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Platone
La Repubblica



Premessa
Libro 1. Durante le feste BendidieSocrate si reca con Glaucone e altri a casa di Cefalo. Questi inizia a discutere con
Socrate sui presunti svantaggi e sui benefici della vecchiaiadichiarando che le ricchezze aiutano l'uomo a sopportare l'età
senile e a comportarsi in modo giusto. Il discorso quindi si incentra sull'essenza della giustizia.
Polemarco sostiene che la giustizia consiste nel fare del bene agli amici e del male ai nemici; Socrate confuta questa
tesi mostrandone i paradossie pone l'accento sulla necessità di distinguere i veri amici e i veri nemici da coloro che
sembrano talima non lo sono. Aggiunge che chi danneggia rende sempre peggiore il danneggiatoe questo non può
essere l'obiettivo del giusto. Qui irrompe nel dialogo Trasimacoche con un intervento aggressivo afferma che la giustizia
consiste nell'interesse del più fortecioè di chi detiene il potere. Prima obiezione di Socrate: i più forti possono anche
sbagliarecosicché obbedire loro potrebbe significare danneggiarli.
Trasimaco replica che i governantiquando esercitano la loro arte con competenzanon sbagliano mai. Seconda
obiezione di Socrate: ogni arte non persegue il proprio utilema l'utile di ciò cui si rivolge.
Trasimaco insiste: la giustizia è un bene altruimentre l'ingiustizia giova a se stessa; per questo è superiore alla
giustizia e l'ingiusto gode di una vita più felice del giusto. Socrate ribadisce che ogni arte è disinteressata; se chi pratica
un'arte ne trae un guadagnociò è dovuto al fatto che egli pratica insieme anche l'arte mercenaria.
Perciò il vero uomo politico non mira al proprio interessema a quello dei sudditie non accetta di governare per
ricevere un compenso.
Dato che Trasimaco identifica l'ingiustizia con la virtùSocrate lo porta ad ammettere che il giusto non cerca di
prevalere sul giustoma solo sull'ingiustol'ingiusto invece cerca di prevalere su entrambi; non si può quindi attribuire
all'ingiustizia la sapienza e la virtùpoiché in tutte le attività chi è competente (e quindi sapiente) cerca di prevalere solo
su chi è incompetente. L'ingiustizia indebolisce l'azione degli uominirendendoli discordi tra loro e invisi agli dèi. Posto
che ogni cosa ha una sua funzione e una sua virtùgrazie alla quale può fare ciò che è megliola funzione e la virtù
propria dell'anima è la giustizia; quindi solo l'anima giusta è felice.
Libro 2. Intervento di Glauconeche distingue tre categorie di beni: quelli che si desiderano solo per se stessiquelli
che si desiderano anche per i vantaggi che procuranoquelli che si desiderano solo per questi ultimi. La giustiziasecondo
Socraterientra nella seconda categoriama l'opinione comunedi cui Glaucone si fa portavocela colloca nella terza.
Glaucone con un discorso provocatorio finge di sostenere la tesi di Trasimaco: il massimo desiderio dell'uomo è
commettere ingiustizia restando impunito e la paura più grave è subire ingiustizia senza potersi vendicare; chi non
commette ingiustizia lo fa solo per timore delle conseguenze. Adimanto intenzionalmente reca altri argomenti a favore di
Trasimaco: gli uomini in realtà non lodano la giustiziama la reputazione di uomo giusto; la condizione migliore è
dunque quella di un'ingiustizia mascherata da giustizia. Socrate allora propone di analizzare la giustizia nell'ambito più
ampio dello Stato e delinea una città semplice e primitivacostituita da contadiniartigiani e commercianti e basata su una
precisa divisione dei compiti. Glaucone reclama uno Stato più riccoil che però comporta un ampliamento della città; ciò
implica l'esercizio della guerrae di conseguenza la creazione della classe dei guardianidedita alla difesa della città. I
guardiani devono essere miti e animosi a seconda delle circostanzenonché amanti del sapere. Si pone quindi il problema
della loro educazioneche sarà innanzi tutto musicale e ginnica. Quanto all'educazione musicalebisogna eliminare dalla
città tutte le opere poetiche che danno un'immagine distorta di dèi ed eroipresentandoli immersi nei vizi e nella
malvagità. La divinitàessendo buona e perfettapuò compiere solo azioni buone e non subisce metamorfosi.
Libro 3. Poiché i guardiani vanno educati al coraggio e alla temperanzabisogna rigettare le poesie e i miti che
suscitano paura della morte e offrono rappresentazioni sconvenienti e mendaci di dèi ed eroi; solo i governanti hanno il
diritto di mentire ai sudditi a fin di bene. Socrate distingue tre forme di poesia: narrativaimitativa e mista. I guardiani
devono astenersi dall'imitazionea meno che non concerna un uomo o un'azione virtuosa; ne consegue che il poeta
imitatore non dev'essere accolto nella città ideale. Socrate poi passa in rassegna le armoniegli strumenti musicali e i
ritmiindicando quali si addicono ai guardiani e quali no; la loro educazione musicale deve mirare a un ideale di bellezza
attraverso il ritmo e l'armonia.
Il successivo esame dell'educazione ginnica evidenzia i rapporti tra essa e la medicina e permette un confronto tra i
medici e i giudici: i primicurando il corpo con l'animadevono avere esperienza delle malattiementre i secondicurando
l'anima con l'animadevono avere l'anima incorrotta. Sia i medici sia i giudici non devono lasciar vivere il corpo o l'anima
inguaribile; mantenere in vita corpi incapaci di svolgere la propria funzione è infatti esiziale per la città. L'educazione
ginnica deve sviluppare più la forza morale che quella fisica e deve pertanto contemperarsi con l'educazione musicale.
Per esporre i criteri di scelta dei guardianiSocrate ricorre al mito della nascita degli uomini dalla terra e della loro
distinzione in tre classi: aurea (governanti)argentea (guerrieri)bronzea (prestatori d'opera). Seguono alcune prescrizioni
circa la vita dei guardianiche sono esclusi dalla proprietà privatahanno alloggio e vitto in comune e sono mantenuti a
spese dello Stato.
Libro 4. Rispondendo a un'obiezione di Adimantosecondo cui i guardiani non sono feliciSocrate precisa che la città
ideale mira al benessere della collettivitànon di una singola classe; perciò deve evitare l'eccesso sia della povertà sia
della ricchezzache crea divisioni internee avere una giusta estensione territoriale. A tale scopo i guardiani devono
impedire modifiche nell'educazione ginnica e musicale; la legislazione dovrà basarsi su pochi precetti fondamentali
sanciti da Apollo delfico. La presenza nella città ideale della giustizia viene appurata tramite la ricerca delle tre virtù che
si connettono ad essa: sapienzacoraggiotemperanza. La sapienza è la virtù di coloro che hanno compiti di governoil
coraggio la virtù dei guardiani dediti alla guerra e alla difesa; la temperanza invece deve risiedere in tutte e tre le classi dei
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cittadini. La giustizia consiste nell'assolvere il proprio compito all'interno della cittàsenza scambi tra le tre classi che
alterino la compagine statale. Socrate dimostra che la giustizia nello Stato è la stessa che nell'individuoin quanto la
struttura dell'anima è analoga a quella della cittàanzi dipende da essa. Vengono quindi distinte le tre facoltà dell'anima:
facoltà razionaleconcupiscibileimpulsiva. L'uomo è giusto quando la parte razionale dell'animasostenuta da quella
impulsivacomanda su quella concupiscibile; in caso contrario si ha l'ingiustizia.
Libro 5. Adimanto chiede spiegazioni circa la comunanza di donne e figli.
Socrate affronta la "prima onda"ossia l'identità di compiti e di educazione tra uomini e donnee spiega che la
differenza di sesso non implica una differenza di attitudinibenché le donne siano più deboli. Viene quindi affrontata la
"seconda onda": la regolamentazione dei matrimoni e delle nascite. I matrimoni dovranno avvenire tra i cittadini migliori
per mantenere costante la qualità e il numero degli abitanti. I bimbi saranno condotti appena nati in nidi d'infanzia;
bisogna inoltre stabilire un'età per la procreazione ed evitare matrimoni tra consanguinei. Solo questo principioafferma
Socratepuò garantire la concordia interna e la felicità dei cittadini. I giovani dovranno ricevere un'educazione guerriera
ed assistere alle battaglie per imparare il loro futuro compito; la città dovrà riservare dei premi ai giovani più valorosi.
Socrate aggiunge che essa non combatterà contro altri Grecidata la comunanza di stirpee deplora le discordie esistenti
tra le città elleniche.
Si arriva così al problema più arduola "terza onda": una tale città implica che i filosofi governino o i governanti
pratichino la filosofia.
Dopo aver definito il filosofo come colui che ama la verità puraSocrate traccia la differenza tra ignoranzascienza e
opinione: l'ignoranza è mancanza di conoscenzala scienza è conoscenza dell'esserel'opinione è uno stato intermedio.
Libro 6. Il filosofo deve governare perché è il solo a conoscere l'essere e la verità; inoltre è sincerotemperante
disprezza i beni mondaniapprende con facilità e possiede l'armonia interiore. Adimanto però obietta che i filosofi sono
persone strane e inutili allo Stato. Attraverso l'allegoria della nave Socrate spiega che ciò accade negli Stati esistenti
governati da demagoghi. Il filosofo non è malvagioma l'ambiente in cui vive può corromperlopoiché anche le migliori
nature sono corruttibilise male educate; tale azione corruttrice è dovuta al volgo e ai sofistiindegni seguaci della
filosofia.
Il filosofo si corrompe per compiacere il volgoe pochi riescono a mantenersi coerenti isolandosi dalla massa.
Nessuna delle costituzioni vigenti conviene alla filosofia: solo la città ideale consente ai filosofi di svolgere la propria
opera e di convincere il popoloquindi dev'essere governata da loro. L'educazione dei filosofi deve mirare alla disciplina
più altaavente come oggetto il bene. A questo punto si rende necessaria la definizione dell'idea del benedi cui Socrate
coglie l'analogia con il sole: come il solepur dando vitacolore e nutrimento agli oggetti sensibilinon si identifica con
essicosì il bene permette la visione del mondo intellegibile e lo trascende.
L'analisi prosegue con l'immagine della linea divisa in quattro segmentiche rappresentano quattro tipi di oggetti del
conoscere: immaginioggetti sensibiliconcetti scientifici e idee. I primi due concernono il mondo sensibilei secondi due
il mondo intellegibile.
Ad essi corrispondono quattro gradi di conoscenza: immaginazioneassensoriflessione e intelletto.
Libro 7. Il complesso discorso teoretico del libro precedente viene esplicitato attraverso il mito della cavernaallegoria
del filosofo che si solleva dal sensibile alle idee e ritorna nel modo per governarlo; infatti il filosofola cui missione non
si realizza nella pura contemplazione dell'intellegibiledev'essere costretto a governare.
Nella sua educazioneche ha il compito di convertire il suo sguardo verso l'idea del benela musica e la ginnastica
devono essere affiancate da altre discipline: la matematicala geometrial'astronomiala stereometrial'armonia e
soprattutto la dialetticache ha come scopo la conoscenza del beneil cui principio non è basato su ipotesi. Vengono
quindi esposti i criteri di scelta dei futuri filosofi dialetticile loro qualità e la loro educazione gradualea partire
dall'infanzia: dopo un periodo propedeutico di educazione ginnicaessi dovranno studiare le varie discipline e solo a
trent'anni incominceranno a essere avviati alla dialetticaper un tirocinio quinquennale che precederà la loro attività
pratica all'interno della città.
Infinedopo i cinquant'annii filosofi governeranno lo Stato.
Libro 8. Socrate annuncia di voler ritornare all'argomento principale della sua indagineossia la felicità del giusto e
l'infelicità dell'ingiusto; a tal proposito conduce un'analisi delle quattro forme di governo esistenticui corrispondono
quattro tipi di uomo: timocraziaoligarchiademocrazia e tirannide. La timocraziala costituzione più vicina allo Stato
perfettocioè all'aristocrazianasce dalla corruzione di quest'ultimo: ciò accade perché i guardiani non determinano con
esattezza il "numero nuziale"che regola il ciclo delle nascite. Socrate delinea il carattere del regime timocraticodove
regnano l'ambizione e un occulto amore per il denaro; di conseguenza l'uomo timocraticola cui anima è guidata
dall'elemento impulsivoè ambizioso e avido. Quando l'amore per il denaro diventa palese nasce il regime oligarchico
basato sul censo e diviso al suo interno in Stato dei poveri e Stato dei ricchi. Anche nell'uomo oligarchicoparsimonioso e
dedito agli affariprevale l'elemento animoso. Dalla rivolta contro questo regime nasce la democraziacaratterizzata da
una libertà che degenera in anarchiapoiché sia lo Stato sia l'uomo democratico sono dominati dall'elemento
concupiscibile; il popoì o stesso fornisce al tiranno la possibilità di salire al potere. Una volta che ha preso in mano lo
Statoil tiranno opprime il popolo ed elimina i cittadini migliori.
Libro 9. Nel proseguire l'esame del carattere tirannicoSocrate pone l'accento sulla presenza in ogni individuo di
desideri sfrenati e contrari alla leggeche si manifestano soprattutto nei sogni: il tiranno non si ferma di fronte a nulla pur
di soddisfare tutti questi appetiti. Viene poi contrapposta la perfetta felicità dello Stato regiocioè della città idealealla
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perfetta infelicità dello Stato tirannicoe si adducono le prove dell'infelicità del tiranno. La prima è di natura politica:
l'uomo tirannicocome il regime che rappresentaè schiavopieno di paura e di lamentiperciò è sommamente infelice; al
contrario la massima felicità spetta all'uomo regaleessendo il grado di felicità di ciascun regime proporzionato al suo
grado di perfezione. La seconda prova concerne la divisione dei piaceri in tre specierispondenti alle tre parti dell'anima;
il filosofo si dedica solo ai piaceri della parte razionaleche sono superiori agli altri. La terza provadi carattere
metafisicoviene dall'esame della natura dei piaceri. Socrate fornisce una dimostrazione matematica della distanza che
separa il re-filosofo dal tirannocalcolata in 729 anni.
Poi passa all'analisi degli effetti prodotti dalla giustizia e dall'ingiustizia. La tripartizione dell'anima implica una
triplice composizione dell'uomoche consta di un mostro policefaloun leone e un uomo. Quando l'uomocon l'aiuto del
leonetiene a freno il mostro prevale la giustiziaquando il mostro domina sulle altre due parti si ha l'ingiustizia. Socrate
conclude questa trattazione osservando che il sapiente si realizza non nella sua patriama nella città ideale.
Libro 10. La discussione torna sulla poesia e l'imitazionee si opera la distinzione teoretica tra le ideegli oggetti
sensibili e gli oggetti dell'arte. Il poeta e il pittore imitano gli oggetti sensibiliovvero ciò che è come appare: la loro arte
imitazione dell'apparenzaè perciò tre gradi lontana dalla verità. L'imitatore non ha né scienza né retta opinione di ciò che
imita; l'arte genera illusione e si rivolge alle passioni e alle parti inferiori dell'animacome dimostrano gli effetti negativi
che la poesia tragica e comica produce sugli spettatori. Così Omeroe più in generale la poesiavanno banditi dalla città
ideale.
L'accenno alle ricompense assegnate alla virtù dopo la morte offre a Socrate l'aggancio per dimostrare l'immortalità
dell'anima.
Innanzi tutto l'anima non perisce né per il male suo propriocioè l'ingiustiziané per il male altruicioè del corpo. Il
numero delle anime non è soggetto a variazioni. La composizione dell'anima è perfettama la si può contemplare nella
sua purezza solo dopo che si è staccata dal corpo. Si passano infine in rassegna i premi concessi alla virtù e alla giustizia
dagli uomini nella vita terrena e dagli dèi in quella ultraterrena. L'opera si conclude con il mito di Erche in una grandiosa
rappresentazione della struttura dell'universogovernato da una perfetta armoniadescrive il giudizio cui le anime
vengono sottoposte nell'aldilà e la loro reincarnazione.
GIOVANNI CACCIA
Platone La Repubblica

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REPUBBLICA - LIBRO PRIMO
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine di ogni libro)

Ieri scesi al Pireo con Glauconefiglio di Aristone(1) per pregare la dea e nello stesso tempo per vedere come
avrebbero celebrato la festa(2) dato che è la prima volta che la fanno. Mi sembrò davvero bella anche la processione della
gente del postoma non appariva meno decorosa quella condotta dai Traci. Fatte le nostre preghiere e contemplato lo
spettacolostavamo tornando in città quando Polemarcofiglio di Cefalo(3) avendo visto da lontano che ci
incamminavamo verso casamandò di corsa il suo giovane schiavo per invitarci ad aspettarlo. E il ragazzoafferratomi da
dietro per il mantellomi disse: «Polemarco vi prega di aspettarlo».
Io mi voltai e gli chiesi dove fosse.
«Eccolo qui dietro che arriva»rispose. «Aspettatelo».
«Certo che lo aspetteremo!»disse Glaucone.
Poco dopo arrivarono PolemarcoAdimanto fratello di GlauconeNicerato figlio di Nicia (4) e altre personeche
probabilmente tornavano dalla festa.
Allora Polemarco disse: «Mi sembra che voiSocratevi siate mossi per fare ritorno in città».
«Hai proprio ragione!»replicai.
«Ma non vedi»disse«quanti siamo?» «Come no?» «Allora»fece lui«o siete più forti di costoro o rimanete qui».
«Non c'è ancora un'alternativa»obiettai«ovvero se riusciamo a persuadervi che conviene lasciarci andare?»
«Potreste forse persuadere chi non vi presta ascolto?»replicò.
«Proprio no»disse Glaucone.
«E allora state certi che non vi ascolteremo».
Allora intervenne Adimanto: «Ma non sapete che verso sera ci sarà una corsa a cavallo con fiaccole in onore della
dea?» «A cavallo?»feci io. «Questa è nuova! Gareggeranno a cavallo con delle fiaccole che si passeranno l'un l'altro?
Intendi questo?» «Proprio così »rispose Polemarco. «E inoltre faranno una festa notturnache vale la pena di vedere:
dopo cena usciremo e andremo ad assistervi. E assieme a noi ci saranno tanti giovanicon cui potremo parlare. Rimanete
dunquenon fate altrimenti».
Allora Glaucone disse: «Bisogna rimanerea quanto sembra».
«Se la decisione è questa»dissi io«conviene fare così ».
Andammo dunque a casa di Polemarcoe vi trovammo Lisia ed Eutidemofratelli di Polemarcoe inoltre Trasimaco
di CalcedoniaCarmantide di Peania e Clitofonte figlio di Aristonimo.(5) Dentro c'era anche Cefaloil padre di
Polemarcoche mi sembrò assai vecchio; era molto che non lo vedevo. Sedeva su uno sgabello ricoperto da un cuscino e
aveva un corona in capopoiché aveva compiuto un sacrificio nell'atrio. Ci sedemmo quindi accanto a luisu alcune sedie
disposte in cerchio che si trovavano lì .
Non appena mi vide Cefalo mi salutò con affetto e disse: «Socratenon scendi spesso da noi al Pireo; eppure dovresti.
Se io fossi ancora in forze per recarmi con mio agio in cittànon ci sarebbe alcun bisogno che tu venissi quima
verremmo noi da te; ora invece sei tu che devi recarti qui più di frequente. Sappi bene che per mequanto più
appassiscono gli altri piaceri del corpotanto più s'accrescono i desideri e piaceri della conversazione.
Perciò dammi rettasta' in compagnia di questi giovincelli e vieni di frequente qui da noi: siamo tuoi amicie molto
intimi».
Al che replicai: «Caro Cefaloprovo grande piacere a discorrere con le persone anziane. Mi sembra infatti che da loro
come da chi e già avanti in un cammino che forse anche noi dovremo percorreresi debba apprendere quale sia questo
camminose aspro o durooppure facile e agevole. In articolarepoidato che sei ormai giunto a quell'età che a detta dei
poeti sta "sulla soglia della vecchiaia"(6) sarei lieto di sapere da te se ti pare un momento difficile della vitao che notizie
ne dai».
«Sìper Zeus!»disse. «Ti dirò cosa ne pensoSocrate.
Spesso ci riuniamo io e altri che abbiamo all'incirca la stessa etàtenendo fede all'antico proverbio.(7) Orbenein
queste riunioni la maggior parte di noi si lamentarimpiangendo i piaceri della giovinezza e ricordando le gioie
dell'amorele bevutei banchetti e altre cose che si legano a queste; costoro si indignano perché pensano di essere stati
privati di grandi beni e sono convinti che allora vivevano benementre quella di adesso non è neanche vita.
Alcuni poi deplorano le umiliazioni che subiscono dai familiari perché sono vecchie a questo attaccano il solito
ritornello della vecchiaia causa di tutti i loro mali. A me peròSocratesembra che costoro non adducano la vera ragione
poiché se fosse questa anch'io avrei sofferto di questi stessi mali per via della vecchiaiacosì come tutti gli altri che sono
giunti a questa età. Ora invece io ho incontrato altre persone che non si trovano in tale statoe per di più una volta fui
presente quando un tale chiese al poeta Sofocle: "Come ti va nelle faccende d'amore Sofocle? Sei ancora in grado di
andare con una donna?". E lui rispose: "Taci tu! Me ne sono liberato con la massima gioiacome se fossi fuggito a un
padrone rabbioso e selvaggio". Già allora mi era parso che avesse detto benee ora non ne sono meno convinto. Nella
vecchiaia infattialmeno in queste cosec'è una pace e una libertà assoluta: quando le passioni cessano di tirare e
allentano la brigliasi verifica in tutto e per tutto ciò che diceva Sofocle e si può essere liberi da un gran numero di
padroni folli. Ma di questi affanni e dei rapporti coi familiari la causaSocratenon è la vecchiaiabensì l'indole degli
uomini.
Se fossero equilibrati e affabilianche la vecchiaia sarebbe un peso moderato; altrimentiSocratea una persona del
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genere riesce molesta tanto la vecchiaia quanto la gioventù».
Io avevo ammirato le sue parolee volendo che continuasse lo incitavo dicendogli: «Cefalocredo che i più non siano
d'accordo con le tue affermazionima pensino che sopporti facilmente la vecchiaia non per il tuo caratterema perché
possiedi molte sostanze: i ricchia quanto diconohanno molte consolazioni».
«è la verità»disse. «Essi non sono d'accordo e hanno una qualche ragionema non nella misura in cui credono: calza
bene invece il detto di Temistocleil qualea uno di Serifo che lo ingiuriava dicendo che la sua fama era dovuta non ai
suoi meritima alla sua cittàrispose che né egli stesso sarebbe divenuto famoso se fosse stato di Serifo né quell'altro se
fosse stato ateniese.(8) Lo stesso discorso va bene anche per chi non è ricco e sopporta di malanimo la vecchiaia: un
uomo equilibrato non potrebbe certo sopportare facilmente una vecchiaia unita a povertàma neppure un uomo non
equilibratoper quanto riccosarebbe mai in pace con se stesso».
Allora io gli chiesi: «La maggior parte dei tuoi averiCefalol'hai ricevuta in eredità o te la sei procurata tu?» «Vuoi
sapere»disse«quali beni ho accumulatoSocrate? Sono a metà tra le ricchezze di mio nonno e di mio padre. Il nonno
mio omonimoricevette in eredità all'incirca il patrimonio che ora possiedo io e lo raddoppiò molte volteLisaniamio
padrelo rese ancora più esiguo di quello che è ora; io mi accontento di lasciarlo a questi miei figli non minorema un
poco maggiore di quello che ho ricevuto».
«Ti ho fatto questa domanda»precisai«perché mi è sembrato che tu non amassi molto il denaroe questo lo fanno
per lo più coloro che non l'hanno guadagnato da sé; quelli che invece l'hanno guadagnato lo apprezzano il doppio degli
altri. Infatticome i poeti amano le loro opere e i padri i loro figlicosì anche quelli che si sono arricchiti s'occupano con
premura dei propri averi perché è opera lorooltre checome gli altriper l'utilità che ne ricavano. Perciò la loro
compagnia è molestadal momento che non sono disposti ad elogiare altro che la ricchezza».
«Hai ragione»disse.
«Proprio così !»ribadii. «Ma dimmi ancora una cosa: qual è il più grande bene che pensi di aver ricavato dal
possedere molte sostanze?» «Forse non sarei molto convincentese lo dicessi»rispose. «Perché devi sapereSocrateche
quando si avvicina il momento in cui uno pensa dì moriregli sottentra una paura e un'ansietà per cose di cui prima non si
preoccupava. Le storie che si raccontano sull'Ade e sulla pena che chi ha commesso ingiustizia su questa terra deve
scontare laggiùfino ad allora derisea questo punto gli sconvolgono l'anima perché teme che siano vere; di conseguenza
o per la debolezza della vecchiaia o perché ormai si sente più vicino all'aldilàpone maggiore attenzione a queste cose.
Perciò diventa pieno di sospetto e di paura e si scruta dentroconsiderando se ha fatto dei torti a qualcuno. Chi trova nella
propria vita molte colpe si sveglia di frequente anche dai sogni come i fanciulli e vive nella pauratra brutti presentimenti;
a chi invece è conscio di non aver commesso alcuna ingiustizia sta sempre accanto una lieta speranza e una buona
"nutrice di vecchiaia"per citare Pindaro. Con molta graziaSocrateegli ha detto che quando uno ha condotto una vita
giusta e santa "scalda il suo cuore e l'accompagna dolce speranzanutrice di vecchiaiache la volubile mente dei mortali
sovranamente regge".(9) Che bei versidavvero ammirevoli! Sotto questo aspetto ritengo che il possesso di ricchezze
abbia molto valorenon per chiunquema solo per l'uomo equilibrato e moderato. Infatti il possesso di ricchezze
contribuisce molto a non ingannare il prossimo e a non mentire neanche controvogliaa non dovere dei sacrifici a un dio o
del denaro a un uomoe infine a non andarsene di qui pieni di paura.
Offre poi molti altri vantaggima a prenderli in esame uno per unoSocratenon metterei come ultimo il fatto che a
questo scopo la ricchezza è della massima utilità per un uomo assennato».
«Parole egregieCefalo»dissi. «Ma affermeremo che la giustizia in sé consiste semplicemente nella verità e nel
restituire ciò che si è preso in prestito da unoo queste stesse azioni sono a volte giustea volte ingiuste? Un esempio: se
uno ricevesse delle armi da un amico che è in senno e poi questiimpazzitole chiedesse indietrochiunque direbbe che
non bisogna restituirgliele e che non agirebbe giustamente chi gliele restituissecosì come se volesse dire tutta la verità a
uno che si trova in tale stato».(10) «Hai ragione»disse.
«Allora la definizione di giustizia non è questadire il vero e restituire ciò che si è preso in prestito».
«E invece sìSocrate!»intervenne Polemarco. «Almeno se si deve dare credito a Simonide».(11) «Comunque»disse
Cefalo«io lascio a voi la discussione: ora devo occuparmi del sacrificio».
«D'altronde»feci io«Polemarco non è il tuo erede?» «Precisamente!»rispose lui ridendointanto che si avviava a
compiere il sacrificio.
«Dimmi un po'»continuai«tu che sei l'erede della discussione: qual è la massima di Simonide sulla giustizia che
secondo te è ben detta?» Egli rispose: «Che è giusto restituire a ciascuno il dovuto; in questo a mio parere dice bene».
«Indubbiamente»ribattei«è difficile non prestar fede a un uomo sapiente e divino come Simonide. Ma forse tu
Polemarcoconosci il significato di questa affermazioneio invece lo ignoro: è chiaro infatti che non significa ciò che
dicevamo poco faossia restituire a uno che non è sano di mente qualcosa che ha lasciato in depositose la richiede. O
no?» «Sì ».
«Ma non bisogna restituire proprio nulla quando chi lo richiede non è in senno?» «Esattamente».
«Allora Simonidea quanto pareintende un'altra cosa quando dice che è giusto restituire il dovuto».
«Sicuroper Zeusun'altra cosa!»esclamò. «Egli ritiene che gli amici debbano fare agli amici del benemai del
male».
«Capisco»dissi. «Chi restituisce del denaro a uno che l'ha lasciato in deposito non restituisce il dovutose il restituire
e il riprendere si traducono in un danno e chi riprende e chi restituisce sono amici. Non suona così l'affermazione di
Simonidestando a quanto dici?» «Proprio così ».
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«E allora? Bisogna restituire ai nemici ciò che è loro dovuto?» «Senz'altro»rispose«ciò che è loro dovuto: il nemico
credodeve al nemico ciò che appunto gli spettacioè del male».
«Quindi Simonide»feci io«ha usatoa quanto pareenigmi in forma poetica per definire il giusto. Sembra infatti che
abbia inteso il giusto come il restituire a ciascuno ciò che gli spettae a questo abbia dato il nome di dovuto».
«Ma tu che cosa pensi?»domandò.
«Per Zeus!»dissi. «Se uno gli avesse chiesto: "Simonidel'arte chiamata medicina che cosa dà di dovuto e
convenientee a chi lo dà?"che cosa ci avrebbe rispostosecondo te?» «è chiaro»rispose: «somministra medicinecibi e
bevande».
«E la cosiddetta arte culinaria a chi e che cosa dà di dovuto e conveniente?» «I condimenti alle pietanze».
«Bene. E l'arte definibile giustizia che cosa offree a chi?» «Se bisogna essere coerenti con quanto detto prima»
rispose«la giustiziaSocrateè l'arte di beneficare gli amici e arrecare danno ai nemici».
«Quindi Simonide definisce la giustizia come il fare del bene agli amici e del male ai nemici?» «Così mi sembra».
«Chi più di tutti è in grado di fare del bene agli amici ammalati e del male ai nemici per quanto riguarda la malattia e
la salute?» «Il medico».
«E chi è più in grado di aiutare o danneggiare i naviganti nei pericoli del mare?» «Il timoniere».
«E l'uomo giusto? In quale campo d'azione e in quale opera è più di tutti in grado di giovare agli amici e danneggiare i
nemici?» «Nel combattere da avversario e da alleatomi pare».
«Bene. Ma a chi non è ammalatocaro Polemarcoil medico non serve».
«Vero».
«E così il timoniere a chi non naviga».
«Sì ».
«Quindi anche l'uomo giusto è inutile a chi non è in guerra?» «Questo non mi sembra proprio».
«Allora la giustizia è utile anche in pace?» «Sìlo è».
«E così l'agricoltura. O no?» «Sì ».
«Perché procura il frutto della terra?» «Sì ».
«E lo stesso vale per l'arte del calzolaio?» «Sì ».
«Perchésuppongo tu dicafornisce le calzature?» «Certo!».
«E allora per quale impiego e quale acquisto dirai che la giustizia è utile in pace?» «Per i contrattiSocrate».
«Per contratti tu intendi le associazioni o qualcos'altro?» «Le associazionicerto».
«Ma nel disporre le pedine sulla scacchiera (12) il compagno buono e utile è il giusto o il giocatore esperto?» «Il
giocatore esperto».
«E nella posa di mattoni e pietre l'uomo giusto è un compagno più utile e più valente del muratore?» «Nient'affatto».
«Per quale associazione allora il giusto è un compagno migliore del muratore e del suonatore di cetracome il
suonatore di cetra è più bravo dell'uomo giusto nel toccare le corde?» «Nelle questioni di denaromi sembra».
«Tranne forsePolemarconell'impiego del denaroquando si tratta di acquistare o di vendere in comune un cavallo;
alloracredovale di più l'esperto di cavalli. O no?» «Pare di sì ».
«E quando si tratta di un'imbarcazioneil costruttore di navi vale di più del timoniere?» « Così sembra».
«Pertantoquando si tratta di impiegare in comune dell'argento o dell'oroil giusto è più utile di chiunque altro?»
«Quando lo si deve depositare e custodireSocrate».
«Ti riferisci dunque al caso in cui non lo si deve impiegarema lasciare in giacenza?» «Per l'appunto».
«Allora la giustizia è utile per il denaro quando esso non viene impiegato?» «Forse è così ».
«E quando bisogna custodire una falcela giustizia è utile sia alla comunità sia all'individuo; quando invece bisogna
usarlaserve l'arte del vignaiuolo?» «Pare di sì ».
«Allo stesso modo dirai che quando bisogna custodire uno scudo e una lira senza farne uso è utile la giustiziaquando
invece bisogna adoperarli serve l'arte del soldato e del musicista?» «Per forza».
«E anche in tutti gli altri campi la giustizia è inutile nell'impiego di ciascuna cosautile quando non la si adopera?»
«Forse è così ».
«Quindicaro amicola giustizia non sarà una cosa molto seriase viene a essere utile per ciò che non si usa. Ma
consideriamo questo caso: chi è molto abile a colpire in battaglia o nel pugilato o in un'altra forma di lottanon lo è anche
nel difendersi?» «Sicuro».
«Quindi chi sa difendersi da una malattia è anche molto abile nell'infonderla di nascosto in altri?» «Mi sembra di si».
«Ma allora il buon difensore di un accampamento è chi sa anche carpire ai nemici i piani e le altre operazioni di
guerra?» «Certamente».
«Di conseguenzachi è buon custode di qualcosane è anche un buon ladro».
«Così pare».
«Quindise il giusto è bravo a custodirelo è anche a rubare».
«Questo almeno è il senso del discorso»disse.
«L'uomo giusto si è dunque rivelatoa quanto pareun ladroe probabilmente tu l'hai appreso da Omero: egli infatti
apprezza molto Autolicoil nonno materno di Odisseoe dice che "tra tutti eccelleva in ruberie e spergiuri".(13) Pertanto
sembra che secondo tesecondo Omero e secondo Simonide la giustizia sia un'arte del rubaresia pure a vantaggio degli
amici e a danno dei nemici. Non è questo che volevi dire?» «Noper Zeus!»rispose. «Ma io non so più che cosa ho detto.
Platone La Repubblica

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Tuttavia rimango del parere che la giustizia consiste nel giovare agli amici e danneggiare i nemici».
«Ma per amici tu intendi coloro che a ciascuno sembrano onestio coloro che lo sono anche se non lo sembrano? Lo
stesso vale anche per i nemici».
«è naturale»rispose«amare coloro che si reputano onesti e odiare coloro che si reputano malvagi».
«Ma non è forse vero che gli uomini si sbagliano in propositotanto che molti sembrano loro onesti senza esserloe
viceversa?» «Sìsi sbagliano».
«Quindi a costoro i buoni sembrano nemicie i malvagi amici?» «Appunto».
«Tuttavia in questo caso è giusto giovare ai malvagi e danneggiare i buoni?» «Così pare».
«Eppure i buoni sono giusti e incapaci di compiere ingiustizia?» «è vero».
«Quindisecondo il tuo ragionamentoè giusto fare del male a chi non commette alcuna ingiustizia».
«Ma nient'affattoSocrate!»disse. «Questo ragionamento sembra immorale».
«Allora»ribattei«è giusto danneggiare gli ingiustie giovare ai giusti?» «Questo discorso sembra migliore del
precedente».
«DunquePolemarcoaccadrà che moltii quali hanno sbagliato nel giudicare gli altritroveranno giusto danneggiare
gli amicidato che li ritengono malvagie giovare ai nemicidato che li ritengono buoni; e così diremo l'esatto contrario
di ciò che abbiamo attribuito a Simonide».
«Accade proprio questo»disse. «Ma prendiamo un'altra stradaperché è probabile che non abbiamo definito
correttamente l'amico e il nemico».
«Qual era la nostra definizionePolemarco?» «L'amico è colui che sembra onesto».
«E ora»domandai«come la cambieremo?» «L'amico»rispose«è colui che non solo sembra onestoma lo è
davvero; colui che sembra tale senza esserlo dà l'impressione di essere amicoma non lo è. La stessa definizione valga
anche per il nemico».
«Secondo questo ragionamentoa quanto pareamico sarà l'uomo buononemico l'uomo malvagio».
«Sì ».
«Dunque ci inviti a integrare il concetto di giustizia che abbiamo stabilito primaquando dicevamo che è giusto fare
del bene all'amico e del male al nemico; ora vuoi completarlo in questo mododicendo che è giusto fare del bene
all'amico che è effettivamente buono e danneggiare il nemico che è effettivamente malvagio?» «Precisamente»disse.
«Questa mi sembra una buona definizione».
«Ma è forse proprio dell'uomo giusto danneggiare un qualsiasi altro uomo?»domandai.
«Senza dubbio!»rispose. «Si deve arrecare danno ai malvagi e ai nemici».
«Ma i cavallise sono maltrattatidiventano migliori o peggiori?» «Peggiori».
«In relazione al pregio dei cani o dei cavalli?» «A quello dei cavalli».
«Quindi anche i canise sono maltrattatidiventano peggiori in relazione al pregio dei caninon a quello dei cavalli?»
«Per forza».
«E degli uominiamico mionon diremo che se sono maltrattati diventano peggiori in relazione alla virtù umana?»
«Senz'altro».
«Ma la giustizia non è una virtù umana?» «Anche questo è innegabile».
«Alloracaro amicoè giocoforza che gli uomini maltrattati diventino più ingiusti».
«Pare di sì ».
«è forse possibile che i musicisti rendano gli uomini insensibili alla musica proprio con la musica?» «Impossibile».
«E che gli esperti di equitazione rendano incapaci di cavalcare con l'ippica?» «Non può essere».
«E che i giusti rendano ingiusti gli uomini con la giustizia? O in generale che i buoni rendano malvagi gli uomini con
la virtù?» «Ma è impossibile!».
«Non credo infatti che il raffreddare sia opera del calorema del contrario».
«Sì ».
«Né che l'inumidire sia opera della secchezzama del contrario».
«Certo».
«E neppure che l'arrecare danno sia opera dell'uomo buonoma di quello d'indole opposta».
«Così pare».
«Ma l'uomo giusto è buono?» «Senza dubbio».
«Non è quindi opera del giusto arrecare dannoPolemarconé all'amico né ad altrima dell'uomo d'indole opposta
cioè dell'ingiusto».
«Mi sembra che tu dica in tutto e per tutto la veritàSocrate»concordò.
«Se dunque uno afferma che la giustizia consiste nel restituire a ciascuno il dovutoe questo per lui significa che
l'uomo giusto deve il danno ai nemici e il vantaggio agli amicichi ha detto questo non era un saggiopoiché non ha
parlato secondo verità.
In nessuna circostanza ci è apparso giusto danneggiare qualcuno».
«Sono d'accordo»disse.
«Pertanto»continuai«combattiamo unitiio e tecontro chi sostiene che questa affermazione è stata fatta da
Simonide o Biante o Pittaco o qualcun altro degli uomini sapienti e beati».(14) «Io sono pronto a condividere con te la
lotta»disse.
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«Ma sai»feci io«chi èa mio parerel'autore del detto secondo cui è giusto giovare agli amici e danneggiare i
nemici?» «Chi è?»chiese.
«Credo sia Periandro o Perdicca o Serse o Ismenia il tebano (15) o qualche altro uomo ricco e convinto di essere
molto potente».
«Quello che dici è verissimo»approvò.
«Bene»dissi. «Dal momento che la giustizia e il giusto non risulta siano questoin quale altro modo si potrebbero
definire?» Trasimacomentre noi parlavamoaveva tentato più volte di intervenire nel discorsoma poi ne era stato
impedito dai suoi vicini di postoi quali volevano ascoltare il dibattito sino alla fine; quando peròdopo le mie ultime
parolefacemmo una pausanon si contenne piùma si raggomitolò su se stesso come una belva e si lanciò contro di noi
come per sbranarci.
Io e Polemarco restammo attoniti dalla paura; e luiurlando in mezzo a tuttidisse: «Cosa andate cianciando da un po'
di tempoSocrate? Cosa sono queste concessioni e questi complimenti ridicoli che vi fate a vicenda? Se vuoi veramente
sapere che cos'è il giustonon limitarti a interrogare e non farti bello confutando quando ti si rispondeperché sai bene
che è facile interrogare e risponderema rispondi tu stesso e dicci che cosa intendi per giusto. Evita di dire che è il dovere
o l'utileo il vantaggiosoo il giovevolema esprimi con chiarezza e precisione il tuo pensieropoiché io non permetterò
che tu mi venga a contare simili sciocchezze».
All'udire queste parole io rimasi sbigottito e alzando lo sguardo su di lui provavo paura; e credo che avrei perduto la
voce se non avessi visto lui prima che egli vedesse me.(16) Ma nel momento in cui cominciava a dare in smanie per il
nostro discorso io lo guardai per primocosì da essere in grado di risponderglie gli dissi tremando: «Trasimaconon
prendertela con noi! Se io e costui sbagliamo nella nostra indaginesappi che lo facciamo senza volerlo.
Sicuramente tu pensi chese andassimo in cerca di oronon ci scambieremmo volentieri dei complimenti durante la
ricercacol rischio di comprometterne il risultato; a maggior ragionedato che cerchiamo la giustiziauna cosa più
preziosa di grandi quantità d'oronon devi crederci tanto dissennati da farci delle concessioni l'uno con l'altro e da non
impegnarci a fondo per portarla alla luce. Sta' sicuro di questoamico. Ma forse non ne siamo capaci; perciò sarebbe
molto più logico che voiche ne siete capaciprovaste compassione per noipiuttosto che indignarvi».
A queste parole lui sghignazzò sardonicamente e disse: «Per Eraclequesta è la famosa e abituale ironia di Socrate! Lo
sapevoioe l'avevo detto a costoro che ti saresti rifiutato di rispondere e avresti fatto dell'ironia su tutto piuttosto che
risponderese uno ti avesse interrogato!».
«Sei proprio un sapienteTrasimaco!»replicai. «Se tu chiedessi a uno quali fattori danno come prodotto dodici
premettendo alla tua domanda queste parole: "Evitabuon uomodi dirmi che dodici è due volte sei o tre volte quattro o
sei volte due o quattro volte treperché non accetterò simili ciance da parte tua!"sapevi benecredoche nessuno
risponderebbe a una domanda formulata in questi termini. Ma se uno ti chiedesse: "Cosa stai dicendoTrasimaco? Non
devo dare nessuna delle risposte che hai enunciato primaneppure se una di questemirabile uomoè verama devo dire
qualcosa di diverso dal vero? O com'è che poni la questione?"che cosa risponderesti a queste domande?» «Eh già!»
disse. «Come se questo problema fosse simile all'altro! ».
«Nulla lo vieta»ribattei. «Tuttaviase anche non sono similima tali appaiono all'interrogatocredi che sarà meno
propenso a rispondere come gli pareche noi glielo vietiamo o no?» «Allora farai così anche tu»chiese: «darai una delle
risposte che ho vietato?» «Non me ne meraviglierei»risposi«se dopo un'attenta indagine mi sembrasse opportuno».
«E se io ti indicassi un'altra risposta sulla giustizia oltre a tutte questee per giunta migliore? Quale pena ritieni che
meriteresti?» (17) «Cos'altro»risposi«se non quello che conviene subisca chi non sacioè imparare da chi sa? Io ritengo
giusto subire questa pena».
«Sei dolce»disse«ma oltre ad imparare devi anche pagare del denaro».
«D'accordo»replicai«quando ne avrò».
«Denaro ce n'è»disse Glaucone. «Parla dunque per denaroTrasimaco: noi tutti daremo un contributo a favore di
Socrate».(18) «Benissimo!»esclamò. «Così Socrate farà come suo solito: non risponderà personalmentema si attaccherà
alle riposte altrui per confutarle».
«Carissimo»obiettai«come potrebbe rispondere uno che non sa e dice di non saperetanto più sequand'anche
avesse qualche opinionegli è stato impedito da un uomo non da poco di esprimere il proprio parere sull'argomento? è più
logico invece che parli tudato che affermi di sapere e di poter parlare. Perciò non fare altrimentima usami la cortesia dì
rispondere e non negare la tua dottrina a Glaucone e agli altri».
Dopo che ebbi detto questo Glaucone e gli altri lo pregarono di non tirarsi indietro. Era chiaro che Trasimaco moriva
dalla voglia di parlare per fare bella figuraperché riteneva di avere un'ottima risposta; però faceva finta di insistere
perché fossi io a rispondere.
Alla fine accondiscesee poi disse: «Ecco la sapienza di Socrate: rifiutarsi di insegnare e andare in giro a imparare
dagli altrisenza avere un minimo di riconoscenza per questo!».
«Sei nel vero quando dici che io imparo dagli altriTrasimaco»replicai«ma hai torto quando affermi che non pago il
debito di riconoscenza: io ripago come posso. Posso solo lodarepoiché non ho denaro. E come lo faccio di tutto cuorese
mi sembra che uno parli benelo saprai molto prestonon appena mi risponderai; perché credo che tu parlerai bene».
«Ascolta»disse. «Io affermo che il giusto non è altro che l'interesse del più forte. Perché non mi lodi? Certo non
vorrai!».
«Lascia prima che intenda il senso delle tue parole»risposi«perché non lo capisco ancora. Tu affermi che il giusto è
Platone La Repubblica

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l'interesse del più forte. Ma perché mai dici questoTrasimaco? Di sicuro non vuoi dire una cosa del genere: che se
Polidamanteil lottatore di pancrazio(19) è più forte di noi e al suo corpo giova la carne di buequesto cibo è
vantaggioso e giusto anche per noiche siamo inferiori a lui».
«Sei disgustosoSocrate!»esclamò. «Interpreti il discorso in modo da stravolgerlo completamente!».
«Nient'affattoesimio!»replicai. «Esprimi tu più chiaramente cosa intendi dire!» «Allora non sai»disse«che alcune
città sono governate da tirannialtre hanno un regime democraticoaltre ancora un regime aristocratico?» «Come no?» «E
in ogni città non comanda la forza che è al governo?» «Naturalmente».
«E ogni governo stabilisce le leggi in base al proprio utile: la democrazia istituisce leggi democratichela tirannide
leggi tirannichee così gli altri governi; e una volta che le hanno stabilite proclamano ai sudditi che il proprio utile è
giusto e puniscono chi lo trasgredisce come persona che viola le leggi e commette ingiustizia.
Questocarissimoè ciò che io chiamo il giustolo stesso per tutte le città: l'interesse del potere costituito. Esso ha
dalla sua la forzatanto chese si fa un ragionamento correttoil giusto si identifica ovunque con l'interesse del più forte».
«Ora ho capito il senso della tua affermazione»dissi«e cercherò di capire se è vera o no. Dunque anche tu
Trasimacohai risposto che il giusto è l'interesse; eppure mi avevi proibito di rispondere così .
C'è però un'aggiunta: "del più forte"».
«Un'aggiunta da pocoforse!»disse.
«Non è ancora chiaro neanche se sia importante; è però chiaro che bisogna esaminare se dici il vero. Anch'io infatti
riconosco che il giusto è qualcosa di utilema tucon la tua aggiuntadici che lo è per il più forte; e io non ne sono sicuro.
Perciò bisogna esaminare questo punto».
«Esamina pure!»esclamò.
«Lo farò»dissi. «Rispondimidunque: non affermi anche che è giusto obbedire ai governanti?» «Certamente!».
«Ma in ogni città i governanti sono infallibili e possono anche sbagliare?» «Sicuramente possono anche sbagliare»
rispose.
«Perciòquando si mettono a istituire le leggialcuni le istituiscono correttamentealtri no?» «Credo di sì ».
«E legiferare bene significa stabilire ciò che per loro è utilelegiferare male stabilire ciò che per loro è svantaggioso?
O com'è che poni la questione?» «Così ».
«Ma i sudditi devono fare ciò che essi stabilisconoe questo è il giusto?» «Come no?» «Dunquesecondo il tuo
ragionamentoè giusto fare non solo l'interesse del più fortema anche il suo contrarioossia ciò che gli è svantaggioso».
«Che cosa vuoi dire?»domandò.
«Quello che dici tumi sembra; comunque esaminiamo meglio la questione. Non si è convenuto che i governanti
quando impongono ai sudditi di fare determinate cosea volte non colgono nel segno riguardo a ciò che è meglio per loro
ma d'altra parte è giusto che i sudditi facciano ciò che ordinano i governanti? Non si è convenuto questo?» «Credo di sì »
rispose.
«Considera allora»proseguii«che per tua ammissione è giusto fare anche ciò che è svantaggioso ai governanti e ai
più fortiquando essi danno senza volerlo ordini contrari al proprio utile; ma d'altro canto tu sostieni che è giusto eseguire
ciò che essi ordinano. Allorasapientissimo Trasimaconon ne consegue inevitabilmente che sia giusto fare il contrario di
ciò che tu dici? Infatti al più debole si impone senz'altro di fare ciò che è svantaggioso al più forte».
«Sìper Zeus»disse Polemarco«questo è chiarissimoSocrate!».
«Se lo confermi con la tua testimonianza»intervenne Clitofonte.
«Che bisogno c'è di testimoni?»disse. «Lo stesso Trasimaco ammette che a volte i governanti danno ordini contrari al
proprio utilee comunque è giusto che i sudditi li eseguano».
«Perché Trasimaco ha definito il giusto come l'eseguire gli ordini impartiti dai governantiPolemarco».
«E ha definito il giusto anche come l'interesse del più forteClitofonte. E una volta che ha posto questi due princì pi ha
convenuto che talvolta i più forti impartiscono ai più deboli e ai sudditi ordini contrari ai propri interessi. Se si concede
questone consegue che l'interesse del più forte non potrà essere giusto più di ciò che gli è svantaggioso».
«Lui però»disse Clitofonte«ha affermato che l'interesse del più forte è ciò che il più forte ritiene utile per sé: questo
deve fare il più debolee questa è la definizione che è stata data di giusto».
«Ma non si è espresso in questi termini!»ribatté Polemarco.
«Non fa differenzaPolemarco»intervenni io. «Se ora Trasimaco la pensa cosìaccettiamo questa sua definizione.
Ma tu dimmiTrasimaco: era questo ciò che intendevi per giustoovvero ciò che sembra utile al più forteche lo sia
davvero o no? Dobbiamo dire che questa è la tua posizione?» «Nient'affatto!»rispose. «Credi forse che io chiami più
forte chi sbaglia proprio quando sbaglia?» «Per la verità»dissi«credevo che tu dicessi questoquando hai ammesso che
i governanti non sono infallibilima possono sbagliare in qualcosa».
«Nei discorsiSocratesei proprio un sicofante!»(20) replicò.
«Ad esempiotu chiami medico chi sbaglia a proposito degli ammalati per il fatto stesso che sbaglia? O computista
chi sbaglia a fare i calcoli proprio nel momento in cui sbagliain virtù di questo errore? Mi sembrano piuttosto modi di
dire le frasi del tipo il medico ha sbagliatoil computista ha sbagliatolo scrivano ha sbagliatoma secondo me ciascuno
di loroper quanto risponde alla definizione che diamo di luinon sbaglia mai; perciòa rigore di terminidato che anche
tu fai il meticolosonessun artigiano sbaglia. Chi sbaglia lo fa quando viene meno la sua scienzae in ciò non è un
artigiano; di conseguenza nessun artigiano o sapiente o governante sbaglia quando è talesebbene chiunque possa dire che
il medico o il governante ha sbagliato. In tal sensoquindiinterpreta ora la mia risposta. L'espressione più esatta è però la
Platone La Repubblica

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seguente: chi governaper quanto è governantenon sbaglia e stabilisce senza sbagliare ciò che è meglio per sée al
suddito tocca eseguirlo. Perciòcome dicevo dall'inizioconsidero giusto agire nell'interesse del più forte».
«Va beneTrasimaco»dissi. «Ti pare che io faccia il sicofante?» «Ma certo!»rispose.
«Credi dunque che io ti abbia posto la domanda così per usare di proposito dei giri di parole?» «Ne sono sicuro!»
rispose. «E non ti servirà a nullapoiché non potrai sfuggirmi nei tuoi raggirie neppure sopraffarmi nella discussione
senza che io me ne accorga».
«Ma non ci proverei neanchebeato!»dissi io. «Tuttaviaper evitare che una cosa del genere si ripetadefinisci se stai
parlando del governante e del più forte in maniera generica o nel senso stretto del terminecome hai fatto oraprecisando
quale dei due è il più forte nel cui interesse sarà giusto che il più debole agisca».
«Sto parlando del governante nel senso più stretto del termine»rispose. «Contrasta pure questa mia affermazione con
giri di parole e calunniese ne sei capaceio non mi tiro indietro; ma non ci riuscirai».
«Credi che io»replicai«sia così pazzo da tentare di tosare un leone e calunniare Trasimaco?» «Ma se hai cercato di
farlo proprio ora»disse«senza riuscire neanche in questo!».
«Basta con simili discorsi!»troncai. «Piuttosto dimmi: il medico nel senso stretto del terminedi cui parlavi poco faè
un affarista o uno che cura gli ammalati? Parla solo di chi è davvero medico».
«Uno che cura gli ammalati»rispose.
«E il timoniere? Chi è veramente timoniere è un capo di marinai o un marinaio?» «Un capo di marinai».
«Non bisogna tener contocredodel fatto che egli si trova a bordo della navee chiamarlo per questo marinaio; infatti
non si chiama timoniere perché navigama per la sua arte e la sua autorità sui marinai».
«è vero»disse.
«Ciascuno di loro non ha un proprio interesse?» «Certamente».
«E anche la loro arte»aggiunsi«non ha per sua natura lo scopo di cercare e procurare a ciascuno il proprio utile?»
«Sìha questo scopo»rispose.
«E ogni arte ha forse un interesse diverso da quello di essere il più possibile perfetta?» «Che cosa significa questa
domanda?» «Ad esempio»dissi«se mi chiedessi se al corpo basta essere corpo o ha bisogno di qualcos'altro
risponderei: "Ne ha bisogno senz'altro! L'arte medica è stata inventata proprio per questoperché il corpo è debole e non
gli basta essere così com'è. Pertanto quest'arte è stata istituita per procurargli ciò che gli serve". Mi sembra che avrei
ragione a parlare così ; o no?» «Sìavresti ragione»rispose.
«Allora la medicina in sé vale pocooppure anche altre arti hanno bisogno talvolta di una qualitàcome gli occhi
hanno bisogno della vista e le orecchie dell'uditoe perciò necessitanooltre che di questi organidi un'arte che ricerchi e
procuri ciò che serve al loro funzionamento? C'è dunque un difetto nell'arte stessae ciascuna arte ha bisogno di un'altra
arte che ricerchi ciò che le servee questa ne richiede a sua volta un'altra dello stesso generee così all'infinito? O l'arte
ricercherà da sé ciò che le serve? Oppure non ha bisogno né di se stessa né di un'altra per ricercare ciò che è utile a sanare
il proprio difettopoiché non ci sono difetti o errori in nessuna arte; e a un'arte spetta di ricercare l'utile solo per ciò che la
concerne come artema ciascuna arte in sése è autenticanon conosce danno o contaminazione finché resta qual è nella
sua perfetta integrità? Esamina il problema col rigore di cui parlavi: le cose stanno così o diversamente?» «Pare che stiano
così »rispose.
«Pertanto»continuai«la medicina ricerca ciò che è utile non alla medicinama al corpo».
«Sì »disse.
«E l'ippica ricerca ciò che è utile non all'ippicama ai cavalli; e nessun'altra arte ricerca l'utile propriogiacché non ne
ha bisognobensì l'utile di ciò che la concerne come arte».
«Pare di sì »ammise.
«EppureTrasimacole arti comandano e signoreggiano su ciò di cui sono arti».
Convenne anche su questo puntocon molta riluttanza.
«Dunque nessuna scienza ricerca e impone l'interesse del più fortebensì quello di chi è più debole e soggetto ad
essa».
Alla fine ammise anche questobenché cercasse di far resistenza.
Quando fu d'accordo io ripresi: «Non è forse vero che nessun medicoper quanto è medicoricerca e impone ciò che è
utile al medicobensì ciò che è utile all'ammalato? Abbiamo convenuto che il medico in senso stretto governa i corpima
non è un affarista.
O non l'abbiamo convenuto?» Lo ammise.
«Quindi anche il timoniere in senso stretto è capo dei marinainon un marinaio?» «Siamo d'accordo».
«Perciò un simile timoniere e capo non ricercherà e non imporrà l'interesse del timonierema quello del marinaio e di
chi gli è soggetto».
Lo ammise con riluttanza.
«Di conseguenzaTrasimaco»dissi«nessun altro uomo in nessun posto di comandoin quanto caporicerca e
impone il proprio interessebensì l'interesse di colui che gli è sottoposto e per il quale esercita la propria funzionee tutte
le sue parole e le sue azioni mirano all'utilità e alla convenienza di quello».
Quando arrivammo a questo punto della discussione e appariva evidente a tutti che la definizione di giustizia si era
convertita nel suo contrarioTrasimacoanziché risponderedomandò: «DimmiSocrate: tu hai una balia?» «Cosa?»dissi
io. «Non sarebbe meglio rispondere piuttosto che fare simili domande?» «Il fatto è»disse«che ti lascia con il moccio al
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naso (21) e non te lo soffia quando ne hai bisogno; e per merito suo tu non sai neanche riconoscere le pecore dal pastore».
«E perché mai?»chiesi.
«Perché pensi che i pastori o i bovari ricerchino il bene delle pecore o dei buoie li ingrassino e li curino con uno
scopo diverso dal bene proprio e dei loro padroni; allo stesso modo credi che i governanti delle cittàquelli che detengono
realmente il potereabbiano verso i sudditi un atteggiamento diverso da quello che si può avere con le pecoree ricerchino
giorno e notte qualcos'altro che il modo di trarne un vantaggio personale. E hai fatto tanti progressi nei concetti di giusto e
dì giustiziadi ingiusto e di ingiustiziada ignorare che la giustizia e il giusto sono in realtà un bene altruicioè l'interesse
di chi è più forte e comandae un male proprio di chi obbedisce e servementre l'ingiustizia comanda su chi è veramente
ingenuo e giustoe i sudditi fanno l'interesse del più forte e lo rendono felice mettendosi al suo servizioma non
procurano il benché minimo vantaggio a se stessi. Devi consideraresciocco di un Socrateche in ogni circostanza un
uomo giusto ottiene meno di uno ingiusto. Innanzi tuttonei contratti privatiquando due persone del genere si mettono in
societàallo scioglimento del rapporto non troverai mai che il giusto possieda di più dell'ingiusto: possederà di meno; poi
nei rapporti con lo Statoquando ci sono tributi da pagarea parità di mezzi l'uomo giusto paga di piùl'altro di meno
quando invece c'è da prendere l'uno non ricava nullal'altro ricava molto.
E nel caso ricoprano entrambi una caricail giustoanche se non gli capita nessun altro guaiosubisce un danno negli
interessi personali perché li ha trascurati e non ricava vantaggio dalla cosa pubblica per il fatto che è giustoe oltre a ciò
diviene inviso a familiari e conoscentise non è disposto a favorirli contro giustizia.
All'ingiusto invece capita l'esatto contrario: mi riferiscocome dicevo poco faa chi sa imporsi sugli altri. Lo capirai
nel modo più facile se giungerai all'ingiustizia più perfettache rende felicissimo chi la commettee infelicissimi quanti la
subiscono e non vorrebbero comportarsi ingiustamente. E la tirannideche non si appropria dei beni altruisacri e profani
privati e pubblicipoco a pococon l'inganno e la violenzama prende tutto in una volta. Se uno viene sorpreso a
commettere ingiustizia in un singolo ambitoviene punito e riceve il massimo biasimo: non a caso coloro che si
macchiano di queste colpe una alla volta sono chiamati sacrileghischiavistiscassinatorirapinatoriladri. Ma quando
uno ha ridotto in schiavitù i propri concittadinioltre a essersi appropriato delle loro ricchezzeinvece di questi nomi
infamanti guadagna la reputazione di uomo felice e beatonon solo da parte dei concittadinima anche di chiunque altro
venga a sapere che ha commesso l'ingiustizia più completa; infatti coloro che biasimano l'ingiustizia la biasimano per il
timore non di farlama di subirla. CosìSocratel'ingiustiziaquando si realizza in misura adeguataè una cosa più forte
più liberapiù potente della giustiziae come ho detto dall'inizio il giusto è l'interesse del più fortel'ingiusto giova e
conviene a se stesso».
A questo punto Trasimaco aveva in mente di andarsenedopo averci rovesciato giù dalle orecchiecome un bagnino
un bel diluvio di parole; ma i presenti non glielo permiseroanzi lo costrinsero a rimanere e a rendere conto delle sue
affermazioni. Io stesso lo pregai con insistenza e dissi: «Divino Trasimacotu hai in mente di andartene dopo averci
scagliato addosso un simile discorsosenza averci sufficientemente chiarito o aver appreso tu stesso se le cose stanno così
o diversamente? O credi che sia cosa da poco accingersi a definire la condotta di un'intera vitaalla quale ciascuno di noi
deve attenersi per poter vivere con il massimo profitto?» «E io la penso forse altrimenti?»ribatté Trasimaco.
«Tu dai questa impressione»risposi«oppure non ti curi affatto di noi e non ti importa se vivremo meglio o peggio
ignorando ciò che tu dici di sapere. Piuttostocarissimovedi di chiarire le idee anche a noi: non mancherai di trarre un
guadagno dal favore che ci faraipoiché siamo tanti. Quanto a mevoglio dirti la mia: non sono affatto convinto che
l'ingiustizia sia più vantaggiosa della giustizianeppure se le si permette e non le si impedisce di fare quello che vuole.
Ammettiamo puremio caroche uno sia ingiusto e possa commettere ingiustizia celandola o ricorrendo apertamente alla
violenza; tuttavia non mi convince che tale condizione sia più vantaggiosa della giustizia. Forse c'è qualcun altro tra noi
che la pensa cosìnon solo io; perciògrand'uomocerca dì persuaderci bene che non è corretta la nostra risoluzione di
tenere la giustizia in maggior conto dell'ingiustizia».
«E come potrò persuaderti?»disse. «Se non sei stato persuaso da ciò che ho detto poco facos'altro potrei fare? Devo
forse infilarti il discorso nell'anima con la forza?» «Noper Zeusnon farlo!»risposi. «Prima di tutto rimani fermo a
quello che hai dettooppurese cambi opinionecambiala manifestamente e non ingannarci. Ora peròTrasimacoper
ritornare al discorso di primatu vedi chese all'inizio hai definito il vero medicoin seguito non hai più ritenuto
opportuno attenerti rigorosamente alla definizione del vero pastorema pensi che egliin quanto pastorepascoli le greggi
avendo di mira non ciò che è meglio per le pecorema un banchettocome un convitato che sta per mettersi a tavola
oppure la loro venditacome un affarista e non come un pastore. Ma alla pastorizia non importa altro se non di procurare
il meglio agli esseri cui è prepostapoiché per quanto si riferisce a se stessafinché non le manca nulla per essere
pastoriziaha certamente provveduto in modo sufficiente alla sua piena realizzazione; analogamente credevo che ora
fosse per noi necessario ammettere che ogni autoritàpubblica o privata che siain quanto autorità ricerca solamente il
meglio per chi è soggetto al suo potere e alla sua cura. Tu pensi che i governanti delle cittàquelli che lo sono veramente
governino volentieri?» «Per Zeus»rispose«non lo penso: ne sono sicuro!» «Ma comeTrasimaco?»dissi. «Non ti
accorgi che nessuno vuole ricoprire spontaneamente le altre carichema chiedono un compenso perché pensano che
dall'esercizio della carica non verrà un vantaggio a lorobensì ai sudditi? Dimmi ancora una cosa: non affermiamo
continuamente che ogni arte è diversa dalle altre per il fatto che ha una diversa funzione? E non rispondermi con dei
paradossigrand'uomoin modo che possiamo arrivare a una conclusione».
«Sìla diciamo diversa per questo motivo»rispose.
«Quindi ciascuna arte ci procura anche un vantaggio suo proprio e non comunead esempio l'arte medica ci procura la
Platone La Repubblica

