e quello delle rocce, nella mineralogia. Certamente i minerali vengono descritti come individui in base al fatto che spesso si presentano sotto forma di cristalli, nettamente delimitati da ciò che li circonda.
Le rocce consistono in aggregati di minerali, che sicuramente non si sono combinati per caso, ma conformemente alle condizioni che hanno determinato la loro origine. Nella teoria delle nevrosi noi comprendiamo ancora troppo poco del loro processo di sviluppo per creare qualcosa di simile alla petrografia. Siamo però certamente nel giusto isolando dapprima dalla massa le individualità cliniche da noi riconoscibili, che sono paragonabili ai minerali.
Una interessante relazione tra i sintomi delle nevrosi attuali e quelli delle psiconevrosi ci reca un ulteriore e significativo contributo alla conoscenza della formazione dei sintomi in queste ultime; il sintomo della nevrosi attuale costituisce infatti spesso il nucleo e il primo stadio del sintomo psiconevrotico.
Tale rapporto si osserva con maggior chiarezza tra la nevrastenia e quella nevrosi di traslazione che è detta "isteria di conversione", tra la nevrosi d'angoscia e l'isteria d'angoscia, ma anche tra l'ipocondria e le forme che saranno menzionate più tardi con il termine di parafrenia (dementia praecox e paranoia).
Prendiamo come esempio il caso di un isterico mal di testa o di reni. L'analisi ci mostra che, mediante condensazione e spostamento, esso è diventato il soddisfacimento sostitutivo di un'intera serie di fantasie o di ricordi libidici. Un tempo però questo dolore era reale, e si trattava di un sintomo tossico- sessuale diretto, espressione corporea di un eccitamento libidico.
Non vogliamo in alcun modo affermare che tutti i sintomi isterici contengono un nucleo di questo tipo, ma è un fatto che ciò si verifica con particolare frequenza e che tutti gli influssi - normali o patologici esercitati sul corpo dall'eccitamento libidico vengono privilegiati ai fini della formazione di sintomi isterici. In questo caso essi svolgono la funzione del granello di sabbia che il mollusco avvolge con strati di sostanza madreperlacea. Parimenti i segni passeggeri dell'eccitamento sessuale che accompagnano l'atto sessuale vengono impiegati dalla psiconevrosi come il materiale più opportuno e appropriato per la formazione dei sintomi.
Un simile processo offre un particolare interesse diagnostico e terapeutico. Non di rado, in persone che sono predisposte alla nevrosi, pur senza soffrire di una nevrosi conclamata, accade che un'alterazione corporea morbosa - per esempio per infiammazione o ferita - metta in moto l'attività di formazione del sintomo, così che questa, in modo rapidissimo, fa del sintomo offertogli dalla realtà il rappresentante di tutte quelle fantasie inconsce che attendevano soltanto l'opportunità di impadronirsi di un mezzo d'espressione. In tal caso il medico seguirà, nella terapia, ora l'una ora l'altra strada; o si proporrà di eliminare la base organica, senza curarsi della sua chiassosa rielaborazione nevrotica, oppure vorrà combattere la nevrosi sorta in quell'occasione tenendo in poco conto il suo occasionale motivo organico. Il risultato darà ragione o torto ora a questo ora a quel tipo di cura: per simili casi misti è difficile stabilire precetti generali.
Lezione 25 - L'ANGOSCIA
Signore e Signori, in ciò che vi ho detto nell'ultima lezione sul nervosismo generale avrete certamente ravvisato la più incompleta e insufficiente delle mie esposizioni. So che questo è vero e penso che niente vi avrà meravigliato di più del fatto che in essa non si facesse menzione dell'angoscia di cui pure si lamenta la maggior parte dei nervosi, i quali la definiscono come la loro più terribile sofferenza; tale angoscia realmente può raggiungere in essi la massima intensità e indurli a fare le cose più folli. Ma su questo punto almeno non volevo apparirvi troppo stringato, dato che il mio proposito era, al contrario, di mettere a fuoco con particolare cura il problema dell'angoscia nei nervosi e di illustrarvelo esaurientemente.
Non occorre che vi rappresenti l'angoscia in quanto tale; a ognuno di noi è successo di provare personalmente questa sensazione o, per meglio dire, questo stato affettivo. Ma penso che non ci si sia mai posti abbastanza sul serio la domanda perché proprio i nervosi provino angoscia tanto più sovente e tanto più fortemente degli altri. Forse lo si riteneva cosa ovvia; comunemente infatti le parole "nervoso" e "ansioso" vengono usate l'una per l'altra, come se significassero la stessa cosa; ma ciò non è giusto: ci sono persone angosciate che per il resto non sono affatto nervose, e nervosi che soffrono di molti sintomi, tra i quali però non si riscontra la tendenza all'angoscia.
Comunque stiano le cose, resta fermo che il problema dell'angoscia è un punto nodale, nel quale convergono tutti i più svariati e importanti interrogativi, un enigma la cui soluzione è destinata a gettare un fascio di luce su tutta la nostra vita psichica. Io non sostengo di essere in grado di darvi questa soluzione completa; ma vi aspetterete certamente che la psicoanalisi affronti anche questo tema in modo del tutto diverso dalla medicina scolastica.
Là sembra che ci si interessi soprattutto delle vie anatomiche per le quali s'instaura lo stato d'angoscia. Si dice che è stimolato il midollo allungato, e l'ammalato apprende di soffrire di una nevrosi del nervo vago. Il midollo allungato è un argomento molto serio e affascinante. Mi ricordo benissimo quanto tempo e fatica ho dedicato anni fa al suo studio. Oggi però devo dire che per me non c'è nulla di più indifferente, per la comprensione della psicologia dell'angoscia, della conoscenza della via nervosa lungo la quale corrono i suoi eccitamenti.
Si può dapprima trattare per un bel pezzo dell'angoscia senza pensare affatto al nervosismo. Capite senz'altro che cosa voglio dire se designo questa angoscia come angoscia "reale", in contrapposizione all'angoscia "nevrotica". L'angoscia reale ci appare dunque come qualcosa di assai razionale e comprensibile. Di essa affermeremo che è la reazione alla percezione di un pericolo esterno, cioè di un danno atteso, previsto; che è collegata al riflesso della "fuga", e che può essere considerata un'espressione della pulsione di autoconservazione. In quali occasioni compaia l'angoscia, ossia di fronte a quali oggetti e in quali situazioni, dipenderà naturalmente in gran parte dalla quantità di cose che il soggetto conosce e dal senso che egli ha del proprio potere nei confronti del mondo esterno. Troviamo del tutto comprensibile che il selvaggio abbia paura di un cannone e sia terrorizzato da un'eclissi solare, mentre il bianco, che sa maneggiare quello strumento e prevedere quell'evento, in tali circostanze, non si angoscia affatto. Altre volte è proprio il maggior sapere a favorire l'angoscia, perché permette di riconoscere tempestivamente il pericolo. Così il selvaggio si spaventerà davanti a una traccia, nella foresta, che non dice nulla all'inesperto ma che a lui rivela la vicinanza di una bestia feroce; e l'esperto navigante osserverà con terrore una nuvoletta in cielo, che al passeggero pare insignificante mentre a lui annuncia l'approssimarsi dell'uragano.
Dopo ulteriore riflessione, si deve dire che il giudizio secondo cui l'angoscia reale è razionale e appropriata ha bisogno di essere radicalmente rivisto. In caso di pericolo incombente l'unico comportamento appropriato sarebbe infatti la fredda valutazione delle proprie forze rapportata all'entità della minaccia, e in base a ciò la decisione se offra maggiori prospettive di buon esito la fuga o la difesa, o eventualmente anche l'attacco. In questo contesto non c'è però posto per l'angoscia: tutto ciò che viene fatto sarebbe fatto altrettanto bene, e forse meglio se non sopravvenisse alcuno sviluppo d'angoscia. E' anche chiarissimo che, se l'angoscia raggiunge un'intensità eccessiva, si dimostra assai inappropriata, paralizza ogni azione, compresa quella della fuga. Abitualmente la reazione al pericolo consiste in un miscuglio di affetto d'angoscia e di azione di difesa. L'animale spaventato ha paura e fugge; ma ciò che è qui appropriato è la "fuga", non l'"aver paura".
Ci sentiamo dunque tentati di affermare che lo sviluppo d'angoscia non è mai confacente allo scopo. A meglio comprendere, forse ci sarà d'aiuto scomporre più accuratamente la situazione d'angoscia.
Il primo dato in essa è la PREPARAZIONE di fronte al pericolo, che si esprime in un aumento dell'attenzione sensoriale e della tensione motoria. Questa attesa preparatoria va riconosciuta senza esitazione come vantaggiosa; anzi, la sua mancanza comporterebbe serie conseguenze. Da essa hanno origine, da una parte, l'azione motoria - in primo luogo la fuga, e a uno stadio più elevato la difesa attiva - e, dall'altra, ciò che percepiamo come stato d'angoscia. Quanto più lo sviluppo d'angoscia si limita a un puro accenno, a un segnale, tanto più indisturbata si compie la conversione in azione di questa preparazione all'angoscia, e tanto più appropriatamente si struttura l'intero processo. In ciò che noi chiamiamo angoscia, la PREPARAZIONE all'angoscia mi sembra dunque essere l'elemento appropriato, e lo SVILUPPO d'angoscia quello non appropriato.
Evito di addentrarmi più a fondo nel quesito se il nostro uso linguistico intenda designare con "angoscia", "paura", "spavento" la stessa cosa o cose chiaramente differenti. Penso solo che "angoscia" si riferisce allo stato e prescinde dall'oggetto, mentre "paura" richiama l'attenzione proprio sull'oggetto.
"Spavento" sembra invece avere un senso particolare, ossia mettere in risalto l'effetto di un pericolo che non viene accolto in uno stato di preparazione all'angoscia. Cosicché si potrebbe dire che l'uomo si protegge dallo spavento con l'angoscia.
Non vi sarà sfuggita una certa ambiguità e indeterminatezza nell'uso della parola "angoscia". Perlopiù con "angoscia" intendiamo lo stato soggettivo in cui ci si viene a trovare con la percezione dello "sviluppo d'angoscia", e chiamiamo questo stato un affetto. E che cos'è in senso dinamico un affetto? In ogni caso, qualcosa di molto composito. Un affetto comprende in primo luogo certe innervazioni, o scariche motorie, e in secondo luogo certe sensazioni; queste ultime sono di natura duplice: le percezioni delle azioni motorie che si sono verificate e le sensazioni dirette di piacere e dispiacere, che danno all'affetto, come si dice, la nota fondamentale. Non credo però che con questa enumerazione si sia colta l'essenza dell'affetto. Nel caso di alcuni affetti crediamo di vedere più in profondità e di riconoscere che il nucleo che tiene unito l'insieme sovradescritto sia la ripetizione di una determinata esperienza significativa.
Questa esperienza potrebbe essere solo un'impressione assai primordiale, di natura generalissima, da situarsi nella preistoria non dell'individuo, bensì della specie. Per farmi comprendere meglio, lo stato affettivo sarebbe costruito allo stesso modo di un attacco isterico, sarebbe come questo il sedimento di una reminiscenza. L'attacco isterico sarebbe dunque paragonabile a un affetto individuale di nuova formazione, l'affetto normale all'espressione di un'isteria generale divenuta retaggio.
Non dovete supporre che ciò che io vi ho detto qui sugli affetti sia patrimonio riconosciuto della psicologia normale. Si tratta, al contrario, di concezioni che sono nate sul terreno della psicoanalisi e che solo lì sono di casa. Ciò che nella psicologia potete apprendere intorno agli affetti, per esempio la teoria di James-Lange, per noi psicoanalisti è addirittura incomprensibile e tale da non poter essere discussa. Non riteniamo però molto sicura nemmeno la nostra conoscenza in materia di affetti; il nostro è un primo tentativo di orientarci in questo territorio oscuro. Andiamo avanti. Per quanto riguarda l'affetto d'angoscia, crediamo di sapere di quale impressione primordiale sia la ripetizione:
riproduce l'atto della nascita, nel quale ha luogo quel misto di sentimenti spiacevoli, di impulsi di scarica e di sensazioni corporee che è divenuto il prototipo dell'effetto prodotto da un pericolo mortale e che da allora viene da noi ripetuto come stato d'angoscia. L'enorme incremento di stimoli, dovuto all'interruzione del ricambio del sangue (ossia della respirazione interna), fu allora la causa dell'esperienza d'angoscia: la prima angoscia fu dunque un'angoscia tossica. Il termine "angoscia" - "angustiae", Enge" sottolinea il carattere del restringimento del respiro, che allora fu presente come conseguenza della situazione reale e che oggi viene quasi sempre riprodotto nell'affetto.
Riconosciamo anche come ricco di implicazioni il fatto che quel primo stato d'angoscia ebbe origine dalla separazione dalla madre.
Naturalmente siamo persuasi che la disposizione a ripetere il primo stato d'angoscia si sia incorporata così profondamente, attraverso una serie incalcolabile di generazioni, nell'organismo, che un singolo individuo non può sfuggire all'affetto d'angoscia anche se come il leggendario Macduff, "fu tratto innanzi tempo, con un taglio dal grembo di sua madre" ["Macbeth"] e quindi non sperimentò egli stesso l'atto della nascita. Quale sia stato per gli animali non mammiferi il prototipo dello stato d'angoscia, non possiamo dirlo. D'altro canto, non sappiamo nemmeno quale sia il complesso di sensazioni che in queste creature equivale alla nostra angoscia.
Vi interesserà forse sapere come si possa giungere a un'idea come quella che l'atto della nascita sia la fonte e il prototipo dell'affetto dell'angoscia. Qui la speculazione quasi non c'entra; mi sono avvalso piuttosto dell'ingenuo pensiero del popolo. Molti anni fa, mentre noi giovani medici ospedalieri eravamo a pranzo in una trattoria, un assistente della clinica ostetrica ci raccontò un divertente episodio occorso nell'ultimo esame per levatrici. A una candidata venne chiesto che cosa significa, al momento della nascita, la presenza di meconio (escrementi del feto) nell'acqua che esce, ed essa rispose prontamente: "Che il bambino ha paura".
Venne derisa e bocciata. Io però presi in silenzio le sue parti e cominciai a sospettare che quella povera donna del popolo avesse candidamente messo il dito su un'importante correlazione.
Se passiamo ora all'angoscia nevrotica, quali nuove forme e situazioni l'angoscia manifesta nei nervosi? Qui occorre una lunga descrizione. Troviamo in primo luogo un generale stato di ansietà, un'angoscia per così dire liberamente fluttuante, che è pronta ad agganciarsi a ogni contenuto rappresentativo in qualche modo adatto, che influisce sul giudizio, seleziona le aspettative, spia ogni opportunità per trovare una giustificazione. Noi chiamiamo questo stato "angoscia d'attesa" o "attesa angosciosa". Le persone che sono tormentate da questo genere di angoscia prevedono fra tutte le possibilità sempre la più terribile, interpretano ogni avvenimento casuale come un segno premonitore di sventura, sfruttano ogni incertezza nel senso peggiore. L'inclinazione a tale attesa di sventura si riscontra come tratto di carattere in molti uomini che quanto al resto non possono essere definiti malati, ma sono chiamati iperansiosi o pessimisti; per altro verso, l'angoscia d'attesa entra regolarmente in misura considerevole in un'affezione nervosa che ho denominato "nevrosi d'angoscia" e che annovero tra le nevrosi attuali.
Una seconda forma di angoscia, al contrario di quella or ora descritta, è psichicamente legata e connessa a certi oggetti o situazioni. E' l'angoscia delle "fobie", estremamente varie e spesso singolarissime. Stanley Hall, lo stimato psicologo americano, si è dato recentemente la pena di presentarci l'intera gamma di queste fobie con sfarzosa nomenclatura greca: sembrerebbe l'enumerazione delle dieci piaghe d'Egitto, se non fosse che il loro numero è di gran lunga superiore a dieci. Sentite quante cose possono diventare oggetto o contenuto di una fobia: oscurità, aria libera, spiazzi aperti, gatti, ragni, bruchi, serpenti, topi, temporali, punte acuminate, sangue, ambienti chiusi, ressa umana, solitudine, traversata di ponti, viaggi per mare e ferrovia eccetera. A un primo tentativo di orientarsi in questo brulichio viene spontaneo distinguere tre gruppi. Alcuni degli oggetti e delle situazioni temute hanno anche per noi persone normali qualcosa di inquietante, hanno un nesso con un pericolo; e queste fobie, per conseguenza, non ci sembrano incomprensibili, benché siano esagerate quanto a intensità. Così la maggior parte di noi prova una sensazione di ripugnanza imbattendosi in un serpente. Si può dire che quella dei serpenti è una fobia universalmente umana, e Charles Darwin ha descritto in modo molto suggestivo come non poté sottrarsi alla paura davanti a un serpente che gli si stava avventando contro, benché si sapesse protetto da una spessa lastra di vetro. In un secondo gruppo collochiamo i casi in cui sussiste ancora la relazione con un pericolo, quantunque siamo abituati a non tenerlo in gran conto e a non metterlo in rilievo. Rientra in questa categoria la maggior parte delle fobie di situazione.
Sappiamo che in un viaggio per ferrovia c'è una probabilità in più di avere un incidente che non restando a casa, e cioè quella dello scontro ferroviario; sappiamo anche che una nave può andare a fondo, nel qual caso di regola si affoga; ma non pensiamo a questi pericoli e viaggiamo senza timore per ferrovia e per nave. Non possiamo nemmeno negare che, se il ponte crollasse nel momento in cui lo attraversiamo, precipiteremmo nel fiume, ma si tratta di un'eventualità talmente rara che non la prendiamo affatto in considerazione come un pericolo. Anche la solitudine ha i suoi pericoli, e noi li evitiamo in determinate circostanze; ma ciò non vuol dire che non possiamo mai sopportarla a nessuna condizione, neanche per un momento. Lo stesso vale per la ressa umana, per l'ambiente chiuso, per il temporale, e via dicendo. Ciò che ci sconcerta in queste fobie dei nevrotici non è tanto, in genere, il loro contenuto quanto la loro intensità. L'angoscia delle fobie è senza appello! E talvolta abbiamo l'impressione che i nevrotici non si angoscino affatto per le stesse cose e situazioni che in certe circostanze possono provocare angoscia anche in noi e che pure essi definiscono con gli stessi nomi.
Ci rimane un terzo gruppo di fobie, che la nostra intelligenza non riesce più a seguire affatto. Quando un uomo adulto, forte, è incapace per via dell'angoscia di attraversare una strada o una piazza della città natale, a lui ben nota; quando una donna sana, ben sviluppata, cade in preda a un'irragionevole angoscia perché un gatto le ha sfiorato l'orlo del vestito o un topolino è sgusciato attraverso la stanza, come possiamo stabilire un collegamento col pericolo che tuttavia, evidentemente, esiste per questi soggetti fobici? Nel caso delle zoofobie che appartengono a questo gruppo non può trattarsi di un'accentuazione di universali antipatie umane, poiché, come a dimostrare il contrario, numerose sono le persone che non possono passare accanto a un gatto senza chiamarlo a sé o accarezzarlo. Il "topolino", tanto temuto dalle donne, è contemporaneamente un vezzeggiativo affettuoso di prim'ordine; eppure più di una ragazza, che è molto contenta di sentirsi chiamare così dal suo innamorato, si mette a strillare atterrita quando scorge la graziosa bestiola che ha questo nome.
Nel caso dell'uomo che ha terrore delle strade o delle piazze, l'unica spiegazione che ci si impone è che egli si comporta come un bambino piccolo: l'educazione prescrive ai bambini di evitare situazioni del genere in quanto pericolose; e in effetti il nostro agoràfobo è protetto dall'angoscia se qualcuno lo accompagna mentre attraversa la piazza .
Le due forme di angoscia qui descritte, l'angoscia d'attesa liberamente fluttuante e quella legata a fobie, sono indipendenti l'una dall'altra L'una non è, ad esempio, un grado superiore dell'altra; e compaiono insieme solo eccezionalmente, e in tal caso come per accidente. Uno stato di generale ansietà, per intenso che sia, non necessariamente si esprime in fobie. Individui, la cui intera vita è limitata a causa di un'agorafobia, possono essere completamente esenti dalla pessimistica angoscia d'attesa. E' dimostrabile che alcune fobie, per esempio la fobia delle piazze e della ferrovia, vengono acquisite solo in età abbastanza matura; altre, come la paura dell'oscurità, del temporale, degli animali, sembrano essere esistite sin dall'inizio. Quelle del primo tipo hanno il significato di gravi malattie; le seconde appaiono piuttosto come stranezze, capricci. In chi esibisce una di queste ultime di regola si può supporre anche l'esistenza di altre fobie simili.
Devo aggiungere che raggruppiamo complessivamente queste fobie nell'ISTERIA D'ANGOSCIA; le consideriamo cioè un'affezione strettamente imparentata alla nota isteria di conversione.
La terza delle forme di angoscia nevrotica ci pone dinanzi al fatto misterioso che perdiamo totalmente di vista la connessione tra angoscia e pericolo incombente. Questa angoscia, per esempio, compare nell'isteria in concomitanza coi sintomi isterici o in qualsivoglia stato di eccitazione in cui ci aspetteremmo sì una manifestazione affettiva, ma meno che mai quella d'angoscia; oppure, in forma svincolata da ogni condizione e ugualmente incomprensibile a noi e all'ammalato, come libero attacco d'angoscia. In questi casi è assolutamente da escludersi la presenza di un pericolo o di un frangente occasionale che, esagerato, possa essere fatto assurgere a tale. Da questi attacchi spontanei apprendiamo inoltre che il complesso da noi designato come stato d'angoscia è passibile di una frammentazione. L'intero attacco può essere rappresentato da un unico sintomo, intensamente sviluppato, da un tremito, una vertigine, una palpitazione cardiaca, un affanno; e la sensazione generale dalla quale riconosciamo l'angoscia può mancare o essere diventata indistinta.
Eppure questi stati, che noi descriviamo come "equivalenti d'angoscia", vanno equiparati all'angoscia sotto tutti i riguardi clinici ed etiologici.
Sorgono ora due quesiti. E' possibile mettere l'angoscia nevrotica, nella quale il pericolo non ha parte alcuna, o quasi, in connessione con l'angoscia reale, la quale è invariabilmente una reazione al pericolo? E come va intesa l'angoscia nevrotica?
Ci verrà naturale attenerci inizialmente all'aspettativa che, dove c'è angoscia, debba anche essere presente qualcosa per cui ci si angoscia.
Per la comprensione dell'angoscia nevrotica, si possono ricavare dall'osservazione clinica parecchie indicazioni di cui intendo illustrarvi il senso:
a) Non è difficile costatare che l'angoscia d'attesa o lo stato di ansietà generale si pone in stretta dipendenza da determinati processi della vita sessuale o, per meglio dire, da determinati impieghi della libido. Il caso più semplice e istruttivo di questo genere si ha in persone che si espongono al cosiddetto eccitamento "frustraneo", nelle quali cioè, violenti eccitamenti sessuali non trovano una scarica sufficiente, non vengono condotti a un esito soddisfacente. Quindi, per esempio, in uomini durante il periodo del fidanzamento e in donne i cui mariti sono insufficientemente potenti o che, per precauzione, eseguono l'atto sessuale in modo abbreviato o incompiuto. In queste circostanze l'eccitamento libidico si dilegua e al suo posto compare l'angoscia, tanto in forma di angoscia d'attesa quanto in forma di attacchi ed equivalenti d'angoscia. L'interruzione precauzionale dell'atto sessuale, se esercitata come regime sessuale, diviene normalmente causa di nevrosi d'angoscia negli uomini, ma in particolare nelle donne, al punto che nella prassi medica, in casi di questo genere, è raccomandabile cominciare la ricerca in direzione di questa etiologia. Si potranno ottenere con ciò numerosissime verifiche del fatto che la nevrosi d'angoscia viene meno non appena ci si astiene da tale abuso sessuale.