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salutequella del timoniere la salvezza nella navigazionee lo stesso vale per le altre?» «Certamente».
«E l'arte del mercenario non procura un compenso? Questa infatti è la sua funzione: oppure identifichi la medicina con
l'arte del timoniere? O ancorasempre che tu voglia dare definizioni precisecome ti sei propostose uno che fa il
timoniere acquista la salute perché gli giova navigare per mareper questo tu chiami la sua arte medicina?» «No di
certo!»rispose.
«E non chiami così neanche l'arte del mercenariocredonel caso che uno goda di buona salute grazie ad essa».
«Sicuramente no».
«E allora dobbiamo definire mercenaria la medicinase uno riceve un compenso per guarire gli ammalati?» Disse di
no.
«E non abbiamo convenuto che ciascuna arte ha un'utilità sua propria?» «è così »rispose.
«Se dunque tutti gli artigiani ricavano un utile comuneè chiaro che lo ricavano da qualcosa di identico ed esterno alla
loro artedi cui si servono in comune».
«A quanto pare»disse.
«Possiamo almeno dire che con il loro compenso gli artigiani ricavano un utile dal fatto di associare alla propria arte
quella del mercenario».
Lo ammise con riluttanza.
«Pertanto l'utiledi ricevere un compenso non viene a ciascuno dalla propria artemaa voler essere precisil'arte
medica procura la salute e quella mercenaria un compensol'arte edilizia costruisce una casa e quella mercenaria che le è
connessa produce un compenso; lo stesso discorso vale per tutte le altre arti: ciascuna compie l'opera che le è propria
nell'interesse di ciò cui è preposta.
Ma se ad essa non si aggiunge un compensopuò forse l'artigiano ricavare un utile dalla propria arte?» «Pare di no»
rispose.
«Ma non è utile anche quando lavora gratuitamente?» «Credo proprio di sì ».
«AlloraTrasimacoè ormai evidente che nessuna arte o autorità procura il proprio utilemacome abbiamo detto da
tempoprocura e impone l'utile del sudditomirando all'interesse del più debolenon a quello del più forte. Per questo
caro Trasimacopoco fa sostenevo che nessuno è disposto a ricoprire volontariamente una carica e a occuparsi dei mali
altrui per raddrizzarlima chiede un compensoperché chi intende esercitare bene la propria arte non fa e non impone mai
il suo meglioquando lo impone secondo la sua artema il meglio del suddito. Ecco perchéa quanto sembrachi è
disposto a governare deve ricevere una ricompensa: del denaroun onoreoppure una punizione se non governa».
«Cosa vuoi dire con questoSocrate?»chiese Glaucone. «Conosco le due ricompensema non ho capito qual è la
punizione di cui parli come se fosse da annoverare tra le ricompense».
«Allora non conosci la ricompensa dei migliori»dissi«quella per cui governano gli uomini più valentiquando sono
disposti a farlo. O non sai che l'avidità di onori e di ricchezze è ritenuta un disonoree lo è effettivamente?» «Sìlo so»
rispose.
«Appunto per questo»ripresi«gli uomini onesti non sono disposti a governare per denaro o per gli onori. Infatti non
vogliono essere chiamati mercenari esigendo apertamente un compenso per la loro caricao ladri ricavandolo da questa
carica di nascosto; lo stesso vale per gli onoripoiché non sono ambiziosi. Pertanto con lorose accettano di governare
bisogna ricorrere alla costrizione e alla pena; da qui forse deriva il fatto che si ritiene disonorevole occupare una carica
spontaneamentesenza attendere la costrizione. Ma la pena più gravenel caso non si voglia governare di personasta
nell'essere governati da chi è moralmente inferiore; questo è il timore che a mio parere spinge gli uomini onesti a
governarequando lo fanno. In tal caso assumono il potere non come se fosse qualcosa di buono in cui possono deliziarsi
di piacerema come se andassero verso qualcosa di necessariopoiché non possono affidarlo a persone migliori o uguali a
loro. Forsese esistesse una città di uomini buonisi farebbe a gara per non governare come adesso per governaree allora
sarebbe evidente che il vero uomo di governo non è fatto per mirare al proprio utilema a quello del suddito; di
conseguenza ogni persona fornita di discernimento preferirebbe ricevere vantaggi da un altro piuttosto che giovare al
prossimo e avere per questo delle noie. Io comunque non sono assolutamente d'accordo con Trasimaco sul fatto che il
giusto sia l'interesse del più forte. Ma questo punto lo riesamineremo in un altro momento: mi sembra molto più
importante quello che dice ora Trasimacoquando sostiene che la vita dell'ingiusto è migliore di quella del giusto. Tu
Glauconequale tesi scegli? Quale delle due ti sembra più vera?» «Secondo mela vita del giusto è più vantaggiosa».
«Hai sentito»feci io«quanti sono i vantaggi della vita dell'ingiusto che Trasimaco ha enumerato?» «Ho sentito»
rispose«ma non sono convinto».
«Vuoi che proviamo a convincere lui che non dice il verose riusciamo a trovare il modo?» «Certo che lo voglio!»
disse lui.
«Se dunque»proseguii«opponendo discorso a discorsodiremo quanti vantaggi comporta l'essere giusti e
ribatteremo alle sue replichebisognerà contare e misurare quanti vantaggi ciascuna delle due parti adduce alla propria
tesie alla fine avremo bisogno di giudici che dirimano la questione; se invece condurremo la nostra indagine mettendoci
d'accordo tra noi come primanoi stessi saremo a un tempo giudici e avvocati».
«Precisamente»disse.
«Quale metodo preferisci?»domandai.
«Quest'ultimo»rispose.
«SuTrasimaco»incominciai«torna da capo e rispondici. Sostieni che la perfetta ingiustizia è più vantaggiosa della
Platone La Repubblica

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perfetta giustizia?» «Sostengo proprio questo»rispose«per le ragioni che ho esposto».
«Ma allora quali definizioni dai di esse? Chiami l'una virtùl'altra vizio?» «Come no?» «Dunque chiami virtù la
giustiziavizio l'ingiustizia?» «Naturalmentecarissimo»rispose«dal momento che affermo anche che l'ingiustizia è
utilela giustizia no!».
«E allora cosa vuoi dire?» «Il contrario»rispose.
«Forse che la giustizia è un vizio?» «Noche è una nobilissima ingenuità».
«Quindi tu chiami l'ingiustizia cattiveria?» «Nola chiamo accortezza».
«E gli ingiustiTrasimacoti sembrano forse assennati e buoni?» «Sì »rispose«almeno quelli che sono capaci di
un'ingiustizia perfetta e possono sottomettere città e popoli; ma forse tu pensi che io stia parlando dei tagliaborse! Senza
dubbio anche simili azioni producono un vantaggiose non vengono scoperte; non è però di questo che vale la pena di
parlarebensì dell'argomento che ho introdotto poco fa».
«Capisco ciò che vuoi direma mi ha stupito il fatto che tu tenga l'ingiustizia in conto di virtù e sapienzae
l'ingiustizia nella considerazione opposta».
«Ma io sostengo proprio questo!».
«Questa tesiamicoora è più solida e non è più facile avere da obiettare»dissi. «Se tu sostenessi che l'ingiustizia
giovama ammettessi come altri che è un vizio o qualcosa di turpeavremmo qualcosa da direrifacendoci alle opinioni
consuete; ora invece dirai chiaramente che essa è bella e forte e le aggiungerai tutti gli altri beni che noi abbiamo
attribuito alla giustiziadato che hai avuto il coraggio di tenerla in conto di virtù e di sapienza».
«Sei un indovino veridico!»esclamò.
«Tuttavia»proseguii«non dobbiamo rinunciare a proseguire la nostra indaginefinché non sarò certo che dici ciò che
veramente pensi. Mi sembra infatti che tuTrasimacoora non stia affatto scherzandoma stia esprimendo veramente la
tua opinione».
«Che differenza fa per te»disse«se la penso così oppure no? Perché non provi piuttosto a confutare il mio
ragionamento?» «Nessuna differenza»feci io. «Ma cerca di rispondere a quest'altra domanda: ti sembra che l'uomo
giusto vorrebbe avere la meglio sul giusto?» «Assolutamente no!»rispose. «Non sarebbe semplice e ingenuocom'è in
realtà».
«E vorrebbe prevalere su un'azione giusta?» «Nosu un'azione giusta no»rispose.
«E pensi che vorrebbe prevalere sull'ingiusto e riterrebbe giusto farlooppure no?» «Lo riterrebbe giusto»disse lui
«e lo vorrebbema non ne sarebbe capace».
«Non ti sto chiedendo questo»ribattei«bensì se il giusto abbia la pretesa e la volontà di prevalere non sul giustoma
sull'ingiusto».
«Le cose stanno così »disse.
«E l'uomo ingiusto? Pretende di avere la meglio sul giusto e sull'azione giusta?» «Come no»rispose«visto che
pretende di avere la meglio su tutti?» «Quindi l'uomo ingiusto prevarrà anche sull'ingiusto e sull'azione ingiusta e lotterà
per primeggiare su tutti?» «è così ».
«Dobbiamo dunque concludere»ripresi«che il giusto non prevale sul suo similema su chi gli è dissimilel'ingiusto
prevale tanto sul simile quanto sul dissimile?» «Ottima definizione!»disse.
«E l'ingiusto»domandai«è assennato e buonoil giusto invece non è né l'una né l'altra cosa?» «Anche questo va
bene»rispose.
«Allora»feci io«l'ingiusto assomiglia all'uomo assennato e buonoil giusto no?» «Perché non dovrebbe assomigliare
a persone di tal genere»disse«se è come loroa differenza di quell'altro?» «Sta bene. Quindi ciascuno dei due è come
coloro cui somiglia?» «C'è forse qualche dubbio?»ribatté.
«D'accordoTrasimaco. Tu distingui chi è musicista da chi non lo è?» «Certo».
«Quale dei due giudichi saggioe quale insipiente?» «Il musicista senza dubbio saggiol'altro insipiente».
«Quindi l'unoin quanto saggioè buonol'altroin quanto insipienteè cattivo?» «Sì ».
«E nel caso del medico? Non è la stessa cosa?» «è così ».
«Alloragrand'uomoti sembra che un musicistaquando accorda la liravoglia superare un altro musicista e pretenda
di avere la meglio su di lui nel tendere e nell'allentare le corde?» «Non mi pare».
«E su chi invece non è musicista?» «è inevitabile»disse.
«E il medico? Vorrebbe prevalere su un altro medico o sul suo operato nel prescrivere cibi e bevande?» «Sicuramente
no».
«E su chi invece non è medico?» «Sì ».
«Vedi un po' dunque sein ogni genere di competenza e di incompetenzati sembra che un esperto qualsiasi vorrebbe
prevalere negli atti e nelle parole su un altro espertoanziché essere come il suo simile nello stesso campo d'azione».
«Forse»disse«è giocoforza che sia così ».
«E l'inesperto? Non vorrebbe prevalere ugualmente sull'esperto e sull'inesperto?» «Forse».
«Ma l'esperto è sapiente?» «Sì ».
«E il sapiente è buono?» «Sì ».
«Quindi chi è buono e sapiente non vorrà prevalere sul suo similema su chi gli è dissimileanzi contrario».
«Pare di sì »disse.
«E chi è malvagio e ignorante vorrà prevalere tanto sul suo simile quanto sul suo contrario».
Platone La Repubblica

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«Così pare».
«DunqueTrasimaco»chiesi«secondo noi l'ingiusto prevale tanto sul suo simile quanto sul suo dissimile? Non hai
detto questo?» «Certo»rispose.
«Invece il giusto non prevale sul suo similema sul suo dissimile?» «Sì ».
«Allora»continuai«il giusto è simile al sapiente e al buonol'ingiusto al malvagio e all'ignorante».
«Può darsi».
«Ma noi abbiamo convenuto che ciascuno dei due ha gli stessi caratteri di colui al quale somiglia».
«Sìl'abbiamo convenuto».
«Ecco che il giusto si è rivelato buono e sapientel'ingiusto ignorante e malvagio».
Trasimaco ammise tutto ciònon con la facilità con cui ora lo raccontoma trascinato a forza e con riluttanza
grondante di sudore perché era estate; quella fu la prima volta che vidi Trasimaco arrossire. A ogni mododopo aver
convenuto che la giustizia è virtù e sapienzal'ingiustizia malvagità e ignoranzaio proseguii: «Benesu questo punto
restiamo d'accordo così . Ma abbiamo anche affermato che l'ingiustizia è forte. Te ne ricordiveroTrasimaco?» «Me ne
ricordo»rispose«ma non mi piace neppure ciò che dici orae ho qualcosa da obiettare. Se però parlassimi accuseresti
di fare un'arringalo so bene! Perciò lasciami dire tutto quello che vogliooppurese vuoi pormi delle domandechiedi
pure: io risponderò "va bene" e farò cenno di sì o di nocome alle vecchie che raccontano favole».
«Ma non rispondere il contrario di ciò che pensi»dissi.
«Cercherò di accontentarti»replicò«dal momento che non mi lasci parlare. Cos'altro vuoi?» «Nullaper Zeus!»
esclamai. «Ma se hai davvero intenzione di fare cosìfallo puree io ti interrogherò».
«E allora interrogami!».
«Beneper procedere con ordine nella nostra ricercati ripeto la domanda posta poco faovvero quale rapporto
intercorre tra la giustizia e l'ingiustizia. A un certo punto è stato detto che l'ingiustizia è più forte della giustizia; ora
però»continuai«se è vero che la giustizia è sapienza e virtùcredo che risulterà senz'altro più forte anche
dell'ingiustiziadato che l'ingiustizia è ignoranza (e nessuno potrà più disconoscerlo). Ma ioTrasimaconon desidero
condurre l'indagine in maniera tanto semplicee preferisco quest'altro punto di vista: secondo te è ingiusto che una città
cerchi di asservire e abbia già asservito ingiustamente altre cittàe ne tenga molte sottomesse al suo dominio?» «Come
no?»rispose. «La città migliore e perfettamente ingiusta terrà proprio questo comportamento!».
«Capisco che la tua tesi era questa»dissi. «Ma voglio fare questa considerazione in proposito: la città che è divenuta
padrona di un'altra città avrà questo potere senza la giustiziao è necessario che lo abbia con la giustizia?» «Se le cose
stanno come tu hai detto poc'anzi»rispose«ovvero la giustizia è sapienzadovrà averlo con la giustizia; se le cose
stanno come ho detto iocon l'ingiustizia».
«Sono molto contentoTrasimaco»dissi«che non ti limiti a fare cenno di sì o di noma rispondae per giunta molto
bene!».
«è per usarti una cortesia»replicò.
«E fai bene. Anziusami anche questa cortesia e dimmi: credi che una cittào un esercitoo dei brigantio dei ladrio
un qualsiasi altro gruppo che si associa per un'impresa ingiustapotrebbero concludere qualcosa se commettessero
ingiustizie reciproche?» «Certo che no»rispose.
«E se non le commettessero? Non otterrebbero di più?» «Sicuramente sì ».
«InfattiTrasimacol'ingiustizia provoca discordieodicontese reciprochela giustizia concordia e amicizia. O no?»
«E va bene»rispose«così almeno non litigherò con te».
«Fai benemio ottimo amico. E dimmi un po': se questa è l'opera dell'ingiustiziasuscitare odio dovunque si trovi
quando sorge sia tra uomini liberi sia tra schiavi non farà nascere in loro odi reciproci e discordierendendoli incapaci di
un'azione comune e congiunta?» «Certamente».
«E se nasce tra due persone? Non entreranno in dissidionon si odieranno e non saranno nemiche tra loro e dei
giusti?» «Lo saranno»rispose.
«E se l'ingiustiziamirabile uomosi manifesterà in un solo individuoperderà forse il suo potere o lo manterrà in
uguale misura?» «Ammettiamo che lo conservi in uguale misura»rispose.
«Non risulta quindi evidente che l'ingiustizia ha un potere tale per cuidovunque sorgache si tratti di una cittàdi un
popolodi un esercito o di qualsiasi altra comunitàinnanzitutto rende impossibile un'azione congiunta a causa della
discordia e del dissensopoi rende tale comunità nemica di se stessa e di chiunque sia contrario ad essa e giusto? Non è
così ?» «Certo».
«E anche se si manifesta in un solo individuo provocheràpensogli stessi effetti che per natura produce: anzitutto lo
renderà incapace di agire per il dissidio interno e la mancanza di concordia con se stessopoi lo renderà nemico di sé e dei
giustivero?» «Sì ».
«Ma anche gli dèicaro amicosono giusti?» «Ammettiamolo»rispose.
«PertantoTrasimacol'ingiusto sarà nemico degli dèiil giusto sarà loro amico».
«Saziati pure del tuo discorso senza timore!»disse. «Io non ti contrasteròper evitare di essere inviso ai presenti».
«Suallora»replicai«imbandiscimi anche ciò che resta del banchettorispondendo come fai adesso. è ormai assodato
che i giusti si rivelano più sapientimiglioripiù capaci di agiree gli ingiusti non sono in grado di agire congiuntamente
ma non siamo affatto nel vero quando diciamo che alcuni di lorobenché ingiustiunirono validamente i loro sforzi in
un'azione comune; non si sarebbero risparmiati tra lorose fossero stati del tutto ingiustima c'era evidentemente in loro
Platone La Repubblica

16
una forma di giustizia che li tratteneva dal commettere ingiustizie reciprochealmeno quando arrecavano danno ai loro
nemicie permise loro di fare ciò che fecero.
Costoro si accinsero a compiere azioni ingiustema erano ingiusti solo a metàpoiché coloro che sono pienamente
malvagi e perfettamente ingiusti sono anche incapaci di agire. Per questo capisco che le cose stanno cosìe non come tu
hai stabilito in un primo momento; ma bisogna anche esaminarecome ci eravamo proposti di fare in un secondo tempo
se i giusti vivono meglio degli ingiusti e sono più felici. Da ciò che si è dettomi sembra che appaiano tali già adesso;
tuttavia la questione va esaminata ancora più attentamente. Infatti il discorso non verte su un argomento qualsiasima su
come si deve vivere».
«Allora esamina»disse.
«Lo sto facendo»ribattei. «Ma tu dimmi: ti sembra che esista una funzione propria del cavallo?» «Sì ».
«E questa funzione del cavallo e di qualsiasi altro esserela si potrebbe definire ciò che si può realizzare solo con
quello o nella maniera migliore con quello?» «Non capisco»disse.
«Allora mettiamola così : puoi vedere altrimenti che con gli occhi?» «Certo che no!».
«Ancora: puoi sentire altrimenti che con le orecchie?» «Nient'affatto».
«Quindi diciamo a ragione che queste sono le loro funzioni?» «Senza dubbio».
«Ancora: puoi tagliare un tralcio di vite con un coltelloun temperino e con molti altri arnesi?» «Come no?» «Ma con
nessun arnesecredopuoi eseguire il lavoro così bene come con una falceche è stata costruita a questo scopo».
«Vero».
«Stabiliremo quindi che questa è la sua funzione?» «Sìlo stabiliremo».
«Ora credo che tu possa capire meglio la mia domanda di poco faquando ti chiedevo se la funzione di ciascuna cosa
è ciò che essa sola può fareo che essa fa meglio di ogni altra».
«Capisco»disse«e mi sembra che questa sia la funzione di ciascuna cosa».
«Bene»ripresi. «E non ti sembra che ciascuna cosa a cui è assegnata una funzione abbia anche una virtù? Ritorniamo
agli esempi di prima: diciamo che esiste una funzione propria degli occhi?» «Esiste».
«Quindi esiste anche una virtù degli occhi?» «Anche una virtù».
«Ancora: esiste una funzione propria delle orecchie?» «Sì ».
«Quindi anche una virtù?» «Anche una virtù».
«E riguardo a tutte le altre cose? Non è così ?» «è così ».
«Allora fa' attenzione: gli occhi potrebbero assolvere bene la loro funzione senza la virtù loro propriama con un
difetto in luogo della virtù?» «E come potrebbero?»rispose. «Forse stai parlando della cecità in luogo della vista».
«Quale che sia la loro virtù»dissi. «Non è ancora questo l'oggetto delle mie domandebensì se gli organi
assolveranno bene la loro funzione grazie alla virtù loro propriae male per il difetto».
«Quello che dici è vero»ammise.
«Quindi anche le orecchieprivate della virtù loro propriaassolveranno male la loro funzione?» «Certamente».
«Stabiliamo dunque la stessa regola anche per tutte le altre cose?» «Credo di sì ».
«Suconsidera ancora questo punto. Esiste una funzione propria dell'anima che non si potrebbe compiere con nessun
altro essere? Ad esempio dirigerecomandaredecideree tutte le altre azioni come questepotremmo giustamente
assegnarlecome sua caratteristica peculiarea qualcosa di diverso dall'anima?» «Noa nessun'altra cosa».
«E per quanto riguarda il vivere? Non diremo che è una funzione propria dell'anima?» «Senz'altro»rispose.
«Quindi diciamo che esiste anche una virtù dell'anima?» «Sìlo diciamo».
«Ma l'animaTrasimacopotrà mai svolgere bene le sue funzioni se è priva della virtù sua propriao è impossibile?»
«è impossibile».
«Perciò è inevitabile che un'anima cattiva comandi e diriga malee un'anima buona svolga bene tutti questi compiti».
«è inevitabile».
«Non abbiamo forse convenuto che la giustizia è la virtù dell'animal'ingiustizia il suo vizio?» «Sìl'abbiamo
convenuto».
«Quindi l'anima giusta e l'uomo giusto vivranno benel'uomo ingiusto vivrà male».
«Pare di sì »rispose«secondo il tuo ragionamento».
«Comunque chi vive bene è sereno e felicechi non vive bene tutto il contrario».
«Come no?» «Quindi il giusto è felicel'ingiusto è infelice».
«Ammettiamolo»disse.
«Ma essere infelici non giovaessere felici sì ».
«Come no?» «Quindibeato Trasimacol'ingiustizia non è mai più vantaggiosa della giustizia».
«E questo»disse«sia il tuo banchetto delle BendidieSocrate!».
«Grazie a teTrasimaco»replicai«perché sei divenuto affabile e hai smesso di essere scortese. Tuttavia non ho
banchettato benema per causa mianon tua; come i ghiottoni afferrano e assaggiano quello che viene via via portato in
tavola prima di aver gustato a sufficienza la portata precedentecosì mi sembra che anch'ioprima di aver trovato
l'oggetto primario della nostra indagineovvero che cos'è il giustoabbia abbandonato quel problema e mi sia lanciato a
indagare se esso sia vizio e ignoranza oppure sapienza e virtù. Poiessendo il discorso caduto sul fatto che l'ingiustizia è
più vantaggiosa della giustizianon mi sono trattenuto dal passare da quell'argomento a questocosicché ora mi trovo a
non aver ricavato alcuna conoscenza dalla discussione; perché quando non so che cos'è il giustotanto meno saprò se è o
Platone La Repubblica

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non è una virtùe se chi la possiede è o non è felice».
NOTE: 1) Glaucone era il fratello minore di PlatoneAdimantointrodotto poco sottoil maggiore.
2) Si tratta delle Bendidiefeste in onore di Bendisdivinità tracia corrispondente ad Artemide; si celebravano al
Pireoil porto di Atenenel mese di giugno.
3) Polemarcofratello dell'oratore Lisiacadde vittima nel 404 a.C.
della repressione dei Trenta Tiranni. Il padre Cefalometeco originario della Siciliasi era arricchito grazie a una
fabbrica di scudi al Pireo.
4) Nicia fu il capo del partito conservatore e pacifista dopo la morte di Pericle. Nel 421 a.C. stipulò con Sparta una
pace che pose temporaneamente fine alla guerra del Peloponneso. Nel 415come strategocapeggiò suo malgrado la
spedizione in Sicilia voluta da Alcibiadeche si concluse due anni dopo con la disfatta ateniese e la sua morte.
Il figlio Nicerato fu tra le vittime dei Trenta Tiranni.
5) Eutidemo era un altro fratello di Lisia e non va confuso con l'omonimo sofista cui è intitolato un dialogo di Platone.
Trasimaco di Calcedonia fu un sofista attivo nella seconda metà del quinto secolo. Carmantidedel demo di Peaniafu
discepolo di Socrate. A Clitofonteun sofista di minor rilievoè dedicato un dialogo di Platone di dubbia autenticità.
6) Espressione ricorrente in Omeroche indica un'età molto avanzata.
7) Si tratta del proverbio «il coetaneo si diletta del coetaneo»; cfr. anche PlatonePhaedrus 240a.
8) Serifo è una piccola isola delle Cicladi. L'aneddoto è ricordato anche da Erodotolibro 8125; CiceroneCato mator
de senectute 38; PlutarcoThemistocles 18).
9) Pindaroframmento 208 Bowra = 214 Snell-Maehler.
10) Questo argomentoappartenente al genere degli exempla fictaè ripreso da CiceroneDe officiislibro 325.
11) Simonide di Ceo (556-466 a.C.) godette di grande fama ai suoi tempi e fu ospitato alle corti di molti tiranni della
Grecia. Coltivò vari generi di poesia; celebri sono gli epitaffi per i caduti nelle guerre persiane e il carme in onore di
Scopatiranno tessalo. Questa massima non figura nei frammenti di Simonide che ci sono pervenuti.
12) Si tratta di un gioco che aveva qualche analogia con la damaessendo praticato con delle pedine su una tavola che
fungeva da scacchiera.
13) OmeroOdyssealibro 19versi 394-396.
14) Biante di Priene (sesto secolo a.C.)è ricordato come un politico equilibrato e virtuoso. Pittaco di Mitilene
(settimo-sesto secolo a.C.)partecipò alle lotte politiche della sua città dalla parte degli aristocratici e abbatté la tirannia di
Melancro. Governò poi Mitilene come arbitro delle opposte fazioni e in questo incarico mostrò notevole imparzialità e
rigore.
Biante e Pittaco sono sempre citati tra i Sette Sapienticome Talete e Solone; la ricorrenza di Simonide invece non è
costante.
15) Periandrodella dinastia dei Cipselidifu tiranno di Corinto tra il settimo e il sesto secolo; viene talvolta
annoverato tra i Sette Sapientima Platonenella sua critica alla tirannidenon può che darne una valutazione negativa.
Perdicca secondore di Macedonia nella seconda metà del quinto secoloconsolidò il proprio stato e tenne durante la
guerra del Peloponneso una condotta ambiguaalleandosi ora con Atene ora con Sparta. Sersere di Persiadopo il padre
Dario guidò la seconda spedizione contro la Grecia: il conflitto culminò nella sconfitta navale di Salamina nel 480 a.C. da
parte della flotta ateniese.
Ismenia fu un politico tebano vissuto nel quarto secoloche contro l'orientamento filospartano della propria città
parteggiò per Atenema fu condannato a morte dopo che nel 382 a.C. gli Spartani occuparono Tebe.
16) Un'antica credenza popolare voleva che un uomo visto da un lupo perdesse la parolaa meno che non vedesse egli
per primo l'animale.
Il paragone con il lupoanimale che in Grecia era considerato infaustoaccentua la connotazione negativa di
Trasimaco.
17) Era questa la domanda procedurale che ad Atene si rivolgeva nei processi all'imputato giudicato colpevole; cfr.
anche PlatoneApologia Socratis 36b. E quindi più che evidente l'allusione alla condanna a morte di Socrate.
18) Platone ironizza sui compensi che i sofisti si facevano pagare per i loro insegnamenti.
19) Polidamante o Pulidamante era un famoso campione di pancraziouna disciplina che includeva insieme le
tecniche della lotta e del pugilato: combatté vittoriosamente contro dei leoni e per una vittoria ad Olimpia ebbe l'onore di
una statua scolpita da Lisippo.
20) Il sicofante letteralmente era chi 'denunciava il furto di fichi' sacri o l'esportazione illegale di fichi dall'Attica; il
termine passò poi a indicare un delatore in generale.
21) Espressione proverbialea indicare ingenuità e stupidità.
Platone La Repubblica

18
REPUBBLICA - LIBRO SECONDO
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine di ogni libro)

Dopo aver detto questo io credevo di essermi sbrigato dalla discussione; ma quelloa quanto pareera soltanto il
proemio. Infatti Glauconeche in ogni circostanza è sempre il più combattivoanche in quel caso non accettò la rinuncia
di Trasimacoma disse: «Socratevuoi dare l'impressione di averci persuasio vuoi veramente persuaderci che il giusto è
in ogni modo migliore dell'ingiusto?» «Se dipendesse da me»risposi«preferirei persuadervi davvero».
«Allora non raggiungi il tuo scopo»ribatté. «Dimmi un po': ti sembra che esista un bene tale che potremmo accettarlo
non per il desiderio dei vantaggi che ne derivanoma perché ci è caro per se stessocome la gioia e tutti i piaceri che non
arrecano danno e che per il tempo a venire non comportano altro che il godimento del loro possesso?» A me sembra che
qualcosa del genere esista»risposi.
«E che dire allora di quel bene che amiamo per se stesso e per ciò che ne derivacome possedere l'intelligenzala vista
e la buona salute? Beni di questo genere li apprezziamo per entrambe le ragioni».
«Sì »dissi.
«E riconosci»proseguì«una terza specie di benidi cui fanno parte la ginnasticala guarigione da una malattia
l'esercizio della medicina e le altre professioni redditizie? Potremmo dire che queste attività sono faticose ma ci danno
giovamentoe non accetteremmo di possederle per se stessema per il compenso e per tutti gli altri vantaggi che ne
derivano».
«Sì »dissi«esiste anche questa terza specie. E allora?» «In quale di esse collochi la giustizia?»chiese.
«Nella migliorecredo»dissi«quella che chi vuole essere beato deve apprezzare sia per se stessa sia per ciò che ne
deriva».
«Tuttavia la gente non la pensa così »ribatté«ma colloca la giustizia nella specie dei beni che costano fatica e si
devono coltivare per i compensi e la buona fama che procuranoma si devono fuggire per se stessi in quanto molesti».
«Lo so»dissi«che la gente la pensa così e già da un pezzo Trasimaco biasima la giustizia in quanto talee loda
l'ingiustizia; ma ioa quanto paresono duro di comprendonio».
«Via»disse«ascolta anche meper vedere se resti ancora della tua opinione. Mi sembra che Trasimaco sia stato
incantato da te troppo prestocome un serpentee la dimostrazione dei concetti di giustizia e ingiustizia non mi ha ancora
convinto; desidero infatti ascoltare che cos'è l'una e l'altra cosae quale forza possiedono di per sé quando agiscono
sull'animalasciando perdere i compensi e ciò che ne deriva. Farò dunque cosìse anche tu sei d'accordo: rinnoverò il
discorso di Trasimacoe innanzitutto esporrò l'opinione comune sulla giustizia e sulla sua origine; in secondo luogo dirò
che tutti coloro che la praticano lo fanno contro vogliacome una necessità e non come un benein terzo luogo che la loro
condotta è ragionevoleperché secondo loro la vita dell'ingiusto è di gran lunga migliore di quella del giusto. Io però
Socratenon sono di questo avviso: tuttavia mi trovo nel dubbioperché ho le orecchie rintronate dai discorsi di
Trasimaco e di tantissime altre personema non ho ancora sentito nessuno esporre nel modo in cui voglio la tesi che la
giustizia è migliore dell'ingiustizia; io voglio sentirla elogiare per se stessae mi aspetto questo discorso soprattutto da te.
Pertanto mi sforzerò di tessere le lodi della vita ingiustae con le mie parole ti mostrerò come voglio sentirti biasimare a
tua volta l'ingiustizia ed elogiare la giustizia. Vedi dunque se la mia proposta ti piace».
«Più d'ogni altra!»risposi. «Su quale argomento una persona assennata potrebbe aver piacere di parlare e ascoltare
più spesso?» «Molto bene»disse. «Ascolta ora il primo argomento che avevo preannunciatoovvero che cos'è la giustizia
e da dove nasce.
Si dice che il commettere ingiustizia sia per natura un beneil subirla un malee che il subirla sia un male maggiore di
quanto non sia un bene commetterla; di conseguenzaquando gli uomini commettono ingiustizie reciproche e provano
entrambe le condizioninon potendo evitare l'una e a scegliere l'altra sembra loro vantaggioso accordarsi per non
commettere né subire ingiustizia. Di qui cominciarono a stabilire leggi e patti tra loro e a dare a ciò che viene imposto
dalla legge il nome di legittimo e di giusto. Questa è l'origine e l'essenza della giustiziache sta a metà tra la condizione
migliorequella di chi non paga il fio delle ingiustizie commessee la condizione peggiorequella di chi non può
vendicarsi delle ingiustizie subite. Ma la giustiziaessendo in una posizione intermedia tra questi due estremiviene amata
non come un benema come un qualcosa che è tenuto in conto per l'incapacità di commettere ingiustizia; chi infatti
potesse agire così e fosse un vero uomonon si accorderebbe mai con qualcuno per non commettere o subire ingiustizia
perché sarebbe pazzo.
TaleSocrateè dunque la natura e l'origine della giustiziasecondo l'opinione corrente».
«Ci renderemmo conto perfettamente che anche chi la pratica lo fa contro vogliaper l'impossibilità di commettere
ingiustiziase immaginassimo una prova come questa: dare a ciascuno dei dueal giusto e all'ingiustola facoltà di fare
ciò che vuolee poi seguirli osservando dove li condurrà il loro desiderio. Allora coglieremmo sul fatto il giusto a battere
la stessa strada dell'ingiusto per spirito di soperchieriacosa che ogni natura è portata a perseguire come un benementre
la legge la devia a forza a onorare l'uguaglianza.
E la facoltà di cui parlo sarebbe tale soprattutto se avessero il potere che viene attribuito a Gigel'antenato di Creso re
di Lidia.(1) Si racconta che egli serviva come pastore l'allora sovrano di Lidia. Un giornoa causa delle forti piogge e di
un terremotola terra si spaccò e si produsse una fenditura nel luogo in cui teneva il gregge al pascolo. Gige si meravigliò
al vederla e vi discese; quitra le altre cose mirabili di cui si favoleggiavide un cavallo di bronzocavocon delle
aperture. Egli vi si affacciò e scorse là dentro un cadavereche appariva più grande delle normali dimensioni di un uomo;
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e senza avergli tolto nulla tranne un anello d'oro che portava a una manouscì fuori. Quando ci fu la consueta riunione dei
pastori per dare al re il rendiconto mensile sullo stato delle greggisi presentò anch'eglicon l'anello al dito; quindi
mentre era seduto in mezzo agli altrigirò per caso il castone dell'anello verso di séall'interno della manoe così divenne
invisibile ai compagni che gli sedevano accanto e che si misero a parlare di lui come se fosse andato via. Egli ne rimase
stupito e toccando di nuovo l'anello girò il castone verso l'esternoe appena l'ebbe girato ridiventò visibile. Riflettendo
sulla cosavolle verificare se l'anello aveva questo poteree in effetti gli accadeva di diventare invisibile quando girava il
castone verso l'internovisibile quando lo girava verso l'esterno. Non appena si accorse di questo fece in modo di essere
incluso tra i messi personali del re; una volta raggiunto l'obiettivo divenne l'amante della sua sposacongiurò assieme a lei
contro il relo uccise e in questo modo si impadronì del potere. Se dunque esistessero due anelli di tal genere e uno se lo
mettesse al dito l'uomo giustol'altro l'uomo ingiustonon ci sarebbe nessunoa quel che sembracosì adamantino da
persistere nella giustizia e avere il coraggio di astenersi dai beni altrui senza neanche toccarlipotendo prendere
impunemente dal mercato ciò che vuoleentrare nelle case e congiungersi con chi vuoleuccidere e liberare di prigione
chi vuolee fare tutte le altre cose che lo renderebbero tra gli uomini pari agli dèi. Agendo così non farebbe niente di
diverso dall'altro uomoma batterebbero entrambi la stessa via. E questa può essere definita una prova decisiva del fatto
che nessuno è giusto di sua volontàma per costrizionecome se non ritenesse la giustizia un bene di per sé: ciascunolà
dove pensa di poter commettere ingiustiziala commette. Ogni uomo infatti crede che sul piano personale l'ingiustizia sia
molto più vantaggiosa della giustiziae ha ragione a crederlocome dirà chiunque voglia difendere questa tesi; poiché se
unovenuto in possesso di un simile poterenon volesse commettere ingiustizia alcuna e non toccasse i beni altruiagli
occhi di quanti lo venissero a sapere parrebbe l'uomo più infelice e più stupidoma in faccia agli altri lo loderebbero
ingannandosi a vicenda per timore di subire ingiustizia. Così stanno le cose.
Potremo valutare correttamente la vita delle persone di cui stiamo parlando se distingueremo l'uomo più giusto e
l'uomo più ingiusto; altrimenti no. E il criterio distintivo sarà il seguente: non togliamo nulla all'ingiustizia dell'ingiusto e
alla giustizia del giustoma poniamoli entrambi al più alto grado di perfezione nella loro condotta. Innanzitutto
supponiamo che l'ingiusto si comporti come i bravi artigiani: ad esempiocome un timoniere molto esperto o un medico
sa discernere nell'esercizio della propria arte ciò che è possibile da ciò che non lo èmette mano a certe cose e ne tralascia
altree inoltrese per caso commette uno sbaglioè in grado di porvi rimediocosì anche l'uomo ingiusto deve
intraprendere le sue azioni delittuose con accortezzasenza farsi scoprirese vuole essere veramente ingiusto. Chi viene
colto sul fatto dev'essere giudicato una persona dappocopoiché il massimo dell'ingiustizia consiste nel sembrare giusto
senza esserlo. Pertanto a chi è perfettamente ingiusto bisogna concedere la più perfetta ingiustizia senza togliergli nulla
anzi gli si deve permettere di procurarsi la più grande reputazione di giustizia compiendo le azioni più ingiuste; inoltre
deve avere la possibilità di rimediare agli errori che eventualmente commettedi parlare in modo persuasivo se qualche
sua ingiustizia viene denunciatae di ricorrere alla forza nelle circostanze che la richiedonograzie al suo coraggioal suo
vigore e alla disponibilità di amici e sostanze.
Stabilita in questi termini la sua indolesupponiamo di collocargli accanto il giustouomo schietto e nobile
desiderosocome dice Eschilodi non sembrare buonoma di esserlo. (2) Bisogna però togliergli l'apparenza di giustizia
perché se sembrerà giustoavrà per questa sua fama onori e ricompensee non sarebbe chiaro se si comporta così per
amore di giustizia o per ricevere donativi e onori. Perciò bisogna spogliarlo di tuttotranne che della giustiziafacendo in
modo che si trovi nella condizione opposta a quella dell'individuo di prima: senza commettere ingiustizia alcuna abbia la
fama della più grande ingiustiziacosì verrà provato se la sua giustizia non si lascerà piegare dalla cattiva fama e dalle sue
conseguenze; resti però irremovibile fino alla mortegiusto per tutta la vita pur nell'apparenza di ingiustiziae quando
entrambi saranno giunti al culminel'uno della giustizial'altro dell'ingiustiziasi giudicherà chi dei due sia più felice»
«Ahimècaro Glaucone»feci io«con quanto vigore levighi i due individuicome una statua da sottoporre al giudizio!».
«Faccio del mio meglio»rispose. «Rappresentando così i due caratteri credo che non sia più difficile spiegare quale
vita attende l'uno e l'altro. Diciamolo dunque; e se le mie parole riusciranno un po' rozzenon pensareSocrateche le
proferisca iobensì coloro che lodano l'ingiustizia anziché la giustizia. Essi diranno che in queste condizioni il giusto sarà
frustatotorturatoimprigionatogli saranno bruciati gli occhie alla finedopo aver subito ogni genere di maliverrà
impalato e riconoscerà che non bisogna voler essere giustima sembrarlo. Il verso di Eschilo sarebbe molto più corretto
applicarlo all'ingiusto. In realtà diranno che l'ingiustodal momento che dedica i suoi sforzi a una cosa attinente alla verità
e non vive secondo l'apparenzanon sembra ingiusto ma vuole esserlo"nella mente frutto traendo da profondo solco
donde germogliano gli accorti intendimenti".(3) In primo luogograzie alla sua fama di giustoegli governa nella sua
cittàpoi prende moglie dove vuole e dà le figlie in sposa a chi vuolestipula contratti e associazioni con chi gli paree
oltre a tutto ciò ha il vantaggio di ricavarne un guadagnoperché non gli ripugna commettere ingiustizia. Perciòquando
prende parte a contese pubbliche e privatene esce vincitore e ha la meglio sugli avversari; in questo modo si arricchisce
benefica gli amici e danneggia i nemicioffre agli dèi sacrifici e doni votivi con il dovuto decoroe si procura il favore
degli dèi e di qualsiasi uomo desideri molto meglio dell'uomo giusto. Di conseguenza è probabile che a luipiù che
all'uomo giustotocchi di essere caro agli dèi. Per questo motivoSocrateessi sostengono che gli dèi e gli uomini
riservano all'ingiusto una vita migliore che al giusto».
Io avevo già in mente una risposta da dare alle parole di Glauconema suo fratello Adimanto intervenne: «Non credi
Socrateche ci siamo dilungati abbastanza sull'argomento?» «Ma perché?»chiesi.
«Non è stato toccata proprio la questione di cui si doveva parlare!»obiettò.
«Allora»dissi«secondo il proverbioil fratello assista il fratello; così anche tuse Glaucone mostra qualche
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debolezzavieni in suo aiuto. Eppure le sue parole bastano ad abbattermi e a rendermi incapace di soccorrere la giustizia».
«Sciocchezze!»replicò. «Ma ascolta quest'altro discorsopoiché dobbiamo esporre anche le argomentazioni contrarie
alle suequelle che lodano la giustizia e biasimano l'ingiustiziadi modo che sia più chiaro ciò che a mio avviso vuol dire
Glaucone. I padri e tutti coloro che si prendono cura di qualcuno sostengono con tono di ammonimento che bisogna
essere giustima non lodano la giustizia in sébensì la buona fama che ne derivaper otteneregrazie all'apparenza di
persone giustecariche pubblichematrimoni illustri e tutti gli altri vantaggi che Glaucone ha elencato poco fa e che
spettano al giusto in virtù della sua buona reputazione. Costoro però ampliano ulteriormente gli effetti della buona fama
perché chiamano in causa il credito di cui gode il giusto presso gli dèi e possono citare innumerevoli beniche stando a
loro gli dèi concedono agli uomini pii. Allo stesso modo si esprimono il nobile Esiodo e Omero: l'uno asserisce che per i
giusti gli dèi fanno sì che "le querce portino sulla cima le ghiande e le api nel cavo del troncoe le pecore lanose siano
cariche di fitto vello"(4) e molti altri beni legati a questi. Cose più o meno simili canta anche l'altroad esempio: "come
di un sovrano perfettoche teme gli dèi e tiene alta giustizia; a lui la nera terra produce grano e orzoe gli alberi son colmi
di fruttifigliano le greggi senza sostafornisce pesci il mare". (5) Museo e suo figlio (6) attribuiscono ai giusti doni divini
ancora più copiosi di questi: nei loro versi li conducono nell'Ade e li mettono a sdraiarepoi apparecchiano il banchetto
degli uomini pii e li fanno stare tutto il tempo cinti di corone ed ebbriritenendo che un'eterna ebbrezza sia la più bella
mercede della virtù. Altri poi assegnano ricompense divine ancora più grandidicendo che l'uomo pio e rispettoso dei
giuramenti lascia dopo di sé i figli dei figli e un'intera stirpe.
Questi per l'appuntoe altri consimilisono gli elogi che tributano alla giustizia; invece gli empi e gli ingiusti li
seppelliscono nel fango dell'Ade e li costringono a portar acqua con un setaccio(7) ricoprendoli d'infamia quando sono
ancora in vitae riferiscono agli ingiusti proprio quei castighi che secondo Glaucone si attribuiscono ai giusti che passano
per ingiustisenza saperne aggiungere di nuovi.
Questo dunque è l'elogio e il biasimo degli uni e degli altri.
Inoltre Socratetieni conto di un altro genere di argomentazioni sulla giustizia e l'ingiustizia. che viene espresso sia in
prosa sia dai poeti. Tutti conclamano a una voce che la temperanza e la giustizia sono cose bellema difficili e penose
mentre l'intemperanza e l'ingiustizia sono piacevoli e facili da acquisiree turpi solo per la fama e la legge; sostengono
che di solito le azioni ingiuste giovano più di quelle giuste e sono facilmente portati a considerare felici e ad onorare in
pubblico e in privato i malvagi che sono ricchi o comunque potentie a guardare dall'alto in basso e con disprezzo i deboli
e i poveripur ammettendo che sono migliori degli altri. Tra tutti questi discorsi i più sorprendenti sono quelli che
riguardano gli dèi e la virtù: essi affermano che gli dèi hanno assegnato a molti uomini buoni una vita funesta e piena di
sventuree agli uomini d'indole contraria una sorte contraria.
Girovaghi e indovini battono alle porte dei ricchi per convincerli che grazie a sacrifici e incantesimi hanno ottenuto
dagli dèi la facoltà di riparare con divertimenti e feste a qualche colpa commessa dal padrone di casa o dai suoi antenati; e
se questi vorrà fare del male a un nemicogli assicurano che con poca spesa potrà danneggiare ugualmente il giusto e
l'ingiusto mediante certi incantesimi e nodi magicipoichéa quanto diconoessi persuadono gli dèi a mettersi al loro
servizio. A tutti questi discorsi adducono le testimonianze di poetialcuni dei quali concedono alla malvagità una facile
realizzazione: "anche in folla è agevole attingere al male: piana è la stradae abita molto vicino; ma davanti a virtù posero
gli dèi il sudore" (8) e una via lungaaspra e scoscesa.
Altri chiamano Omero a testimone della possibilita che gli uomini traggano a sé gli dèipoiché anch'egli ha detto: "si
piegano anche gli dèicon sacrifici e con blande preghierecon libagioni e grasso di vittime gli umani pregando li
placanose alcun trasgredisca o un fallo commetta".(9) Inoltre presentano una folla di libri di Museo e di Orfeo
discendentia loro diredella Luna e delle Muse; (10) e sulla base di questi libri compiono i loro riticonvincendo non
solo i singolima anche le cittàche esistono sia per chi è ancora in vita sia per chi è morto assoluzioni e purificazioni
dalle colpe per mezzo di sacrifici e piacevoli divertimentiai quali danno il nome di iniziazioni capaci di liberarci dai mali
di laggiùmentre pene terribili attendono chi non compie tali sacrifici.
Tutti questi discorsi»continuò«caro Socratee tanti altri che si fanno sulla virtù e la malvagità e sulla
considerazione in cui gli uomini e gli dèi le tengonoquale effetto pensiamo che abbianoa udirlisull'anima di quei
giovani dotati d'ingegno e capaciquasi gettandosi a volo su tutto ciò che si dicedi dedurne come si deve essere e quale
strada si deve percorrere per passare la vita nel modo migliore? è verosimile che un giovane ripeta a se stesso il verso di
Pindaro: "scalerò l'alto muro con la giustizia o con torti inganni" (11) e costruitomi un riparo trascorrerò in questo modo
la vita? Infattistando a quanto si dicese sono giusto senza averne l'apparenza non mi viene alcun vantaggiobensì
travagli e castighi manifestimentre all'ingiusto che si è acquistato fama di giustizia attribuita un'esistenza divina. Quindi
dato che "l'apparire forza anche la verità" (12) ed è arbitro della felicitàcome mi dimostrano i sapientidebbo
assolutamente volgermi ad esso e tracciare attorno a me un'immagine adombrata di virtùa mo' di facciata esterna
trascinandomi dietro la volpe astuta e versatile del sapientissimo Archiloco. (13) "Ma non è facile" obietterà qualcuno
"celare sempre la propria malvagità". Nessun'altra grande impresa è agevolerisponderemo. Ad ogni modose vogliamo
essere felicibisogna percorrere questa viaseguendo le orme dei nostri discorsi. Per non essere scoperti stringeremo
congiure e societàe ci sono maestri di persuasione che forniscono un'abilità concionatrice e causidicagrazie alla quale
ora persuaderemoora costringeremo con la forzacosì da prevalere senza pagarne il fio.
"Ma non è possibile né sfuggire agli dèi né piegarli con la forza".
Ma se non esistono o non si danno pensiero delle vicende umaneperché dobbiamo preoccuparci di sfuggire loro? Se
invece esistono e si prendono cura di noinon li conosciamo altrimenti che per sentito dire o dalle leggende (14) e dai
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poeti autori di genealogie; e sono proprio costoro ad affermare che gli dèi si possono convincere a passare dalla nostra
parte con sacrifici"blande preghiere" e offerte votive. Oraa questi poeti bisogna credere in entrambi i puntio in
nessuno dei due. Se bisogna prestar loro fedesi deve operare ingiustamente e offrire sacrifici in espiazione delle colpe
commesse.
Infattise saremo giustieviteremo unicamente i castighi degli dèima perderemo i guadagni che derivano
dall'ingiustizia; se invece saremo ingiusti godremo di questi vantaggi e per quanto trasgressori e peccatori persuaderemo
gli dèi con le nostre suppliche e ne verremo fuori impuniti. "Ma nell'Ade pagheremo il fio delle colpe commesse sulla
terranoi stessi o i figli dei nostri figli". Ma carodirà il nostro amico facendo i suoi contile iniziazioni e gli dèi liberatori
(15) sono molto potenticome dicono le città più forti e i figli degli dèiovvero i poeti e gli interpreti di stirpe divinai
quali rivelano che le cose stanno così .
Per quale ragione dunque dovremmo ancora preferire la giustizia alla più grande ingiustiziase acquistandocela con un
falso decoro staremo a nostro agio con gli dèi e con gli uomini sia da vivi sia da morticome vuole l'opinione della gente
e degli individui eccellenti? In base a tutto ciò che si è dettoSocratecon quale espediente si può fare in modo che chi
possiede una forza spiritualeo economicao fisicao familiarevoglia onorare la giustizia anziché ridere quando ne sente
l'elogio? D'altrondese uno è in grado di provare la falsità di ciò che abbiamo detto e ha riconosciuto la giustizia come
sommo beneè una persona molto indulgente e non si adira con gli ingiustima sa chead eccezione di chi ripugna
l'ingiustizia perché è di natura divina o se ne astiene perché ha acquisito il saperenessun altro è giusto di sua volontàma
biasima l'ingiustizia per viltàvecchiaia o qualche altra debolezzain quanto non può commetterla. Che sia cosìe
evidentepoiché il primo di loro che sale al potere è il primo a commettere ingiustiziaper quanto ne è capace. E la sola
causa di tutto ciòSocrateè quella da cui tutto questo discorso suo e mio ha preso le mosse per dirti: "Mirabile uomodi
tutti voi che asserite di elogiare la giustiziaa cominciare dagli eroi delle originidi cui sono rimasti i discorsifino ai
contemporaneinessuno ha mai biasimato l'ingiustizia o lodato la giustizia se non per la famagli onori e i doni che ne
derivano; ma riguardo al modo in cui ciascuno dei due princì piin virtù della propria forzaopera nell'anima di chi lo
possiede di nascosto dagli dèi e dagli uomininessuno ha mai spiegato in maniera soddisfacentené in poesia né in prosa
che uno è il peggiore dei mali che l'anima racchiude in séla giustizia invece è il bene più grande. Se infatti tutti voi
diceste così sin dall'inizio e ci convinceste sin da giovaninon staremmo a sorvegliarci gli uni con gli altri per non
commettere ingiustiziama ciascuno sarebbe il migliore custode di se stessoper timore di convivere col male peggiore
commettendo ingiustizia".
QuestoSocratee forse ancora di più potrebbero dire Trasimaco e altri sulla giustizia e l'ingiustiziaconfondendo però
grossolanamente le loro caratteristichea mio parere. Ma ionon ho alcun bisogno di nasconderteloprofondo il massimo
sforzo nella mia esposizione perché desidero ascoltare da te la tesi opposta.
Non limitarti dunque a dimostrare nel tuo ragionamento che la giustizia è superiore all'ingiustiziama spiega quali
effettiprodotti da entrambe su chi le possiederendono l'una di per sé un malel'altra un bene; e lascia perdere le
opinionicome ha raccomandato Glaucone. Se infatti in entrambi i casi non eliminerai le opinioni vere e aggiungerai
quelle falsediremo che tu non elogi la giustiziama la sua apparenzae non biasimi l'essere ingiustima il sembrarlo; e in
definitiva consigli di essere ingiusti di nascostoin pieno accordo con Trasimaco sul fatto che la giustizia è un bene altrui
ovvero l'interesse del più fortementre l'ingiustizia è utile e vantaggiosa a se stessa e dannosa al più debole. Poiché
dunque hai ammesso che la giustizia fa parte dei beni più grandiquelli che meritano di essere acquistati per ciò che ne
conseguema ancor più per se stessicome la vistal'uditol'intelligenzala salute e tutti gli altri beni che hanno un valore
genuino per la loro natura e non per la loro apparenzaloda la giustizia per il vantaggio che arreca di per sé a chi la
possiedementre l'ingiustizia arreca dannoe lascia ad altri la lode delle ricompense e della fama. Certo io potrei accettare
da altri un elogio della giustizia e un biasimo dell'ingiustizia fatto solo di lodi e di critiche alla reputazione e alle
ricompense che l'una e l'altra procuranoma non da tea meno che non lo imponga tu stessodal momento che hai passato
tutta la vita a esaminare nient'altro che questo problema. Non limitarti dunque a dimostrare nel tuo ragionamento che la
giustizia è superiore all'ingiustiziama spiega quali effettiche entrambe producono di per sé su chi le possiederendono
l'una un benel'altra un malea prescindere dal fatto che restino o meno celati agli dèi e agli uomini».
Io avevo sempre ammirato il carattere di Glaucone e di Adimantoma alloraall'udire quelle paroleprovai una gioia
particolare e dissi: «Figli di quel grand'uomo(16) l'amante di Glaucone non ha fatto male a esordirenell'elegia che vi ha
dedicato per esservi distinti nella battaglia di Megara(17) con queste parole: «figli di Aristonedivina progenie d'uomo
illustre». Questoamicimi sembra ben detto: c'è infatti qualcosa di veramente divino in voise non credete che
l'ingiustizia sia migliore della giustiziapur essendo capaci di parlare così in suo favore. E mi sembra che veramente non
ne siate convinti; lo arguisco più che altro dal vostro comportamentopoiché in base alle parole in sé non vi crederei. Ma
quanto più ho fiducia in voitanto più sono incerto sul da farsi. Non so come aiutarvie mi sembra di non averne le
capacità; me lo conferma il fatto che non avete accettato gli argomenti con cuirispondendo a Trasimacomi illudevo di
dimostrare che la giustizia è migliore dell'ingiustizia. Ma d'altra parte non posso non aiutarviperché temo sia un'empietà
rinunciare ad assistere la giustizia messa sotto accusa e non prestarle aiutofinché ho fiato e posso parlare.
Perciò la soluzione migliore è soccorrerla come posso».
Allora Glaucone e gli altri mi pregarono di aiutarli in ogni modo e di non lasciar cadere il discorsoma di indagare la
natura della giustizia e dell'ingiustizia e l'utile che l'una e l'altra veramente arreca. Allora io espressi la mia opinione: «A
mio parere la ricerca che stiamo per intraprendere non è di poco contoma si addice a chi abbia una vista acuta. Perciò
dal momento che noi non siamo all'altezzami sembra che questa ricerca si debba condurre come se si ordinasse a
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persone dalla vista non molto acuta di leggere da lontano lettere scritte in piccoloe poi a qualcuno venisse in mente che
le stesse lettere si trovano da qualche altra partescritte più grosse e su una tavola più grande; sarebbe allora una vera
fortunapensoleggere prima queste ultime e poi esaminare quelle più piccoleper vedere se sono le stesse».
«Benissimo!»disse Adimanto. «Ma quale affinitàSocratevedi tra questo procedimento e la ricerca del giusto?» «Te
lo dirò»risposi. «Noi diciamo che esiste la giustizia di un singolo individuoma anche la giustizia di un'intera città?»
«Certamente».
«E la città non è più grande di un singolo individuo?» «Sìè più grande»rispose.
«Forse allora sulla tavola più grande ci sarà una giustizia più forte e più facile da comprendere. Perciòse volete
ricerchiamo prima di tutto la sua natura nelle città; poi esaminiamola anche nel singolo individuocercando di cogliere
nell'aspetto più piccolo la conformità con quello più grande».
«Mi sembra che tu dica bene»fece lui.
«Quindi»continuai«se assistessimo teoricamente alla nascita di una cittàvedremmo anche nascere la giustizia e
l'ingiustizia?» «Forse si»rispose.
«E se ciò si verificanon c'è la speranza di scorgere più facilmente ciò che cerchiamo?» «Senz'altro».
«Vi sembra allora che si debba tentare di condurre a fondo l'impresa? Rifletteteciperché credo non sia un'opera da
poco».
«Abbiamo riflettuto»rispose Adimanto. «Fa' come hai detto».
«A mio parere»incominciai«una città nasce perché ciascuno di noi non è autosufficientema ha bisogno di molte
cose; o a quale altro principio credi che sia dovuta la fondazione di una città?» «A nessun altro»rispose.
«Così gli uomini si associano tra loro per le varie necessità di cui hanno bisogno; e quando hanno raccolto in un'unica
sede molte persone per ricevere aiuto dalla comunanza reciprocanasce quella coabitazione cui diamo il nome di città.
Non è così ?» «Certamente».
«Quando dunque l'uno dà qualcosa all'altrose gliela dào da lui la ricevenon pensa che sia per sé più vantaggioso?»
«Sicuro».
«Allora»proseguii«costruiamo teoricamente una cittàsin dalle fondamenta. La creeràa quanto pareil nostro
bisogno».
«Come no?» «Ma il bisogno primario e più grande è procurarsi il nutrimento per continuare a vivere».
«Assolutamente».
«Il secondo è quello di un'abitazioneil terzo quello di un vestito e di necessità simili».
«è così ».
«E allora»dissi«come farà fronte la città alla richiesta di tanti mezzi? Un individuo dovrà fare il contadinoun altro
l'architettoun altro ancora il tessitore? Dovremo anche aggiungere un calzolaio o qualcun altro che cura le esigenze del
corpo?» «Certamente».
«Allora il nucleo essenziale della città sarebbe composto da quattro o cinque uomini».
«Così pare».
«Quindi ciascuno di loro deve mettere la propria attività a disposizione di tuttiad esempio il contadinoche è uno
solodeve sostentare quattro persone e spendere un tempo e una fatica quadrupla per procurare il cibo e metterlo in
comune con gli altri? Oppuresenza darsi pensiero di lorodeve produrre per sé solo la quarta parte di questo cibo in un
quarto di tempoimpegnando gli altri tre quarti nel provvedersi rispettivamente della casadel vestito e delle scarpee non
prendersi la briga di farne parte agli altrima occuparsi da sé dei propri affari?» Adimanto rispose: «Ma forseSocrateil
primo sistema è più facile del secondo».
«Nulla di stranoper Zeus!»replicai. «Le tue parole mi fanno riflettere che innanzitutto ciascuno di noi non nasce
identico agli altrima con una precisa disposizione per una particolare attività. Non ti pare?» «Sì ».
«Allora è meglio quando un solo individuo pratica molti mestieri o quando ne pratica uno solo?» «Quando ne pratica
uno solo»rispose.
«Ma è anche chiarocredoche se uno lascia passare il momento opportuno per fare una cosaquesta va in malora».
«è chiarocerto».
«Perché l'oggetto del lavorocredonon è disposto ad aspettare il comodo del lavoratorema è necessario che il
lavoratore segua il proprio lavoro non come un'occupazione accessoria».
«Sìè necessario».
«In base a questoogni cosa riesce megliopiù spesso e più facilmente quando si pratica una sola attività secondo le
proprie inclinazioni e a tempo debitoliberi da altre occupazioni».
«Senz'altro».
«AlloraAdimantoper le esigenze di cui parlavamo occorrono più di quattro cittadini. Il contadinoa quanto pare
non costruirà da sé l'aratrose dev'essere un buon aratroné la zappané gli altri attrezzi agricoli. Lo stesso vale per
l'architetto: anch'egli ha bisogno di molti utensili. E così anche il tessitore e il calzolaio. O no?» «è vero».
«Ecco che falegnamifabbri e molti artigiani come loro si associano alla nostra piccola città e la ingrossano».
«Certo».
«Ma non sarebbe ancora molto grande se aggiungessimo a loro bovaripecorai e altri pastoriper fornire ai contadini
buoi per arareai costruttori di case e ai contadini animali da soma per il trasporto di materialeai tessitori e ai calzolai
pelli e lana».
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«Ma una città che avesse tutto questo non sarebbe nemmeno piccola»disse.
«D'altra parteperò»continuai«fondare questa città in un luogo tale da non richiedere l'importazione di merciè
pressoché impossibile».
«Sìè impossibile».
«Quindi avrà ancora bisogno di altre personeche importeranno da un'altra città ciò che le occorre».
«Ne avrà bisogno».
«E se chi ha questo incarico partirà a mani vuotesenza portare con sé nulla di quanto occorre a chi fornisce le merci
d'importazione di cui necessitano i nostri cittadinitornerà a mani vuote. O no?» «Mi sembra di sì ».
«Pertanto la produzione interna deve non solo bastare al fabbisogno dei cittadinima anche soddisfare in qualità e
quantità le esigenze di coloro da cui importano».
«Devecerto».
«Allora la nostra città ha bisogno di un maggior numero di contadini e degli altri artigiani».
«Sìdi un maggior numero».
«Occorrono inoltre quegli altri addetti all'importazione ed esportazione di ciascun prodottocioè i mercanti. O no?»
«Sì ».
«Dunque avremo bisogno anche di mercanti».
«Certamente».
«E se il commercio si effettua per mareavrà anche bisogno di parecchie altre persone esperte nella navigazione».
«Certodi parecchie persone».
«E come si scambieranno i prodotti del proprio lavoro all'interno della città stessa? Questo è lo scopo per cui ci siamo
riuniti e abbiamo fondato una città».
«è chiaro»rispose: «vendendo e comprando».
«Di conseguenza avremo un mercato e una moneta comunemente accettata per la compravendita».
«Certamente».
«E se il contadino o un altro artigianoquando porta al mercato qualche suo prodottonon arriva nello stesso momento
di chi ha bisogno di comprare da luinon attenderà al proprio lavoro per starsene seduto al mercato?» «Nient'affatto»
rispose. «Ci sono degli addetti che si incaricano di ovviare a questo inconveniente; nelle città ben amministrate sono per
lo più le persone fisicamente più deboli e inadatte a svolgere un'altra attività. Essi devono rimanere intorno alla piazza del
mercatoacquistare per denaro le merci da chi ha bisogno di vendere e poi passarlesempre per denaroa chi ha bisogno
di comprare».
«Allora»dissi«questo bisogno fa nascere nella nostra città i bottegai. Non chiamiamo forse bottegai quelli che
esercitano le operazioni di compravendita stando fissi al mercatoe mercanti quelli che vanno in giro per le città?»
«Sicuro».
«Ma ci sono ancorami sembraaltri inservientii quali non meritano molto di essere accolti in una comunità per le
loro doti intellettivema possiedono una forza fisica atta a sopportare le fatiche: costoro sono detticredosalariati perché
vendono l'uso della loro forza e chiamano questo valore salario. Non è così ?» «Certo».
«A quanto pareanche i salariati completano la città».
«Mi pare di sì ».
«QuindiAdimantola nostra città è ormai cresciuta a tal punto da essere perfetta?» «Forse».
«E allora dove saranno la giustizia e l'ingiustizia? Assieme a quale degli elementi che abbiamo preso in esame sono
nate?» «Io non lo soSocrate»rispose«a meno che non si trovino in qualche bisogno reciproco di queste persone».
«Forse hai ragione»ripresi«e non bisogna esitare a esaminare il problema. Innanzitutto quindi vediamo in che modo
vivranno i cittadini così organizzati. Quale altro impegno avranno se non produrre cibovinoindumenti e calzature? Poi
si costruiranno le case e d'estate lavoreranno seminudi e scalzid'inverno ben coperti e calzati. Si nutriranno ricavando
farina dall'orzo e dal frumentocuocendo e impastandoe serviranno ottime focacce e pani su un canna o su foglie pulite;
e sdraiati su giacigli cosparsi di smilace (18) e mirto banchetteranno essi e i loro figli bevendo vino e cantando inni agli
dèi col capo cinto di corone. Vivranno insieme piacevolmente e non metteranno al mondo più figli di quanto consentano
le loro sostanzeper timore della povertà e della guerra».
A quel punto prese la parola Glaucone: «A quanto sembratu fai pranzare questi uomini senza companatico!».
«è vero»dissi. «Mi sono dimenticato che avranno anche il companaticocioè saleoliveformaggioe cuoceranno
bulbi e verdurecome si suole fare in campagna. Imbandiremo loro anche pasticci di fichiceci e favee arrostiranno al
fuocosotto la cenerebacche di mirto e ghiandebevendo moderatamente; così passeranno la vita in pace e in buona
salutecom'è naturalemoriranno vecchi e trasmetteranno un analogo modo di vivere ai loro discendenti».
Ed egli replicò: «Socratese fondassi una città di porcili pasceresti con un cibo diverso da questo?» «Ma allora come
bisogna fareGlaucone?»domandai.
«Come si fa di solito»rispose. «Chi non vuole stare scomodo deve sdraiarsi su un lettinocredoe prendere il cibo da
una tavolamangiando condimenti e dolci come gli uomini d'oggi».
«Bene»dissi«ora capisco. A quanto pare non stiamo ricercando l'origine di una semplice cittàbensì di una città che
vive nel lusso.
E forse non è un malepoiché esaminandone anche una di questo genere forse potremo vedere come negli Stati
nascono la giustizia e l'ingiustizia. Comunque la vera città mi pare quella che abbiamo descrittouna città sana; ma se
Platone La Repubblica

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voleteconsideriamo anche una città affetta da infiammazione: nulla lo vieta. A quanto parealcuni non si
accontenteranno di queste prescrizioni e di questo tenore di vitama aggiungeranno lettinitavole e le altre suppellettilie
poi condimentiprofumiincensieteremanicaretti e ogni sorta di simili raffinatezze. Inoltre non devono essere più
tenute per necessarie le cose che abbiamo elencato primacaseindumenti e calzaturema bisogna scomodare la pittura e
il ricamo e possedere oroavorio e ogni altra materia preziosa. Non è così ?» «Sì »rispose.
«Perciò si deve nuovamente ingrandire la cittàpoiché quella sana non basta piùma ora va riempita di una massa di
gente che non abita più nelle città per procurarsi il necessario: ad esempio i cacciatori e gli imitatori di ogni speciemolti
che si occupano del disegno e dei colori oppure della musicai poeti e i loro attendentirapsodiattoricoreutiimpresari
costruttori di oggetti per tutti gli usiin particolare per la cosmesi femminile. E ci occorrerà anche un numero maggiore di
servitori: non ti sembra che avremo bisogno di pedagoghibalienutriciacconciatricibarbierie poi di cuochi e
macellai? Inoltre avremo bisogno anche di porcari: nella città di prima non ne avevamoperché non erano necessarima
in questa occorrono anche loro. Ci vorranno anche molti altri animali da pascolose c'è chi ne mangia. Non è vero?»
«Come no?» «E con questo tenore di vita non ci serviranno molto più di prima anche i medici?» «Sìmolto di più».
«E il territorioche bastava a nutrire gli abitanti di alloradiventerà piccoloda sufficiente che era. Non è forse così ?»
«E così »rispose.
«Dobbiamo pertanto ritagliarci una fetta del paese confinantese vogliamo avere terra sufficiente da pascolare e arare
e quelli devono fare altrettanto col nostro territoriose anche loro si abbandonano a un acquisto sconfinato di ricchezze
andando oltre i limiti del necessario?» «è davvero inevitabileSocrate»rispose.
«E poi faremo la guerraGlaucone? O come andrà a finire?» «Andrà a finire così »disse.
«Non stiamo ora a questionare»continuai«se la guerra arreca un male o un bene; limitiamoci a dire che abbiamo
trovato l'origine della guerra in quelle cose che quando si verificano procurano alle città i mali più gravipubblici e
privati».
«Senza dubbio».
«Perciòcaro amicobisogna ingrandire la città non di pocoma di un intero esercitoche uscirà in campo aperto e
combatterà contro gli aggressori in difesa di tutti i possedimenti e delle persone che poco fa abbiamo elencato».
«Ma come?»obiettò. «I cittadini stessi non ne saranno capaci?» «No»risposi«almeno se tu e tutti noi abbiamo
stipulato un buon accordoquando abbiamo dato forma alla città: abbiamo convenutose ti ricordiche è impossibile per
una sola persona praticare bene molte arti».
«Hai ragione»ammise.
«E allora?»incalzai. «L'esercizio della guerra non ti sembra un'arte?» «E come!»rispose.
«Bisogna dunque avere maggiore cura dell'arte del calzolaio che dell'arte della guerra?» «Assolutamente no».
«Però abbiamo impedito al calzolaio di mettersi a fare il contadinoil tessitore o l'architetto e gli abbiamo ordinato di
fare il calzolaioper ottenere buoni risultati dal suo lavoro; allo stesso modo abbiamo assegnato a ciascun individuo una
sola attivitàquella per cui aveva una naturale disposizione e che doveva svolgere benepraticandola per tutta la vita
senza interessarsi degli altri lavori e senza lasciarsi sfuggire le occasioni propizie. Non è forse della massima importanza
esercitare bene iì mestiere della guerra? Oppure è così facile che un contadino o un calzolaio o chi pratica una qualsiasi
altra arte sarà allo stesso tempo anche un guerrieromentre nessuno può essere un bravo giocatore di dama o di dadi se fin
da ragazzo non si è esercitato a tempo pienoma solo saltuariamente? E se impugna uno scudo o un'altra arma o
strumento di guerradiventerà il giorno stesso un buon combattente nella fanteria o in qualche altro genere di scontro
bellicomentre nessun altro strumento avrà mai il potere di rendere qualcuno artigiano o atleta solo per il fatto di essere
preso in manoe non risulterà utile a chi non ha acquisito piena conoscenza e sufficiente pratica di ciascun mestiere?»
«Sarebbero strumenti molto cari!»esclamò.
«Perciò»seguitai«quanto più importante è il compito dei guardiani(19) tanto maggiore sarà il tempo libero che
richiede dalle altre occupazioninonché l'arte e l'applicazione che esige».
«Credo di sì »disse.
«E richiederà anche una natura idonea a questa occupazione?» «Come no?» «Sarà dunque nostro compitoa quanto
paresceglierese ne siamo capacigli individui che abbiano un'indole adatta alla difesa della città».
«Certosarà compito nostro».
«Per Zeus»esclamai«non ci siamo scelti un compito da poco! Tuttavia non dobbiamo comportaci da vilialmeno
per quanto le nostre forse ce lo permettono».
«No di certo»disse.
«Credi dunque»domandai«che nel fare la guardia la natura di un cucciolo di razza differisca da quella di un giovane
di nobile famiglia?» «Cosa intendi dire?» «Faccio un esempio: tutti e due devono avere sensi acutivelocità nell'inseguire
la preda che hanno fiutato e anche forza per afferrarla e combattere».
«Sì »disse«hanno bisogno di tutte queste qualità».
«E in più devono essere coraggiosiper combattere bene».
«Come no?» «Ma potrà essere coraggioso un cavalloun cane o qualsiasi altro animale che non sia animoso? O non
hai capito che l'ardore è qualcosa di indomabile e di irremovibilela cui presenza rende ogni anima impavida e invincibile
di fronte a ogni pericolo?» «L'ho capito».
«Allora è chiaro quali caratteristiche fisiche deve avere il guardiano».
«Sì ».
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«Ed è anche chiaro che la sua caratteristica spirituale deve essere l'animosità».
«è chiaro anche questo».
«Ma uomini di questa indoleGlauconecome potranno non essere violenti tra loro e con gli altri cittadini?» «Per
Zeusnon sarà facile evitarlo!»rispose.
«Eppure devono essere miti con i concittadini e duri con i nemici; altrimenti si annienteranno da solisenza aspettare
che lo facciano altri prima di loro».
«è vero»disse.
«Che cosa faremo allora?»domandai. «Dove troveremo un carattere mite e ardente allo stesso tempo? La natura mite
è in certo qual modo contraria a quella animosa».
«Pare di sì ».
«D'altra partese il nostro uomo è privo di uno di questi due elementinon diventerà mai un buon guardiano; ma la
loro combinazione sembra impossibilee così ne consegue che è impossibile diventare un buon guardiano».
«Può darsi»disse.
Dopo un iniziale smarrimentoio ripensai alle parole di prima e dissi: «Il nostro imbarazzoamico mioè giustificato
poiché ci siamo allontanati dall'immagine che ci eravamo proposti».
«Cioè?» «Non abbiamo tenuto conto del fatto che esistono nature dotate di queste qualità opposteanche se non lo
immaginavamo».
«E dove?» «Lo si può vedere anche in altri animalima soprattutto in quello che abbiamo paragonato al guardiano. Tu
sai che l'indole naturale dei cani di razza consiste nell'essere quanto mai mansueti con i familiari e le persone conosciute
e nel tenere un comportamento opposto con gli sconosciuti».
«Sìlo so».
«Un caso come questo è dunque possibile»dissi«e non andiamo contro natura cercando un guardiano che abbia tali
requisiti».
«Pare di no».
«Non ti sembra che al futuro guardiano sia indispensabile un'altra doteil possesso di un'indole filosofica oltre che
animosa?» «E perché?»disse. «Non capisco!».
«Anche questo potrai vederlo nei cani»seguitai«ed è un fatto straordinario in un animale».
«Che cosa?» «Che quando il cane vede uno sconosciutosi irrita anche se non ha ricevuto da lui alcun male; viceversa
quando vede una persona conosciutala saluta con affetto anche se non ha mai ricevuto da lei alcun bene. Non te ne sei
mai meravigliato?» «Finora non ci avevo proprio fatto caso»rispose. «Ma è chiaro che fa così ».
«Eppure questa sua dote naturale appare sottile e veramente filosofica».
«In che senso?» «Nel senso»dissi«che distingue una figura amica da una nemica solo per il fatto che conosce l'una e
ignora l'altra. E come può non amare l'apprendimento chi distingue il proprio e l'altrui grazie alla conoscenza e
all'ignoranza?» «Non può non amarlo»rispose.
«Ma amare l'apprendimento»continuai«non è la stessa cosa che essere filosofo?» «Sìè la stessa cosa».
«Possiamo allora stabilire senza timore che anche l'uomose vuole essere mite con i familiari e le persone conosciute
deve possedere un'indole filosofica e amante dell'apprendimento?» «Stabiliamolo»rispose.
«Pertanto chi vorrà essere un ottimo guardiano della città sarà filosofoanimosoveloce e forte».
«In tutto e per tutto»disse.
«Il nostro uomo avrà dunque tali qualità. In che modo però questi guardiani saranno allevati ed educati? E l'esame di
questo problema può tornarci utile per individuare l'oggetto di tutta la nostra indagineossia come nascono in una città la
giustizia e l'ingiustizia? Così eviteremo di omettere un argomento importante o di tirarlo troppo in lungo».
A questo punto il fratello di Glaucone disse: «Sìio credo proprio che questa indagine sia utile al nostro scopo».
«Per Zeus»feci io«alloracaro Adimantonon è da lasciar cadereneanche se viene ad essere piuttosto lunga!».
«No di certo».
«Su alloratracciamo in un discorso teorico l'educazione di questi uominicome se raccontassimo delle favole e
avessimo tempo a disposizione».
«Non c'è altro da fare».
«Ma quale sarà l'educazione? Non è forse difficile trovarne una migliore di quella scoperta già da tanto tempo? Essa
consiste in sostanza nella ginnastica per il corpo e nella musica per l'anima».
«Sìè così ».
«Ma nella nostra educazione non cominceremo prima dalla musica che dalla ginnastica?» «Come no?» «Nella
musica»chiesi«includi le opere letterarie oppure no?» «Certo».
«Ed esse sono di due speciel'una veral'altra falsa?» «Sì ».
«Allora l'educazione deve svolgersi in entrambi i campima prima in quello falso?» «Non capisco cosa vuoi dire»
rispose.
«Non capisci»ripresi«che ai bambini raccontiamo innanzitutto delle favole? Ciò nel suo complesso è una
menzognache però contiene anche un fondo di verità. E noi insegniamo ai bambini le favole prima che la ginnastica».
«è così ».
«Ecco perché dicevo che bisogna praticare la musica prima che la ginnastica».
«Giusto»disse.
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«E non sai che in ogni opera l'inizio è di fondamentale importanzatanto più se si tratta di una creatura giovane e
delicata? E soprattutto a quell'età che ciascun individuo viene plasmato e segnato con l'impronta che gli si vuole
imprimere».
« Proprio così ».
«E permetteremo cosìa cuor leggeroche i bambini ascoltino favole di bassa lega plasmate da persone qualsiasi e
ricevano nell'anima opinioni per lo più contrarie a quelle chea nostro giudiziodovranno avere quando saranno divenuti
adulti?» «Nonon lo permetteremo in nessun modo».
«Perciòa quanto paredobbiamo innanzitutto sorvegliare i creatori di favolescegliendo quelle composte bene e
scartando quelle composte male. Poi convinceremo le balie e le madri a raccontare ai bambini le favole che abbiamo
approvato e a plasmare le loro anime con le favole molto più di quanto plasmino i loro corpi con le mani; ma bisogna
rigettare la maggior parte delle favole che si narrano ai giorni nostri».
«Quali?»domandò.
«Nelle favole maggiori»risposi«vedremo riflesse anche le minori.
Infatti sia le une sia le altre devono avere la stessa impronta e produrre lo stesso effetto. Non credi?» «Sì »disse. «Ma
non capisco che cosa intendi per favole maggiori».
«Quelle che ci hanno cantato EsiodoOmero e gli altri poeti.
Sono loro che hanno composto miti falsi e li hanno narratie li narrano tuttoraagli uomini».
«Quali sono»chiese«e che cosa critichi in essi?» «Ciò che bisogna criticare più d'ogni altra cosa»risposi«tanto più
se le menzogne narrate non sono neanche belle».
«E cioè?» «Quando nel racconto si dà una cattiva rappresentazione della natura degli dèi e degli eroicome un pittore
che dipinge immagini per nulla simili a quelle che voleva riprodurre».
«è giusto muovere una tale critica»disse. «Ma in che sensoe in riferimento a quali miti la esprimiamo?» «In primo
luogo»risposi«la menzogna più grave riguarda argomenti della massima importanza ed è stata proferita ignobilmente
da chi ha attribuito a Urano le azioni che compì secondo Esiodoe a Crono la vendetta che riportò su di lui. Quanto poi a
ciò che Crono fece e subì da parte dì suo figlio(20) neanche se fosse vero riterrei opportuno raccontarlo con tanta facilità
a persone giovani e senza giudizioanzi sarebbe preferibile passarlo sotto silenzio; e se proprio ci fosse una necessità di
parlarnedovrebbe udirlo in gran segreto il minor numero possibile di personedopo aver sacrificato non un porco(21)
ma una vittima grande e difficile da procurarsicosì da ridurre al minimo i possibili ascoltatori».
«In effetti»disse«questi racconti sono imbarazzanti».
«E non sono da narrare nella nostra cittàAdimanto»continuai. «Né bisogna dire in presenza di un giovane che non
farebbe nulla di strano se commettesse le peggiori ingiustiziee neppure se punisse con ogni mezzo un padre ingiustoma
seguirebbe l'esempio degli dèi più antichi e più grandi».
«Noper Zeus»fece lui«anche a me sembra che non sia opportuno narrare simili storie.» «Come non lo è affatto»
incalzai«dire che gli dèi si fanno guerrasi tendono insidie e si combattono tra loro (il che tra l'altro non è vero)almeno
se i futuri custodi della città devono ritenere che la peggiore vergogna sia l'odio reciproco dovuto a futilimotivi.
Bisogna poi evitare di proporre loro racconti e raffigurazioni di gigantomachie e di ogni altro genere di lotta
ingaggiata dagli dèi e dagli eroi con i loro congiunti e familiari; ma se vogliamo persuaderlì in qualche modo che nessun
cittadino ha mai avuto in odio un concittadino e che questa è un'empietàoccorre piuttosto che gli anzianiuomini e
donnene parlino subito ai bambinie quando essi saranno cresciuti dovranno costringere anche i poeti a scrivere storie
conformi a questi princì pi. Non bisogna invece accogliere nella città le fole di Era incatenata dal figlio (22) e di Efesto
scagliato giù dal padre quando stava per venire in aiuto della madre percossa(23) né le battaglie degli dèi inventate da
Omero(24) che abbiano o meno un significato allegorico. Il giovane infatti non sa distinguere ciò che è allegoria da ciò
che non lo èma le opinioni che accoglie a questa età diventano di solito incancellabilì e immutabili; per questo forse
bisogna fare ogni sforzo affinché le prime cose ascoltate dai giovani siano miti composti nel miglior modo possibile per
incitarli alla virtù».
«Parole sensate»ammise. «Ma se qualcuno ci chiedesse quali sono questi argomenti e questi mitiche cosa
diremmo?» E io risposi: «Adimantoper ora io e te non siamo poetima fondatori di una città; e ai fondatori di una città
spetta conoscere i modelli in base ai quali i poeti devono comporre i loro miti e impedire che li trasgrediscanoma non
devono inventare essi stessi dei miti».
«Giusto»disse. «Ma quali sarebbero i modelli da seguire quando si parla degli dèì ?» «Più o meno questi»risposi:
«bisogna sempre rappresentare la divinità qual è veramentetanto nell'epica quanto nella lirica e nella tragedia».
«Sìbisogna fare questo».
«Orase la divinità è realmente buonanon va definita in questi termini?» «Come no?» «Ma nulla di ciò che è buono è
dannoso. O no?» «Mi pare di sì ».
«Quindi ciò che non è dannoso non arreca danno?» «In nessun modo».
«E ciò che non arreca danno compie qualcosa di male?» «Neanche questo».
«E ciò che non compie alcun male può essere causa di un male?» «E come potrebbe?» «Ma ciò che è buono non è
forse utile?» «Sì ».
«Ed è causa di benessere?» «Sì ».
«Dunque ciò che è buono non è la causa di tuttoma è responsabile solo del benenon del male».
«Precisamente»disse.
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«Quindi la divinità»proseguii«essendo buonanon sarà la causa di tuttocome dice la gentema sarà responsabile di
poche vicende umanenon di molteperché i beni che noi possediamo sono molto minori dei mali; e mentre la causa dei
beni non va ricondotta ad altri che alla divinitàper i mali si deve ricercare una causa diversa».
«Le tue parole mi sembrano molto vere»disse.
«Allora»feci io«non è scusabile lo stupido errore commesso da Omero o da un altro poeta a proposito degli dèi
quando affermano che "sulla soglia di Zeus due otri son posti pieni di sortil'uno di buonel'altro di tristi"e a chi Zeus dà
una mescolanza di entrambi "ora un male gli toccaora s'imbatte in un bene"a chi invece concede una sorte non mista
ma attinta solo dal secondo"mala fame lo spinge sopra la terra divina"; né si deve accettare l'idea che Zeus sia per noi
"dispensiere di beni e di mali".(25) E non approveremo se qualcuno sosterrà che la violazione dei giuramenti e della
tregua fatta da Pandaro avvenne ad opera di Atena e di Zeus(26) o attribuirà la discordia e il giudizio delle dee a Temis e
a Zeus(27) né si deve permettere ai giovani di sentirecome dice Eschiloche "colpa fa nascere il dio nei mortaliquando
voglia una casa distruggere a fondo".(28) Ma se uno canta le sventure di Niobea cui si riferiscono questi giambio dei
Pelopidi (29) o di Troia o altre del generegli si deve impedire di ascrivere queste vicende all'opera di un dioaltrimenti
bisogna trovare per esse una giustificazione come quella che stiamo cercando orae dire che la divinità ha compiuto
azioni giuste e buone e che quei personaggi trassero giovamento dalla punizione ricevuta; ma non si deve permettere al
poeta di asserire che chi pagò il fio fu infelice a causa della divinità. Se invece dicessero che i malvagiin quanto infelici
meritarono una punizionee scontando la propria colpa furono beneficati dalla divinitàdovremmo lasciare che dicano;
viceversa dobbiamo opporci con tutte le forze all'affermazione che un diopur essendo buonoè causa di sventure:
nessunogiovane o vecchiocreatore di miti in versi o in prosadeve proferire o ascoltare parole simili in una città che
vuole essere ben governataperché se venissero pronunciate sarebbero empieinutili per noi e non coerenti con se stesse».
«Questa legge mi piace»disse«e mi unisco a te nel votarla».
«Questa dunque»ripresi«può essere una delle leggi e dei princì pi concernenti gli dèi cui dovranno attenersi i
narratori e i poeti: la divinità non è causa di tuttoma solo del bene».
«Ed è abbastanza»disse.
«E quale sarà la seconda legge? Credi forse che il dio sia un magocapace di apparire a bella posta in svariate formee
che a volte sia proprio lui a presentarsi e cambiare il proprio aspetto in molte sembianzea volte invece ci inganni
suscitando in noi questa impressione? Oppure credi che sia semplice e meno che mai esca dal proprio aspetto?» «Così sul
momento non saprei che dire»confessò.
«Allora senti questo. Se qualcosa esce dal proprio aspettonon deve necessariamente mutarsi da sé o per opera altrui?»
«Necessariamente».
«Ma ciò che si trova nella condizione migliore non è il meno sogetto a essere alterato e sconvolto per opera altrui? Per
esempiocorpo per effetto di cibibevande e faticheogni pianta per effetto del calore solaredei venti e di accidenti
similiquanto più sono sani e forti tanto meno subiscono alterazioni?» «Come no?» «E l'anima più coraggiosa e più
saggia non sarà la meno soggetta a sconvolgimenti e alterazioni dall'esterno?» «Sì ».
«E analogamente anche tutti gli oggetti costruiti dall'uomoattrezzicase e vestitise ben costruiti e in buono stato
vengono minimamente alterati dal tempo e dagli altri accidenti».
«è così ».
«Allora tutto ciò che si trova in buono stato o per natura o per arte o per entrambe le cosesubisce un minimo
mutamento per opera altrui».
«A quanto pare».
«Ma la divinità e ciò che la concerne godono in tutto e per tutto della condizione migliore».
«Come no?» «Di conseguenza la divinità sarà l'essere meno soggetto ad assumere molte sembianze».
«Il meno soggettocertamente».
«Ma può mutarsi e trasformarsi da sola?» «è evidente»rispose«se è vero che si trasforma».
«Dunque muta se stessa in ciò che è migliore e più belloo in ciò che è peggiore e più brutto?» «è inevitabile che si
muti in peggio»rispose«se è vero che si trasforma; non diremo certo che la divinità è in difetto di bellezza o di virtù!».
«Hai proprio ragione»dissi. «Stando così le coseAdimantoti sembra che qualcunonon importa se dio o uomo
possa rendersi peggiore di sua volontà?» «è impossibile».
«Perciò»ripresi«è anche impossibile che un dio voglia trasformarsima a quanto pareavendo il più alto grado di
bellezza e di virtùogni dio semplicemente mantiene sempre la sua forma».
«Mi sembra che sia assolutamente inevitabile»disse.
«Quindicarissimo»continuai«nessun poeta venga a dirci che "dèi col sembiante d'ospiti stranieri nelle più varie
forme girano le città"; (30) e nessuno racconti menzogne su Proteo e Teti(31) né rappresenti in tragedia o in altri generi
poetici Era trasformata in sacerdotessa che mendica «per l'alme figlie del fiume Inaco argivo»(32) né ci stiano a
propinare molte altre fandonie di questo genere. E le madri non si lascino persuadere da costoro e non spaventino i loro
figli raccontando favole inopportune di dèi che si aggirano di notte sotto le sembianze di stranieri d'ogni tipoper evitare
che bestemmino contro gli dèi e nello stesso tempo rendano i loro figli più vili».
«Se ne guardino!»esclamò.
«Non potrebbe però essere»chiesi«che gli dèi sono incapaci di mutarsi da séma ci fanno credere che appaiono in
svariate formeingannandoci e prendendosi gioco di noi?» «Forse»rispose.
«Ma come!»replicai. «La divinità sarebbe pronta a mentire a parole o coi fattipresentandoci un'apparenza fallace di
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sé?» «Non so»disse.
«Non sai»ripresi«che tutti gli dèi e gli uomini odiano la vera menzognase è lecito usare questa espressione?»
«Cosa intendi dire?»domandò.
«Che nessuno vuole essere coscientemente ingannato nella parte più importante di sé e sulle questioni più importanti
ma teme più di ogni altra cosa di essere colto in fallo proprio lì ».
«Non capisco neanche ora»disse.
«Perché credi»incalzaiche io stia parlando di chissà cosamentre sto solo dicendo che nessuno accetterebbe mai di
accogliere e conservare nell'anima l'inganno sulla natura delle cosee di restare così nell'ignoranza possedendo e tenendo
in sé la menzognaanzi tutti la odiano soprattutto in questa circostanza».
«E come!»esclamò.
«Come dunque dicevo poco fal'ignoranza insita nell'anima di chi è ingannato si può benissimo chiamare vera
menzognapoiché quella che si manifesta nelle parole è una copia dello stato in cui versa l'anima e un'immagine che
nasce in un secondo temponon la menzogna pura. Non è così ?» «Senz'altro»rispose.
«Perciò la vera menzogna è detestata non solo dagli uominima anche dagli dèi».
«Mi sembra di sì ».
«E quella che si manifesta nelle parole? Quando e a chi è tanto utile da non meritare odio? Non lo diventa forsecome
un farmacoa scopo dissuasorioquando i nemici e quelli che consideriamo amici cercano di compiere un'azione
malvagia per un attacco di follia o per stoltezza? E nelle favole mitiche di cui abbiamo appena parlatodato che ignoriamo
come si sono veramente svolti i fatti antichinon rendiamo utile la menzogna modellandola il più possibile sulla verità?»
«Proprio così »rispose.
«Sotto quale aspetto allora la menzogna è utile alla divinità? Non potrebbe mentire rendendo verosimili i fatti antichi
perché li ignora?» «Ma sarebbe ridicolo!»esclamò.
«Quindi in un dio non ci può essere un poeta mentitore».
«Non mi pare».
«Potrebbe mentire allora per timore dei nemici?» «Ci mancherebbe!».
«E a causa della stoltezza o della follia dei suoi familiari?» «Ma nessun uomo stolto o pazzo è amico degli dèi»
rispose.
«Non c'è quindi motivo per cui un dio potrebbe mentire».
«Non c'è».
«Pertanto il demonico e il divino sono in tutto e per tutto esenti da menzogna».
«Senz'altro»disse.
«Insommala divinità è semplice e veritiera nei fatti e nelle parolenon subisce mutamenti e non inganna gli altri né
con apparizioniné con discorsiné con l'invio di segni durante la veglia o in sogno».
«A sentirlo dire da te»confessò«anch'io sono dello stesso avviso».
«Allora»ribadii«ammetti che il secondo principio da seguirequando si parla e si scrive poesia sugli dèisia che essi
non sono dei maghi intenti a trasformarsi e a sedurci con parole o fatti mendaci?» «Lo ammetto».
«Perciòpur tributando molti elogi a Omeronon lo loderemo per il sogno inviato da Zeus ad Agamennone;(33) né
approveremo Eschilolà dove Teti dice che Apollocantando alle sue nozze"celebrava la sua bella figliolanza""le
lunghe vite da malanni immunie tutte disse le mie sorti agli dèi careposcia intonò il peanarallegrandomi. E io senza
menzogna la diva bocca di Febo credevo fossericolma d'arte mantica; ma lui che sì cantòpresente al mio banchettolui
che questo disselui fu ch'uccise il mio figliolo".(34) Quando un poeta si esprimerà sugli dèi in questi terminici
indigneremo con lui e non gli concederemo il coro(35) né permetteremo ai maestri di farne uso per l'educazione dei
giovanise i nostri guardiani devono diventare pii e divini quanto più è possibile a un uomo».
«Io convengo assolutamente su questi princì pi»disse«e darei loro forza di legge».
Note: 1) Il testo tràditoè inaccettabile perché tutte le fonti sono concordi nell'attribuire l'anello a Gigenon 'a un suo
antenato'e anche la storia di seguito narrata si conforma a questa versione. Burnet corregge semplicemente "Gúgou" in
"Gúge"Fraccaroli aggiunge "tou Kroísou.
2) Parafrasi di EschiloSeptem adversus Thebas 592 3) EschiloSeptem adversus Thebas 593-594. I due versicome
quello precedentemente parafrasatosono riferiti ad Anfiarao.
4) Ripresacon qualche leggera variazionedi EsiodoOpera et dies 232-233.
5) OmeroOdyssealibro 19versi 109-113. Parte di questa citazione è ironicamente ripresa più avanti.
6) Museo era un mitico cantore ai quale erano attribuiti poemi d'ispirazione orfica (infatti poco sotto viene associato a
Orfeo); il figlio cui si aliude è forse Eumolpomitico progenitore degli Eumolpidiuna famiglia i cui membri erano per
tradizione sacerdoti dei misteri eleusini.
7) Allusione al castigo delle Danaidile cinquanta figlie di Danao che uccisero i maritiloro cuginila prima notte di
nozzee per questo furono condannate a versare acqua in una botte bucata osecondo la variante qui accoltaa portarla
con un setaccio; l'unica a non subire tale pena fu Ipermnestrache a differenza delle sorelle risparmiò il proprio marito.
8) EsiodoOpera et dies 287-289.
9) OmeroIliaslibro 9versi 497 e 499-501.
10) Orfeo è il mitico cantore tracio che con la potenza del suo canto ammansiva le fiere e muoveva alberi e rocce.
Disceso negli Inferiottenne di poter riportare in vita la sposa Euridicema trasgredì il divieto di voltarsi a guardarla
Platone La Repubblica

29
durante la risalita e la sposa gli fu tolta per sempre. La sua uccisione da parte delle Baccanti attesta il suo rapporto con i
misteri dionisiacidi cui era considerato il fondatore; sotto il suo nome fu inoltre raccolto un corpus di scritti cosmogonici
ed esoterici.
Orfeo era figlio della Musa Calliope e alcune fonti lo indicano come padre di Museola cui madre era Selenecioè la
Luna.
11) Libera citazione da Pindaroframmento 201 Bowra = 213 Maehler.
12) Simonindeframmento 55 Diehl.
13) Probabile riferimento ad Archilocoframmento 168; 188; 196 Tarditi.
Al poeta di Paro si deve forse l'archetipo della volpe come incarnazione dell'astuzia.
14) Ci atteniamo alla lezione "lógon" dei codici ADMin luogo di "nómon" accolto da Burnet.
15) Così erano chiamate alcune divinità ctoniecome Dioniso e Demetra; nel successivo riferimento alle «città più
forti» è infatti adombrata Atenecentro di irradiazione dei misteri eleusini.
16) Allusione ironica a Trasimacodi cui Glaucone e Adimanto sono detti figli perché continuano il suo discorso.
17) Presso Megara furono combattute durante la guerra del Peloponneso due battagliela prima del 422la seconda
nel 409; probabilmente qui si fa riferimento a quest'ultima. L'amante di Glaucone forse è Criziail sanguinario capo dei
Trenta Tiranni.
18) Pianta simile all'edera.
19) Nell'introdurre la classe più alta della città idealePlatone non distingue ancora tra guerrieri e governanti; tale
distinzione sarà affrontata nei libri 6 e 7.
20) Urano teneva i figli rinchiusi nel grembo della loro madre Geache spinse Cronoil più giovane di loroa evirare
il padre con un falcetto; cfr. EsiodoTheogonia 154-182. A sua volta Cronoassunto il poteredivorava i figli appena nati
perché secondo una profezia sarebbe stato spodestato da uno di essi; ma Zeus fu salvato dalla madre Rea e detronizzò il
padre. Questo mito viene ripreso implicitamente nel libro 10.
21) Vittima sacrificale nei misteri eleusini.
22) Efesto legò la madre Era per farsi giurare sullo Stige di essere nato da lei per partenogenesi.
23) La vicenda è raccontata dal medesimo Efesto in OmeroIliaslibro 1versi 590-594.
24) Cfr. Omeroiliaslibro 20versi 1-74 e libro 21versi 385-513. Zeus aizzò gli dèi gli uni contro gli altri
spingendoli a combattere chi a favore dei Grecichi a favore dei Troiani.
25) OmeroIliaslibro 24versi 527-532con qualche variante e con l'omissione dei versi 529 e 531. L'ultimo verso
non è omerico.
26) Cfr. OmeroIliaslibro 4verso 70 e seguenti.
27) Riferimento al gludizio di Parideche fu l'origine della guerra di Troia.
28) Eschiloframmento 160 Radt.
29) Famiglia che ebbe origine da Pelopefiglio di Tantaloe da cui discendevano anche gli Atridi.
30) OmeroOdyssealibro 17versi 485-486.
31) Proteo era una divinità marina capace di assumere di continuo le più svariate forme; cfr. OmeroOdyssealibro 4
verso 385 e seguenti.
La Nereide Teti cercò inutilmenteattraverso varie metamorfosia sfuggire alla violenza di Peleodalla quale nacque
Achille.
32) Eschiloframmento 27917 Radt. Si allude alla persecuzione di Era nei confronti di Iofiglia dei fiume Inaco
amata da Zeus.
33) Cfr. OmeroIliaslibro 2versi 1-34. Zeus mandò ad Agamennone un sogno ingannatore preannunciandogli la
vittoria; indotto dal sognoAgamennone sferrò un attacco contro i Troianima i Greci furono sconfitti.
34) Eschiloframmento 350 Radt. Non si sa di quale tragedia faccia parte il frammento.
35) Ad Atenein occasione delle rappresentazioni teatraliil poeta chiedeva all'arconte eponimo l'autorizzazione a
mettere in scena un nuovo dramma e a ingaggiare il coro.
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REPUBBLICA - LIBRO TERZO
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine di ogni libro)

«Più o meno questi»ripresi«a quanto sembrasono i discorsi sugli dèi che i cittadini devono e non devono ascoltare
sin dall'infanziase si vuole che imparino a onorare gli dèi e i genitori e a non tenere in poco conto l'amicizia reciproca».
«E credo che la nostra opinione sia giusta»aggiunse.
«E se vogliamo che siano coraggiosi? Non bisogna fare lorooltre a questidiscorsi che li riducano a temere la morte
il meno possibile? O credi che si possa essere coraggiosi con questa paura dentro di sé?» «Io noper Zeus!»rispose.
«E allorase uno crede che il mondo dell'Ade esista e faccia paurapensi che sarà impavido di fronte alla morte e in
battaglia sceglierà la morte piuttosto che la sconfitta e la schiavitù?» «Nient'affatto».
«Dobbiamo perciò sorvegliarea quanto sembraanche coloro che si mettono a narrare questi mitie pregarli di non
diffamare con tanta disinvoltura il mondo dell'Adema piuttosto di elogiarloperché i loro racconti di adesso non
contengono nulla di vero e di utile per chi dovrà avere spirito combattivo».
«Dobbiamo fare cosìcerto»disse.
«Allora»proseguii«a cominciare dai versi seguenticancelleremo tutte le espressioni di questo tipo: "Vorrei lavorare
a salario e servire ad un altro pur senza risorsesprovvisto di grande ricchezzapiuttosto che regnare su tutti i morti
consunti";(1) e poi: "a mortali e immortali le case paressero mucideorrendeche aborrono pure gli dèi";(2) e anche:
"ahimèché ancora sussiste nelle case dell'Ade un'anima e un'ombrama senno non ha";(3) e anche: "lui solo ha
coscienzal'altre son ombre che volano";(4) e ancora: "l'anima volò via dalle membra e scese nell'Adepiangendo il suo
fatovigor giovanile lasciando";(5) e anche questi versi: "l'anima come fumo sotto la terra n'andò stridendo";(6) e poi:
"come quando le nottole nel fondo d'un antro divino squittendo svolazzanoallorché una cada dal grappolo appeso alla
rocciaove si reggono in filaandavano insieme stridendo".(7) Pregheremo Omero e gli altri poeti di non indignarsi se
casseremo questi e tutti gli altri versi di questo tiponon perché siano impoetici e alla gente non piaccia ascoltarlima
perchéquanto più sono poeticitanto meno devono udirli i fanciulli e gli uomini destinati a essere liberi e temere la
schiavitù più della morte».
«Senza dubbio».
«Occorre quindi respingere anche tutti i nomi tremendi e spaventevoli che si riferiscono all'argomento: il Cocitolo
Stige(8) le ombre dei mortii fantasmi e le altre cose di questo tipo che solo a nominarle fanno rabbrividire chiunque le
ascolti.(9) Forse vanno bene sotto un altro aspetto; ma noi temiamo che per un tale senso d'orrore i guardiani diventino
più impulsivi e più molli del dovuto».
«E abbiamo ragione di temerlo!»esclamò.
«Sono dunque da eliminare?» «Sì ».
«E bisogna parlare e scrivere poesia seguendo il principio opposto?» «è ovvio».
«E allora aboliremo anche i lamenti funebri e i compianti degli uomini illustri?» «è una conseguenza necessaria»
rispose«se anche prima si è proceduto così ».
«Considera attentamente»proseguii«se faremo bene o no a eliminarli.
Noi diciamo che l'uomo equilibrato non giudicherà un evento terribile la morte di un altro uomo equilibrato suo
compagno».
«Sìdiciamo questo».
«Perciò non può compiangerlo come vittima di un evento terribile».
«Certamente no».
«Ma noi affermiamo anche che soprattutto un uomo simile basta a se stesso per vivere bene e a differenza degli altri
sente il minimo bisogno del prossimo».
«è vero»disse.
«Quindi meno di chiunque altro avvertirà come terribile la perdita di un figlio o di un fratello o di ricchezze o di un
altro bene analogo».
«Meno di chiunque altrocerto».
«E meno di chiunque altro si lamentaanzi sopporta con la massima tranquillità una disgrazia similequalora gli
capiti».
«Sicuro».
«Allora faremmo bene a eliminare i lamenti funebri degli uomini insigni e a lasciarli alle donnema solo a quelle
dappocoe a tutti gli uomini viliaffinché coloro che diciamo di educare alla difesa del paese aborrano di comportarsi
come queste persone».
«Giusto»disse.
«E pregheremo di nuovo Omero e gli altri poeti di non rappresentare Achillefiglio di una dea"talora disteso su un
fiancotalora invece supinotalora bocconi""e taloralevatosi drittoerrante sulla riva del mare infecondo"(10) e
neppure "che prende con ambo le mani la cenere scura e la versa sul capo"(11) o mentre effonde tutti quegli altri pianti e
lamenti che ha descritto il poeta; e nel contempo di non raffigurare Priamodiscendente degli dèimentre supplica e "nel
fimo si voltolachiamando per nome ogni guerriero".(12) Ma pregheremo ancora di più Omero di non rappresentare gli
dèi che si lamentano e dicono "oh me sventuratome misera madre!".(13) E se proprio vogliono rappresentarlialmeno
non osino ritrarre il più grande degli dèi in maniera così difforme dal veroda fargli dire: "ahiche un prode a me caro
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31
attorno alla rocca inseguito veda con gli occhie il mio cuore ne piange";(14) e "ahimèahimè! Sarpedonea me il più
caro tra gli uominiper mano del Meneziade Patroclo è destino che cada!".(15) Se infatticaro Adimantoi nostri giovani
ascoltassero seriamente simili parole senza deriderle come indecorosedifficilmente uno potrebbe ritenersi indegno di
queste azioni in quanto uomo e rimproverarsi se gli capita di dire o di fare qualcosa del generema intonerebbe senza
ritegno e senza forza d'animo molti lamenti e molti gemiti per dolori da poco».
«Quello che dici è verissimo»affermò.
«Ma ciò non deve accaderecome ci ha dimostrato proprio ora il nostro ragionamento; e dobbiamo attenerci ad esso
finché qualcuno non ci persuada con un'argomentazione migliore».
«Non deve accaderecerto».
«Ma non si deve essere nemmeno facili al riso. Quando infatti ci si abbandona a una forte risatala cosa comporta di
solito anche una forte mutazione interiore».
«Mi pare di sì »disse.
«Perciò non bisogna permettere che si rappresentino uomini di valore in preda al risotanto meno se si tratta di
divinità».
«Tanto menocerto»fece lui.
«Quindi non accetteremo neanche questi versi di Omero sugli dèi: "inestinguibile un riso sorse tra gli dèi beati
quando videro Efesto per la sala affannarsi".(16) Non sono da accettaresecondo il tuo ragionamento».
«Se tu vuoi qualificarlo come mio»disse: «nonon vanno ammessi di certo».
«Ma bisogna tenere in gran conto anche la verità. Se poco fa avevamo ragionee davvero la menzogna è inutile agli
dèima utile agli uomini come farmacoè chiaro che un simile espediente deve essere lasciato ai medicimentre i profani
non devono ricorrervi».
«è chiaro»disse.
«Spetta dunque ai governantise mai qualcuno ne ha il dirittomentire per ingannare i nemici o i concittadini
nell'interesse della cittàmentre tutti gli altri non devono fare ricorso a un simile espediente; ma diremo che per un
cittadino privato mentire ai governanti è colpa uguale o anche maggiore di quella di un ammalato o di un atleta che non
denunci al medico o al maestro la verità sulla propria condizione fisicao del marinaio che non riferisca al timoniere sullo
stato effettivo della nave e dell'equipaggioossia qual è la condotta sua e dei compagni di navigazione».
«Verissimo»disse.
«Se dunque verrà sorpreso a mentire nella città qualcun altro "di quanti sono artigianiindovinocuratore di mali o
carpentiere"(17) costui sarà punito perché introduce una pratica sovversiva e rovinosa per la città come per una nave».
«Sì »disse«almeno se i fatti si realizzano secondo le parole».
«E ai nostri giovani non sarà allora necessaria la temperanza?» «Come no?» «E solitamente la temperanza non
consiste soprattutto nell'obbedire ai governanti e nel comandare a propria volta ai piaceri del beredell'amore e del
mangiare?» «Mi sembra di sì ».
«Allorapensoapproveremo parole come quelle che Diomede pronuncia in Omero: "babbosiedi in silenzioe
obbedisci al mio motto";(18) e il seguito: "andavano spirando forza gli Acheiin silenziotemendo i lor capi"(19) e tutti
gli altri versi di questo genere».
«Sono ben detti».
«Ma sono forse ben dette queste parole: "pieno di vinoocchio di canecuore di cervo"(20) e quelle che seguono
così come tutte le altre insolenze che i sudditi hanno rivolto in prosa o in poesia ai loro capi?» «Non sono ben dette».
«Non credo infatti che siano adatte alle orecchie dei giovani come invito alla temperanza; se poi offrono qualche altro
piacerenon c'è da meravigliarsene. Come la pensi tu?» «Così »rispose.
«E far dire all'uomo più saggio che per lui la cosa migliore si ha quando "siano accanto tavole piene di pane e carnie
dal cratere vino attingendo lo porti un coppiere e nelle coppe lo mesca"(21) ti pare sia adatto alle orecchie di un giovane
per acquisire dominio di sé? O questo verso: "quanto mai triste perire di fame e seguire il destino"? (22) O Zeus che
mentre gli altri dèi e gli uomini dormonoper il desiderio dei piaceri amorosi si dimentica facilmente di tutti i piani che ha
meditato quando lui solo vegliavae guardando Era ne rimane colpito a tal punto che non vuole nemmeno andare in
camera da lettoma desidera unirsi a lei lìper terrae dichiara di essere in preda alla passione più della prima volta in cui
si accoppiarono "di nascosto dai propri genitori";(23) o Ares e Afrodite legati da Efesto per motivi analoghi?»(24) «No
per Zeus»rispose«non mi sembra opportuno».
«Se però»ripresi«uomini insigni parlano e agiscono con fermezza in ogni genere d'avversitàbisogna contemplarli e
ascoltarlicome in questi versi: "percotendosi il petto rimproverò il suo cuore: cuoresopporta! Più crudo affanno
soffristi! "» (25) «Senz'altro»disse.
«E non bisogna poi permettere che i nostri uomini siano venali e attaccati al denaro».
«Assolutamente».
«Né si deve cantare in loro presenza che "doni persuadon gli dèidoni i re venerandi";(26) e neppure bisogna lodare
Feniceil pedagogo di Achilleper le parole misurate con le quali lo consigliò di soccorrere gli Achei in cambio di doni
ma in assenza di doni di non deporre l'ira. E non vorremo credere o ammettere che Achille stesso fosse tanto avido di
ricchezze da ricevere doni da Agamennone e riscattare un cadavere dietro compensoe in caso contrario rifiutarsi».(27)
«No»disse«non è certo giusto approvare un comportamento simile».
«Per rispetto a Omero»proseguii«esito a dire che è un'empietà parlare così di Achille e prestare fede ad altri che lo
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fannoasserendo che si rivolse ad Apollo con queste parole: "m'hai danneggiatoarciere da lungitra tutti gli dèi il più
funesto: te la farei certo pagaresol che forza n'avessi!".(28) Non bisogna poi credere che abbia disobbedito al fiumeche
pure era un dioe fosse pronto a combattere contro di lui;(29) e inoltre abbia detto della sua chiomaconsacrata al fiume
Spercheo"vorrei offrirla a Patroclo eroe"(30) che era mortoe così abbia fatto. Quanto a Ettore trascinato intorno alla
tomba di Patroclo e ai sacrifici dei prigionieri sulla pira(31) non diremo che tutto ciò corrisponde al veroe non
permetteremo ai nostri uomini di credere che Achillefiglio di una dea e di Peleouomo molto virtuoso e nipote di Zeuse
allievo del sapientissimo Chirone(32) fosse talmente sconvolto da avere dentro di sé due mali tra loro oppostiuna
bassezza unita ad avidità e un arrogante disprezzo per gli dèi e gli uomini».
«Hai ragione»disse.
«Non crediamo dunque»continuai«e non permettiamo che si raccontino storie come queste: che Teseo figlio di
Poseidone e Piritoo figlio di Zeus si abbandonarono a rapimenti tanto delittuosi(33) o che qualche altro figlio di un dio o
eroe avrebbe osato compiere azioni criminali ed empie come quelle che ora vengono loro attribuite calunniosamente; ma
costringiamo i poeti ad affermare che tali azioni non sono opera loro o che essi non sono figli di dèima non l'una e l'altra
cosa insiemee a non tentare di persuadere i giovani che gli dèi generano il male e gli eroi non sono affatto migliori degli
uomini. Come dicevamo primaquesti racconti non sono pii né veritieripoiché abbiamo dimostrato che è impossibile che
dagli dèi venga il male».
«Come no?» «E in più sono dannosi per chi li ascolta: ognuno infatti sarà indulgente verso la propria malvagità
convinto che compiono e compirono tali azioni anche "i parenti dei numiquelli prossimi a Zeusche sulla roccia dell'Ida
alzan nell'etere un'ara a Zeus patrio"nei quali "non è ancora svanito il sangue divino".(34) Perciò bisogna smetterla con
questi mitiperché non producano nei giovani una forte inclinazione a commettere il male».
«Senza dubbio»disse.
«Bene»domandai«quale genere di discorsi ci resta da determinare se è lecito o no? Abbiamo precisato come
bisogna parlare degli dèidei demonidegli eroi e del mondo dell'Ade».
«Per l'appunto»disse.
«Non resterebbe quindi quello che concerne gli uomini?» «è evidente».
«Questo peròamiconon possiamo stabilirloalmeno per il momento».
«Perché?» «Perché diremopensoche i poeti e i narratori parlano degli uomini nel modo più sbagliatoaffermando
che molti ingiusti sono felici e i giusti sono infelicie che il commettere ingiustizia giovase non viene scopertomentre
la giustizia è un bene per gli altri e un danno per se stessi; e noi vieteremo loro di parlare cosìanzi ordineremo di cantare
e raccontare il contrario di questo.
Non credi?» «Ne sono sicuro!»rispose.
«Se dunque convieni che ho ragionedovrò dire che tu sei d'accordo su ciò che da tempo andiamo cercando?» «Giusta
supposizionela tua»disse.
«Converremo quindi che questi discorsi sugli uomini andranno fatti solo quando avremo scoperto cosa sia la giustizia
e come possa per sua natura giovare a chi la praticaa prescindere dal fatto che sembri o non sembri giusto?» «è
verissimo»rispose.
«Per quanto riguarda il contenuto basta così . Subito dopo va preso in considerazionecredol'aspetto dello stilee
allora avremo esaminato compiutamente ciò che si deve dire e come lo si deve dire».
Allora Adimanto obiettò: «Non capisco le tue parole».
«Eppure devi!»replicai. «Ma forse capirai meglio in questo modo. Tutti i racconti dei mitologi e dei poeti non sono
un'esposizione di vicende passatepresenti o future?» «E che altro?»disse.
«E non le svolgono forse con una narrazione in forma direttao con una imitativao con entrambe le forme?» «Anche
questo punto»rispose«devo comprenderlo più chiaramente».
«A quanto pare»feci io«sono un maestro ridicolo e oscuro; perciòcome chi non sa esprimersicercherò di spiegarti
ciò che voglio dire non nell'insiemema pezzo per pezzo. Dimmi un po': conosci l'inizio dell'Iliadein cui il poeta dice
che Crise prega Agamennone di liberare sua figliama quello si adira e allora il vecchionon essendo riuscito nel suo
intentoinvoca la maledizione divina sugli Achei?» «Sìcerto».
«Quindi sai che fino a questi versi: "e pregava tutti gli Acheima soprattutto i due Atridicondottieri di genti"(35) è il
poeta stesso che parla e non tenta neppure di sviare la nostra mente come se fosse un altroe non luia parlare; ma da qui
in avanti prosegue come se lui stesso fosse Crise e cerca in ogni modo di farci credere che non stia parlando Omerobensì
il vecchio sacerdote.
E pressappoco così è stata composta tutta la rimanente narrazione delle vicende di Iliodi Itaca e di tutta l'Odissea».
«Precisamente»disse.
«E non c'è narrazione ogni volta che riporta i discorsi e gli avvenimenti tra un discorso e l'altro?» «Come no?» «Ma
quando riferisce un discorso mettendosi nei panni di un altronon diremo che adegua il più possibile il proprio modo di
esprimersi a ogni singolo personaggio che introduce a parlare?» «Lo diremo: e allora?» «E il conformarsi a un altro nella
voce o nell'aspetto non è forse imitare colui al quale ci si assimila?» «Ebbene?» «In tal casoa quanto pareOmero e gli
altri poeti sviluppano il racconto tramite l'imitazione».
«Senza dubbio».
«Ma se il poeta non si nascondesse maitutta la sua poesia e la sua narrazione sarebbero prive di imitazione. E perché
tu non mi ripeta che ancora non capisciti spiegherò come questo può accadere. Se Omerodopo aver raccontato che
Platone La Repubblica