L'esistenza di un nesso tra restrizioni sessuali e stati d'angoscia non viene più contestata, che io sappia, nemmeno dai medici più lontani dalla psicoanalisi. Tuttavia, posso facilmente immaginare che permanga il tentativo di invertire il rapporto, sostenendo che le persone di cui si tratta sono sin dall'inizio inclini all'ansietà e perciò si sottopongono a restrizioni anche nelle faccende sessuali. Questo è però decisamente contraddetto dal comportamento delle donne, la cui attività sessuale è essenzialmente passiva, ossia viene determinata dal modo in cui sono trattate dagli uomini. Quanto più una donna è passionale, quindi quanto più è propensa ai rapporti sessuali e suscettibile di essere soddisfatta, tanto più sicuramente reagirà all'impotenza dell'uomo o al "coitus interruptus" con manifestazioni di angoscia, mentre su donne anestetiche o scarsamente dotate di libido tale sopruso ha un peso di gran lunga minore.
La stessa importanza per l'insorgere di stati d'angoscia spetta all'astinenza sessuale (ora tanto caldamente raccomandata dai medici) naturalmente solo quando la libido cui non viene concessa una scarica soddisfacente è relativamente intensa e non è stata per la maggior parte liquidata grazie alla sublimazione. Certo sono sempre i fattori quantitativi a decidere se l'esito sarà patologico o meno. Anche quando non è questione di malattia, bensì di conformazione del carattere, si riconosce facilmente che la limitazione sessuale va a braccetto con una certa ansietà e titubanza, mentre l'intrepidezza e l'audacia impudente implicano che si dia libero sfogo alle proprie esigenze sessuali. Per quanto queste relazioni possano essere modificate e complicate da molti e svariati influssi culturali, resta tuttavia il fatto che per la media degli uomini l'angoscia è intimamente connessa con la limitazione sessuale.
Sono ben lungi dall'avervi comunicato tutte le osservazioni che depongono a favore dell'asserita relazione genetica tra libido e angoscia. Fra esse, ad esempio, c'è l'influsso sulle affezioni d'angoscia di certe fasi della vita, alle quali, come alla pubertà e al periodo della menopausa, si può attribuire un rilevante incremento della produzione di libido. In taluni stati di eccitazione si può anche osservare direttamente la commistione di libido e di angoscia e la sostituzione finale della libido da parte dell'angoscia. L'impressione che si riceve da tutti questi fatti è duplice: in primo luogo, che si tratta di un accumulo di libido, la quale viene trattenuta dal suo normale impiego; in secondo luogo, che ci troviamo qui totalmente nel campo dei processi somatici. Non è possibile discernere a tutta prima come dalla libido sorga l'angoscia; sappiamo solo che la libido è assente e che al suo posto si osserva l'angoscia.
b) Dall'analisi delle psiconevrosi, specialmente dell'isteria, attingiamo un secondo indizio. Abbiamo visto che in questa affezione compare spesso angoscia in concomitanza coi sintomi, ma anche angoscia slegata, che si manifesta in forma di attacco o come stato permanente. I pazienti non sanno dire da che cosa sono angosciati e, attraverso una inconfondibile elaborazione secondaria, collegano quest'angoscia alle fobie più ovvie e più prossime, come quella di morire, di impazzire, di avere un colpo.
Se sottoponiamo ad analisi la situazione dalla quale è scaturita l'angoscia o i sintomi accompagnati da angoscia, possiamo quasi sempre indicare quale sia il decorso psichico normale che non ha avuto luogo ed è stato sostituito dal fenomeno dell'angoscia.
Esprimendoci in altri termini: ricostruiamo il processo inconscio così come se non avesse subìto alcuna rimozione e avesse proseguito indisturbato fino alla coscienza. Questo processo sarebbe stato, in tal caso, accompagnato da un determinato affetto, e ora noi apprendiamo con nostra sorpresa che, in seguito alla rimozione, questo affetto congiunto al normale decorso viene sempre sostituito dall'angoscia, indipendentemente dalla qualità che gli era propria. Quando dunque abbiamo davanti a noi uno stato isterico d'angoscia, il suo correlato inconscio può essere tanto un impulso avente carattere simile - quindi di angoscia, di vergogna, di smarrimento - quanto un'eccitazione libidica positiva o un'eccitazione ostilmente aggressiva, come furore e rabbia.
L'angoscia è dunque la moneta valida universalmente con la quale vengono o possono venire scambiati tutti i moti affettivi, quando il contenuto rappresentativo ad essi legato è stato assoggettato alla rimozione.
c) Una terza esperienza la facciamo coi malati che compiono azioni ossessive, ai quali stranamente l'angoscia sembra essere risparmiata. Se tentiamo di impedire l'esecuzione della loro azione ossessiva - dei loro lavaggi, del loro cerimoniale - o se essi stessi si arrischiano ad abbandonare una delle loro costrizioni, una terribile angoscia li obbliga a rinunciare al tentativo. Comprendiamo che l'angoscia era coperta dall'azione ossessiva e che questa veniva eseguita solo per risparmiarsi l'angoscia. Dunque, nella nevrosi ossessiva, l'angoscia, destinata altrimenti a insediarsi, viene sostituita dalla formazione dei sintomi; e se ci volgiamo all'isteria troviamo una relazione simile: come risultato del processo di rimozione si ha o puro sviluppo d'angoscia, o angoscia con formazione di sintomi, oppure più compiuta formazione di sintomi senza angoscia. In senso astratto, non parrebbe inesatto affermare che i sintomi in genere vengono formati solo per sottrarsi allo sviluppo d'angoscia, altrimenti inevitabile. Questa concezione pone, per così dire, l'angoscia al centro del nostro interesse per i problemi delle nevrosi.
Dalle nostre osservazioni sulla nevrosi d'angoscia avevamo concluso che la deviazione della libido dal suo impiego normale, la quale fa sorgere l'angoscia, avviene sul terreno dei processi somatici. Dalle analisi dell'isteria e della nevrosi ossessiva deriva l'aggiunta che la medesima deviazione, con lo stesso risultato, può essere anche l'effetto di un rifiuto a opera delle istanze psichiche. Questo è dunque quanto sappiamo sulla genesi dell'angoscia nevrotica; è ancora abbastanza indefinito, ma per il momento non vedo come potremmo andare oltre. Il secondo problema che ci siamo posti, quello di stabilire un collegamento tra l'angoscia nevrotica, che è libido impiegata in modo abnorme, e l'angoscia reale, che corrisponde a una reazione al pericolo, sembra ancora più difficile da risolvere. Vorremmo credere che si tratti di cose del tutto disparate, e tuttavia non abbiamo alcun mezzo per distinguere, nella sensazione, l'angoscia reale dall'angoscia nevrotica.
Riusciamo a stabilire il collegamento cercato se assumiamo come punto di partenza l'antitesi, di cui così frequentemente abbiamo affermato l'esistenza, tra l'Io e la libido. Come sappiamo, lo sviluppo d'angoscia è la reazione dell'Io al pericolo e il segnale di inizio della fuga; ci viene allora spontaneo pensare che nell'angoscia nevrotica l'Io intraprenda un analogo tentativo di fuga davanti alle pretese della sua libido, cioè che tratti questo pericolo interno come se fosse esterno. Ciò risponderebbe all'aspettativa che, dove si manifesta l'angoscia, è presente anche qualcosa da cui ci si sente angosciati. Ma l'analogia potrebbe essere condotta oltre. Come il tentativo di fuga davanti al pericolo esterno viene sostituito dall'affrontarlo e da opportuni provvedimenti difensivi, così anche lo sviluppo d'angoscia nevrotica cede il posto alla formazione di sintomi, col risultato che l'angoscia viene legata.
La difficoltà si sposta ora in un'altra direzione. L'angoscia, che significa la fuga dell'Io di fronte alla sua libido, deve pur essere scaturita da questa stessa libido. E' un fatto oscuro, che ci ammonisce a non dimenticare che la libido di una persona, in fondo, appartiene a questa e non può a essa contrapporsi come qualcosa di esterno. E' la dinamica topica dello sviluppo d'angoscia che ci è ancora oscura: che specie di energie psichiche vengano prodotte in quel processo e da quale sistema psichico esse provengano. Non posso assumermi l'impegno di rispondere anche a questa domanda; tuttavia non tralasceremo di seguire altre due tracce, servendoci ancora una volta, per venire in aiuto alla nostra speculazione, dell'osservazione diretta e dell'indagine analitica. Rivolgeremo la nostra attenzione alla genesi dell'angoscia nel bambino e all'origine di quell'angoscia nevrotica che è legata alle fobie.
L'ansietà dei bambini è qualcosa di molto comune, e sembra davvero difficile distinguere se si tratti di angoscia nevrotica o reale, tanto più che il valore stesso di questa distinzione viene messo in dubbio dal comportamento dei bambini. Infatti, da una parte noi non ci meravigliamo se il bambino ha paura di tutte le persone estranee, le nuove situazioni e i nuovi oggetti, e ci spieghiamo molto facilmente la sua reazione ascrivendola a debolezza e insipienza. Attribuiamo quindi al bambino una forte inclinazione all'angoscia reale e ci parrebbe perfettamente logico che in lui questa pavidità fosse un innato retaggio. In ciò il bambino non farebbe che ripetere il comportamento dell'uomo preistorico e dell'odierno primitivo che, vittima della propria ignoranza e impotenza, ha paura di ogni novità e di tante cose familiari, che a noi oggi non incutono più paura. Corrisponderebbe anche perfettamente alla nostra attesa se le fobie del bambino, almeno in parte, fossero ancora le stesse che possiamo attribuire ai tempi più remoti dell'evoluzione umana.
D'altro canto non possiamo trascurare il fatto che non tutti i bambini sono paurosi in ugual misura e che proprio i bambini che manifestano un particolare timore per ogni sorta di oggetti e situazioni si rivelano più tardi dei nevrotici. La disposizione alla nevrosi si tradisce, dunque, anche attraverso una pronunciata inclinazione all'angoscia reale; l'ansietà appare come il fatto primario, e giungiamo alla conclusione che il bambino e più tardi l'adolescente, hanno paura dell'intensità della loro libido appunto perché hanno paura di tutto. Sarebbe così confutata la genesi dell'angoscia dalla libido, e se si andasse a cercare quali sono le condizioni dell'angoscia reale, si giungerebbe in modo conseguente alla concezione che la consapevolezza della propria debolezza e impotenza inferiorità, nella terminologia di Afred Adler - è anche la ragione ultima della nevrosi, sempre che tale consapevolezza possa protrarsi dall'infanzia fino all'età matura.
Ciò sembra talmente semplice e seducente che ha diritto alla nostra attenzione. Per la verità implicherebbe che l'enigma del nervosismo si spostasse. Il permanere del senso d'inferiorità e quindi della condizione che determina l'angoscia e la formazione dei sintomi - ci sembra così bene accertato, che sarebbe piuttosto necessaria una spiegazione nel caso in cui, eccezionalmente, dovesse verificarsi ciò che ci è noto come salute. Ma che cosa emerge da un'accurata osservazione dell'ansietà dei bambini? Il bambino piccolo ha paura anzitutto delle persone estranee; le situazioni diventano importanti solo nella misura in cui contengono persone; gli oggetti entrano in considerazione comunque solo più tardi. Di questi estranei il bambino, però, non ha paura perché attribuisce loro cattive intenzioni e perché rapporta la propria debolezza alla loro forza decidendo insomma che costituiscono un pericolo per la sua esistenza, sicurezza e libertà dal dolore. Un bambino così diffidente, spaventato dalla pulsione aggressiva che domina il mondo, è una costruzione teorica, per di più mal riuscita. La verità è che il bambino si spaventa davanti alla figura del estraneo perché è abituato soltanto alla vista della persona familiare e amata, alla vista, in ultima istanza, della madre. La sua delusione e nostalgia si trasformano in angoscia: si tratta della sua libido che è divenuta inutilizzabile e che, non potendo più essere tenuta in sospeso, si scarica infine sotto forma di angoscia. Né può essere un caso che in questa situazione, esemplare dell'angoscia infantile, si riproduca la condizione del primo stato d'angoscia, durante l'atto della nascita, ossia la separazione dalla madre.
Le prime fobie dei bambini connesse con determinate situazioni sono quelle dell'oscurità e della solitudine. La prima sussiste spesso per tutta la vita: a entrambe è comune il fatto che viene sentita la mancanza della persona amata che si cura del bambino, quindi della madre. Udii un bambino, che aveva paura al buio, gridare dalla stanza vicina: "Zia, parlami, ho paura". "Ma a che ti serve? Non mi vedi mica"; e il bambino: "Se qualcuno parla, diventa più chiaro''. La NOSTALGIA provata nell'oscurità viene quindi trasformata in PAURA dell'oscurità. L'angoscia nevrotica è ben lungi dall'essere meramente secondaria, né è un caso particolare dell'angoscia reale; al contrario, noi vediamo che nel bambino piccolo si atteggia ad angoscia reale qualcosa che ha in comune con l'angoscia nevrotica il tratto essenziale di sorgere da libido inutilizzata. Di angoscia reale vera e propria il bambino sembra portarne in sé ben poca. In tutte le situazioni che più tardi possono diventare condizioni di fobie (luoghi alti, ponticelli sull'acqua, ferrovia e nave) il bambino non mostra alcun timore; anzi quanto più ignora la situazione, tanto meno la teme. Sarebbe oltremodo desiderabile che avesse ricevuto in eredità un maggior numero di tali istinti miranti a proteggere la vita; il compito della sorveglianza, che deve impedirgli di esporsi a un pericolo dopo l'altro, ne sarebbe molto alleggerito.
In realtà, il bambino inizialmente sopravvaluta le sue forze e si comporta senza paura perché non conosce i pericoli. Corre sull'orlo dell'acqua, sale sul davanzale della finestra, gioca con oggetti acuminati e con il fuoco, insomma fa tutto ciò che è destinato ad arrecargli danno e a procurare preoccupazioni a chi lo accudisce. Se alla fine l'angoscia reale si risveglia in lui, ciò è interamente opera dell'educazione, poiché non gli si può permettere di fare da sé quelle esperienze che potrebbero istruirlo.
Orbene, se ci sono bambini che in certa misura facilitano questa educazione all'angoscia, e che trovano perfino da soli i pericoli dai quali non sono stati messi in guardia, ciò significa che essi hanno insita nella loro costituzione una maggior quantità di bisogni libidici, o che sono stati viziati precocemente dal soddisfacimento libidico. Nessuna meraviglia se fra questi bambini si trovano anche i futuri nervosi; sappiamo bene che la maggiore facilitazione all'insorgere di una nevrosi è costituita dall'incapacità di sopportare un ingorgo considerevole di libido per un periodo di tempo piuttosto lungo. Noterete che qui si fa valere anche il fattore costituzionale, il quale ha diritti che non abbiamo mai inteso contestare. Ci guardiamo solo da chi, in favore di tali pretese, trascura tutte le altre e introduce il fattore costituzionale anche là dove, secondo i risultati congiunti dell'osservazione e dell'analisi, esso non c'entra affatto o va collocato all'ultimo posto.
Permetteteci di tirare le somme dalle osservazioni sull'ansietà dei bambini. L'angoscia infantile ha ben poco a che fare con l'angoscia reale, ed è al contrario strettamente imparentata all'angoscia nevrotica degli adulti. Come questa, essa sorge da libido inutilizzata e rimpiazza l'oggetto amoroso venuto a mancare con un oggetto esterno o con una situazione.
Apprenderete con soddisfazione che l'analisi delle fobie non ci riserva più molte novità. In esse si verifica infatti lo stesso processo che nell'angoscia infantile: la libido inutilizzabile viene trasformata ininterrottamente in un'angoscia apparentemente reale, introducendo così, al posto delle esigenze della libido, un trascurabile pericolo esterno. Non c'è nulla di strano che fobie e angoscia infantile concordino, poiché le fobie dei bambini non sono soltanto il modello di quelle successive - che noi classifichiamo nella "isteria d'angoscia" bensì la loro diretta condizione preliminare e il loro preludio. Ogni fobia isterica risale a un'angoscia infantile e ne è la continuazione, anche quando ha un altro contenuto e deve quindi essere diversamente denominata. La differenza fra le due affezioni sta nel meccanismo.
Nel caso dell'adulto non è più sufficiente per la trasformazione della libido in angoscia, che la libido, assunta la forma di nostalgia, sia divenuta momentaneamente inutilizzabile. Egli ha imparato da molto tempo a tenere in sospeso tale libido o a impiegarla altrimenti. Ma se la libido appartiene a un impulso psichico che è incorso nella rimozione, si ristabiliscono condizioni simili a quelle in cui si trova il bambino, ove non c'è ancora separazione tra coscienza e inconscio, e tale regressione alla fobia infantile permette, diremo così, che si apra il passaggio attraverso il quale la trasformazione della libido in angoscia si effettua senza difficoltà.
Come ricorderete, abbiamo trattato a lungo della rimozione, ma seguendo esclusivamente le vicissitudini della rappresentazione da rimuovere, ovviamente perché erano più facili da riconoscere a da illustrare. Abbiamo sempre lasciato da parte la questione di che cosa accada all'affetto che era stato congiunto alla rappresentazione rimossa; ebbene, soltanto ora apprendiamo che la sua sorte immediata è di essere trasformato in angoscia, indipendentemente dalla qualità che può averlo caratterizzato nel suo decorso normale. Questa trasformazione dell'affetto è tuttavia la parte di gran lunga più importante del processo di rimozione.
Non è tanto facile parlarne, perché non possiamo asserire che esistano affetti inconsci nello stesso senso in cui esistono rappresentazioni inconsce. Una rappresentazione resta la stessa, tranne che per un'unica differenza, quella che c'è tra essere cosciente ed essere inconscia; siamo in grado di indicare che cosa corrisponde a una rappresentazione inconscia. Un affetto, invece, è un processo di scarica che va valutato in tutt'altro modo da una rappresentazione; non si può dire, senza una più approfondita riflessione e senza aver chiarito le nostre premesse relative ai processi psichici, che cosa gli corrisponda nell'inconscio. E non possiamo procedere qui a tale riflessione e chiarimento. Teniamo però bene a mente l'impressione che abbiamo ora ricavato, e cioè che lo sviluppo d'angoscia è intimamente legato col sistema dell'inconscio.
Dicevo che la trasformazione in angoscia - o, meglio, la scarica sotto forma di angoscia - è la sorte immediata che spetta alla libido colpita da rimozione. Devo aggiungere: non l'unica né quella definitiva. Nelle nevrosi sono in atto processi che si sforzano di vincolare questo sviluppo d'angoscia e che qualche volta ci riescono in diversi modi. Nelle fobie, per esempio, si possono distinguere chiaramente due fasi del processo nevrotico.
La prima provvede alla rimozione e alla conversione della libido in angoscia, la quale viene legata a un pericolo esterno. La seconda consiste nella strutturazione delle misure cautelative e di sicurezza mediante le quali dev'essere evitato ogni contatto con questo pericolo, trattato come un fatto esterno. La rimozione corrisponde a un tentativo di fuga dell'Io di fronte alla libido percepita come pericolo. La fobia può paragonarsi a un trinceramento contro il pericolo esterno, che ora fa le veci della temuta libido. La debolezza del sistema difensivo delle fobie sta, naturalmente, nel fatto che la fortezza, che si è così ben premunita verso l'esterno, è rimasta attaccabile dall'interno. La proiezione verso l'esterno del pericolo libidico non può mai riuscire bene. Nelle altre nevrosi sono perciò in uso altri sistemi di difesa contro l'eventualità che si generi angoscia. E' questo un capitolo molto interessante della psicologia delle nevrosi; ma sfortunatamente ci conduce troppo lontano e presuppone conoscenze specifiche più approfondite. Aggiungerò ancora una sola cosa. Vi ho già parlato del "controinvestimento" che, in caso di rimozione, l'Io impiega e deve continuamente sostenere affinché la rimozione perduri. A questo "controinvestimento" spetta il compito di attuare le diverse forme di difesa contro l'eventualità che si sviluppi angoscia in seguito alla rimozione.
Ritorniamo alle fobie. Non sbaglierò dicendo che a questo punto vi renderete conto dell'insufficienza di una spiegazione che si occupi soltanto del loro contenuto, che non si interessi ad altro se non a come avvenga che questa o quella cosa o una qualsivoglia situazione possa diventare oggetto di una fobia. Il contenuto di una fobia ha per quest'ultima pressappoco la medesima importanza della facciata onirica manifesta per il sogno. Si deve ammettere, con le necessarie restrizioni, che tra questi contenuti delle fobie se ne trovano alcuni i quali, come rileva Stanley Hall, sono idonei a diventare oggetti d'angoscia per eredità filogenetica.
Con ciò concorda d'altronde il fatto che molti di questi oggetti d'angoscia possono stabilire il loro collegamento con il pericolo solo attraverso una relazione simbolica.
Siamo così giunti alla convinzione che il problema dell'angoscia assume fra le questioni della psicologia delle nevrosi una posizione che dobbiamo propriamente definire centrale. Siamo stati fortemente impressionati dal modo in cui lo sviluppo d'angoscia è legato alle sorti della libido e al sistema dell'inconscio. Un solo punto è rimasto a sé stante, quasi una lacuna nella nostra concezione: il fatto, unico ma difficilmente contestabile, che l'angoscia reale deve essere considerata come una manifestazione delle pulsioni di autoconservazione dell'Io.
Lezione 26 - LA TEORIA DELLA LIBIDO E IL NARCISISMO
Signore e Signori, ripetutamente (e ancora poco tempo fa) ci siamo occupati della distinzione tra pulsioni dell'Io e pulsioni sessuali. Dapprima la rimozione ci ha mostrato che queste possono entrare in contrasto tra loro, nel qual caso le pulsioni sessuali soccombono formalmente e sono costrette a procurarsi soddisfacimento per vie indirette e regressive trovando così nella propria indomabilità un compenso per la disfatta subìta.
Successivamente abbiamo appreso che i due tipi di pulsioni hanno fin dall'inizio un diverso rapporto con la Necessità dell'educazione, per cui non compiono la stessa evoluzione e non vengono a trovarsi nella medesima relazione col principio di realtà. Infine, crediamo di poter dire che le pulsioni sessuali sono legate allo stato affettivo di angoscia con vincoli di gran lunga più diretti che non le pulsioni dell'Io: risultato, questo, che appare incompleto soltanto in un punto essenziale. Per rafforzarlo, intendiamo quindi addurre un fatto notevolissimo, e cioè che il mancato soddisfacimento della fame e della sete, le due più elementari pulsioni di autoconservazione, non ha mai come conseguenza il loro mutarsi in angoscia, mentre, come abbiamo visto, la conversione della libido insoddisfatta in angoscia fa parte dei fenomeni meglio conosciuti e più frequentemente osservati.
Il nostro buon diritto di separare le pulsioni dell'Io da quelle sessuali non può comunque essere messo in questione. Esso è implicito nell'esistenza stessa della vita sessuale come attività separata dell'individuo. Ci si può solo chiedere quale significato annettiamo a questa distinzione, quale incisività vogliamo attribuirle. La risposta a questa domanda sarà determinata dalla nostra capacità di appurare la diversità di comportamento delle pulsioni sessuali, nelle loro manifestazioni somatiche e psichiche, rispetto alle pulsioni che contrapponiamo loro, e dall'importanza degli esiti di queste differenze. Naturalmente, ci manca qualsiasi motivo per affermare una diversità essenziale - peraltro difficilmente afferrabile -tra i due gruppi di pulsioni.
Entrambi i gruppi ci forniscono solo denominazioni delle fonti energetiche dell'individuo,e la discussione se siano fondamentalmente una sola cosa o essenzialmente diversi - e, nel caso che siano una sola cosa, quando si siano separati l'uno dall'altro - non può essere condotta in base a definizioni concettuali, ma deve attenersi ai fatti biologici che stanno dietro a quelle definizioni. Per il momento sappiamo troppo poco a tale riguardo e, anche se ne sapessimo di più, non avrebbe importanza per il nostro compito analitico.
E' evidente, poi, che c'è ben poco da guadagnare accentuando, secondo il modo di procedere di Jung, l'unità originaria di tutte le pulsioni e chiamando "libido" l'energia che in tutte si manifesta. Dal momento che non c'è artificio che riesca a eliminare la funzione sessuale dalla vita psichica, ci vediamo costretti a parlare di libido sessuale e di libido asessuale. Il nome libido va pertanto impiegato per designare esclusivamente le forze pulsionali della vita sessuale, come finora abbiamo fatto.
Penso quindi che la questione fino a che punto si debba proseguire nella distinzione, indubbiamente giustificata, tra pulsioni sessuali e pulsioni dell'Io, non abbia molta rilevanza per la psicoanalisi; né essa ha la competenza di risolverla. La biologia, però, offre diversi appigli per sostenere che tale distinzione significa qualcosa di importante. La sessualità è infatti l'unica funzione dell'organismo vivente che trascende l'individuo singolo e provvede a congiungerlo con la specie. E' innegabile che non sempre l'esercizio della sessualità giova al singolo come le altre sue funzioni, e che al contrario, in cambio di un piacere insolitamente elevato, lo espone a pericoli che ne minacciano la vita e abbastanza spesso la distruggono. E' probabile, inoltre, che siano necessari processi metabolici particolarissimi, divergenti da tutti gli altri, per mantenere una porzione della vita individuale disponibile per la progenie. E infine l'organismo singolo, che considera sé stesso la cosa principale e la propria sessualità un mezzo fra gli altri per il proprio soddisfacimento, dal punto di vista biologico è solo un episodio in una successione di generazioni, un'effimera appendice di un plasma germinale dotato di virtuale immortalità, quasi il detentore temporaneo di un fidecommesso destinato a sopravvivergli.
Tuttavia, per la spiegazione psicoanalitica delle nevrosi non occorrono considerazioni di così vasta portata. Con l'aiuto dello studio separato delle pulsioni sessuali e di quelle dell'Io abbiamo ottenuto la chiave per la comprensione delle nevrosi di traslazione. Abbiamo potuto ricondurle alla situazione fondamentale, in cui le pulsioni sessuali entrano in conflitto con le pulsioni di conservazione, oppure, per esprimerci in termini biologici (sebbene in modo meno preciso), a una situazione in cui un aspetto dell'Io, in quanto creatura singola indipendente, entra in contrasto con l'altro suo aspetto, in quanto membro di una successione di generazioni. Questo dissidio si verifica probabilmente soltanto nell'uomo e perciò la nevrosi può grosso modo dirsi la prerogativa dell'uomo rispetto agli animali. E' come se l'eccessivo sviluppo della sua libido e il configurarsi di una vita psichica riccamente articolata (resa possibile forse proprio da quello sviluppo) avessero creato le condizioni per il sorgere di un tale conflitto. E' senz'altro evidente che questi sono anche i presupposti dei grandi passi avanti che l'uomo ha fatto rispetto a ciò che lo accomuna agli animali; talché la sua attitudine alla nevrosi sarebbe soltanto il rovescio di ciò che per altro verso è una dote. Anche queste però sono soltanto speculazioni, che ci portano lontano dal nostro compito più immediato.
Presupposto del nostro lavoro è stato finora di riuscire a distinguere le pulsioni dell'Io dalle pulsioni sessuali in base alle loro manifestazioni. Nel caso delle nevrosi di traslazione questo ci è stato possibile senza difficoltà. Chiamammo "libido" gli investimenti energetici che l'Io dirige sugli oggetti dei suoi impulsi sessuali, e "interesse" tutti gli altri investimenti, i quali provengono dalle pulsioni di autoconservazione; seguendo gli investimenti libidici, le loro trasformazioni e il loro destino finale, potemmo gettare un primo sguardo nel congegno delle forze psichiche. A questo scopo il materiale più propizio ci fu offerto dalle nevrosi di traslazione. Ma l'Io, con la sua composizione risultante da diverse organizzazioni, e la struttura e il funzionamento di queste, ci rimasero nascosti, e avemmo motivo di supporre che solo l'analisi di altri disturbi nevrotici avrebbe potuto fornirci la desiderata comprensione.
Cominciammo presto a estendere le vedute psicoanalitiche a queste altre affezioni. Già nel 1908 Karl Abraham, dopo uno scambio di opinioni con me, formulò la tesi che il carattere principale della "dementia praecox" (annoverata fra le psicosi) consiste nel fatto che IN ESSA MANCA L'INVESTIMENTO LIBIDICO DEGLI OGGETTI (1). Ma allora si sollevò l'interrogativo: che cosa avviene della libido dei dementi distolta dagli oggetti? Abraham non esitò a dare la risposta: essa viene fatta riconvergere sull'Io e questa RICONVERSIONE RIFLESSIVA E' LA FONTE DEL DELIRIO DI GRANDEZZA della dementia praecox. Il delirio di grandezza si può paragonare benissimo alla nota sopravvalutazione sessuale dell'oggetto nella vita erotica [normale]. Imparammo così per la prima volta a comprendere un tratto di un'affezione psicotica mediante il riferimento alla vita amorosa normale.
Vi dico subito che queste prime concezioni di Abraham si sono conservate nella psicoanalisi e sono diventate la base della posizione da noi assunta riguardo alle psicosi. Ci familiarizzammo lentamente con l'idea che la libido, che sappiamo ancorata agli oggetti e che esprime l'aspirazione a ottenere un soddisfacimento in relazione a essi, può anche abbandonare questi oggetti e mettere al loro posto l'Io del soggetto; e a poco a poco questa idea fu strutturata in modo sempre più conseguente. Il nome che distingue questa collocazione della libido, NARCISISMO, fu da noi preso a prestito da una perversione descritta da Paul Näcke, nella quale un individuo adulto tratta il proprio corpo con tutte le blandizie che di solito vengono rivolte a un oggetto sessuale esterno.
Viene subito spontaneo il pensiero che, se esiste una fissazione siffatta della libido sul proprio corpo e sulla propria persona anziché su un oggetto, ciò non può essere un avvenimento eccezionale o irrilevante. E' semmai probabile che questo narcisismo sia lo stato generale e originario, dal quale solo più tardi si è sviluppato l'amore oggettuale, senza che ciò implicasse necessariamente la sparizione del narcisismo. A questo proposito era impossibile non ricordare, rifacendoci alla storia evolutiva della libido oggettuale, che molte pulsioni sessuali inizialmente si soddisfano sul corpo del soggetto AUTOEROTICAMENTE, come noi diciamo - e che questa attitudine all'autoerotismo è la vera ragione per cui, nel corso dell'educazione al principio di realtà, la sessualità rimane indietro. Così dunque l'autoerotismo andava inteso come l'attività sessuale che caratterizza lo stadio narcisistico della collocazione libidica.
Per dirla in breve, ci siamo rappresentati il rapporto tra libido dell'Io e libido oggettuale in un modo che posso illustrarvi con una similitudine tratta dalla zoologia. Pensate a quegli esseri viventi semplicissimi [le amebe], che sono composti da un grumo scarsamente differenziato di sostanza protoplasmatica. Essi emettono dei prolungamenti, chiamati pseudopodi, nei quali fanno affluire la sostanza del loro corpo. Possono però anche ritirare questi prolungamenti e raccogliersi di nuovo a forma di grumo. Noi paragoniamo l'emissione di questi prolungamenti all'invio di libido sugli oggetti, mentre la massa principale della libido può rimanere nell'Io; e supponiamo che in condizioni normali la libido dell'Io possa venire trasformata senza impedimenti in libido oggettuale, e che quest'ultima possa nuovamente essere assunta all'interno dell'Io.
Con l'aiuto di queste rappresentazioni possiamo ora spiegare o, per esprimerci più modestamente, descrivere nel linguaggio della teoria della libido, tutta una serie di stati psichici che sono da attribuire alla vita normale, come il comportamento psichico in caso di innamoramento, di malattia organica, di sonno. Per quanto riguarda lo stato di sonno, abbiamo formulato l'ipotesi che esso sia basato sul distacco dal mondo esterno e su un disporsi al desiderio di dormire. Trovammo che l'attività psichica notturna che si esprime nel sogno è al servizio di un desiderio di dormire e, oltre a ciò, è dominata da motivi assolutamente egoistici. In conformità alla teoria della libido, precisiamo ora che il sonno è uno stato nel quale si abbandonano tutti gli investimenti oggettuali, quelli libidici come quelli egoistici, che vengono ritirati nell'Io. Questo non getta forse una nuova luce sul ristoro che proviene dal sonno e sulla natura dell'affaticamento in generale? L'immagine del beato isolamento della vita intrauterina, che il dormiente rievoca per noi ogni notte, è così compiuta anche sotto il profilo psichico. Nel dormiente si è ristabilito lo stato primario di distribuzione della libido, il pieno narcisismo, nel quale libido e interesse dell'Io, ancora congiunti e indistinguibili, coabitano nell'Io bastante a sé stesso.
E' il momento per due osservazioni. Primo: come si distinguono concettualmente narcisismo ed egoismo? Ebbene, io credo che il narcisismo sia il complemento libidico dell'egoismo. Quando si parla di egoismo si ha di mira solo il vantaggio dell'individuo; quando si dice narcisismo, si prende in considerazione anche il suo soddisfacimento libidico. In quanto motivi pratici, i due si possono seguire per un buon tratto separatamente. Si può essere assolutamente egoisti e mantenere tuttavia forti investimenti libidici oggettuali, nella misura in cui il soddisfacimento libidico sull'oggetto rientra nei bisogni dell'Io; l'egoismo baderà allora che l'aspirazione all'oggetto non rechi alcun danno all'Io. Ma si può essere egoisti e nel contempo straordinariamente narcisisti, cioè avere un bisogno scarsissimo di oggetti e ciò, a sua volta, o in relazione al soddisfacimento sessuale diretto o anche a quelle aspirazioni più elevate, derivate dal bisogno sessuale, che talora siamo soliti contrapporre alla "sensualità" col nome di "amore". L'egoismo è in tutti questi casi l'elemento ovvio, costante, mentre il narcisismo è quello variabile. Il contrario dell'egoismo, l'ALTRUISMO, non coincide concettualmente con gli investimenti libidici oggettuali, ma se ne differenzia per l'assenza delle aspirazioni al soddisfacimento sessuale. Nel caso del pieno innamoramento, però, l'altruismo coincide con l'investimento libidico oggettuale: l'oggetto sessuale attira solitamente su di sé una parte del narcisismo dell'Io, il che diventa visibile nella cosiddetta "sopravvalutazione sessuale" dell'oggetto; se a questo si aggiunge ancora la trasposizione altruistica dell'egoismo sull'oggetto sessuale, quest'ultimo diventa strapotente; esso ha, per così dire, assorbito l'Io.
Penso che dopo il linguaggio figurato, ma pur sempre arido, della scienza, vi farà piacere un'esposizione poetica del contrasto economico fra narcisismo e innamoramento. La attingo dal "Divano occidentale-orientale" di Goethe:
Suleika:
Popolo e sudditi e potenti Dichiarano tutti a ogni passo:
Che sulla terra unico sommo Bene è la personalità.
Che a ogni vita può adattarsi Chi di sé stesso non è privo; Che tutto perdere può un uomo, Purché rimanga quel che è.
Hatem:
Così si crede e può ben darsi, Ma io son su un'altra pista:
Tutti in Suleika radunati Io trovo i beni della terra.
Finché mi è prodiga di sé, Sono per me quest'Io prezioso; Se in altro luogo si volgesse, Me stesso perderei all'istante.
Hatem sarebbe ormai finito; Ma già ho mutato la mia sorte; S'ella accarezza un nuovo amante, In lui son pronto a incarnarmi.
La seconda osservazione è un'aggiunta alla teoria del sogno. Non possiamo spiegarci la genesi del sogno se non introduciamo l'ipotesi che l'inconscio rimosso abbia acquistato una certa indipendenza dall'Io, talché non consente al desiderio di dormire e mantiene i propri investimenti anche quando vengono ritirati in favore del sonno tutti gli investimenti oggettuali dipendenti dall'Io. Solo così si può capire come questo inconscio possa approfittare della abolizione o attenuazione notturna della censura, e sappia impadronirsi dei residui diurni per formare col loro materiale un desiderio onirico proibito. D'altra parte è possibile che la resistenza dei residui diurni contro il ritiro della libido - ritiro disposto dal desiderio di dormire - risalga a un collegamento già esistente con questo inconscio rimosso.
Vogliamo quindi aggiungere questo tratto dinamicamente importante alla nostra concezione della formazione del sogno.
La malattia organica, la stimolazione dolorosa, l'infiammazione di organi, creano uno stato che ha chiaramente come conseguenza un distacco della libido dai suoi oggetti: la libido rifluisce nell'Io sotto forma di investimento intensificato della parte malata del corpo. Si può, anzi, azzardare l'affermazione che in queste condizioni il ritrarsi della libido dai suoi oggetti è più appariscente che non lo storno dell'interesse egoistico dal mondo esterno. Sembra qui dischiudersi una via per la comprensione dell'ipocondria, nella quale, allo stesso modo, un organo polarizza su di sé l'Io, senza che questo organo sia malato, per quanto risulta alla nostra percezione.
Resisto alla tentazione di proseguire oltre su questo punto, o di discutere altre situazioni che diventano comprensibili o descrivibili mediante l'ipotesi di una migrazione della libido oggettuale nell'Io, perché mi preme affrontare due obiezioni che, lo so bene, avete adesso in mente. Per prima cosa volete che vi spieghi perché a proposito del sonno, della malattia e di situazioni simili io intenda assolutamente distinguere tra libido e interesse, tra pulsioni sessuali e pulsioni dell'Io, quando a spiegare questi fatti empirici basterebbe l'ipotesi di un'energia unica e uniforme, liberamente mobile, che si concentra ora sull'oggetto ora sull'Io, ponendosi al servizio sia di una pulsione sia dell'altra. E, in secondo luogo, come io possa essere sicuro che il distacco della libido dall'oggetto provochi uno stato patologico, quando tale conversione della libido oggettuale in libido dell'Io - o, più generalmente, in energia dell'Io - fa parte dei processi normali della dinamica psichica che si ripetono ogni giorno e ogni notte.
La mia replica è che la vostra prima obiezione suona bene.
Considerando soltanto gli stati di sonno, di malattia e di innamoramento, probabilmente non saremmo mai giunti a distinguere una libido dell'Io da una libido oggettuale, o la libido dall'interesse. Ma in questo modo voi trascurate le indagini da cui abbiamo preso l'avvio e alla cui luce consideriamo ora le situazioni psichiche in questione. Da un lato la distinzione tra libido e interesse, e quindi tra pulsioni sessuali e pulsioni di autoconservazione, ci è stata imposta dall'esame del conflitto dal quale scaturiscono le nevrosi di traslazione: da allora non possiamo più rinunciarvi. Dall'altro lato l'ipotesi che la libido oggettuale possa trasformarsi in libido dell'Io, che si debba quindi fare i conti con una libido dell'Io, ci è parsa l'unica in grado di risolvere l'enigma delle cosiddette nevrosi narcisistiche, per esempio della dementia praecox, e di rendere ragione delle loro affinità e diversità rispetto all'isteria e all'ossessione. A questo punto applichiamo alla malattia, al sonno e all'innamoramento ciò che abbiamo irrefutabilmente stabilito altrove. Potremmo proseguire in tali applicazioni e vedere dove ci portano. L'unica affermazione che non sia il diretto risultato della nostra esperienza analitica è che la libido rimane libido, sia che venga rivolta a oggetti, sia al proprio Io, e non si trasforma mai in interesse egoistico, e viceversa. Questa affermazione è però equivalente alla distinzione tra pulsioni sessuali e pulsioni dell'Io, distinzione che abbiamo già vagliato criticamente e alla quale, per ragioni euristiche, vogliamo attenerci fino al suo eventuale crollo.
Anche la vostra seconda obiezione coglie un problema che è giusto porsi, ma mira in una direzione sbagliata. Certamente il ritrarsi della libido oggettuale nell'Io non è direttamente patogeno; vediamo infatti che viene sempre intrapreso prima di dormire, per essere riannullato al risveglio. L'animaletto protoplasmatico ritira i suoi prolungamenti, per emetterli nuovamente alla prossima occasione. Ma tutt'altra cosa è quando un determinato processo, dotato di forte energia, impone a forza il ritiro della libido dagli oggetti. La libido divenuta narcisistica può allora non trovare la via di ritorno agli oggetti e questo impedimento alla mobilità della libido diventa effettivamente patogeno. Sembra che l'accumulo di libido narcisistica non venga sopportato oltre una certa misura. Possiamo anche immaginare che si sia giunti all'investimento oggettuale appunto perché l'Io dovette sprigionare la sua libido per non ammalarsi a causa del suo ingorgo. Se rientrasse nei nostri piani occuparci più a fondo della dementia praecox, vi mostrerei che quel processo che stacca la libido dagli oggetti e le sbarra la via di ritorno a essi è molto vicino al processo di rimozione e va inteso come un corrispettivo di quest'ultimo. Soprattutto però vi sentireste su un terreno conosciuto apprendendo che le condizioni determinanti questo processo sono quasi identiche - per quanto ci consta finora - a quelle della rimozione. Il conflitto sembra essere il medesimo e svolgersi tra le stesse forze. Se l'esito è così diverso da quello, per esempio, dell'isteria, la ragione può risiedere solo in una diversità della disposizione. In questi malati lo sviluppo libidico ha il suo punto debole in un'altra fase; la fissazione decisiva che, come ricorderete, permette l'irruzione che conduce alla formazione dei sintomi, è situata altrove, probabilmente nello stadio del narcisismo primitivo, al quale la dementia praecox fa ritorno nel suo esito finale. E' assai degno di nota che per tutte le nevrosi narcisistiche dobbiamo supporre punti di fissazione della libido che risalgono a fasi dello sviluppo di gran lunga più remote che nell'isteria o nella nevrosi ossessiva.
Avete visto però che i concetti che abbiamo acquisito nello studio delle nevrosi di traslazione sono sufficienti anche per orientarci nelle nevrosi narcisistiche, tanto più gravi sul piano pratico.
Ciò che hanno in comune è moltissimo; si tratta, in fondo, dello stesso ambito di fenomeni. Non è difficile immaginare quanto si delinei priva di prospettive la spiegazione di queste affezioni (che già sono di competenza della psichiatria) per chi è sprovvisto di una conoscenza analitica delle nevrosi di traslazione.
Il quadro sintomatico della dementia praecox, che del resto è molto variabile, non è determinato esclusivamente dai sintomi che hanno origine dal distacco violento della libido dagli oggetti e dal suo accumularsi nell'Io come libido narcisistica. Un posto più ampio spetta, piuttosto ad altri fenomeni che nascono dagli sforzi della libido di pervenire nuovamente agli oggetti, e che corrispondono quindi a un tentativo di ristabilimento o di guarigione. Questi sintomi sono anzi i più appariscenti e clamorosi; mostrano un'indubbia affinità con quelli dell'isteria o, più raramente, con quelli della nevrosi ossessiva, pur essendo diversi da questi punto per punto. Sembra che nella dementia praecox la libido, sforzandosi di tornare a raggiungere gli oggetti (ossia le rappresentazioni degli oggetti), ne colga effettivamente qualcosa, ma, per così dire, solo l'ombra, e cioè le rappresentazioni verbali che a essi sono connesse. Non posso qui dilungarmi, ma penso che questo comportamento della libido, che cerca la via del ritorno, ci abbia permesso di comprendere in che cosa consista effettivamente la differenza tra le rappresentazioni consce e quelle inconsce.
Vi ho condotto, ora, nel territorio dove dobbiamo aspettarci i prossimi progressi del lavoro analitico. Da quando abbiamo il coraggio di avvalerci del concetto di libido dell'Io, le nevrosi narcisistiche ci sono diventate accessibili; ne è derivato il compito di giungere a una spiegazione dinamica di queste affezioni e contemporaneamente di perfezionare la nostra conoscenza della vita psichica mediante la comprensione dell'Io. La psicologia dell'Io, alla quale aspiriamo, non deve essere fondata sui dati della nostra autopercezione, ma, come per la libido, sull'analisi dei disturbi e delle devastazioni dell'Io. E' verosimile che quando quel maggior lavoro sarà compiuto, non terremo in gran conto la nostra attuale conoscenza dei destini della libido, attinta dallo studio delle nevrosi di traslazione. Ma non abbiamo ancora fatto molti progressi in questa direzione. Le nevrosi narcisistiche non sono praticamente aggredibili con la tecnica di cui ci siamo serviti nelle nevrosi di traslazione. Apprenderete presto il perché. Con esse, ci succede sempre che dopo un breve passo innanzi veniamo a trovarci di fronte a un muro che ci intima l'alt. Anche nelle nevrosi di traslazione, come sapete, ci siamo imbattuti in tali barriere di resistenza, ma siamo riusciti a smantellarle pezzo per pezzo. Nel caso delle nevrosi narcisistiche la resistenza è insuperabile; possiamo tutt'al più gettare uno sguardo curioso al di sopra del muro per spiare cosa avvenga al di là. I nostri metodi tecnici devono quindi essere sostituiti con altri; non sappiamo ancora se una simile sostituzione ci riuscirà.
Per la verità, anche nel caso di questi malati il materiale non ci fa difetto. Essi fanno ogni sorta di dichiarazioni, anche se non in risposta a nostre domande, e noi non abbiamo provvisoriamente altra risorsa che interpretare tali dichiarazioni con l'aiuto della comprensione che ci viene dai sintomi delle nevrosi di traslazione. La concordanza è sufficiente per assicurarci un vantaggio iniziale. Resta da vedere fino a che punto giungerà questa tecnica.
A trattenere il nostro progresso si aggiungono altre difficoltà.
Le affezioni narcisistiche e le psicosi che a esse si riconnettono possono essere decifrate solo da osservatori che si siano addestrati analiticamente con lo studio delle nevrosi di traslazione. Ma i nostri psichiatri non studiano la psicoanalisi e noi psicoanalisti vediamo troppo pochi casi psichiatrici. Dovrà prima maturare una generazione di psichiatri che sia passata attraverso la scuola della psicoanalisi come scienza propedeutica.
E' quel che si comincia oggi a fare in America, dove moltissimi eminenti psichiatri espongono agli studenti le dottrine psicoanalitiche e dove proprietari di istituti e direttori di manicomi si sforzano di osservare i loro malati in conformità a queste dottrine. Tuttavia, anche qui da noi, siamo riusciti alcune volte a gettare uno sguardo al di sopra del muro narcisistico, e in ciò che segue vi riferirò qualcosa di quello che crediamo di aver colto.
La forma di malattia detta paranoia, la pazzia cronica sistematica, occupa una posizione oscillante nei tentativi di classificazione dell'odierna psichiatria. Sulla sua stretta parentela con la dementia praecox non c'è tuttavia alcun dubbio.