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Crise giunse con il riscatto per la figlia a supplicare gli Acheie soprattutto i renon si fosse messo a parlare come se
fosse divenuto Crisema come se fosse ancora Omerosai che non ci sarebbe stata imitazionema semplice narrazione. E
si svolgerebbe più o meno così (lo dirò in prosadato che non sono un poeta): "Il sacerdoteal suo arrivopregò gli dèi di
concedere loro di prendere Troia e di salvarsie li supplicò di liberare sua figlia accettando il riscattoper rispetto del dio.
A queste parole gli altri lo onorarono e acconsentironoma Agamennone s'infuriò e gli ingiunse di andarsene subito e di
non ritornare piùaltrimenti lo scettro e le bende del dio non sarebbero valse a proteggerlo. Aggiunse che prima di
liberare sua figliaella sarebbe invecchiata con lui ad Argo; gli ordinò quindi di andarsene e di non irritarlose voleva
tornare sano e salvo a casa. All'udire queste minacce il vecchio ebbe paura e partì in silenzioma quando fu lontano
dall'accampamento rivolse molte preghiere ad Apolloinvocando il dio con i suoi appellativiricordandogli e
chiedendogli se mai gli avesse fatto un dono gradito costruendogli templi o sacrificandogli vittime; in cambio di questo lo
pregò di far pagare agli Achei con le sue frecce le lacrime da lui versate".(36) Cosìamico mio»conclusi«si fa una
narrazione semplice senza imitazione».
«Ora capisco»disse.
«Cerca allora di capire»continuai«che si ha una narrazione contraria a questa quando si eliminano le parole del
poeta intercalate tra i discorsi diretticonservando i dialoghi».
«Capisco anche»disse«che questa è la struttura della tragedia».
«Hai inteso perfettamente»risposi«e penso di poterti ormai chiarire ciò che prima non ero in grado di spiegarticioè
che nella poesia e nella narrazione di miti c'è un genere che si basa completamente sull'imitazioneossiacome tu dicila
tragedia e la commediaun altro genere in cui il poeta stesso riferisce i fatti (e questo lo puoi trovare soprattutto nei
ditirambi)(37) e infine un terzo genere che ricorre a entrambe le forme e si trova nella poesia epica e in molti altri
componimentise mi comprendi».
«Certo»disse«ora capisco ciò che volevi dire prima».
«Ma ricordati anche che prima ancora abbiamo detto di aver già trattato l'aspetto del contenuto e di dover ancora
esaminare l'aspetto dello stile».
«Certome ne ricordo».
«E io intendevo dire proprio questoche dobbiamo decidere di comune accordo se permetteremo ai poeti di usare nelle
loro narrazioni uno stile imitativoo uno stile solo in parte imitativodistinguendo i casi che lo richiedono da quelli che
non lo richiedonooppure uno stile niente affatto imitativo».
«Indovino»disse«che tu vuoi considerare se accoglieremo o meno nella città la tragedia e la commedia».
«Forse»dissi«ma forse anche qualcosa di più. Io non lo so ancorama bisogna andare là dove il discorsocome un
soffio di ventoci porta».
«Ben detto!»esclamò.
«OraAdimantorifletti se i nostri guardiani debbano essere esperti di imitazione oppure no. Dal principio fissato in
precedenza non deriva anche che ciascuno può esercitare bene un solo mestiere e non moltianzise tentasse di praticare
varie attivitàin nessuna di essere riuscirebbe a ottenere buona fama?» «E come può essere diversamente?» «Allora i
medesimo discorso vale anche per l'imitazionevale a dire la stessa persona non è in grado di imitare più cose bene come
una sola?» «No di certo».
«Sarà quindi difficile che uno si dedichi ad attività importanti e nello stesso tempo imiti con perizia molte cosedal
momento che i medesimi poeti non sanno eseguire bene neppure le due imitazioni che paiono vicine tra lorocioè la
tragedia e la commedia. Non le hai chiamate poco fa imitazioni?» «Certoe tu dici il vero: i medesimi poeti non lo sanno
fare».
«E neppure si può essere rapsodi e attori insieme».
«Vero».
«Ma gli attori delle commedie non sono gli stessi delle tragedie; eppure sono tutte imitazioni. O no?» «Sìsono
imitazioni».
«InoltreAdimantomi pare che la natura umana sia suddivisa in pezzetti ancor più piccoli di questitanto da non
essere in grado di imitare bene molte cose o di eseguire proprio ciò che viene riprodotto nelle imitazioni».
«è verissimo»disse.
«Se dunque riterremo ancora valida la nostra prima tesiovvero che i nostri guardiani devono trascurare tutte le altre
attività per essere scrupolosissimi artefici della libertà cittadina e non devono occuparsi di nient'altro che non miri a
questo scopoessi non dovrebbero fare né imitare altro. Se poi eseguono delle imitazionidevono imitare sin da ragazzi i
modelli che si addicono a lorocioè gli uomini coraggiositemperantipiinobili d'animoe tutte le altre qualità di questo
tipoma non devono compiere né essere capaci di imitare ciò che è indegno di un uomo libero o altre azioni riprovevoli
per evitare che ne traggano il bel guadagno di essere uguali a ciò che imitano. O non ti sei accorto che le imitazionise
cominciando dalla giovane età perdurano anche in seguitosi mutano in abitudini e in disposizione naturale del corpo
della voce e della mente?» «E come!»rispose.
«Pertanto»ripresi«non permetteremo a coloro che affermiamo di avere in cura e che devono diventare persone
oneste di imitareessi che sono uominiuna donnagiovane o vecchiamentre insulta il marito o inveisce contro gli dèi e
si vanta della sua presunta felicitào al contrario mentre è immersa nelle disgrazienei lutti e nei lamentie tanto meno
quando è malata o innamorata o ha le doglie».(38) «Assolutamente» disse.
«E non devono imitare schiave e schiavi che compiono azioni servili».
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«Neanche questo».
«E nemmenoa quanto pareuomini malvagi e vili che si comportano all'opposto di come abbiamo detto poc'anziche
si ingiurianosi sbeffeggiano e indulgono al turpiloquio sia da ubriachi sia da sobrie tutte le altre azioni sconvenienti che
persone simili compionocon le parole e coi fattiverso sé e verso gli altri.
Credo poi che non si debbano neanche abituare i guardiani a imitare i discorsi e le azioni dei pazzi: bisogna sì
conoscere i pazzi e i malvagiuomini e donnema nulla di loro va compiuto o imitato».
«Verissimo»disse.
«E allora»domandai«devono imitare i fabbri o altri artigianii rematori delle triremi o quelli che danno loro il
tempoo qualche altra attività connessa a queste?» «E come potranno farlo»disse«se non sarà loro lecito neanche
pensare a queste attività?» «Imiteranno forse cavalli che nitrisconotori che muggisconofiumi che mormoranoil mare
che rombai tuoni e così via?» «Ma è stato loro vietato»rispose«di essere pazzi e di rassemblarsi ai pazzi».
«Se comprendo il tuo pensiero»dissi«esiste una forma di espressione e di narrazione di cui si servirà l'uomo
realmente onestoquando deve raccontare qualcosae un'altra formadissimile da questaalla quale si atterrà sempre nella
sua esposizione chi ha una natura e un'educazione contraria».
«E quali sono queste due forme?»domandò.
«Mi sembra»risposi«che l'uomo equilibratoquando nella sua narrazione arriverà a citare un detto o un fatto di un
uomo onestovorrà riferirlo immedesimandosi in lui e non si vergognerà di questa imitazionesoprattutto se è rivolta
all'uomo onesto che agisce in modo sicuro e assennatoun po' meno se è caduto vittima di malattie o dell'amore
dell'ubriachezza o di qualche altra disgrazia; quando però s'imbatterà in una persona indegnanon vorrà conformarsi
seriamente a chi gli è inferiorese non occasionalmentequando compie qualcosa di buonoma se ne vergogneràperché
non è esercitato a imitare persone simili e nello stesso tempo gli dà noia modellare e atteggiare se stesso agli esempi di
uomini più viliche in cuor suo disprezzaa meno che non sia per gioco».
«è naturale»disse.
«Farà quindi uso di un'esposizione come quella che abbiamo citato poco fa a proposito dei versi di Omeroe il suo
stile sarà partecipe di entrambe le formedell'imitazione e della narrazione pura e semplice(39) ma con una piccola parte
imitativa all'interno di una lunga narrazione? O uello che dico non vale nulla?» «Tutt'altro: hai esposto perfettamente
come dev'essere il modello del nostro retore».
«Chi invece non gli assomiglia»proseguii«quanto più sarà scadentetanto più si abbandonerà a ogni sorta di
narrazione e non riterrà nulla indegno di luial punto che si sforzerà di imitare seriamentee al cospetto di moltiqualsiasi
cosaanche ciò che dicevamo prima: tuoni e strepito di ventidi grandinedi ruote e di argani(40) suoni di trombedi
flautidi zampogne e di ogni altro strumentoe ancora versi di canidi pecore e di uccelli. E il suo stile si baserà tutto
sull'imitazione attraverso i suoni e i gestio avrà solo una minima parte narrativa?» «Anche questo è inevitabile»rispose.
«Ecco»ribadii«queste sono le due forme di espressione di cui parlavo».
«Sìsono queste»ammise.
«La prima forma quindi comporta piccole variazionie se conferisce al proprio stile l'armonia e il ritmo che gli si
addicechi parla correttamente può mantenere quasi sempre la stessa e unica armoniapoiché le variazioni sono piccolee
parimenti anche un ritmo analogo?» «è senz'altro così »disse.
«E l'altra forma? Non ha forse bisogno del contrarioossia di tutte le armonie e di tutti i ritmise la si vuole esprimere
in modo appropriatodato che comporta ogni genere di mutazioni?» «Proprio così !».
«Perciò tutti i poeti e coloro che hanno qualcosa da dire si trovano di fronte o l'uno o l'altro tipo di espressioneo uno
risultante dalla mescolanza di entrambi?» «è inevitabile»rispose.
«E allora cosa faremo?»domandai. «Accoglieremo nella città tutti questi modellio solo uno dei due purio quello
misto?» «Se prevale il mio parere»rispose«accoglieremo l'imitatore puro di ciò che è conveniente».
«EppureAdimantoè piacevole anche il tipo mistoma il tipo opposto a quello che hai scelto è di gran lunga il più
gradito a fanciulliprecettori e alla massa».
«Sìè il più gradito!».
«Ma forse»continuai«potresti obiettare che non si accorda alla nostra costituzione perché tra noi non c'è un uomo
doppio né molteplicedato che ciascuno esercita una sola attività».
«Certonon si accorda».
«Per questo motivo allora solo in questa città troveremo che il calzolaio è calzolaio e non praticaoltre alla sua arte
anche quella del timoniereil contadino è contadino e non esercitaoltre all'agricolturaanche il mestiere di giudicee il
guerriero è guerriero e non si occupa di affari oltre che della guerrae così via?» «è vero»disse.
«Perciòa quanto parese un uomo capace di assumere con abilità ogni aspetto e di imitare qualsiasi cosa giungesse
nella nostra città coll'intento di declamare i suoi componimentilo riveriremmo come un essere sacromirabile e
piacevolema gli diremmo che nella nostra città un individuo simile non esiste né è lecito che esistae lo spediremmo in
un'altra città dopo avergli versato mirra sul capo e averlo coronato di lana; quanto a noimirando al nostro utileci
terremmo un poeta e un mitologo più serioancorché meno gradevoleche sapesse imitare il modo di esprimersi
dell'uomo onesto e parlasse attenendosi ai modelli che abbiamo fissato all'inizioquando abbiamo intrapreso a educare i
soldati».
«Faremmo senz'altro così »disse«se dipendesse da noi».
«Oracaro amico»ripresi«è probabile che abbiamo trattato da cima a fondo l'aspetto della musica relativo alle
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narrazioni e ai miti: è stato stabilito ciò che si deve dire e come lo si deve dire».
«Sembra anche a me»disse.
«E ora»domandai«ci restano da trattare i generi del canto e delle melodie?» «è chiaro».
«Ma se vogliamo accordare il nostro discorso con le premessenon sarebbe ormai facile per chiunque trovare le parole
adatte a spiegare come devono essere questi generi?» E Glaucone sorridendo disse: «IoSocraterischio di rimanere fuori
da questo chiunque. Non sono in gradoalmeno per oradi comprendere di quali generi dobbiamo trattare; tuttavia posso
congetturarlo».
«Se non altroperò»ribattei«sei in grado di asserire questo primo puntoovvero che la melodia è composta di tre
elementi: la parolal'armonia e il ritmo».
«Sì »rispose«questo sì ».
«Ma per quanto concerne la parola essa non differisce in nulla dalla semplice recitazionepoiché la si deve esprimere
nelle stesse forme e nelle stesse modalità che abbiamo fissato prima?» «è vero»disse.
«E l'armonia e il ritmo devono seguire la parola».
«Come no?» «Per la verità abbiamo detto che nei discorsi non c'è alcun bisogno di lamenti e gemiti».
«No di certo».
«Quali sono dunque le armonie lamentose? Dimmelo tuche sei esperto di musica».
«La mixolidiala sintonolidia e altre simili».(41) «Queste allora»chiesi«si devono escludere? Sono inutili anche per
le donne che devono essere onestefigurarsi per gli uomini!».
«Giusto».
«Ma per i guardiani l'ubriachezzala mollezza e la pigrizia sono più che mai disdicevoli».
«Come no?» «E quali sono le armonie molli e adatte ai simposi?» «Certe armonie ioniche e lidie»rispose«che si
chiamano appunto rilassate».
«E tucaro amicopotrai mai usarle con i guerrieri?» «Nient'affatto»rispose; «ma forse ti rimangono soltanto la
dorica e la frigia».
«Non conosco le armonie»dissi«ma tu conserva quella che sappia imitare convenientemente la voce e gli accenti di
un uomo che dimostra coraggio in un'azione di guerra o in una qualsiasi opera violentae che anche quando non ha avuto
successo o va incontro alle ferite o alla morte o è caduto in altra disgraziain tutte queste circostanze lotta contro la sorte
con disciplina e fermezza; e conserva pure un'altra armoniacapace di imitare un uomo impegnato in un'azione pacifica
non per costrizione ma per sua volontà che cerca di persuadere un dio con la preghiera o un uomo con l'ammaestramento
e i consiglio al contrario si mostra disponibile quando un altro lo prega o gli dà ammaestramenti o cerca di dissuaderloe
in virtù di questo ha ottenuto un risultato conforme ai suoi propositi e non ne va superboma in tutte queste circostanze si
comporta con temperanza ed equilibrioaccettando ciò che gli accade. Conserva queste due armonieuna violenta e l'altra
volontariache sapranno imitare nel modo migliore le voci di persone sventuratefortunatetemperanticoraggiose».
«Ma tu mi chiedi di conservare solo quelle che ho citato prima».
«Allora»ripresi«nei canti e nelle melodie non avremo bisogno di molti suoni e di armonie complicate».
«Mi pare di no»disse.
«Perciò non manterremo costruttori di trigonidi pectidi (42) e di tutti gli strumenti policordi e panarmonici».
«Evidentemente no».
«E i costruttori di flauti e i flautistili accoglierai nella città? Non è forse questo lo strumento più ricco di suonie gli
stessi strumenti panarmonici non sono un'imitazione del flauto?» «è chiaro»rispose.
«Allora»feci io«come strumenti utili nella città ti rimangono la lira e la cetramentre nei campi i pastori avranno
una specie di zampogna».
«Così almeno ci porta a concludere il discorso»disse.
«D'altrondecaro amico»aggiunsi«non facciamo nulla di strano se preferiamo Apollo e gli strumenti di Apollo a
Marsia e agli strumenti di Marsia».(43) «Non mi pare proprioper Zeus!».
«Corpo d'un cane!»(44) esclamai. «Senza rendercene conto stiamo di nuovo purgando la città che poc'anzi abbiamo
definito immersa nella mollezza!».
«E in ciò operiamo da persone sagge»disse.
«Su»continuai «purghiamola anche del resto. La trattazione dei ritmi si conformerà a quella delle armonie: non
dovremo andare in cerca dei ritmi variegati e di metri d'ogni generema considerare quali sono i ritmi di una vita ordinata
e coraggiosa; e una volta che li avremo individuaticostringere il piede e la melodia a seguire il modo di esprimersi
dettato da questa vitaanziché adattare la parola al piede e alla melodia. Quali poi siano questi ritmiè compito tuo
indicarlocome nel caso delle armonie».
«Ma per Zeus»obiettò«non ne sono capace! Potrei direperché l'ho osservatoche i generi da cui si combinano i
metri sono trecome nei suoni ce ne sono quattro da cui derivano tutte le melodie;(45) ma non so dire che tipo di
imitazioni sianoe di quale vita».
«Ma su questo»dissi«ci consulteremo anche con Damone: (46) quali metri si addicono alla meschinità e
all'insolenzao alla follia e ad altre manifestazioni di malvagitàe quali ritmi bisogna riservare ai sentimenti opposti.
Credo di averlo sentito parlare vagamente dell'enoplioun certo metro compostodel dattilo e del verso eroico(47) che lui
non so come ordinava con un'uguale ripartizione di arsi e tesi; e poimi sembrafaceva menzione di un giambo e di un
altro piedeil trocheoai quali adattava le lunghe e le brevi. E mi pare che per alcuni di questi metri criticasse o lodasse i
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movimenti del piede non meno dei ritmi stessio qualcosa di comune a entrambinon lo so di preciso... ma queste cose
come ho dettorifiliamole a Damonepoiché distinguerle non è affare di poco conto. Non credi?» «Certo per Zeus!».
«Ma sei in grado di distinguere almeno questoche la presenza e la mancanza di decoro si accompagnano alla
presenza e alla mancanza di ritmo?» «Come no?» «Ma la presenza e la mancanza di ritmo seguonoper somiglianzal'una
lo stile bellol'altra quello oppostoe lo stesso vale per l'armonia e la disarmoniase il ritmo e l'armoniacome si diceva
primasi regolano sulla parola e non viceversa».
«Certo»confermò«sono loro che devono seguire la parola».
«E l'espressione e i vocaboli»domandai«non seguono il carattere dell'anima?» «Come no?» «Mentre il resto
dipende dallo stile?» «Sì ».
«Quindi la scelta felice dei vocabolil'armoniail decoro e il buon ritmo conseguono dalla semplicitànon quella che è
stoltezza ma noi addolciamo con questo eufemismoma quella disposizione d'animo contraddistinta da un carattere
veramente buono e nobile».
«Senz'altro»disse.
«E non è forse questo che i giovani devono perseguire in ogni situazionese vogliono adempiere il loro compito?»
«Sìè questo».
«Ma queste qualità informano anche la pittura e le altre arti similila tessiturail ricamol'architettura e la
fabbricazione di ogni altra suppellettilee inoltre la natura dei corpi e degli altri organismi; in tutto questo c'è decoro o
bruttezza. La mancanza di decorodi ritmo e dì armonia è imparentata con la bassezza di linguaggio e di caratterementre
le qualità opposte sono sorelle e imitazioni dell'oppostocioè di un carattere saggio e onesto».
«Senza dubbio»disse.
«Dobbiamo dunque sorvegliare soltanto i poeti e costringerli a rappresentare nelle loro opere la bontà di carattereo
altrimenti a non poetare presso di noi; oppure dobbiamo sorvegliare anche gli altri artefici e impedire loro di introdurre
ciò che è moralmente malvagiosfrenatoignobile e indecoroso sia nelle rappresentazioni di esseri viventi sia negli edifici
sia in ogni altro manufattoo altrimenti non permettere di lavorare presso di noi a chi non sia capace di osservare questo
precettoper evitare che i nostri guardianiallevati tra immagini disoneste come tra le erbaccecogliendone poco per volta
ogni giorno una grande quantità e pascendoseneaccumulino senza avvedersene un unico grande male nella loro anima?
Non bisogna al contrario cercare quegli artefici che sappiano nobilmente seguire le tracce della natura di ciò che è bello e
decorosoaffinché i giovanicome chi abita in un luogo salubretraggano vantaggio da qualunque parte un'impressione di
opere belle tocchi la loro vista o il loro uditocome un soffio di vento che porta buona salute da luoghi beneficie sin
dalla fanciullezza li conduca senza che se accorgano alla conformitàall'amicizia e all'accordo con la retta ragione?»
«Questa»rispose«sarebbe per loro l'educazione di gran lunga migliore».
«E l'educazione musicaleGlaucone»proseguii«non è forse di estrema importanza per il fatto che il ritmo e
l'armonia penetrano nel più profondo dell'anima e vi si apprendono con la massima tenaciaconferendole decoroe
infondono dignità in chi abbia ricevuto una corretta educazionealtrimenti producono l'effetto contrario? Chi è stato
educato a dovere in questo campo si accorgerà con grande acutezza di ciò che è difettoso e mal costruito oppure è
imperfetto per naturae con giusta insofferenza loderà le cose belle e accogliendole con gioia nell'anima saprà nutrirsene
per diventare un uomo onestomentre biasimerà e detesterà a buon diritto le cose brutte sin da giovaneancora prima di
poterne capire razionalmente il motivo; e una volta acquisita la ragione la saluterà con affettoriconoscendo la sua grande
affinità con l'educazione ricevuta».
«Mi sembra»disse«che l'educazione musicale abbia questo fine».
«Allo stesso modo»ripresi«abbiamo acquisito una piena padronanza dell'alfabeto quando ci siamo resi conto che le
lettere sono poche e ricompaiono in tutte le parole esistentie non le abbiamo trascurate in nessuna combinazionepiccola
o grande che fossecome se lì non occorresse individuarlema ci siamo sforzati di riconoscerle ovunqueperché solo così
e non primasaremmo divenuti buoni conoscitori dell'alfabeto...» «è vero».
«Perciò anche le figure delle letterese mai apparissero nell'acqua o in uno specchionon le distingueremo se non
conosciamo già le lettere stesseanzi ciò fa parte della stessa arte e dello stesso studio?» «Senza dubbio».
«Alloraper gli dèi!come dico di solitonon saremo esperti di musicanoi stessi e i guardiani che sosteniamo di
dover educarese prima non riconosceremo gli aspetti della temperanzadel coraggiodella generositàdella magnanimità
e di tutte le virtù loro sorellecome pure dei vizi a loro contrari che circolano ovunquee non avvertiremo la loro presenza
e quella delle loro copie(48) senza trascurarne alcunanegli esseri in cui si trovanopiccoli o grandi che sianonella
convinzione che facciano parte della stessa arte e dello stesso studio?» «è davvero necessario»rispose.
«Perciò»dissi«quando capita che l'anima di un uomo sia fornita di nobili qualità morali e i tratti del suo aspetto
siano in accordo e in armonia con essein quanto partecipi della stessa improntasarà lo spettacolo più bello che si possa
contemplare?» «E come!» «E quanto più una cosa è bellatanto più è amabile?» «Come no?» «Allora il musico potrebbe
innamorarsi solo di chi presenta queste doti nella forma più altanon di chi è privo di armonia».
«No»rispose«almeno se il difetto fosse nell'anima; se invece fosse nel corpolo sopporterebbetanto da
acconsentire ad amarlo».
«Capisco»feci io«che ami o hai amato una persona cosìe te lo concedo. Ma dimmi questo: la temperanza ha
qualcosa in comune con un piacere eccessivo?» «E come può averlo»rispose«se questo porta fuori di senno non meno
del dolore?» «E con qualche altra virtù?» «Assolutamente no!».
«E con l'insolenza e la sfrenatezza?» «Più di tutto!».
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«Sai dirmi un piacere maggiore e più acuto di quello amoroso?» «Noe neanche uno più folle».
«Il giusto amore invece è la naturale inclinazione ad amare ciò che è ordinato e bello secondo la temperanza e
l'armonia della musica?» «Certamente»rispose.
«Quindi al giusto amore non bisogna accostare nulla che sia folle o affine alla sfrenatezza?» «Nonon bisogna».
«Questo piacere va pertanto escluso e non deve avere relazione alcuna con un amante e un amato che si amino
davvero?» «Ma certoper Zeus!»rispose. «Dobbiamo escluderloSocrate!».
«A quanto paredunquenella città da noi fondata stabilirai per legge che l'amante baci l'amatostia con lui e lo tocchi
come un figlioper un nobile fine e con il suo consensoma quanto al resto si comporti con la persona a lui cara in modo
tale da non dare mai l'impressione che si spinga con lui troppo oltre questi limitialtrimenti dovrà sostenere il biasimo di
uomo ignorante di musica e inesperto del bello».
«Proprio così »disse.
«Ma non sembra anche a te»chiesi«che il nostro discorso sulla musica sia giunto alla conclusione? Esso è terminato
proprio là dove deve terminare: la musica trova il suo compimento nell'amore del bello».
«Sono d'accordo»rispose.
«Dopo la musica i giovani vanno educati nella ginnastica».
«Naturalmente».
«Anche in questa disciplina devono essere educati accuratamente sin da fanciullie per tutta la vita. Secondo me le
cose stanno pressappoco così : ma considera anche tu la questione. Non mi pare che il corpoper quanto vigorosorenda
buona l'anima con la sua virtùma che al contrario sia l'anima buona a mettere il corpo nella migliore condizione possibile
grazie alla propria virtù.
Che cosa ne pensi?» «Anche a me pare che sia così »rispose.
«Quindi agiremmo benese dopo aver rivolto sufficienti cure alla mente le affidassimo il compito di esaminare con
precisione ciò che riguarda il corpoindicandole soltanto delle norme generali per non fare lunghi discorsi?» «Senza
dubbio».
«Abbiamo detto che i guardiani devono astenersi dall'ubriachezzaperché a chiunque più che a un guardiano è
concesso di ubriacarsi e di non sapere dove si trova».
«Giàperché sarebbe ridicolo che un guardiano avesse bisogno di un guardiano!»esclamò.
«E che dire del vitto? I nostri uomini sono come atleti che devono affrontare la gara più dura. O no?» «Sì ».
«E il regime di questi sportivi può essere adatto a loro?» «Forse».
«Eppure»dissi«induce sonnolenza ed è dannoso alla salute.
Non vedi che questi campioni passano la vita a dormire ese escono solo un poco dalla dieta prescrittasi ammalano
gravemente?» «Lo vedo».
«Perciò»continuai«occorre un allenamento più accurato per gli atleti della guerrache per forza di cose devono
vegliare come caniavere vista e udito quanto mai acuti e non essere cagionevoli di salutepoiché nelle operazioni militari
cambiano spesso acqua e cibo e passano dalle calure estive ai rigori invernali».
«Mi pare di sì ».
«E la migliore ginnastica non sarà in certo qual modo sorella della musica semplice che abbiamo trattato poco fa?»
«Cosa vuoi dire?» «Voglio dire una ginnastica semplice ed equilibratasoprattutto quella che prepara alla guerra».
«In che senso?» «Questo lo si può apprendere anche da Omero»risposi. «Tu sai che nei banchetti di guerra egli non
fa mangiare ai suoi eroi pescebenché si trovino vicini al maresull'Ellespontoné carni bollitema solo carni arrostite
perché sono quelle più facili da preparare per i soldati; in poche paroledovunque è più comodo usare il fuoco che portare
in giro dei recipienti».
«Certo».
«Inoltre mi pare che Omero non abbia mai menzionato neanche i condimenti. E non lo sanno anche gli altri atleti che
chi vuole godere d'una buona salute fisica deve astenersi da tutto ciò?» «Lo sanno bene»rispose«e giustamente ne
astengono! ».
«A quanto parecaro amiconon apprezzi la tavola siracusana e la varietà di leccornie siciliane(49) se queste
prescrizioni ti sembrano giuste».
«Io no».
«Allora disapprovi anche che una ragazza di Corinto (50) sia amante di chi vuole godere di una buona salute fisica».
«Senza dubbio».
«Quindi anche le rinomate delizie dei dolci attici?» «Per forza».
«Potremmo ben paragonarecredouna tale alimentazione e un tale regime di vita alla composizione musicale e al
canto che comprende ogni genere di armonia e di ritmo».
«Come no?» «Dunque la varietà produce in quel caso la sfrenatezzain questo la malattiamentre la semplicità genera
nella musica la temperanza dell'animanella ginnastica la sanità del corpo?» «Verissimo»rispose.
«Ma se in una città si diffondono la sfrenatezza e le malattienon si aprono forse molti tribunali e ambulatorie non
sono tenute in onore l'arte giudiziaria e quella medicaquando molti uomini liberi si dedicano a queste attività con
passione?» «E come!».
«Ma quale prova maggiore dell'educazione cattiva e disonorevole nella città potrai addurre del fatto che necessitino di
medici e giudici eccellenti non solo le persone dappoco e i lavoratori manualima anche coloro che si danno l'aria di aver
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ricevuto un'educazione liberale? Non ti sembra una grave e vergognosa prova di incultura l'essere costretti a ricorrere a
una giustizia presa a prestito da altriin qualità di padroni e giudiciper la mancapza di una propria?» «è la massima
vergogna!»esclamò.
«Ma non ti sembra ancora più vergognoso»incalzai«quando uno non solo trascorre la maggior parte della vita nei
tribunali a sostenere e intentare processima è persino indotto dal cattivo gusto a vantarsi della propria abilità nel
commettere ingiustizie e della propria capacità di attuare ogni sorta di raggirodi trovare con destrezza ogni scappatoia e
di cavarsela in modo da restare impunitoe questo per sciocchezze di nessun valoreignorando quanto sia più bello e più
onesto regolare la propria vita in modo tale da non aver bisogno di un giudice sonnacchioso?» «Certo»rispose«questo è
ancora più vergognoso».
«E ricorrere alla medicina»continuai«non solo per ferite o per certe malattie che si ripetono ogni annoma anche
perchéa causa della pigrizia e del regime di vita che abbiamo descrittoci si riempie di umori e vapori come le paludie
costringere i dotti Asclepiadi (51) a dare alle malattie i nomi di flatulenze e catarrinon ti sembra vergognoso?» «E
come!»rispose. «Questi nomi di malattie sono davvero nuovi e strani».
«Ma non esistevano»dissi«al tempo di Asclepiocredo! Lo arguisco dal fatto che a Troiaquando Euripilo fu ferito
i suoi figli non trovarono nulla da ridire alla donna che gli diede da bere vino di Pramno cosparso di molta farina e
formaggio grattatouna medicina che mi sembra infiammatoriané rimproverarono Patroclo per la sua cura».(52) «In
effetti»disse«è una pozione strana per chi è in quelle condizioni!».
«No»replicai«se consideri che la medicina d'oggieducatrice delle malattiea quanto dicono non era praticata dagli
Asclepiadi prima che nascesse Erodico.(53) Questi era un allenatore cheammalatosimescolò la ginnastica alla medicina
e dapprima tormentò soprattutto se stessoin seguito molti altri».
«In che modo?»chiese.
«Prolungando la propria morte»risposi. «Benché seguisse attentamente il decorso della sua malattia mortale non
riuscìcredoa guarirnema passò la vita a curarsi mettendo da parte ogni altro interesse e tormentandosi per ogni minima
trasgressione al suo consueto regimee grazie alla sua abilità giunse mezzo morto alla vecchiaia».
«Ha riportato davvero un bel premio per la sua arte!»esclamò.
«Quello che si addice»ripresi«a chi ignora che Asclepio non rivelò ai suoi discendenti questo aspetto della medicina
non per ignoranza o per inesperienzama perché sapeva che in ogni città governata con buone leggi a ciascuno è
assegnato un compito da eseguiree nessuno ha tempo libero per stare malato e curarsi tutta una vita. Ed è ridicolo che
noi facciamo caso a questo comportamento negli artigianima non lo avvertiamo in quelli che danno l'impressione di
essere ricchi e felici».
«In che senso. »domandò.
«Un falegname»spiegai«quando si ammalachiede al medico di dargli una pozione per vomitare fuori la malattia
oppure di guarirlo con una purga o con una cauterizzazione o con un'incisione; se però gli viene prescritta una cura lunga
che prevede berretti di lana in testa e cose del generedice subito che non ha tempo per essere malato e non gli serve
vivere badando alla sua malattia e trascurando il lavoro che lo attende. Dopo di che manda tanti saluti a un medico simile
e ritorna al regime di vita consuetoriacquista la salute e vive praticando il suo mestiere; se invece il suo corpo non è in
grado di reggeresi libera dei suoi affanni con la morte».
«A un uomo del genere»disse«sembra proprio confacente questo utilizzo della medicina».
«Ma non è forse perché aveva un lavoro da svolgeree se non lo avesse fatto non gli sarebbe servito continuare a
vivere?» «è evidente»rispose.
«Mentre il riccodiciamonon ha per le mani un lavoro taleche non gli consente di vivere se è costretto a starne
lontano?» «Così almeno si dice».
«Allora»proseguii«non ascolti le parole di Focilide: quando si ha di che viveresi deve esercitare la virtù».(54)
«Bisogna farlo anche primapenso»osservò.
«Non stiamo a contendere con lui su questo punto»ripresi«ma chiariamo a noi stessi se il ricco deve praticare la
virtù e non può vivere qualora non la pratichio se la cura delle malattie impedisce di attendere all'arte del falegname e
alle altre artima non di seguire l'ammonimento di Focilide».
«Sìper Zeus!»esclamò. «E di solito l'ostacolo maggiore è questa cura superflua del corpo che va ben oltre la
ginnastica: infatti è incompatibile con l'amministrazione della casala vita militare e le cariche sedentarie all'interno della
città».
«Ma la cosa più grave è che essa ostacola qualsiasi studioriflessione e meditazione interiorepoiché è sempre in
allarme per mal di testa e vertigini e giudica la filosofia responsabile del loro manifestarsi; pertanto è d'impaccio ovunque
si pratichi e si tenga in pregio la virtùdal momento che induce a credere di stare sempre male e a non smettere mai di
lamentarsi della propria condizione fisica».
«è naturale»disse.
«Dobbiamo quindi affermare che anche Asclepioben consapevole di ciòinsegnò la medicina a coloro che per natura
e regime di vita godevano di buona costituzione fisica ed erano malati in una sola parte del corpoe pur scacciando le
malattie con farmaci e incisioni prescrisse loro la consueta regola di vita per non arrecare danno alla società; ma per
quanto riguarda i corpi affetti da malattie profonde e diffusenon tentò di curarli con regimi di graduale evacuazione e
infusionerendendo l'esistenza di un uomo lunga e penosa e facendogli generare figlicom'è ovviotali e quali a luima
ritenne di non dover curare chi non riuscisse a vivere per il tempo stabilitoin quanto inutile a se stesso e alla città?»
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«Tu»disse«fai di Asclepio un uomo politico!».
«è chiaro»risposi. «Ed essendo talenon vedi che anche i suoi figli a Troia si rivelarono valorosi in guerra e fecero
della medicina l'uso che dico io? Non ricordi che anche a Menelaodalla ferita inferta da Paride"succhiarono il sangue e
leni farmaci sparsero sopra"(55) ma non prescrissero a lui più che a Euripilo cosa dovesse mangiare o bere in seguito
poiché quei farmaci potevano guarire uomini che prima di essere feriti erano sani e avevano un regime di vita ordinato
anche se qualche volta toccava loro bere il ciceone;(56) viceversa ritenevano che la vita di persone malaticce e sregolate
non fosse utile né a loro né agli altrie che per costoro l'arte medica non dovesse esistere e non si dovesse curare neanche
se fossero stati più ricchi di Mida».(57) «Li fai davvero accortii figli di Asclepio! »esclamò.
«Ed è il caso di pensarlo»risposi«sebbene i poeti tragici e Pindaroin disaccordo con noiasseriscano che Asclepio
era figlio di Apolloma per denaro fu spinto a guarire un uomo ricco già moribondo e di conseguenza fu colpito dalla
folgore.(58) Noi peròin base a quanto detto primanon crederemo a queste due loro affermazionima sosterremo che se
era figlio di un dio non era turpemente avido di guadagnose invece era turpemente avido di guadagno non era figlio di
un dio».
«Più che giusto»ammise. «Ma che cosa dici a questo propositoSocrate? Non occorre forse avere buoni medici nella
città? E tali saranno appunto coloro che hanno trattato moltissimi pazienti sani e moltissimi malaticosì come i giudici
migliori saranno quelli che hanno avuto a che fare con individui d'ogni sorta».
«Certo»risposi«parlo dei buoni medici. Ma tu sai quali sonosecondo me?» «Dimmelo tu»rispose.
«Ci proverò»dissi. «Ma tu hai messo assieme nella stessa domanda problemi tra loro differenti».
«In che senso?»chiese.
«I medici»spiegai«diventerebbero molto bravi se a partire dall'infanziaoltre che imparare l'arteavessero pratica
del maggior numero possibile di corpi guastie patissero essi stessi malattie d'ogni tipo e non fossero per natura del tutto
sani. Infatti non curanopensoil corpo con il corpoaltrimenti non potrebbero mai essere malati o diventarlo; ma lo
curano con l'animaalla quale non è dato di curar bene se diventa malata o è già malata».
«Giusto»disse.
«Invece un giudicecaro amicogoverna l'anima con l'anima.
E non è ammissibile che la sua anima sia stata educata sin dalla giovinezza tra anime malvagie e le abbia frequentate
né che sia passata attraverso ogni sorta di ingiustiziacosì da arguire con acutezza le colpe altrui dalle propriecome
accade per le malattie del corpo; ma durante la sua giovinezza dev'essere rimasta inesperta e immune dalle cattive
abitudinise deve distinguere il giusto in base alla propria onestà. Per questo i giovani onesti appaiono sempliciotti e
facilmente ingannabili dagli ingiustiperché non hanno dentro di sé esempi di passioni analoghe a quelle che agitano i
malvagi».
«In effetti»disse«a loro capita proprio questo».
«Ecco perché»continuai«il buon giudice non dev'essere un giovanema un vecchio che ha imparato tardi che cos'è
l'ingiustiziasenza averla sentita presente nell'anima come un qualcosa di proprioe che solo dopo un lungo periodo di
tempo arriva a comprendere la sua natura di male per averla studiata negli altri come un vizio a lui estraneograzie alla
scienza acquisita e non per esperienza personale».
«Un giudice simile»disse«sembra davvero molto nobile».
«E anche buonocome tu chiedevi»ripresi: «chi infatti ha un'anima buona è buono. Al contrariol'uomo scaltro e
sospettoso del malecolui che ha commesso molte ingiustizie e crede di essere smaliziato e abilequando ha a che fare
con i suoi simili appare bravo a stare in guardiaperché si basa sui modelli che ha dentro di sé; quando invece incontra
persone oneste e più anziane si rivela uno scioccoperché diffida a sproposito e ignora la sanità di costumidi cui non
possiede modelli. Ma dal momento che si imbatte più spesso in persone malvagie che in persone dabbenedà a se stesso e
agli altri l'impressione di essere più sapiente che ignorante».
«Proprio così »disse.
«Perciò»continuai«non è questo il giudice buono e saggio che dobbiamo cercarema quello di prima: la malvagità
non potrà mai conoscere la virtù e se stessala virtù invecese la natura viene educatacol tempo acquisterà conoscenza di
se stessa e della malvagità. Costui dunquenon il malvagiodiventa a mio parere accorto».
«Sembra anche a me»disse.
«Pertanto stabilirai per legge nella città una medicina e un'arte giudiziaria nelle forme che abbiamo descrittoin
maniera che curino soltanto i cittadini validi nel corpo e nell'anima equanto agli altrii medici lascino morire coloro che
presentano difetti fisicii giudici sopprimano coloro che sono guasti e incurabili nell'anima?» «Sì »rispose«questa è la
soluzione migliore per gli stessi sofferenti e per la città».
«Ed è chiaro»dissi«che i giovani si guarderanno bene dalla necessità di ricorrere all'arte giudiziariapraticando solo
quella musica semplice che abbiamo definito generatrice di temperanza».
«Ma certo!»esclamò.
«E il musicista che pratica la ginnastica seguendo le stesse orme non giungeràse lo vuolea non aver bisogno alcuno
della medicinasalvo in caso di necessità?» «Mi pare di sì ».
«E compirà i faticosi esercizi ginnici mirando a risvegliare la parte animosa della propria indole più che la forza fisica
a differenza degli altri atletiche mangiano e faticano per acquistare vigore».
«Giustissimo»disse.
«DunqueGlaucone»proseguii«anche coloro che stabiliscono di educare con la musica e con la ginnastica non lo
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fanno per il motivo che credono alcunicioè per curare con l'una il corpo e con l'altra l'anima?» «E perché allora?»
domandò.
«Probabilmente»risposi«essi le pongono entrambe soprattutto al servizio dell'anima».
«E perché?» «Non noti»dissi«quale disposizione d'animo acquisisce chi pratica per tutta la vita la ginnastica senza
accostarsì alla musicao chi viceversa si trova nella condizione opposta?» «Di che cosa stai parlando?»chiese.
«Della rozzezza e della durezza da un latodella mollezza e della mansuetudine dall'altro»risposi.
«Certo»disse. «Coloro che di dedicano alla pura ginnastica riescono rozzi più del dovutocoloro che invece praticano
solo la musica diventano troppo molli».
«Tuttavia»aggiunsi«la rozzezza potrebbe derivare dall'animosità di caratteree una corretta educazione potrebbe
trasformarla in coraggioma se venisse tesa più del dovuto diventerebbecom'è ovviodurezza e intrattabilità».
«Mi pare di sì »disse.
«Quindi l'indole filosofica non possiederebbe la dote della mitezzae se fosse troppo rilassata si volgerebbe in
eccessiva mollezzamentre una buona educazione può renderla mite e ben regolata?» «è così ».
«Perciò diciamo che i guardiani devono possedere entrambe le nature».
«Devonocerto».
«Ed esse devono essere ben armonizzate tra loro?» «Come no?» «E l'anima di chi è ben armonizzato è temperante e
coraggiosa?» «Senz'altro».
«E quella di chi non è ben armonizzato è vile e selvatica?» «E come!».
«Pertantoquando uno permette alla musica di ammaliarlo col flauto e di versargli dalle orecchiecome da un imbuto
nell'anima le armonie che poco fa chiamavamo dolcimolli e lamentosee passa tutta la vita a gorgheggiare e a gustare le
delizie del cantoin un primo momentose c'era in lui un che di animososi ammollisce come il ferro e da inutile e duro
diventa utile; in seguito peròse persiste in questo piacere e prosegue l'incantosi strugge e si liquefà fino a consumare la
sua energia e a tagliareper così direi nervi dell'animadiventando un "molle guerriero"».(59) «Senza dubbio»disse.
«E se uno»continuai«ha già in partenza un'indole non animosagiunse rapidamente a questa condizione; se invece è
animosoindebolisce il suo ardore e lo rende facilmente eccitabilepronto ad accendersi e a spegnersi per cose da nulla.
Così da animoso diventa irritabile e iracondopieno di scontrosità».
«Certamente».
«E se uno si dedica assiduamente alla ginnastica fino a satollarsenesenza accostarsi alla musica e alla filosofia? In un
primo momentodata la sua robusta costituzione fisicanon si riempie di orgoglio e di ardoresuperando in coraggio
anche se stesso?» «E come!».
«Ma che cosa accade se non fa nient'altro e non ha alcun contatto con le Muse? Anche se nella sua anima vi fosse un
qualche desiderio di apprenderedal momento che non gusta alcuna nozione o ricerca e non partecipa di un ragionamento
o di qualche forma di musicaquest'elemento non diventa debolesordo e cieconon essendo tenuto destoné nutritoné
purificato dalle sue sensazioni?» «è così »rispose.
«Un uomo similepensodiventa nemico dei ragionamenti e delle Musee nei discorsi non fa più uso della
persuasionema in ogni circostanza raggiunge il suo scopo con la violenza e la rozzezza come una belva e vive in una
stolida ignoranza priva di compostezza e di grazia».
«è proprio così »disse.
«Posso quindi affermare chea quanto sembrala divinità ha concesso agli uomini due artila musica e la ginnastica
per questi due elementil'animosità e la filosofiae solo in via accessoria per l'anima e per il corpoproprio allo scopo che
quegli elementi si armonizzassero tra loro tendendosi e allentandosi fino alla giusta misura».
«Pare di sì »disse.
«Chi dunque fonde nel modo migliore musica e ginnastica e le applica all'anima nel modo più equilibratodiremo a
ragione che è il più perfetto esperto di musica e di armoniamolto più di chi accorda uno strumento».
«è naturaleSocrate»disse.
«AlloraGlauconeanche nella nostra città avremo sempre bisogno di un tale soprintendentese intendiamo
salvaguardare la costituzione?» «Certone avremo il massimo bisogno!».
«Questi dunque saranno i modelli della cultura e dell'educazione.
A che scopo dovremmo passare in rassegna le danzele battute di caccia con o senza canile gare ginniche e ippiche
dei nostri cittadini? In pratica è chiaro che tali attività devono conformarsi ai princì pi che abbiamo stabilitoe scoprirli
non è più difficile».
«Forse no»disse.
«Bene»conclusi. «E adesso che cosa ci resterà da determinare? Forse chi governerà e chi sarà governato?» «Ma
certo!».
«Non è forse chiaro che i governanti devono essere anziani e i sudditi giovani?» «è chiaro».
«E che devono essere i migliori tra loro?» «è chiaro anche questo».
«Ma i contadini migliori non sono forse quelli più portati per l'agricoltura?» «Sì ».
«Orase i governanti devono essere i migliori tra i guardianinon occorre che siano anche i più idonei a custodire la
città?» «Sì ».
«E per assolvere questo compito devono essere intelligenti e capaci e ipoltre devono preoccuparsi del bene della
città?» «è così ».
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«Ma ci si prende cura soprattutto di ciò che si ha caro».
«è inevitabile».
«E si ha caro soprattutto ciò il cui interesse si ritiene identico al proprioe il cui successo si crede coincida con il
proprio successoe viceversa».
«è così »disse.
«Perciò bisogna scegliere tra i guardiani uomini tali che al nostro esame risultino estremamente decisi a compiere per
tutta la vita col massimo zelo ciò che ritengono utile alla città e si rifiutino in ogni modo di compiere ciò che ritengono
dannoso».
«Sì »disse«questi sono uomini adatti».
«Mi sembra quindi che li si debba sorvegliare a ogni etàper vedere se custodiscono questa regola e nessun
incantamento o costrizione li induce a ripudiare e dimenticare il principio secondo il quale si deve fare ciò che è meglio
per la città».
«Di quale ripudio parli?»domandò.
«Te lo spiegherò»risposi. «Mi sembra che un'opinione esca dall'animo volontariamente o involontariamentenel
primo caso quando si muta un'opinione falsanel secondo caso ogni qual volta si tratta di un'opinione vera».
«Capisco la questione della volontarietà»disse«ma devo comprendere quella dell'involontarietà».
«Ma come? Non pensi anche tu»domandai«che gli uomini si privino involontariamente dei beni e volontariamente
dei mali? Non è forse un male ingannarsi sulla veritàe un bene essere nel vero? E non ti sembra che essere nel vero
significhi avere opinioni conformi alla realtà?» «Hai ragione»rispose«e mi sembra che gli uomini non si privino
volontariamente di un'opinione vera».
«E non capita loro questo perché vengono derubatiraggirati o costretti con la forza?» «Non capisco neanche ora»
rispose.
«Forse parlo in uno stile troppo elevato»dissi. «Per derubati intendo quelli che si lasciano convincere a cambiare
opinione e quelli che se la dimenticanoperché agli uni la sottrae di nascosto il tempoagli altri la ragione. Mi capisci
ora?» «Sì ».
«Per costretti con la forza intendo quelli indotti a cambiare opinione da un dolore o una sofferenza».
«Ho capito anche questo»disse«e hai ragione».
«Per raggirati anche tu intenderestipensoquelli che cambiano opinione perché sono stati ammaliati dal piacere o
hanno paura di qualcosa».
«Sì »disse «tutto ciò che inganna sembra sprigionare una malì a».
«Come ho appena dettobisogna cercare quali sono i migliori custodi di quello che è il loro principioossia fare
sempre ciò che ritengono sia il meglio per la città. Bisogna quindi osservarli sin da fanciulliproponendo loro soprattutto
compiti in cui questo principio può essere dimenticato ed elusoe chi ha buona memoria e non si lascia facilmente
ingannare dev'essere sceltogli altri vanno scartati. O no?» «Sì ».
«E bisogna sottoporli a fatichesofferenze e provein cui osservare proprio queste caratteristiche».
«Giusto»disse.
«Allora»continuai«devono sostenere una lotta con un terzo genere d'ingannoquello della malì ae vanno studiati
come quando si guidano i puledri nella direzione da cui provengono rumori e gridaper vedere se si fanno prendere dalla
paura; allo stesso modo bisogna condurre i guardiani ancora giovani ad assistere a eventi spaventevoli e poi gettarli in
preda ai piacerisaggiandoli molto di più che l'oro col fuocoper vedere se non si lasciano facilmente ammaliare
mantengono il decoro in ogni occasione e sono buoni custodi di se stessi e della musica che hanno imparatomostrandosi
in tutte queste circostanze dotati di ritmo e di armoniae in virtù di queste qualità possono essere molti utili a se stessi e
alla città. Chi esce indenne dalle prove cui viene via via sottoposto da bambinoda ragazzo e da adulto dev'essere messo a
capo e a guardia della città e onorato sia da vivo sia da mortoottenendo i più alti privilegi della tomba e degli altri
monumenti; chi invece non risponde a questi requisiti dev'essere scartato. Più o meno questoGlaucone»conclusi«mi
pare il criterio opportuno per scegliere e istituire i governanti e i guardianisia pure espresso in linea generalenon in
maniera dettagliata».
«Anch'io la penso grosso modo così »disse.
«E non sarebbe davvero la cosa più corretta definire questi ultimi perfetti guardiani dai nemici esterni e dagli amici
interniaffinché gli uni non voglianogli altri non possano fare del malee considerare i giovani che finora chiamavamo
guardiani difensori e ausiliari delle deliberazioni prese dai governanti?» «Mi sembra di sì »rispose.
«Con quale mezzo potremmo allora far credere una genuina menzognadi quelle che s'inventano al momento
opportuno e di cui parlavamo primasoprattutto ai governanti stessio altrimenti al resto della città?» «Quale
menzogna?»chiese.
«Nulla di nuovo»risposi«solo una storia fenicia(60) già accaduta in passato in molti luoghicome ci dicono in
modo convincente i poeti; ma non so se sia accaduta o possa mai accadere ai giorni nostrie del resto richiede una buona
dose di persuasione per essere convincente».
«Sembra che tu esiti a raccontarla»osservò.
«Quando l'avrò raccontata»replicai«la mia esitazione ti sembrerà ragionevole».
«Parla pure»disse«non avere paura».
«Allora parleròper quanto non sappia con che coraggio e con quali parole; e cercherò di persuadere innanzitutto i
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governanti stessi e i soldatipoi anche il resto della cittàche essi avevano l'impressione di ricevere tutta l'educazione
fisica e spirituale impartita da noi come in un sogno che accadesse attorno a loroma in realtà in quel momento erano
plasmati ed educati nel seno della terraessile loro armi e il resto del loro equipaggiamento già bell'è fabbricato; e
quando furono interamente formati la terrache era la loro madreli portò alla luce. Per questo ora devono provvedere alla
terra in cui vivono e difenderla come loro madre e nutricese qualcuno muove contro di essae considerare gli altri
cittadini come fratelli nati anch'essi dalla terra».
«Non a torto»esclamò«prima ti vergognavi a proferire questa menzogna!».
«E ne avevo ben donde!»risposi. «Tuttavia ascolta anche il resto del mito. Voi cittadini siete tutti fratellidiremo loro
continuando il raccontoma la divinitàplasmandovial momento della nascita ha infuso dell'oro in quanti di voi sono atti
a governaree perciò essi hanno il pregio più alto; negli ausiliari ha infuso dell'argentonei contadini e negli altri artigiani
del ferro e del bronzo. Dal momento che siete tutti d'una stessa stirpedi solito potete generare figli simili a voima in
certi casi dall'oro può nascere una prole d'argento e dall'argento una discendenza d'oroe così via da un metallo all'altro.
Ai governanti quindi la divinità imponecome primo e più importante precettodi non custodire e non sorvegliare
nessuno così attentamente come i propri figliper scoprire quale metallo sia stato mescolato alle loro anime; e se il loro
rampollo nasce misto di bronzo o di ferrodovranno respingerlo senza alcuna pietà tra gli artigiani o i contadini
assegnandogli il rango che compete alla sua natura. Se invece da costoro nascerà un figlio con una vena d'oro o d'argento
dovranno ricompensarlo sollevandolo al rango di guardiano o di aiutanteperché secondo un oracolo la città andrà in
rovina quando la custodirà un guardiano di ferro o di bronzo. Conosci dunque un qualche sistema per convincerli di
questo mito?» «Per convincere loro»disse«assolutamente no; semmai per convincere i loro figli e discendenti e la
posterità in generale».
«Ma anche questo»dissi«potrebbe essere un buon sistema per indurli a curarsi maggiormente della città e dei
rapporti reciproci; capisco grosso modo il tuo pensiero. L'esito di questo progetto dipenderà da come lo diffonderà la
fama; per quanto sta in noiarmiamo questi figli della terra e conduciamoli innanzisotto la guida dei governanti. Una
volta arrivatiosservino il punto della città più favorevole per accamparsiquello da cui potrebbero dominare meglio sugli
abitantise qualcuno non volesse obbedire alle leggie respingere i nemici esternise uno di loro piombasse come un lupo
su gregge; dopo essersi accampati e aver compiuto i sacrifici dovutipreparino le tende. O no?» «Sì »rispose.
«Ed esse non dovranno essere in grado di proteggerli dal freddo e dal caldo?» «Come no?»rispose. «Mi sembra
infatti che tu stia parlando delle abitazioni».
«Sì »confermai«ma abitazioni di soldatinon di commercianti».
«E che differenza c'è tra lorosecondo te?»chiese.
«Cercherò di spiegartelo»risposi. «La colpa più grave e più vergognosa per dei pastori sarebbe quella di allevare dei
cani da guardia del gregge in modo tale che per l'intemperanzala fame o qualche altra cattiva abitudine tentassero essi
stessi di assalire le pecorediventandoanziché canisimili ai lupi».
«Sì »disse«sarebbe grave: come negarlo?» «Non bisogna quindi evitare in ogni modo che i nostri difensori facciano
una cosa del genere con i cittadinidal momento che sono più forti di loroe da alleati benevoli si trasformino in padroni
crudeli?» «Bisogna evitarlo»rispose.
«E per loro la massima precauzione non consisterebbe nell'essere realmente educati bene?» «Ma in effetti lo sono»
ribatté.
Allora io dissi: «Non vale la pena di insistere su questocaro Glauconebensì sul principio che abbiamo enunciato
prima: essi devono ricevere la giusta educazionequalunque siase si vuole che abbiano la massima disposizione alla
mitezza verso se stessi e verso le persone che custodiscono».
«è giusto»concordò.
«Perciò una persona assennata direbbe cheoltre a questa educazionebisogna fornire loro anche le abitazioni e un
patrimonio tale che non li distolga dall'impegno di essere i migliori guardiani possibile e non li spinga a fare del male agli
altri cittadini».
«E dirà il vero».
«Vedi dunque»proseguii«se per avere questi requisiti essi debbano attenersinel modo di vivere e di abitareai
seguenti precetti.(61) Innanzitutto nessuno possieda sostanze propriese non quelle strettamente necessarie; in secondo
luogo nessuno abbia un'abitazione e una dispensa in cui non possa entrare chiunque lo desideri.
Quanto al sostentamento di cui necessitano atleti della guerra temperanti e coraggiosiin base a un accordo con gli
altri cittadini ricevano un compenso per il servizio di guardiani che non sia né superiore né inferiore al loro fabbisogno
annuale.
Vivano in comune partecipando ai banchetti pubblici come se fossero all'accampamento. Occorre poi dire loro che da
sempre hanno nell'anima oro e argento divinodono degli dèie non necessitano affatto di quello umano; quindi è
un'empietà contaminare quel possesso mescolandolo all'acquisto di oro mortaleperché molte azioni empie sono state
compiute per la moneta del volgomentre quella che portano dentro di loro è pura. Anziessi siano gli unicitra tutti i
cittadinia cui non sia lecito maneggiare e toccare oro e argentoné entrare in una casa che lo contengané portarlo al
colloné bere da boccali d'argento o d'oro.
Così potranno restare incolumi e salvare la città. Ma quando possederanno terracase e moneta propriae diventeranno
amministratori e contadini anziché guardianipadroni ostili anziché alleati degli altri cittadinipasseranno tutta la vita a
odiare e ad essere odiatia tendere insidie e ad essere insidiatie avranno molta più paura dei nemici interni che di quelli
Platone La Repubblica

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esternicorrendo ormai sull'orlo della rovinaessi e il resto della città. In considerazione di tutto ciò»conclusi
«dobbiamo dire che questa dev'essere la condizione dei guardiani per quanto riguarda l'abitazione e le altre necessitàe
questo dobbiamo stabilire per leggeoppure no?» «Senz'altro»rispose Glaucone.
NOTE: 1) OmeroOdyssealibro 11versi 489-491 (parla l'ombra di Achillerivoita a Odisseo).
2) OmeroIliaslibro 20versi 64-65.
3) Ivilibro 23versi 103-104 (parla Achilleche ha tentato invano di abbracciare l'ombra di Patroclo apparsagli in
sogno).
4) OmeroOdyssealibro 10verso 495il verso allude all'indovino Tiresiache anche dopo la morte conservò parte
della sua fisicità.
5) OmeroIliaslibro 16versi 856-857.
6) Ivilibro 23versi 100-101.
7) OmeroOdyssealibro 24versi 6-9: i versi si riferiscono alle anime dei Proci cheaccompagnate da Ermes
scendono nell'Ade.
8) Fiumi infernali.
9) Il passo presenta una corruzione insanabile; la traduzione non tiene conto di "os oietai"che non dà alcun senso nel
contesto.
10) OmeroIliaslibro 24versi 10-12. La citazione è fedele solo nella prima metàma la parte parafrasata è
chiaramente corrotta.
11) Ivilibro 23versi 22-24. Questo passocome il precedente si riferisce al dolore di Achille per la morte di
Patroclo.
12) Ivilibro 22versi 414-415. Il passo si riferisce allo strazio di Priamo che ha appena assistito alla morte di Ettore.
13) OmeroIliaslibro 18verso 54.
14) Ivilibro 22versi 168-169. Con queste parole Zeus si rammarica di veder Ettore inseguito da Achille
presagendone la prossima fine.
15) Ivilibro 16versi 433-434Zeus piange la morte del figlio Sarpedone.
16) Ivilibro 1versi 599-600.
17) OmeroOdyssealibro 17versi 383-384.
18) OmeroIliaslibro 4verso 412.
19) Ivilibro 3verso 8 e libro 4verso 431accostati nel contesto platonico.
20) Ivilibro 1verso 225. Sono insulti che Achille irato rivolge ad Agamennone.
21) OmeroOdyssealibro 9versi 8-10. Sono parole di Ulisse.
22) Ivilibro 12verso 342.
23) OmeroIliaslibro 14verso 296.
24) Cfr. OmeroOdyssealibro 8verso 266 e seguenti.
25) Ivilibro 20versi 17-18. Ulisse rivolge queste parole a se stesso prima di affrontare i Proci.
26) Il versoforse appartenente a un'opera perduta di Esiodoè riecheggiato da EuripideMedea 964.
27) Cfr. OmeroIliaslibro 9versi 515-518; libro 19versi 278-281; libro 24 passim. Il cadavere è quello di Ettore
riscattato a caro prezzo da Priamo.
28) Ivilibro 22versi 15-20.
29) Ivilibro 21verso 211 e seguenti. Lo Scamandrofiume che scorreva vicino a Troiapregò inutilmente Achille di
non ostruirgli il corso coi cadaveri dei nemici uccisi; allora si gonfiò e costrinse l'eroe greco a una fuga precipitosa.
30) Ivilibro 22verso 151. Lo Spercheo è un fiume della Grecia settentrionale.
31) Cfr. ivilibro 24versi 14-18 e libro 23versi 175-176.
32) Peleo era figlio di Eacogiudice degli Inferi e figlio a sua volta di Zeus; il centauro Chirone fu precettore di
Achille e di altri eroi come Eracle e Giasone.
33) Teseo e Piritoo rapirono Elena e tentarono di rapire Persefone dall'Ade.
34) Eschiloframmento 162 Radt. Sono versi tratti dalla Niobetragedia perdutae si riferiscono a Tantalo e ai suoi
discendenti.
35) OmeroIliaslibro 1versi 115-116.
36) Parafrasi di OmeroIliaslibro 1versi 22-42.
37) Il ditirambo era una forma lirica corale legato al culto di Dionisoche ebbe una parte importante nella nascita della
tragedia. Dopo aver toccato l'apice con Pindaro e Bacchilideai tempi di Platone era in piena decadenza.
38) Allusione ad alcune vicende mitologiche rappresentate nelle tragediecome quelle di Niobeche si vantava della
sua numerosa prolee di Semeleincinta di Dioniso per opera di Zeus.
39) La traduzione accoglie la lezione "aplé"proposta da Adam in luogo del tràdito "alle"che non dà senso plausibile.
40) Probabile riferimento ad alcune macchine di scena che nelle rappresentazioni teatrali potevano riprodurre il
rumore dei tuono e del fulmine.
41) Nella musica greca quattro erano le armonie pricipali: la doricala frigiala lidia e la ionica. Queste potevano però
combinarsi tra loro e dare origine ad altre melodie secondariecome quelle menzionate da Glaucone. Il discorso di
Platone testimonia la rilevanza sociale della musica nel mondo greco e in effetti è tutto incentrato sulla connessione tra
musica ed etica.
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42) Due strumenti a corda simili all'arpa.
43) Un satiro che con il flauto sfidò in una gara musicale Apolloil cui strumento era la lira; Apollo lo vinse e lo
scorticò vivo. Il flauto era considerato meno nobile della lira e degli strumenti a corda in generalepoichéessendo
associato al culto di Dioniso e di Cibelesi pensava che il suo suono portasse a un perturbamento dell'animo; la vicenda di
Marsia è la trasposizione mitica di questa credenza. Nal libro 5 Platone bandisce esplicitamente il flauto dalla città ideale.
44) Esclamazione caratteristica di Socrate; cfr. libro 8; libro 9; Phaedrus 228b.
45) Al primo genere di metri appartengono dattiloanapesto e spondeo; al secondo peonecretico e baccheo; al terzo il
trocheo e il giambo.
Non è invece sicuro cosa s'intenda per i quattro generi di suoni: se le quattro note di un tetracordoo le quattro
armonie principalio gli intervalli musicali di quartaquintaottava e doppia ottava.
46) Un musicista ateniese attivo nel quinto secolo a.C.maestro di PericleSocrate e Nicia.
47) L'enoplio è un ritmo di marcia militare variamente composto.
Con «verso eroico» si allude probabilmente all'esametroma il tono del passo è volutamente vago per meglio riflettere
la dichiarata incompetenza di Socrate in materia.
48) Sono le virtù e i vizi che i poeti e gli artisti riproducono nelle loro operedesumendoli dalla realtà sensibile.
49) La cucina sicilianae quella siracusana in particolareera molto rinomata.
50) Corinto aveva la famaben meritatadi essere la "capitale del vizio" della Grecia antica.
51) I medicidiscepoli di Asclepiodio della medicina.
52) I figli di AsclepioMacaone e Podalirioparteciparono alla guerra di Troia in qualità di medici dell'esercito acheo.
Nella citazione i due episodi omerici sono notevolmente alterati: la pozione preparata da Ecamedeconcubina di Nestore
era per lo stesso Macaoneferito in uno scontro (OmeroIliaslibro 11verso 624 e seguenti); Euripilo fu invece curato da
Patroclo con una radice tritata ivilibro 11versi 844-847; cfr. anche libro 15versi 392-394). Il primo episodio è
correttamente ricordato da PlatoneIon 538b.
53) Erodico di Megaradivenuto poi cittadino di Selimbriaassociò alla medicina la dietetica e l'esercizio fisico
imponendosi un regime di vita eccessivamente rigoroso. Cfr. anche PlatoneProtagoras 316e; Phaedrus 227d.
54) Parafrasi di Focilideframmento 9 Gentili-Prato. Poeta elegiaco del sesto secolo a.C.Focilide continuò la
tradizione esiodea della poesia gnomica. Di lui restano pochi frammenti.
55) OmeroIliaslibro 4verso 218con qualche variante rispetto al nostro testo.
56) Mistura di acquavinomielecacio grattatofarina d'orzo e altri ingredientiusata come bevanda ristoratrice dagli
eroi omerici.
57) Mida era il leggendario re frigio che chiese e ottenne da Dioniso di poter trasformare in oro tutto ciò che toccava
ma la sua avidità si ritorse contro di luipoiché anche tutto ciò che voleva mangiare e bere diventava oro; perciòper non
morire di famedovette pregare il dio di liberarlo da questo dono funesto. La sua ricchezza era in Grecia proverbiale.
58) Cfr. EschiloAgamemnon 1022-1024; EuripideAlcestis 3-4; PindaroPythia in 55-58. Secondo la versione
tradizionale del mitoAsclepio fu punito da Zeus per aver richiamato in vita uno o più eroi morti: le fonti oscillano tra
IppolitoCapaneoLicurgoTindareo. La variante platonica è funzionale al motivo della corruzionepresente già in
Pindaro.
59) Così è detto Menelao in OmeroIliaslibro 17verso 588.
60) è una storia «fenicia» probabilmente perché riecheggia il mito del fenicio Cadmoche generò i futuri cittadini di
Tebe città di cui egli stesso divenne reseminando denti di serpente; non è però escluso che Platone alluda anche alla
proverbiale mendacità dei Fenici.
61) Le prescrizioni elencate di seguitocome quella precedente in merito all'eliminazione dei neonati deboli o
minoratisono in buona parte dedotte dalle usanze spartane; non a caso la costituzione di Sparta sarà indicata nel libro 8
come la migliore tra quelle vigenti.
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REPUBBLICA - LIBRO QUARTO
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine di ogni libro)

E Adimantoprendendo la paroladisse: «Come ti difenderaiSocratese qualcuno obietterà che tu non rendi affatto
felici questi uominie ciò proprio per colpa loroperchépur essendo i veri padroni della città non ne traggono alcun
vantaggiomentre gli altri possiedono campicostruiscono case bellegrandi e dotate di un arredo adeguatooffrono
sacrifici privati agli dèi e ospitalità ai forestierie come appunto accennavi poc'anzi acquistano oroargento e tutti gli altri
beni che si reputano indispensabili per essere felici? E invecepotrà dire qualcunopare che i tuoi uomini se ne stiano
nella città come degli ausiliari prezzolatiintenti unicamente a fare la guardia».
«Sì »ribattei«e inoltre sono pagati soltanto col vitto e non ricevonoa differenza degli altrialcun compenso
cosicché non potranno neppure viaggiare all'estero a proprie spesequalora volesseroo pagare delle cortigiane o spendere
in qualche altro modo a loro piacimentocome invece spendono coloro che hanno fama di essere felici. Questie parecchi
altri elementi tralasci nella tua accusa!».
«Allora teniamo conto anche di questi»aggiunse.
«Mi chiedi dunque come ci difenderemo?» «Sì ».
«Procedendo sul medesimo sentiero»incominciai«credo che troveremo la risposta opportuna. Diremo che non ci
sarebbe da meravigliarsi se i guardiani fossero molto felici anche in queste condizioni; tuttavia noi non fondiamo la città
allo scopo di rendere straordinariamente felice una classe del popoloma allo scopo di rendere il più possibile felice
l'intera città. Abbiamo creduto di trovare la giustizia in questa città e al contrario l'ingiustizia in quella peggio governatae
di giudicare in base a questa osservazione ciò che da un pezzo andiamo cercando. Oraa nostro parerestiamo plasmando
la città felice nel suo insiemenon solo in relazione a un piccolo numero di cittadini staccati dagli altri; subito dopo
prenderemo in esame la città contraria alla nostra. Se ad esempio dipingessimo una statua e uno venisse a rimproverarci di
non applicare i colori più belli alle parti più belle della figuraperché gli occhiche pure sono una parte molto nobile
sono colorati non di neroma di porporaci sembrerebbe di giustificarci correttamente dicendogli: "Mirabile amiconon
credere che noi dipingiamo occhi così belli da non apparire neanche più occhi; e lo stesso vale per le altre parti della
statua. Vedi piuttosto se abbelliamo l'insieme dando a ogni parte l'aspetto che le si conviene".(1) Così ora non costringerci
ad assegnare ai guardiani una felicità tale da renderli tutt'altro che guardiani. Sappiamo anche cingere i contadini di
lunghe vestiricoprirli d'oro e invitarli a lavorare la terra per puro dilettoo far sedere comodamente i vasai accanto al
fuoco perché bevano e banchettinolasciando perdere la ruotae fabbrichino vasi solo quando ne hanno vogliae
concedere lo stessa beatitudine a tutti gli altriin modo che sia felice l'intera città. Ma non rivolgerci questo rimprovero: a
dar retta a teil contadino non sarebbe più contadinoné il vasaio vasaioe nessun altro conserverebbe il suo ruolo
indispensabile all'esistenza della città. Comunque il problema di questi altri è meno importante: se infatti i ciabattini si
corrompessero diventando scadenti e fingessero di essere ciò che non sononon sarebbe un grave danno per la cittàma se
i guardiani delle leggi e dello Stato fossero tali solo in apparenzacapisci bene che rovinerebbero tutta quanta la città; al
contrario essi soli hanno l'opportunità di renderla ben governata e felice. Se dunque noi creiamo guardiani assolutamente
incapaci di fare del male alla cittàe il nostro detrattore li trasforma in contadini e banchettanti felici come se fossero a
una festa e non in una cittàcostui intenderà qualcosa di diverso da uno Stato. Si deve pertanto considerare se l'istituzione
dei guardiani miri a procurare loro la massima felicitào a far sì che questo beneficio ricada sulla città intera; in tal caso
bisogna obbligare e persuadere questi ausiliari e guardianicome pure tutti gli altria impegnarsi perché eseguano il
meglio possibile il proprio lavoro. E cosìin una situazione di generale sviluppo e buon governo della cittàsi deve
permettere che ciascuna classe abbia la parte di felicità che le è concessa dalla natura».
«Mi sembra che tu abbia ragione»disse.
«Allora»domandai«ti sembrerà ragionevole quest'altra mia tesisorella della precedente?» «Quale?» «Considera se
queste cose corrompono gli altri artigiani a tal punto da renderli malvagi».
«Quali sono queste cose?» «La ricchezza e la povertà»risposi.
«E in che modo?» «Così . Ti sembra che un pentolaiose si arricchiscevorrà ancora esercitare la sua arte?»
«Nient'affatto!»rispose.
«E diventerà sempre più pigro e negligente?» «E come!» «Quindi come pentolaio diventa peggiore?» «E di gran
lunga!»esclamò.
«D'altra partese a causa della povertà non potrà procurarsi gli strumenti o altri utensili indispensabili alla sua arte
realizzerà prodotti più scadenti e renderà artigiani inferiori i figli o altri a cui insegnerà il proprio mestiere».
«Come no?» «Dunque i prodotti dei mestieri e gli stessi che li realizzano peggiorano a causa sia della povertà sia della
ricchezza».
«Così sembra».
«A quanto parequindiabbiamo trovato una nuova mansione per i guardiani: badare con ogni mezzo che questi due
mali non si insinuino di nascosto nella città».
«E quali sono?» «La ricchezza e la povertà»dissi«perché l'una genera mollezzaindolenza e desiderio di novità
l'altraoltre al desiderio di novitàgenera bassezza d'animo e scadimento del lavoro».
«Benissimo!»esclamò. «TuttaviaSocrateconsidera questo problema: come potrà la nostra città sostenere una
guerradal momento che non possiede denarotanto più se è costretta a misurarsi con uno Stato potente e ricco?» «è
evidente»risposi«che sarà più difficile combattere contro uno Stato solomentre affrontare due Stati come questo sarà
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più facile».
«Che cosa hai detto?»fece lui.
«Prima di tutto»dissi«se dovrà combattere contro uomini ricchinon scenderanno in campo i guardiani stessiche
sono atleti della guerra?» «Questo sì »rispose.
«E alloraAdimanto»continuai«non ti pare che un solo pugileperfettamente allenato a questo scopopossa
affrontare senza difficoltà due uomini ricchi e grassi che non sono pugili?» «Forse noalmeno se i due lottano assieme».
«Nemmeno»insistetti«se potesse sottrarsi con la fuga a quello che di volta in volta lo attacca per primo per poi
colpirlo girandosie facesse questo più volte sotto una calura soffocante? Un atleta simile non potrebbe battere anche un
numero maggiore di uomini come quelli?» «Certo»rispose«non ci sarebbe da meravigliarsene».
«Ma non pensi che i ricchi abbiano una maggiore competenza ed esperienza dell'arte pugilistica che di quella della
guerra?» «Io sì »rispose.
«Allora è verosimile che i nostri atleti combattano agevolmente contro un numero doppio o triplo di nemici».
«Concordo con te»ammise. «Mi sembra che tu abbia ragione».
«Supponiamo poi che mandino un'ambasceria a uno dei due Stati nemici e dicanocom'è in verità: "Noi non usiamo
né oro né argentoe non ci è lecito avernea voi invece sì ; perciòse combatterete al nostro fiancoavrete le ricchezze di
quegli altri".
Credi che all'udire queste parole preferiranno combattere contro cani duri e magri piuttosto che allearsi con i cani
contro pecore pingui e tenere?» «Mi sembra di no. Ma se le ricchezze delle altre città verranno ammassate in una sola
bada che non creino un pericolo per la città non ricca».
«Sei proprio ingenuo»replicai«se pensi che meriti tale appellativo una città diversa da quella che noi stavamo
costruendo!».
«Ma perché?»chiese.
«Le altre»risposi«bisogna chiamarle con un nome più grande: ciascuna di essecome nel giocoè un insieme di
cittàma non è una città.(2) Qualunque sia la situazionece ne sono due nemiche tra loroquella dei poveri e quella dei
ricchi: all'interno di entrambe poi ce ne sono moltissime altree sbaglieresti in pieno se ti accostassi a loro come a una
sola città; se invece ti accosterai a loro come a molte cittàmettendo nelle mani degli uni le ricchezze e il potere degli
altrio anche le persone stesseavrai sempre molti alleati e pochi nemici. E finché la tua città sarà governata nel modo
saggio che abbiamo stabilito orasarà potentissimanon dico per la fama di cui godràma veramente potentissimaanche
se disponesse soltanto di mille difensori: un'unica città così potente non ti sarà facile trovarla né tra i Greci né tra i
barbarima ne troverai moltee di gran lunga più grandi di questache sono tali all'apparenza. O la pensi diversamente?»
«Noper Zeus!»rispose.
«Ecco dunque»ripresi«il limite migliore a cui i nostri governanti devono attenersi nel determinare la grandezza
della città e in base a questa l'estensione dei suoi confinilasciando perdere ogni altro territorio».
«Quale limite?»domandò.
«Questocredo»risposi: «che la città si ingrandisca fino al punto in cui possacrescendoconservare la sua unitàe
non oltre».
«Bene!»esclamò.
«Perciò impartiremo ai guardiani quest'altro ordinedi badare con ogni mezzo che la città non sembri né piccola né
grandema abbia una giusta estensione e resti unita».
«Forse impartiremo loro un ordine piuttosto semplice»osservò.
«E ancora più semplice»replicai«è la prescrizione che abbiamo menzionato in precedenzaquando dicevamo chese
a un guardiano nasce un figlio degenerequesti dev'essere retrocesso tra gli altri cittadinise invece nelle altre classi c'è un
individuo eccellentelo si deve annoverare tra i guardiani. Questa prescrizione voleva chiarire che anche gli altri cittadini
vanno indirizzati ciascuno al compito cui è portato per natura e soltanto a quelloin modo che ogni cittadinooccupandosi
soltanto della propria mansioneresti uno e non diventi molteplicee così la città intera cresca unita e non molteplice».
«In effetti»disse«questa prescrizione è più semplice della precedente».
«Mio buon Adimanto»ripresi io«gli ordini che impartiamo ai guardiani non sono certo numerosi o pesanticome
può sembrare a qualcunoma sono tutti ordini semplicipurché osservino quella che si può definire l'unica prescrizione
importanteo meglioanziché importantesufficiente».
«E qual è?»domandò.
«L'educazione spirituale e fisica»risposi. «Se grazie a una buona educazione saranno uomini equilibrati
discerneranno facilmente tutto questo e il resto che ora tralasciamo: il possesso delle donneil matrimoniola
procreazionetutte cose chedice il proverbiodevono essere il più possibile in comune con gli amici».(3) «E sarebbe
giustissimo! »esclamò.
«D'altra parte»continuai«uno Statouna volta che sia partito beneprocede crescendo come un cerchio: infatti
l'educazione fisica e spiritualese si mantengono saneproducono nature onestee a loro volta le nature oneste
attenendosi a questa educazionevengono su ancora migliori delle precedentisoprattutto per quanto riguarda la
procreazionecome accade anche negli altri animali».
«è logico»disse.
«Quindiper farla brevei sorveglianti della città devono osservare rigorosamente questo principioaffinché non si
guasti senza che se ne accorganoanzi venga da loro osservato in ogni occasione: di non introdurre nella ginnastica e nella
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musica innovazioni contrarie all'ordine stabilitoma di difendere col massimo sforzo possibile queste istituzioninel
timore chequando si dice: "gli uomini hanno più caro quel canto ch'esce più nuovo di bocca agli aedi"(4) si credacome
accade spessoche il poeta non stia parlando di nuovi cantibensì di un nuovo modo di cantaree si approvi l'innovazione.
Una cosa del genere non si deve né lodare né accettare. Bisogna infatti guardarsi dall'introdurre un nuovo genere di
musica come dal più grave pericoloin quanto non si possono assolutamente modificare i generi musicali senza
sconvolgere le leggi più importanti della città: così dice Damone e anch'io sono convinto».
«E metti anche me tra quelli che ne sono convinti»disse Adimanto.
«A guanto parequindi»proseguii«il presidio dei guardiani va fondato quisulla musica».
«Certo»disse«perché questa trasgressione passa facilmente inosservata».
«Sì »confermai«come se fosse per gioco e non facesse nulla di male».
«Perché essa»aggiunse«non fa altro che insediarsi a poco a poco e infiltrarsi blandamente nei costumi e nelle
abitudini; da questidivenuta più fortepassa poi agli accordi reciprocie dagli accordi alle leggi e agli ordinamenti statali
con grande impudenzaSocratefinché da ultimo non sovverte ogni istituzione pubblica e privata».
«Bene»feci io: «succede proprio questo?» «Mi sembra di sì »rispose.
«Quindicome abbiamo detto all'inizioi nostri figli devono dedicarsi fin dai primi tempi a giochi più conformi alle
leggiperché se questi fanciulli e i loro passatempi violano le leggiè impossibile che crescendo diventino uomini
disciplinati e seri?» «Come no?» «Ma quando i fanciulli che hanno incominciato a giocare nel modo giusto accolgono in
sé attraverso la musica il rispetto delle leggiquesto sentimentoal contrario di quanto avviene negli altrili accompagna
in ogni occasione e si rafforzarisollevando anche ciò che prima nella città era a terra».
«è proprio vero»disse.
«E costoro»seguitai«riscoprono le normeall'apparenza insignificantiche i predecessori avevano completamente
abolito».
«Quali?» «Le seguenti: il doveroso silenzio che i giovani devono mantenere in presenza degli anzianil'alzarsi in piedi
per farli sedere al loro postoil rispetto dei genitoriil modo di tagliarsi i capellidi vestirsidi portare i calzari e di curare
l'aspetto del corpo nel suo complessoe così via. Non credi?» «Sìcerto».
«Credo però che sia sciocco legiferare su questi princì pi: non si fa da nessuna partee se anche venissero sanciti con
norme orali o scrittenon durerebbero».
«E come potrebbero durare?» «è quindi probabileAdimanto»dissi«che la direzione presa sin dalla fanciullezza
determini anche il seguito della vita. O non è forse vero che il simile richiama sempre il simile?» «Certo».
«E potremo direcredoche il risultato finalebuono o cattivo a seconda del casosarà unitario e compiuto».
«Come no?»fece lui.
«Per questo»ripresi«io non proverei a stabilire delle leggi su questi princì pi».
«è ragionevole»disse.
«E per quanto riguardaper gli dèi!gli affari del mercatogli accordi reciproci che i singoli stipulano sulla piazzae
se vuoii contratti sul lavoro manualegli insultile percossele querele e l'insediamento dei giudicila necessità di
riscuotere o imporre tasse sui mercati o sui portie in generale certe questioni relative alla disciplina del mercatodella
città e dei portie tante altre similiavremo il coraggio di legiferare su tutto questo?» «Ma non è il caso»rispose«di
imporre ordini ad uomini onestiperché troveranno facilmente da sé la maggior parte delle norme da stabilire per legge».
«Sìcaro amico»dissi«sempre che un dio conceda loro di rispettare le leggi che abbiamo esposto prima».
«Altrimenti»aggiunse«passeranno la vita a fissare e rettificare di continuo un gran numero di regole similiconvinti
di poter arrivare al meglio».
«Stai dicendo»osservai«che persone simili vivranno come quegli ammalati che per la loro intemperanza non
vogliono rinunciare a un modo di vivere dannoso».
«Proprio così ».
«Certo che costoro se la passano proprio bene! Si curano e non concludono nullase non di rendere più complicata e
più grave la malattiasempre nella speranza che qualcuno consigli loro una medicina grazie alla quale tornare sani!».
«Proprio questa»disse«è la condizione in cui versano tali ammalati».
«E non è divertente»domandai«il fatto che ritengano il loro peggior nemico chi dice la veritàossia che se non
cesseranno di ubriacarsidi satollarsi di cibodi darsi ai piaceri amorosi e alla pigriziaa nulla gioveranno loro le
medicinele cauterizzazionile incisionigli incantamentigli amuleti e altre cose simili?» «Non è affatto divertente»
rispose«perché prendersela con chi parla a ragion veduta non è una bella cosa».
«A quanto pare»dissi«non approvi il comportamento di queste persone».
«No di certoper Zeus!».
«Perciò non darai la tua approvazionecome dicevamo poco faneppure se la città intera facesse così . E non ti pare
che si comportino proprio come costoro tutte quelle città mal governate che proibiscono ai cittadini di mutare i
fondamenti della costituzione e minacciano la pena di morte a chi opera in tal sensomentre chi adula e compiace con
ogni blandizia il loro sistema di governoprecorre e prevede i loro desideri ed è in grado di soddisfarliquesti sarà un
uomo straordinariamente onesto e saggio e riceverà da essi ogni onore?» «Sì »rispose«mi sembra che facciano proprio
questoe non lo approvo neanche un po'».
«E quellipoiche sono disposti a servire con molto zelo simili città? Non ne ammiri il coraggio e la disinvoltura?»
«Certo»rispose«ma non ammiro quelli che si fanno ingannare da loro e credono veramente di essere uomini di governo
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per il fatto di essere lodati dal volgo».
«Cosa dici?»ribattei. «Non compatisci queste persone? Ad esempiosei convinto che un uomo incapace di misurare
se molti altri come lui dicono che è alto quattro cubiti(5) possa non credere questo di sé?» «No»rispose«questo no».
«Non te la prenderedunque: persone simili sono le più divertenti di tutte quando fanno e rettificano decreti come
quelli che abbiamo esposto poc'anzisempre nella convinzione di trovare un limite alle disonestà nei contratti e in ciò di
cui parlavo giusto oramentre non sanno che in realtà è come se tagliassero una testa dell'Idra».(6) «Certo»disse«non
fanno altro!».
«Pertanto io»proseguii«non avrei mai creduto che in una cittàmale o ben governatail vero legislatore dovesse
occuparsi di questioni simili in materia di leggi e di costituzione; nel primo caso perché sono prescrizioni inutili e
nient'altronel secondo perché chiunque può trovarne una partee il resto è una conseguenza automatica delle abitudini
precedenti».
«Ma allora quale parte della legislazione ci resta?»chiese.
E io risposi: «A noi nessunama ad Apollo di Delfi spettano le leggi più importanti e più bellequelle fondamentali».
«Quali?»fece lui.
«L'erezione dei templii sacrifici e gli altri culti degli dèidei demoni e degli eroi; e inoltre le tombe dei defunti e i riti
che si devono compiere in loro onore per propiziarli. Noi non conosciamo queste cose e fondando una cittàse abbiamo
sennonon presteremo fede a nessun altro e non ricorreremo ad altro esegeta che non sia quello dei nostri avi; questo dio
infatti è l'esegeta avito di tali questioni per tutti gli uominie svolge la sua funzione stando seduto sull'ombelico della
terra».(7) «Dici bene!»esclamò. «Bisogna fare così ».
«Ecco dunque fondata»ripresi«la tua cittàfiglio di Aristone.
Ora però guarda attentamente dentro di essaprocurandoti da qualche parte una luce sufficiente; chiama pure in aiuto
tuo fratelloPolemarco e gli altriper vedere se mai riusciamo a scorgere dove sono la giustizia e l'ingiustiziain che cosa
differiscono tra loroe quale delle due deve possedere chi vuole essere feliceall'insaputa o meno di tutti gli dèi e gli
uomini».
«Dici delle sciocchezze!»rispose Glaucone. «Tu hai promesso di condurre questa indaginesostenendo che per te
sarebbe stata un'empietà non soccorrere la giustizia con ogni mezzo e con tutte le tue forze».
«Ciò che mi rammenti è vero»ammisi«e devo fare così ; ma voi dovete cooperare».
«E noi lo faremo»dì sse.
«Spero dunque»ripresi«di trovare la soluzione in questo modo.
Credo che la nostra cittàse davvero è stata fondata su basi giustesia perfettamente buona».
«Per forza»disse.
«Perciò è evidente che essa è sapientecoraggiosatemperante e giusta».(8) «è evidente».
«Di conseguenzaqualsiasi di queste virtù troveremo in essail resto sarà ciò che non avremo trovato?»
«Precisamente».
«è come nel caso di quattro oggetti: se ne cercassimo uno in un posto qualsiasici basterebbe trovare quello per primo
ma anche se riconoscessimo prima gli altri trequesto ci permetterebbe appunto di identificare l'oggetto che stiamo
cercandopoiché è evidente che potrebbe trattarsi soltanto di quello rimasto».
«La tua affermazione è giusta»disse.
«E non bisogna condurre allo stesso modo anche la ricerca su queste virtùdal momento che sono quattro?» «è
chiaro».
«Ebbenela prima virtù che mi sembra qui manifesta è la sapienza: e attorno ad essa appare qualcosa di strano».
«Che cosa?»domandò.
«La città che abbiamo descritto mi sembra veramente saggia; infatti sa prendere buone decisionino?» «Sì ».
«Ed è evidente che proprio questa virtùil saper ben deliberareè una scienzaperché le decisioni accorte non si
prendono con l'ignpranzama grazie alla scienza».
«è ovvio».
«Ma nella città le scienze sono molte e di vario tipo».
«Come no?» «Quindi la città dev'essere definita sapiente e capace di ben deliberare grazie alla scienza del
falegnami?» «Nient'affatto per questa!»rispose. «Al limite la si potrà definire esperta di falegnameria».
«Pertanto la città non dev'essere chiamata sapiente grazie alla scienza dei mobili in legnose sa decidere come
costruirli nel modo migliore».
«No di certo».
«E allora? Forse grazie alla scienza degli oggetti in bronzo o a un'altra simile?» «Noqualunque sia»rispose.
«Nemmeno grazie a quella che fa nascere i frutti dalla terra; al limite sarà esperta nell'agricoltura».
«Mi pare».
«E allora?»domandai. «Nella città che noi abbiamo appena fondato esiste in alcuni cittadini una scienza che non
prende decisioni su una questione particolarema sulla città nel suo complessosul modo migliore intrattenere relazioni
con se stessa e con le altre città?» «Sìce n'è una».
«Qual è»chiesi«e chi la possiede?» «è la scienza dei guardiani»rispose«e risiede in questi governanti che prima
abbiamo chiamato guardiani perfetti».
«E che nome dai alla città grazie a questa scienza?» «La chiamo capace di giuste deliberazioni»rispose«e realmente
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saggia».
«Credi allora»domandai«che nella nostra città ci sarà un numero maggiore di fabbri o di questi veri guardiani?» «Di
gran lunga di fabbri!»esclamò.
«Quindi»continuai«i guardiani saranno molto meno numerosi anche di tutti gli altri che traggono il loro nome dalla
scienza che possiedono?» «Certamente».
«Pertanto la città fondata secondo natura sarà nel suo complesso sapiente grazie alla sua classe e alla sua parte più
piccolaquella che domina e comandae alla scienza che in essa risiede; e a quanto pare è per natura esiguo questo
elementoal quale tocca in sorte l'unica scienza tra tutte che merita il nome di sapienza».
«Parole verissime»disse.
«Dunquenon so comeabbiamo trovato la prima di queste quattro virtùe la parte della città in cui ha il suo
fondamento».
«Mi sembra che la scoperta sia soddisfacente»disse.
«Quanto poi al coraggionon è affatto difficile scorgere in che cosa consiste e in quale parte della città deve risiedere
perché essa meriti il nome di coraggiosa».
«E come?» «Chi»domandai«potrebbe definire una città vile o coraggiosa senza considerare quella parte che
combatte e scende in campo per essa?» «Considerando altri elementinessuno»rispose.
«Non credo»dissi«che gli altri abitantivili o coraggiosi che sianoavrebbero il potere di determinare la natura della
città».
«No di certo».
«Quindi una città è coraggiosa grazie a una sua parteperché in essa possiede la facoltà di conservare costantemente la
propria opinione su ciò che è da temerein perfetta conformità con i precetti impartiti dal legislatore nella sua opera di
educazione.
Non è questo che tu chiami coraggio?» «Non ho ben capito ciò che hai detto»rispose; «ripetilo».
«Io affermo che il coraggio è una forma dì salvaguardia».
«Quale salvaguardia?» «Quella dell'opinioneche attraverso l'educazione la legge crea in noisulle cose temibili e
sulla loro natura; e ho definito completa salvaguardia di questa opinione il conservarla nel dolorenel piacerenel
desiderionella paurasenza mai rigettarla. E posso illustrarti il mio pensiero con un'immagine similese vuoi».
«Certo che lo voglio!».
«Dunque»incominciai«tu sai che i tintoriquando vogliono tingere la lana in modo che diventi porporaprima
scelgono tra tanti colori un'unica specieil biancopoi la predispongono con grande cura perché si impregni il più
possibile del coloree solo allora la tingono. La lana tinta in questo modo non si scolorae il lavaggio con o senza sapone
non riesce a toglierle la sua lucentezza.
Altrimenti sai che cosa succedese si tinge la lana di un altro colore o non si prepara bene quella bianca».
«So che stinge e ha un effetto ridicolo»rispose.
«Supponi dunque»continuai«che anche noiper quanto ci era possibilefacessimo un lavoro del genere quando
sceglievamo i soldati e li educavamo nella musica e nella ginnastica; pensa che il nostro unico scopo era di persuaderli ad
accogliere in sé nel miglior modo possibile le leggi come una tinturaaffinché la loro opinione sulle cose temibili e sulle
altre diventasse indelebile grazie alla natura e all'educazione adeguata che avevano ricevutoe la loro tintura non fosse
slavata da questi detersivi tanto efficaci a cancellare: il piacereche nel produrre tale effetto è più potente di qualsiasi
calestrea (9) o liscivail dolorela paurail desideriopiù forti di qualsiasi altro sapone. Questa facoltà di salvaguardare
pienamente l'opinione corretta e legittima su ciò che temibile e ciò che non lo èio la chiamo e la considero coraggiose
tu non hai nulla da obiettare».
«Nulla da ridire»fece lui«anche perché mi pare che la corretta opinione su queste stesse cosese è nata senza il
supporto dell'educazionecome avviene negli animali e negli schiavitu non la ritenga affatto legittima e la chiami in altro
modo che coraggio».
«Quello che dici è verissimo»replicai.
«E quindi ammetto che questa facoltà è il coraggio».
«Allora ammetti che è una virtù politica»conclusi«e sarai nel giusto. Ma ne discuteremo ancora meglio un'altra
voltase vorraipoiché non era questo l'oggetto che ora stavamo cercandobensì la giustizia; quindiper quanto riguarda
la ricerca del coraggiocredo che possa bastare».
«Hai ragione»disse.
«Ebbene»ripresi«restano ancora due virtù da individuare nella città: la temperanza e quella per cui conduciamo
l'intera ricercala giustizia».
«Precisamente».
«Come possiamo allora trovare la giustiziain modo da non doverci occupare della temperanza?» «Io non lo so»
rispose«e non vorrei neppure che essa apparisse per primase poi non prenderemo più in esame la temperanza; anzise
vuoi farmi un favoreesamina questa prima che quella».
«Certo che lo voglio»ribattei«perché altrimenti commetto un'ingiustizia».
«Allora comincia il tuo esame»esortò.
«è quello che sto facendo»risposi. «A vederla da quiessa somiglia più delle precedenti a una forma di accordo e di
armonia».
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«In che senso?» «La temperanza»dissi«è una specie di ordine e di dominio su certi piaceri e desidericome quando
si dichiara che unonon so in che modoè "più forte di se stesso"e si usano altre espressioni analoghe che sono come le
tracce di questa virtù. Non è vero?» «Proprio così »rispose.
«Ma l'espressione "più forte di se stesso" non è ridicola? Chi è superiore a se stesso sarà sicuramente anche inferiore a
se stesso e viceversapoiché in tutti questi casi si parla sempre della stessa persona».
«Come no?» «A mio parereperò»aggiunsi«questa espressione significa che nell'anima di uno stesso individuo
coesistono una parte migliore e una peggioree quando quella per natura migliore prevale su quella peggioresi dice che
uno è "più forte di se stesso"il che appunto è un elogio; quando invecea causa di un'educazione sbagliata o di una
cattiva compagniala parte miglioresminuitaviene schiacciata dalla mole di quella peggiorechi si trova in questa
condizione viene chiamato inferiore a se stesso e intemperanteil che suona come un grave rimprovero».
«Sìè verosimile»ammise.
«Osserva dunque la nostra nuova città»proseguii«e vi troverai una di queste due parti: allora dirai che è giusto
chiamarla superiore a se stessase è vero che l'essere in cui la parte migliore comanda su quella peggiore merita
l'appellativo di temperante e superiore a se stesso».
«La sto osservando»disse«e hai ragione».
«Però puoi trovarvi una grande quantità di passionipiaceri e dolori di vario generesoprattutto nei ragazzinelle
donnenei servi e in quella massa mediocre di cosiddetti uomini liberi».
«Proprio così ».
«Ma le passioni semplici e moderateche si lasciano guidare dal raziocinio unito all'intelletto e alla corretta opinione
le troverai in pochi cittadinicioè in coloro che sono forniti della migliore natura e della migliore educazione».
«è vero»disse.
«E non vedi che questo succede anche nella tua città e che qui le passioni della maggioranzafatta di persone dappoco
vengono dominate dalle passioni e dall'accortezza di una minoranza di cittadini equilibrati?» «Certolo vedo»rispose.
«Pertantose bisogna definire una città più forte dei piaceridelle passioni e di se stessaè proprio il caso della
nostra».
«Assolutamente»disse.
«E per tutte queste ragioni non è anche temperante?» «Sicuro!» «E se mai in un'altra città i governanti e i sudditi
hanno la stessa opinione su chi deve comandareciò si troverà anche nella nostra. Non ti pare?» «E come!»esclamò.
«Stando così le cosein quale categoria di cittadini allora dirai che risiede la temperanza? Nei governanti o nei
sudditi?» «In entrambi»rispose.
«Vedi dunque»ripresi«che poco fa abbiamo divinato bene paragonando la temperanza a una forma di armonia?» «E
perché?» «Perché la temperanza non agisce come il coraggio e la sapienzache rendevano rispettivamente sapiente e
coraggiosa quella parte della città in cui risiedevanoma si estende veramente sulla città interaaccordando all'unisono i
più debolii più forti e chi sta in mezzo a questivuoi per intelligenzavuoi per forzavuoi per numeroper ricchezza o
per una qualsiasi altra di queste ragioni.
Di conseguenza possiamo a buon diritto affermare che questa concordia è temperanzaaccordo naturale tra l'elemento
peggiore e quello migliore su chi dei due deve comandare nella città è in ciascun individuo».
«Sono pienamente d'accordo con te» disse.
«Bene»ripresi. «Abbiamo scoperto nella città queste tre virtùcosì almeno ci sembra; e quale può essere la virtù
rimanenteche porterà il nostro Stato a un ulteriore perfezionamento morale? E chiaro che si tratta della giustizia!» «è
chiaro».
«A questo puntoGlauconenoi dobbiamo circondare un cespuglio come dei cacciatorifacendo attenzione che la
giustizia non sfugga e si dileguisparendo nel nulla. è evidente che si trova quida qualche parte; perciò guarda bene e
sforzati di scorgerlase mai ci riuscissi prima di mee poi riferiscimi».
«Magari!»esclamò. «Ma sarà già tanto se potrò seguirti e scorgere ciò che mi mostri».
«Invoca gli dèi e seguimi!»lo esortai.
«Lo faròpurché tu mi guidi»rispose.
«Certo che il luogo appare poco accessibile e oscuro»osservai: «è tenebroso e difficile da battere! Tuttavia bisogna
avanzare».
«Sìbisogna avanzare»confermò.
A quel punto io fissai lo sguardo ed esclamai: «EhiehiGlaucone! Forse abbiamo una tracciae mi sembra che la
giustizia non ci sfuggirà più».
«Una buona notizia!»fece lui.
«A dire il vero»ripresi«ci è capitata una cosa da stupidi!».
«Che cosa?» «Da un pezzobeatoo meglio sin dall'inizio pare che si rotoli ai nostri piedie noi non la vedevamo;
eravamo davvero ridicoli! Come quelli che talvolta cercano ciò che hanno in manocosì anche noi non guardavamo nella
sua direzionema andavamo a esplorare lontanoe per questo forse ci sfuggiva».
«Cosa stai dicendo?»domandò.
«Sto dicendo»risposi«che a mio parere da un pezzo ne parlavamo e ne sentivamo parlaresenza accorgerci che in
qualche modo i nostri discorsi vertevano su di lei».
«è lungo il proemio per chi desidera ascoltare!»commentò.
Platone La Repubblica

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«Allora»ripresi«ascolta se le mie parole hanno un senso.
A mio parere la giustizia è ciò che abbiamo posto come dovere assoluto sin dall'inizioquando abbiamo fondato la
cittào comunque una forma di questo dovere; se ti ricordiabbiamo stabilito e ripetuto più volte che nella città ciascuno
deve svolgere una sola attivitàquella a cui la sua natura è più consona».
«Sìl'abbiamo detto».
«Inoltre abbiamo sentito ripetere da moltie l'abbiamo ripetuto più volte noi stessiche la giustizia consiste nel
compiere il proprio dovere e non impegnarsi in troppe faccende».
«Abbiamo detto anche questo».
«Perciòcaro amico»seguitai«è probabile che la giustizia consista in certo qual modo nel compiere il proprio
dovere. Sai da che cosa lo arguisco?» «No: dimmelo»rispose.
«Mi sembra»spiegai«che nella cittàoltre alle virtù che abbiamo preso in esamecioè temperanzacoraggio e
saggezzaresti ancora quella che dà alle altre la facoltà di nascere e una volta nate di conservarsifinché è presente in
loro. E abbiamo appunto detto che se avessimo trovato le altre tre virtùquella restante sarebbe stata la giustizia».
«è inevitabile»confermò.
«Se però»aggiunsì«si dovesse decidere quale elemento contribuisce più di tutti con la sua presenza a rendere buona
la nostra cittàsarebbe difficile scegliere tra la comunanza d'intenti dei governantila salvaguardia nei soldati della
legittima opinione su ciò che è temibile e ciò che non lo èl'accortezza e la vigilanza nei governantio piuttosto il fatto
che ciascunoil fanciullola donnalo schiavol'uomo liberol'artigianoil governanteil sudditoassolva il proprio
compito senza impegnarsi in troppe faccende».
«Decisione difficile da prendere»disse«come no?» «A quanto paredunquela capacità di compiere ciascuno il
proprio dovere gareggia con la sapienzala temperanza e il coraggio per la virtù della città».
«Sicuramente»disse.
«E l'elemento che gareggia con gli altri per la virtù della città non lo potresti considerare giustizia?» «Senz'altro».
«Considera ora se avrai la stessa opinione anche su questo punto: assegnerai l'incarico di celebrare i processi nella
città ai governanti?» «Certo».
«E con le loro sentenze mireranno ad altro obiettivose non a quello di evitare che ogni individuo possieda la roba
altrui e venga privato della propria?» «Nomireranno proprio a questo».
«Perché è giusto?» «Sì ».
«Quindi anche sotto questo aspetto il possesso delle proprie cose e l'assolvimento del proprio compito verrebbe
riconosciuto come glustizia».
«è così ».
«Vedi un po' se concordi con la mia opinione. Se un falegname prova a fare il lavoro del calzolaioo il calzolaio
quello del falegnamescainbiandosi gli attrezzi e i compensio anche se la stessa persona si mette a svolgere entrambi i
mestierie insomma si verifica uno scambio totale delle mansioniti sembra che la cosa possa arrecare un danno grave
alla città?» «Non molto»rispose.
«Ma quando un artigiano o un altro individuo portato per sua natura a un mestiere di lucroinorgoglitosi per la
ricchezza o il numero dei sostenitori o la forza o un altro motivo del generecerca di entrare nella classe dei guerrierio
un guerriero cerca di entrare in quella dei consiglieri e dei guardiani senza esserne degnoe costoro si scambiano gli
strumenti e i compitio quando la stessa persona tenta di fare tutte queste cose contemporaneamenteallora sembra anche
a tecredoche questo loro scambio di ruoli e questo loro darsi tanto da fare sia una rovina per la città».
«Senza alcun dubbio».
«Quindi lo scambio reciproco delle tre classi e il loro impegno in troppe faccende è il danno più grave per la città e più
di ogni altra cosa si può a buon diritto definire un crimine».
«Certamente».
«E non dirai che il crimine più grave nei confronti della propria città sia l'ingiustizia?» «Come no?» «Questa dunque è
l'ingiustizia. Ma torniamo al punto di prima: il fatto che la classe dei commerciantidegli ausiliarie dei guardiani svolga
la funzione che le è propriail che accade quando ognuna di esse assolve il proprio compitonon sarà al contrario giustizia
e non renderà giusta la città?» «Non mi pare sia altrimenti»rispose.
«Non affermiamolo con tanta sicurezza»replicai. «Ma se questo principioapplicato a ciascun individuoverrà
riconosciuto da noi come giustizia anche nel singoloallora saremo d'accordo; che cosa potremmo ancora obiettaredel
resto? Altrimenti passeremo a esaminare qualcos'altro. Ora però portiamo a termine l'indagine intrapresa nella
convinzione che ci sarebbe stato più facile scorgere l'essenza della giustizia nell'individuose prima avessimo cercato di
osservarla in un complesso più grande. Ci è sembrato che questo complesso fosse la cittàe così l'abbiamo fondata nel
miglior modo possibileben sapendo che in una città buona ci sarebbe stata la giustizia. Riferiamo dunque al singolo ciò
che abbiamo verificato in quella sedee se i risultati corrisponderannol'esito della nostra indagine sarà positivo; se
invece nel singolo appariranno delle differenzetorneremo a mettere alla prova la cittàe forseconfrontando i due
elementi e sfregandoli uno contro l'altrofaremo brillare come da due pietre focaie la giustiziae una volta che sarà
manifesta la rafforzeremo in noi stessi».
«Parli con giusto metodo»disse«e occorre fare così ».
«Ora»domandai«quando due coseuna più grande e l'altra più piccolasi possono dire identichesotto questo
aspetto sono disuguali o uguali?» «Uguali»rispose.
Platone La Repubblica

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«Perciòsotto l'aspetto della giustiziaun uomo giusto non differirà in nulla dalla città giustama sarà uguale».
«Uguale».
«Tuttavia ci è parso che una città sia giusta quando le classi che la costituiscono assolvono ciascuna il proprio
compitoe poi temperantecoraggiosa e sapiente grazie a certe altre disposizioni e attitudini di queste medesime classi».
«è vero»disse.
«E cosìcaro amicovaluteremo anche il singolo: dal momento che possiede nella sua anima queste stesse virtù e ha
un'uguale disposizionemerita a buon diritto gli stessi appellativi dati alla città».
«è assolutamente necessario»disse.
«Eccoci ricadutimirabile amico»feci io«in un facile problema concernente l'anima: se presenta o meno dentro di sé
questi tre aspetti».
«Non mi sembra proprio facile!»ribatté. «ForseSocrateè vero il detto secondo cui le cose belle sono ardue».(10)
«Così pare»dissi. «E sappiGlauconeche a mio parerecon i metodi di cui ci serviamo ora nei nostri ragionamentinon
riusciremo mai a cogliere l'oggetto della nostra ricerca con esattezza (un'altra stradapiù lunga e più estesaconduce ad
esso)ma forse soltanto in proporzione alle discussioni e alle indagini che abbiamo condotto in precedenza».
«Quindi non ci si deve accontentare?»domandò. «Quanto a me potrebbe bastareper il momento».
«In questo caso sarà più che sufficiente anche per me»replicai.
«Allora non stancarti»disse«ma prosegui nella tua indagine».
«Non siamo forse costretti ad ammettere»chiesi«che in ciascuno di noi ci sono gli stessi caratteri e le stesse
attitudini presenti nella città? Essi non sono arrivati qui da un'altra parte.
Sarebbe ridicolo pensare che l'animosità non sia stata trasmessa agli Stati dagli individui che hanno questa famacome
gli abitanti della Traciadella Scizia e in genere dei paesi del nord; lo stesso discorso vale per il desiderio di apprendere
che si può attribuire soprattutto alla nostra terrao per l'avidità di guadagnoche si può dire presente non poco presso i
Fenici e gli Egizi».(11) «Senza dubbio»rispose.
«Le cose stanno così »dissi«e non è affatto arduo constatarlo».
«Proprio no».
«Il vero problema sta invece nello scoprire se in ogni singolo atto che noi compiamo usiamo sempre la stessa facoltà
oppure ora unaora l'altra delle tre; cioè se grazie a una delle facoltà insite in noi apprendiamograzie all'altra proviamo i
sentimentigrazie a una terza sentiamo il desiderio del cibodel sesso e dei piaceri affini a questioppurequando
compiamo una qualsiasi di queste azioniimpieghiamo tutta l'anima. A questo sarà difficile dare una definizione
adeguata».
«Sembra anche a me»disse.
«Allora cerchiamo di definire se quelle facoltà sono identiche tra loro o diverse nel modo seguente».
«Come?» «è chiaro che una stessa cosa non vorrà contemporaneamente fare o subire cose opposte sotto lo stesso
aspetto e in relazione alla stessa cosa;(12) di conseguenzase per caso scopriremo che ciò si verifica in quelle facoltà
sapremo che non sono la stessa cosama più cose diverse».
«E va bene».
«Fa' quindi attenzione a ciò che dico».
«Parla»mi esortò.
«è possibile»domandai«che la stessa cosa siasotto lo stesso aspettocontemporaneamente ferma e in movimento?»
«Assolutamente no».
«Allora mettiamoci d'accordo in modo più precisoper non avere divergenze nel prosieguo dell'indagine. Se di un
uomo che sta fermoma muove le mani e il caposi dicesse che è contemporaneamente fermo e in movimentonon
riterremmo correttacredouna simile affermazione; si dovrebbe piuttosto dire che una parte di lui è fermal'altra è in
movimento. Non è così ?» «è così ».
«Se dunque il nostro interlocutore continuasse nel suo scherzoe sostenesse con un cavillo che le trottole stanno ferme
e si muovono a un tempo tutte intere quando girano attorno al perno conficcato nello stesso luogoo che questa
condizione è comune a qualsiasi altro oggetto abbia un moto circolare nello stesso puntonoi non prenderemmo per buona
la sua affermazionepoiché questi oggetti non sono fermi e in movimento nelle medesime partima diremmo che essi
hanno in sé un asse e una circonferenzae riguardo all'asse stanno fermiin quanto non piegano da nessun latomentre
riguardo alla circonferenza hanno un moto circolare; quando poi l'asse si inclina verso destra o verso sinistra o in avanti o
indietro mentre l'oggetto ruotaallora esso non è fermo in nessuna sua parte».
«Giusto»disse.
«Perciò non resteremo affatto perplessi di fronte a simili discorsiné sarà più convincente la tesi che lo stesso oggetto
potrebbe contemporaneamente subireessere o fare cose opposte sotto lo stesso aspetto e in relazione alla stessa cosa».
«No davvero»asseri.
«Tuttavia»ripresi«per non essere costretti a dilungarci passando in rassegna tutte queste obiezioni e confutandole
come falsesuponiamo che le cose stiano così e andiamo avanti; restiamo però intesi che se la questione ci apparirà sotto
una luce diversatutte le deduzioni fatte da questo principio saranno annullate».
«Sì »disse«occorre fare questo».
«Ora»domandai«annuire e negaredesiderare una cosa e rifiutarlaattirarla a sé e respingerlatutte queste non le
considererai azioni contrarie tra loronon importa se fatte o subite? Sotto questo aspetto non c'è alcuna differenza».
Platone La Repubblica

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«Certo»rispose«sono contrarie».
«E allora»continuai«la setela fame e gli appetiti in generalee inoltre il volere e il desideraretutto questo non lo
inserirai nelle categorie sopracitate? Per esempioogni volta che uno prova un desiderionon dirai che la sua anima è
protesa verso ciò che desiderao attira a sé ciò che vorrebbe avereo ancoranella misura in cui vuole procurarsi
qualcosaannuisce a se stessa come se qualcuno la interrogassetanto si strugge perché la sua brama si realizzi?» «Sì
certo».
«E il non volereil non desiderareil non bramarenon li collocheremo nella categoria del respingere e rimuovere da
sée di tutte le azioni contrarie alle precedenti?» «Come no?» «Stando così le coseaffermeremo che esiste una specie di
desiderie tra essi i più spiccati sono quelli che chiamiamo sete e fame?» «Lo affermeremo»rispose.
«Quindi l'uno è il desiderio di berel'altro di mangiare?» «Sì ».
«Perciò la setein quanto talesarebbe un desiderio presente nell'anima di un qualcosa di più rispetto a ciò che stiamo
dicendo? Ad esempio la sete è sete di una bevanda calda o freddamolta o pocainsomma di una determinata bevanda?
Oppurese alla sete si aggiungesse il calorepotrebbe suscitare il desiderio del freddoe viceversase si aggiungesse il
freddoil desiderio del caldo? E se per la sua intensità la sete è moltaprovocherà il desiderio di bere moltose invece è
pocadi bere poco? E l'aver sete in sé non sarà mai desiderio di altro che del suo oggetto naturaleovvero la bevanda in
sée così l'aver fame non sarà mai altro se non desiderio di cibo?» «A questo modo»rispose«ciascun desiderio in sé si
rivolge solo al suo oggetto naturalementre il desiderio di una cosa particolare è accessorio».
«Badiamo»ripresi«a non farci cogliere alla sprovvista e mettere in imbarazzo con l'obiezione che nessuno desidera
semplicemente una bevandama una buona bevandao semplicemente del ciboma del buon ciboperché tutti desiderano
le cose buone.
Perciòse la sete è un desiderioriguarderà qualcosa di buonobevanda o altro che sia; il discorso vale per tutti i
desideri».
«Forse chi dice questo sembrerà muovere un'obiezione ragionevole»osservò.
«Comunque»ripresi«tutte le cose che sono tali in rapporto a un'altra hanno determinate qualitàmi sembrain
rapporto a un qualcosa con qualità ugualima prese in sé sono ciascuna in rapporto a un'altra cosa presa ugualmente in
sé».
«Non ho capito»disse.
«Non hai capito»spiegai«che una cosa più grande è tale solo rispetto a un'altra?» «Questo sì ».
«Quindi rispetto a una più piccola?» «Sì ».
«E così una cosa molto più grande rispetto a un'altra molto più piccola. O no?» «Sì ».
«E ciò che una volta era più grande rispetto a ciò che una volta era più piccoloe ciò che sarà più grande rispetto a ciò
che sarà più piccolo?» «Certamente»rispose.
«E non intercorre lo stesso rapporto tra il più e il menotra il doppio e la metàe così viae poi tra ciò che è più
pesante e ciò che è più leggerociò che è più veloce e ciò che è più lentoe ancora tra il caldo e il freddo e in tutti gli altri
casi come questi?» «Senz'altro».
«E nel campo delle scienze non si verifica la stessa cosa? La scienza in sé è scienza di una cognizione in sé o di
qualsiasi cosa si debba porre come oggetto di scienzamentre una scienza particolare e determinata è scienza di un
oggetto particolare e determinato.
Faccio un esempio: quando nacque la scienza di costruire le casenon di distinse dalle altre scienze al punto da essere
chiamata architettura?» «Certamente».
«Proprio per il fatto di avere determinate qualità che nessuna delle altre possedeva?» «Sì ».
«Quindicome scienza di un oggetto particolare e determinatonon divenne anch'essa particolare e determinata? E
non è così anche per le altre arti e scienze?» «Siè così ».
«Appunto questo»ripresi«era ciò che volevo dire primae ora puoi affermarlo anche tuse l'hai capito: tutte le cose
che si riferiscono a un oggettoprese in sé si riferiscono a oggetti presi in séma si qualificano in rapporto a oggetti
determinati. Io non dico che esse sono uguali agli oggetti cui si riferisconoad esempio che la scienza delle cose sane e
malate sia sana e malatae quella del male e del bene sia cattiva e buona; ma poiché la scienza medica è divenuta scienza
non dell'oggetto in séma di un oggetto determinatocioè della salute e della malattiaè accaduto che anch'essa abbia
assunto una determinata qualificae per questo motivo non si sia chiamata più semplicemente scienzabensì medicina
dalla qualità che si è aggiunta».
«Ho capito»disse«e mi sembra che le cose stiano così ».
«E la sete»continuai«non la metterai tra le cose che sono in rapporto con un oggetto? La sete è senza dubbio... »
«Sì »interruppe«di una bevanda».
«Dunquese esiste anche una determinata sete di una determinata bevandale sete in sé non è in rapporto né al molto
né al poconé al buono né al cattivoin una parola a nessuna qualitàma la sete in sé riguarda per sua natura solo la
bevanda in sé?» «Senza dubbio».
«Quindi l'anima di chi ha setein quanto ha setenon desidera altro che berea questo aspira e a questo tende».
«Allorase qualcosa la trattiene quando ha seteci sarà in essa un elemento diverso da quello che prova la sete e la
spinge a bere come un animale? Perchélo ripetiamola stessa cosa non può produrre contemporaneamente effetti contrari
sotto lo stesso aspetto e in rapporto alla stessa cosa».
«No di certo».
Platone La Repubblica

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«Avvienecredocome quando si sostienea tortoche le mani di un arciere respingono e tirano contemporaneamente
l'arco; sarebbe più corretto affermare che una mano respinge e l'altra tira».
«Proprio così »disse.
«E non diremo che a volte certe personepur avendo setenon vogliono bere?» «Anzi»rispose«ciò capita spessoe a
molte persone!».
«E che cosa si può dire di loro?»domandai. «Non c'è forse nella loro anima un principio che invita a bere e uno che
lo impediscediverso e più forte del primo?» «Mi sembra di sì »rispose.
«E il principio che trattiene dal compiere azioni come questaquando nascenon nasce forse dalla ragionementre il
principio che spinge e trascina non proviene dalle affezioni e dalle malattie?» «Pare di sì ».
«Non avremo dunque torto»proseguii«a giudicare che si tratta di due princì pi diversi tra loro; e chiameremo
razionale il principio grazie al quale l'anima ragionairrazionale e concupiscibilecompagno di soddisfazioni e piaceri
quello per il quale essa prova amorefame e sete ed è turbata dagli altri desideri».
«Il nostro presupposto sarebbe ragionevole»assentì .
«Ecco che abbiamo definito»conclusi«questi due princì pi insiti nell'anima. Ma l'elemento impulsivo(13) quello per
cui proviamo le emozionisarà un terzo principio o avrà la stessa natura di uno degli altri due?» «Forse avrà la stessa
natura del secondoquello concupiscibile»rispose.
«Io però»replicai«ho sentito tempo fa una storiaa cui presto fede:(14) Leonzio figlio di Agleone(15) mentre saliva
al Pireo sotto il muro settentrionale (16) dal lato esternonotò dei cadaveri distesi ai piedi del carnefice; da un lato
desiderava vederlidall'altro per ripugnanza distoglieva lo sguardo. Per un certo tempo lottò e si coperse il voltoma alla
finevinto dal desideriospalancò gli occhi e corse verso i cadaveri gridando: "Eccodisgraziatisaziatevi di questo bello
spettacolo!"».
«L'ho sentita raccontare anch'io»disse.
«E questa storia»aggiunsi«significa appunto che talvolta l'emozione lotta con le passioni come una cosa differente
da loro».
«Sìsignifica questo»ammise.
«E in molte altre circostanze»ripresi«quando un uomo è sopraffatto da passioni che contrastano la ragionenon ci
accorgiamo che impreca contro se stesso e si adira contro ciò che fa violenza in luie come nella contesa di due elementi
la sua collera si allea con la ragione? Viceversa non puoi affermarecredodi esserti mai accorto che dentro te stesso o
altri la collera fa causa comune con le passioni e si oppone al divieto della ragione».
«Noper Zeus!»esclamò.
«E che cosa succede»domandai«quando uno pensa di avere torto? Non è forse vero chequanto più è nobiletanto
meno è capace di adirarsi per la fameil freddo e qualsiasi altra sofferenza del genere gli venga inflitta da chia suo
parereagisce secondo giustiziaecome dicola sua collera si rifiuta di destarsi contro di lui?» «è vero»rispose.
«E quando uno pensa di essere vittima di un'ingiustizia? In questo caso non ribolleprova sdegno e si allea con ciò che
gli sembra il giustoe sopportando fino in fondo la fameil freddo e tutti gli altri patimenti del generevince e non
tralascia i suoi nobili scopi prima di averli raggiunti o morire o essere richiamato e ammansitocome un cane dal pastore
dalla ragione che gli sta accanto?» «Il tuo paragone è davvero azzeccato»disse. «D'altronde nella nostra città abbiamo
stabilito che gli ausiliari siano come dei cani obbedienti ai governantiche a loro volta sono come i pastori della città».
«Capisci bene il mio pensiero!»esclamai. «Ma vuoi riflettere su quest'altro punto?» «Quale?» «L'impulsività si rivela
l'opposto di ciò che appariva poc'anzi. Allora pensavamo che fosse un qualcosa di concupiscibileora invece siamo ben
lungi dall'affermarloanzi sosteniamo che nella contesa interna dell'anima essa prende le armi al fianco del principio
razionale».
«Precisamente»disse.
«Ma è un qualcosa di diverso dalla razionalità o è un aspetto di essae di conseguenza i princì pi dell'anima non sono
trema duequello razionale e quello concupiscibile? Oppurecome la città era compresa in tre classii salariatigli
ausiliari e i consigliericosì anche nell'anima è presente un terzo principioquello impulsivoche per sua natura assiste
quello razionalese quest'ultimo non è corrotto da una cattiva educazione?» «è giocoforza che sia il terzo»rispose.
«Sì »ribattei«purché si riveli diverso dal principio razionalecome si è rivelato diverso da quello concupiscibile».
«Ma non è difficile che risulti tale»disse: «anche nei bambini si può vedere che subitoappena natisono pieni di
collera; quanto poi alla ragionemi sembra che alcuni non ne partecipino maii più la acquisiscano solo in tarda età!».
«Sìper Zeushai detto bene!»esclamai. «E anche negli animali potresti trovare un riscontro alla tua affermazione.
Inoltre ce ne fornirà testimonianza anche il verso di Omero citato in precedenza: "percotendosi il petto rimproverò il suo
cuore".(17) Qui Omero ha rappresentato con chiarezzacome diversi uno dall'altroil principio che ragiona sul meglio e
sul peggio mentre rimprovera quello che irragionevolmente si adira».
«Davvero ben detto!»esclamò.
«A fatica»ripresi«abbiamo superato queste difficoltàe ormai siamo pienamente d'accordo che gli stessi princì pi
sono presenti in pumero uguale nella città e nell'anima di ogni individuo».
«è così ».
«A questo punto non è inevitabile che anche l'individuo sia sapiente come lo era la cittàe grazie allo stesso
principio?» «Certamente».
«E che la città sia coraggiosa come l'individuo grazie allo stesso principioe la loro condizione sia identica in tutto ciò
Platone La Repubblica

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che attiene alla virtù?» «è inevitabile».
«A mio parereGlauconediremo che un uomo è giusto allo stesso modo in cui anche era giusta anche la città».
«Anche questo è assolutamente inevitabile».
«Ma ci siamo dimenticati che essa era giusta perché le tre classi che la costituivano compivano ciascuna il proprio
dovere».
«Non mi pare che ce ne siamo dimenticati»obiettò.
«Bisogna dunque ricordare che anche ognuno di noi sarà giusto e compirà il proprio dovere quando ciascuna delle
facoltà insite in lui svolgerà la propria funzione».
«Certo»disse«dobbiamo ricordarcelo».
«Quindi alla facoltà razionale spetta di comandaredal momento che è sapiente e si prende cura di tutta quanta
l'animamentre quella impulsiva dev'essere sua soggetta e alleata?» «Certamente».
«E non le accorderà tra lorocome abbiamo dettola contemperanza di musica e ginnastical'una tendendole e
nutrendole di bei discorsi e insegnamentil'altra rilassandole con i suoi consigli e ammansendole con l'armonia e il
ritmo?» «Senz'altro»rispose.
«Pertanto queste due facoltàcosì nutrite e messe veramente in grado di assolvere il loro compito grazie
all'educazionedomineranno sulla facoltà concupiscibileche in ogni uomo occupa la parte maggiore dell'anima ed è per
sua natura insaziabile di ricchezze; e la sorveglieranno per evitare che aumenti di dimensioni e di forza rimpinzandosi dei
cosiddetti piaceri del corpo e di conseguenza non compia il proprio doverema tenti di asservire al suo dominio ciò che
per nascita non le spetta e sconvolga tutta quanta la vita della comunità».
«Proprio così »disse.
«E queste due facoltà»dissi«non forniranno forse a tutta quanta l'anima e al corpo la migliore difesa anche dai
nemici esternil'una deliberandol'altra combattendoobbedendo a chi governa e mandando ad effetto le deliberazioni
con il suo coraggio?» «è così ».
«Grazie dunque a questa parte noi chiamiamocredocoraggioso un individuoil che avviene quando la sua facoltà
impulsiva conserva nel dolore e nel piacere il concettotrasmessole dalla ragionedi ciò che è temibile e ciò che non lo
è».
«Giusto»disse.
«E lo chiamiamo sapiente grazie a quella piccola parte che governa in lui e impartisce questi precettie che inoltre ha
in sé la scienza di ciò che è utile a ogni singola facoltà e all'insieme di tutte e tre».
«Appunto».
«E non lo chiamiamo temperante grazie alla loro amicizia e alleanzaquando la facoltà che governa e le due che sono
soggette convengono che il comando spetti a quella razionale e non sono in discordia tra loro?» «Certo»rispose«la
temperanza non è altro che questosia nella città sia nell'individuo».
«Insommacostui sarà giusto per il motivo e nel modo che abbiamo più volte descritto».
«è assolutamente necessario».
«E allora»chiesi«la giustizia è talmente sbiadita ai nostri occhi che sembra diversa da come l'abbiamo riscontrata
nella città?» «Non sembra»rispose«almeno a me».
«E se nell'anima ci resta ancora qualche dubbio»aggiunsi«daremo una piena conferma alla nostra tesi adducendo
delle prove molto banali».
«Quali?» «Prendiamo in considerazione la nostra città e l'individuo conforme ad essa per natura ed educazione
ricevutae supponiamo di dover decidere di comune accordo se un uomo del genere può sembrare capace di sottrarre oro
o argento ricevuto in deposito; chisecondo tepotrebbe attribuire un'azione simile a lui piuttosto che a quelli che non
sono come lui?» «Nessuno»rispose.
«Egli dunque sarà estraneo a sacrilegifurti e tradimentidi compagni nella vita privata o della città nella vita
pubblica?» «Estraneocerto».
«E non sarà neanche minimamente infedele ai giuramenti e agli altri patti».
«Come potrebbe?» «Perciò a chiunque altropiù che a luisi addice commettere adulteriotrascurare i genitori e non
venerare gli dèi».
«A chiunque altrocerto».
«E tutto ciò non è forse dovuto al fatto che ciascuna delle facoltà presenti in lui compie il proprio doveresi tratti di
governare o di essere governato?» «Sìquesta e non altra è la causa».
«Continui dunque a cercare una giustizia diversa da questa forza che rende tali gli uomini e le città?» «Io noper
Zeus!»rispose.
«Si è quindi realizzato pienamente il sogno chesin dall'inizio della fondazione della cittàaveva fatto nascere in noi il
sospetto di esserci probabilmente imbattutiper volontà divinanel principio e nel modello della giustizia».
«Senz'altro».
«Ma avevamo pur sempreGlauconeun'immagine di giustiziae in ciò stava la sua utilità: la norma che impone a chi
è per sua natura calzolaio di fare il calzolaio e non esercitare nessun altro mestiereal falegname di fare il falegname e
così via».
«Pare di sì ».
«Per la verità la giustiziaa quanto sembraera un qualcosa del genere; essa però non riguarda il comportamento
Platone La Repubblica

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esteriore dell'individuobensì quello interioreche coinvolge veramente l'individuo stesso e la sua personalità. Grazie ad
essa l'uomo giusto non permette a nessuno dei princì pi insiti nella sua anima di svolgere le funzioni degli altri
confondendo i rispettivi ruolima dà realmente una buona disposizione al proprio spiritodiventa governanteordinatore e
amico di se stesso e accorda le sue tre facoltà interiori proprio come le tre distinte note dell'armoniala più acutala più
grave e la medianacomprese le eventuali note intermedie;(18) e dopo aver legato insieme tutti questi elementidiventa
da molteplice assolutamente unofornito di temperanza e armonia. Questo saràd'ora in poiil suo modo di agiresi tratti
dell'acquisto di ricchezzedella cura del corpodella vita politica o degli accordi privatipoiché in tutto ciò egli ritiene e
chiama giusto e onorevole il comportamento che mantiene l'equilibrio interiore e contribuisce a realizzarloe sapienza la
scienza che presiede a questo comportamentomentre ritiene e chiama ingiusto il comportamento che rovina tale
equilibrioe ignoranza l'opinione che suggerisce un comportamento simile».
«Hai pienamente ragioneSocrate»disse.
«Bene»ripresi. «Se affermassimo di aver trovato l'uomo giustola città giusta e che cos'è la giustizia nell'uno e
nell'altranon daremmo propriocredol'impressione di mentire».
«No di certoper Zeus!»esclamò.
«Dobbiamo dunque dirlo?» «Diciamolo».
«D'accordo»feci io. «E adesso bisogna esaminare l'ingiustizia».
«è chiaro».
«Ed essa non deve consistere nella discordia di queste tre facoltànell'occuparsi di troppe faccendein particolare di
quelle altruinella sollevazione di una parte contro l'insieme dell'anima per avere in essa un comando che non le spettain
quanto la sua natura le impone di servirecosa che non si addice all'altra partenata per comandare? Una situazione del
genereprovocata dal turbamento e dal disordine di queste partisarà appunto ciò che noi definiremo ingiustizia
intemperanzaviltàignoranzain poche parole ogni vizio».
«Sìproprio questo»rispose.
«Quindi»dissi«il commettere ingiustizia e l'essere ingiustie al contrario l'operare secondo giustizianon sono tutte
cose ormai chiare e manifestese lo sono l'ingiustizia e la giustizia?» «In che senso?» «Nel senso»spiegai«che non
differiscono in nulla dalla salute e dalla malattia: queste riguardano il corpoquelle l'anima».
«In che modo?»chiese.
«Le cose sane generano salutequelle malate malattia».
«Sì ».
«Quindi l'agire giustamente genera la giustizial'agire ingiustamente l'ingiustizia?» «è inevitabile».
«E procurare la salute significa mettere gli elementi del corpo nella condizione di dominare ed essere dominati gli uni
dagli altri secondo naturamentre procurare la malattia significa creare delle condizioni analoghe contro natura».
«Proprio così ».
«Allora»proseguii«generare la giustizia significa mettere le facoltà dell'anima nella condizione di dominare ed
essere dominate le une dalle altre secondo naturamentre generare l'ingiustizia significa creare delle condizioni analoghe
contro natura?» «Precisamente»rispose.
«Perciòa quanto parela virtù sarà una forma di salutedi bellezza e di benessere dell'animamentre il vizio sarà
malattiabruttezza e debolezza».
«è così ».
«E le buone abitudini non conducono all'acquisto della virtùquelle cattive all'acquisto del vizio?» «Per forza».
«A quanto sembraora ci resta da esaminare se conviene agire secondo giustiziaavere buone abitudini ed essere
giustiche gli altri lo vedano o menooppure agire ingiustamente ed essere ingiustia patto di non pagarne il fio e non
diventare migliori in seguito alla punizione».
«Macaro Socrate»obiettò«mi sembra ridicolo esaminare la questione adesso: in effettiquando deperisce la natura
del corposembra che non valga più la pena di vivereanche in mezzo a ogni sorta di cibi e di bevandea ogni ricchezza e
poterementre quando viene sconvolta e corrotta la natura del principio stesso che ci permette di vivere allora la vita sarà
sopportabileanche se si potesse fare tutto ciò che si vuole tranne liberarsi dal vizio e dall'ingiustizia e acquistare la
giustizia e la virtùse entrambe risultano veramente come le abbiamo descritte».
«Sìè ridicolo»risposi; «tuttaviadal momento che siamo arrivati a questo puntonon dobbiamo desistere finché non
verificheremo con la massima chiarezza possibile che le cose stanno così ».
«Noper Zeusnon dobbiamo assolutamente desistere!»esclamò.
«Su»dissi«vieni qui a vedere quante sonoa mio parerele forme del vizioquelle almeno che meritano di essere
osservate».
«Ti seguo»rispose: «basta che tu parli».
«Ora che il nostro discorso si è elevato fin qui»proseguii«mi parecome se guardassi da una vedettache la forma
della virtù sia una solaquelle del vizio infinitee che tra esse quattro siano degne di menzione».
«Che cosa vuoi dire?»domandò.
«è probabile»risposi«che le forme dell'anima siano tante quante sono le forme di governo».
«E quante sono?» «Esistono cinque forme di governo e cinque forme dell'anima».
«Di' quali sono»incalzò.
«Io sostengo che una forma di governo può essere quella da noi espostama essa può avere due nomi: se un solo uomo
Platone La Repubblica

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assumesse una particolare autorità tra gli altri governantisi chiamerebbe regnose invece comandassero più personesi
chiamerebbe aristocrazia».
«è vero»ammise.
«Pertanto»continuai«definisco questa forma di governo unica: che siano più di uno o uno soloi governanti non
sovvertiranno le leggi fondamentali della cittàse hanno ricevuto l'educazione fisica e spirituale che noi abbiamo
descritto».
«In effetti non è verosimile»disse.
NOTE: 1) Ci discostiamo dalla lezione di Burnetche fa terminare il discorso diretto con "echousi" (421a).
2) Allusione a una specie di gioco della damagiocata su una scacchiera le cui caselle erano chiamate "città"mentre
le pedine erano chiamate "cani"; viene così a crearsi un'implicita correlazione con l'immagine precedente dei cani e delle
pecore.
3) Per la comunanza di donne e figli cfr. libro 5449a-466d. Il proverbio è citato anche nel Liside (207c) e nelle Leggi
(libro 5739c).
4) OmeroOdyssealibro 1vesri 351-352con alcune varianti probabilmente introdotte dallo stesso Platone.
5) Il cubito ('braccio') è un'unità di misura corrispondente a poco meno di mezzo metro.
6) Mostro mitologico dalle molte teste che ricrescevano appena tagliatel'Idra infestava la palude di Lernanel
Peloponnesoe fu uccisa da Eracle. L'espressione significa quindi fare una fatica inutile.
7) La sanzione religiosa delle leggi era molto diffusa in Grecia.
L'esegeta era propriamente un interprete ufficiale della volontà divina; qui però il termine indica lo stesso Apolloche
dava i propri responsi da un cono di pietra o di marmodetto "ombelico"collocatoa quanto si credevagiusto al centro
della terra.
8) è la prima teorizzazione nella letteratura greca delle quattro virtù cardinaliin cui Platone è stato probabilmente
influenzato anche dalla simbologia aritmetica pitagorica.
9) A Calestracittà della Macedoniasi produceva una particolare lisciva.
10) Plutarco (Solon 144) attribuisce il detto a Solone.
11) La teoria dell'influenza del clima sul carattere si deve alla scuola ippocratica. Essa fu ripresa da Aristoteleche
nella Politica individua la superiorità dei Greci sugli altri popoli nella loro posizione intermedia tra le terre settentrionali e
quelle meridionali.
12) Prima enunciazione esplicita nella filosofia greca del principio di non contraddizioneripreso al libro 10602a.
13) Dato che "thumós" indica propriamente un qualsiasi impulso non razionaleo la sede stessa di questi impulsi
abbiamo preferito mantenere questa nozione anche nei termini da esso derivati; per questo abbiamo tradotto "thumoeidés"
con 'impulsivo'anzichécome è invalso nell'usocon 'irascibile'.
14) La traduzione prova a ricostruire il senso generale del passopoiché il testo è corrotto.
15) Personaggio citato come necrofilo anche dal comico Teopompoframmento 25 Kassel-Austin.
16) Era la cinta esterna delle mura che univano Atene ai Pireopresso il quale avvenivano le esecuzioni capitali.
17) OmeroOdyssealibro 20verso 17già citato al libro 3390d.
18) La lira più antica aveva tre cordela più alta che rendeva il suono più gravela più bassa che rendeva il suono più
acutola centrale che rendeva il suono intermedio. Platone paragona la prima alla facoltà razionale dell'animala seconda
a quella concupiscibilela terza a quella impulsivache ha così la funzione di mediare tra i due opposti.
Platone La Repubblica

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REPUBBLICA - LIBRO QUINTO
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine di ongi libro)

«Quindi io chiamo buona e retta una città retta da una tale costituzione e l'uomo conforme ad essa; ma se questa città è
rettaio definisco le altre cattive e sbagliate sia per come amministrano lo Stato sia per come formano il carattere dei
singoli individui. Esse si dividono in quattro categorie negative».
«Quali?»chiese.
Io mi accingevo a esporle di seguitosecondo l'ordine in cui mi pareva derivassero una dall'altra. Ma Polemarcoche
era seduto un po' più lontano da Adimantotese la mano e prendendolo per il mantello in altosulla spallalo tirò a sé;
poiprotendendosi in avantigli disse all'orecchio qualcosadi cui non sentimmo altro che questo: «Lo lasceremo andare
o no?» «Nient'affatto!»rispose Adimantoormai a voce alta.
E io intervenni: «Cos'è che voi non lasciate andare?» «Te»fece lui.
«E per quale motivo?»chiesi.
«Ci sembra»disse«che tu te la prenda comoda e salti un intero aspetto della questionenon certo il più piccoloper
evitare di spiegarloe credi di farcela in barba dopo aver detto in modo sommarioa proposito delle donne e dei figliche
ovviamente i beni degli amici saranno in comune».
«E non è esattoAdimanto?»replicai.
«Sì »rispose. «Ma l'espressione "non è esatto?" richiedecome il restouna discussione su come attuare questa
comunanzaperché ce ne possono essere di molti tipi. Vedi dunque di precisare a quale tipo di comunanza ti riferisci: è un
pezzo che stiamo aspettandoconvinti che tu farai cenno a come dovranno essere generati e allevati i figlie a come
intendi nel suo complesso la comunanza di donne e figli; crediamo infatti che sia di grandeanzi di capitale importanza
per la nostra costituzione che ciò si faccia correttamente oppure no. Perciò oradato che hai intenzione di trattare un'altra
forma di governo prima di aver analizzato a sufficienza questo puntonoi abbiamo preso la decisione che hai sentito: non
ti lasceremo passare a un altro discorso se prima non avrai fatto piena luce su questo argomento come sui precedenti».
«Associate anche me a questo voto»disse Glaucone.
«Certamente!»intervenne Trasimaco. «E tuSocratetieni conto che questa è una decisione presa da tutti noi».
«Che cosa avete combinato con il vostro attacco!»esclamai.
«Che grande discussione provocate di nuovocome all'iniziosul governo dello Stato! Io ero contento di avere ormai
esaurito la trattazionee mi bastava che si accettassero le mie conclusioni nella forma in cui erano state esposte allora! Ma
ora voitirandole di nuovo in ballonon sapete quale vespaio di parole stuzzicate; io allora l'avevo visto e l'avevo lasciato
perdereperché non desse troppa noia».
«Ma come?»fece Trasimaco. «Credi che queste persone siano venute qui a fondere oro (1) anziché ad ascoltare
discorsi?» «Sì »risposi«ma discorsi misurati!».
«Per chi è assennatoSocrate»disse Glaucone«la misura per ascoltare questi discorsi è la vita intera. Ma lascia stare
il nostro punto di vista e non desistere dall'esporre il tuo parere sulle questioni che ti poniamo: quale sarà per i nostri
guardiani la comunanza relativa alle donneai figli e all'educazione dei giovani nel periodo compreso tra la nascita e
l'acculturamentoche sembra il più delicato. Cerca dunque di spiegare in che modo dev'essere fatta».
«Non è facile parlarnebeato amico»replicai: «la questione presenta molti lati incredibiliancor più di quelle trattate
prima. Non si vorrà credere che si stia parlando di cose possibilie anche se potessero accadere con la massima
probabilitànon si vorrà credere che siano le migliori. Per questo motivo esito un po' a toccare l'argomentonel timore che
il mio discorsocaro amicosembri un augurio».
«Non avere alcuna esitazione»disse: «noi che ti ascolteremo non siamo né ignorantiné increduliné mal disposti».
Allora io domandai: «Carissimoparli così perché mi vuoi incoraggiare?» «Certo»rispose.~ «Allora»ribattei«tu
ottieni l'effetto opposto. Se io fossi convinto di sapere ciò che dicol'esortazione andrebbe beneperché tra amici
assennati si può parlare con sicurezza e tranquillità delle questioni più importanti e più carese si conosce la verità; ma
esporre le proprie teorie quando si è nell'incertezza e nel contempo si ricerca la veritàcome nel mio casoè terribile e
poco sicuro: temo infatti non già di espormi al ridicolo (questo sarebbe puerile)ma di non cogliere la verità in ciò in cui
meno si deve sbagliaretrascinando nella mia caduta anche gli amici. Supplico quindi Adrastea(2) Glauconeper ciò che
mi accingo a direpoiché ritengo una colpa meno grave uccidere involontariamente una persona che ingannarla sul bello
sul bene e sulle leggi giuste.
è meglio correre questo pericolo tra nemici che tra amici; di conseguenza fai proprio bene a incoraggiarmi!».
E Glaucone ridendo disse: «MaSocrateanche se il tuo discorso ci porterà un po' fuori stradati assolviamo come dal
reato di omicidioproclamando che sei puro e non ci hai ingannato. Sufatti coraggio e parla».
«In effetti»aggiunsi«anche in quel caso chi è stato assolto è purocome dice la legge: perciò è naturale che lo sia
anche qui».
«Appunto per questo devi parlare»esortò.
«Ora»osservai«bisogna riprendere un argomento che forse allora bisognava esporre con ordine. Ma forse può andar
bene che dopo aver esaurito la rappresentazione degli uomini io metta in scena le donnetanto più che tu mi inviti a farlo.
Per uomini forniti di una natura e un'educazione simile a quella che abbiamo descrittoa mio giudizio non c'è altro modo
di avere e trattare correttamente donne e figli se non procedere per quella via che abbiamo imboccato sin dall'inizio
quando nel nostro discorso abbiamo tentato di rendere i cittadini simili ai guardiani di un gregge».
Platone La Repubblica

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«Sì ».
«Seguiamo quindi il nostro progettoassegnando anche alle donne una nascita e un'educazione analogae vediamo se
ci conviene o no».
«E come?»domandò.
«Così : pensiamo che le femmine dei cani da guardia debbano sorvegliare anch'esse ciò che sorvegliano i maschi
cacciare assieme a loro e fare tutto il resto in comuneoppure che esse debbano solamente custodire la casaperché a
causa del parto e dell'allevamento dei cuccioli non possono fare altromentre quelli faticano e hanno la cura completa del
gregge?» «Devono fare tutto in comune»rispose; «però tratteremo loro come più debolii maschi come più forti».
«è possibile»ripresi«impiegare un animale per gli stessi scopi di un altrose non lo nutri e non lo allevi allo stesso
modo?» «Nonon è possibile».
«Quindise useremo le donne per gli stessi compiti degli uominibisogna impartire loro gli stessi insegnamenti».
«Sì ».
«A quelli furono assegnate la musica e la ginnastica».
«Sì ».
«Perciò anche alle donne occorre trasmettere queste due arti e l'arte della guerrae bisogna trattarle allo stesso modo».
«è logicoda quello che dici»rispose.
«Forse però»osservai«se questa teoria verrà messa in praticamolte delle cose che ora stiamo dicendo potranno
apparire ridicoleperché vanno contro l'uso comune».
«E come!»esclamò.
«E che cosa ci vedi di ridicolo?»domandai. «Si trattaè evidentedel fatto che le donne si esercitino nude nelle
palestre assieme agli uomininon solo quelle giovanima anche quelle già anzianecome ora nei ginnasi i vecchi amano
eseguire gli esercizi benché siano grinzosi e poco piacevoli a vedersi?» «Sìper Zeus!»esclamò. «Risulterebbe ridicolo
almeno ai giorni nostri».
«Dato che però abbiamo intrapreso questa discussione»replicai«non dobbiamo temere le prese in giro degli
spiritosiqualsiasi cosa possano dire contro un simile cambiamento negli esercizi ginnicinella musicae non ultimo nel
maneggiare le armi e nel cavalcare».
«Hai ragione»disse.
«Ma una volta che la nostra discussione è avviatadobbiamo affrontare l'aspetto scabroso della leggepregando
costoro di lasciar perdere la loro attività preferita e di restare serie ricordandoci che non molto tempo fa ai Grecicome
adesso alla maggior parte dei barbarisembrava disonorevole e ridicolo che gli uomini fossero visti nudie che quando i
Cretesi primagli Spartani poi incominciarono a praticare gli esercizi ginnicigli spiritosi di allora poterono farsi beffe di
tutto ciò.(3) Non credi?» «Certo».
«Ma quandocredochi praticava la ginnastica ritenne preferibile spogliarsi piuttosto che nascondere certe parti del
corpoanche ciò che agli occhi appariva ridicolo scomparve di fronte alla soluzione migliore indicata dalla ragione; e
questo dimostrò che è da stolti giudicare ridicolo qualcosa di diverso dal malee chi cerca di suscitare il riso applicandolo
alla visione di qualcos'altro che non sia la stupidità e il malesi dedica anche alla visione del bello con uno scopo diverso
dal bene».
«Sicuro»disse.
«Ma non occorre innanzitutto decidere di comune accordo se queste teorie sono realizzabili oppure noe permettere
che si discutaper scherzo o seriamentese la natura femminile è in grado di partecipare a tutti i lavori del sesso maschile
o neanche a unoo ad alcuni sì e ad altri noe a quale delle due categorie appartiene l'arte della guerra? A un inizio così
felice non è ragionevole che corrisponda una conclusione altrettanto buona?» «E come!».
«Vuoi allora»domandai«che discutiamo tra di noi invece che con gli altriper non assediare le tesi dei nostri
avversari senza che nessuno le difenda?» «Nulla lo vieta»rispose.
«A loro nome quindi diciamo: "Cari Socrate e Glauconenon avete alcun bisogno che altri vi contraddicanodal
momento che voi stessiall'inizio della fondazione della vostra cittàavete convenuto che ogni individuo debba svolgere il
proprio compito secondo natura"».
«L'abbiamo convenutocredo; come no?» «"Ma si può forse negare che la donna sia per natura molto diversa
dall'uomo?"» «Certo che è diversa!».
«"Perciò a entrambi spettano compiti diversia seconda della loro natura?"» «Sicuro».
«"Come potete quindi non sbagliarvi e non cadere in contraddizione quando affermate che gli uomini e le donne
devono attendere agli stessi compitipur avendo nature estremamente differenti? Potrai difenderti da questa obiezione
mirabile amico?"» «Così su due piedi»rispose«non è davvero facile; ma ti pregheròanzi ti prego fin d'oradi esporre
anche la tesi a nostro favorequale che sia».
«Queste»ripresi«e molte altreGlauconesono le obiezioni che io da tempo prevedevo; ecco perché temevo ed
esitavo ad affrontare la legge sul possesso e l'educazione delle donne e dei figli».
«Noper Zeusnon sembra una cosa semplice!»ammise.
«No di certo»dissi. «Ma tant'è: che si cada in una piccola vasca o in mezzo al più vasto maresi nuota comunque».
«Questo è certo».
«Perciò anche noi dobbiamo nuotare e cercare di uscire incolumi dalla discussionea meno che non speriamo che ci
sorregga un delfino (4) o un'altra improbabile salvezza».
Platone La Repubblica

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«Così pare»disse.
«Su»proseguii«vediamo di trovare in qualche modo la via d'uscita.
Certamente noi conveniamo che ogni natura deve attendere al proprio compitoe che la natura dell'uomo e della donna
sono diverse; ora però affermiamo che nature differenti devono attendere a compiti uguali. E di questo che siamo
accusati?» «Senza dubbio».
«Davvero grandiosaGlaucone»esclamai«è la potenza dell'arte del contraddire!».
«Perché?» «Perché»risposi«mi sembra che molti vi cadano anche senza volerlo e siano convinti non di litigare
bensì di discuterein quanto non sanno esaminare l'oggetto della discussione dividendolo nei suoi aspetti costitutivima
vanno a caccia di obiezioni giocando sul suo nome: tra loro usano l'eristicanon la dialettica».
«è vero»disse«questo capita a molti; ma ora come ora la cosa riguarda anche noi?» «Senza dubbio»risposi: «senza
volerlo rischiamo di essere invischiati nell'arte del contraddire».
«In che senso?» «Noi perseguiamo alla letteracon molta decisione e pervicaciala tesi secondo cui a nature differenti
non toccano mansioni ugualima non abbiamo assolutamente indagato a quale specie appartengono l'una e l'altra natura e
a che cosa miravamo con la nostra definizionequando abbiamo assegnato diverse mansioni a ciascuna naturae mansioni
uguali alla stessa natura».
«è vero»disse«questo punto non l'abbiamo indagato».
«Pertanto»continuai«possiamo domandare a noi stessia quanto parese la natura delle persone chiomate e di quelle
calve è uguale e non contraria; e una volta convenuto che è contrariase i calvi fanno i calzolaipossiamo vietarlo ai
chiomatise invece lo fanno i chiomatipossiamo vietarlo ai calvi».
«Ma sarebbe ridicolo!»esclamò.
«E per quale motivo»replicai«se non perché allora non abbiamo definito con precisione la natura uguale e la natura
contrariama abbiamo solo badato a quella specie di diversità e di somiglianza che ha attinenza con le occupazioni stesse?
Ad esempioabbiamo detto che due medici hanno la stessa natura; (5) non credi?» «Sìcerto».
«E invece la natura di un medico e di un falegname è diversa?» «In tutto e per tutto».
«Se dunque»proseguii«il sesso maschile e quello femminile risulteranno differenti in rapporto a una determinata
arte o a un'altra occupazionediremo che l'assegnazione dei rispettivi compiti va fatta con questo criterio; se invece
risulteranno differenti solo per il fatto che il sesso femminile partorisce e quello maschile fecondadiremo che per quanto
concerne la nostra questione non è ancora stato dimostrato che la donna differisce dall'uomoma resteremo dell'idea che i
nostri guardiani e le loro donne debbano svolgere le stesse mansioni».
«E con ragione!»esclamò.
«E in secondo luogo non dobbiamo invitare chi sostiene il contrario a farci sapere in quale arte o in quale
occupazionetra quelle che concernono l'organizzazione della cittàla natura della donna e dell'uomo non è la stessama è
diversa?» «Giusto».
«Forsecome dicevi poco faanche qualcun altro potrebbe asserire che sul momento non è facile dare una risposta
soddisfacentema a un attento esame la cosa risulta tutt'altro che difficile».
«Sìpotrebbe dirlo».
«Vuoi dunque che preghiamo l'autore di queste obiezioni di seguircinel caso riuscissimo a dimostrargli che nel
governo della città non esiste alcuna occupazione propria della donna?» «Certamente».
«Surispondi!gli diremo: non affermavi che l'uno è portato per natura a una cosal'altro nonel senso l'uno impara
con facilitàl'altro con difficoltà? E l'unodopo un breve apprendimentoscopre da solo molte più nozioni di quelle che ha
imparatol'altropur dopo molto studio ed esercizionon ritiene nemmeno quello che ha imparato? Inoltre il corpo
dell'uno è un buon servitore dello spiritoquello nell'altro gli si oppone? Ci sono forse criteri diversi da questicon i quali
definisci chi è portato per natura a ogni singola cosa e chi no?» «Nessuno potrà citarne altri»rispose.
«Beneconosci qualche attività umana in cui il sesso maschile non è superiore a quello femminile in tutto questo?
Dobbiamo dilungarci a parlare della tessitura e della preparazione di focacce e dolciin cui sembra che il sesso femminile
valga qualcosae in cui sarebbe sommamente ridicolo che venisse sconfitto?» «Hai ragione»rispose«ad affermare che il
sesso femminile è di gran lunga inferiore all'altro quasi in tutto. Certomolte donne sono migliori di molti uomini sotto
molti aspettima nel complesso è come dici tu».
«Pertantocaro amiconel governo della città non c'è alcuna occupazione propria della donna in quanto donnané
dell'uomo in quanto uomoma le inclinazioni sono ugualmente ripartite in entrambie per sua natura la donna partecipa di
tutte le attivitàcosì come l'uomopur essendo più debole dell'uomo in ognuna di esse».
«Senza dubbio».
«E allora assegneremo tutti i compiti agli uominie alle donne niente?» «E perché mai?» «Invececredodiremo che
esistono donne portate per la medicina e altre nodonne inclini per natura alla musica e altre no».
«Certo».
«E non esistono donne portate per la ginnastica o per la guerrae altre che sono imbelli e non amano la ginnastica?»
«Credo di sì ».
«E non ci sono donne che amano la sapienza e altre che la odiano? Donne coraggiose e donne vili?» «Anche questo».
«Quindi ci sono anche donne guardiane e altre no. Non abbiamo scelto con questo criterio anche la natura dei
guardiani maschi?» «Proprio così ».
«Dunque nella difesa della città la natura della donna e dell'uomo è la stessasolo che una è più debolel'altra è più
Platone La Repubblica