Mi sono permesso una volta di avanzare la proposta di riunire la paranoia e la dementia praecox sotto la comune denominazione di "parafrenia". A seconda del loro contenuto, le forme di paranoia vengono descritte come: delirio di grandezza, delirio di persecuzione, delirio erotico (erotomania), delirio di gelosia eccetera. Non ci aspetteremo tentativi di spiegazione da parte della psichiatria. Come esempio di un simile tentativo, esempio per la verità antiquato e non del tutto valido, vi menziono quello di far derivare un sintomo da un altro per mezzo di una razionalizzazione intellettuale: l'ammalato che per inclinazione primaria, si crede perseguitato, dedurrà da questa persecuzione di dover essere una personalità di particolare importanza e svilupperà quindi il delirio di grandezza. Secondo la nostra concezione analitica, il delirio di grandezza è la conseguenza immediata dell'espansione dell'Io causata dal ritiro degli investimenti libidici oggettuali, un narcisismo secondario che è un ritorno dell'originario narcisismo infantile. Nei casi di delirio di persecuzione abbiamo tuttavia osservato qualcosa che ci ha indotti a seguire una certa traccia. Ci colpì prima di tutto il fatto che nella grande maggioranza dei casi il persecutore era dello stesso sesso del perseguitato. Ciò si prestava anche a una spiegazione innocua, ma in alcuni casi, studiati a fondo, si evidenziò come la persona dello stesso sesso che in tempi normali il paziente aveva amato di più si era tramutata, dopo l'inizio della malattia, nel suo persecutore. Un ulteriore passo fu reso possibile dal fatto che la persona amata veniva sostituita da un'altra persona in base a ben note affinità (per esempio il padre dall'insegnante, o dal superiore). Di tali esperienze, che vanno sempre più moltiplicandosi, traemmo la conclusione che la "paranoia persecutoria" è la forma morbosa con cui l'individuo si difende da un impulso omosessuale divenuto troppo intenso. Il mutarsi della tenerezza in odio, che può notoriamente diventare una seria minaccia per la vita dell'oggetto amato e odiato, corrisponde in questi casi alla conversione di impulsi libidici in angoscia, il che costituisce un esito immancabile del processo di rimozione. Sentite, per esempio, l'ultima delle mie osservazioni a questo riguardo.
Un giovane medico dovette essere cacciato dalla sua città natale perché aveva minacciato di morte il figlio di un professore universitario del luogo che fino allora era stato il suo migliore amico. A questo suo amico di un tempo egli attribuiva reali intenzioni diaboliche e un potere demoniaco: era lui il colpevole di ogni disgrazia che negli ultimi anni aveva colpito la famiglia dell'ammalato, di ogni suo insuccesso familiare e sociale. Ma non basta: l'amico malvagio insieme a suo padre, il professore, aveva anche provocato la guerra, aveva chiamato i Russi nel paese. Si era meritato mille volte la morte, e il nostro malato era convinto che con la fine del malfattore si sarebbe posto termine ad ogni sciagura. E tuttavia il suo antico amore per lui era ancora così forte da paralizzargli la mano quando gli si offrì l'occasione di ucciderlo sparandogli da brevissima distanza. Nelle brevi conversazioni che ebbi con l'ammalato, venne alla luce che la relazione amichevole tra i due risaliva ai lontani anni del ginnasio. Una volta almeno essa aveva oltrepassato i limiti dell'amicizia: una notte trascorsa insieme era diventata per essi l'occasione di un completo commercio sessuale. Il nostro paziente non aveva mai raggiunto con le donne quel rapporto emotivo che sarebbe stato adeguato alla sua età e alla sua attraente personalità. Una volta era stato fidanzato con una bella e nobile fanciulla, ma questa aveva rotto il fidanzamento perché non trovava il suo futuro sposo abbastanza affettuoso. Alcuni anni più tardi, la sua malattia scoppiò proprio nel momento in cui riuscì per la prima volta a soddisfare pienamente una donna. Allorché costei lo abbracciò riconoscente e piena di dedizione, gli venne improvvisamente un misterioso dolore, che gli girava intorno alla calotta cranica come un taglio netto. Più tardi egli si spiegò questa sensazione come se gli venisse eseguito il taglio con il quale in un'autopsia si mette a nudo il cervello e, poiché il suo amico era diventato anatomopatologo, scoprì lentamente che solo lui poteva avergli mandato quell'ultima donna per tentarlo. Da quel momento gli si aprirono anche gli occhi sulle altre persecuzioni, di cui secondo lui era vittima per le macchinazioni dell'amico di un tempo.
Ma che ne è dei casi nei quali il persecutore non è dello stesso sesso del perseguitato, casi che apparentemente contraddicono la nostra spiegazione che si tratta di una difesa contro la libido omosessuale? Qualche tempo fa ho avuto occasione di esaminare un caso del genere e, dall'apparente contraddizione, ho potuto trarre una conferma. La giovanetta, che si credeva perseguitata dall'uomo al quale aveva concesso due teneri incontri, in un primo tempo, in effetti, aveva avuto un delirio riferito a una donna, che possiamo considerare un sostituto di sua madre. Solo dopo il secondo convegno compì il passo successivo di distogliere il delirio dalla donna per trasferirlo sull'uomo. La condizione che il persecutore sia dello stesso sesso era stata dunque originariamente rispettata anche in questo caso. Nel rivolgersi a un avvocato e a un medico, la paziente non aveva menzionato questo stadio preliminare del suo delirio e aveva così suscitato l'impressione che la nostra dottrina della paranoia potesse essere contraddetta.
La scelta oggettuale omosessuale ha col narcisismo connessioni più strette della scelta eterosessuale. Quando poi si tratta di respingere un impulso omosessuale di indesiderata intensità, la via del ritorno al narcisismo diventa particolarmente agevole.
Finora ho avuto pochissime occasioni di parlarvi dei fondamenti della vita amorosa, così come li conosciamo; né posso porvi rimedio ora. Rileverò soltanto che la scelta oggettuale, il passo che nello sviluppo della libido succede allo stadio narcisistico, può attuarsi in corrispondenza a due tipi diversi: al TIPO NARCISISTICO di scelta oggettuale, allorché al posto del proprio Io subentra un oggetto il più possibile simile a esso, oppure al TIPO PER APPOGGIO, allorché persone diventate preziose perché danno soddisfazione agli altri bisogni vitali vengono scelte come oggetti anche dalla libido. Una forte fissazione della libido al tipo narcisistico di scelta oggettuale fa anche parte, secondo noi, della disposizione all'omosessualità manifesta.
Vi ricorderete che nella prima lezione di questo anno accademico vi ho parlato di un caso di delirio di gelosia in una donna. Ora che siamo prossimi alla fine, desidererete certamente sapere come ci spieghiamo psicoanaliticamente un'idea delirante. Ma a questo proposito ho da dirvi meno di quanto vi aspettiate.
L'inafferrabilità dell'idea delirante mediante argomentazioni logiche ed esperienze reali si spiega, come per l'ossessione, con la sua relazione con l'inconscio, il quale è rappresentato e tenuto a freno dall'idea delirante o ossessiva. La differenza tra queste è basata sulla diversa topica e dinamica delle due affezioni.
Come nella paranoia, anche nella melanconia (della quale, del resto, si descrivono forme cliniche molto diverse) abbiamo trovato un punto da cui diventa possibile gettare uno sguardo nella struttura interna dell'affezione. Abbiamo scoperto che gli autorimproveri con cui questi melanconici si tormentano nel modo più spietato, sono destinati in effetti a un'altra persona, all'oggetto sessuale che costoro hanno perduto o che è divenuto per essi privo di valore per sua colpa. Di qui abbiamo potuto concludere che, pur avendo il melanconico ritirato la sua libido dall'oggetto, quest'ultimo, attraverso un processo che dev'essere chiamato di "identificazione narcisistica", è stato eretto nell'Io stesso, è stato per così dire proiettato sull'Io. (In questa sede non posso far altro che abbozzarvi un quadro d'insieme, non posso fornirvi una descrizione ordinata sotto il profilo topico e dinamico). Dopodiché il proprio Io viene trattato come l'oggetto abbandonato e subisce tutte le aggressioni e le manifestazioni della sete di vendetta che erano destinate all'oggetto. Anche l'inclinazione dei melanconici al suicidio diventa più comprensibile se si considera che l'esasperazione dell'ammalato colpisce nello stesso tempo il suo stesso Io e l'oggetto amato- odiato. Nella melanconia, come nelle altre affezioni narcisistiche, viene alla luce in modo molto marcato un tratto della vita emotiva che da Bleuler in poi siamo abituati a designare come "ambivalenza". Intendiamo con ciò il fatto per cui sentimenti opposti, affettuosi e ostili, vengono rivolti verso la stessa persona. Nel corso di queste conversazioni non mi si è purtroppo presentata l'opportunità di parlarvi più a lungo dell'ambivalenza emotiva.
Oltre all'identificazione narcisistica, ce n'è una isterica, che ci è nota da molto più tempo. Vorrei che mi fosse possibile illustrarvi le loro diversità, facendo ricorso ad alcune chiare precisazioni.
Riguardo alle forme periodiche e cicliche della melanconia, sono in grado di comunicarvi una cosa che certamente sarete lieti di apprendere. E' possibile, cioè, in circostanze favorevoli - io stesso l'ho sperimentato due volte - prevenire, mediante trattamento analitico negli intervalli liberi, il ritorno allo stesso stato d'animo o a quello opposto. Si apprende così che anche nella melanconia e nella mania ci troviamo di fronte a una particolare maniera di liquidare un conflitto i cui presupposti concordano perfettamente con quelli delle altre nevrosi. Potete immaginarvi quanto ci sia ancora da apprendere per la psicoanalisi in questo campo.
Vi dissi anche che attraverso l'analisi delle affezioni narcisistiche speriamo di giungere alla conoscenza di come il nostro Io è composto e di come è strutturato in istanze. In un punto abbiamo cominciato a farlo. Dall'analisi del delirio di essere osservati abbiamo tratto la conclusione che nell'Io c'è realmente un'istanza che osserva, critica e confronta ininterrottamente, contrapponendosi in tal guisa all'altra parte dell'Io. Riteniamo quindi che l'ammalato ci rivela una verità, non ancora da noi sufficientemente apprezzata, quando si lamenta che ognuno del suoi passi viene spiato e osservato, ognuno dei suoi pensieri riportato e criticato. Sbaglia solo nel trasportare all'esterno questo incomodo potere, quasi gli fosse estraneo. Egli avverte nel suo Io il dominio di un'istanza che commisura il suo Io attuale e ognuna delle sue attività a un Io ideale che egli è venuto creandosi nel corso del suo sviluppo. Riteniamo inoltre che tale creazione sia stata effettuata nell'intento di ripristinare quella autosoddisfazione che era collegata al narcisismo infantile primario, ma che da allora è stata così sovente turbata e mortificata. L'istanza autoosservatrice ci è nota come il censore dell'Io, la coscienza morale; è la stessa che nottetempo esercita la censura onirica dalla quale hanno origine le rimozioni contro impulsi di desideri inammissibili. Quando nel delirio di essere osservati questa istanza si scinde, ci svela la propria origine negli influssi dei genitori, degli educatori e dell'ambiente sociale, nella identificazione cioè con l'una o l'altra di queste persone assunte a modello.
Questi sono alcuni esempi dei risultati che l'applicazione della psicoanalisi alle affezioni narcisistiche ci ha sinora fornito.
Certamente sono ancora troppo pochi, e spesso mancano ancora di quella precisione che può essere ottenuta solo se si raggiunge una familiarità sicura in un nuovo campo di ricerche. Li dobbiamo tutti all'utilizzazione del concetto di libido dell'Io o libido narcisistica, con il cui aiuto estendiamo alle nevrosi narcisistiche le concezioni che si sono dimostrate valide per le nevrosi di traslazione. Ora però vi verrà spontanea una domanda: è possibile riuscire a far rientrare nella teoria della libido tutti i disturbi delle affezioni narcisistiche e delle psicosi? E' possibile riconoscere ovunque quale causa della malattia il fattore libidico della vita psichica e non doverla mai imputare a un cambiamento funzionale delle pulsioni di autoconservazione?
Orbene, Signore e Signori, questa decisione non mi sembra urgente né, soprattutto, matura. Possiamo tranquillamente affidarla al progresso del lavoro scientifico. Non mi meraviglierei se la facoltà di produrre l'effetto patogeno risultasse davvero prerogativa delle pulsioni libidiche, di modo che la teoria della libido celebrasse un giorno il suo trionfo su tutto il fronte, dalle "nevrosi attuali" più semplici fino alla più grave alienazione psicotica della personalità. Sappiamo già che tratto caratteristico della libido è la sua riluttanza a subordinarsi alla realtà del mondo, alla "Ananke". Ma ritengo estremamente probabile che le pulsioni dell'Io vengano trascinate in via secondaria dalle sollecitazioni patogene della libido, e costrette a subire disturbi funzionali. D'altronde non potrei scorgere un fallimento dell'indirizzo delle nostre ricerche se per caso dovessi scoprire che nelle psicosi gravi le pulsioni dell'Io sono sviate in maniera primaria; il futuro darà la risposta, a voi, almeno.
Permettetemi, tuttavia, di ritornare ancora per un istante all'angoscia per far luce su un'ultima oscurità che vi abbiamo lasciato. Dicemmo che, secondo noi, non concordava con la relazione fra angoscia e libido (altrimenti così ben riconosciuta) il fatto che l'angoscia reale, la paura di fronte a un pericolo debba essere l'espressione delle pulsioni di autoconservazione, il che, peraltro, è difficilmente confutabile. Che cosa accadrebbe, tuttavia, se l'affetto d'angoscia non fosse provocato dalle pulsioni egoistiche dell'Io, ma dalla libido dell'Io? Dopo tutto lo stato d'angoscia è in ogni caso inappropriato, e la sua inopportunità diventa palese quando esso raggiunge un grado piuttosto elevato. In questo caso disturba l'azione, sia di fuga sia di difesa, che sola è opportuna e si pone al servizio dell'autoconservazione. Se noi, perciò, attribuiamo la componente affettiva dell'angoscia reale alla libido dell'Io, e la relativa azione alla pulsione di conservazione dell'Io, abbiamo eliminato ogni difficoltà teorica. Del resto, non crederete seriamente che si fugga perché si è in preda all'angoscia! No, un comune motivo, risvegliato dalla percezione del pericolo, può gettarci in preda all'angoscia e può farci fuggire. Uomini che hanno superato grandi pericoli mortali raccontano di non essere stati affatto angosciati, ma di aver semplicemente agito, per esempio puntando l'arma contro l'animale feroce, e questa era sicuramente la cosa migliore da fare.
NOTE:
Lezione 27 - LA TRASLAZIONE
Signore e Signori, poiché ci stiamo avvicinando alla conclusione delle nostre conversazioni si desterà in voi una particolare aspettativa che non deve andare delusa. Penserete certo che non vi ho condotto in lungo e in largo per tutta questa materia psicoanalitica per congedarvi alla fine senza dirvi una parola sulla terapia, dalla quale dipende comunque la possibilità di esercitare la psicoanalisi. Tanto più che il tema è tale che mi è impossibile tacervelo, poiché ciò che osserverete in relazione a esso vi permetterà di apprendere un fatto nuovo senza il quale la comprensione delle malattie da noi esaminate rimarrebbe decisamente incompleta.
So che non vi attendete un avviamento alla tecnica con la quale si deve esercitare l'analisi a scopi terapeutici. Volete solo sapere, in generale in che modo agisca la terapia psicoanalitica e quali ne siano pressappoco i risultati. Ed è indubbio che è nel vostro diritto sapere tutto questo. Io però non voglio dirvelo, e insisto che lo indoviniate da voi.
Riflettete un momento! Avete appreso tutto l'essenziale sulle condizioni che determinano la malattia, nonché tutti i fattori che fanno sentire i loro effetti dopo che il soggetto si è ammalato.
Che spazio resta per un influsso terapeutico qualsivoglia?
Intanto, in primo luogo, la disposizione ereditaria: non ci succede di parlarne molto spesso perché essa viene energicamente sottolineata da altri e noi non abbiamo niente di nuovo da dire in proposito. Ma non crediate che la sottovalutiamo; proprio in quanto terapeuti ci è dato di avvertirne il potere abbastanza distintamente. Comunque, non possiamo modificarla in nulla; anche per noi essa rimane un dato che pone delle precise barriere ai nostri sforzi. C'è poi l'influenza delle antiche esperienze dell'infanzia, che nell'analisi siamo abituati a mettere in primo piano; esse appartengono al passato, non possiamo far sì che non siano accadute.
Poi, tutto ciò che abbiamo riassunto nel termine di "frustrazione reale": la sfortuna nella vita (dalla quale ha origine la mancanza di amore), la povertà, i conflitti familiari, la scelta coniugale disgraziata, le condizioni sociali sfavorevoli e le severe pretese della morale che gravano sull'individuo. E' vero che qui ci sarebbero parecchi appigli per una terapia veramente efficace, ma dovrebbe essere una terapia come quella che secondo la tradizione popolare viennese era esercitata dall'imperatore Giuseppe, ossia l'intervento benefico di un potente, davanti al cui volere gli uomini si piegano e le difficoltà svaniscono. Ma chi siamo noi, per poter porre a base della nostra terapia un tale atteggiamento benefico? Poveri noi stessi e socialmente privi di potere, costretti a provvedere al nostro sostentamento con la nostra attività medica, non siamo nemmeno in condizione di dedicare i nostri sforzi a chi è privo di mezzi, come possono fare altri medici che usano altri metodi di trattamento; la nostra terapia richiede troppo tempo ed è troppo laboriosa. Eppure voi forse vi aggrappate a uno dei fattori elencati e credete di trovare in quello il punto ove può esercitarsi la nostra influenza: se la restrizione della morale che la società esige ha la sua parte nella privazione imposta al malato, il trattamento potrebbe dargli coraggio, o addirittura istruirlo a non curarsi di queste barriere, a ottenere soddisfazione e guarigione rinunciando all'adempimento di un ideale tenuto in alta considerazione dalla società ma, tanto spesso, da essa stessa non osservato. E' questo il modo di guarire godendosi la vita sessualmente. Per la verità, è un modo che getta un'ombra sul trattamento analitico, perché non è al servizio della moralità generale. Quello che dà al singolo, lo sottrae alla comunità.
Ma Signore e Signori, chi vi ha così male informato? E' escluso che il consiglio di godersi la vita sessualmente abbia una funzione nella terapia analitica. Lo esclude già il solo fatto che noi abbiamo proclamato che negli ammalati esiste un conflitto ostinato fra l'impulso libidico e la rimozione sessuale, fra l'orientamento sensuale e quello ascetico. Questo conflitto non viene soppresso aiutando uno di questi orientamenti a ottenere la vittoria su quello opposto. Vediamo che nel nervoso l'ascesi ha il sopravvento: la conseguenza è appunto che la spinta sessuale repressa si procura uno sfogo nei sintomi. Se adesso, al contrario, assicurassimo vittoria alla sensualità, la rimozione sessuale da noi tolta di mezzo sarebbe inevitabilmente sostituita da sintomi. Nessuna delle alternative metterebbe fine al conflitto interno, una delle due parti in gioco rimarrebbe ogni volta insoddisfatta. Sono pochi i casi in cui il conflitto è così labile da consentire a un fattore come la presa di posizione del medico di diventare decisivo, e questi casi, a ben vedere, non sanno cosa farsene del trattamento analitico. Coloro che si lascerebbero influenzare così dal medico avrebbero trovato la stessa strada anche senza di lui. Sapete benissimo che di regola, se un giovanotto astinente si decide ad avere rapporti sessuali illeciti o se una donna insoddisfatta cerca di rifarsi con un altro uomo, costoro non hanno aspettato il permesso del medico o, magari, dell'analista. A questo riguardo, si sorvola abitualmente sul seguente punto essenziale: che il conflitto patogeno dei nevrotici non va scambiato per una normale lotta tra impulsi psichici che si trovano sullo stesso terreno psicologico. E' un contrasto di forze, una delle quali è giunta al gradino del preconscio e del conscio, mentre l'altra è stata trattenuta al gradino dell'inconscio. E' per questo che il conflitto non può giungere a conclusione: i contendenti non hanno nulla da spartire tra di loro, come l'orso polare e la balena. Una decisione vera e propria può aver luogo soltanto quando i due s'incontrano sullo stesso terreno. Rendere questo possibile è secondo me l'unico compito della terapia. Inoltre, posso assicurarvi che siete male informati se supponete che l'influsso dell'analisi sia espressamente diretto a consigliare e a guidare nelle faccende della vita. Al contrario, noi respingiamo per quanto ci è possibile la parte di mentori, poiché ciò che più ci interessa è che l'ammalato prenda da sé le sue decisioni. In questo intento gli chiediamo di rimandare per la durata del trattamento tutte le risoluzioni di vitale importanza, per quanto riguarda la scelta della professione, le operazioni commerciali, il matrimonio o la separazione, e di metterle in pratica solo dopo la fine del trattamento. Confessate che questo è totalmente diverso da come ve lo sareste immaginato. Solo nel caso di certe persone molto giovani, o sprovvedute e instabili, non riusciamo a far sì che esse si sottopongano a tale auspicabile limitazione. Nel loro caso dobbiamo combinare l'opera del medico con quella dell'educatore; allora siamo ben consci della nostra responsabilità e ci comportiamo con la necessaria cautela.
Dallo zelo con cui mi difendo contro l'accusa che il nervoso nella cura analitica venga incoraggiato a godersi la vita, non dovete trarre la conclusione che agiamo su di lui in favore della moralità sociale. Questo è, a dir poco, altrettanto lontano dalle nostre intenzioni. E' vero che non siamo riformatori ma semplici osservatori, tuttavia non possiamo dispensarci dall'osservare con occhio critico, e ci è risultato impossibile prendere partito per la morale sessuale convenzionale o avere un'alta considerazione del modo in cui la società cerca di regolare nella pratica i problemi della vita sessuale. Alla società possiamo dimostrare, con un conto semplicissimo, che ciò che essa chiama la sua moralità costa più sacrifici di quanto meriti, e che il suo modo di procedere non è basato su verità né attesta saggezza. Non rinunciamo a questa critica nemmeno di fronte ai nostri pazienti, cerchiamo di abituarli a riflettere senza prevenzioni sulle faccende sessuali così come su tutte le altre; e se essi, raggiunta la loro indipendenza al termine della cura, si decidono in base a una propria valutazione per una posizione intermedia tra il pieno godimento della vita e l'ascesi incondizionata, non ci sentiamo alcun peso sulla coscienza, quale che sia la loro scelta.
Ci diciamo che chi è giunto con successo a educarsi alla verità, è protetto definitivamente dal pericolo di immoralità, anche se il metro con cui giudica le cose morali diverge per qualche aspetto da quello in uso nella società. D'altronde, guardiamoci dal sopravvalutare l'importanza dell'astinenza per quanto concerne il suo influsso sulle nevrosi. Solo in una minoranza di casi si può mettere fine alla situazione patogena della frustrazione, e al conseguente ingorgo libidico, mediante quella specie di godimento sessuale che si riesce a ottenere con poca fatica.
L'effetto terapeutico della psicoanalisi non si spiega quindi con il fatto che essa autorizzerebbe a godersi sessualmente la vita.
Guardatevi attorno per cercare qualcos'altro. Ritengo che mentre respingevo questa vostra congettura una mia osservazione vi abbia messo sulla giusta strada. Chissà che il nostro giovamento non consista nel sostituire l'inconscio con il cosciente, nel tradurre l'inconscio nel cosciente? Esatto, è così. Nel far procedere l'inconscio fino alla coscienza, noi aboliamo le rimozioni, eliminiamo le condizioni per la formazione dei sintomi, trasformiamo il conflitto patogeno in un conflitto normale che deve trovare in qualche modo una risoluzione. Ciò che provochiamo nel malato non è altro che questo unico mutamento psichico: fin dove giunge questo, arriva il nostro aiuto. Dove non c'è rimozione o un processo psichico analogo da far recedere, non c'è posto per la nostra terapia.
Possiamo esprimere il fine dei nostri sforzi in diverse formule:
rendere cosciente l'inconscio, abolire le rimozioni, riempire le lacune della memoria; tutto questo mette capo alla stessa cosa. Ma forse siete insoddisfatti di questa dichiarazione. Vi siete immaginati il processo di guarigione di un nervoso come qualcosa di diverso: che, dopo essersi sottoposto al faticoso lavoro di una psicoanalisi, egli diventi un altro uomo e poi tutto il risultato sarebbe che egli ha in sé un po' meno di inconscio e un po' più di conscio rispetto a prima. Il fatto è che probabilmente voi sottovalutate l'importanza di un simile mutamento interiore. Il nervoso guarito è diventato davvero un altro uomo, ma in fondo, naturalmente, è rimasto lo stesso; ossia, è diventato quale avrebbe potuto diventare, a dir molto, nelle condizioni più favorevoli. Ma questo è moltissimo. Se poi aggiungete tutto quello che si deve fare e gli sforzi che sono necessari per realizzare quel mutamento apparentemente insignificante nella sua vita psichica, non potrà più sfuggirvi l'importanza di una tale differenza nel livello psichico.
Divago per un attimo, per domandarvi se sapete che cosa sia la cosiddetta "terapia causale". Così si designa un procedimento che non si appunta sulle manifestazioni della malattia, ma si propone l'eliminazione delle sue cause. Ora, la nostra terapia psicoanalitica è una terapia causale oppure no? La risposta non è semplice, ma forse ci dà l'opportunità di convincerci che non ha senso porre il problema in questo modo. Non ponendosi come primo compito l'eliminazione dei sintomi, la terapia analitica si comporta come una terapia causale; ma, per un altro verso, potete dire che non lo è. Da molto tempo noi abbiamo seguìto la concatenazione causale oltre le rimozioni, e siamo risaliti fino alle disposizioni pulsionali, alle loro relative intensità nella costituzione e alle deviazioni verificatesi durante il loro sviluppo. Supponete ora che ci fosse possibile intervenire, per esempio con mezzi chimici, in questo ingranaggio, che riuscissimo a elevare o ridurre la quantità di libido presente in un dato momento, o a rafforzare una pulsione a spese di un'altra: avremmo così una terapia causale nel vero senso della parola, per la quale la nostra analisi avrebbe fornito l'indispensabile lavoro preliminare di ricognizione. Attualmente, come sapete, è da escludere che si possa influire in tal modo sui processi libidici; con la nostra terapia psichica noi aggrediamo un altro punto dell'insieme, non esattamente quelle che sappiamo essere le radici dei fenomeni, ma tuttavia abbastanza lontano dai sintomi, un punto che ci è diventato accessibile in virtù di circostanze assai strane. Che cosa dobbiamo fare per sostituire nel nostro paziente l'inconscio con il conscio? Una volta credevamo che la cosa fosse semplicissima, che occorresse solo scoprire questo inconscio e comunicarglielo. Ma sappiamo già che era un errore di miopia. La nostra conoscenza dell'inconscio non ha lo stesso valore della sua conoscenza; se noi comunichiamo al paziente la nostra conoscenza, egli non la pone al posto del suo inconscio, ma accanto a questo; e il cambiamento che ne risulta è minimo. Quel che dobbiamo fare è rappresentarci questo inconscio topicamente, dobbiamo andare a cercarlo nel ricordo del paziente, là dove è venuto a formarsi mediante una rimozione. Questa rimozione va eliminata, e allora la sostituzione dell'inconscio con il conscio può effettuarsi senza difficoltà. Come sopprimere dunque tale rimozione? Il nostro compito entra qui in una seconda fase. Per prima cosa, la ricerca della rimozione, poi l'eliminazione della resistenza che sostiene questa rimozione.
Come si elimina la resistenza? Nel medesimo modo: scoprendola e mostrandola al paziente. Anche la resistenza deriva infatti da una rimozione, dalla stessa rimozione che cerchiamo di risolvere, o da una che ha avuto luogo precedentemente. La resistenza è stata prodotta dal controinvestimento nato per rimuovere l'impulso sconveniente. Facciamo adesso la stessa cosa che cercavamo di fare all'inizio: interpretare, scoprire e comunicare; ma ora la facciamo nel luogo giusto. Il controinvestimento o resistenza non appartiene all'inconscio, ma all'Io, che coopera con noi, e ciò anche se la resistenza non dovesse essere cosciente. Come sappiamo, è questione qui del duplice significato del termine "inconscio", inteso da una parte come fenomeno e dall'altra come sistema. Ciò sembra molto difficile e oscuro, ma ripete in realtà cose già dette a cui siamo preparati da tempo. Ci aspettiamo dunque che questa resistenza venga abbandonata e il controinvestimento ritirato quando ne avremo reso possibile all'Io il riconoscimento con la nostra interpretazione. Con quali forze motrici operiamo in un caso simile? In primo luogo, con l'aspirazione del paziente a guarire, aspirazione che lo ha indotto a sottomettersi al comune lavoro con noi, e, in secondo luogo, ci avvaliamo della sua intelligenza, cui diamo un supporto con la nostra interpretazione. Non c'è dubbio che all'intelligenza del malato riesce più facile riconoscere la resistenza e trovare la traduzione corrispondente al rimosso se gli abbiamo dato le adeguate rappresentazioni anticipatorie. Se vi dico: "Guardate in cielo, c'è un pallone volante", lo trovate molto più facilmente che se vi invito soltanto a guardare in alto per vedere se scoprite qualcosa. Anche lo studente che guarda le prime volte attraverso il microscopio viene istruito dall'insegnante su quello che deve vedere, altrimenti non vede nulla, benché qualcosa ci sia e sia visibile.
E ora al fatto. In un gran numero di forme nervose - nelle isterie, negli stati d'angoscia e nelle nevrosi ossessive - la nostra impostazione si rivela giusta. Mediante la caccia alla rimozione, la messa a nudo delle resistenze, l'indicazione di ciò che è stato rimosso, riusciamo realmente a risolvere il problema, ossia a superare le resistenze, ad abolire la rimozione e a trasformare in conscio l'inconscio. Ciò facendo, ricaviamo un'impressione chiarissima della lotta violenta che si svolge nella psiche del paziente per superare ogni singola resistenza: è una lotta psichica normale, su un terreno psicologico omogeneo, tra i motivi che vogliono mantenere il controinvestimento e quelli che sono pronti ad abbandonarlo. I primi sono i vecchi motivi che a suo tempo hanno imposto la rimozione; tra i secondi si trovano quelli sopravvenuti di recente, che si spera decidano il conflitto nel senso da noi desiderato. Siamo riusciti a riaccendere il vecchio conflitto che ha portato alla rimozione, a sottoporre a revisione il processo a suo tempo concluso. I nuovi argomenti di cui disponiamo sono, in primo luogo, l'ammonimento che la precedente decisione ha condotto alla malattia e la promessa che una decisione diversa aprirà la strada alla guarigione; in secondo luogo, l'enorme cambiamento avvenuto sotto ogni profilo dai tempi di quel primo rifiuto. Allora l'Io era debole, infantile, e aveva forse ragione di tenere lontana da sé come un pericolo la richiesta della libido. Ora si è rafforzato e ha acquistato esperienza, e in più ha al suo fianco l'aiuto del medico. Possiamo così lusingarci di guidare il conflitto rianimato a un esito migliore di quello della rimozione, e, come abbiamo detto, in linea di massima il risultato ci dà ragione nell'isteria, nella nevrosi d'angoscia e nella nevrosi ossessiva.
Ci sono però altre forme di malattia, nelle quali, malgrado le condizioni siano le stesse, il nostro procedimento terapeutico non ha mai successo. Anche in esse si è trattato di un conflitto originario fra l'Io e la libido, che ha condotto alla rimozione, anche se quest'ultima va caratterizzata diversamente dal punto di vista topico -; anche qui è possibile rintracciare nella vita del malato i precisi momenti nei quali sono avvenute le rimozioni; adottiamo il medesimo procedimento, siamo pronti a fare le stesse promesse, forniamo lo stesso aiuto suggerendo rappresentazioni anticipatorie, e anche qui il divario di tempo fra il presente e le rimozioni gioca a favore di un esito diverso del conflitto. E tuttavia non riusciamo ad abolire una sola resistenza o a eliminare una sola rimozione. Questi pazienti - paranoici, melanconici, o affetti da dementia praecox - rimangono imperterriti e impenetrabili alla terapia psicoanalitica. Da che cosa può dipendere questo? Non dalla mancanza di intelligenza; richiediamo naturalmente ai nostri pazienti un certo grado di capacità intellettuale, ma questa, tanto per fare un esempio, non fa difetto sicuramente a gente dotata di grande acutezza come i paranoici ''combinatori''. Non possiamo neanche dire che manchino gli altri incentivi. I melanconici, per esempio, hanno in altissimo grado la consapevolezza - che è assente nei paranoici - di essere ammalati e di soffrire perciò gravemente, ma non per questo sono più accessibili. Ci troviamo qui davanti a un fatto che non comprendiamo e che ci fa perciò dubitare di avere effettivamente compreso, in tutti i suoi aspetti determinanti, il successo eventualmente conseguito nelle altre nevrosi.
Tornando ai nostri isterici e nevrotici ossessivi, ci imbattiamo presto in un secondo fatto, al quale non eravamo in alcun modo preparati. Dopo un po' non possiamo fare a meno di notare che questi malati si comportano verso di noi in maniera particolarissima. Credevamo di esserci resi conto di tutte le forze pulsionali che entrano in gioco nella cura, di avere completamente razionalizzato la situazione esistente fra noi e il paziente, così da poterla controllare come un'operazione aritmetica, ed ecco che sembra insinuarsi qualcosa che non è stato previsto in questo calcolo. Questa inattesa novità presenta molteplici aspetti, e descriverò dapprima le sue manifestazioni più frequenti e più facilmente comprensibili.
Notiamo, dunque, che il paziente, che dovrebbe cercare soltanto una via d'uscita dai suoi dolorosi conflitti, sviluppa un particolare interesse per la persona del medico. Tutto quello che si riconnette a questa persona sembra essere ai suoi occhi più importante delle sue stesse faccende, e tale da distoglierlo dalla sua malattia. I rapporti col paziente assumono conseguentemente per un certo tempo una forma molto piacevole; egli è particolarmente cortese, cerca, quando può, di mostrarsi riconoscente, mostra finezze e pregi della sua natura di cui forse non sospettavamo l'esistenza. Il medico, per parte sua, si fa di lui un'opinione favorevole e si compiace del caso che gli ha permesso di prestare aiuto proprio a una personalità di particolare valore. Se il medico ha occasione di parlare coi congiunti del paziente, apprende con piacere che questa simpatia è reciproca. A casa il paziente non si stanca di lodare il medico, di decantarne sempre nuovi pregi. "E' entusiasta di Lei, ha in Lei una fiducia cieca; tutto quello che Lei dice è come una rivelazione per lui", raccontano i congiunti. Qua e là uno del coro ha la vista più acuta e osserva: "Ha cominciato a essere noioso a forza di non parlare d'altro che di Lei e di non avere che il Suo nome in bocca".
Voglio sperare che il medico sia abbastanza modesto da attribuire questa esaltazione che il paziente fa della sua personalità alle speranze che egli stesso è in grado di suscitare in lui e all'ampliamento del suo orizzonte intellettuale dovuto alle sorprendenti e liberatrici rivelazioni che la cura implica. In queste condizioni, anche l'analisi fa splendidi progressi, il paziente comprende ogni accenno, si immerge nei compiti che gli vengono posti dalla cura, il materiale dei ricordi e delle associazioni gli affluisce copioso, sorprende il medico per la sicurezza e l'esattezza delle sue interpretazioni, e a quest'ultimo non rimane che costatare con soddisfazione con quale prontezza un malato accolga tutte le novità psicologiche che fuori, nel mondo dei sani, sogliono suscitare la più accanita opposizione. Al buon accordo durante il lavoro analitico corrisponde anche un obiettivo miglioramento, che tutti sono pronti a riconoscere, dello stato del paziente.
Ma un tempo così bello non può durare all'infinito. E un bel giorno si offusca. Nel trattamento subentrano delle difficoltà, il paziente afferma che non gli viene in mente più nulla. Si ha la netta impressione che il suo interesse è altrove e che egli trascuri a cuor leggero la prescrizione impartitagli di dire tutto ciò che gli passa per la mente e di non tener conto di alcuna remora critica. Egli si comporta come fa fuori della cura, come se non avesse concluso quel patto con il medico; è evidentemente assorbito da qualcosa che però vuole tenere per sé. E' questa una situazione pericolosa per il trattamento. Ci si trova inconfondibilmente di fronte a una violenta resistenza. Ma che cosa è successo?
Quando si è in grado di chiarire la situazione, si riconosce quale causa del turbamento il fatto che il paziente ha trasferito sul medico intensi sentimenti di tenerezza, che né il comportamento del medico né il rapporto sorto durante la cura giustificano. La forma in cui questa tenerezza si esprime e i fini cui mira dipendono naturalmente dalle circostanze in cui si trovano le due persone interessate. Se si tratta di una giovane donna e di un uomo piuttosto giovane, avremo l'impressione di un normale innamoramento, troveremo comprensibile che una ragazza si innamori di un uomo con cui può stare molto tempo da sola e parlare di cose intime, un uomo che le si presenta nella vantaggiosa posizione di chi è allo stesso tempo superiore e soccorritore; e trascureremo probabilmente il fatto che da una fanciulla nevrotica ci sarebbe da aspettarsi piuttosto un disturbo della capacità di amare.
Quanto più poi le circostanze personali del medico e del paziente si allontanano dal caso che abbiamo supposto, tanto più ci sorprenderà che si stabilisca comunque e immancabilmente questa stessa relazione emotiva. Passi ancora se la giovane donna, sfortunata nel matrimonio, sembra dominata da una seria passione per il medico, ancora libero, se è pronta a cercare di ottenere lo scioglimento del proprio matrimonio per appartenergli, oppure se, in caso di impedimenti sociali, non manifesta alcuna perplessità ad allacciare una segreta relazione amorosa con lui. Cose simili accadono anche al di fuori della psicoanalisi. Ma in queste circostanze si odono con stupore da parte delle donne e delle ragazze dichiarazioni che attestano una precisa presa di posizione di fronte al problema terapeutico: esse avevano sempre saputo di poter guarire solo attraverso l'amore, e avevano atteso fin dall'inizio della cura che tramite questo contatto umano si offrisse finalmente loro ciò che la vita fino a quel momento non aveva concesso; solo perché avevano questa speranza si erano date tanta pena durante la cura e avevano superato tutte le difficoltà di comunicazione. Aggiungeremo per nostro conto: e avevano compreso così facilmente cose che altrimenti riescono tanto difficili da credere. Ma una simile confessione ci sorprende; essa manda all'aria i nostri calcoli. Possibile che abbiamo lasciato fuori dal nostro bilancio preventivo la voce più importante?
E in effetti, quanto più progrediamo nell'esperienza, tanto meno possiamo opporci a questa rettifica che umilia le nostre pretensioni scientifiche. Le prime volte si poteva magari credere che la cura analitica si fosse imbattuta in un intralcio dovuto a un evento casuale, cioè non rientrante nelle sue intenzioni e non da essa provocato. Ma quando un simile attaccamento affettuoso del paziente nei confronti del medico si ripete regolarmente a ogni nuovo caso, quando continua a ricomparire nelle condizioni più sfavorevoli, con incongruità addirittura grottesche, anche nella donna attempata, anche verso l'uomo dalla barba grigia, anche là dove a nostro giudizio non esistono allettamenti di sorta, allora non ci resta che abbandonare l'idea di un casuale contrattempo e riconoscere che si tratta di un fenomeno che sta nella più intima connessione con la natura stessa della malattia.
Il nuovo fatto, che riconosciamo con riluttanza, è da noi chiamato TRASLAZIONE. Ci riferiamo a una traslazione di sentimenti sulla persona del medico, giacché non riteniamo che la situazione della cura possa giustificare la nascita di sentimenti simili.
Presumiamo, al contrario, che l'intera predisposizione a tali sentimenti abbia un'altra origine, esista già pronta nella paziente e venga trasferita sulla persona del medico in occasione del trattamento analitico. La traslazione può comparire come appassionata richiesta d'amore o in forme più moderate; al posto del desiderio di essere amata, può affiorare nella giovane donna rispetto all'uomo anziano il desiderio di essere accolta come figlia prediletta; il desiderio libidico può mitigarsi nella proposta di un'amicizia indissolubile ma idealmente non sensuale.
Alcune donne riescono a sublimare la traslazione e a modellarla finché essa acquista una sorta di compatibilità; altre devono esprimerla nella sua forma grezza, originaria, perlopiù impossibile. Ma in fondo si tratta sempre della stessa cosa la cui provenienza dalla medesima fonte non può essere equivocata.
Prima di domandarci dove vogliamo collocare il nuovo fatto della traslazione, finiamo di descriverla. Che cosa succede con i pazienti di sesso maschile? In questo caso sarebbe legittimo sperare di sfuggire alla molesta interferenza della diversità di sesso e dell'attrazione sessuale. Eppure dobbiamo rispondere che le cose non vanno molto diversamente che con le donne. Lo stesso attaccamento al medico, la stessa sopravvalutazione delle sue qualità, lo stesso assorbimento nei suoi interessi, la stessa gelosia verso tutti quelli che gli stanno vicino. Le forme sublimate della traslazione sono più frequenti fra uomo e uomo e la richiesta sessuale diretta più rara, nella misura in cui l'omosessualità manifesta passa in seconda linea rispetto agli altri impieghi di questa componente pulsionale. Nei suoi pazienti maschili il medico, inoltre, osserva più spesso che nelle donne un modo di manifestare la traslazione che a prima vista sembra contraddire quanto finora descritto, la traslazione ostile o negativa.
Mettiamo per prima cosa in chiaro che la traslazione insorge nel paziente sin dall'inizio del trattamento e rappresenta per un certo tempo il suo fattore più intensamente propulsivo.
Fintantoché essa opera a favore dell'analisi condotta in comune, non la si avverte e non c'è neanche bisogno di preoccuparsene. Se poi si trasforma in resistenza, è necessario prestarle attenzione, e si capisce che ha mutato il suo rapporto con la cura se si verificano due diverse e opposte condizioni: in primo luogo, quando come inclinazione affettuosa è diventata talmente forte, ha tradito con tale evidenza la sua origine dal bisogno sessuale, da dover suscitare contro di sé un'opposizione interna e, in secondo luogo, quando consiste in impulsi ostili anziché affettuosi. I sentimenti ostili fanno di solito apparizione più tardi di quelli affettuosi e al seguito di questi ultimi; nella loro presenza simultanea essi rispecchiano bene l'ambivalenza emotiva che domina la maggior parte del nostri rapporti intimi con gli altri esseri umani. I sentimenti ostili indicano un legame emotivo quanto quelli affettuosi, così come un atteggiamento di sfida indica dipendenza allo stesso modo dell'obbedienza, pur essendo di segno opposto. Non può esserci dubbio per noi che i sentimenti ostili verso il medico meritano il nome di "traslazione", perché la situazione della cura non comporta assolutamente il loro sorgere; la concezione della traslazione negativa è necessaria e ci assicura che non siamo caduti in errore nel giudicare quella positiva o affettuosa.
Da dove sorga la traslazione, quali difficoltà ci presenti, come le superiamo e quale profitto alla fine traiamo da essa, tutto ciò è materia che andrebbe trattata esaurientemente in una guida tecnica all'analisi e oggi sarà da me soltanto sfiorato. Mentre è ovvio che non dobbiamo cedere alle richieste del paziente che conseguono dalla traslazione, sarebbe assurdo respingerle in modo scortese o addirittura indignato; noi superiamo la traslazione dimostrando all'ammalato che i suoi sentimenti non derivano dalla situazione presente e non sono destinati alla persona del medico, bensì ripetono qualcosa che in lui è già accaduto precedentemente.
In tal modo lo costringiamo a trasformare la sua ripetizione in ricordo. Allora la traslazione che sembrava costituire comunque (affettuosa o ostile che fosse) la più forte minaccia per la cura, ne diventa il migliore strumento, con il cui aiuto si possono aprire i più impenetrabili scomparti della vita psichica.
Vorrei aggiungere alcune parole per cancellare il vostro stupore di fronte alla comparsa di questo inatteso fenomeno. Non dimentichiamo che la malattia del paziente che prendiamo in analisi non è qualcosa di concluso, di cristallizzato, ma qualcosa che continua a crescere e a svilupparsi come un essere vivente.
L'inizio della cura non pone fine a questo sviluppo ma, appena la cura si è impadronita del malato, avviene che l'intera neoproduzione della malattia si riversa su un solo punto, ossia sul rapporto col medico. La traslazione diventa così paragonabile alla zona di cambio fra il legno e la corteccia di un albero, dalla quale deriva la formazione di nuovi tessuti e l'aumento di spessore del tronco. Non appena la traslazione è assurta a questa importanza, il lavoro sui ricordi dell'ammalato passa decisamente in secondo piano. Allora non è inesatto dire che non si ha più a che fare con la precedente malattia del paziente, bensì con una nevrosi di nuova formazione e profondamente trasformata, che sostituisce la prima. Questa nuova edizione della vecchia malattia noi l'abbiamo seguìta fin dall'inizio, l'abbiamo vista nascere e crescere e in essa ci raccapezziamo particolarmente bene perché al suo centro, come oggetto, stiamo noi stessi. Tutti i sintomi del paziente hanno abbandonato il loro significato originario e hanno assunto un nuovo senso, che consiste in un rapporto con la traslazione; oppure sono sopravvissuti solo quei sintomi ai quali poteva riuscire una simile trasformazione. Domare questa nuova nevrosi artificiale significa però anche eliminare la malattia portata nella cura, significa risolvere il nostro compito terapeutico. Colui che nei rapporti con il medico è ormai diventato normale e non più soggetto a spinte pulsionali rimosse, tale resterà anche nella vita privata, quando il medico sarà uscito di scena.
La traslazione ha questa importanza straordinaria (che per la cura è addirittura fondamentale) nelle isterie, nelle isterie d'angoscia e nelle nevrosi ossessive, le quali perciò vengono raggruppate, a ragione, sotto la comune denominazione di "NEVROSI DI TRASLAZIONE". Chi ha ricavato dal lavoro analitico un quadro complessivo della traslazione, non può più dubitare di quale natura siano gli impulsi repressi che pervengono a esprimersi nei sintomi di queste nevrosi e non pretende che vengano addotte prove più convincenti del loro carattere libidico. Possiamo dire che soltanto con l'inserimento della traslazione il nostro convincimento sul significato dei sintomi come soddisfacimenti libidici sostitutivi si è definitivamente consolidato.
Abbiamo ora ampi motivi per migliorare la nostra precedente concezione dinamica del processo di guarigione e per farla armonizzare con le nuove vedute che abbiamo acquisito. Per imporsi nel normale conflitto con le resistenze messegli da noi a nudo nell'analisi, al malato occorre una potente spinta che influisca sulla sua decisione nel senso da noi desiderato e sia tale da orientarlo verso la guarigione. Altrimenti potrebbe succedere che egli si decidesse per la ripetizione dello sbocco precedente e lasciasse ripiombare nella rimozione ciò che ha elevato fino alla coscienza. A questo punto la lotta è decisa non dalla sua perspicacia intellettuale - che non è né abbastanza forte né abbastanza libera per tale impresa - bensì unicamente dal suo rapporto con il medico. Finché la sua traslazione è preceduta dal segno positivo, essa riveste il medico di autorità e si converte in fiducia nelle sue comunicazioni e concezioni. Senza tale traslazione, o se questa è negativa, egli non presterebbe nemmeno ascolto al medico e ai suoi argomenti. La fiducia ripete qui la storia della propria origine: è un derivato dell'amore e all'inizio non ha avuto bisogno di argomenti. Solo in seguito egli ha fatto un certo spazio a questi ultimi, sottoponendoli a verifica quando erano esposti da una persona cara. Argomenti privi di tale sostegno non hanno mai avuto valore, non valgono mai nulla nella vita della maggior parte degli uomini. Possiamo dunque dire in generale che anche sotto il profilo intellettuale, l'uomo è accessibile solo in quanto è capace di investimenti libidici oggettuali, e abbiamo valide ragioni per riconoscere e temere nelle dimensioni del suo narcisismo una barriera alla sua influenzabilità, anche a petto della migliore tecnica analitica.