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forte».
«Pare di sì ».
«Bisogna quindi scegliere donne fornite di tali qualità perché abitino con uomini tali e li affianchino nella funzione di
guardianidato che sono all'altezza di questo compito e hanno una natura affine alla loro».
«Certamente».
«E alle nature uguali non bisogna assegnare mansioni uguali?» «Sìuguali».
«Dopo tutto questo giro torniamo dunque al punto di partenza e conveniamo che non è contro natura assegnare alle
donne dei guardiani la musica e la ginnastica».
«Senza dubbio».
«Allora le leggi che abbiamo fissato non sono impossibili da realizzare né simili a pii desiderise davvero la nostra
legislazione è conforme alla natura; piuttosto vanno contro naturaa quanto parele disposizioni vigenti contrarie alle
nostre!».
«Pare».
«Benenon dovevamo esaminare se le nostre teorie erano realizzabili e ottime?» «Sìdovevamo».
«E siamo d'accordo sul fatto che siano realizzabili?» «Sì ».
«E ora occorre metterci d'accordo sul fatto che siano ottime?» «è ovvio».
«E per diventare guardiana una donna riceverà un'educazione uguale a quella impartita agli uominitanto più che la
sua natura è identica?» «Siuguale».
«Qual è la tua opinione su questo punto?» «Quale punto?» «Supponi che esistano uomini migliori e uomini peggiorio
li ritieni tutti uguali?» «Nient'affatto! ».
«Quindinella città da noi fondataquali uomini pensi che siano riusciti migliori: i guardiani grazie all'educazione che
abbiamo descrittoo i calzolai grazie all'istruzione ricevuta nella loro arte?» «Fai una domanda ridicola!»rispose.
«Capisco»dissi. «Ma tra gli altri cittadini essi non sono i migliori?» «Certamente».
«E queste donne non saranno le migliori tra tutte le donne?» «è sicuro anche questo».
«Esiste un bene più grande per la città che l'avere le donne e gli uomini migliori in assoluto?» «Non esiste».
«E questo risultato sarà prodotto grazie all'apporto della musica e della ginnasticanel modo che abbiamo descritto?»
«Come no?» «Quindi abbiamo stabilito una legislazione non solo realizzabilema anche ottima per la città».
«è così ».
«Perciò le donne dei guardiani devono spogliarsise davvero si vestiranno della virtù anziché degli abitie prendere
parte alla guerra e agli altri compiti attinenti alla difesa della cittàsenza occuparsi di altro; ma per la debolezza del loro
sesso i compiti più leggeri debbono essere assegnati alle donne piuttosto che agli uomini.
E l'uomo che ride alla vista di donne nude che si esercitano per lo scopo più nobile"frutto acerbo di sapienza
cogliendo col suo riso"(6) a quanto pare non sa assolutamente il motivo per cui ride e quello che fadal momento che
suona e suonerà sempre appropriata questa sentenza: l'utile è belloil dannoso è brutto».
«Senz'altro».
«Possiamo dunque affermare di essere scampati come a una prima onda nel trattare la legge sulle donnetanto che non
siamo rimasti completamente sommersi stabilendo che i nostri guardiani e le nostre guardiane devono attendere a ogni
compito in comuneanzi il discorsoin coerenza con se stessoriconosce l'attuabilità e l'utilità delle nostre proposte?»
«Sei scampato a un'onda davvero non piccola!»esclamò.
«Eppure non la giudicherai grande»replicai«quando avrai visto quella successiva».
«Parla alloracosì la vedrò anch'io»disse.
«Da tutte le leggi precedenti»incominciai«compresa l'ultimaderivapensoquest'altra».
«Quale?» «Le donne di questi nostri uomini siano tutte in comunee nessuna conviva in privato con nessuno; inoltre
anche i figli siano comunie il padre non conosca il figlioné il figlio il padre».
«Per questa legge»osservò«il rischio di non essere creduta attuabile e utile è molto più grande che per quell'altra».
«Non credo»risposi«che quanto a utilità si possa dubitare del grandissimo vantaggio di avere le donne in comune
purché la proposta sia attuabile; ma penso che possano sorgere forti dubbi sulla sua realizzabilità».
«Ma si può ragionevolmente dubitare dell'una e dell'altra cosa»ribatté.
«Le tue parole sono una congiura di obiezioni»dissi. «E io credevo che sarei sfuggito a una delle duese il
provvedimento ti fosse parso utilee che mi restasse solo la questione relativa alla sua realizzabilità! ».
«E invece non sei riuscito a svignartela di nascosto»replicò«ma devi rendere ragione di entrambe le cose!».
«Devo scontare la pena»dissi. «Tuttavia fammi questo piacere: lasciami celebrare un giorno di festacome fanno le
persone pigre d'intellettoche quando camminano da sole hanno l'abitudine di invitarsi a pranzo da sé. Costoroprima
ancora di trovare il modo di realizzare un desideriolo lasciano perdere per non affaticarsi a decidere sulla sua fattibilitàe
dando per scontato ciò che voglionoorganizzano di conseguenza tutto il resto e si compiacciono di raccontare cosa
faranno se i loro progetti si realizzerannorendendo ancora più pigra la loro animagià altrimenti pigra. A questo punto
anch'io mi abbandono alla mollezzae desidero differire ed esaminare più tardi se le nostre norme sono attuabili; ora
dando per scontato che lo sianocol tuo permesso esaminerò come i governanti le regolerannouna volta che siano entrate
in vigoredichiarando che se fossero messe in atto sarebbero quanto mai utili alla città e ai guardiani. Cercherò di
esaminare con te prima questo puntopoi l'altrose me lo concedi».
«Sì »disse«te lo concedo; inizia pure il tuo esame».
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«Credo»ripresi«che se i governanti saranno veramente degni di questo nomee così pure i loro assistentigli uni
accetteranno di eseguire gli ordinigli altri di imporlida una parte obbedendo essi stessi alle leggidall'altra
conformandosi ad esse per ciò che rimetteremo al loro arbitrio».
«è logico»disse.
«Allora tu»continuai«che sei il loro legislatoresceglierai le donne così come hai scelto gli uominiin modo da
unire persone il più possibile simili per natura; ed essiavendo case e pasti in comunedal momento che nessuno possiede
niente del genere a titolo personalevivranno assieme e frequentandosi nei ginnasi e nelle restanti attività educative
saranno indotti da una necessità innata ad accoppiarsi. Non ti sembra che stia enunciando una conseguenza necessaria?»
«Sì »rispose«una conseguenza dettata da necessità non geometrichema eroticheche probabilmente ha più efficacia
dell'altra nel persuadere e sedurre il volgo!».
«Certo»dissi. «Ma oltre a ciòGlauconeaccoppiarsi disordinatamente o agire come capita è cosa empia in una città
di persone felicie i governanti non lo permetteranno».
«Sìnon è giusto»ammise.
«è chiaro dunque che a questo punto renderemo le nozze quanto più è possibile sacre; e saranno sacre le nozze più
utili».(7) «Senz'altro».
«E come faranno a essere le più utili? Dimmi una cosaGlaucone: vedo in casa tua cani da caccia e un gran numero di
uccelli rari. Hai mai pensato al loro accoppiamento e alla loro figliazione?» «Ossia?»chiese.
«Tanto per cominciaresebbene siano tutti di razzanon ce ne sono alcuni che tra loro risultano i migliori?» «Ci
sono».
«E tu fai figliare da tutti quanti indistintamenteo stai attento che ciò avvenga il più possibile dai migliori?» «Dai
migliori».
«Dai più giovanidai più vecchio da quelli nel massimo fiore dell'età?» «Da questi ultimi».
«E se la figliazione non avviene cosìritieni che la razza degli uccelli e dei cani peggiorerà di molto?» «Certamente»
rispose.
«E per i cavalli e gli altri animali pensi che sia diverso?»domandai.
«Sarebbe assurdo!»esclamò.
«Perbacco!»feci io. «Bisogna che i nostri governanticaro amicosiano davvero di prim'ordinese è così anche per il
genere umano!».
«Certo che è così »disse. «Ma perché?» «Perché»risposi«è necessario che essi facciano uso di molti rimedi.
Noi pensiamo che per il corpo di chi non ha bisogno di medicinema vuole soltanto seguire una dietabasti anche un
medico mediocre; quando invece occorre anche somministrare delle medicinesappiamo che c'è bisogno di un medico più
valido».
«è vero; ma perché lo dici?» «Per questo motivo»risposi: «è probabile che i nostri governanti debbano ricorrere
frequentemente alla menzogna e all'inganno per il bene dei sudditi. E abbiamo affermato che tutto ciò è utile come una
medicina».
«E con ragione»aggiunse.
«Ebbenepare che questa giusta ragione sia di non poco momento nei matrimoni e nella procreazione».
«In che senso?» «In base a quanto si è convenuto»risposi«i maschi migliori devono unirsi il più spesso possibile
alle femmine migliorie al contrario i maschi peggiori alle femmine peggiori; e i figli degli uni vanno allevatiquelli degli
altri nose il gregge dev'essere quanto mai eccellente. Ma nessunofuor che i governantideve sapere che avviene tutto
questose il gregge dei guardiani vorrà essere il più possibile immune dalla discordia».
«Giustissimo»disse.
«Bisogna dunque istituire alcune feste e cerimonie sacre nelle quali riuniremo gli sposi e le sposee i nostri poeti
devono comporre degli inni adatti alle nozze che vengono celebrate; sul loro numero lasceremo decidere ai governanti
che si porranno l'obiettivo primario di mantenere invariata la popolazionedi modo chetenendo conto di guerremalattie
e altri eventi del generela nostra città non diventinei limiti del possibilené troppo grande né troppo piccola».
«Giusto»disse.
«Allora credo che si debbano organizzare dei sorteggi miratiper far sì che in ogni accoppiamento la persona
mediocre incolpi la sortenon i governanti».
«Ma certo»assentì .
«E ai giovani valorosi in guerra o in altri campi bisogna assegnareoltre a onori e altre ricompenseuna più ampia
facoltà di giacere con le donnecosì che abbiano nello stesso tempo il pretesto per generare il maggior numero possibile
di figli».
«Giusto».
«Autorità appositecostituite da uomini o da donne o da entrambidato che le cariche sono comuni a uomini e donne
prenderanno in consegna i neonati...» «Sì ».
«... e porterannopensoi figli degli uomini eccellenti all'asiloda alcune nutrici che abitano in una zona appartata
della città; invece i figli degli uomini peggiorie quelli degli altri eventualmente nati con qualche malformazioneli
terranno nascosticome si convienein un luogo segreto e celato alla vista».
«Senz'altro»disse«se la stirpe dei guardiani dev'essere pura».
«E costoro provvederanno anche a nutrire i bambiniconducendo all'asilo le madri quando sono gonfie di lattema
Platone La Repubblica

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usando ogni accorgimento affinché nessuna riconosca il proprio figlioe forniranno altre donne che abbiano latte se le
madri non bastassero; inoltre controlleranno che lo svezzamento duri per un periodo limitatoe assegneranno alle nutrici e
alle balie le veglie notturne e le altre mansioni?» «Certo che alle donne dei guardiani tu assegni una maternità molto
agevole»osservò.
«Ho i miei buoni motivi»replicai. «Ma andiamo avanti a esaminare con ordine ciò che ci eravamo proposti. Stavamo
appunto dicendo che la prole deve nascere dagli individui nel fiore dell'età».
«Vero».
«Non sei d'accordo che la normale durata di questo periodo è di vent'anni per la donna e di trenta per l'uomo?» «Quale
periodo?»chiese.
«Nella nostra città»risposi«la donna genera figli dai vent'anni fino ai quaranta; l'uomo procrea da quando ha passato
il punto più ardente della sua corsa fino ai cinquant'anni».
«Questo»disse«è per entrambi il momento più alto di maturazione fisica e intellettuale».
«Pertantose un uomo più vecchio o più giovane vorrà procreare per la comunitàdiremo che la sua colpa va contro la
religione e la giustiziain quanto genererà allo Stato un figlio chese sfuggisse al controllosarà il frutto di un
concepimento non consacrato dai sacrifici e dalle preghiere che sacerdotessesacerdoti e tutta quanta la città innalzeranno
in occasione di ogni matrimonio perché da cittadini buoni e utili nascano figli migliori e ancora più utili; questo figlio
nascerà invece nella tenebraaccompagnato da una grave intemperanza».
«Giusto»disse.
«La stessa legge»continuai«vale anche se un uomo ancora atto a procreare si accoppia con una donna in età feconda
senza che il magistrato acconsenta all'unione; diremo infatti che introduce nella città un figlio bastardoillegittimo e
impuro».
«Giustissimo»approvò.
«Quando invececredoavranno superato l'età della procreazionelasceremo gli uomini liberi di unirsi a chi vogliono
tranne che alla figliaalla madrealle figlie delle figlie e alle ascendenti della madre; la stessa cosa varrà anche per le
donnecon l'eccezione del figliodel padree dei loro ascendenti e discendenti. Comunque raccomanderemo loro di usare
ogni precauzione per non dare alla luce neanche un figlioanche quando l'abbiano concepito; e se dovesse nascere per
forzadi trattarlo come se non potesse essere allevato».
«Queste sono prescrizioni ragionevoli»disse. «Ma come distingueranno tra loro i padrile figlie e gli altri parenti che
hai appena elencato?» «In nessun modo»risposi. «Dal giorno in cui uno di loro si sposeràtutti i bambini che nasceranno
al decimo e al settimo mese li chiamerà figlise maschifigliese femmineed essi a loro volta lo chiameranno padre; allo
stesso modo chiamerà i loro figli nipotied essi a loro volta considereranno quelli della sua età nonni e nonnee
chiameranno i bambini nati nel tempo in cui i loro genitori procreavano fratelli e sorellein modo che non si tocchino
reciprocamentecome abbiamo detto poco fa. Tuttavia la legge permetterà a fratelli e sorelle di abitare assiemese così
vorrà il sorteggio e se il responso della Pizia (8) lo confermerà».
«Giustissimo»disse.
«All'incirca questaGlauconesarà la comunanza di donne e figli per i guardiani della tua città; ora però il nostro
ragionamento deve garantire che essa è coerente con il resto della costituzione e ne è la parte di gran lunga migliore. O
come dovremo fare?» «Cosìper Zeus!»esclamò.
«E la base del nostro accordo non sta forse nel chiederci che cosa possiamo definire il massimo bene per
l'ordinamento di una cittàquel bene a cui deve mirare il legislatore nella sua operae che cosa il male più grandeper poi
esaminare se ciò che abbiamo delineato poco fa si adatta alla traccia del bene e discorda da quella del male?»
«Precisamente»disse.
«Ma esiste forse un male più grande per la città di quello che la fa a branirendendola molteplice anziché una? O un
bene maggiore di quello che la lega insiemerendendola una?» «Non esiste».
«E non è elemento di coesione la comunanza del piacere e del dolorequando tutti i cittadini provano un'uguale gioia e
un'uguale afflizione per gli stessi successi e le stesse disgrazie nel grado più alto possibile?» «Senza dubbio»rispose.
«E viceversa non è elemento di dissoluzione il particolarizzarsi di tali sentimentiallorché gli uni si disperanogli altri
si rallegrano per le stesse vicende toccate alla città e ai suoi abitanti?» «Certamente».
«E una cosa del genere non si verifica quando gli abitanti della città non usano concordemente le espressioni "è mio"
non é mio"? La stessa cosa vale anche per ciò che è di altri».
«Proprio così ».
«Quindi la città meglio amministrata è quella in cui moltissime persone dicono "è mio""non è mio" riguardo alla
stessa cosa e nello stesso senso?» «Sicuro!».
«E non è anche quella che più si avvicina a un essere umano? Ad esempioquando ci viene schiacciato un ditotutta la
comunione di corpo e animacompresa in un unico ordinamento in virtù del principio che domina in essase ne accorge e
nella sua totalità partecipa al dolore della parte feritae per questo diciamo che l'uomo sente male a un dito. Lo stesso
discorso non vale per qualsiasi altro membro del corpo umanoquando si prova dolore per la sua sofferenza o piacere per
la sua guarigione?» «Sìè così »rispose. «Quanto alla tua domandala città meglio governata è quella più vicina a un
organismo umano».
«Se dunquepensouno solo dei cittadini è toccato da un evento qualsiasibuono o cattivouna città simile
condividerà in tutto e per tutto il suo casoe si rallegrerà o si affliggerà tutta quanta assieme a lui».
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«Per forza»disse«almeno se la città ha buone leggi».
«Sarebbe ora»ripresi«di tornare alla nostra città ed esaminare se i princì pi su cui abbiamo raggiunto l'accordo si
trovano soprattutto in essa o piuttosto in un'altra».
«Sìoccorre farlo»disse.
«Ebbenenelle altre città non ci sonocome in questai governanti e il popolo?» «Ci sono».
«E tutti gli abitanti si chiameranno tra loro con il nome di cittadini?» «Come no?» «Ma nelle altre città con quale
nome il popolo designa i governantioltre che con quello di cittadini?» «Nella maggior parte con quello di padroniin
quelle rette a democrazia con questo stesso nomegovernanti».
«E nella nostra? Come chiamerà il popolo i governantioltre che cittadini?» «Salvatori e soccorritori»rispose.
«Ed essi come chiameranno il popolo?» «Colui che li paga e li nutre».
«E invece nelle altre città che nome danno i governanti ai sudditi?» «Quello di schiavi»rispose.
«E i governanti come sì chiamano tra loro?» «Colleghi di governo»disse.
«E i nostri?» «Colleghi di guardia».
«Sei in grado dunque di dire se nelle altre città alcuni dei colleghi di governo possono essere definiti familiarialtri
estranei?» «Posso citare molti casi».
«Quindi si giudica e si proclama proprio chi è familiarenon proprio chi è estraneo?» «è così ».
«E presso i tuoi guardiani? Qualcuno di loro potrebbe giudicare o definire estraneo uno dei colleghi di guardia?»
«Assolutamente no»rispose: «chiunque incontricrederà di incontrare un fratellouna sorellail padrela madreun
figliouna figlia o i loro discendenti o progenitori».
«Benissimo»ripresi. «Ma dimmi ancora una cosa: secondo la tua leggeessi avranno una parentela esclusivamente
nominaleoppure dovranno agire sempre in conformità a questi nomi e comportarsi con i padri nel modo previsto dalla
leggeriservando loro tutta la reverenzail riguardo e la sottomissione dovuta ai genitorisotto la pena di non ricevere
nulla di buono dagli dèi né dagli uominiperché ogni azione che si discosti da questo modo di agire verrà considerata
empia e ingiusta? Saranno queste o altre le massime che tutti quanti i cittadini faranno risuonare sin dall'infanzia alle
orecchie dei figliriguardo a chi verrà loro indicato come padre e agli altri parenti?» «Queste»rispose«perché sarebbe
ridicolo che nomi propri venissero proferiti soltanto con la boccasenza essere accompagnati da azioni corrispondenti».
«Quinditra tutte le cittàsoprattutto nella nostraquando un singolo individuo si trova in una situazione buona o
cattivagli abitanti pronunceranno all'unisono le parole che abbiamo citato poco fa: "i miei affari vanno bene"oppure "i
miei affari vanno male"».
«Verissimo»assentì .
«Ma non abbiamo affermato che la conseguenza di questo modo di pensare e di parlare è la comunanza dei piaceri e
dei dolori?» «Sìe a ragione!».
«Quindi i nostri cittadini condivideranno più di tutti gli altri quello che chiameranno "mio"? E per questa loro
condivisione avranno la massima comunanza di dolore e piacere?» «Certamente».
«E la causa di ciòoltre che al resto dell'ordinamento statalenon è da attribuire al fatto che i guardiani hanno donne e
figli in comune?» «Sìla causa è soprattutto questa»rispose.
«Ma abbiamo convenuto che ciò è il massimo bene per lo Statoparagonando una città ben governata al rapporto che
un corpo ha con una sua parte riguardo al piacere e al dolore».
«E abbiamo fatto bene a convenirne»disse.
«Quindi la causa del massimo bene per la città si è rivelata la comunanza dei figli e delle donne per i sorveglianti».
«Certamente».
«E così siamo d'accordo anche con le conclusioni a cui siamo giunti in precedenza: da qualche parte infatti abbiamo
detto che i guardiani non devono avere né abitazioniné terrané altri possedimentima devono ricevere dagli altri
cittadini il nutrimentocome compenso per il servizio di guardiae consumare tutto in comunese vogliono realmente
essere guardiani».
«Giusto»disse.
«Alloraripetole conclusioni precedenti e quelle attuali rendono i nostri uomini ancor più veri guardianie fanno sì
che non dilanino la città chiamando "mia" non la stessa cosama chi una cosa chi l'altrae non trascinino nella propria
abitazionediversa per ognuno di lorociò che possono procurarsi indipendentemente dagli altricomprese mogli e figli
diversiche facendo parte della loro cerchia privata procureranno piaceri e dolori privati? Al contrario le nostre norme li
portano a tendere tutti allo stesso scopoperché il loro concetto di "proprio" è unicoe a provareper quanto è possibile
gli stessi dolori e gli stessi piaceri?» «Proprio così !»esclamò.
«E non si allontaneranno da loroper così direi processi e le accuse reciprochedato che non possiedono nulla di
personale tranne il corpo e tutto il resto è in comune? Di conseguenza non accade loro di essere immuni da tutte quelle
discordie che insorgono tra gli uomini a causa del denarodei figli e dei parenti?»(9) «è ben necessario che siano liberati
da tutto questo»rispose.
«Tra loro poi non ci saranno neanche processi legittimi per violenze e ingiuriepoiché proclameremo bello e giusto il
principio della difesa reciproca tra coetaneistabilendo l'incolumità fisica come una necessità inderogabile».
«Giusto»disse.
«E questa legge»aggiunsi«è giusta anche per un altro motivo: chi si adirasse con qualcunosfogherebbe la sua
collera su di lui e avrebbe meno occasioni di passare a contese più gravi».
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«Senza dubbio».
«Il più anziano avrà comunque il compito di comandare e punire tutti i più giovani».
«è chiaro».
«Ed è anche chiaro che un giovane non cercherà mai di usare violenza a uno più anziano o di percuoterloa meno che
naturalmentenon glielo ordinino i governanti. Credo inoltre che non gli mancherà di rispetto in altro modoperché
basteranno a trattenerlo questi due guardianiil timore e la reverenza: la reverenzache gli impedisce di alzare le mani su
chi potrebbe essere il suo genitoree il timore che altri vengano in aiuto della persona offesa in qualità di figli o di fratelli
o di padri».
«Sìaccade questo»disse.
«In ogni caso le leggi assicureranno la pace tra gli abitanti?» «Sìuna grande pace».
«Non essendoci dunque discordia tra i guardianinon c'è nessun pericolo che il resto della città sia in conflitto con loro
o al proprio interno».
«No di certo».
«Esito persino a elencarepoiché non è il casoi mali meno gravi da cui saranno liberati: ad esempio i poveri non
aduleranno i ricchi e saranno immuni da tutte le strettezze e le pene che li travagliano quando si tratta di educare i figli e
procurarsi i mezzi per l'indispensabile mantenimento dei servicome prendere denaro a prestitonegare il debito contratto
lasciare in custodia alle donne e ai serviperché lo amministrinociò che hanno guadagnato con ogni mezzoinsomma
caro amicotutti gli affanni che soffrono per queste ragionievidentiignobili e non degni di essere menzionati».
«Questo è evidente anche per un cieco!»esclamò.
«Si libereranno dunque di tutti questi malie vivranno una vita più felice di quellagià felicissimache vivono gli
atleti vincitori ad Olimpia».
«In che senso?» «Quegli atleti sono ritenuti felici solo per una piccola parte dei beni che toccano ai nostri guardianila
cui vittoria è più bella e il cui mantenimento a spese dello Stato è più completo. Essi infatti riportano una vittoria che vale
la salvezza di tutta quanta la città; per questo motivo vengono ricompensatiassieme ai loro figlicon i mantenimento e
ogni altro mezzo necessario per viverericevono doni onorifici dalla loro città finché sono vivi e una volta morti
ottengono una degna sepoltura».
«Si tratta di onori davvero belli»disse.
«Ti ricordi»domandai«che nella discussione precedente qualcunonon so più chi(10) ci ha rimproverato di non
rendere felici i guardianiche pur potendo possedere tutti i beni dei concittadini non hanno nulla? E noi abbiamo risposto
che avremmo esaminato questo problema in seguitose si fosse presentata l'occasionema che per il momento rendevamo
i guardiani guardiani e la città quanto più possibile felicema non plasmavamo questa felicità mirando a una sola delle sue
classi?» «Mi ricordo»rispose.
«Ebbeneora la vita degli ausiliarise davvero ci sembra di gran lunga migliore e preferibile a quella dei vincitori di
Olimpiati appare forse analoga alla vita dei calzolai o di altri artigiani o dei contadini?» «Non mi sembra»rispose.
«Tuttavia è giusto ripetere anche adesso ciò che avevo detto allora: se il guardiano cercherà di diventare felice a tal
punto da non essere neppure un guardianoe non gli basterà una vita così equilibratasicura ecome diciamo noiottima
ma un'opinione stolta e puerile sulla felicità si insinuerà in lui e lo indurrà ad appropriarsi per quanto può dei beni della
cittàegli riconoscerà che Esiodo era realmente saggio quando asseriva cne in un certo senso "la metà vale più del tutto"».
(11) «Se seguirà il mio consiglio»disse«persevererà in questo genere di vita».
«Tu dunque»continuai«approvi che le donne abbiano in comune con gli uomini l'educazionei figli e la
sorveglianza degli altri cittadini nella maniera che abbiamo descrittoe sia che restino in cittàsia che vadano in guerra
debbano coadiuvarli nella guardia e nella caccia a mo' di cani e partecipare a tutte le attività nei limiti del possibile; e
riconosci checosì facendoagiranno nel modo migliore e non andranno contro la natura del rapporto tra sesso femminile
e sesso maschilesecondo il quale sono nati per avere una reciproca comunanza?» «Lo riconosco»rispose.
«Ci resta dunque da analizzare»ripresi«se anche negli uominicome negli altri esseri viventisi può venficare
questa comunanzae se sìcome?» «Hai anticipato la supposizione che stavo per fare»disse.
«Per quanto riguarda la guerra»incominciai«credo sia chiaro in che modo combatteranno».
«Come?»domandò.
«Scenderanno in campo assiemee condurranno con sé in guerra tutti i figli già maturiaffinché osservinocome i figli
degli artigianiciò che dovranno fare una volta adulti; oltre a guardarei ragazzi dovranno prestare servizio di assistenza
in tutte le operazioni militari e ed essere aiutanti dei genitori. Non ti sei accorto di quello che succede nelle artiad
esempio che i figli dei vasai osservano e assistono i padri per molto tempoprima di porre mano alla fabbricazione dei
vasi?» «Certo».
«E costoro devono forse educare i figli con maggior cura dei guardiani nella pratica e nell'osservazione dei compiti
che li concernono?» «Sarebbe davvero ridicolo!»esclamò.
«Del resto ogni animale combatte valorosamente in presenza dei suoi piccoli».
«è così . Ma se hanno la peggioSocratecome spesso accade in guerrac'è il rischio non trascurabile che causino la
morte dei loro figlioltre che la propriae mettano il resto della città nell'impossibilità di risollevarsi».
«Quello che dici è vero»ammisi. «Ma tu sei convinto che si debba innanzitutto cercare di non correre mai pericoli?»
«Nient'affatto!».
«E se essi devono comunque rischiarenon dovranno farlo quandoin caso di vittoriane usciranno migliori?» «è
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ovvio».
«Ma pensi che sia poco importante e non valga il rischio far osservare le operazioni di guerra ai ragazzi destinati a
diventare guerrieri?» «Nodal tuo punto di vista è molto importante».
«Tanto per cominciareallorabisognerà fare in modo che i figli assistano alla guerragarantendo loro nel contempo la
sicurezza; così tutto andrà bene. O no?» «Sì ».
«Per prima cosaquindi»ripresi«i loro padri non ignoreranno quali spedizioni miiitari sono pericolose e quali no
ma avranno la massima conoscenza possibile a un uomo in questo campo?» «è logico»rispose.
«Quindi li condurranno alle une e li terranno lontani dalle altre».
«Giusto».
«E non sceglieranno per loro i comandanti più inetti»aggiunsi«ma quelli che per esperienza ed età sono adatti come
guide e precettori».
«Sìconviene».
«Peròobietteremoa molti capitano molte cose anche contro le loro aspettative».
«E come!».
«Contro tali evenienzecaro amicobisogna subito fornire i figli di alicosì che fuggano a volose occorre».
«Cosa vuoi dire?»domandò.
«Bisogna farli montare a cavallo sin da giovaniquanto prima»spiegai«e una volta che abbiano imparato a cavalcare
condurli a vedere la guerra su cavalli non focosi e da combattimentoma il più possibile veloci e docili alle redini. Così
osserveranno nel modo migliore il loro futuro compito e si salverannose è il casonel modo più sicuroal seguito di
guide più anziane».
«Mi sembra che tu abbia ragione»disse.
«E per quanto riguarda la guerra?»proseguii. «Come devono comportarsi i tuoi soldati con se stessi e con i nemici?
La mia idea ti sembra giusta o no?» «Spiega di quale idea parli»rispose.
«Chi di loro»domandai«abbandona il suo posto o getta le armi o compie per viltà un gesto analogonon bisogna
collocarlo tra gli artigiani o i contadini?» «Senz'altro».
«E chi è caduto vivo nelle mani dei nemicinon bisogna darlo in dono a chi l'ha catturato perché faccia ciò che vuole
della sua preda?» «Sicuro!».
«Chi invece si è distinto in battagliacomportandosi da valorosonon ti sembra che debba innanzitutto essere
incoronato lì sul campo dai giovani e dai ragazzi che lo accompagnano nella spedizioneciascuno al suo turno? O no?»
«Sìcerto».
«Ed essi devono stringergli la mano?» «Anche questo».
«Ma quest'altro onore»feci io«credo che non incontri più il tuo assenso».
«Quale?» «L'onore di baciare ciascun ragazzo ed essere baciato da lui».
«Al contrario!»esclamò. «E aggiungo alla legge questa norma: per tutta la durata della spedizionenessuno che lui
voglia baciare potrà rifiutarsi; cosìse un guerriero è innamorato di un uomo o di una donnametterà ancora più impegno
per ottenere il premio del valore».
«Bene!»approvai. «E poi è già stato detto che un cittadino valoroso avrà più occasioni degli altri per accoppiarsi e gli
individui come lui saranno scelti più spesso degli altriaffinché da un uomo dotato di tali qualità nasca il maggior numero
possibile di figli».
«Sìl'abbiamo detto»confermò.
«Ma anche secondo Omero è giusto tributare questi onori ai giovani valorosi. Omero infatti ha detto che Aiace
essendosi distinto in guerra"con terga intere di bue fu premiato"(12) poiché questo onore si addice a un eroe giovane e
valorosoe assieme all'onore accrescerà anche la sua forza».
«Giustissimo»disse.
«Almeno in questo»continuai«presteremo fede a Omero. Nei sacrifici e in tutte le cerimonie analoghe onoreremo i
cittadini valorosinella misura in cui hanno dato prova del loro coraggionon solo con inni e con quei privilegi che
abbiamo citato poco fama anche "con seggicarni e coppe ripiene"(13) allo scopo di onorare e tenere
contemporaneamente in esercizio gli uomini e le donne di valore».
«Benissimo!»esclamò.
«D'accordo. E per quanto riguarda coloro che sono morti in battaglia combattendo valorosamentenon diremo in
primo luogo che appartengono alla stirpe d'oro?» (14) «Più che mai!».
«Ma non crederemo a Esiodoquando sostiene che gli uomini di questa stirpeuna volta morti"dèmoni puri
diventano sopra la terranobiliprotettori dai malidei mortali custodi"?»(15) «Sìgli crederemo».
«Chiederemo quindi alla divinità come e con quali onori distintivi dobbiamo seppellire questi uomini di natura
demonica e divinae nella sepoltura ci atterremo alle sue prescrizioni?» «Perché non dovremmo?» «E da allora in poi
cureremo e venereremo le loro tombe come quelle di dèmonì ? E tributeremo gli stessi onori a chiunque sia stato giudicato
durante la sua vita straordinariamente virtuosoquando muore di vecchiaia o in altro modo?» «Sìè giusto»rispose.
«E come si comporteranno i nostri soldati con i nemici?» «In che senso?» «In primo luogoper quanto riguarda la
schiavitùti sembra giusto che i Greci rendano schiave delle città grecheoppure che lo impediscano con tutte le forze
anche alle altre città e si abituino a rispettare la stirpe grecastando in guardia dal cadere schiavi dei barbari?» «Sotto ogni
punto di vista è meglio rispettarla»rispose.
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«Quindi è giusto non possiedano schiavi greci e non consiglino agli altri Greci di possederne?» «Precisamente»disse.
«Così potranno piuttosto volgersi contro i barbari (16) e risparmiare se stessi».
«E in caso di vittoria»continuai«è forse una bella cosa spogliare i morti fuor che delle armi? Non è un pretesto per i
vili per non affrontare il nemicocome se adempissero uno dei loro doveri stando lì curvi sul caduto? E molti eserciti non
sono già stati rovinati da una tale rapacità?» «E come!».
«Non ti sembra segno di grettezza e avidità spogliare un cadaveree proprio di un animo donnesco e meschino trattare
da nemico il corpo del mortodal quale il soldato avversario si è involato lasciando solo le armi con cui combatteva?
Oppure credi che chi si comporta così faccia qualcosa di diverso da quelle cagne che si arrabbiano con le pietre da cui
sono state colpitee non toccano chi le ha gettate?» «Non c'è la minima differenza»rispose.
«Bisogna quindi rinunciare a spogliare i cadaveri e a impedire ai nemici di riprenderseli?» «Certo che bisogna
rinunciarviper Zeus!»esclamò.
«E neppure porteremo nei templi le armi per appenderle come offerte votivetanto meno quelle dei Grecise ci sta a
cuore la benevolenza verso gli altri Greci; anziavremo timore che portare in un tempio le spoglie sottratte a gente della
nostra razza sia una sorta di contaminazionea meno che la divinità non si pronunci diversamente».
«Giustissimo»disse.
«E per quanto riguarda la devastazione della terra greca e l'incendio delle casecome si comporteranno i tuoi soldati
nei confronti dei nemici?» «Avrei piacere di sentirti manifestare la tua opinione»rispose.
«Mi sembra»precisai«che non si debba fare né l'una né l'altra cosama solo portare via il raccolto di un anno. Vuoi
che ti dica il perché?» «Sicuro!».
«Come esistono questi due nomiguerra e discordiacosì mi pare che esistano due entità corrispondenti a due diversi
tipi di contesa.
Per queste due entità io intendo la parentela e l'affinità di stirpe da una partel'estraneità di stirpe e di sangue dall'altra.
All'inimicizia fra parenti è stato dato il nome di discordiaa quella fra stranieri il nome di guerra».
«Le tue definizioni sono appropriate»assentì .
«Vedi dunque se lo è anche la seguente. Io sostengo che la razza greca è parente e affine a se stessama estranea per
sangue e per stirpe a quella barbarica».
«Bene!»esclamò.
«Pertantoquando i Greci combattono contro i barbari e i barbari contro i Grecidiremo che si fanno guerra e sono
nemici per naturae a questa inimicizia va dato il nome di guerra; ma quando una cosa del genere avviene tra Grecicioè
tra uomini amici per naturadiremo che in tale circostanza la Grecia è ammalata e agitata da lotte intestinee a questa
inimicizia va dato il nome di discordia».
«Ammetto di condividere il tuo parere»disse.
«Considera dunque»proseguii«che nella condizione da noi riconosciuta poco fa come discordiadovunque vi
verifichi un fatto del genere e la città sia travagliata da lotte internese gli uni devastano i campi e bruciano le case degli
altrila discordia sembra davvero esiziale e nessuno dei due contendenti dà l'impressione di amare la patria; altrimenti
non oserebbero mettere a ferro e fuoco la loro nutrice e madre. Al contrario è ragionevole che i vincitori privino i vinti del
raccolto e pensino di riconciliarsi e di non farsi guerra in eterno».
«Questa concezione»disse«è molto più mite di quell'altra».
«E la città che stai fondando»domandai«non sarà forse greca?» «Deve esserlo!»rispose.
«Allora i suoi abitanti saranno onesti e miti?» «E come!» «E non saranno amici dei Greci? Non considereranno la
Grecia alla stregua di una loro parentee non avranno in comune con gli altri le cerimonie sacre?» «Senza alcun dubbio».
«Quindi l'inimicizia coi Greciin quanto loro parentila giudicheranno discordia e non la chiameranno neppure
guerra?» «No di certo».
«E nelle inimicizie saranno pronti a riconciiarsi?» «Sicuro».
«Perciò faranno rinsavire i loro avversari benevolmentesenza punirli fino all'asservimento o allo sterminiopoiché
saranno correttorinon nemici».
«è così »disse.
«E in quanto Greci non metteranno a ferro e fuoco la Grecianon bruceranno le casenon dichiareranno loro nemici
tutti gli abitanti di ciascuna cittàuominidonne e bambinima sempre e solo i pochi responsabili dell'inimicizia. Per tutte
queste ragioni non vorranno devastare la loro terrase reputeranno la maggior parte degli abitanti loro amiciné
distruggere le loro casema condurranno le ostilità fino al punto in cui i responsabili verranno costretti a pagare il fio
dagli innocenti che soffrono per causa loro».
«Io convengo»disse«che i nostri cittadini devono comportarsi così con gli avversarimentre con i barbari va tenuto
il comportamento che ora i Greci usano tra di loro». (17) «Stabiliamo dunque anche questa legge per i guardianidi non
devastare la terra e non incendiare le case?» «D'accordo»rispose«teniamo per buone queste norme come le precedenti».
«Mi sembra peròSocrateche se ti si lascia parlare di questi argomenti non ti ricorderai mai di quello che hai messo
da parte per fare posto a tutto il discorso sulla possibilità e sul modo di attuare la nostra costituzione. Quanto al fatto che
se si realizzassetutto andrebbe per il meglio nella città in cui entrasse in vigoreio dico anche quello che tu tralascie
cioè che i guerrieri combatterebbero nel modo più valoroso senza abbandonarsi mai l'un l'altropoiché si conoscono e si
chiamano a vicenda coi nomi di fratellipadrifigli.
Se poi anche il sesso femminile combattesse insieme con loroschierato sia nella stessa fila sia dietroper spaventare i
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nemici e per accorrere in aiuto nel caso si rendesse necessarioso che in ragione di tutto questo sarebbero invincibili; e
vedo anche tutti i vantaggiqui omessidi cui godrebbero in periodo di pace. Ma dal momento che io riconosco tutti
questi vantaggi e infiniti altrise questa costituzione si realizzassenon parlarne più; ora piuttosto cerchiamo di
convincerci che essa è realizzabile e vediamo come può essere attuatamandando tanti saluti al resto».
«Hai fatto quasi un assalto di sorpresa al mio discorso»esclamai«e non mostri alcuna pietà per il mio indugio! Forse
non sai che ora mi stai conducendo verso la terza onda(18) la più grossa e la più violentadopo che a stento sono
scampato alle prime due; ma quando l'avrai vista e uditacerto mi perdonerai se nutrivo esitazioni e timori ragionevoli a
tenere un discorso così paradossale e a intraprendere un esame approfondito».
«Quanto più parlerai così »replicò«tanto meno ti permetteremo di eludere il discorso sull'attuabilità di questa
costituzione.
Parlasue non indugiare!».
«In primo luogo»cominciai«bisogna ricordare che siamo arrivati a questo punto cercando che cos'è la giustizia e
l'ingiustizia».
«Va bene; ma che c'entra?»domandò.
«Non c'entra. Se però scopriremo che cos'è la giustizianon esigeremo anche che l'uomo giusto non differisca in nulla
da essama sia in tutto e per tutto uguale? Oppure ci accontenteremo che si avvicini il più possibile ad essa e che ne
partecipi più di chiunque altro?» «Sì »rispose«ci accontenteremo».
«Noi cercavamo»proseguii«che cosa fosse la giustizia in sése esistesse e quale potesse essere l'uomo perfettamente
giusto per avere un modello; lo stesso facevamo con l'ingiustizia e l'uomo più ingiustoper vedere come questi due
modelli ci apparivano in rapporto alla felicità e al suo opposto e per essere costretti ad ammettere anche riguardo a noi
stessi che quanto più si è conformi ad essitanto più si condivide la loro sorte. Ma il nostro scopo non era di dimostrare
che ciò poteva realizzarsi».
«Quello che dici è vero»confermò.
«Credi allora che sia meno bravo quel pittore che dopo aver dipinto l'esemplare dell'uomo più bello e aver dato al
quadro la massima perfezionenon sappia dimostrare che un tale uomo può esistere?» «No di certoper Zeus!»esclamò.
«E allora? Non abbiamo costruito anche noiper così direun modello teorico di città buona?» «Certamente».
«Credi dunque che le nostre parole valgano menose non riusciremo a dimostrare che è possibile governare una città
nel modo che abbiamo esposto?» «Certo che no».
«Questa è la verità»dissi. «Ma se per farti piacere dobbiamo anche impegnarci a dimostrare in che modo e attraverso
quale via il nostro progetto ha le maggiori possibilità di essere realizzatoper questa dimostrazione devi farmi di nuovo le
stesse concessioni».
«Quali?» «è possibile realizzare qualcosa come la si enunciaoppure è una legge di natura che l'agire si avvicini alla
verità meno della parolaanche se qualcuno non la pensa così ? Tu ne convieni oppure no?» «Ne convengo»rispose.
«Non costringermi dunque a dimostrare che le nostre teorie devono realizzarsi in tutto e per tutto anche nella realtà;
ma se riusciremo a scoprire che si può governare una città nel modo più vicino a quello da noi espostodi' pure che
abbiamo trovato la possibilità di realizzare tutto ciò che pretendi. Non ti accontenterai di questo risultato? Per conto mio
ne sarei soddisfatto».
«Anch'io»rispose.
«Passiamo ora all'analisi di quello che sembra il problema successivo e cerchiamo di dimostrare quale difetto
caratterizza le città che non sono governate come la nostrae quale minimo cambiamento (meglio se uno soloaltrimenti
dueo al limite il minor numero possibile e della minima incidenza) può condurre una città verso il nostro sistema di
governo».
«Senz'altro»approvò.
«Credo»dissi«di poter dimostrare che si arriverebbe a una trasformazione generale con un solo mutamentocerto
non piccolo né facilema possibile».
«Quale?»domandò.
«Eccomi al punto»risposi«che ho paragonato all'onda più grossa.
Lo dirò comunquedovesse anche sommergerci completamente nel ridicolo e nell'infamiacome un'onda che scoppia
in una fragorosa risata. Fa' dunque attenzione a quello che sto per dire».
«Parla»mi invitò.
«Se nelle città»dissi«i filosofi non diventeranno re o quelli che ora sono detti re e sovrani non praticheranno la
filosofia in modo genuino e adeguatoe potere politico e filosofia non verranno a coinciderecon la necessaria esclusione
di quelli che in gran numero ora si dedicano separatamente all'una o all'altra attivitàle città non avranno tregua dai mali
Glauconee neppurecredoil genere umanoe prima di quel momento non potrà mai mettere le radici nel mondo del
possibile e vedere la luce del sole questa costituzione che ora abbiamo delineato teoricamente. (19) Ecco ciò che da tempo
mi rende restio a parlarevedere quanto le mie parole vadano a cozzare contro l'opinione comune; in effetti è difficile
comprendere che nessun'altra città può essere felicenella vita privata come in quella pubblica».
E lui replicò: «Che paroleche discorso ci hai scagliato addossoSocrate! E per il solo fatto di aver parlatosta' sicuro
che ora moltissimie non i più viligettate qui su due piedi le vestiimbracceranno nudi la prima arma che a ciascuno
capita a tiro e correranno a tutta forza contro di te per combinartene delle belle! E se non li terrai a bada con il tuo
discorso e non riuscirai a fuggirlite la faranno davvero pagare con il loro dileggio».
Platone La Repubblica

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«E la colpa di ciò che mi accade»dissi«non è forse la tua?» «E ho ragione a farlo»rispose. «Ma non ti tradiròanzi
ti difenderò con i mezzi che ho a disposizionecioè con l'affetto e con l'incoraggiamentoe forse potrò darti risposte più
appropriate di un altro. Contando su questo aiutocerca di dimostrare agli increduli che le cose stanno come dici tu».
«Devo provarcidato che anche tu mi offri un'alleanza così grande.
Perciò mi sembra necessariose mai dobbiamo scampare alle persone di cui parlispiegare loro chi intendiamo per
filosofi quando osiamo dire che devono governare; cosìuna volta chiarito questo puntopotremo difenderci mostrando
che agli uni spetta per natura di dedicarsi alla filosofia e governare la cittàagli altri di non praticare la filosofia e seguire
chi li guida».
«è tempo che tu lo spieghi!»esclamò.
«Su alloraseguimi per questa viae vediamo di trovare una spiegazione soddisfacente».
«Avanti»disse.
«Devo rammentarti io»domandai«o ricordi già da te chequando si dice di amare qualcosaperché l'affermazione
sia corretta deve risultare che non la si ama solo in partema tutta quanta?» «C'è bisogno che tu me lo ricordia quanto
pareperché non l'ho bene in mente».
«Le tue parole»replicai«potevano addirsi a un altro; ma a un uomo incline all'amore non si addice dimenticare che
tutti i giovani nel fiore dell'età in certo qual modo mordono e agitano il cuore di chi ama i ragazzi e ha un temperamento
amorosoperché gli sembrano degni delle sue cure e del suo affetto. Non fate così con i bei ragazzi? Chi ha il naso
camusolo loderete chiamandolo piacentechi ha il naso aquilino dite che è regalequello che rappresenta una via di
mezzo tra i due è perfettamente proporzionatoi ragazzi dalla pelle scura sono viriliquelli dalla carnagione bianca sono
figli degli dèi; e l'espressione "dal colore del miele"da chi altri credi sia stata creatase non da un amante che usa i
vezzeggiativi e sopporta facilmente il colorito pallido dell'amatopurché sia nel fiore dell'età? In poche paroleaccampate
ogni genere di pretesto e non fate economia di parolepur di non rifiutare nessun fanciullo nel fiore degli anni».
«Se alludi a me»rispose«dicendo che gli innamorati si comportano cosìlo ammettoma solo nell'interesse della
discussione».
«E non vedi»continuai«che gli amanti del vino fanno la stessa cosa e trovano qualsiasi pretesto per apprezzare ogni
genere di vino?» «Certo».
«E vedi senz'altropensoche gli ambiziosise non possono essere strateghicomandano una trittia(20) e se non
riescono a ricevere onori da persone più importanti e autorevolisi accontentano di riceverli da uomini inferiori e
mediocriperché sono avidi di onore comunque».
«Senza alcun dubbio».
«Ora rispondi sì o no: quando uno desidera qualcosadiremo che la desidera interamente o solo in parte?»
«Interamente»rispose.
«Allora diremo che anche il filosofo non desidera solo una parte della sapienzama la sapienza tutta intera?»
«Giusto».
«Ma chi ha ripugnanza verso l'apprendimentospecialmente se è giovane e non sa ancora discernere ciò che è buono e
ciò che non lo ènon lo definiremo amante della cultura e del saperecome di chi fa il difficile coi cibi diciamo che non
ha fame e non desidera mangiaree non è un ghiottonebensì uno schifiltoso».
«E avremo ben ragione di dirlo!».
«Chi invece si dimostra pronto a gustare ogni dottrina e si dedica con gioia all'apprendimento senza mai saziarsenelo
chiameremo a buon diritto filosofo; o no?» E Glaucone rispose: «Allora le persone così saranno numerose e strane! Mi
sembra che tutti gli amanti degli spettacoli appartengano a questa categoriaperché provano diletto a impararee sarebbe
molto strano collocare tra i filosofi gli amanti delle recitei qualise dipendesse da loronon vorrebbero assistere a
discorsi e conversazioni come la nostrama quasi avessero dato le orecchie in affitto corrono in giro per le Dionisie (21)
ad ascoltare tutti i corisenza mancare né a quelle urbane né a quelle rurali! Chiameremo dunque filosofi tutti questi
individuie altri dediti all'apprendimento di cose simili e delle arti più meschine?» «Nient'affatto»dissi: «costoro sono
soltanto simili ai filosofi».
«E quali sonosecondo tei veri filosofi?»chiese.
«Quelli che amano contemplare la verità»risposi.
«Questo va bene»continuò. «Ma che cosa intendi dire?» «Non è affatto facile spiegarlo ad altri; credo però che tu
sarai d'accordo con me su questo punto».
«Quale?» «Dal momento che il bello è il contrario del bruttoessi sono due entità».
«Come no?» «Ed essendo dueognuna di esse è un'entità distinta?» «Va bene anche questo».
«E lo stesso discorso vale per il giustol'ingiustoil beneil male e tutte le idee: sono tutte entità a sé stantima
comparendo in ogni luogo e mescolandosi alle azioniai corpi e tra di lorociascuna di esse appare come molteplice».
(22) «Hai ragione»disse.
«In questo senso»proseguii«distinguo gli amanti degli spettacolidelle arti e delle attivita cui accennavi poc'anzi da
coloro di cui stiamo parlando oragli unici che si possono chiamare a buon diritto filosofi».
«Che cosa vuoi dire?»domandò.
«Gli amanti delle recite e degli spettacoli»spiegai«apprezzano le belle vocii bei colorile belle forme e tutto ciò
che viene prodotto con questi elementima il loro animo è incapace di vedere e apprezzare la natura del bello in sé».
«è proprio così »disse.
Platone La Repubblica

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«E non saranno rari coloro che riescono a giungere al bello in sé e a vederlo nella sua essenza?» «E come!».
«Chi dunque riconosce l'esistenza di cose bellema non del bello in sée non è capace di seguire chi lo guida verso la
sua conoscenzati sembra che viva in uno stato di sogno o di veglia? Rifletti su questo punto. Sognare non vuol dire forse
che unosia nel sonno sia da sveglioconsidera due cose che si assomigliano non solo simili tra loroma addirittura la
stessa cosa?» «Sì »rispose«direi che una persona in questo stato stia sognando».
«E chial contrario di costorocrede nell'esistenza del bello in sé ed è in grado di scorgere sia la sua essenza sia le
cose che ne sono partecipisenza confondere queste con l'essenza e l'essenza con questeti pare viva in uno stato di veglia
o di sogno?» «Di vegliasenza dubbio»rispose.
«Avremmo quindi ragione a definire conoscenza il suo pensieroin quanto conoscee opinione il pensiero di
quell'altroin quanto fondato sull'opinare?» «Senz'altro».
«E se l'uomo al quale attribuiamo l'opinarema non il conosceresi adirasse con noi e ci accusasse di non dire il vero?
Saremo in grado di calmarlo e di convincerlo con le buonenascondendogli il fatto che non è sano di mente?» «Bisogna
farlo!»esclamò.
«Su alloravedi un po' quali argomenti troveremo per lui. Oppureassicurandogli che non gli invidieremmo ciò che
eventualmente saanzi saremmo lieti di constatarlovuoi che gli poniamo la seguente domanda: "Coraggiodicci questo:
chi conosceconosce qualcosa o non conosce nulla?" Surispondimi tu per lui!».
«Risponderò che conosce qualcosa».
«Un qualcosa che esiste o che non esiste?» «Che esiste: come si può conoscere un qualcosa che non esiste?»
«Possiamo ora dare per certo questo puntodovessimo anche riesaminarlo più volte: ciò che esiste compiutamente è
compiutamente conoscibileciò che non esiste è del tutto inconoscibile?» «è assolutamente certo».
«Va bene. Ma se qualcosa è tale da essere e non esserenon si troverà a metà strada tra l'essere puro e il non essere
assoluto?» «A metà stradasì ».
«Se dunque all'essere si applica la conoscenzae di conseguenza al non essere l'inconoscibilitàper questa entità
intermedia non bisogna cercare qualcosa di intermedio tra ignoranza e scienzase mai esiste qualcosa di simile?»
«Certamente».
«Oranoi diciamo che l'opinione è qualcosa?» «Come no?» «Dotata di una facoltà diversa rispetto alla scienzao
uguale a essa?» «Diversa».
«Quindi l'opinione è destinata a una cosa e la scienza a un'altraciascuna secondo la propria facoltà».
«Appunto».
«E la scienza non si riferisce per sua natura all'esserealla conoscenza di come l'essere è? Tuttavia mi sembra
necessario fare prima questa distinzione».
«Quale?» «Definiremo le facoltà una specie di entiche permettono a noi e a qualsiasi altro soggetto dotato di attività
propria di avere i poteri che abbiamo; ad esempiodico che rientrano nelle facoltà la vista e l'uditose comprendi che cosa
intendo per specie».
«Sìcomprendo»disse.
«Ascolta dunque qual è il mio parere in proposito. In una facoltà io non vedo né colorené formané alcuna delle
caratteristiche presenti in molti altri oggetti la cui osservazione mi consenteper quanto sta in medi distinguerli gli uni
dagli altri; in una facoltà io considero soltanto l'oggetto cui si riferisce e l'effetto che producee con questo criterio ho
dato un nome a ciascuna facoltàdefinendo identica quella che si riferisce allo stesso oggetto e produce lo stesso effetto
diversa quella che si riferisce a un oggetto diverso e produce un effetto diverso. E tu? Come procedi?» «Così »rispose.
«Torniamo dunque alla nostra questionecarissimo»proseguii.
«Pensi che la scienza sia in sé una facoltào la collochi in un'altra categoria?» «In questa»rispose«anzi la considero
la più forte di tutte le facoltà».
«E l'opinione la collocheremo tra le facoltà o in un'altra categoria?» «In nessun'altra!»esclamò. «Ciò che ci permette
di congetturarenon è altro che opinione».
«Ma poco fa convenivi che scienza e opinione non sono la stessa cosa».
«Già»rispose«come potrebbe una persona assennata fare un tutt'uno di ciò che è infallibile e di ciò che non lo è?»
«Bene»dissi: «siamo chiaramente d'accordo che l'opinione è diversa dalla scienza».
«Sìdiversa».
«Quindi entrambeessendo dotate di facoltà diversesi riferiscono per loro natura a cose diverse?» «Per forza».
«La scienza ha per oggetto l'esserecioè la conoscenza di come l'essere è?» «Sì ».
«L'opinione invecediciamo noiha per oggetto l'opinare?» «Sì ».
«Conosce forse lo stesso oggetto della scienza? E la stessa cosa sarà conoscibile e opinabile insieme? O ciò è
impossibile?» «è impossibile»rispose«in base a ciò che si è convenuto. Se ogni facoltà riguarda un oggetto diversoe
l'opinione e la scienza sono entrambe facoltàdiverse l'una dall'altracome stiamo dicendone consegue che la stessa cosa
non può essere conoscibile e opinabile insieme».
«Se quindi l'essere è conoscibileciò che è opinabile sarà altra cosa dall'essere?» «Sìaltra cosa».
«E l'opinare ha come oggetto il non essere? O il non essere non si può neanche opinare? Pensaci. Chi opina non
riferisce la sua opinione a qualcosa? O è possibile sì opinarema opinare il nulla?» «Impossibile».
«Quindichi opinaopina un qualcosa?» «Sì ».
«Ma a rigore il non essere non si può definire un qualcosabensì un nulla?» «Certamente».
Platone La Repubblica

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«Al non essere abbiamo necessariamente assegnato l'ignoranzaall'essere la conoscenza?» «Giusto»rispose.
«Perciò non esiste opinione né dell'essere né del non essere?» «No di certo».
«Quindi l'opinione non sarà né ignoranza né conoscenza?» «Pare di no».
«Allora essa è al di fuori di questi due terminiin quanto supera la conoscenza in chiarezza e l'ignoranza in oscurità?»
«Non è né l'una né l'altra cosa».
«Ma allora»domandai«ti sembra che l'opinione sia qualcosa di più buio della conoscenza e di più luminoso
dell'ignoranza?» «Altro che!»esclamò.
«E si trova tra l'una e l'altra?» «Sì ».
«Quindi l'opinione sarà una via di mezzo tra esse».
«Proprio così ».
«Ebbeneprima non abbiamo detto chese qualcosa si rivelasse nello stesso tempo essere e non essereessa si
troverebbe a metà tra il puro essere e il non essere assolutoe di ciò non esisterà né scienza né ignoranzama quella che è
apparsa una via di mezzo tra ignoranza e scienza?» «Giusto».
«E la via di mezzo tra esse non è risultata quella che chiamiamo opinione?» «è risultata questa».
«A quanto sembraci resterebbe da scoprire ciò che partecipa di entrambidell'essere e del non esseree che a rigore
di termini non si può chiamare in senso assoluto né con l'uno né con l'altro nome; cosìse verrà alla lucelo reputeremo a
buon diritto l'oggetto dell'opinioneassegnando gli estremi agli estremii medi ai medi. Non è così ?» «è così ».
«Sulla base di queste premessediròmi risponda il grand'uomo che non crede all'esistenza di un bello in sé e di
un'idea sempre immutabile del bello in séma crede alla molteplicità delle cose bellelui che ama gli spettacoli e non
sopporta in nessun modo di sentirsi dire che uno solo è il belloil giusto e così via.
"Carissimo"gli diremo"tra questa molteplicità di cose belle ce n'è forse una sola che non appaia brutta? E tra quelle
giusteuna che non appaia ingiusta? E tra quelle pieuna che non appaia empia.» «No»rispose«anzi è inevitabile che
appaiano in una certa misura belle e brutte; lo stesso vale per le altre domande».
«E le molte cose doppie? Possono forse apparire mezze meno che doppie?» «Per nulla».
«E le cose grandi e piccoleleggere e pesantisaranno designate con il nome che noi diamo loro più che con quello
contrario?» «No»rispose«ma ciascuna di esse li assumerà entrambi».
«E la rispondenza di ciascuna di queste molteplici cose al nome con cui la si designa è superiore alla non
rispondenza?» «Questa domanda»rispose«somiglia a quelle battute a doppio senso che si fanno nei banchetti e
all'indovinello dei ragazzi sull'eunuco e sul colpo tirato al pipistrelloin cui si chiede in modo ambiguo con quale oggetto
e dove lo colpisce.(23) Anche le tue affermazioni sono ambivalentie per nessuna di esse si può avere la nozione sicura
che è o non èo che è l'una e l'altra cosa insiemeo nessuna delle due».
«Sai dunque come trattarle»domandai«o quale posto migliore potrai trovare per loro di quello intermedio tra l'essere
e il non essere? Infatti non appariranno né più oscure del non essere in relazione a un grado maggiore di non esserené
più luminose dell'essere in relazione a un grado maggiore di essere».
«Verissimo»disse.
«Abbiamo quindi scopertoa quanto pareche le molteplici credenze del volgo sul bello e su tutto il resto ruotano a
metà strada tra il non essere e l'essere puro».
«L'abbiamo scoperto».
«Prima però abbiamo convenuto chese fosse risultato un qualcosa del generelo si sarebbe dovuto chiamare
opinabilenon conoscibileperché con questa facoltà intermedia si coglie ciò che vaga nella zona intermedia».
«L'abbiamo convenuto».
«Perciò chi contempla molte cose bellema non vede il bello in sé e non è capace di seguire chi lo guida verso di esso
e contempla molte cose giuste ma non il giusto in sée così viadiremo che ha un'opinione su ogni cosama non conosce
nulla di quello che opina».
«è inevitabile»disse.
«Ma chi contempla ciascuna di queste realtà uguali a se stesse e immutabili? Non diremo che conosce e non opina?»
«Anche questo è inevitabile».
«Diremo quindi che questi abbracciano e amano ciò di cui esiste conoscenzaquegli altri ciò di cui esiste opinione?
Non ricordiamo di aver affermato che essi amano e contemplano le belle vocii bei colori e così viama non ammettono
neppure il bello in sé come entità reale?» «Ce ne ricordiamo».
«Sbaglieremo dunque a chiamarli amanti dell'opinione anziché del sapere? E si adireranno violentemente con noise
diremo così ?» «Nose mi daranno retta»rispose: «non è lecito adirarsi con la verità».
«Bisogna invece chiamare amanti del saperenon dell'opinionecoloro che abbracciano l'essenza di ciascuna realtà?»
«Precisamente».
NOTE: 1) Espressione proverbiaie che può avere due significati: dedicarsi ad attività piacevoli ma inutilioppure darsi
un gran da fare senza concludere nulla.
2) Adrastea (letteralmente 'l'inevitabile') appare qui come una divinità vendicatrice affine a Nemesi; Socrate infatti la
invoca perché teme che possa punire chi parla con superbia. Nel Fedro (248c) personifica il destino cui devono sottostare
ie anime che si reincarnano.
3) Cfr. Erodotolibro 1103; Tucididelibro 165. Platone giudicherà invece questa usanza più severamente nelle
Leggi (libro 1 636b).
Platone La Repubblica

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4) Come avvenne al leggendario poeta Arione: questigettatosi in mare per sfuggire ai marinai che volevano ucciderlo
per derubarlofu salvato da un delfinoche lo prese sul dorso e lo depositò incolume sulla terraferma.
5) Il testo tràdito è probabiimente corrotto; accogliamo nella traduzione la congettura di Adam.
6) Pindaroframmento 197 Bowra = 209 Snell-Maehlerliberamente adattato al contesto.
7) Per gli Ateniesi le nozze sacre erano quelle tra Zeus ed Era. Platone vuole abolire non l'istituto del matrimonioma
la famigliaperché secondo lui la città idealecon la pratica del comunismodev'essere un'unica grande comunità
familiare.
8) La sacerdotessa di Apollo a Delfi. Sul rapporto di Platone con il culto delficocfr. libro 4427c.
9) L'intero passo contiene una chiara allusione alla mania dei processi che imperversava ad Atene.
10) Adimanto; cfr. libro 4419a.
11) EsiodoOpera et dies 40. Questa massima contiene nella sua enigmaticità un invito ricorrente nella morale greca
alla misura; si può trovare un'affinità con il proverbio "Il meglio è nemico del bene".
12) OmeroIliaslibro 7verso 321adattato al contesto.
13) Ivilibro 8verso 162leggermente variato come il precedente.
14) Cfr. libro 3415a-c; la stirpe d'oro è quella più alta dei guardiani.
15) EsiodoOpera et dies122-123. Anche questi versi contengono leggere varianti rispetto agli originali.
16) Secondo i Greci era naturale asservire i barbariritenuti inferiori per natura; cfr. EuripideIphigenia Aulica1400-
1401; AristotelePolitica1252b9.
17) è incerto se questo dato cronologico sia da riferire al periodo in cui fu scritto il passoocom'è più probabilea
quello in cui è immaginato il dialogo; pertanto è difficile stabilire a quali avvenimenti allude Platone. Si può
ragionevolmente pensare alla guerra di Corintocombattuta da Sparta contro alcune poleis coalizzatetra cui Atene; il
conflittoin cui intervenne anche la Persia dapprima contro Spartapoi al suo fiancosi concluse con la pace di Antalcida
(387 a.C.)umiliante per i Greci e decisamente vantaggiosa per i Persiani.
18) Per i Greci la terza onda era la più pericolosa; l'espressione ha quindi un carattere proverbiale e indica un pericolo
estremo.
19) Questo celebre passo contiene il fulcro della teoria politica esposta nella Repubblicaconsistente nella
conciliazione tra l'esercizio del potere e la conoscenza del bene tramite la filosofia dialettica. Parlando di re Platone vuole
probabilmente riferirsi ai tiranni di Siracusain particolare a Dionesul quale si appuntavano le sue illusorie speranze di
poter tradurre in pratica le sue teorie.
20) In base alla riforma dello Stato ateniese operata da Clistenel'Attica era stata divisa in trenta distrettichiamati
trittiea loro volta riuniti a tre a tre in dieci tribù. Ogni tribù forniva un contingente militarea capo del quale era uno
stratego; i dieci strateghi comandavano a turno l'esercito ateniese in caso di guerra. il contingente di ogni tribù era diviso
in tre parti corrispondenti alle trittieciascuna delle quali era comandata da una sorta di luogotenenteil trittiarco.
21) Le feste in onore di Dionisoparticolarmente sentite in Atticaerano divise in Piccole Dionisie o Dionisie rurali
Dionisie Lenee e Grandi Dionisiele più importanti; le prime due erano celebrate d'invernole Grandi Dionisiedurante le
quali venivano istituiti gli agoni drammaticiin primavera. Nelle Dionisie rurali venivano replicate opere già
rappresentate nelle due feste più importanti o venivano messi in scena spettacoli ditirambici.
22) è il primo accenno alla dottrina delle ideeche già in questa enucleazione appaiono non pure rappresentazioni
mentalima entità dotate di un'esisteuza metafisica propria.
23) Cfr. Ateneolibro 10452c-d. L'indovinello è il seguente: un uomo non uomo (un eunuco)vedendo e non
vedendo (vedendo male) un uccello che sta su un legno non legno (su una canna)gli tira e non gli tira (tira senza
colpirlo) una pietra non pietra (una pietra pomice).
Platone La Repubblica

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REPUBBLICA - LIBRO SESTO
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine di ogni libro)