La capacità di rivolgere investimenti libidici oggettuali anche su persone va evidentemente attribuita a tutte le persone normali.
L'inclinazione alla traslazione dei cosiddetti nevrotici è soltanto un accrescimento straordinario di questa caratteristica universale. Ora, sarebbe davvero molto strano se un tratto della natura umana di questa diffusione e importanza non fosse mai stato notato e apprezzato. E in effetti ciò è stato fatto. Con sicuro acume Bernheim fondò la teoria dei fenomeni ipnotici sulla tesi che tutti gli uomini sono in qualche modo suscettibili di essere influenzati, "suggestionabili". Ciò che egli chiamava suggestionabilità non era altro che l'inclinazione alla traslazione, intesa in senso un po' troppo ristretto, talché la traslazione negativa non vi trovò posto. Ma Bernheim non poté mai dire che cosa sia propriamente la suggestione e come si instauri.
Essa era per lui un dato di fatto fondamentale, della cui provenienza non poteva addurre alcuna prova. Non riconobbe la dipendenza della "suggestibilité" dalla sessualità, dall'attività della libido. Quanto a noi, dobbiamo renderci conto che nella nostra tecnica abbiamo abbandonato l'ipnosi solo per riscoprire la suggestione nella forma della traslazione.
Ma adesso mi fermo e lascio a voi la parola. Noto che in voi si agita un'obiezione che va facendosi talmente forte da togliervi ogni capacità di ascolto, se non le si lascia la possibilità di esprimersi: "Dunque, finalmente Lei ha ammesso di operare con l'ausilio della suggestione come gli ipnotizzatori. Ce l'eravamo immaginato da un pezzo. Ma allora, perché seguire il cammino indiretto attraverso i ricordi del passato, la scoperta dell'inconscio, l'interpretazione e la ritraduzione delle deformazioni, perché questo enorme dispendio di fatica, tempo e denaro, se l'unica cosa efficace è la suggestione? Perché non ci dà direttamente dei suggerimenti per combattere i sintomi, come fanno gli altri, gli onesti ipnotizzatori? Tanto più che se vuole addurre la scusa di aver fatto, lungo la via indiretta da Lei seguìta, numerose scoperte psicologiche importanti destinate, con la suggestione diretta, a rimanere nascoste, chi ci garantisce adesso che siano sicure? Non sono, anche queste scoperte, un risultato della suggestione, di una suggestione inintenzionale?
Non può Lei forse, anche in questo campo, imporre all'ammalato ciò che vuole e le sembra giusto?".
La vostra è un'obiezione interessantissima a cui va data una risposta. Ma oggi questo non è più possibile: ce ne manca il tempo. A risentirci dunque la prossima volta. Per oggi devo ancora portare a termine quanto ho cominciato. Ho promesso di rendervi comprensibile, con l'aiuto del fatto assodato della traslazione, il motivo per cui i nostri sforzi terapeutici non hanno successo nelle nevrosi narcisistiche.
Posso farlo con poche parole, e vedrete con quanta facilità l'enigma si risolve e tutto torna perfettamente. L'osservazione permette di riconoscere che chi soffre di una nevrosi narcisistica non ha la minima capacità di traslazione o ne ha solo residui insufficienti. Sono malati che respingono il medico, non per ostilità, ma per indifferenza. Perciò non possono venire influenzati da lui e ciò che egli dice non fa loro né caldo né freddo; per conseguenza non possiamo con loro mettere in moto il meccanismo di guarigione che riusciamo a far funzionare negli altri, cioè il rinnovamento del conflitto patogeno e il superamento della resistenza dovuta alla rimozione. Restano come sono. Hanno già intrapreso, spesso di propria iniziativa, tentativi di guarigione che hanno prodotto esiti patologici; noi non possiamo mutare questa situazione in alcun modo.
In base alle nostre impressioni cliniche, avevamo affermato che in questi malati gli investimenti oggettuali dovevano essere stati abbandonati e la libido oggettuale doveva essere stata trasformata in libido dell'Io. Per questa caratteristica li avevamo distinti dal primo gruppo di nevrotici (affetti da isteria, nevrosi d'angoscia e nevrosi ossessiva). Il loro comportamento di fronte al tentativo terapeutico conferma ora questa supposizione. Essi non dimostrano alcuna traslazione e perciò sono inaccessibili ai nostri sforzi e non possono essere da noi curati.
Lezione 28 - LA TERAPIA ANALITICA
Signore e Signori, sapete già l'argomento di cui parleremo oggi.
Mi avete chiesto perché nella terapia psicoanalitica non ci serviamo della suggestione diretta, dal momento che ammettiamo che la nostra influenza è basata essenzialmente sulla traslazione, ossia sulla suggestione; e a questo avete riallacciato il dubbio se, considerato un simile predominio della suggestione, possiamo ancora renderci garanti dell'obiettività delle nostre scoperte psicologiche. Ho promesso di darvi in merito una risposta esauriente.
Suggestione diretta significa suggestione rivolta contro la manifestazione dei sintomi, significa lotta tra la vostra autorità e i motivi della malattia. Nella lotta non vi curate di questi motivi, ma dall'ammalato pretendete soltanto che ne reprima la manifestazione in sintomi. In linea di principio non fa differenza alcuna se l'ammalato è da voi trasposto in stato ipnotico o no.
Ancora una volta Bernheim, con l'acutezza che lo distingue, sostiene che nei fenomeni di ipnotismo la suggestione è l'essenziale, che l'ipnosi stessa è già un risultato della suggestione, uno stato suggerito, e ha esercitato di preferenza la suggestione nello stato vigile, suggestione che può ottenere gli stessi effetti di quella in ipnosi.
Che cosa volete anzitutto ascoltare a questo proposito: ciò che dice l'esperienza o le considerazioni teoriche?
Cominciamo con la prima. Io fui allievo di Bernheim, che andai a trovare a Nancy nel 1889 e di cui tradussi in tedesco il libro sulla suggestione. Esercitai per anni il trattamento ipnotico, dapprima con suggestione inibitoria, più tardi combinata col metodo breueriano di esplorazione del paziente. Posso quindi parlare dei risultati della terapia ipnotica o suggestiva sulla scorta di una buona esperienza. Se, stando a un antico detto medico, una terapia ideale ha da essere rapida, sicura e non spiacevole per l'ammalato, il metodo di Bernheim rispondeva certamente a due di questi requisiti. Si poteva eseguire in modo molto più rapido, anzi infinitamente più rapido, di quello analitico e non comportava per l'ammalato né fatica né inconvenienti. Per il medico alla lunga diventava... monotono:
proibire in ogni caso e allo stesso modo, con il medesimo cerimoniale, ai più svariati sintomi di esistere, senza poter afferrare qualcosa del loro senso e della loro importanza, era un lavoro artigianale, non un'attività scientifica, e ricordava la magia, l'esorcismo e l'abracadabra; ma questo naturalmente non contava di fronte all'interesse dell'ammalato. Il terzo requisito gli mancava; il procedimento non era sicuro sotto nessun profilo.
In una persona poteva essere applicato, nell'altra no; in un caso si otteneva molto, nell'altro pochissimo, e non si sapeva mai il perché. Peggiore di questa precarietà del procedimento era il fatto che i risultati non duravano. Se dopo qualche tempo si tornava ad avere notizia degli ammalati, si apprendeva che la vecchia sofferenza era ricomparsa, oppure era stata sostituita da una nuova. Si poteva riprendere l'ipnosi. Nello sfondo, c'era l'ammonimento pronunciato da fonti esperte a non privare gli ammalati della loro indipendenza con la frequente ripetizione dell'ipnosi e a non abituarli a questa terapia come a un narcotico. E' pur vero che talvolta la cosa riusciva secondo i desideri, e dopo pochi sforzi si aveva un successo pieno e duraturo. Ma le condizioni che avevano determinato un esito così favorevole rimanevano sconosciute. Una volta mi accadde che uno stato grave, che avevo eliminato del tutto grazie a un breve trattamento ipnotico, ritornò immutato dopo che la malata se l'era presa con me senza che ne avessi colpa; dopo la riconciliazione feci sparire di nuovo il disturbo e molto più radicalmente; esso riapparve tuttavia allorché la paziente ruppe i rapporti con me per la seconda volta. Un'altra volta mi successe che una malata, da me ripetutamente aiutata con l'ipnosi a uscire da stati nervosi, durante il trattamento di un accesso particolarmente ostinato mi gettò improvvisamente le braccia al collo. Dopodiché chiunque si sarebbe sentito costretto a occuparsi, che lo volesse o no, del problema riguardante la natura e la provenienza della propria autorità suggestiva.
Fin qui le esperienze. Esse ci mostrano che rinunciando alla suggestione diretta non abbiamo perso nulla che sia insostituibile. Consentitemi ora di riallacciare a tutto questo alcune considerazioni. L'esercizio della terapia ipnotica implica una prestazione irrilevante sia da parte del paziente che del medico. Questa terapia s'accorda perfettamente con la valutazione delle nevrosi che ancor oggi dà la maggior parte dei medici. Il medico dice al nervoso: "Lei non ha nulla, è solo un fatto nervoso, e perciò sono in grado di liberarla dai suoi guai con due o tre parole in pochi minuti". Ripugna però alla nostra mentalità energetica l'idea che sia possibile muovere con uno sforzo esiguo un grosso peso, affrontandolo direttamente e senza l'aiuto esterno di strumenti adatti. Nella misura in cui due situazioni sono confrontabili, l'esperienza insegna che tale prodezza non può riuscire nemmeno nelle nevrosi. Ma so che questo argomento non è inattaccabile; esistono anche le "reazioni a catena".
Alla luce della conoscenza ricavata dalla psicoanalisi possiamo descrivere la differenza fra la suggestione ipnotica e quella psicoanalitica nel seguente modo: la terapia ipnotica cerca di ricoprire e mascherare qualcosa nella vita psichica, quella analitica di mettere allo scoperto e di allontanare qualcosa. La prima opera come una cosmesi, la seconda come una chirurgia. La prima utilizza la suggestione per proibire i sintomi, rafforza le rimozioni, ma per il resto lascia immutati tutti i processi che hanno condotto alla formazione dei sintomi. La terapia analitica penetra molto più alle radici, là dove sono i conflitti dai quali sono scaturiti i sintomi, e si serve della suggestione per modificare l'esito di questi conflitti. La terapia ipnotica lascia il paziente inattivo e immutato e perciò anche, ugualmente, privo di resistenza di fronte ad ogni nuova occasione di ammalarsi. La cura analitica impone tanto al medico quanto al malato un lavoro pesante, che viene utilizzato per abolire le resistenze interne.
Con il superamento di queste resistenze la vita psichica del malato viene mutata permanentemente, elevata a un grado superiore di sviluppo, e preservata da nuove possibilità di malattia. Questo lavoro di superamento è la funzione essenziale della cura analitica; il malato deve compierlo e il medico glielo rende possibile con l'ausilio della suggestione, operante nel senso di una educazione. Perciò si è anche detto a ragione che il trattamento psicoanalitico è una sorta di POST- EDUCAZIONE.
Spero di avervi reso chiaro in che cosa il nostro modo di impiegare terapeuticamente la suggestione differisce dall'unico suo impiego possibile nella terapia ipnotica. Riconducendo la suggestione alla traslazione comprendete anche l'imprevedibilità che abbiamo notato nella terapia ipnotica, mentre quella analitica resta, nei suoi limiti, qualcosa su cui si può fare affidamento.
Nell'applicare l'ipnosi dipendiamo dalla capacità di traslazione del malato, senza poter esercitare alcuna influenza su di essa. La traslazione dell'ipnotizzando può essere negativa o, come avviene nella maggior parte dei casi, ambivalente, oppure egli può essersi protetto dalla sua traslazione mediante particolari atteggiamenti; di ciò noi non veniamo a sapere nulla. Nella psicoanalisi lavoriamo sulla traslazione stessa, sciogliamo ciò che le si oppone, mettiamo a punto lo strumento con il quale intendiamo operare. Così ci diviene possibile trarre un profitto interamente diverso dal potere della suggestione; questo potere lo teniamo in pugno. Non è l'ammalato a suggerirsi da solo quello che gli piace, ma siamo noi a guidarne la suggestione, ammesso che egli si riveli accessibile all'influsso di quest'ultima.
Ora direte che, indipendentemente dal nome che vogliamo dare alla forza motrice della nostra analisi, sia esso traslazione o suggestione, esiste il pericolo che influenzare il paziente renda dubbia la sicurezza obiettiva delle nostre scoperte. Ciò che va a vantaggio della terapia, andrebbe a scapito dell'indagine. E' l'obiezione che è stata più frequentemente sollevata contro la psicoanalisi, e si deve ammettere che, pur non essendo centrata, non si può rifiutarla come insensata. Tuttavia, se tale obiezione fosse giustificata, la psicoanalisi non sarebbe altro che un tipo particolarmente ben camuffato, particolarmente efficace di trattamento suggestivo, e noi potremmo prendere alla leggera tutte le sue asserzioni sugli influssi cui siamo soggetti nella vita, sulla dinamica psichica e sull'inconscio. Così la pensano in effetti i nostri oppositori; in particolare, tutto quanto si riferisce all'importanza delle esperienze sessuali, se non addirittura queste esperienze stesse, sarebbe stato da noi "dato a intendere" agli ammalati dopo che tali elucubrazioni si sono sviluppate nella nostra fantasia depravata. La confutazione di queste accuse riesce più facile facendo appello all'esperienza che non con l'aiuto della teoria. Chi ha eseguito personalmente delle psicoanalisi, ha potuto convincersi innumerevoli volte che è impossibile suggestionare il malato in questo modo. Non che sia difficile farlo diventare seguace di una certa teoria e renderlo così partecipe di un eventuale errore del medico. In ciò il paziente si comporta come chiunque altro, come qualsiasi allievo; ma in tal modo si è influenzata solo la sua intelligenza, non la sua malattia. La soluzione dei suoi conflitti e il superamento delle sue resistenze riesce solo se gli sono state date quelle rappresentazioni anticipatorie che concordano con la realtà che è in lui. Ciò che era inesatto nelle supposizioni del medico viene a cadere nel corso dell'analisi, e va quindi ritirato e sostituito con qualcosa di più giusto. Per mezzo di una tecnica accurata si cerca di impedire che la suggestione ottenga provvisoriamente ciò che vuole; ma se ciò si verifica non c'è da preoccuparsene, poiché nessuno si accontenta del primo successo. Non riteniamo terminata l'analisi se non sono state chiarite tutte le oscurità del caso, colmate le lacune della memoria, scoperte le occasioni in cui sono avvenute le rimozioni. Nei successi che subentrano troppo presto scorgiamo piuttosto ostacoli che incoraggiamenti al lavoro analitico, e distruggiamo nuovamente questi successi, dissolvendo di continuo la traslazione sulla quale sono basati. In fondo, è quest'ultimo tratto che distingue il trattamento analitico da quello puramente suggestivo e libera i risultati analitici dal sospetto di essere successi dovuti a suggestione. In ogni altro trattamento suggestivo la traslazione viene accuratamente risparmiata, lasciata intatta; in quello analitico è essa stessa oggetto del trattamento, e viene scomposta in ognuna delle sue forme. A conclusione di una cura analitica, la traslazione stessa deve essere demolita, e se a questo punto il successo subentra o si rivela duraturo, esso non è basato sulla suggestione, bensì sul fatto (realizzatosi con il suo aiuto) di aver superato le resistenze interne, sul cambiamento interno provocato nel paziente.
Contro l'instaurarsi di suggestioni singole agisce certamente il fatto che durante la cura dobbiamo lottare ininterrottamente contro resistenze che sono capaci di trasformarsi in traslazioni negative (ostili). C'è un altro fatto che non dobbiamo trascurare, e cioè che un gran numero di singoli risultati dell'analisi che potrebbero sembrare prodotti della suggestione, trovano altrove una conferma ineccepibile. Ci sono garanti, in questo caso, i dementi e i paranoici, i quali, ovviamente, non possono neanche lontanamente essere sospettati di subire l'influsso della suggestione. Le traduzioni di simboli e le fantasie che questi malati ci vengono a raccontare, essendosi aperte la strada fino alla loro coscienza, coincidono fedelmente con i risultati delle nostre indagini sull'inconscio dei nevrotici di traslazione e convalidano così l'obiettiva correttezza delle nostre interpretazioni, spesso messe in dubbio. Credo che non andate errati se concedete la vostra fiducia all'analisi su questi punti.
Completerò ora il mio quadro del meccanismo della guarigione rivestendolo delle formule della teoria della libido. Il nevrotico è incapace di godere e di agire; è incapace di godere perché la sua libido non è rivolta verso alcun oggetto reale, è incapace di agire perché deve spendere gran parte della propria energia per mantenere rimossa la libido e premunirsi contro il suo assalto.
Egli guarirebbe se il conflitto fra il suo Io e la sua libido avesse termine e il suo Io ritornasse a disporre della sua libido.
Il compito terapeutico consiste quindi nello sciogliere la libido dai suoi legami attuali sottratti all'Io e nell'asservirla di nuovo all'Io. Ma dove si è cacciata la libido del nevrotico? Si fa presto a trovarla: è legata ai sintomi, che le garantiscono l'unico soddisfacimento sostitutivo possibile al momento. Si deve quindi diventare padroni dei sintomi, risolverli ed è proprio quello che il malato esige da noi. Per sciogliere i sintomi diventa indispensabile risalire fino alla loro origine, rinnovare il conflitto dal quale sono scaturiti e, con l'aiuto di quelle forze motrici che a suo tempo non erano disponibili, indirizzarlo verso uno sbocco diverso. Questa revisione del processo che ha portato alla rimozione può essere compiuta solo in parte in base alle tracce mnestiche di quanto è avvenuto nel passato. La parte decisiva del lavoro consiste nel ricreare, all'interno del rapporto con il medico, cioè della "traslazione", nuove edizioni di quei vecchi conflitti in relazione ai quali l'ammalato vorrebbe comportarsi come si è sopportato a suo tempo, mentre invece lo si costringe a decidersi altrimenti, chiamando a raccolta tutte le forze psichiche in lui disponibili. La traslazione diventa dunque il campo di battaglia nel quale sono destinate a incontrarsi tutte le forze in lotta tra loro.
Tutta la libido, come pure ogni cosa che ad essa si oppone, viene concentrata su quest'unico rapporto con il medico, sicché è inevitabile che i sintomi vengano spogliati della libido. Al posto della malattia propria del paziente subentra quella, artificialmente prodotta, della traslazione, la malattia di traslazione; al posto dei più svariati oggetti libidici irreali, subentra l'unico oggetto, pure fantastico, della persona del medico. Con l'aiuto della suggestione del medico, la nuova lotta intorno a questo oggetto viene però innalzata al più alto livello psichico, si svolge come un conflitto psichico normale. Con l'evitare una nuova rimozione si pone fine all'estraniamento tra l'Io e la libido e si ripristina l'unità psichica della persona.
Quando la libido torna a staccarsi dall'oggetto temporaneo, ossia dalla persona del medico, non può ritornare ai suoi oggetti precedenti, ma rimane a disposizione dell'Io. Le forze contro cui si è combattuto durante questo lavoro terapeutico sono, da una parte, l'avversione dell'Io manifestatasi come tendenza alla rimozione - per determinati orientamenti libidici, e dall'altra, la caparbietà o viscosità della libido, che non abbandona volentieri gli oggetti una volta che li ha investiti.
Il lavoro terapeutico si scompone quindi in due fasi: nella prima tutta quanta la libido, tolta ai sintomi, viene spinta nella traslazione e ivi concentrata, nella seconda viene condotta la lotta intorno a questo nuovo oggetto, finché la libido non viene liberata da esso. Il mutamento che determina l'esito favorevole è, in questo rinnovato conflitto, l'esclusione della rimozione, per cui la libido non può più sottrarsi all'Io con la fuga nell'inconscio. Ciò è reso possibile dall'alterazione che nell'Io si effettua sotto l'influsso della suggestione del medico.
Attraverso il lavoro interpretativo, che trasforma in conscio ciò che è inconscio, l'Io viene ingrandito a spese di questo inconscio; attraverso l'insegnamento, viene reso conciliante verso la libido e incline a concederle un qualche soddisfacimento, e il suo orrore di fronte alle richieste della libido viene ridotto dalla possibilità di liquidarne una parte mediante la sublimazione. Quanto più ciò che avviene nel trattamento coinciderà con questa descrizione ideale, tanto più grande sarà il successo della terapia analitica. Esso trova un ostacolo nella mancanza di mobilità della libido, che può rifiutarsi di abbandonare i suoi oggetti, e nella rigidità del narcisismo, che non permette alla traslazione oggettuale di svilupparsi al di là di un certo limite. Forse può servire a chiarire ulteriormente la dinamica del processo di guarigione il far notare che noi catturiamo tutta quanta la libido che è stata sottratta al dominio dell'Io attirandone una parte su noi stessi mediante la traslazione.
Non è fuor di luogo avvertire che non è lecito trarre alcuna conclusione diretta sulla collocazione della libido durante la malattia, da come essa si è ripartita durante e in seguito al trattamento. Supposto che siamo riusciti a portare felicemente a termine il caso, creando prima e dissolvendo poi una forte traslazione paterna sul medico, sarebbe errato dedurne che l'ammalato abbia sofferto in precedenza di un simile attaccamento inconscio al padre. La traslazione paterna è solo il campo di battaglia sul quale ci impadroniamo della libido, la libido dell'ammalato è stata ivi convogliata da altre posizioni. Questo campo di battaglia non necessariamente coincide con una delle principali roccaforti del nemico così come non occorre che la difesa della più importante città nemica avvenga proprio davanti alle sue porte. Soltanto dopo che si è dissolta la traslazione, si può ricostruire mentalmente il modo in cui la libido era ripartita durante la malattia.
Dal punto di vista della teoria della libido possiamo ancora dire un'ultima parola sul sogno. I sogni dei nevrotici ci servono, come i loro atti mancati e le loro libere associazioni, a scoprire il senso dei sintomi e la collocazione della libido. Essi ci mostrano, sotto forma di appagamenti di desiderio, quali impulsi di desiderio sono caduti in preda alla rimozione e a quali oggetti si è legata la libido sottratta all'Io. L'interpretazione dei sogni ha perciò nel trattamento psicoanalitico una grande funzione e, in alcuni casi, è per lunghi periodi il mezzo più importante d'indagine. Sappiamo già che lo stato di sonno provoca di per sé un certo cedimento delle rimozioni. Grazie a questa attenuazione del peso che lo opprime, l'impulso rimosso riesce a procurarsi nel sogno un'espressione molto più chiara di quella che il sintomo può consentirgli durante il giorno. Lo studio del sogno diventa così la più agevole via d'accesso alla conoscenza dell'inconscio rimosso, al quale appartiene la libido sottratta all'Io.
I sogni dei nevrotici, però, non differiscono in alcun punto essenziale da quelli delle persone normali; anzi, forse non sono distinguibili affatto da questi ultimi. Sarebbe insensato rendere conto dei sogni dei nervosi in un modo che non fosse valido anche per i sogni delle persone normali. Dobbiamo quindi dire che la differenza fra nevrosi e salute vale solo per il giorno, non si protrae nella vita onirica. Siamo costretti a trasportare anche sulla persona sana una quantità di ipotesi che sorgono a proposito del nevrotico in base alla connessione tra i suoi sogni e i suoi sintomi. Non possiamo disconoscere che anche il sano possiede, nella sua vita psichica, ciò che di per sé e soltanto rende possibile sia la formazione dei sogni sia quella dei sintomi, e dobbiamo trarre la conclusione che anch'egli ha compiuto rimozioni, che spende una certa energia per mantenerle, che il suo sistema dell'inconscio cela impulsi rimossi e ancora investiti di energia, e che una parte della sua libido è sottratta alla disponibilità del suo Io. Anche il sano è quindi virtualmente un nevrotico, ma a quanto pare, l'unico sintomo che è capace di formare è il sogno; d'altronde, se si sottopone la sua vita vigile a un più acuto esame, si scopre - ciò che contraddice questa apparenza - che la sua presunta sanità è permeata di un'infinità di formazioni sintomatiche futili e prive d'importanza nella vita pratica.