«Attraverso un lungo discorsoGlaucone»ripresi«è emersa ai nostri occhinon senza faticala differenza tra chi è
filosofo e chi non lo è».
«Perché forse»osservò«con un discorso breve non sarebbe stato facile».
«Non pare»replicai. «Credo comunque che il risultato sarebbe stato ancora migliore se si fosse dovuto parlare solo di
questo argomentosenza dover passare in rassegna tutto il resto per scorgere quale differenza passa tra vita giusta e vita
ingiusta».
«E ora che cosa ci rimane?»domandò.
«Che altro»risposi«se non le logiche conseguenze? Poiché sono filosofi coloro che sanno cogliere ciò che è sempre
immutabilementre non lo sono coloro che vagano nell'infinita varietà del molteplicechi di loro deve essere posto alla
guida dello stato?» «Ma come potremo dare una risposta adeguata a questa domanda?»obiettò.
«Dev'essere nominato guardiano»dissi«chi di loro risulta in grado di custodire le leggi e gli istituti delle città».
«Giusto»assentì .
«E non è forse chiaro»domandai«se debba essere un guardiano cieco o dalla vista acuta a custodire una qualsiasi
cosa?» «E come può non essere chiaro?» «E ti pare ci sia qualche differenza tra i ciechi e quanti davvero sono privi della
conoscenza di ogni singola realtànon hanno nessun modello chiaro nella loro anima e non sanno neppure guardarecome
i pittorialla verità ideale e fare costante riferimento ad essa contemplandola con la massima precisione possibilecosì da
fissarese occorrele norme di quaggiù sul bellosul giusto e sul benecustodendo e preservando quelle già in vigore?»
«Noper Zeusnon c'è molta differenza»rispose.
«Renderemo dunque guardiani costoroo piuttosto quelli che hanno acquisito la conoscenza di ciascuna realtà e non
sono assolutamente inferiori ai primi né per esperienza né in qualche altro aspetto della virtù?» «Sarebbe assurdo
sceglierne altri»rispose«se quanto al resto non presentassero difetti: poiché sarebbero superiori proprio in questo
campoche forse è il più importante».
«Allora dobbiamo dire in che modo le stesse persone potranno avere gli uni e gli altri pregi?» «Certamente».
«Come dicevamo all'inizio di questo discorsobisogna innanzitutto comprendere la loro natura; e credo che quando
avremo raggiunto un accordo sufficiente su di essaconverremo anche che le stesse persone possono avere tutti questi
pregi e che la guida delle città spetta soltanto a loro».
«E come faremo?» «Orasulle nature filosofiche siamo d'accordo su questo punto: esse amano sempre una dottrina
che faccia loro luce su quell'essenza eterna che non erra sotto la vicenda del divenire e della corruzione».
«Riconosciamolo».
«Inoltre»proseguii«l'amano tutta quanta e non rinunciano spontaneamente a nessuna parte di essané piccola né
grandené preziosa né trascurabilecome abbiamo spiegato in precedenza a proposito degli uomini ambiziosi e inclini
all'amore».
«Hai ragione»disse.
«Considera ora se non sia inevitabile che la natura di chi deve essere come noi l'abbiamo descritto abbia quest'altra
caratteristica».
«Quale?» «L'incapacità di mentire e il rifiuto completo di accettare una menzogna volontariaanzi l'odio per essa e
l'amore per la verità».
«Sìè logico»disse.
«Non solo è logicoamicoma anche assolutamente necessario che l'uomo per natura incline all'amore abbia caro tutto
ciò che è affine e familiare all'amato».
«Giusto».
«E si può forse trovare qualcosa di più affine alla sapienza della verità?» «E come?»fece lui.
«Ed è possibile che la stessa natura ami insieme la sapienza e la menzogna?» «Proprio no!».
«Allora chi realmente ama imparare deve sin da giovane tendere con ogni sforzo alla verità».
«Precisamente».
«Ma se i desideri di una persona inclinano fortemente in un sensosappiamo che aspirano alle altre cose più
debolmentecome una corrente deviata in quella direzione».
«Certamente».
«Perciòse i desideri di un individuo si sono rivolti agli studi e ad ogni altra attività del genereessi verterannocredo
sul piacere dell'anima in sé e per sé e trascureranno i piaceri del corpose è filosofo non per fintama per davvero».
«è del tutto inevitabile».
«Quindi un uomo simile è temperante e per nulla avido di guadagnoperché a qualsiasi altropiù che a luisi addice
interessarsi dei motivi per cui si ricercano con molta spesa le ricchezze».
«è così ».
«Bisogna poi esaminare anche questo aspettoquando si vuole distinguere una natura filosofica da una non
filosofica».
«Quale?» «Che essa non celi dentro di sé la meschinitàperché è quanto di più contrario possa esistere a un'anima che
vuole tendere assiduamente all'interezza e alla totalità del mondo divino e umano».
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«Verissimo»disse.
«Credi dunque possibile che l'intelletto in cui alberga la magnanimità e la contemplazione di ogni tempo e di ogni
essere consideri la vita umana qualcosa di importante?» «Impossibile»rispose.
«Quindi un uomo simile non reputerà un male neanche la morte?» «Meno che mai».
«Perciòa quanto pareuna natura vile e meschina non avrà nulla a che vedere con la filosofia».
«Mi sembra di no».
«E l'uomo equilibrato e privo di aviditàdi meschinitàdi vanteriadi viltàpuò mai diventare intrattabile e ingiusto?»
«Non può».
«Nel condurre quindi il tuo esame sull'anima filosofica e non filosoficaosserverai bene se fin dalla giovinezza essa è
giusta e mite oppure asociale e selvatica».
«Sicuro».
«E non tralascerai neanche questopenso».
«Che cosa?» «Se è incline a imparare o no. Ti aspetti forse che un uomo amerebbe davvero una cosase la facesse con
dolore e ottenendo a stento uno scarso risultato?» «Nosarebbe impossibile».
«E se non sapesse ritenere nulla di ciò che impara per la sua assoluta mancanza di memoria? Potrebbe forse non essere
totalmente privo di scienza?» «E come?» «E non credi cheaffaticandosi senza fruttoalla fine sarà indotto a odiare se
stesso e la sua attività?» «Come no?» «Pertanto non annoveriamo mai un'anima obliosa tra quelle veramente filosofiche
ma pretendiamo che sia di buona memoria».
«Assolutamente».
«Ma possiamo dire che un'anima priva di gusto e di decoro non è incline ad altro che alla dismisura».
«Certamente».
«E ritieni che la verità sia affine alla misura o alla dismisura?» «Alla misura».
«Cerchiamo allora un intelletto che per natura annoveri tra le sue doti anche la misura e il decoro: la sua stessa natura
lo condurrà facilmente all'idea di ciascun essere».
«Come no?» «Ti pare forse che le qualità da noi elencate una per una non siano necessarie e conseguenti l'una all'altra
per l'anima che vuole partecipare completamente e perfettamente dell'essere?» «Più che necessariea dire il vero!»
rispose.
«Potrai dunque criticare una simile attivitàche non saprebbe mai esercitare nella maniera conveniente chi non fosse
per natura dotato di memoriaincline all'apprendimentogenerosoeleganteamico e parente della veritàdella giustizia
del coraggiodella temperanza?» «Neppure Momo (1) potrebbe muoverle biasimo!»esclamò.
«E a uomini similiresi perfetti dall'età e dalla culturanon affiderestia loro solila città?» Allora intervenne
Adimanto: «Nessuno potrebbe controbattere a queste tue argomentazioniSocrate. Ma è la condizione in cui ogni volta si
trovano coloro che ascoltano le tue parole: per la loro inesperienza nell'interrogare e nel risponderea ogni piccola
domanda si lasciano sviare un poco dal tuo ragionamentoe quandoalla fine del discorsotutte queste piccole deviazioni
si assommanocredono che il loro errore sia grande e contraddica le premesse iniziali. Come nella dama i giocatori
inesperti vengono chiusi da quelli abili e non sanno più che mossa farecosì anch'essi alla fine restano bloccati e non
sanno più che cosa dire per effetto di quest'altro gioco di damafatto non con le pedine ma con le parole; poichéalmeno
per quanto attiene alla veritàessa non ne ricava nulla di più. Lo dico riferendomi alla questione attuale: ora ti si potrebbe
nspondere che controbattere a parole a ciascuna delle tue domande è impossibilema nei fatti si vede che quanti si
volgono alla filosofia e non se ne discostano da giovani dopo averla praticata al fine di riceverne un'educazionema vi
indugiano troppo a lungodi solito diventano piuttosto straniper non dire del tutto malvagie anche coloro che sembrano
più equilibrati ricavano comunque da questa attività che tu elogi ì l guadagno di essere inutili alla loro città».
Udite queste paroleio replicai. «Secondo te allora chi dice questo è bugiardo?» «Non lo so»rispose«ma ascolterei
volentieri il tuo parere».
«In tal caso ascolterai che a mio giudizio dicono il vero».
«Ma allora»obiettò«come può essere giusto affermare che le città non avranno tregua dai loro mali finché non vi
governeranno i filosofise poi conveniamo che essi sono inutili?» «Alla domanda che mi poni»risposi«bisogna
rispondere con un'immagine».
«Tanto tu non sei abituato a parlare per immaginicredo!»esclamò.
«Bene!»incominciai. «Dopo avermi gettato in un problema così arduo da dimostraremi prendi in giro? Ascolta
dunque l'immaginee vedrai ancora meglio con quanta fatica mi muovo nei paragoni! Il rapporto che le persone più
oneste hanno con la propria città è così difficile da non avere l'ugualema per farne un quadro e prendere le loro difese
bisogna raccogliere molti elementicome i pittorimescolando specie diversedipingono ircocervi(2) e altri animali
simili. Immagina che su molte navi o su una sola accada un fatto di questo genere: (3) da una parte un capitano che supera
per statura e forza fisica tutto l'equipaggioma è un po' sordoha la vista corta ed è provvisto di scarse conoscenze
nautichedall'altra i marinai che litigano tra loro per il governo della navepoiché ciascuno è convinto di dover stare al
timone anche se non ha mai imparato l'arte della navigazione e non è in grado di indicare né il proprio maestro né il
periodo in cui l'ha appresae per giunta sostengono che quest'arte non si può insegnareanzi sono pronti a fare a pezzi chi
dica il contrario. Essi stanno sempre attorno al capitanopregandolo e facendo di tutto perché affidi loro il timonee se
talvolta riescono a persuaderlo altri invece che loroli uccidono o li gettano giù dalla navee dopo aver reso innocuo il
buon capitano con la mandragoracon l'ebbrezza o in qualche altro modosi mettono al comando della nave consumando
Platone La Repubblica

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le provviste e navigano tra bevute e banchetticom'è logico attendersi da persone simili. Inoltre lodano con i nomi di
marinaiotimoniere ed esperto di nautica chi è bravo ad aiutarli nel comando usando sul capitano la persuasione o la
forzamentre biasimano come inutile chi non si comporta in questo modo; e non hanno neanche idea che il vero timoniere
deve preoccuparsi dell'annodelle stagionidel cielodelle stelledei venti e di tutto quanto concerne la sua artese
realmente vuole essere un comandanteanzi sono convinti chesenza sapere né in teoria né in pratica come si guida una
nave a prescindere dal volere della ciurmasia possibile imparare quest'arte nel momento in cui si prende in mano il
timone.(4) Se sulle navi accadessero fatti del generenon pensi che il vero timoniere sarebbe chiamato dall'equipaggio di
navi così combinate acchiappanuvolechiacchierone e inutile?» «Sicuro»rispose Adimanto.
«Pertanto»proseguii«credo che tu non abbia bisogno di analizzare l'immagine per capire che raffigura la
disposizione delle città nei confronti dei filosofima comprenda le mie parole».
«Certamente».
«Prima di tuttoallorainsegna questo paragone a chi si meraviglia che i filosofi non siano onorati nelle città e cerca di
convincerlo che ci sarebbe molto più da meravigliarsi se fossero onorati».
«Glielo insegnerò»disse.
«E aggiungi che tu hai ragione ad affermare che i filosofi più onesti sono inutili al volgo; invitalo tuttavia a incolpare
di tale inutilità chi non si serve di loroanziché le persone oneste. Non è naturale che un timoniere preghi i marinai di
essere governati da lui o che i sapienti vadano alle porte dei ricchie chi ha detto una simile spiritosaggine ha mentito; (5)
la verità è che tocca al malatoricco o povero che siaandare alle porte dei medicicome spetta a chiunque abbia bisogno
di essere governato andare da chi può governarloe non dev'essere il governante a pregare i sudditi di farsi governare da
luise veramente ne traggono un qualche vantaggio. Ma non ti sbaglierai paragonando gli uomini politici attuali ai
marinai di cui abbiamo parlato poco fae quelli che essi chiamano inutili e acchiappanuvole ai veri timonieri».
«Giustissimo»disse.
«Per questi motivi e in queste condizioni non è facile che l'occupazione migliore venga apprezzata da chi è dedito ad
attività opposte.
Ma la calunnia più grande e più forte viene alla filosofia da quelli che la coltivano a parole; sono costoro checome tu
dicispingono l'accusatore della filosofia a sostenere che vi si dedicano per lo più uomini disonestimentre i più onesti
sono inutili. Anch'io ho riconosciuto che la tua affermazione è vera.
Non è così ?» «Sì »rispose.
«Abbiamo quindi spiegato il motivo per cui i filosofi onesti sono inutili?» «Certamente».
«Vuoi che ora spieghiamo il motivo necessario per cui i filosofi sono per lo più malvagie cerchiamo di dimostrarese
ne siamo capaciche neanche di questo è responsabile la filosofia?» «Perfetto!».
«Riprendiamo dunque la discussione richiamando dunque alla memoria il punto in cui abbiamo descritto la natura che
deve avere il futuro uomo onesto e virtuoso. Se ti ricordilo guidava in primo luogo la veritàche egli doveva perseguire
in tutto e per tuttoaltrimenti sarebbe stato un millantatore che non partecipava affatto della vera filosofia».
«In effetti abbiamo detto così ».
«Ma questo elemento non è quanto mai contrario all'opinione corrente sul filosofo?» «E come!»esclamò.
«E non sarà giusto dire a sua difesa che chi realmente ama imparare è per natura proteso verso l'essere e non indugia
su ciascuno dei molteplici oggetti cui l'opinione attribuisce l'esistenzama procede senza incertezze e non desiste dal suo
amore prima di aver colto la natura di ogni singola realtà in sé con quella parte dell'anima cui spetta coglierlae le spetta
in quanto affine ad essa? E dopo essersi accostato e unito al vero esseree aver generato l'intelletto e la veritàconosce
vive e si nutre veramentee solo cosìnon primaha termine il suo travaglio?»(6) «Sarebbe la difesa più giusta»rispose.
«E sarà proprio di un uomo simile amare la menzognao al contrario odiarla?» «Odiarla»rispose.
«Quindi non possiamo mai direcredoche quando la verità fa da guida è seguita da un coro di vizi».
«E come potremmo?» «Bensì da un carattere sano e giustocui si accompagna anche la temperanza».
«Va bene»disse.
«E che bisogno c'è di tornare daccapo7 e schierare il resto del coro che segue la natura filosofica? Ti ricordi senz'altro
che le doti di questi uomini sono risultate il coraggiola magnanimitàla facilità ad apprenderela memoria. Hai obiettato
che chiunque sarebbe costretto a convenire con le nostre affermazionima se le mettesse da parte e guardasse a coloro di
cui stiamo parlandodirebbe di vederne alcuni inutilialtriche sono i piùrotti a ogni vizio; esaminando il motivo di
questa accusa ora siamo arrivati a chiederci perché i più sono malvagie a tale scopo abbiamo rievocato la natura dei veri
filosofi e l'abbiamo di necessità definita».
«è così »disse.
«Bisogna dunque osservare»proseguii«la degenerazione di questa naturacome si corrompe in molti e si salva solo
in pochiche vengono appunto chiamati non malvagima inutili; successivamente dobbiamo considerare quale natura
hanno le anime che imitano la natura filosofica e ne usurpano il compitoe per il fatto di dedicarsi a un'occupazione non
appropriata e superiore alle loro forze sbagliano ripetutamente e diffondono ovunque e tra tutti quell'opinione della
filosofia che tu dici».
«Di quale corruzione parli?»domandò.
«Cercherò di spiegartelo come sono capace»risposi. «Chiunquepensoconverrà con noi che tale naturafornita dì
tutte le vì rtù che le abbiamo assegnato poco fa e che le occorrono per diventare perfettamente filosoficanasce raramente
tra gli uomini e la possiedono in pochi. Non credi?» «Ma certo!» «E tra questi pochi guarda quante grandi rovine!».
Platone La Repubblica

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«Quali?» «La cosa più sorprendente a udirsi è che ciascuna delle virtù da noi celebrate in quella natura rovina l'anima
che la possiede e la distrae dalla filosofia. Parlo del coraggiodella temperanza e di tutte le altre che abbiamo elencato».
«è sorprendente a udirsi»ammise.
«Ma oltre a ciò»continuai«la rovinano e la distraggono tutti i cosiddetti beni: la bellezzala ricchezzala forza
fisicauna parentela potente nella città e ogni altra cosa affine a queste. Puoi ben immaginare di che cosa sto parlando».
«Ho capito»disse«e ascolterei volentieri una spiegazione più precisa».
«Cerca dunque di afferrare bene la questione nel suo complesso»proseguii«e ti risulterà chiaracosì come non ti
sembrerà strano il discorso precedente a questo proposito».
«Insommacosa vuoi che faccia?»domandò.
«Sappiamo»risposi«che ogni seme o pollonesia di vegetali sia di esseri viventise non fruisce del nutrimentodella
stagione e del luogo appropriatiquanto più è vigorosotanto più manca di ciò che gli occorreperché il male è più
contrario al bene che a ciò che non è bene».
«Come no?» «Quindi è logicocredoche la natura migliorese è nutrita in maniera poco appropriatariesca peggiore
di una mediocre».
«è logico».
«AlloraAdimanto»domandai«dobbiamo dire che anche le anime naturalmente più dotatese ricevono una cattiva
educazionediventano straordinariamente malvagie? O pensi che le grandi ingiustizie e la malvagità pura provengano da
una natura mediocre anziché da una vigorosa rovinata dall'educazionee che una natura debole non sarà mai causa né di
grandi beni né di grandi mali?» «No»rispose«è come dici tu».
«Perciò la natura che abbiamo definito filosoficase ricevecredol'educazione appropriatacrescendo giunge
necessariamente a ogni virtù; ma se sarà seminata e piantata in un terreno non appropriatoda cui trarrà il suo alimento
risulterà del tutto oppostaa meno che un dio non capiti in suo aiuto. O pensi anche tucome il volgoche alcuni giovani
siano corrotti dai sofistiin particolare da certi sofisti che agiscono nella sfera privatail che merita attenzione? Ma non
sono proprio quelli che parlano così i più grandi sofisticapaci di educare nel modo più compiuto e di plasmare come
vogliono giovanivecchiuomini e donne?» «E quando mai?»chiese.
«Quando»risposi«molte personeche siedono tutte assieme in assemblea o nei tribunali o nei teatri o negli
accampamenti o in qualche altra adunanza di popoloin parte biasimanoin parte approvano con molto rumore ciò che
viene detto o fattoin entrambi i casi in modo esageratogridando e pestando i piedie oltre a loro le rocce e il luogo in
cui si trovano raddoppiano con l'eco il rumore del biasimo o della lode. In una situazione del generecome si suol dire
quale cuore pensi che abbia il giovane? O quale educazione privata resisterà in lui senza essere sommersa da un tale
biasimo o una tale lode e trascinata dalla corrente dovunque la porticoncordando pienamente con queste persone su ciò
che è bello e brutto e acquistandone abitudinì e carattere?»(8) «è assolutamente inevitabileSocrate»disse.
«Eppure»ripresi«non abbiamo ancora parlato della costrizione più forte».
«Quale?»domandò.
«Quella che tali educatori e sofisti aggiungono coi fattiquando non riescono a persuadere con le parole. Non lo sai
che puniscono che non si lascia persuadere da loro con la perdita dei diritti civilicon le pene pecuniarie e con la morte?»
«Certo che lo so!».
«Quale altro sofista dunque o quali discorsi privati credi che potranno opporsi con successo a costoro?» «Credo
nessuno»rispose.
«No davvero»aggiunsi«anzi il solo tentativo sarebbe una grande follia. Non esistenon è mai esistito e temo non
esisterà mai un carattere diversoche abbia ricevuto un'educazione alla virtù contraria a quella propugnata da costoro;
intendo un carattere umanoamicoperché secondo il proverbio facciamo eccezione per uno divino. Occorre infatti essere
ben consapevoli che in un simile regime politicoqualunque cosa si salvi e proceda per il verso giustosi può ben dire che
si salva per volontà di un dio».
«Anch'io non la penso diversamente»disse.
«Allora»ripresi«vedi di essere d'accordo anche su questo punto».
«Quale?» «Ciascuno di quei cittadini privati che si fanno pagaree che costoro chiamano sofisti e considerano rivali
nell'arteinsegna gli stessi princì pi professati dal volgo quando si riunisce in assemblea; solo che il volgo li spaccia per
sapienza. è come se uno avesse compreso gli impulsi e i desideri di un animale da lui allevato grande e forte e sapesse
come bisogna avvicinarsi a lui e quando e per quali motivi diventa più irascibile o più mitequali suoni è solito emettere a
seconda delle circostanzee qualise proferiti da altrilo ammansiscono e lo irritano; e tutte queste conoscenzeapprese
grazie a una lunga dimestichezzale chiamasse sapienza e si volgesse a insegnarle quasi avesse istituito un'artepur non
avendo in verità la minima idea di che cosa in questi pensieri e desideri sia bello o bruttobuono o cattivogiusto o
ingiustoma attribuisse tutti questi nomi in base alle opininioni di quel grosso animaledefinendo bene ciò per cui prova
piaceremale ciò per cui si adirae non sapesse trovare altra giustificazione che il fatto di ritenere giusto e bello ciò che è
necessariosenza aver visto e senza essere in grado di dimostrare ad altri quanto in realtà differiscano la natura del
necessario e quella del bene.
Un uomo simileper Zeusnon ti sembrerebbe un educatore ben strano?» «Certo»rispose.
«E ti sembra che ci sia qualche differenza tra costui e chi giudica sapienza l'aver capito ciò che provoca l'ira e il
piacere del volgo d'ogni specie riunito in assembleasi tratti della pitturadella musica o della politica? Chi entra in
relazione con il volgo e gli offre un componimento poetico o un'altra opera d'arte o un servigio pubblicosi mette alla sua
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mercé più del dovuto e la cosiddetta necessità Diomedea (9) lo costringe a fare ciò che piace alla massa; ma che ciò sia
veramente buono e bellohai mai sentito uno di loro spiegarlo in una maniera che non fosse ridicola?» «Noe credo che
non lo sentirò mai»rispose.
«Ora che hai compreso tutto ciòrichiama alla mente un'altra questione: il volgo potrà mai riconoscere che esiste il
bello in sé ma non la molteplicità delle cose belleoppure ogni singola realtà in sé e non la molteplicità dei singoli
oggetti?» «Meno che mai»rispose.
«Quindi»feci io«è impossibile che il volgo sia filosofo».
«Impossibile».
«Perciò chi si dedica alla filosofia è inevitabile che venga da esso biasimato».
«è inevitabile».
«Così come da questi privati cittadini che si mescolano alla massa col desiderio di compiacerla».
«è ovvio».
«Allora quale possibilità di salvezza vedi per una natura filosoficatale da consentirle di perseverare sino alla fine
nella sua occupazione? Riflettici partendo dalle nostre premesse: abbiamo convenuto che sono proprie di questa natura la
facilità ad apprenderela memoriail coraggio e la magnanimità».
«Sì ».
«E un simile individuo non sarà sin dalla fanciullezza primo tra tutti i coetaneisoprattutto se il suo corpo crescerà in
modo corrispondente all'anima?» «Come può non essere così ?»disse.
«Quando poi sarà divenuto adultoi familiari e i concittadini vorranno servirsi di luicredoper i propri affari».
«Come no?» «Perciò gli renderanno omaggio con preghiere e onoricaptando e adulando in anticipo la sua potenza
futura».
«Sìdi solito accade questo»disse.
«Ma cosa credi che farà»domandai«un uomo simile in mezzo a gente similetanto più se ha la ventura di abitare in
una grande città in cui gode di ricchezza e nobili natalie per giunta è bello e prestante? Non si riempirà di una speranza
folleritenendosi capace di gestire gli affari sia dei Greci sia dei barbarie per questo non si leverà in altogonfio di boria
e di vuota arroganza senza criterio?» «E come!»esclamò.
«Trovandosi dunque in queste condizionise qualcuno gli si avvicina e gli dice tranquillamente la veritàcioè che in
lui manca il senno di cui ha bisogno e che non lo può acquistare se non lavora come uno schiavo per guadagnarselocredi
che sia disposto ad ascoltarloin mezzo a vizi tanto grandi?» «Tutt'altro»rispose.
«Supponiamo invece»dissi«che grazie alla sua buona disposizione naturale e alla familiarità coi discorsi si renda
conto in qualche modo del proprio stato e cambi direzionelasciandosi trascinare alla filosofia: come reagirannosecondo
noicoloro che pensano di perdere la sua utilità e la sua compagnia? Non ricorreranno a ogni mezzocon le parole e con i
fattiperché non si lasci persuadere e perché il suo consigliere fallisca nel suo intentocongiurando in privato e intentando
processi in pubblico?» (10) «è assolutamente inevitabile»rispose.
«E un individuo simile potrà mai diventare filosofo?» «No di certo».
«Vedi dunque»dissi«che non avevamo torto ad affermare che gli stessi elementi costitutivi della natura filosoficain
presenza di una cattiva educazionesono in qualche misura responsabili del traviamento da questa occupazione al pari dei
cosiddetti beniossia le ricchezze e tutti gli altri vantaggi di questo tipo?» «Sì »rispose«avevamo ragione».
«Mirabile amico»continuai«questa è la rovinae tanta e tale è la corruzione della natura meglio disposta
all'occupazione migliorenatura rara del restoin base a quanto abbiamo affermato.
Tra questi uomini nascono sia coloro che arrecano alle città e ai privati cittadini i più grandi malisia coloro che
arrecano i più grandi beneficise per caso la corrente li porta in questa direzione; invece una natura meschina non fa mai
nulla di grande a nessunoné a un privato né a una città».
«Verissimo»disse lui.
«E proprio questi uominiche dovrebbero nutrire una particolare inclinazione per la filosofiase ne discostano
lasciandola sola e incompiuta e vivono un'esistenza falsa che non si addice loromentre altre persone indegnegettandosi
sulla filosofia come se fosse orfana dei suoi parentila disonorano e le procurano quelle critiche checome dici anche tu
le rivolgono i suoi detrattoriossia che alcuni dei suoi seguaci non valgono nullai più sono degni di molti castighi».
«In effetti è quel che si dice»confermò.
«Ed è ovvio che lo si dica»proseguii. «Perché altri omiciattolivedendo che questo territorio si è liberato ed è pieno
di bei nomi e di decoro esterioresaltano allegramente dalle arti alla filosofiacome quelli che dalle prigioni si rifugiano
nei templi; e sono proprio le persone più abili nel loro mestieruccio. Infatti la filosofiapur ridotta in questo stato
conserva ancora un prestigio più alto rispetto alle altre arti; ed è proprio ciò cui aspirano molti individui con poche doti
naturalimutilati fisicamente dalle arti e dai mestierie nello stesso tempo distrutti e snervati nell'anima dai lavori
manuali. Non è inevitabile che accada questo?» «E come!»esclamò.
«E nel loro aspetto»domandai«ti pare che differiscano in qualcosa da un fabbro calvo e basso che si è arricchito e
chesciolto di recente dai ceppi e lavato al bagnocinto di una veste nuova e acconciato come uno spososta per maritarsi
con la figlia del padrone a causa della povertà e dell'abbandono in cui ella si trova?» «Non c'è alcuna differenza»rispose.
«E quali figlise non bastardi e deboliè logico che nascano da persone simili?» «è assolutamente inevitabile».
«E quando le persone indegne di ricevere un'educazione si accostano ad essa e la frequentano senza averne diritto
quali pensieri e opinioni potremo dire che partoriscano? Non forse quelli cui veramente si addice il nome di sofismie
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niente di nobile o di attinente a una genuina intelligenza?» «Proprio così »rispose.
«A questo punto»ripresi«i degni seguaci della filosofia restanoAdimantoun'esigua minoranza: un carattere nobile
e ben educatoche è stato colpito dall'esilio e secondo natura ha perseverato in essa per mancanza di corruttorio una
grande anima nata in una piccola cittàche mostra spregio e disinteresse per i pubblici affari; e forse anche un piccolo
numero di individui con buone doti naturaliche potrebbero volgersi alla filosofia per un giusto disprezzo verso un'altra
arte. Inoltre potrebbe essere in grado di trattenerli anche il freno del nostro compagno Teage; (11) tutto il resto ha
congiurato contro di lui per distoglierlo dalla filosofiama la cura del corpo malatoimpedendogli la vita politicave lo
trattiene. Non vale la pena di citare il nostro casocioè il segno demonico(12) poiché in passato pochissimi altrise non
addirittura nessunone ha avuto esperienza. Chi fa parte di questi pochi e ha gustato la dolcezza e la beatitudine di quel
possessovede chiaramente la pazzia del volgo e capisce che nessunoper così direfa qualcosa di sensato in politica e
non c'è un alleato con cui muovere in aiuto del giusto e nel contempo salvarsima si trova nella condizione di un uomo
caduto in mezzo alle belve: se non vuole associarsi all'ingiustizia e non è in grado di opporsi da solo a tutti quei selvaggi
muore prima di giovare in qualche modo alla città o agli amiciinutile a se stesso e agli altri.
Tenendo conto di tutto questo se ne sta tranquillo e cura i propri affaricome un uomo che in una bufera si ripara sotto
un muricciolo dalla polvere e dalla pioggia portata dal ventoe vedendo gli altri pieni di illegalità si accontenta di vivere
la vita di quaggiù puro da ingiustizia e da azioni empie e di uscirne sereno e tranquilloin compagnia di una bella
speranza».
«E andarsene così non sarebbe un risultato da poco!»esclamò.
«Ma neppure il massimo»replicai«se la sorte non gli ha fatto incontrare il regime che merita; perché in questo caso
diventerà ancora più grande e salveràassieme ai propri interessianche quelli comuni. Mi sembra dunque di aver
spiegato a sufficienza il motivo per cui la filosofia è stata ingiustamente calunniataa meno che tu non abbia altro da
aggiungere».
«Non ho altro da aggiungere sull'argomento»disse. «Ma quale delle costituzioni vigentisecondo teè appropriata
alla filosofia?» «Neanche una»risposi«anzi deploro proprio il fatto che nessuna delle forme di governo attuali sia degna
di una natura filosofica; per questo essa si stravolge e si alterae come un seme straniero gettato in una terra non sua di
solito perde le sue proprietà e si trasforma nel seme localeche è più fortecosì anche questa natura ora non conserva la
propria forzama degenera in un carattere a lei estraneo. Se invece troverà la costituzione miglioreconforme alla sua
stessa eccellenzaallora questo carattere rivelerà la sua reale natura divinadi contro al carattere umano delle altre nature
e occupazioni. Ora ovviamente mi chiederai qual è questa costituzione».
«Non hai capito»ribatté. «Non stavo per chiederti questobensì se è la medesima che abbiamo descritto fondando la
città o è un'altra».
«è questa»dissi«tranne che in un punto: già allora era stato detto che nella città sarebbe stata necessaria la presenza
costante di un'autoritàche mantenesse lo stesso principio di governo al quale anche tu ispiravi la tua opera di
legislatore».
«E in effetti era stato detto»confermò.
«Ma il problema non è stato chiarito a sufficienza»ripresi«per paura delle obiezioni con le quali avete provato che la
sua dimostrazione è lunga e difficile; e anche il resto non è assolutamente facile da trattare».
«Che cosa?» «Come una città dovrà servirsi della filosofia per non andare in rovina. Sìperché tutte le grandi imprese
comportano un rischioe come si suol direle cose belle sono realmente ardue».
«Ad ogni modo»fece lui«si concluda la dimostrazione chiarendo questo punto».
«Non sarà la mancanza di volontàa impedircelo»dissi«ma se mai l'incapacità di farlo; e se mi assisteraiconoscerai
il mio zelo.
Guarda fin d'ora con quanto slancio e quanta audacia mi accingo a dire che la città deve attendere allo studio della
filosofia nel modo contrario a quello attuale!».
«Come?» «Quelli che se ne occupano ora»incominciai«sono ragazzi appena usciti dalla fanciullezza e non ancora
dediti al governo della casa e agli affariche appena si accostano alla parte più difficilee con questo intendo la dialettica
subito se ne ritraggono; e pure sono stimati i più esperti nella filosofia. In seguitoanche sespinti da altri che la
coltivanosi degnano di intervenire come ascoltatoricredono di fare chissà che cosaperché la giudicano un'attività da
praticare come passatempo; e quando sono prossimi alla vecchiaia si spengonoad eccezione di pochimolto più del sole
di Eraclito(13) in quanto non si riaccendono più».
«E come bisogna coltivarlainvece?»domandò.
«Tutto al contrario: quando si è fanciulli e ragazzi si deve ricevere un'educazione e una filosofia adatta alla
fanciullezzamentre si deve avere molta cura del corpo nel periodo in cui esso fiorisce e giunge alla virilitàper rendere
un utile servizio alla filosofia. Col procedere dell'etàquando l'anima comincia a maturareoccorre intensificare gli
esercizi che la riguardano; quando poi la forza fisica viene meno e si è fuori dalle attività politiche e militariallora
bisogna pascolare in libertà e non fare nulla se non per passatempose si vuole vivere felicemente e una volta morti
coronare la vita vissuta con un destino corrispondente nell'aldilà».
«Mi sembra»disse«che tu parli veramente con ardoreSocrate; credo però che la maggior parte dei tuoi ascoltatori
in nessun modo persuasasi opporrà con ancora più ardorea cominciare da Trasimaco».
«Non calunniare me e Trasimaco»ribattei«che da poco siamo diventati amici e neanche prima eravamo nemici.
Certo non lasceremo nulla di intentato per convincere lui e gli altri o per fare qualcosa di utile per quell'altra vitaquando
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rinasceranno e si imbatteranno in discorsi come questi». (14) «Una breve scadenza di tempola tua!»esclamò.
«Un nullain confronto all'eternità!»risposi. «Tuttavia non c'è da meravigliarsi che i più non credano a ciò che dico
poiché non hanno mai visto realizzarsi le mie parolema piuttosto certe espressioni artificiosamente combinate le une con
le altree non spontaneamente coincidenti come nel mio caso. (15) Ma un uomo conformato e modellato sulla virtùtanto
in teoria quanto nella praticafino al più alto grado possibile di perfezionenon l'hanno mai visto regnare in un'altra città
come la nostrané uno né più d'uno. O pensi di sì ?» «No di certo».
«E non hanno neppure ascoltato a sufficienzabeato amicodiscorsi belli e nobilicapaci di indagare a fondo e in tutti
i modi il vero per amore della conoscenzatenendosi lontano dalle sottigliezze e dai cavilli eristiciche mirano soltanto
alla fama e alla disputa sia nei processi pubblici sia nelle conversazioni private».
«Non hanno fatto neanche questo»disse.
«Pertanto»continuai«benché prevedessimo e temessimo questosiamo stati spinti dalla verità ad affermare che né
una città né una costituzione né un individuo sarà mai perfetto se prima una necessità fatale non obbligheràvolenti o
nolentiquesti pochi filosofi che ora sono chiamati non malvagima inutilia prendersi cura della cittàe la città ad
obbedire loroo un'ispirazione divina non infonderà nei potenti e nei re attuali o nei loro figli un vero amore per la vera
filosofia. A mio giudizio non ha alcun senso ritenere che non si possa verificare una di queste due eventualità o entrambe
poiché in tal caso noi saremmo giustamente derisi come gente che fa castelli in aria. Non è così ?» «è così ».
«Se dunque nel passato più remoto una necessità ha spinto i sommi filosofi a prendersi cura dello Statoo questo
accade anche ora in qualche paese barbaro lontano dalla nostra vista o accadrà anche in futurosiamo pronti a sostenere
che la costituzione da noi delineata è esistitaesiste ed esisterà quando nella città regna la Musa della filosofia. Non è
impossibile che ciò accadae neppure diciamo cose impossibilima anche noi riconosciamo che è difficile».
«Anch'io la penso così »concordò.
«Ma d'altro canto dirai che il volgo non la pensa così ?»chiesi.
«Forse»rispose.
«Beato amico»ribattei«non accusare troppo il volgo! Queste persone cambieranno idea se tuevitando di litigare
ma consigliandoli e liberandoti dalla calunnia mossa al desiderio di apprendimentoindicherai loro chi sono quelli che
chiami filosofi e definirai come poco fa la loro natura e la loro occupazioneaffinché non credano che tu stia parlando di
quelli che pensano loro.
E anche se questa sarà la loro opinionepotrai dire che cambieranno idea e risponderanno in altro modo. (16) O credi
che una persona priva di invidia e mite si adiri con chi non è irascibile o invidi chi non è invidioso? Quanto a meti
prevengo affermando che secondo me una natura così aspra si trova in pochi individuima non nella massa».
«Anch'io la penso senz'altro come te»disse.
«E non sei d'accordo anche sul fatto chese il volgo è mal disposto verso la filosofiala colpa è di coloro che vi hanno
fatto un'indebita irruzione dall'esternoattaccano briga tra loro scambiandosi ingiurie e pongono sempre questioni
personalisenza curarsi minimamente di ciò che conviene alla filosofia?» «E come!»esclamò.
«SìAdimantoperché chi ha davvero la mente rivolta all'essenza delle cose non ha tempo di guardare in basso alle
faccende degli uomini e di riempirsi d'invidia e di inimicizia contendendo con loro; egli osserva e contempla entità
ordinate e immutabili che non commettono ingiustizie reciprochema sono tutte disposte secondo un ordine razionalele
imita e si conforma il più possibile ad esse. O credi che si possa non imitare ciò a cui ci si avvicina con amore?» «è
impossibile»rispose.
«Pertanto il filosofoavendo dimestichezza con ciò che è divino e ordinatodiventaper quanto è possibile a un uomo
ben regolato e divino; del resto tutti possono offrire motivo per molte calunnie».
«Senza dubbio».
«Se dunque»ripresi«avrà la necessità di adattare le sue visioni sublimi alle abitudini umane e di tradurle in norme
sia private sia pubblicheanziché limitarsi a plasmare se stessocredi forse che diventerà un cattivo artefice di
temperanzagiustizia e di ogni altra virtù sociale?» «Nient'affatto»rispose.
«Ma se la gente si renderà conto che diciamo il vero su di luisi adirerà coi filosofi e non crederà alla nostra
affermazione che la città non potrebbe essere felice se non la disegnassero i pittori che si attengono a un modello divino?»
«Non si adireranno»rispose«se capiranno questo. Ma di quale tipo di disegno stai parlando?» «Prendendo come tavola
del quadro»spiegai«la città e le abitudini umaneper prima cosa la pulirebberoil che non è affatto facile. Comunque tu
sai che si distinguerebbero subito dagli altri perché non vorrebbero occuparsi né di un individuo né di una cittàe neppure
mettere per iscritto delle leggiprima di aver ricevuto pulita questa tavola o di averla pulita essi stessi».
«Ed è giusto»disse.
«E non pensi che subito dopo vi disegnerebbero la figura della costituzione?» «Certamente».
«In seguito credo che eseguirebbero il lavoro guardando frequentemente in entrambe le direzioni: verso ciò che per
natura è giustobellotemperante e così viae verso ciò che potrebbero generare negli uominimescolando e fondendo i
vari modi di vita per ottenere una sembianza umana modellata su quel principio che anche Omeroquando lo vide
realizzato nell'uomochiamò divino e simile agli dèi».(17) «Giusto»disse.
«E credo che ora lo cancellerebberoora tornerebbero a dipingerlo fino a rendere i caratteri umani il più possibile cari
agli dèiper quanto è loro concesso».
«Il dipinto riuscirebbe davvero bellissimo!»esclamò.
«Allora»domandai«possiamo in qualche modo convincere chi si scagliavaa tuo direcontro di noi a tutta forza del
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fatto che un simile pittore di costituzioni è la persona di cui prima tessevamo l'elogio di fronte a lorofacendoli adirare
perché gli affidavamo il governo delle città? Si calmeranno un po'orasentendo questo?» «Anzi molto»rispose«se
sono saggi».
«E che cosa potranno obiettare? Forse che i filosofi non sono amanti dell'essere e della verità?» «Sarebbe davvero
strano»rispose.
«O che la loro naturacome noi l'abbiamo espostanon è affine al principio migliore?» «Neanche questo».
«E allora? Che questa naturatrovate le occupazioni a lei confacentinon sarà perfettamente buona e filosofica
quant'altre mai? O diranno che tali qualità le hanno piuttosto coloro che noi abbiamo escluso?» «No di certo».
«E si adireranno ancora con noise affermeremo che fino a quando la stirpe dei filosofi non diverrà padrona della
cittànon ci sarà tregua dai mali né per la città né per i cittadinie non potrà avere pieno compimento la costituzione che
noi esponiamo in forma di mito?» «Forse s'irriteranno meno»disse.
«Vuoi allora»domandai«che invece della parola "meno" diciamo che sono del tutto ammansiti e persuasiaffinché
concordino con noise non altro per ritegno?» «Certamente»rispose.
«Consideriamoli dunque convinti di questo»dissi. «Ma qualcuno contesterà che non potrebbero nascere figli di re o
di tiranni con un'indole filosofica?» «Nessuno»rispose.
«E si può dire che essipur nascendo talisono inevitabilmente destinati a corrompersi? Anche noi ammettiamo che è
difficile per loro preservarsì integri; ma chi oserà sostenere che in tutto il corso del tempotra tuttinon se ne salvi
neanche uno?» «E come potrà?» «Comunque»ripresi«basta una sola persona che dispone di una città obbediente a
compiere quanto ora è ritenuto incredibile».
«Sìè sufficiente»disse.
«E se un governante»aggiunsi«stabilisce le leggi e le mansioni che abbiamo descrittonon è certo impossibile che i
cittadini siano disposti a metterle in pratica».
«Nient'affatto».
«Ma è poi tanto strano e impossibile che anche altri la pensino come noi?» «Non credo proprio»rispose.
«D'altronde abbiamo già dimostrato a sufficienzacredoche la nostra teoria è ottimapurché sia realizzabile».
«Sìa sufficienza».
«Oraa quanto pareci risulta che il nostro progetto sulla legislazione sia ottimose viene attuatoma difficile da
attuareper quanto non impossibile».
«Sìci risulta questo»disse.
«Ora che la discussione su questo punto è giuntasia pure a faticaal terminenon dobbiamo trattare la parte
rimanentecioè in che modo e su quali cognizioni e attività si formeranno i nostri difensori della costituzionee a quale
età ciascuno di loro si occuperà di ogni singola cosa?» «Sìbisogna parlare di questo»confermò.
«Non è stato saggio da parte mia»dissi«tralasciare nella discussione precedente la difficoltà relativa al possesso
delle donnealla procreazione e all'elezione dei governanti; sapevo che la pura verità è odiosa e molestatuttavia ora è
giunto il momento di parlarne.
La questione delle donne e dei figli ormai è chiusama quella dei governanti bisogna trattarla quasi da capo. Se
ricordiabbiamo detto che essi devono rivelarsi devoti alla città alla prova dei piaceri e dei dolori e non devono rigettare
tale principio né nelle fatiche né nella paura né in altri rivolgimenti; chi ne è incapace va scartatomentre chi esce dalla
prova puro sotto ogni riguardocome oro saggiato al fuocodev'essere eletto governante e ricevere in vita e in morte doni
onorifici e premi. Più o meno questo era ciò che abbiamo detto di sfuggita e in modo velatoper timore di suscitare il
problema che ora ci sta davanti».
«Hai pienamente ragione»disse: «me ne ricordo».
«Mio caro»aggiunsi«prima esitavo a dichiararloora non più: bisogna avere il coraggio di affermare che i più attenti
guardiani devono essere filosofi».
«Diciamolo pure!»esclamò.
«Considera poi che saranno verosimilmente pochiin quanto gli elementi di quella natura checome abbiamo
descrittoessi devono possedere di rado sogliono trovarsi riuniti nello stesso individuoma nascono per lo più separati».
«Che cosa intendi dire?»domandò.
«Tu sai che gli individui pronti a impararedi buona memoriaintelligentiacuti e dotati d'ogni altra virtù conseguente
a questenon sono soliti avere insieme una forza e una grandezza d'animo tali da permettere loro di vivere ordinatamente
nella tranquillità e nella costanzama persone simili si fanno trascinare dall'acutezza d'ingegno dove capita e tutta la loro
fermezza va in fumo».
«Hai ragione»confermò.
«Al contrario questi caratteri costanti e poco volubilisui quali si può riporre una maggiore fiducia e che in guerra non
si lasciano facilmente prendere dalla paurasi comportano allo stesso modo di fronte al sapere: sono lenti a muoversi e
duri ad apprenderequasi fossero intorpiditie quando si deve affrontare una fatica del genere si riempiono di sonno e di
sbadigli».
«è così »disse.
«Ecco perché affermiamo che il nostro governante deve partecipare in buona misura di entrambe le caratteristiche
altrimenti non bisogna conferirgli né la più perfetta educazione né gli onori né il potere».
«Giusto»rispose.
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«E non pensi che ciò accadrà raramente?» «Come no?» «Pertanto bisogna metterlo alla prova nelle fatichenelle paure
e nei piaceri di cui abbiamo fatto menzione primae inoltrecosa che allora avevamo tralasciatoma aggiungiamo adesso
bisogna esercitarlo in molte disciplineosservando se la sua natura saprà reggere alle più cognizioni più importanti o si
perderà d'animocome quelli che si scoraggiano nelle altre prove».
«Sì »disse«occorre fare questa indagine. Ma quali sonosecondo tele cognizioni più importanti?» «Forse»risposi
«ti ricordi chedopo aver distinto tre parti dell'animane abbiamo dedotto che cosa sono rispettivamente la giustiziala
temperanzail coraggio e la sapienza».
«Se non me lo ricordassi»replicò«non avrei il diritto di ascoltare il resto!».
«E ti ricordi anche quanto è stato detto prima?» «Cioè?» «In qualche punto abbiamo affermato che per poter osservare
il meglio possibile quelle virtù si doveva compiere un giro più lungoal cui termine sarebbero apparse in piena lucema
che comunque era possibile connettere le dimostrazioni conseguenti alle nostre premesse. Voi avevate dichiarato che
bastavae così il discorso di allora è stato condottoper mesenza il rigore necessario.
Dovreste essere voi a dire se ne siete rimasti soddisfatti».
«Per me andava bene»disse«e così pareva anche agli altri».
«Tuttaviacaro amico»obiettai«per questioni di tale portata non va assolutamente bene una misura che sia lungi
anche di poco dalla realtàpoiché nulla di imperfetto può essere misura di qualcosa. Ma talvolta ad alcuni sembra che
basti così e che non si debba indagare oltre».
«Certo»disse«questo capita a molti a causa della loro pigrizia».
«Ed è la condizione»aggiunsi«che meno si addice a un guardiano della città e delle leggi».
«è logico»assentì .
«Quindiamico mio»continuai«il nostro uomo deve percorrere la via più lunga e volgere le sue fatiche allo studio
non meno che alla ginnastica; altrimenticome abbiamo detto poco fanon arriverà mai a capo della conoscenza più
importantequella che più di tutte gli si addice».
«E non sono forse queste»domandò«le cognizioni più importantima esiste qualcosa di ancora più grande della
giustizia e delle virtù che abbiamo trattato?» «Sìesiste; e di queste stesse virtù non dobbiamo osservarecome adessoil
semplice abbozzoma occorre non tralasciare la loro più completa esecuzione. O non è forse ridicolo fare ogni sforzo
perché altre cose di poco conto riescano nel modo più preciso e chiaroe non pretendere la massima precisione anche
nelle cose più importanti?» «Certamente»rispose. «Ma credi che ti lasceremo andare senza chiederti qual èa tuo
giudiziola cognizione più importante e a che cosa si riferisce?» «Certo che no»feci io«anzi chiedimelo proprio tu.
D'altronde ne hai sentito parlare non di radoma ora o non fai mente locale o pensi di mettermi in difficoltà con le tue
obiezioni. Io propendo piuttosto per la seconda ipotesiperché hai sentito dire spesso che l'idea del bene è la cognizione
più importantedalla quale il giusto e le altre virtù traggono la loro utilità e il loro giovamento. Ora sei quasi sicuro che
sto per toccare l'argomentoaggiungendo che non la conosciamo a sufficienza; e sai che senza questa conoscenza non ci
gioverebbe a nulla neanche conoscere alla perfezione in tutto il restocome se possedessimo qualcosa senza il bene.
Oppure credi che sia vantaggioso avere ogni sorta di possessose poi non è buonoo intendere ogni altra cosa fuor che il
benema non intendere il bello e il bene?» «Io noper Zeus!»esclamò.
«Ma tu sai anche che per il volgo il bene consiste nel piacereper le persone più colte nell'intelligenza».
«Come no?» «E sai anchecaro amicoche quelli che la pensano così non sanno spiegare che cos'è l'intelligenzama
alla fine sono costretti a dire che è l'intelligenza del bene».
«E fanno proprio ridere!»esclamo.
«E può non essere ridicolo»domandai«che ci rinfaccino di non conoscere il bene e poi ce ne parlino come se lo
conoscessimo? Dicono che è l'intelligenza del benecome se comprendessimo che cosa intendono quando pronunciano la
parola bene».
«Verissimo»rispose.
«E che dire di quelli che identificano il bene con il piacere? Sono forse meno pieni di errore degli altri? O non sono
costretti anche loro ad ammettere che esistono piaceri cattivi?» «Sicuro!».
«Perciò accade loro di ammetterecredoche le medesime cose sono buone e cattive. O no?» «Certamente».
«E qui non sorgono evidentemente molte gravi discussioni?» «Come no?» «E non è anche evidente che molti
sceglierebbero di praticare e possedere le apparenze del giusto e del belloanche se non corrispondessero alla realtà
mentre a nessuno basta più possedere le apparenze del benema in questo campo tutti ormai cercano la realtà e
disprezzano l'apparenza?» «Senza dubbio»rispose.
«Oraquel bene che ogni anima persegue e in vista del quale compie ogni sua azionedivinandone l'esistenza pur nel
dubbio e nell'incapacità di comprendere esattamente che cos'è e di credervi fermamente come crede alle altre cosecon il
rischio quindi di perdere ogni altro vantaggioun bene tale e tanto grande diremo che deve restare nell'ombra anche per i
migliori cittadininelle cui mani rimetteremo ogni cosa?» «Meno che mai!»rispose.
«Credo quindi»proseguii«che il giusto e il bello non abbiano un guardiano di grande pregio in chi ignora il loro
rapporto con il bene; e predico che nessuno li conoscerà a sufficienza prima di aver chiaro questo punto».
«La tua è una giusta predizione»assentì .
«Allora la nostra costituzione sarà perfettamente ordinata se la sorveglierà un guardiano che possieda questa scienza?»
«Per forza»rispose. «Ma tuSocratesostieni che il bene sia una scienzaun piacere o qualcos'altro?» «Ehi tu!»
esclamai. «Da un bel pezzo era chiaro che non ti saresti accontentato dell'opinione altrui sull'argomento!».
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«Non mi pare giustoSocrate»disse«che uno sappia riferire le opinioni altrui ma non la propriapur occupandosi da
tanto tempo di questo problema».
«E ti sembra allora giusto»domandai«parlare di ciò che non si sa come se lo si sapesse?» «In questo modo»
rispose«decisamente noma almeno come chi è convinto dell'opinione che vuole esprimere».
«E non ti sei accorto»incalzai«che le opinioni prive di scienza sono tutte riprovevoli? Le migliori tra esse sono
cieche... o ti pare che ci sia differenza tra i ciechi che camminano diritti su una strada e chi opina qualcosa di vero senza
averne intelletto?» «Nessuna differenza»rispose.
«Vuoi dunque contemplare cose bruttecieche e stortepur potendo ascoltare da altri parole splendide e belle?» «No
per Zeus»disse Glaucone«non abbandonare il campoSocratecome se fossi alla conclusione! A noi basterà che tu
discuta del bene così come hai discusso della giustiziadella temperanza e delle altre virtù».
«Basterà certo anche a me»ripresi«amico mio. Ma temo di non esserne capace e di coprirmi di ridicolo col mio zelo
sconveniente.
Tuttaviacarissimilasciamo perdere per il momento l'analisi del bene il sé: mi pare una questione troppo alta perché
possiamo raggiungerecon l'ispirazione di questo momentoalmeno il concetto che ne ho adesso. Voglio piuttosto
parlarvi di quello che mi sembra il rampollo del benein tutto simile ad essose anche a voi fa piacere; altrimenti
lasciamo stare».
«Parla pure»disse. «Il discorso sul padre ce lo pagherai in saldo un'altra volta!».(18) «Vorrei»ripresi«potervi
pagare questo debitoin modo che voi possiate riscuotere l'intera somma e noncome orasoltanto i frutti. (19) Prendetevi
dunque questo fruttoil rampollo del bene in sé. Fate però attenzione che io non vi inganni senza volerlo con un
rendiconto sbagliato dell'interesse».
«Staremo il più attenti possibile»disse. «Basta che tu parli».
«Non prima di essermi accordato con voi»feci io«e di avervi ricordato ciò che è stato ripetuto più volte in altre
occasioni».
«Che cosa?»domandò.
«Noi ammettiamo e definiamo razionalmente l'esistenza di una molteplicità di cose bellebuone e così via».
«Sìdiciamo questo».
«E così poi chiamiamo con il nome di "esseri" il bello in séil bene in sé e analogamente tutte le entità che allora
definivamo moltepliciriconducendole ciascuna a un'ideache consideriamo unica».
«Proprio così ».
«Poi sosteniamo che la realtà molteplice si vede ma non si pensamentre le idee si pensano ma non si vedono».
«Precisamente».
«E con quale parte di noi vediamo ciò che è visibile?» «Con la vista»rispose.
«E con l'udito»proseguii«percepiamo ciò che è udibilecon gli altri sensi tutto ciò che è sensibile?» «Certo».
«Hai notato dunque»domandai«quanto l'artefice dei sensi abbia reso più preziosa la facoltà del vedere e dell'essere
veduti?» «Veramente no»rispose.
«Allora rifletti su questo. L'udito e la voce hanno mai bisognol'uno per udirel'altra per essere uditadi un terzo
elementosenza il quale non possono esplicare la loro facoltà?» «Nomai»disse.
«E credo»aggiunsi«che pochi altri sensiper non dire nessunonecessitino di un tale elemento. O sei in grado di
citarne qualcuno?» «Io no»rispose.
«E non capisci che invece la facoltà del vedere e dell'essere visibili ne ha bisogno?» «Come?» «Sebbene la vista
risieda negli occhi e chi la possiede cerchi di farne usoe sebbene negli oggetti sia presente il colorese non si aggiunge
un terzo elementoche la natura ha destinato in particolare a questo compitosai che la vista non vedrà nulla e i colori
resteranno invisibili».
«Di quale elemento parli?»domandò.
«Di quello che tu chiami luce»risposi.
«Hai ragione»ammise.
«Non è quindi piccola l'idea che ha congiunto il senso della vista e la facoltà di essere veduti con un vincolo più
prezioso di quello presente in ogni altra unionese è vero che la luce non è spregevole».
«Ma è ben lungi dall'esserlo!»esclamò.
«E a quale dio del cielo(20) la cui luce permette alla nostra vista di vedere e alle cose visibili di essere vedute nel
modo migliorepuoi attribuire questo potere?» «A quello che indicate tu e gli altri»rispose: «è chiaro che nella tua
domanda alludi al sole».
«Non è forse tale il rapporto che intercorre tra la vista e questo dio?» «Quale rapporto?» «La vista non è il solené in
se stessa né in ciò in cui si realizza e che noi chiamiamo occhio».
«Certamente no».
«Tuttaviaa mio parereè tra gli organi di senso il più simile al sole».
«Senza dubbio».
«E la facoltà che possiede non gli viene dispensata da quello come un fluido?» «Precisamente».
«Quindi anche il sole non è la vistama essendone la causa è da essa stessa veduto?» «è così »disse.
«Ora»dissi«considera che per rampollo del bene intendo il solegenerato dal bene a sua somiglianza: l'uno ha nel
mondo visibile lo stesso rapporto con la vista e le cose visibili che l'altro ha nel mondo intellegibile con l'intelletto e le
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realtà intellegibili».
«In che senso?»domandò. «Spiegamelo ancora».
«Tu sai»ripresi«che gli occhiquando si rivolgono a quegli oggetti i cui colori non sono più toccati dalla luce del
giornoma solo dai bagliori notturnisi ottundono e sembrano quasi ciechicome se la loro vista non fosse limpida?» «Sì
lo so»rispose.
«Ma quandocredosi volgono a oggetti illuminati dal solevedono chiaramente e la loro vista torna di nuovo
limpida».
«Ebbene?» «Pensa dunque che la stessa cosa accade all'anima: quando si fissa a ciò che è illuminato dalla verità e
dall'esserelo intuisce e lo conoscee appare dotata di intelletto; quando invece si fissa a ciò che è avvolto nell'oscuritàa
ciò che nasce e perisceformula congetture e si ottunde mutando su e giù le sue opinionie assomiglia a chi è privo di
intelletto».
«In effetti gli assomiglia».
«Perciò quell'elemento che conferisce la verità alle cose conosciute e la facoltà di conoscere al soggetto conoscente
di' pure che è l'idea del bene; ed essendo causa della scienza e della veritàdevi concepirla come conoscibile. Ma benché
la scienza e la verità siano entrambe così bellefarai bene a reputarla diversa da esse e ancora più bella. Come in quel caso
è giusto considerare la luce e la vista simili al solema non il solecosì in questo caso è giusto ritenere sia la scienza sia la
verità simili al benema nessuna delle due va identificata con il benela cui condizione dev'essere tenuta in un pregio
ancora più alto».
«Tu parli di una bellezza irresistibile»disse«se procura la conoscenza e la veritàma le supera essa stessa in
bellezza; perché non stai certo parlando del piacere!».
«Non proferire parole empie»replicai: «considera piuttosto la sua immagine da questo punto di vista».
«Quale?» «Tu diraipensoche il sole fornisce alle cose visibili non solo la facoltà di essere vedutema anche la
nascitala crescita e il nutrimentopur non essendo esso stesso principio di nascita».
«Ma certo!».
«Quindi dirai che le cose conoscibili ricevono dal bene non solo la facoltà di essere conosciutema anche l'esistenza e
l'essenzaquantunque il bene non sia l'essenzama per dignità e potenza la trascenda».
E Glauconemolto spiritosamenteesclamò: «Per Apolloche divina eccellenza!» (21) «La colpa è tua»feci io«che
mi costringi a esprimere il mio parere sull'argomento!».
«E non smettere affatto»ribatté«o per lo meno riprendi il discorso sulla somiglianza con il solese mai presenta
qualche lacuna».
«Certo sto glissando su parecchi particolari»dissi.
«Vedi dunque di non tralasciarne neanche unoper quanto piccolo».
«Credo invece che ne tralascerò molti»replicai. «Tuttaviaper quanto mi è possibile in questo momentonon farò
omissioni volontarie».
«Non farle davvero!»esclamò.
«Considera dunque»proseguii«che in base alle nostre affermazioni esistono due princì piuno dei quali regna sul
luogo dove ha sede la specie intellegibilel'altro su quello dove ha sede la specie visibile; non voglio dire sul cieloper
non dare l'impressione di fare dei sofismi sul vocabolo. (22) Hai presente comunque queste due speciequella visibile e
quella intellegibile?» «Le ho presenti».
«Supponi allora di prendere una linea tagliata in due segmenti disuguali(23) e dividi ancora con lo stesso criterio
entrambi i segmentiquello della specie visibile e quello della specie intellegibile. In base al rapporto reciproco di
chiarezza e oscuritànella parte visibile avrai uno dei due segmenti costituito da immagini; e per immagini intendo in
primo luogo le ombrepoi i riflessi nell'acqua e in tutti i corpi compattilisci e lucidie ogni fenomeno del generese
comprendi».
«Certo che comprendo».
«Considera poi l'altro segmento costituito dai modelli ai quali si conformano queste immagini: gli esseri viventi
attorno a noitutte le piante e gli oggetti costruiti dall'uomo».
«Va bene»disse.
«E saresti disposto»domandai«ad ammettere che l'immagine si distingue dal suo modello in relazione alla verità o
non veritàcome l'opinabile si distingue dal conoscibile?» «Ma certo!»rispose.
«Esamina ora come va diviso il segmento dell'intellegibile».
«Ossia?» «Con il seguente criterio: l'anima è costretta a indagarne la prima parte sulla base di ipotesiusando come
immagini le cose che nell'altro segmento erano oggetto di imitazione e procedendo non verso il principio ma verso la fine
mentre nella seconda parte muove da un'ipotesi verso il principio assoluto senza fare ricorso alle immagini relative
conducendo la sua ricerca solo per mezzo delle idee».
«Non ho capito bene questo concetto»disse.
«Ricominciamo daccapoallora»ripresi: «dopo che avrò fatto questa premessa lo capirai meglio. Tu saicredoche
gli esperti di geometriadi calcoli e di simili studi presuppongono il pari e il disparile figurele tre specie di angoli e altri
postulati analoghi a questi in base alla ricerca che stanno conducendo. Essi danno per scontati questi elementiche
vengono posti come premessee non ritengono di doverne rendere conto né a se stessi né ad altriin quanto evidenti a
chiunque; poipartendo da essispiegano il resto e alla fine arrivano tranquillamente all'oggetto iniziale della loro
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indagine».
«Questo lo so benissimo»disse.
«Allora sai anche che utilizzano figure visibili e costruiscono su di esse le dimostrazioninon pensando però a queste
bensì ai loro modelli: eseguono i calcoli sul quadrato e sul diametro in sénon su quelli che stanno tracciandoe così via.
E delle stesse figure che costruiscono e disegnanoe che proiettano ombre e riflessi nell'acquasi servono a loro volta
come di immaginicercando di cogliere quelle realtà in sé che non si possono vedere se non con l'intelletto».
«Hai ragione»disse.
«Questa dunque è la specie che io chiamavo intellegibile e che l'anima è costretta a indagare mediante il ricorso
all'ipotesisenza procedere verso il principioperché non può elevarsi al di sopra delle ipotesima servendosi come di
immagini delle stesse cose che corrispondono alle copie del segmento inferiore e che rispetto a queste ultime hanno
acquisito la fama e il pregio dell'evidenza».
«Comprendo»disse«che ti riferisci alla geometria e alle arti affini».
«Cerca allora di comprendere che per seconda sezione dell'intellegibile io intendo quella alla quale la ragione stessa
attinge grazie alla facoltà dialetticainterpretando le ipotesi non come princì pima realmente come ipotesicome se
fossero punti d'appoggio e di partenza per arrivare fino al principio di ogni cosache è esente da ipotesi; raggiunto questo
principioe attenendosi alle conseguenze che ne derivanola ragione ridiscende verso la fine senza usare alcun
riferimento sensibilema solo le ideee passando dall'una all'altra conclude nelle idee l'intero processo».
«Comprendo»disse«anche se non abbastanza: mi sembra che tu stia affrontando una questione complessa
nell'intento di dimostrare che la parte dell'essere e dell'intellegibile contemplata dalla scienza dialettica è più evidente di
quella contemplata dalle cosiddette artiche hanno come princì pi delle ipotesi; in effetti coloro che studiano l'essere
attraverso le arti sono costretti a usare la riflessionenon i sensima per il fatto che nell'indagine non risalgono al
principioma procedono per ipotesiti sembra che non lo colganobenché sia intellegibile con un principio.
Mi sembra inoltre che tu chiami riflessionenon intellettola condizione degli studiosi di geometria e delle discipline
affinicome se fosse qualcosa di intermedio tra l'opinione e l'intelletto».
«Hai capito perfettamente»risposi. «Ora applica ai quattro segmenti queste quattro condizioni presenti nell'anima: a
quello superiore l'intellettoal secondo la riflessioneal terzo attribuisci l'assenso e all'ultimo la congettura. Poi disponili
con lo stesso criterioritenendoli partecipi della chiarezza nella stessa misura in cui il loro oggetto partecipa della
verità».(24) «Comprendo»disse«e sono d'accordo a disporli come suggerisci».
NOTE: 1) Figlio del Sonno e della NotteMomo era per i Greci la divinità della critica e dello scherno.
2) Animali immaginarisimili alla gazzella o all'antilope.
3) L'allegoria della nave che rappresenta lo Stato è diffusa nella letteratura classica; l'esempio più celebre è quello di
OrazioCarmina114. Nel passo platonico il capitano raffigura il popoloi marinai litigiosi sono i demagoghiil
nocchiero esperto è naturalmente il filosofo.
4. Il testo tràdito è ridondante e poco chiaro; la traduzione segue la congettura di Fraccaroli "néte meléten echontes...
ama kubernései kaì tèn kubernetikén"; ma si può anche ipotizzare che le parole da "ama" a "tèn kubernetikén"siano
un'interpolazione.
5. Secondo Aristotele (Rhetoncalibro 21391a8) la frase va attribuita a Simonideun poeta poco amato da Platone
che polemizza vivamente con lui nel libro 1 della Repubblicaa proposito delle sue affermazioni sulla giustiziae nel
Protagora.
6) La descrizione della tensione dolorosa del vero filosofo verso la conoscenza dell'essere è affine a quella dell'anima
che anela al bello idealedescritta nel Fedro (246e-247d). In entrambi i passi il travaglio dell'anima è assimilato ai dolori
del parto.
7) Seguiamo nella traduzione la lezione "analbanonta" in luogo di "anagkázonta"accolto da Burnet.
8) L'intero passo è improntato a una critica della democrazia ateniese e della sua degenerazione nella demagogia
avvertibile soprattutto nelle adunanze pubbliche (e nell'eco prodotta dalle rocce si può forse vedere un riferimento agli
agoni drammaticiche si tenevano nel teatro di Dionisosotto l'acropoli). Oltre a condannare il popoloprimo
responsabile della propria corruzionePlatone assimila i sofisti e i retori ai demagoghi.
9) L'espressione significa necessità ineluttabilema la sua origine non è sicura. Uno scolio al passo la riconduce alla
vicenda di Diomede e Ulisse entrati in Troia per rubare la statua di Atena; durante il ritorno Diomedeaccortosi che il
compagno voleva ucciderlo per prendersi tutto il merito dell'impresagli aveva legato le mani e lo aveva condotto al
campo greco a suon di piattonate sulla schiena. Non è però escluso che si tratti dell'omonimo re traceil quale nutriva le
sue feroci cavalle con le carni degli ospitio secondo un'altra versione li obbligava a giacere con le sue figlie finché
strematine morivano.
10) Chiara allusione alla vicenda di Socrategià adombrata precedentemente nel riferimento alla supposta presenza tra
i sofisti corruttori di privati cittadini.
11) Teage era un discepolo di Socratecitato anche nell'Apologia di Socrate (33e). A lui è intitolato un dialogo incluso
nel corpus platonico.
12) è il famoso demone di Socratela voce interiore di natura divina che gli impediva di fare qualcosa contro la sua
coscienza; cfr. Apologia Socratis31d; Alcibiades103a; Theaetetus151a; Phaedrus242b.
13) Cfr. Eraclitoframmento 22B6 e 22B30 Diels-Kranzdove si dice che il sole è nuovo ogni giorpo e che il mondo è
fuoco di eterna vita che si accende e si spegne secondo misura.
Platone La Repubblica

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14) è il primo accenno alla dottrina della reincarnazioneche troverà un suo compiuto sviluppo nel libro 10.
15) Allusione agli artifizi verbali dei sofistiin particolare all'isocoliaprocedimento retorico caro a Gorgia e poi a
Isocrateche consisteva nel bilanciare accuratamente le parti di una frase legandole con parole tra loro assonanti.
16) La fraseoltre a porre qualche problema di interpretazionesembra una glossa interpolata nel testo; Burnet la
espunge interamente.
17) Cfr. OmeroIliaslibro 1verso 131.
18) In realtà Platone non tornerà più sull'idea del beneche ha in questo passo la sua più ampia trattazione.
19) Gioco di parole su "tókos"che significa tanto 'figliO'quantoper traslato'frutto''interesse'. Questa ambivalenza
ritorna anche al libro 8555d.
20) Per dèi del cielo si intendono gli astricomunemente ritenuti divini.
21) La battuta è definita spiritosa perché Apollo è il dio del sole e perché Glaucone gioca sul doppio significato di
"daimonios" ('divino' e 'straordinario') e di "uperbulé" ('eccellenza'ma anche 'esagerazione').
22) Gioco di parole su "opatós" ('visibile') e "oupanós" ('cielo').
Platone vuole dire che il sole si può a buon diritto chiamare re del cielo e quindi del mondo visibilema non avalla
l'etimologiaattestata anche nel Cratilo (396b-c)di "oupanón" dal verbo "opáo" ('vedere'); cfr.
anche infralibro 7529a; Sophista246c. D'altra parte la sede delle realtà intellegibili non è il cieloma l'iperuranioil
'luogo oltre il cielo'come risulta dal Fedro (247c).
23) La traduzione segue la lezione "anisa"che sembra più conformerispetto alla variante "isa" ('in parti uguali')al
concetto qui esposto: la disuguaglianza tra i due segmenti serve a esplicitare il diverso grado di chiarezza e di verità
presente nel mondo visibile e in quello intellegibile.
24) Il discorso di Platonemolto denso concettualmentesi può schematizzare così . Il mondo sensibilesul quale regna
il soleviene indagato solo tramite l'opinione ("doxa"); essa può essere una semplice congettura ("eikasia")nel caso si
riferisca a ombre o immaginio una percezione chiaramente avvertitatale da indurre all'assenso ("pistis")se concerne
esseri viventi o oggetti materiali. Il mondo intellegibilesul quale regna il beneviene invece compreso attraverso la
scienza ("epistéme") che può essere conoscenza fondata sulla riflessione ("diánoia")se viene conseguita col metodo
geometricoo intelletto ("nous")se coglie la verità attraverso il metodo dialettico.
Platone La Repubblica