La differenza fra sanità nervosa e nevrosi si limita quindi al campo pratico e si determina a seconda del risultato, a seconda cioè che alla persona sia rimasto o meno un sufficiente grado di capacità di godere e di fare. Essa risale verosimilmente al rapporto relativo tra gli importi di energia rimasti liberi e quelli legati da rimozione, ed è di natura quantitativa, non qualitativa. Non occorre che vi faccia presente che questa scoperta giustifica teoricamente la convinzione che in linea di principio le nevrosi sono curabili, nonostante siano basate sulla disposizione costituzionale.
Al fine di caratterizzare la sanità, questo è quanto possiamo inferire dalla costatata identità dei sogni nei sani e nei nevrotici. Per quanto riguarda il sogno stesso, ne consegue l'ulteriore deduzione che non possiamo scioglierlo dalle sue relazioni con i sintomi nevrotici, che non dobbiamo credere che la sua natura si esaurisca nella formula di una traduzione di pensieri in una forma arcaica d'espressione, e che dobbiamo supporre che esso ci mostri collocazioni libidiche e investimenti oggettuali effettivamente esistenti.
Stiamo per giungere alla fine. Forse siete delusi che sull'argomento della terapia psicoanalitica vi abbia parlato solo di teoria e non vi abbia detto nulla delle condizioni indispensabili per iniziare un trattamento, e dei risultati che si ottengono. Ometto apposta tutto questo: le condizioni, perché non intendo fornirvi un'istruzione pratica per l'esercizio della psicoanalisi, e i risultati, perché molteplici motivi mi trattengono dal farlo. Ho sottolineato all'inizio delle nostre conversazioni che in condizioni favorevoli noi otteniamo risultati di guarigione che non hanno nulla da invidiare ai più fortunati successi nel campo della terapia interna, e a questo proposito potrei ora aggiungere che tali risultati non sarebbero stati raggiunti con alcun altro procedimento. Se dicessi di più, mi attirerei il sospetto di fare della pubblicità per sopraffare lo schiamazzo dei denigratori. Contro gli psicoanalisti è stata pronunciata ripetutamente da parte di "colleghi" medici, anche in pubblici congressi, la minaccia di aprire gli occhi al pubblico dei sofferenti sul valore nullo di questo metodo di cura, facendo ricorso a una raccolta degli insuccessi dell'analisi e dei danni da essa arrecati. Ma, a prescindere dal carattere astioso e delatorio di questo provvedimento, una simile raccolta non servirebbe nemmeno a fornire gli elementi per un giudizio corretto sull'efficacia terapeutica dell'analisi. Come sapete, la terapia psicoanalitica è giovane; c'è voluto molto tempo prima che si sia potuta fissarne la tecnica e questo, inoltre, è potuto avvenire solo nel corso del lavoro e per merito di un'esperienza che andava crescendo continuamente. Poiché è difficile insegnarla, il medico principiante nella psicoanalisi, in misura superiore a qualsiasi altro specialista, è costretto a fare assegnamento sulla propria capacità di perfezionarsi; e i risultati dei suoi primi anni non permetteranno mai di giudicare l'efficacia della terapia analitica.
Molti tentativi di trattamento fallirono agli albori dell'analisi perché intrapresi in relazione a casi che non si adattavano affatto al procedimento e che oggi noi escludiamo, avendo appurato quali siano le giuste indicazioni. Ma queste indicazioni sono anch'esse il frutto di successivi tentativi. A quei tempi non sapevamo a priori che la paranoia e la dementia praecox in forme pronunciate sono inaccessibili e avevamo ancora il diritto di provare il metodo su ogni sorta di affezioni. La maggior parte degli insuccessi di quei primi anni non si sono però verificati per colpa del medico o per scelta inadatta degli oggetti da analizzare, ma a causa di circostanze esterne sfavorevoli. Finora vi ho parlato solo delle resistenze interne, di quelle del paziente, che sono inevitabili e superabili. Le resistenze esterne che si oppongono all'analisi, quelle che nascono dalla situazione in cui si trova l'ammalato e dal suo ambiente, hanno uno scarso interesse teorico ma la massima importanza pratica. Il trattamento psicoanalitico è da paragonarsi a un intervento chirurgico e, come questo, richiede di essere intrapreso nelle condizioni che ne garantiscano al massimo il successo. Sapete quali misure precauzionali sia solito adottare il chirurgo: ambiente adatto, buona luce, assistenza, esclusione dei congiunti eccetera. Provate un po' a domandarvi quante di queste operazioni avrebbero buon esito se dovessero avere luogo alla presenza di tutti i membri della famiglia, che ficcassero il naso sul tavolo operatorio e a ogni taglio di bisturi si mettessero a strillare. Nei trattamenti psicoanalitici l'intrusione dei congiunti costituisce appunto un pericolo, un pericolo di quelli a cui non si sa come far fronte.
Si è armati contro le resistenze interne del paziente, che si riconoscono necessarie, ma come ci si deve difendere contro simili resistenze esterne? I congiunti del paziente sono refrattari a ogni spiegazione, non si riesce a indurli a tenersi lontani dall'intera faccenda, e non si deve mai far causa comune con loro perché in questo caso si corre il pericolo di perdere la fiducia dell'ammalato che - del resto a ragione - esige che il suo uomo di fiducia prenda anche le sue parti. Chi ha un'idea delle discordie da cui sono spesso lacerate le famiglie, non può essere sorpreso, nemmeno come analista, di accorgersi che i parenti più prossimi del malato talvolta rivelano scarso interesse al fatto che il loro congiunto guarisca piuttosto che resti com'è. Dove, come tanto spesso avviene, la nevrosi è connessa con conflitti fra membri della famiglia, il parente sano non esita a lungo nella scelta tra il suo interesse e quello di far guarire l'ammalato. Dopotutto, non c'è da meravigliarsi se il marito non vede di buon occhio un trattamento nel quale, come ha ragione di presumere, verrà tirato in ballo l'elenco dei suoi peccati; non ce ne meravigliamo, ma certamente non possiamo farci alcun rimprovero se la nostra fatica rimane senza successo e viene interrotta prematuramente perché alla resistenza della moglie ammalata è venuta ad aggiungersi quella del marito. In effetti avevamo intrapreso qualcosa che, data la situazione, era inattuabile.
Invece di dilungarmi su molti casi, ve ne racconterò uno solo, nel quale per ragioni di discrezione medica mi toccò fare la parte di chi ha la peggio. Presi in cura analitica - molti anni fa - una giovinetta che già da vario tempo, poiché sofferente d'angoscia, non poteva andare fuori per la strada e rimanere in casa da sola.
Lentamente l'ammalata s'indusse a confessare che la sua fantasia era stata colpita da casuali osservazioni dei teneri rapporti esistenti fra sua madre e un agiato amico di famiglia. Fu però così malaccorta - o così raffinata - da far intuire alla madre ciò di cui si era parlato nell'analisi poiché cambiò il suo comportamento verso di lei, sostenendo di non voler essere protetta da nessun altro all'infuori di lei contro l'angoscia di stare sola, e sbarrandole angosciata la porta allorché voleva uscire di casa. La madre, in passato, era stata anch'essa molto nervosa, ma aveva ritrovato anni prima la salute in uno stabilimento idroterapico. Anzi in quello stabilimento aveva fatto la conoscenza dell'uomo con il quale aveva allacciato una relazione che la soddisfaceva in ogni senso. Sbigottita dalle appassionate esigenze della ragazza, la madre improvvisamente comprese che cosa significasse l'angoscia della figlia. Costei aveva fatto in modo di ammalarsi per tenere prigioniera la madre e toglierle la libertà di movimento necessaria a frequentare l'amante. Con rapida decisione, la madre mise fine alla dannosa cura. La ragazza fu portata in un istituto per malattie nervose e indicata per lunghi anni come una "povera vittima della psicoanalisi". Per tutto questo tempo mi perseguitarono le calunnie a causa del cattivo esito di questo trattamento. Mantenni il silenzio, perché mi credevo legato dal dovere della discrezione medica. Molto tempo dopo seppi da un collega, che aveva visitato quell'istituto e aveva visto la ragazza agoràfoba, che la relazione fra sua madre e il facoltoso amico di famiglia era di pubblico dominio e probabilmente aveva il consenso del marito e padre. A questo "segreto", dunque, era stato sacrificato il trattamento.
Negli anni prima della guerra, quando l'affluenza di pazienti da molti paesi stranieri mi rendeva indipendente dal favore o sfavore della mia città natale, seguivo la regola di non prendere in cura alcun malato che non fosse "sui juris", cioè indipendente dagli altri nelle relazioni essenziali della vita. Tuttavia questo non può permetterselo ogni psicoanalista.
Forse dal mio ammonimento a guardarsi dai congiunti traete la conclusione che, ai fini della psicoanalisi, si debbano portar via gli ammalati dalle loro famiglie, e occorra dunque limitare questa terapia ai degenti negli istituti per malattie nervose. In questo non posso essere d'accordo con voi: è assai più consigliabile che gli ammalati - purché non si trovino in una fase di grave esaurimento - durante il trattamento rimangano nelle condizioni che li obbligano ad affrontare i loro problemi via via che si presentano. Bisognerebbe che i congiunti non cancellassero questo vantaggio con il loro comportamento e non si opponessero in alcun modo, con atteggiamenti ostili, agli sforzi del medico: ma come pensate di poter influenzare questi fattori che ci restano inaccessibili? Vi renderete conto inoltre quanto sia importante, per le prospettive di riuscita di un trattamento, l'ambiente sociale e il livello culturale della famiglia dell'ammalato.
Diciamo pure che tutto questo dà un quadro fosco dell'efficacia della psicoanalisi come terapia, anche se possiamo spiegare la grande maggioranza dei nostri insuccessi tenendo conto di questi elementi di disturbo esterni. Amici della psicoanalisi ci hanno quindi consigliato di rispondere alla raccolta degli insuccessi con una statistica dei successi, da noi redatta. Io non ho aderito a questo suggerimento. Ho messo in risalto che una statistica è priva di valore se le unità allineate le une accanto alle altre non sono sufficientemente omogenee, ed effettivamente i casi di malattia nevrotica che erano stati presi in cura erano troppo disparati sotto i più diversi aspetti. Oltre a ciò, il periodo di tempo cui era possibile riferirsi era troppo breve per giudicare la stabilità delle guarigioni. Molti casi, per di più, non potevano essere comunicati affatto. Riguardavano persone che avevano tenuta segreta sia la loro malattia sia il loro trattamento e la cui guarigione doveva essere tenuta ugualmente nascosta. Il più forte impedimento era costituito però dall'aver compreso che la gente, in fatto di terapia, si comporta in modo sommamente irrazionale, e quindi non si ha alcuna prospettiva di approdare a nulla con mezzi razionali. Un'innovazione terapeutica o viene accolta con travolgente entusiasmo, come ad esempio quando Koch presentò al pubblico la sua prima tubercolina contro la tubercolosi, o viene trattata con abissale diffidenza, come la vaccinazione antivaiolosa davvero provvidenziale di Jenner, che ha ancora oggi i suoi irriducibili avversari. Contro la psicoanalisi esisteva evidentemente un pregiudizio. Quando avevamo guarito un caso difficile, ci è capitato di sentirci dire: "Questa non è una prova, sarebbe guarito anche da solo in tutto questo tempo". Ma quando un'ammalata, che aveva attraversato già quattro cicli di depressione e di mania, in una pausa dopo la melanconia venne a sottoporsi al mio trattamento e tre settimane più tardi si trovò nuovamente all'inizio di una mania, non solo tutti i membri della famiglia, ma anche l'alta autorità medica chiamata a consulto manifestarono la convinzione che il nuovo accesso potesse essere solo la conseguenza dell'analisi tentata su di lei. Nulla si può contro i pregiudizi; lo vedete di nuovo oggi nei pregiudizi che ciascun gruppo dei popoli che sono in guerra ha sviluppato contro l'altro. La cosa più ragionevole è aspettare, e lasciare che il tempo si incarichi di logorarli. Un giorno i medesimi uomini la penseranno diversamente sulle medesime cose; perché non abbiano pensato così già in precedenza, resta un oscuro mistero.
E' possibile che il pregiudizio contro la terapia analitica sia già adesso in declino. La costante diffusione delle teorie analitiche, il crescente numero di medici che praticano il trattamento analitico in parecchi paesi, sembrano testimoniarlo.
Quando ero un giovane medico, mi trovai in mezzo a un uragano d'indignazione identico a questo sollevato dai medici che avversavano il trattamento fondato sulla suggestione ipnotica, trattamento che oggi viene contrapposto alla psicoanalisi da parte dei "moderati". Peraltro l'ipnotismo, come agente terapeutico, non ha mantenuto ciò che prometteva all'inizio; noi psicoanalisti possiamo dichiararci suoi legittimi eredi, e non dimentichiamo di quanti incoraggiamenti e chiarimenti teorici gli siamo debitori. I risultati dannosi attribuiti alla psicoanalisi si limitano essenzialmente a manifestazioni transitorie in cui i conflitti si fanno più intensi se l'analisi viene fatta inabilmente o viene interrotta a metà. Per parte vostra, avete udito una relazione completa di ciò che facciamo con l'ammalato e siete in grado di formarvi personalmente un giudizio se i nostri sforzi sono idonei a portare un danno duraturo. Abusare dell'analisi è possibile in diversi modi; soprattutto la traslazione è un mezzo pericoloso nelle mani di un medico poco coscienzioso. Ma nessun mezzo o procedimento medico è garantito dall'abuso: se un bisturi non taglia, non può nemmeno servire a guarire.
Eccomi ora giunto alla fine, Signore e Signori. Dico di più della solita frase di circostanza se confesso di essere dolorosamente consapevole dei molti difetti delle lezioni che vi ho tenuto. Mi dispiace soprattutto avervi così spesso promesso di ritornare su un tema brevemente accennato, mentre il contesto non mi ha poi consentito di mantenere la parola data. Mi sono accinto a riferirvi una tematica ancora incompiuta, ancora in corso di sviluppo, e il mio stringato sommario è diventato a sua volta incompleto. In alcuni punti ho predisposto il materiale per una conclusione che poi io stesso non ho tratto. Ma non potevo pretendere di fare di voi degli esperti: volevo soltanto esservi di chiarimento e di stimolo.
SECONDA SERIE DI LEZIONI
Le lezioni di "Introduzione alla psicoanalisi" furono tenute nei due semestri invernali 1915-16 e 1916-17 in un'aula della Clinica psichiatrica di Vienna, dinanzi ad ascoltatori provenienti da tutte le facoltà. Le lezioni della prima metà furono improvvisate e messe per iscritto immediatamente dopo, quelle della seconda metà abbozzate nell'intervallo, durante il soggiorno estivo a Salisburgo, ed esposte fedelmente nell'inverno successivo. A quel tempo possedevo ancora il dono di una memoria fonografica.
Queste nuove lezioni, a differenza di quelle, non furono mai pronunciate. L'età mi aveva dispensato, nel frattempo, dall'obbligo di manifestare h mia appartenenza (sia pure solo periferica) all'università col tenere lezioni, e un'operazione chirurgica mi aveva reso impossibile ogni sforzo oratorio. Se dunque, durante le esposizioni che seguiranno, mi colloco nuovamente nell'aula, si tratta solo di un'illusione della fantasia; forse mi aiuterà a non farmi scordare, nell'approfondimento del tema, le esigenze del lettore.
Queste nuove lezioni non intendono in alcun modo prendere il posto delle precedenti. , Non sono per nulla qualcosa di indipendente, che possa attendersi di trovare una propria cerchia di lettori, bensì sono continuazioni e aggiunte che, in rapporto alle precedenti lezioni, si scindono in tre gruppi. Al primo appartengono rielaborazioni di temi che sono stati trattati già quindici anni fa, ma che oggi, in seguito all'approfondimento delle nostre conoscenze e al mutamento delle nostre opinioni, esigono un'altra esposizione, vale a dire esigono revisioni critiche. Gli altri due gruppi comprendono gli ampliamenti veri e propri in quanto trattano di cose che, o non esistevano ancora nella psicoanalisi all'epoca delle prime lezioni, o non erano allora sufficienti a giustificare uno speciale capitolo a se stante. Non si può evitare, ma nemmeno deplorare, che alcune delle nuove lezioni riuniscano in sé i caratteri di questo e di quel gruppo.
La dipendenza di queste nuove lezioni dalla "Introduzione" si evidenzia anche nel fatto che ne continuano la numerazione. La prima di questo volume viene designata come la ventinovesima. Come le precedenti, esse offrono poco di nuovo all'analista di professione e si rivolgono a quella grande massa di persone colte cui vorremmo poter attribuire un benevolo, seppur cauto, interesse per le peculiarità e le conquiste della giovane scienza. Anche questa volta l'intenzione che mi ha guidato è stata quella di non sacrificare nulla all'apparenza della semplicità, della compiutezza e dell'unità, di non dissimulare problemi, di non negare lacune e incertezze. In nessun altro settore della ricerca scientifica si porrebbe la necessità di soffermarsi su simili propositi di spassionata autolimitazione. Essi sono ritenuti ovunque ovvi, e il pubblico non si aspetta che sia altrimenti.
Nessun lettore di un'esposizione di astronomia si sentirà deluso e superiore alla scienza se gli si mostreranno i confini al di là dei quali la nostra conoscenza dell'universo si perde nell'indefinito. Solo nella psicologia è diverso: qui l'inidoneità costituzionale dell'uomo alla ricerca scientifica si manifesta nelle sue intere dimensioni. Dalla psicologia sembra che non ci si aspetti progressi nel sapere, ma chi sa quali altre soddisfazioni; le si fa un rimprovero di ogni problema insoluto, di ogni incertezza confessata.
Chi ama la scienza della vita dell'anima, dovrà accettare anche queste ingiustizie.
Freud
Vienna, estate 1932
Lezione 29 - REVISIONE DELLA TEORIA DEL SOGNO
Signore e Signori, poiché vi ho riconvocato, dopo un intervallo di più di quindici anni, per discutere con voi ciò che di nuovo, forse anche di meglio, questo periodo intermedio ha apportato alla psicoanalisi, è giusto e conveniente da più di un punto di vista che rivolgiamo la nostra attenzione, in primo luogo, allo stato della teoria del sogno. Nella storia della psicoanalisi questa teoria occupa un posto particolare, indica una svolta: con essa l'analisi ha compiuto il passaggio da procedimento psicoterapeutico a psicologia del profondo. Da allora la teoria del sogno è sempre rimasta la parte più caratteristica e peculiare della giovane scienza, qualcosa di cui non c'è riscontro altrove nel nostro sapere, un pezzo di terra vergine tolto alle credenze popolari e al misticismo. La stranezza delle affermazioni che essa dovette formulare le ha conferito l'aspetto di uno "scibboleth" (1), la cui applicazione decideva chi poteva diventare un seguace della psicoanalisi e a chi essa rimaneva definitivamente incomprensibile. Questa teoria fu per me un sostegno sicuro nei tempi difficili in cui i fatti sconosciuti delle nevrosi solevano confondere il mio inesperto giudizio. Ogni qualvolta cominciavo a dubitare dell'esattezza delle mie malferme conoscenze, la mia fiducia di seguire la giusta traccia si rinnovava allorché mi riusciva di trasformare un sogno confuso e privo di senso in un processo psichico del sognatore che fosse corretto e comprensibile.
E' quindi per noi di particolare interesse seguire, proprio nel caso della teoria del sogno, da un lato i mutamenti che la psicoanalisi ha subìto in questo intervallo, dall'altro, i progressi nel frattempo intervenuti nella comprensione e nell'apprezzamento da parte del mondo contemporaneo. Vi dico subito che sarete delusi in entrambi i sensi.
Sfogliate con me le annate della "Internationale Zeitschrift für (ärztliche) Psychoanalyse "[Giornale internazionale di psicoanalisi (medica)], nella quale sono riuniti, a partire dal 1913, i lavori che fanno testo nel nostro campo. Trovate nei primi volumi una rubrica fissa "Sull'interpretazione dei sogni'', con ricchi contributi ai diversi punti della dottrina del sogno. Ma quanto più andate avanti, tanto più rari diventano tali contributi e alla fine la rubrica fissa scompare del tutto. Gli analisti si comportano come se non avessero più nulla da dire sul sogno, come se la teoria del sogno fosse conclusa. Se però chiedete che cosa abbiano accettato, dell'interpretazione dei sogni, gli estranei, i molti psichiatri e psicoterapeuti che cuociono la loro minestrina al nostro fuoco (senza essere del resto molto riconoscenti per l'ospitalità), le cosiddette persone colte che usano fare propri i risultati appariscenti della scienza, i letterati e il grande pubblico, la risposta è poco soddisfacente. Alcune formule sono diventate universalmente note, e tra esse alcune che noi non abbiamo mai avanzato, come la tesi che tutti i sogni siano di natura sessuale; ma le cose veramente importanti, come la fondamentale distinzione tra contenuto onirico manifesto e pensieri onirici latenti, il fatto che i sogni d'angoscia non contraddicono la funzione di appagamento di desiderio propria del sogno, l'impossibilità di interpretare il sogno se non si dispone delle relative associazioni del sognatore, ma soprattutto la nozione che l'essenziale nel sogno è il processo del lavoro onirico, tutto ciò sembra essere ancora estraneo alla coscienza generale quasi come trent'anni fa. Posso dirlo, perché nel corso di questo periodo ho ricevuto un'infinità di lettere, in cui gli scriventi presentano i loro sogni per l'interpretazione o chiedono informazioni sulla natura del sogno; essi affermano di aver letto "L'interpretazione dei sogni" e tuttavia rivelano in ogni frase la loro mancanza di comprensione della nostra teoria del sogno.
Questo non deve trattenerci dall'esporre ancora una volta con coerenza quello che sappiamo sul sogno. Vi ricorderete che la volta precedente abbiamo impiegato l'intera parte seconda delle lezioni per mostrare come si sia giunti alla comprensione di questo fenomeno psichico fino allora inesplicato.
Se qualcuno, per esempio un paziente in analisi, ci riferisce un certo suo sogno, noi partiamo dal presupposto che in questo modo sta facendoci una delle comunicazioni cui era tenuto in quanto aveva iniziato il trattamento analitico. Invero, una comunicazione eseguita con mezzi impropri, non essendo di per sé il sogno un'espressione sociale, un mezzo per intendersi. E infatti non comprendiamo che cosa vuol dirci, né lo sa meglio lui stesso. Ora dobbiamo prendere rapidamente una decisione: o il sogno è, come ci assicurano i medici non analisti, un indizio che il sognatore ha dormito male, che non tutte le parti del suo cervello hanno uniformemente raggiunto la quiete, che singole aree hanno cercato di continuare a lavorare sotto l'influsso di stimoli sconosciuti e hanno potuto farlo solo in modo molto incompleto - se così è, allora facciamo bene a non occuparci oltre del prodotto della perturbazione notturna, che è privo di valore psichico; il suo esame stesso, che cosa mai può riservarci di utile per i nostri intenti? - oppure... ma è chiaro che sin dall'inizio ci siamo decisi altrimenti. Abbiamo ammettiamolo pure, del tutto arbitrariamente - fatto la premessa, formulato il postulato, che anche questo incomprensibile sogno deve essere un atto psichico pienamente valido, dotato di senso e con un suo pregio, che possiamo impiegare nell'analisi al pari di un'altra comunicazione.
Solo il risultato dell'esperimento può indicare se abbiamo ragione. Se riusciremo a trasformare il sogno in una simile espressione valida, ci si apre evidentemente la prospettiva di apprendere cose nuove, di ottenere comunicazioni di un tipo che altrimenti ci sarebbe rimasto inaccessibile.
A questo punto ci si parano innanzi le difficoltà del nostro compito e gli enigmi del nostro tema. Come facciamo a trasformare il sogno in una normale comunicazione di questo genere, e come ci spieghiamo che il modo di esprimersi del paziente abbia in parte assunto questa forma, ugualmente incomprensibile per lui come per noi?
Come vedete, Signore e Signori, questa volta non seguo la via di un'esposizione genetica, ma quella di un'esposizione dogmatica. Il nostro primo passo è di stabilire il nostro nuovo atteggiamento nei riguardi del problema del sogno, mediante l'introduzione di due nuovi concetti e termini. Ciò che è stato denominato "sogno" noi lo chiamiamo "testo onirico" o "sogno MANIFESTO", e "pensieri onirici LATENTI" ciò che cerchiamo, ciò che, per così dire, presumiamo ci sia dietro al sogno. Possiamo allora formulare i nostri due compiti nel seguente modo: dobbiamo trasformare il sogno manifesto in quello latente e indicare come, nella vita psichica del sognatore, quest'ultimo sia diventato il primo. Il primo è un compito pratico, spetta all'INTERPRETAZIONE ONIRICA e necessita di una tecnica: il secondo un compito teorico, che deve spiegare il supposto processo del lavoro onirico e non può essere che una teoria. Entrambe, tecnica dell'interpretazione onirica e teoria del lavoro onirico, devono essere create ex novo.
Da dove dobbiamo cominciare? A mio parere, con la tecnica dell'interpretazione onirica; la cosa avrà maggior rilievo e vi farà una più viva impressione.
Supponiamo quindi che il paziente abbia raccontato un sogno che noi dobbiamo interpretare. Abbiamo ascoltato tranquillamente, senza mettere in moto la nostra riflessione. Che facciamo per prima cosa? Decidiamo di curarci il meno possibile di ciò che abbiamo udito, del sogno manifesto. Naturalmente questo sogno manifesto presenta ogni sorta di caratteristiche, che non ci sono del tutto indifferenti. Esso può essere coerente, costruito con la nitidezza di una composizione poetica, oppure incomprensibilmente ingarbugliato, quasi come un delirio; può contenere elementi assurdi o facezie e conclusioni apparentemente spiritose; può apparire al sognatore chiaro e schietto, oppure torbido e sbiadito; le sue immagini possono presentare la piena forza sensibile delle percezioni o essere vaghe come un soffio indistinto; nello stesso sogno possono trovarsi riuniti i più diversi caratteri, ripartiti in diversi punti; il sogno, infine, può presentare un tono emotivo indifferente, oppure essere accompagnato dai più forti sentimenti di gioia o di dolore...; non crediate che non teniamo in alcun conto questa infinita varietà del sogno manifesto, ritorneremo più tardi sul di essa e vi troveremo moltissime cose utilizzabili per l'interpretazione, ma prescindiamo da essa in un primo tempo e imbocchiamo la via principale, che conduce all'interpretazione del sogno. Ciò significa che invitiamo il sognatore a liberarsi a sua volta dell'impressione del sogno manifesto, a distogliere la sua attenzione dall'insieme, per rivolgerla alle singole parti del contenuto onirico e a comunicarci per ordine ciò che gli viene in mente a proposito di ognuno di questi frammenti, quali associazioni gli si presentano quando li considera uno per uno.
Siamo d'accordo che questa è una tecnica speciale? che non è il modo consueto di trattare una comunicazione o una dichiarazione?
Voi indovinate d'altronde che dietro a questo procedimento si nascondono premesse che non sono ancora state formulate. Ma procediamo. In quale successione lasciamo che il paziente si occupi dei frammenti del suo sogno? Qui ci si schiudono molte vie.
Possiamo seguire semplicemente l'ordine cronologico, così come è risultato dal racconto del sogno. Questo è, per così dire, il metodo più rigoroso, classico. Oppure possiamo indirizzare il sognatore a cercare nel sogno in primo luogo i residui diurni; l'esperienza ci ha infatti insegnato che quasi in ogni sogno è entrato un residuo mnestico o un'allusione a un avvenimento - spesso a parecchi avvenimenti - del giorno precedente, e se seguiamo questi collegamenti spesso troviamo d'un sol colpo il passaggio da un mondo onirico apparentemente molto remoto alla vita reale del paziente. Oppure gli diciamo di iniziare con quegli elementi del contenuto onirico che lo colpiscono per la loro particolare chiarezza e forza sensibile; sappiamo infatti che gli sarà particolarmente facile ottenere associazioni con questi elementi. Non fa alcuna differenza il modo in cui ci avviciniamo alle associazioni cercate.
Dopodiché otteniamo queste associazioni. Esse recano con sé le cose più diverse: ricordi del giorno precedente (il "giorno del sogno") e di tempi da lungo trascorsi, riflessioni, discussioni con un pro e un contro, ammissioni e richieste. Alcune di esse scaturiscono spontaneamente dal paziente, davanti ad altre egli esita un istante. La maggior parte mostra un chiaro riferimento a un elemento del sogno; nessuna meraviglia, poiché esse hanno origine appunto da questi elementi. Ma avviene anche che il paziente le introduca con le parole: "Mi sembra che questo non abbia nulla a che fare con il sogno; lo dico perché mi viene in mente".
Se si ascolta questo profluvio di associazioni, si nota ben presto che hanno in comune con il contenuto onirico qualcosa di più del solo punto di partenza. Gettano una luce sorprendente su tutte le parti del sogno, colmano le lacune tra le parti, rendono comprensibili i loro singolari accostamenti. Alla fine, è lampante per chiunque il rapporto tra le associazioni e il contenuto del sogno. Il sogno appare come un sunto delle prime, anche se costruito secondo regole non ancora intraviste, e i suoi elementi sono comparabili con i rappresentanti eletti di una massa. Non c'è dubbio che con la nostra tecnica abbiamo ottenuto ciò che viene sostituito dal sogno e in cui si può trovare il valore psichico del sogno, ma che non presenta più le strane peculiarità del sogno, la sua bizzarria, la sua confusione. Ma non fraintendiamo!
Le associazioni relative al sogno non sono ancora i pensieri onirici latenti. Questi sono contenuti nelle associazioni come in un'acqua madre, ma non vi sono contenuti interamente. Le associazioni, da una parte, offrono molto di più di quanto ci occorra per la formulazione dei pensieri onirici latenti, vale a dire tutte le argomentazioni, i passaggi, i collegamenti cui l'intelletto del paziente deve far ricorso per avvicinarsi ai pensieri onirici. D'altra parte, spesso l'associazione si è arrestata proprio davanti ai pensieri onirici autentici, li ha solo avvicinati, li ha toccati solo con allusioni. In tal caso noi interveniamo di nostra iniziativa, completiamo gli accenni, traiamo conclusioni inconfutabili, enunciamo esplicitamente ciò che il paziente nelle sue associazioni ha solo sfiorato. Può sembrare che noi lasciamo giocare il nostro ingegno e il nostro arbitrio con il materiale che il sognatore ci mette a disposizione e che ne abusiamo allo scopo di leggere nelle sue dichiarazioni ciò che in esse in realtà non è scritto. Non è facile in un'esposizione astratta dimostrare la legittimità del nostro procedimento. Ma fate voi stessi l'analisi anche di un solo sogno o approfondite un esempio ben descritto nella nostra letteratura e vi convincerete fino a che punto un simile lavoro interpretativo segua una via obbligata.
Se nell'interpretazione del sogno dipendiamo in generale e in primo luogo dalle associazioni del sognatore, rispetto invece a certi elementi del contenuto onirico ci comportiamo in modo del tutto indipendente, soprattutto perché vi siamo costretti, perché nel loro caso di regola le associazioni vengono a mancare. Abbiamo ben presto osservato che sono sempre i medesimi contenuti quelli in cui ciò si verifica; essi non sono molto numerosi e l'accumularsi di esperienze ci ha insegnato che devono venir concepiti e interpretati come simboli di qualcos'altro. In confronto agli altri elementi onirici si può attribuire loro un significato fisso, che però non è necessariamente univoco e il cui àmbito viene determinato da regole particolari che ci giungono nuove. Poiché noi sappiamo come tradurre questi simboli e il sognatore no, benché sia stato lui stesso a impiegarli, può succedere che il senso di un sogno ci diventi chiaro immediatamente, prima ancora di ogni tentativo di interpretazione onirica, non appena abbiamo ascoltato il solo testo del sogno, mentre il sognatore stesso si trova ancora dinanzi a un enigma.
Tuttavia sul simbolismo, su ciò che di esso sappiamo, sui problemi che ci pone, ho già tanto detto nelle precedenti lezioni che non ho bisogno di ripetermi oggi.
Questo è dunque il nostro metodo di interpretazione dei sogni. La successiva domanda, ben giustificata, è: "Con il suo aiuto si possono interpretare tutti i sogni?". E la risposta è: "No, non tutti, ma nondimeno tanti da essere sicuri dell'idoneità e della legittimità del procedimento". "Ma perché non tutti?". La risposta che daremo ha qualcosa di importante da insegnarci, qualcosa che ci introduce già nelle condizioni psichiche della formazione del sogno: "Perché il lavoro di interpretazione del sogno si compie contro una resistenza che varia da grandezze insignificanti fino a divenire - almeno per la potenza dei nostri attuali mezzi - insormontabile". E' impossibile durante il lavoro ignorare le manifestazioni di questa resistenza. In alcuni punti le associazioni vengono date senza esitazioni e già la prima o la seconda idea che viene al paziente reca la spiegazione. In altri egli incespica e tentenna prima di esporre un'associazione, e poi si deve spesso ascoltare una lunga catena di idee prima di ricavarne qualcosa di utile per la comprensione del sogno. Non c'è dubbio che quanto più lunga e tortuosa è la catena di associazioni, tanto più forte è la resistenza. Anche nella dimenticanza dei sogni avvertiamo lo stesso influsso. Avviene abbastanza spesso che il paziente, nonostante ogni sforzo, non possa più rammentarsi un suo sogno; tuttavia, dopo che con il lavoro analitico abbiamo eliminato la difficoltà che aveva turbato il paziente nel suo rapporto con l'analisi, il sogno dimenticato si ripresenta improvvisamente. Due altri risultati della nostra osservazione trovano qui il loro posto. Molto spesso capita che di un sogno manchi un pezzo, il quale successivamente viene aggiunto come appendice. Ciò deve essere inteso come un tentativo di dimenticare questo pezzo. L'esperienza mostra che proprio questo pezzo è il più significativo, e noi supponiamo che alla sua comunicazione si sia frapposta una resistenza più forte che per gli altri. Inoltre, vediamo spesso che il sognatore pone riparo alla dimenticanza dei suoi sogni fissando per iscritto ciò che ha sognato, immediatamente dopo il risveglio. Tanto vale dirgli che ciò è inutile, poiché la resistenza, cui ha strappato la possibilità di conservare il testo onirico, si sposta poi sulle associazioni e rende inaccessibile all'interpretazione il sogno manifesto. In queste circostanze non dobbiamo meravigliarci se un ulteriore accrescimento della resistenza reprime del tutto le associazioni e quindi frustra l'interpretazione del sogno.
Da tutto ciò traiamo la conclusione che la resistenza, che osserviamo durante il lavoro di interpretazione onirica, deve avere una funzione anche nella genesi del sogno. Si può addirittura distinguere tra sogni che sono sorti sotto esigua o sotto elevata pressione della resistenza. Questa pressione muta però anche all'interno dello stesso sogno da un posto all'altro; a essa si devono le lacune, le oscurità e le confusioni che possono interrompere il contesto del più bel sogno.
Ma che cos'è che crea la resistenza, e contro che cosa? Ebbene, la resistenza è per noi l'indizio certo di un conflitto. Deve esserci una forza che vuole esprimere qualcosa e un'altra che si rifiuta di permettere questa espressione. Ciò che poi prenderà forma come sogno manifesto sarà il frutto condensato di tutti i modi nei quali si è decisa questa lotta fra le due tendenze. In un punto una delle due forze può essere riuscita a imporre ciò che voleva dire, in altri è l'istanza concorrente che è pervenuta a cancellare tutta la comunicazione progettata o a sostituirla con qualcosa che non ne rivela più alcuna traccia. Più frequenti e più caratteristici per la formazione del sogno sono i casi nei quali il conflitto è sfociato in un compromesso, così che l'istanza comunicatrice poté dire quello che voleva, ma non come voleva, bensì solo in forma mitigata deformata e resa irriconoscibile. Se dunque il sogno non riproduce fedelmente i pensieri onirici, se è necessario un lavoro interpretativo per gettare un ponte sull'abisso che li divide, questo è un effetto dell'istanza contraria, inibente e restrittiva, che abbiamo desunta dalla percezione della resistenza nell'interpretazione del sogno. Nel periodo che studiammo il sogno come fenomeno isolato, indipendente da formazioni psichiche a esso affini, questa istanza ebbe da noi il nome di CENSORE DEL SOGNO.
Voi sapete da molto tempo che questa censura non è un'istituzione peculiare alla vita onirica; che il conflitto di due istanze psichiche - che noi designiamo, in modo impreciso, come il "rimosso inconscio" e il "conscio"- domina la nostra vita psichica in generale, e che la resistenza contro l'interpretazione dei sogni, indizio della censura onirica, non è altro che la resistenza della rimozione, la quale tiene separate queste due istanze. Sapete anche che dal conflitto di queste ultime hanno origine, in determinate condizioni, altre strutture psichiche, che, analogamente al sogno, sono il risultato di compromessi, e non pretenderete che ripeta qui dinanzi a voi tutto quello che vi ho già esposto nella mia introduzione alla teoria delle nevrosi a proposito delle nostre conoscenze sulle condizioni di formazione di tali compromessi. Avete compreso che il sogno è un prodotto patologico, il primo membro di una serie che comprende il sintomo isterico, l'ossessione, il delirio, ma contraddistinto dagli altri per la sua fugacità e perché sorge in circostanze che appartengono alla vita normale. Infatti, teniamo ben presente che la vita onirica è, come già ha detto Aristotele, il modo in cui la nostra psiche lavora durante lo stato di sonno. Lo stato di sonno determina un distacco dal mondo esterno reale, e con ciò è data la condizione per lo sviluppo di una psicosi. Il più accurato studio delle psicosi gravi non ci farà scoprire alcun altro tratto che sia più di questo caratteristico del loro stato morboso. Tuttavia nella psicosi il distacco dalla realtà viene determinato in duplice modo: o perché il rimosso inconscio diviene troppo forte, così da sopraffare il conscio che aderisce alla realtà, oppure perché la realtà è diventata così insopportabilmente tormentosa che l'Io minacciato si getta in disperata ribellione nelle braccia delle forze pulsionali inconsce. L'innocua psicosi onirica è la conseguenza di un ritiro dal mondo esterno solo temporaneo, coscientemente voluto, ed essa scompare con la ripresa delle relazioni col mondo. Durante l'isolamento del dormiente si instaura anche un cambiamento nella distribuzione della sua energia psichica: una parte del dispendio per la rimozione, che solitamente veniva utilizzata per tenere a freno l'inconscio, può essere risparmiata: infatti anche se l'inconscio approfitta della sua relativa liberazione per agire, trova tuttavia sbarrata la via della motilità e aperta solo quella, innocua, del soddisfacimento allucinatorio. Ora può dunque formarsi un sogno; il fatto che vi è la censura onirica mostra però che anche durante il sonno si è conservato quanto basta della resistenza della rimozione.
Qui si apre una strada per rispondere all'interrogativo se il sogno abbia anche una funzione, se sia investito di una mansione utile. Il riposo privo di stimoli, che lo stato di sonno vorrebbe stabilire, viene minacciato da tre parti: in modo più casuale da stimoli esterni durante il sonno e da interessi diurni che non si lasciano interrompere [prime due parti], in modo inevitabile dalle spinte pulsionali inappagate e rimosse, che aspettano soltanto l'occasione per estrinsecarsi. In conseguenza dell'allentamento notturno delle rimozioni esisterebbe il pericolo che il riposo del sonno venisse turbato ogni qualvolta una sollecitazione esterna o interna potesse pervenire a collegarsi con una delle fonti pulsionali inconsce. Il processo onirico fa sì che il prodotto di una tale cooperazione sfoci in un'innocua esperienza allucinatoria e assicura così il perdurare del sonno. Non contraddice a questa funzione il fatto che di tanto in tanto ll sogno svegli il dormiente sviluppando angoscia, ma è piuttosto il segnale che il guardiano ritiene la situazione molto pericolosa e crede di non potere più dominarla. Non di rado allora, ancora addormentati avvertiamo un influsso acquietante che vuole impedirci il risveglio: "Ma è solo un sogno!".
Questo, Signore e Signori, è quanto volevo dirvi sull'interpretazione onirica, il cui compito è di condurre dal sogno manifesto ai pensieri onirici latenti. Raggiunto questo, l'interesse per il sogno, nell'analisi pratica, di solito si spegne. La comunicazione che è stata ricevuta in forma di sogno viene inserita fra le altre e si prosegue nell'analisi. Noi qui abbiamo interesse a soffermarci ancora sul sogno; siamo curiosi di studiare il processo attraverso il quale i pensieri onirici latenti vengono trasformati nel sogno manifesto. Lo chiamiamo il lavoro onirico. Come ricorderete, l'ho descritto così particolareggiatamente nelle precedenti lezioni che nell'odierno giro d'orizzonte posso limitarmi a una sintesi stringatissima.
Il processo del lavoro onirico è dunque qualcosa di assolutamente nuovo e strano, di cui non si conosceva prima l'uguale. Esso ci ha permesso di gettare il primo sguardo nei processi che si svolgono nel sistema inconscio, e ci ha mostrato che sono totalmente diversi da ciò che noi conosciamo dal nostro pensiero cosciente, così da dover apparire a quest'ultimo come inauditi ed erronei.
L'importanza di questi risultati è poi stata accresciuta dalla scoperta che nella formazione dei sintomi nevrotici sono attivi gli stessi meccanismi - non ci arrischiamo a dire: processi di pensiero - che hanno trasformato i pensieri onirici latenti nel sogno manifesto.
In ciò che segue non potrò evitare un'esposizione di tipo schematico. Supponiamo, in un determinato caso, di poter abbracciare con lo sguardo tutti i pensieri latenti di maggiore o minore carico affettivo, che hanno sostituito il sogno manifesto dopo che è stata effettuata la sua interpretazione. Ci colpisce allora una differenza tra essi, e questa differenza ci condurrà lontano. Quasi tutti questi pensieri onirici vengono riconosciuti o accettati dal sognatore; egli ammette di aver pensato così questa o un'altra volta, o che avrebbe potuto pensare così. C'è un unico pensiero che si rifiuta di ammettere, gli riesce estraneo, forse persino ripugnante, talora lo respinge da sé con appassionata veemenza. A questo punto è chiaro che i primi pensieri sono frammenti di un pensiero cosciente o, per esprimerci più correttamente, preconscio; avrebbero potuto venire pensati anche nella vita vigile e anzi, verosimilmente, si sono formati durante il giorno. L'unico pensiero rinnegato, o, più esattamente, quest'unico impulso, è invece figlio della notte; appartiene all'inconscio del sognatore e viene perciò da lui negato e respinto. Esso dovette attendere l'allentamento notturno della rimozione per giungere a una qualsiasi forma di espressione.
Nondimeno, questa espressione è attenuata, deformata, mascherata; senza il lavoro dell'interpretazione onirica non l'avremmo scoperta. Grazie al suo legame con gli altri pensieri onirici irreprensibili, questo impulso inconscio ha avuto l'opportunità di insinuarsi, in un travestimento che passa inosservato, attraverso le barriere della censura; d'altra parte, è grazie a questo stesso legame che i pensieri onirici preconsci hanno il potere di occupare la vita psichica anche durante il sonno. Su un punto non c'è alcun dubbio: questo impulso inconscio è il vero creatore del sogno, esso fornisce l'energia psichica per la sua formazione.
Come ogni altro moto pulsionale, non può aspirare ad altro che al proprio soddisfacimento e la nostra esperienza nell'interpretare i sogni ci mostra che tale è il senso del sognare. In ciascun sogno deve essere rappresentato come appagato un desiderio pulsionale.
Lo sbarramento notturno per cui la vita psichica è tagliata fuori dalla realtà, la regressione a meccanismi primitivi resa così possibile, consentono che questo desiderato soddisfacimento pulsionale venga vissuto in forma allucinatoria come attuale. In conseguenza della stessa regressione, nel sogno le idee vengono trasformate in immagini visive, quindi i pensieri onirici latenti vengono drammatizzati e illustrati.
Da questo pezzo del lavoro onirico otteniamo ragguagli su alcuni dei caratteri più appariscenti e più peculiari del sogno. Ripeto il processo di formazione del sogno. L'introduzione: il desiderio di dormire, il distacco intenzionale dal mondo esterno. Di qui due conseguenze per l'apparato psichico: primo, la possibilità che vi emergano modi di operare più antichi e più primitivi, la regressione; secondo, la diminuzione della resistenza dovuta alla rimozione che grava sull'inconscio. Discende da quest'ultimo fattore la possibilità della formazione del sogno, che viene sfruttata dalle cause occasionali, dagli stimoli interni ed esterni risvegliatisi. Il sogno, che così ha origine, è già una formazione di compromesso; esso ha una doppia funzione: da una parte è in sintonia con l'Io, per il fatto che serve al desiderio di dormire, mediante l'eliminazione degli stimoli che turbano il sonno; d'altra parte esso permette a una spinta pulsionale rimossa il soddisfacimento possibile in queste condizioni, sotto forma di un appagamento allucinatorio di desiderio. L'intero processo della formazione del sogno, permesso dall'Io dormiente, sottostà però alla condizione della censura, che viene esercitata da quel tanto di rimozione che è conservata. Non mi riesce di esporre il processo in modo più semplice: più semplice esso non è. Ma ora posso proseguire nella descrizione del lavoro onirico.
Torniamo, ancora una volta, ai pensieri onirici latenti. Il loro elemento più forte è la spinta pulsionale rimossa che in essi si è procurata un'espressione, sia pur mitigata e mascherata, appoggiandosi a stimoli casualmente presenti e trasferendosi sui residui diurni. Come ogni spinta pulsionale, anche questa urge al soddisfacimento mediante l'azione, ma la via della motilità le è sbarrata dai meccanismi fisiologici dello stato di sonno; essa è costretta a prendere la direzione regressiva verso la percezione e ad accontentarsi di un soddisfacimento allucinatorio. I pensieri onirici latenti vengono quindi trasformati in una somma di immagini sensorie e di scene visive. Lungo questo cammino avviene in essi ciò che ci appare tanto nuovo e sorprendente. Tutti i mezzi linguistici con i quali vengono espresse le relazioni di pensiero più sottili - le congiunzioni e le preposizioni, i modi della declinazione e della coniugazione - vengono meno mancando per essi i mezzi di descrizione; come in un linguaggio primitivo privo di grammatica, solo il materiale grezzo del pensiero viene espresso, quello astratto viene ricondotto al concreto che ne costituisce la base. Ciò che rimane può facilmente apparire incoerente. Il fatto che venga impiegata in ampia misura la descrizione di certi oggetti e processi mediante simboli estranei al pensiero cosciente, corrisponde sia alla regressione arcaica all'interno dell'apparato psichico sia alle esigenze della censura.
Ma altre modificazioni apportate ai singoli elementi dei pensieri onirici si spingono ancora più in là. Quelli che lasciano scoprire un qualsiasi punto