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REPUBBLICA - LIBRO SETTIMO
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine di ogni libro)

«Ora»seguitai«paragona la nostra naturaper quanto concerne l'educazione e la mancanza di educazionea un caso
di questo genere.(1) Pensa a uomini chiusi in una specie di caverna sotterraneache abbia l'ingresso aperto alla luce per
tutta la lunghezza dell'antro; essi vi stanno fin da bambini incatenati alle gambe e al collocosì da restare immobili e
guardare solo in avantinon potendo ruotare il capo per via della catena. Dietro di loroalta e lontanabrilla la luce di un
fuocoe tra il fuoco e i prigionieri corre una strada in salitalungo la quale immagina che sia stato costruito un muricciolo
come i paraventi sopra i quali i burattinaicelati al pubblicomettono in scena i loro spettacoli».
«Li vedo»disse.
«Immagina allora degli uomini che portano lungo questo muricciolo oggetti d'ogni genere sporgenti dal marginee
statue e altre immagini in pietra e in legno delle più diverse fogge; alcuni portatoricom'è naturaleparlanoaltri
tacciono».
«Che strana visione»esclamò«e che strani prigionieri!».
«Simili a noi»replicai: «innanzitutto credi che tali uomini abbiano visto di se stessi e dei compagni qualcos'altro che
le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna di fronte a loro?» «E come potrebbero»rispose«se sono stati
costretti per tutta la vita a tenere il capo immobile?» «E per gli oggetti trasportati non è la stessa cosa?» «Sicuro!».
«Se dunque potessero parlare tra loronon pensi che prenderebbero per reali le cose che vedono?» «è inevitabile».
«E se nel carcere ci fosse anche un'eco proveniente dalla parete opposta? Ogni volta che uno dei passanti si mettesse a
parlarenon credi che essi attribuirebbero quelle parole all'ombra che passa?» «Certoper Zeus!».
«Allora»aggiunsi«per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti».
«è del tutto inevitabile»disse.
«Considera dunque»ripresi«come potrebbero liberarsi e guarire dalle catene e dall'ignoranzase capitasse loro
naturalmente un caso come questo: qualora un prigioniero venisse liberato e costretto d'un tratto ad alzarsivolgere il
collocamminare e guardare verso la lucee nel fare tutto ciò soffrisse e per l'abbaglio fosse incapace di scorgere quelle
cose di cui prima vedeva le ombrecome credi che reagirebbe se uno gli dicesse che prima vedeva vane apparenze
mentre ora vede qualcosa di più vicino alla realtà e di più veroperché il suo sguardo è rivolto a oggetti più realie inoltre
mostrandogli ciascuno degli oggetti che passanolo costringesse con alcune domande a rispondere che cos'è? Non credi
che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso?» «E di
molto!»esclamò.
«E se fosse costretto a guardare proprio verso la lucenon gli farebbero male gli occhi e non fuggirebbevoltandosi
indietro verso gli oggetti che può vedere e considerandoli realmente più chiari di quelli che gli vengono mostrati?» «è
così »rispose.
«E se qualcuno»proseguii«lo trascinasse a forza da lì su per la salita aspra e ripida e non lo lasciasse prima di averlo
condotto alla luce del soleproverebbe dolore e rabbia a essere trascinatoe una volta giunto alla lucecon gli occhi
accecati dal bagliorenon potrebbe vedere neppure uno degli oggetti che ora chiamiamo veri?» «Nonon potrebbe
almeno tutto a un tratto»rispose.
«Se volesse vedere gli oggetti che stanno di sopra avrebbe bisogno di abituarvisicredo. Innanzitutto discernerebbe
con la massima facilità le ombrepoi le immagini degli uomini e degli altri oggetti riflesse nell'acquainfine le cose reali;
in seguito gli sarebbe più facile osservare di notte i corpi celesti e il cieloalla luce delle stelle e della lunache di giorno
il sole e la luce solare».
«Come no? » «Per ultimocredopotrebbe contemplare il solenon la sua immagine riflessa nell'acqua o in una
superficie non propriama così com'è nella sua realtà e nella sua sede».
«Per forza»disse.
«In seguito potrebbe dedurre che è il sole a regolare le stagioni e gli anni e a governare tutto quanto è nel mondo
visibilee he in qualche modo esso è causa di tutto ciò che i prigionieri vedevano».
«è chiaro»disse«che dopo quelle esperienze arriverà a queste conclusioni».
«E allora? Credi che luiricordandosi della sua prima dimoradella sapienza di laggiù e dei vecchi compagni di
prigionianon si riterrebbe fortunato per il mutamento di condizione e non avrebbe compassione di loro?» «Certamente».
«E se allora si scambiavano onorielogi e premiriservati a chi discernesse più acutamente gli oggetti che passavano e
si ricordasse meglio quali di loro erano soliti venire per primiquali per ultimi e quali assiemee in base a ciò indovinasse
con la più grande abilità quello che stava per arrivareti sembra che egli ne proverebbe desiderio e invidierebbe chi tra
loro fosse onorato e potenteo si troverebbe nella condizione descritta da Omero e vorrebbe ardentemente "lavorare a
salario per un altropur senza risorse"(2) e patire qualsiasi sofferenza piuttosto che fissarsi in quelle congetture e vivere in
quel modo?» «Io penso»rispose«che accetterebbe di patire ogni genere di sofferenze piuttosto che vivere in quel
modo».
«E considera anche questo»aggiunsi: «se quell'uomo scendesse di nuovo a sedersi al suo postoi suoi occhi non
sarebbero pieni di oscuritàarrivando all'improvviso dal sole?» «Certamente»rispose.
«E se dovesse di nuovo valutare quelle ombre e gareggiare con i compagni rimasti sempre prigionieri prima che i suoi
occhiancora debolisi ristabiliscanoe gli occorresse non poco tempo per riacquistare l'abitudinenon farebbe ridere e
non si direbbe di lui che torna dalla sua ascesa con gli occhi rovinati e che non vale neanche la pena di provare a salire? E
Platone La Repubblica

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non ucciderebbero chi tentasse di liberarli e di condurli suse mai potessero averlo tra le mani e ucciderlo?»(3) «E
come!»esclamò.
«Questa similitudine»proseguii«caro Glauconedev'essere interamente applicata a quanto detto prima: il mondo che
ci appare attraverso la vista va paragonato alla dimora del carcerela luce del fuoco che qui risplende all'azione del sole;
se poi consideri la salita e la contemplazione delle realtà superiori come l'ascesa dell'anima verso il mondo intellegibile
non ti discosterai molto dalla mia opinionedal momento che desideri conoscerla.
Lo saprà un dio se essa è vera. Questo è dunque il mio parere: l'idea del bene è il limite estremo del mondo
intellegibile e si discerne a faticama quando la si è vista bisogna dedurre che essa è per tutti causa di tutto ciò che è
giusto e bello: nel mondo visibile ha generato la luce e il suo signorein quello intelligibile essa stessada sovrana
elargisce verità e intellettoe chi vuole avere una condotta saggia sia in privato sia in pubblico deve contemplare questa
idea».
«Sono d'accordo con te»disse«nei limiti delle mie facoltà».
«Allora»continuai«condividi anche questo punto e non meravigliarti che chi è giunto fin qui non voglia occuparsi
delle faccende umanema la sua anima tenda sempre a dimorare in alto; ciò è ragionevolese la similitudine fatta prima è
ancora valida».
«Sìè ragionevole»disse.
«Ebbenecredi che ci sia qualcosa di strano se unopassando dagli spettacoli divini alle cose umanefa delle brutte
figure e appare del tutto ridicoloin quanto si muove a tentoni e prima di essersi ben abituato all'oscurità di quaggiù è
costretto a difendersi nei tribunali o altrove dalle ombre della giustizia o dalle immagini che queste ombre proiettanoe a
contestare il modo in cui esse sono interpretate da coloro che non hanno mai veduto la giustizia in sé?» «Nonon è affatto
strano»rispose.
«Ma una persona assennata»ripresi«si ricorderebbe che i disturbi agli occhi sono di due tipi e duplice è la loro
causa: il passaggio dalla luce all'oscurità e dall'oscurità alla luce.
Considerando che la stessa cosa accade all'animaqualora ne vedesse una turbata e incapace di vedere non riderebbe
sconsideratamentema esaminerebbe se è ottenebrata dalla mancanza d'abitudine perché proviene da una vita più
luminosao è rimasta abbagliata da una luce più splendida perché procede verso una vita più luminosa da una maggiore
ignoranzae allora stimerebbe felice l'una per ciò che prova e per la vita che conducee avrebbe compassione dell'altra; e
quand'anche volesse ridere di questail suo riso riuscirebbe meno inopportuno che se fosse riservato all'anima proveniente
dall'altoalla luce».
«Hai proprio ragione!»esclamò.
«Se questo è vero»dissi«dobbiamo concludere che l'educazione non è come la definiscono certuni che si professano
filosofi.
Essi sostengono di instillare la scienza nell'anima che non la possiedequasi infondessero la vista in occhi che non
vedono».(4) «In effetti sostengono questo»confermò.
«Ma il discorso attuale»insistetti«rivela che questa facoltà insita nell'anima di ciascuno e l'organo che permette di
apprendere devono essere distolti dal divenire assieme a tutta l'animacosì come l'occhio non può volgersi dalla tenebra
alla luce se non assieme all'intero corpofinché non risultino capaci di reggere alla contemplazione dell'essere e della sua
parte più splendente; questosecondo noiè il bene. O no?» «Sì ».
«Può quindi esistere»proseguii«un'arte della conversioneche insegni il modo più facile ed efficace di girare
quell'organo. Non si tratta di infondervi la vistabensìpresupponendo che l'abbiama che non sia rivolto nella giusta
direzione e non guardi là dove dovrebbedi adoperarsi per orientarlo da questa parte».
«Pare di sì »disse.
«Pertanto le altre cosiddette virtù dell'anima sono probabilmente vicine a quelle del corpo: in effettise all'inizio
mancanoè facile che poi vengano infuse con l'abitudine e l'esercizio. Invece la virtù dell'intellettoa quanto pare
riguarda più d'ogni altra un qualcosa di più divinoche non perde mai il suo potere e per effetto della conversione diventa
utile e giovevole o viceversa inutile e dannoso. Non hai ancora notato come l'animuccia di quelli che sono considerati
malvagima in gambaabbia uno sguardo penetrante e discerna con acutezza ciò a cui si rivolgepoiché la sua vista non è
scarsama è costretta a servire la malvagitàal punto che quanto più acutamente vedetanto maggiori sono i mali che
produce?» «Proprio così »rispose.
«Tuttavia»aggiunsi«se a una natura simile fossero amputati sin dall'infanzia quella sorta di pesi di piombo congeniti
al divenireche si attaccano a lei con i cibii piaceri della gola e le leccornie e torcono la vista dell'anima verso il basso;
seliberatasi di essisi convertisse alla veritàla stessa natura di queste persone vedrebbe la realtà con la massima
acutezzacome vede ciò cui ora è rivolta».
«è logico»disse.
«E allora»domandai«non è una conseguenza 1ogicaanzi inevitabile delle nostre premesseche né gli uomini incolti
e ignari della veritàné quelli cui viene permesso di passare tutta la loro vita nello studio potranno mai governare una città
in modo adeguatogli uni perché non hanno nella vita un unico scopo cui deve mirare ogni loro azione privata e pubblica
gli altri perché non lo faranno di loro volontàritenendo di essersi trasferiti ancora vivi nelle Isole dei beati?» «Vero»
rispose.
«Il nostro compito di fondatori»continuai«è dunque quello di costringere le migliori nature ad apprendere ciò che
prima abbiamo definito la cosa più importantecioè vedere il bene e compiere quell'ascesae di non permettere lorouna
Platone La Repubblica

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volta che siano salite e abbiano visto a sufficienzaciò che ora è concesso».
«Che cosa?» «Di rimanere là»risposi«e non voler ridiscendere tra quei prigionieri e partecipare alle loro fatiche e ai
loro onoriche siano più o meno seri».
«Allora»chiese«useremo loro ingiustizia e li faremo vivere peggioquando hanno la possibilità di vivere meglio?»
«Ti sei dimenticato di nuovomio caro»replicai«che la legge non si prefigge l'obiettivo di procurare un particolare
benessere a una sola classe della cittàma si adopera perché ciò si verifichi nella città interaarmonizzando i cittadini con
la persuasione e la costrizione e obbligandoli a mettere in comune tra loro l'utile che ciascuno è in grado di fornire alla
collettività; la legge stessa forgia cittadini simili non per lasciarli liberi di volgersi dove ciascuno vuolema per creare
tramite loro il vincolo che tenga la città unita».
«è vero»ammise: «me n'ero dimenticato».
«Considera dunqueGlaucone»continuai«che non faremo un torto a coloro che nascono filosofi presso di noima
porremo loro giuste richieste costringendoli a prendersi cura degli altri e a proteggerli. Infatti diremo: "Per coloro che
nascono filosofi nelle altre città è naturale non partecipare alle fatiche della vita pubblicain quanto si sviluppano da sé
contro il volere della costituzione vigente in ciascuna di essee ciò che si sviluppa da sénon essendo debitore a nessuno
della propria crescitaè giusto che non si preoccupi di pagarne a nessuno il prezzo. Noi invece abbiamo generato voi per
voi stessi e per il resto della città come capi e re in un alvearepoiché avete ricevuto un'educazione migliore e più perfetta
di loro e siete più capaci di svolgere entrambe le attività.(5) Pertanto dovete scendereciascuno al suo turnonella dimora
degli altri e abituarvi a guardare ciò che è avvolto nella tenebra; e una volta che vi sarete abituati vedrete mille volte
meglio di quelli laggiù e conoscerete quali sono le singole immagini e quali oggetti riflettonoperché avrete visto la verità
sul bellosul giusto e sul bene. Così la città sarà governata da noi e da voi in stato di veglia e non di sognomentre ora la
maggior parte degli Stati è retta da uomini che combattono tra loro a vuoto e lottano per il potere come se fosse un grande
bene. Ma la verità è questa: la città in cui i futuri governanti sono meno smaniosi del potere è necessariamente governata
nel modo migliore e più stabilementre quella che ha governanti contrari si trova nella situazione contraria».
«Precisamente»disse.
«Credi dunque che i nostri discepoliall'udire queste parolenon ci obbediranno e si rifiuteranno di condividere
ciascuno al suo turnole fatiche della vita pubblicae vorranno passare la maggior parte del tempo tra di loro nel puro
mondo delle idee?» «Impossibile»rispose«perché impartiremo ordini giusti a uomini giusti. La cosa più importante di
tutte è che ciascuno di loro affronterà l'esercizio del potere come una necessità inevitabileal contrario degli attuali
governanti di ogni città».
«è cosìamico»ripresi. «Se per i futuri governanti troverai una condizione di vita migliore del poterela tua città può
diventare ben governataperché sarà l'unica in cui governeranno coloro che sono realmente ricchinon di oro ma della
ricchezza che deve possedere l'uomo feliceossia di una vita onesta e saggia.
Ma se le cariche pubbliche sono occupate da individui poveri e affamati di proprietà privatache pensano di doverne
ricavare il proprio guadagnoquesta possibilità non può sussisterein quanto il potere diventa oggetto di contesa e una
simile guerra intestina e civile manda in rovina loro e il resto della città».
«Verissimo»disse.
«Mi sai quindi indicare»chiesi«un genere di vita che disprezzi le cariche politiche e non sia quello della vera
filosofia?» «Noper Zeus!»esclamò.
«D'altra parte non deve salire al potere chi ne è appassionato amantealtrimenti i rivali si combatteranno tra loro».
«Come no?» «Ma chi altri costringerai a proteggere la cittàse non coloro che intendono il modo migliore di
governarlagodono di altri onori e conducono una vita più virtuosa di quella dell'uomo politico?» «Nessun altro»rispose.
«Vuoi dunque che ora esaminiamo il modo di formare tali persone e di condurle alla lucecome si dice che alcuni
dall'Ade siano ascesi tra gli dèi?» «Certo che lo voglio!»esclamò.
«Questo peròa quanto sembranon sarà come girare un coccio(6) ma comporterà una conversione dell'anima da un
giorno di tenebra notturna a un giorno veroossia un'ascesa verso l'essereche noi chiameremo la vera filosofia».
«Appunto».
«Bisogna dunque esaminare quale disciplina possieda tale facoltà?» «Come no?» «E quale saràGlauconela
disciplina che trascina l'anima dal divenire all'essere? Mentre parlo mi viene in mente una cosa: non abbiamo detto che
questi uomini devono sin da giovani essere atleti della guerra?» «Sìl'abbiamo detto».
«Quindi la disciplina che cerchiamo deve mirare anche a questo».
«A che cosa?» «A non essere inutili ai guerrieri».
«Sì »rispose«se è possibile».
«Prima noi li abbì amo educati nella ginnastica e nella musica».
«Proprio così »disse.
«E la ginnastica si occupa di ciò che nasce e periscein quanto sorveglia la crescita e il deperimento del corpo».
«Pare».
«Pertanto questa non può essere la disciplina che cerchiamo».
«No di certo».
«Forse allora è la musicacome l'abbiamo descritta prima?» «Ma quella»obiettò«se ti ricordiera il corrispettivo
della ginnastica: educava i guardiani con la forza delle abitudiniconferiva attraverso l'armonia il senso della proporzione
non una scienzaattraverso il ritmo l'eleganzae conteneva nelle narrazionisia quelle mitiche sia quelle più veridiche
Platone La Repubblica

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certi altri caratteri affini a questi; ma neppure in essa era presente una disciplina che guidasse a ciò che tu ora cerchi».
«Me lo stai rammentando con grande precisione»dissi; «sìin realtà non conteneva nulla di simile. Ma allora quale
sarà mai questa disciplinaesimio Glaucone? Le arti ci sono sembrate tutte quante vili...».
«Come no? Eppure quale altra disciplina rimanetolte la musicala ginnastica e le arti?» «Via»dissi«se non
abbiamo più null'altro da prendererivolgiamoci a una disciplina che abbia un'applicazione generale».
«Quale?» «Ad esempio quella disciplina comune di cui si servono tutte le artile opinioni intellettuali e le scienzee
che ognuno deve per forza imparare molto presto...» «Ossia?»domandò.
«Quella molto semplice»risposi«che distingue l'unoil due e il tre: insommasto parlando del numero e del
calcolo.(7) Non è forse vero che ogni arte e scienza è costretta a essere partecipe di queste nozioni?» «E come!»esclamò.
«Quindi anche l'arte della guerra?»chiesi.
«è assolutamente necessario»rispose.
«E allora»osservai«è un comandante davvero ridicolo l'Agamennone delle tragediecome ce lo presenta ogni volta
Palamede!(8) Non hai capito che questil'inventore del numeroafferma di aver disposto le schiere in campo a Ilio e di
aver contato le navi e tutto il restocome se prima d'allora non le avessero mai contate e Agamennonea quanto risulta
non conoscesse neanche il numero dei suoi piedise davvero non sapeva contare? Ma che razza di comandante era
secondo te?» «Un comandante ben strano»rispose«se questo corrispondesse a verità!».
«Porremo dunque»domandai«come altra nozione necessaria al guerriero la conoscenza del calcolo e dei numeri?»
«Soprattutto questa»rispose«se egli vuole capire qualcosa di tatticao piuttosto se vuole essere un uomo».
«E su questa disciplina sei d'accordo con me?»chiesi.
«A che proposito?» «Probabilmente essa per sua natura fa parte di quelle discipline che cerchiamo e che guidano
verso la conoscenza intellettivama nessuno ne fa un uso correttosebbene sia davvero capace di trarre verso l'essere in
sé».
«Che cosa intendi dire?» «Cercherò di chiarire il mio pensiero»risposi. «Tu osserva assieme a me la distinzione che
opero tra ciò che conduce e ciò che non conduce alla nostra mètae concedi oppure rifiuta il tuo assenso: così vedremo
più chiaramente se la mia congettura corrisponde alla realtà».
«Dimostramelo»disse.
«Eccoti la mia dimostrazione»ripresi: «se ci fai casoalcuni oggetti sensibili non invitano l'intelletto a indagarliin
quanto sono sufficientemente vagliati dai sensialtri invece gli impongono in tutti i modi questo esamein quanto i sensi
non ne ricavano nulla di valido».
«è chiaro»disse«che tu parli degii oggetti che si vedono da lontano e di quelli dipinti in prospettiva».
«Non hai afferrato pienamente il senso delle mie parole»dissi.
«E allora di quali oggetti parli?»domandò.
«Gli oggetti che non invitano all'indagine»spiegai«sono quelli che non generano contemporaneamente sensazioni
opposte; quelli che invece le producono li considero stimolanti alla riflessioneogni qual volta la sensazioneche
provenga da vicino o da lontanonon indica affatto un oggetto più che il suo contrario.
Capirai più chiaramente il mio pensiero con il seguente esempio.
Questediciamosono tre dita: il pollicel'indice e il medio».
«Certo»rispose.
«Ora immagina che io le intenda viste da vicino. Ma su di esse fa' piuttosto questa considerazione».
«Quale?» «Ognuno di essi sembra indistintamente un ditoe non c'è alcuna differenza se lo si guarda al centro o
all'estremitàse è bianco o nerogrosso o sottilee così via. In tutti questi casi l'anima dei più non è costretta a chiedere
all'intelletto che cos'è un ditoperché in nessun caso la vista le indica che il dito sia allo stesso tempo il suo contrario».
«No di certo»disse.
«Pertanto»proseguii«è logico che un oggetto del genere non possa richiamare né risvegliare la conoscenza
intellettiva».
«è logico».
«Ma la vista discerne a sufficienza la grandezza o la piccolezza delle ditae per essa non fa alcuna differenza che un
dito sia posto al centro oppure all'estremità? E allo stesso modo il tatto percepisce la grossezza e la sottigliezzao la
mollezza e la durezza? E gli altri sensi non sono carenti nell'evidenziare queste qualità? Oppure ciascuno di essi procede
così : dapprima l'organo di senso preposto alla durezza è costretto a farsi carico anche della mollezzae riferisce all'anima
che avverte il medesimo oggetto duro e molle insieme?» «è così »rispose.
«Ma non è allora inevitabile»ripresi«che in simili casi l'anima non sappia con certezza che cosa intende questa
sensazione per durose dice che il medesimo oggetto è anche mollee quale significato attribuisce la sensazione del
leggero e del pesante ai rispettivi vocabolise indica il pesante come leggero e il leggero come pesante?» «Certo»
rispose«queste interpretazioni sono strane per l'anima e richiedono un attento esame».
«Pertanto»dissi«è logico che in simili casi l'anima dapprima provi a ricorrere al calcolo e alla comprensione
intellettivaper esaminare se ognuna delle impressioni che le viene riportata riguarda una sola cosa oppure due».
«Come no?» «E se le cose risultano dueognuna di esse si rivela un'entità singola e diversa dall'altra?» «Sì ».
«Se dunque ciascuna di esse è una cosa solae l'una e l'altra assieme sono duel'anima le concepirà come due entità
separateperché se non fossero distinte non le concepirebbe come duema come una sola».
«Giusto».
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«La vistadiciamopercepiva un qualcosa di grande e di piccolonon però separatibensì confusi. O no?» «Sì ».
«Per fare chiarezza su questo punto l'intelletto è stato costretto a discernere un grande e un piccolonon più confusi
ma distintial contrario della vista».
«Vero».
«Dunque è da lì che incominciamo a chiederci che cos'è il grande e il piccolo?» «Certamente».
«In questo modo abbiamo distinto il mondo intellegibile e quello visibite».
«Giustissimo»assentì .
«Ecco che cosa cercavo di esprimere poco fadicendo che alcune cose stimolano la riflessionealtre no; quelle che
generano nei sensi due impressioni contrarie nello stesso tempo le definisco stimolantimentre le altre non risvegliano
secondo me la conoscenza intellettiva».
«Ora capisco»disse«e anch'io la penso così ».
«E a quale di queste due categorie ti sembra che appartengano il numero e l'unità?» «Non ne ho idea»rispose.
«Deducilo per analogia dalle premesse»dissi. «Se l'unità in sé si coglie a sufficienza con la vista o con un altro
organo di sensonon può attrarre verso l'esserecome abbiamo detto a proposito del dito; se invece la sua visione suscita
sempre impressioni contraddittoriecosì da non apparire unità più che il suo contrarioallora ci vorrà un giudice che
risolva il problema e la sua anima sarà costretta a dubitare e a indagaremettendo in moto dentro di sé la riflessionee a
chiedersi che cos'è l'unità in sé; così la scienza dell'unità potrebbe appartenere a quelle che conducono e convertono alla
contemplazione dell'essere».
«Anzi»aggiunse«questo è vero soprattutto per la visione dell'unitàpoiché noi vediamo la stessa cosa
contemporaneamente come una e di numero infinito».(9) «E se la cosa vale per l'unità»domandai«non vale anche per
ogni numero?» «Come no?» «Ma la scienza del calcolo e dell'aritmetica verte tutta sul numero».
«Certo».
«E queste cognizioni sembra che conducano alla verità».
«In mamera straordinaria!».
«A quanto paredunquepotrebbero far parte delle cognizioni che cerchiamo: per un guerriero è necessario impararle
per la tatticaper un filosofo perché deve emergere dal divenire e toccare l'esserealtrimenti non diventerà mai un esperto
di calcolo».
«E così »disse.
«Quindi il nostro guardiano si trova a essere insieme guerriero e filosofo».
«Sicuro!».
«PertantoGlauconesarebbe conveniente imporre questa disciplina per legge e persuadere coloro che devono
esercitare nella città le più alte cariche a indiizzarsi verso la scienza del calcolo e a studiarla non superficialmentema fino
a raggiungere col puro intelletto la contemplazione della natura dei numerisenza usarla per vendere e comprarecome
fanno i mercanti e i bottegaima per la guerra e per facilitare la conversione dell'anima stessa dal divenire alla verità e
all'essere».
«Parole magnifiche!»esclamò.
«Ora che si è parlato della disciplina relativa ai calcoli»continuai«mi rendo conto di come sia elevata e sotto molti
aspetti utiile al raggiungimento dei nostri scopise la si pratica per conoscerenon per trafficare».
«In che senso?»chiese.
«Nel senso checome abbiamo appena dettoessa conferisce all'anima una forte spinta verso l'alto e la costringe a
ragionare sui numeri in se stessisenza accettare mai che le si venga a parlare di numeri presentandoli come dotati di
corpi visibili o tangibili. (10) Tu sai infatti che gli esperti in materia deridono chi tenta di scindere teoricamente l'unità in
sé e non ammettono questo procedimentoma se tu la dividiessi la moltiplicanoper evitare che l'unità non appaia più
unabensì un aggregato di molte parti».
«Quello che dici è verissimo»assentì .
«E se qualcunoGlauconechiedesse loro: "Mirabili uominidi quali numeri state parlandonei quali l'unità è come
voi pretendeteognuna perfettamente uguale all'altrasenza la minima differenza e senza avere in sé parti distinte?"che
cosa risponderebberosecondo te?» «Questopenso: che essi parlano di ciò che si può solo concepire con l'intelletto e non
si può trattare in nessun altro modo».
«Vedi dunquecaro amico»proseguii«che forse questa disciplina ci è davvero necessariapoiché è evidente che
costringe l'anima a fare uso del puro intelletto per giungere alla pura verità?» «E in effetti ottiene proprio questo
risultato»disse.
«E allora? Avrai già avuto modo di notare che gli individui naturalmente portati per il calcolo sonoper così direacuti
d'ingegno in tutte le disciplinementre coloro che sono lenti ad apprenderese istruiti e addestrati nell'aritmeticapur non
ricavandone altra utilitàfanno tutti per lo meno qualche progresso e diventano più acuti di prima?» «è così »rispose.
«E comunque penso che non ti sarà facile trovare molte discipline più faticose di questa per chi la apprende e la
pratica».
«No di certo».
«Per tutte queste ragioni essa non va trascuratama dev'essere insegnata agli individui dotati della natura migliore».
«Sono d'accordo»disse.
«Ecco dunque che abbiamo stabilito la prima disciplina»ripresi.
Platone La Repubblica

91
«Come seconda vediamo se ci è utile quella che si connette ad essa».
«Quale?»domandò. «Intendi dire la geometria?» «Proprio questa»confermai.
«Per quanto attiene alla guerra»disse«è chiaramente utile: corre molta differenza tra l'essere esperti o meno di
geometria quando si tratta di porre l'accampamentooccupare postazioniriunire e dispiegare le forze ed eseguire tutte le
altre manovre militari in battaglia e in marcia».
«Ma per questo»obiettai«può bastare anche una piccola parte di geometria e di calcolo. Bisogna invece esaminare
se la parte maggiore e più progredita della geometria mira a far scorgere più facilmente l'idea del bene. A questo fine
diciamotendono tutte le discipline che costringono l'anima a volgersi verso quel luogo dove ha sede la parte più beata
dell'essereche ella deve in ogni modo contemplare».
«Hai ragione»disse.
«Pertantose la geometria costringe a contemplare l'essere è utilese costringe a contemplare il divenireno».
«D'accordo».
«Ora»proseguii«chiunque sia anche solo un poco esperto di geometria non ci contesterà che questa scienza è tutto il
contrario di come la descrivono coloro che la praticano».
«In che senso?»domandò.
«Essi ne parlano in modo davvero ridicolo e forzato: affermano di tracciare quadrilateriprolungare lineeaggiungere
figure e così via per scopi praticiai quali si rifanno in tutti i loro discorsimentre questa disciplina dev'essere interamente
coltivata solo per la conoscenza».
«Senza dubbio»disse.
«E non bisogna ammettere anche questo?» «Che cosa?» «Che si tratta della conoscenza di ciò che eternamente ènon
di ciò che nasce e perisce».
«è facile convenirne»disse: «la geometria è effettivamente la conoscenza di ciò che eternamente è».
«Quindinobile amicoessa può trascinare l'anima verso la verità e produrre un pensiero filosoficoal punto da
rivolgere verso l'alto ciò che noi ora teniamo indebitamente rivolto verso il basso».
«Quanto più è possibile»rispose.
«E in ogni modo possibile»ripresi«dobbiamo imporre agli abitanti della tua bella città di non astenersi
assolutamente dalla geometria. Infatti anche le sue funzioni accessorie non sono di poco conto».
«Quali?»domandò.
«Quelle che hai menzionato tu»risposi«in riferimento alla guerra; inoltre sappiamo che per un migliore
apprendimento di ogni disciplina ci sarà una differenza totale tra chi è esperto in geometria e chi non lo è».
«Sìproprio totaleper Zeus!»esclamò.
«Dobbiamo dunque stabilire questa come seconda disciplina per i giovani?» «Stabiliamola pure»disse.
«E come terza stabiliremo l'astronomia? O non sei dell'avviso?» «Sì che lo sono»rispose. «Essere più pronti a
percepire le stagionii mesi e gli anni non si addice solo all'agricoltura o alla navigazionema anchee non menoalla
strategia».
«Che carino»replicai: «sembra che tu tema di dare al volgo l'impressione di prescrivere discipline inutili! Invece non
è affatto poco importanteanzi è difficile credere che in queste discipline si purifichi e si ravvivi in ciascuno di noi un
organo dell'anima rovinato e accecato dalle altre occupazionie meritevole d'essere salvato più di un infinito numero di
occhipoiché solo grazie ad esso si vede la verità. Perciò chi condivide la tua opinione giudicherà le tue parole
straordinariamente bellementre tutti quelli che non ne hanno mai capito nulla penserannocom'è logicoche tu dica delle
sciocchezzeperché non vedono in questi studi un'altra utilità di qualche importanza. Ora dunque considera a chi di loro ti
rivolgio se piuttosto non ti rivolgi né agli uni né agli altrima fai i tuoi ragionamenti soprattutto per te stessosenza
comunque negare ad altri l'utilità che potrebbero ricavarne».
«Preferisco il secondo sistema»disse: «parlare con domande e risposte soprattutto per me stesso».
«Allora torna un passo indietro»ripresi«perché poco fa non abbiamo afferrato correttamente ciò che viene subito
dopo la geometria».
«In che senso?»chiese.
«Dopo una figura piana»risposi«abbiamo preso in esame un corpo solido già in movimento prima dì considerarlo in
se stesso; invece è corretto studiare la terza dimensione subito dopo la seconda. Essa è quella che concerne il cubo e i
solidi dotati di profondità». (11) «è così infatti»disse. «Ma questa scienzaSocratesembra che non sia stata ancora
scoperta».
«Sì »confermai«e per due motivi: si tratta di una disciplina troppo poco studiatain quanto nessuna città la tiene in
considerazione e presenta un grado elevato di difficoltà; inoltre coloro che conducono le loro ricerche in questo campo
hanno bisogno di un maestrosenza il quale non potrebbero scoprire nulla. E questo maestro innanzitutto è difficile da
trovarepoianche se ci fosseora come ora gli studiosi di questa disciplina non lo seguirebberoperché sono presuntuosi.
Se invece l'intera città collaborasse a tenerla in considerazionequesti individui si mostrerebbero obbedienti ed essa
verrebbe indagata con assiduità e rigorerivelando la sua essenza; perché anche orapur essendo disprezzata e osteggiata
dal volgoma anche da chi la studia senza rendersi conto della sua utilitàa dispetto di tutto questo si sviluppa ugualmente
grazie al suo fascinoe non ci sarebbe da meravigliarsi se venisse in piena luce».
«Senza dubbio»disse«possiede una straordinaria attrattiva. Ma spiegami più chiaramente ciò che hai detto poco fa.
Tu hai definito geometria la trattazione delle figure piane».
Platone La Repubblica

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«Sì »confermaì .
«Dopo di questa»proseguì«in un primo momento hai posto la geometriapoi però sei tornato indietro».
«Perché avevo fretta»risposi«di trattare rapidamente tutti questi argomentie invece procedo con maggiore lentezza.
Dopo la geometria viene la scienza che tratta la dimensione della profonditàma io l'ho saltata per il modo ridicolo in cui
la si studia e dalla geometria sono passato all'astronomiache si occupa dei solidi in movimento».
«Hai ragione»disse.
«Poniamo quindi l'astronomia»suggerii«come quarta disciplinatenendo conto di quella che ora tralasciamonel
caso la città voglia coltivarla».
«Così va bene»disse. «Quanto al fatto che primaSocratemi hai rimproverato di lodare l'astronomia in modo
ordinarioora conformo la mia lode alle tue richiestepoiché mi sembra chiaro per tutti che essa costringe l'anima a
guardare verso l'alto e dalle cose di questo mondo la conduce lassù».
«Forse»replicai«è chiaro per tutti tranne che per me: io non la penso così ».
«E comeallora?»domandò.
«Dal modo in cui ora la praticano quelli che la innalzano al rango di filosofiami sembra che faccia guardare verso il
basso».
«Ma che cosa dici?»fece lui.
«Mi sembra»risposi«che il tuo modo di concepire lo studio dei corpi celesti non sia affatto ignobile: probabilmente
se uno osservasse a testa in su le decorazioni di un soffitto e imparasse qualcosatu penseresti che egli guarda con
l'intelletto e non con gli occhi. Forse però hai ragione tue io sono uno sciocco. Infatti non riesco a credere che un'altra
scienza spinga l'anima a guardare in altose non quella che concerne l'essere invisibile; e se uno cerca di acquisire
qualche cognizione sugli oggetti sensibiliche stia a bocca aperta verso l'alto o piegato verso il bassoaffermo che non
potrà mai imparareperché di cose simili non esiste scienzae la sua anima non guarda in alto ma in bassoanche se
studiasse supinodisteso per terra o nuotando in mare».
«Ho quel che mi merito»disse«e hai fatto bene a rimproverarmi.
Ma in che senso hai affermato che bisogna imparare l'astronomia diversamente da adessose si vuole che questo
studio sia utile al nostro scopo?» «Nel senso che»risposi«questi ornamenti del cielo si possono ritenere i più belli e
perfetti tra quelli intessuti nella stoffa del mondo visibilema sono di gran lunga inferiori a quelli verinei quali la
velocità e la lentezza reale si muovono in relazione reciproca e muovono gli oggetti che racchiudono in sé secondo il vero
numero e tutte le vere figure; ciò si può cogliere con la ragione e il pensieronon con la vista.(12) O pensi di sì ?»
«Nient'affatto!»esclamò.
«Quindi»proseguii«bisogna servirsi del ricamo celeste come di un modello per comprendere le realtà invisibili
come se ci si imbattesse in disegni tracciati ed elaborati con eccezionale maestria da Dedalo (13) o da qualche altro
artefice o pittore. Un esperto di geometriase li vedessegiudicherebbe splendida la loro esecuzionema è ridicolo
esaminarli seriamente con l'intenzione di cogliervi la vera essenza dell'uguale o del doppio o di qualche altro rapporto
numerico».
«E come può non essere ridicolo?» «Non credi dunque»domandai«che un vero astronomo avrà la stessa
impressioneguardando i moti degli astri? Egli penserà che il cielo e i corpi in esso racchiusi siano stati realizzati dal loro
artefice nel modo migliore in cui si possono compiere tali opere; ma secondo te non riterrà strano che si consideri il
rapporto tra la notte e il giornotra questi e il mesetra il mese e l'anno e quello degli altri astri con questi e tra loro come
fenomeni immutabili e non soggetti ad alcun cambiamentobenché abbiano un corpo e siano visibilie che si cerchi in
ogni modo di coglierne la verità?» «Ad ascoltare queste tue parolepare così anche a me»rispose.
«Studiamo dunque l'astronomia»ripresi«allo stesso modo della geometriacioè per risolvere problemi particolarie
lasciamo perdere i fenomeni celestise vogliamo davvero occuparci di astronomia e rendere utile la parte naturalmente
intelligente dell'animada inutile che era».
«Certo che imponi una fatica molto più gravosa di quanto sia lo studio attuale dell'astronomia!»esclamò.
«E credo»aggiunsi«che estenderemo queste imposizioni anche al restose la nostra opera di legislatori serve a
qualcosa. Ma sei in grado di ricordare un'altra disciplina utile?» «No»rispose«almeno sul momento».
«Eppure»dissi«esistono più specie di motonon una solacredo.
Forse un sapiente le saprà enumerare: ma quelle manifeste anche a noi sono due».
«Quali?» «Questa che ho citato»risposi«e la sua corrispondente».
«Ossia?» «Probabilmente»dissi«come gli occhi sono destinati all'astronomiacosì le orecchie sono destinate al
moto armonicoe queste due scienze sono tra loro sorelle; e su questo puntoGlauconesiamo d'accordo con i Pitagorici.
O in che modo dobbiamo porre la questione?» «Così »rispose.
«Allora»proseguii«dato che si tratta di una faccenda seriachiederemo il loro parere sull'argomento e su altre cose
ancora. Noi peròa fronte di tutto questoresteremo fedeli al nostro principio».
«Quale?» «Che in queste discipline i nostri futuri alunni non si accingano mai a imparare qualche nozione imperfetta
che non possa arrivare sempre là dove tutto deve arrivarecome abbiamo detto poco fa a proposito dell'astronomia. Non
sai che fanno un uso simile anche dell'armonia? Misurando tra loro gli accordi e i suoni percepiti dall'orecchiocompiono
come gli astronomiuna fatica inutile».
«Sìper gli dèie anche ridicola!»esclamò. «Tirando in ballo certe frazioni di tono e tendendo l'orecchiocome per
captare la voce dei vicini di casagli un dicono che tra due suoni ne percepiscono un terzoe che questo è l'intervallo
Platone La Repubblica

93
minimo da usare come unità di misuragli altri ribattono che questi suoni sono tutti uguali; entrambi comunque
antepongono le orecchie all'intelletto».
«Tu»dissi«stai parlando di quelle brave persone che tormentano e saggiano le corde torcendole con le chiavette; e
per non farla troppo lungalascio perdere l'immagine dei colpi inflitti col plettro e delle accuse rivolte alle corde quando
non danno suono o lo danno troppo fortee preciso che non sto parlando di loroma di quelli che poco fa ci siamo
proposti di interrogare sull'armonia.
Essi infatti si comportano come gli astronomi: in questi accordi percepiti dall'orecchio cercano i rapporti numerici
senza però risalire ai problemicioè non esaminano quali numeri sono consonanti e quali noe per quale motivo».(14)
«Stai parlando di una questione sovrumana!»esclamò.
«Utile»risposi«alla ricerca del bello e del benema inutile se perseguita in altro modo».
«è logico»disse.
«Io credo»ripresi«che anche la ricerca su tutte queste discipline da noi passate in rassegnase arriva a cogliere la
loro reciproca comunanza e affinità e a dedurne la natura di tale rapportopossa dare qualche contributo al nostro scopo e
non sia una fatica inutilealtrimenti non serve a nulla».
«Lo prevedo anch'io»disse. «Ma stai parlando di un compito assai gravosoSocrate».
«Ti riferisci al proemio»domandai«o a quale altra parte? Non sappiamo forse che tutto ciò è il preludio della
melodia che dobbiamo imparare? Di certo non pensi che i valenti conoscitori di queste discipline siano esperti di
dialettica».
«Noper Zeus»disse«tranne pochissimi di quelli in cui mi sono imbattuto».
«Ma allora»ripresi«chi non è in grado di sostenere o comprendere una tesi saprà mai qualcosa di ciò che a nostro
giudizio occorre sapere?» «Noneanche questo»rispose.
«E non è proprio questaGlaucone»domandai«la melodia che la dialettica esegue? Quella melodia chepur essendo
intellegibilepuò essere imitata dalla facoltà della vistala qualecome abbiamo dettosi sforza di guardare all'essenza
degli esseri viventidegli astri e persino del sole. Così anche la dialetticaquando comincia a muoversi verso l'essenza di
ogni singola realtà senza l'aiuto di tutti i sensima solo con la ragionee non rinuncia prima di aver colto con il puro
intelletto il bene in sétocca i confini stessi dell'intellegibilecome la vista arrivava ai limiti del mondo visibile».
«Senza dubbio»disse.
«E a questo procedimento non dai il nome di dialettica?» «Certamente».
«La liberazione dalle catene»continuai«la conversione dalle ombre alle immagini e alla lucel'ascesa dalla caverna
sotterranea al solee qui la persistente incapacità di guardare gli esseri viventile piante e la luce del solele loro
immagini divine riflesse nell'acqua e le ombre degli esseri realima non più delle immagini proiettate da un'altra luce
analoga a quella del sole: lo studio di tutte le arti che abbiamo passato in rassegna produce questo effetto e innalza la parte
migliore dell'anima alla contemplazione della parte migliore dell'esserecome prima elevava il più acuto dei sensi
corporei alla contemplazione dell'oggetto più luminoso nel mondo materiale e visibile».
«Accetto il ragionamento»disse«per quanto mi sembri davvero difficile da accettare; ma d'altro canto è anche
difficile rifiutarlo.
Ad ogni mododato che non dobbiamo discuterne solo in questo momentoma dovremo ritornarci sopra più volte
anche in seguitoposto che le cose stiano come diciamo oratorniamo alla melodia stessa e spieghiamola come abbiamo
fatto per il preludio. Dimmi dunque qual è il metodo della facoltà dialetticain quali generi è suddivisa e quali sono le sue
vie: a quanto pareesse dovrebbero condurre verso quella mèta dove chi giunge troverà riposo dal cammino percorso e la
fine del viaggio».
«Non sarai più in grado di seguirmicaro Glaucone»ribattei«anche se da parte mia la buona volontà non
mancherebbe; inoltre non vedresti più un'immagine di ciò che diciamoma la verità stessaalmeno come pare a me. Se sia
o non sia effettivamente cosìnon vale più la pena di appurarloma bisogna dimostrare che qualcosa del genere si può
vedere. O no?» «Certamente».
«Quindi dobbiamo anche dimostrare che soltanto la facoltà dialettica può rivelare questa visione a chi è esperto nelle
discipline passate prima in rassegnae che la cosa non è possibile in nessun altro modo?» «Vale la pena di appurare anche
questo»rispose.
«Allora»dissi«nessuno contraddirà le nostre affermazionisostenendo che per cogliere l'essenza di ogni singola cosa
esiste un altro procedimento metodico. Invece tutte le altre arti sono rivolte alle opinioni e alle passioni umaneo ai
processi di nascita e di fabbricazione delle coseo alla cura di ciò che si produce in natura e viene costruito dall'uomo; e le
rimanenticioè la geometria e le discipline affiniche come abbiamo detto attingono un poco all'esserevediamo che lo
sognanoma non riescono a vederlo in stato di vegliafinché mantengono immutabili le ipotesi di cui si servono senza
saperle spiegare. Chi infatti accetta come principio ciò che non conoscee con questo ha intrecciato la conclusione e i
passaggi intermedi della sua ricercaavrà mai qualche possibilità che una tale convenzione diventi scienza?» «No mai!»
rispose.
«Pertanto»aggiunsi«soltanto il metodo dialettico procede per questa viaeliminando le ipotesiverso il principio
stesso per confermare le proprie conclusionie dolcemente trascina e solleva verso l'alto l'occhio dell'anima immerso in
un fango veramente barbaricoservendosi delle arti menzionate come di compagne e coadiutrici nella conversione;
spessoper abitudinele abbiamo chiamate scienzema necessitano di un altro nomepiù fulgido di opinione e più oscuro
di scienza. Primain qualche puntole abbiamo definite riflessione... ma a mio parere non si tratta di contendere sul nome
Platone La Repubblica

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quando si ha di fronte un'indagine di questioni tanto importanti come le nostre».
«No di certo»disse.
«Ci basterà dunque quel nome che in qualche modo può esprimere con chiarezza lo stato dell'anima?» (15) «Sì ».
«Allora»ripresi«basterà continuare a chiamare la prima parte scienzala seconda riflessionela terza assenso e la
quarta congettura. Queste ultime due le chiameremo opinionele altre due intelletto; l'opinione riguarda il divenire
l'intelletto l'essere.
L'essere sta al divenire come l'intelletto sta all'opinionee il rapporto tra intelletto e opinione è lo stesso che intercorre
tra scienza e assenso e tra raziocinio e congettura. E lasciamo stareGlauconela corrispondenza tra i concetti cui si
applicano questi vocaboli e la divisione in due parti di ciascun ambitodell'opinabile e dell'intellegibileper non essere
gravati da discorsi ancora più numerosi dei precedenti».
«Per quanto riesco a seguirti»ammise«sono d'accordo con te».
«Quindi tu chiami esperto di dialettica chi sa rendere ragione dell'essenza di ogni singola cosa? E chi non è capace di
questo dirai che non ne possiede una conoscenza intellettivain quanto non sa renderne conto né a se stesso né agli altri?»
«E come potrei dire diversamente?»rispose.
«Allora è così anche per il bene: un individuo che non è in grado di definire razionalmente l'idea del bene
distinguendola da tutto il resto e passando come in battaglia attraverso ogni genere di obiezionipronto a confutarle non
secondo l'opinione ma secondo la realtàe non affronta tutte queste prove senza che la sua ragione vacillinon dirai che
non conosce il bene in sé né alcun altro benema se mai ne afferra una qualche parvenzal'afferra non con la scienzama
con l'opinionee la sua vita attuale è un torpido sogno dal quale non si desta in questo mondoperché prima scende
nell'Ade a dormire un sonno completo?» «Sìper Zeuscerto che dirò tutto questo!»esclamò.
«Ma se un giorno allevassi di fatto i tuoi figliche ora allevi ed educhi in teorianon lasceresticredoche privi della
ragione come linee irrazionali (16) governino la città detenendo le cariche più alte».
«No di certo»disse.
«Quindi imporrai loro per legge di coltivare in ogni modo quell'educazione che li renderà capaci di interrogare e
rispondere nella più piena conformità con il metodo scientifico?» «Lo farò»rispose«almeno col tuo aiuto».
«Ti sembra dunque»chiesi«che la dialettica si trovi per noi al verticecome un fregio a coronamento delle altre
disciplinee che nessun'altra disciplina possa a buon diritto essere collocata più in altotanto che la trattazione delle
discipline ha qui il suo compimento?» «Mi sembra di sì »rispose.
«A questo punto»proseguii«ti resta da decidere a chi e in che modo assegneremo queste discipline».
«è chiaro»disse.
«Ti ricordi allora quali governanti abbiamo scelto per primi?» «Come no?» «Allora»dissi«convinciti che sotto ogni
altro aspetto bisogna scegliere quelle naturein quanto sono da preferirsi gli uomini più saldi e coraggiosie se possibile
più belli d'aspetto. Inoltre bisogna cercare persone non solo dal carattere nobile e dignitosoma anche fornite di doti
conformi a questo tipo di educazione».
«E quali doti determini?» «Beato amico»risposi«essi devono avere acutezza d'ingegno e imparare senza sforzo. Le
anime si scoraggiano molto di più negli studi difficili che negli esercizi ginniciperché qui la fatica le riguarda
particolarmente e non è condivisa dal corpo».
«Vero»disse.
«E bisogna cercare un individuo di buona memoriatenace e molto amante della fatica. In caso contrariocome puoi
credere che uno vorrà sottoporsi agli esercizi fisici e applicarsi sino in fondo in uno studio di questa mole?» «Nessuno
vorrà farlo»rispose«a meno che non abbia una disposizione naturale perfetta».
«Pertanto»continuai«l'errore attuale che ha attirato il discredito sulla filosofia è dovuto al fatto checome abbiamo
detto primanon se ne occupano persone degne: non dovevano accostarsi ad essa figli bastardima legittimi».
«In che senso?»chiese.
«Innanzitutto»risposi«chi si accosterà ad essa non dev'essere zoppo nell'amore per la faticacioè laborioso soltanto
a metà. Questo accade quando uno è appassionato di ginnastica e di caccia e pratica ogni sorta di esercizio fisicoma non
ama impararené ascoltarené fare ricercheanzi detesta la fatica in tutte queste attività; ma è zoppo anche chi indirizza la
sua laboriosità nel senso contrario a questo».
«Quello che dici è verissimo»ammise.
«Anche in riferimento alla veritàquindi»domandai«considereremo allo stesso modo mutila l'anima che odia la
menzogna volontarianon la tollera in se stessa e si indigna fortemente quando gli altri mentonoma accetta facilmente
quella involontaria e non si irrita se viene colta in fallo di ignoranzaanzi si voltola pacificamente nell'ignoranza come un
maiale?» «Senz'altro»rispose.
«E anche riguardo alla temperanza»aggiunsi«al coraggioalla magnanimità e tutti gli altri elementi della virtù
bisogna distinguere non meno attentamente il bastardo dal legittimo. Quando un individuo o una città non sanno condurre
con ogni scrupolo una simile indaginenon si accorgono di avere a che fare in qualsiasi circostanza con persone zoppe e
bastardenel primo caso amicinel secondo governanti».
«è proprio così »disse.
«Pertanto noi»ripresi«dobbiamo fare molta attenzione a tutto ciò: se faremo educare in uno studio e un esercizio di
questa importanza uomini integri nel corpo e nello spiritola giustizia stessa non avrà nulla da eccepire e noi salveremo la
città e la costituzionementre se sottoporremo a questa pratica gente di ben altra indoleotterremo risultati esattamente
Platone La Repubblica

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opposti e copriremo la filosofia di un ridicolo ancora maggiore».
«E sarebbe una vergogna!»esclamò.
«Proprio così »dissi. «Ma ho l'impressione che anche adesso mi stia capitando qualcosa di ridicolo».
«Che cosa?»domandò.
«Mi sono dimenticato»risposi«che stavamo scherzandoho parlato con troppa foga. Infattimentre parlavoho
rivolto lo sguardo alla filosofia e mi sembra di essermi adirato al vederla indegnamente coperta di fango; alloraquasi
incollerito con i colpevoliho pronunciato quelle parole con eccessiva serietà».
«Noper Zeusalmeno per un ascoltatore come me!»esclamò.
«Ma per un retore come me sì !»ribattei. «Non dimentichiamo che dapprima abbiamo scelto degli anzianimentre ora
non ci sarà più possibile. Non si deve credere a Solonequando afferma che invecchiando si possono imparare molte
cose;(17) al contrario è meno facile che imparare a correree tutte le fatiche gravose e di un certo peso spettano ai
giovani».
«è inevitabile»disse.
«In conclusione»ripresi«l'aritmeticala geometria e tutta l'educazione propedeutica che va impartita prima della
dialettica devono essere proposte sin dall'infanziasenza però conferire all'insegnamento una forma costrittiva».
«E perché?» «Perché»risposi«l'uomo libero non deve imparare nulla con la costrizione. Le fatiche fisicheanche se
sono affrontate per forzanon peggiorano lo stato del corpomentre nessuna cognizione introdotta a forza nell'animo vi
rimane».
«è vero»confermò.
«Quindicarissimo»continuai«non educare i fanciulli negli studi a forzama in forma di gioco: in questo modo
saprai discernere ancora meglio le propensioni naturali di ciascuno».
«Le tue parole sono sensate»disse.
«E non ricordi»domandai«che secondo noi i fanciulli devono essere condotti anche in guerra come osservatori a
cavalloe se non incombe un pericolo bisogna portarli vicino alla battaglia e far gustare loro il sanguecome ai
cagnolini?» «Mi ricordo»rispose.
«In tutte queste fatichestudi e pericoli»dissi«chi di volta in volta appare il più pronto deve entrare a far parte di un
gruppo scelto».
«A che età?»chiese.
«Quando hanno terminato gli esercizi ginnici obbligatori»risposi.
«Durante questo periodoche duri due o tre anniè impossibile fare altroperché la stanchezza e il sonno sono
nemiche dello studio.
Del resto anche questa è una prova non trascurabile delle capacità di ognuno negli esercizi ginnici».
«Come no?»disse.
«Dopo questo periodo»proseguii«quelli prescelti tra i ventenni otterranno onori maggiori degli altrie le discipline
che hanno già studiato confusamente nell'educazì one giovanile saranno loro riproposte in una visione d'insiemeche
mostri la loro affinità reciproca e la natura dell'essere».
«Certo»ammise«solo un'istruzione di questo genere è solidaper chi l'ha acquisita».
«Ed è anche la prova più efficace»aggiunsi«per riconoscere la natura dialettica: solo chi è capace di una visione
d'insieme è un dialettico».
«Sono d'accordo»disse.
«Tenendo presenti queste considerazioni»ripresi«dovrai individuare tra i giovani prescelti coloro che più di tutti
possiedono queste doti e rivelano costanza nello studionella guerra e nelle altre attività stabilite per legge; e una volta
che abbiano superato i trent'anni dovrai insignirlì di onori più grandi e saggiare con la facoltà dialettica chi sia capace di
giungere con l'aiuto della verità all'essere in sésenza ricorrere alla vista e agli altri sensi.
E in questo è necessaria molta cautelaamico».
«E perché mai?»chiese.
«Non ti accorgi»ribattei«di quanto sia grande il difetto attuale della dialettica?» «Quale?»domandò.
«I dialettici»risposi«sono in certo qual modo pieni di disordine morale».
«Certamente»assentì .
«E non credi»incalzai«che la loro condizione sia strana e meriti la tua commiserazione?» «In che senso?»
«Supponiamo»dissi«che un figlio adottivo sia allevato tra grandi ricchezzein una famiglia illustre e potente e in mezzo
a molti adulatorie una volta adulto si renda conto di non essere figlio dei genitori che credevama non riesca a ritrovare
quelli veri: sei in grado di prevedere come si comporterebbe con gli adulatori e con i suoi pretesi genitori prima di sapere
dell'adozione e dopo averlo saputo? O vuoi sentire la mia previsione?» «Lo vogliosì »rispose.
«Ebbene»continuai«prevedo che onorerebbe il padrela madre e gli altri presunti familiari più degli adulatori
sopporterebbe meno facilmente che mancassero di qualcosasarebbe meno incline a farli oggetto di azioni o parole
ingiuste e nelle questioni importanti disobbedirebbe a loro meno che agli adulatori; questo nel periodo in cui non fosse a
conoscenza della verità».
«è logico»disse.
«Ma una volta che si fosse reso conto di come stanno le coseprevedo che diminuirebbe l'onore e la cura nei loro
confronti a tutto vantaggio degli adulatoriai quali presterebbe orecchio molto più di primavivendo a modo loro e
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frequentandoli apertamentee non gli importerebbe nulla di quel padre e degli altri presunti familiaria meno che non
fosse dotato di una natura straordinariamente nobile».
«Accadrebbe precisamente come dici»concordò. «Ma in che modo questo paragone si può riferire a coloro che si
occupano della dialettica?» «Nel modo seguente. Sin dall'infanzia noi abbiamo delle opinioni sul giusto e sul belloche ci
hanno allevati come dei genitori e alle quali obbediamo e portiamo rispetto».
«Sìè così ».
«Ma esistono anche abitudini piacevoli contrarie a questeche adulano la nostra anima e la trascinano verso di loro
senza però persuadere gli uomini appena un poco equilibratii quali rispettano le usanze tradizionali e ad esse rimangono
fedeli».
«è così ».
«Ebbene»proseguii«quando a una persona del genere viene posta la domanda: "Che cos'è il bello?"e la ragione
confuta la risposta che questi ha dato per averla udita dal legislatoree quando una confutazione frequente e serrata lo
induce a credere che ciò non è per nulla più bello che brutto e a procedere allo stesso modo con il giustoil bene e ciò che
teneva in maggior contocosa credi che farà in seguito dell'onore e dell'obbedienza a quei valori?» «è inevitabile»
rispose«che il suo onore e la sua obbedienza non siano più gli stessi».
«Quando dunque»domandai«non riterrà questi valori degni di rispetto e familiari come primae d'altra parte non
riuscirà a trovare quelli veripotrà ragionevolmente dirigersi verso una vita diversa da quella che lo lusinga?» «No»
rispose.
«E da rispettoso della legge sembrerà che sia divenuto un trasgressorepenso».
«è inevitabile».
«Quindi»ripresi«ciò che accade a chi fa questo uso della dialettica non è forse naturale ecome ho detto prima
degno di molta indulgenza?» «E anche di compassione!»aggiunse.
«E per non esporre i tuoi trentenni a questa compassionenon si dovrà affrontare la dialettica con la massima
cautela?» «Certamente»rispose.
«Ma non è una grande precauzione impedire loro di gustarla finché sono giovani? Non ti è sfuggitocredoche i
ragazzinon appena assaggiano la dialetticala usano come un gioco per contraddire sempree imitando quelli che
confutano finiscono per farlo essi stessigodendo come cagnolini di tirare e mordere con la parola chi di volta in volta si
trova vicino a loro».
«E provano un piacere straordinario!»esclamò.
«Pertantoquando ne confutano molti e da molti sono confutatiben presto cadono in una forte sfiducia verso tutto ciò
in cui credevano prima; di conseguenza sia loro stessisia nel complesso tutta la filosofiacadono in discredito presso gli
altri».
«Verissimo»disse.
«Al contrario»proseguii«l'uomo più anziano non parteciperà di una simile folliama imiterà chi vuole usare la
dialettica per indagare il vero piuttosto che chi vuole giocare e contraddire per divertimento; inoltre sarà egli stesso pì u
equilibrato e renderà la sua professione più onorata anziché più disprezzabile».
«Giusto»disse.
«E anche tutto il discorso di prima non è stato forse dettato dalla precauzione che coloro a cui sarà trasmessa la
dialettica siano per natura ordinati e costantie che non se ne occupicome orail primo venuto privo di qualsiasi
attitudine?» «Senz'altro»rispose.
«Per assimilare la dialettica è dunque sufficiente un'applicazione costante e assiduache escluda ogni altra attività e
corrisponda nel metodo agli esercizi fisicima duri il doppio?» «Vuoi dire sei o quattro anni?»domandò.
«Via»dissi«facciamo cinque. Dopo questo periodo dovrai far ridiscendere i tuoi discepoli in quella caverna e
obbligarli a esercitare i comandi militari e tutte le cariche detenute dai giovaniaffinché non siano inferiori agli altri per
esperienza; e anche in questo campo bisogna metterli alla prova per vedere setrascinati in ogni direzionerimarranno
fermi o si lasceranno smuovere un poco».
«Quanto tempo assegni a queste attività?»chiese.
«Quindici anni»risposi. «Arrivati a cinquant'annicoloro che si sono mantenuti integri e si sono particolarmente
distinti in tutte le attività pratiche e in tutte le scienze dovranno essere condotti alla perfezione e costretti a volgere verso
l'alto il lume dell'anima e a guardare l'essere in sé che dà luce a ogni cosa; e dopo aver visto il bene in sédovranno usarlo
come modello per ordinareciascuno a turnola cittài privati cittadini e se stessi per il resto della loro vitadedicando la
maggior parte del tempo alla filosofia. E quando arriva il loro turnodovranno impegnarsi nel travaglio della politica e del
governo della città pensando di compiere un'opera non bellama necessaria; cosìdopo aver educato altri concittadini e
averli lasciati al loro posto come guardianiandranno ad abitare nelle isole dei beati. Allora la città dovrà consacrare loro
monumenti e sacrifici pubblici come a esseri sovrumanise la Pizia darà responso favorevolealtrimenti come a uomini
beati e divini».
«Hai reso i governanti bellissimiSocratecome uno scultore di statue!»esclamò.
«E anche le governantiGlaucone! »ripresi. «Non credere che le mie parole valgano più per gli uomini che per le
donnealmeno per quante di loro possiedono le doti naturali indispensabili».
«è giusto»disse«se davvero parteciperanno in uguale misura a tutte le attività degli uominicome abbiamo
spiegato».
Platone La Repubblica

97
«Ebbene»proseguii«non convenite che riguardo alla città e alla costituzione non abbiamo espresso semplici
desiderima proposte fattibiliper quanto la loro realizzazione sia difficile e possa avvenire soltanto nel modo che
abbiamo dettocioè quando i veri filosofimolti o uno solo(18) prenderanno il potere nella città e disprezzeranno gli
onori attualiritenendoli miseri e di nessun valoree al contrario avranno la massima considerazione della rettitudine e
degli onori che ne derivano e reputeranno la giustizia il valore più alto e più necessariomettendosi al suo servizio per
darle incremento e ordinare la loro città?» «In che modo?»domandò.
«Manderanno in campagna»risposi«tutti i cittadini al di sopra dei dieci anniprenderanno in cura i loro figliancora
immuni dalle attuali abitudini dei loro genitorie li educheranno ai loro costumi e alle loro leggiche saranno rispondenti
a quanto abbiamo esposto prima. Così la costituzione che abbiamo delineato entrerà in vigore nel modo più rapido e
facilela città sarà prospera e il popolo che vedrà realizzarsi il nostro progetto ne trarrà il massimo giovamento».
«Certamente»disse. «E mi sembra che tuSocrateabbia spiegato bene come potrebbe realizzarsise mai ciò
accadesse».
«Non abbiamo parlato abbastanza»chiesi ancora«di questa città e dell'uomo conforme ad essa? è chiaro quali
dovranno esserea nostro giudiziole sue caratteristiche».
«Sìè chiaro»rispose«e come vuol far intendere la tua domandami sembra che la questione sia conclusa».
NOTE: 1) Il mito della cavernache rappresenta i quattro gradi della conoscenzaè strettamente legato alla distinzione
tra mondo sensibile e mondo intellegibile tracciata negli ultimi capitoli del libro 6 attraverso l'immagine dei due segmenti
e delle quattro partia ciascuna delle quali corrisponde un diverso livello e strumento di conoscenza; questo denso
discorso concettuale trova qui la sua esplicitazione e il suo coronamento.
2) OmeroOdyssealibro 11versi 439-490; il passocitato più ampiamente a libro 3386cviene qui adattato al
contesto e risulta assai appropriato perché in queste paroleche Achille rivolge a Odisseo durante la sua discesa agli
Inferiil mondo delle ombrecioè l'Adeviene contrapposto al mondo dei vivi.
3) Altra allusione al destino di Socrateche pagò con la vita il suo tentativo di condurre gli uomini dall'oscurità alla
luce della filosofia e del bene.
4) Questa teoria della trasmissione del sapereriferita ai sofistiè contestata anche nel Simposio (175d-e).
5) La filosofia e la politica.
6) L'immagine è derivata da un gioco di ragazzicitato anche nel Fedro (241b)nel quale si usava un coccio bianco da
una parte e nero dall'altra. I giocatori erano divisi in due squadreciascuna delle quali sceglieva uno dei due colori; il
coccio veniva poi gettato in aria al grido di "nùs e eméra"('notte o giorno!') e a seconda di come cadeva una squadra
fuggiva e l'altra inseguiva.
7) I Greci distinguevano tra l'aritmeticapuramente teoricae l'arte del calcolovolta alle applicazioni pratiche.
8) Palamedeeroe greco che gareggiava con Ulisse in astuzia e ingegnoera considerato l'inventore dell'aritmetica
dell'astronomia e dell'alfabeto. Platone ironizza sulla ripetitività di certi soggetti tragicidato che la figura di Palamede era
protagonista di molte tragediema forse anche su un'opera di Gorgia a lui dedicata.
9) Per esempio la pioggia e le singole gocceil bosco e gli alberi che lo costituiscono.
10) Platone concepisce i numeri in sé come entità astrattea metà tra le idee e gli oggetti sensibili.
11) Si tratta della stereometriache fu studiata a fondo da Euclide e dalla scuola platonica. Uno dei maggiori esperti
greci di stereometria fu quel Teeteto cui Platone dedicò il dialogo omonimo.
12) Gli astriornamenti del cieloappartengono al mondo visibile e quindi sono soltanto una copia dei veri corpi
celestiche risiedono nel mondo delle idee.
13) Il nome del mitico costruttore del Labirinto di Cretadove il re Minosse teneva nascosto il Minotaurooffre lo
spunto per un gioco di parole su "daídalos"che come aggettivo significa 'artisticamente lavorato'.
14) L'interesse di Platone per l'armonia è esclusivamente teorico e prescinde dalle sue applicazioni pratiche nel campo
della musica.
15) La traduzione segue la congettura di Burnetpoiché la corruttela del testo è insanabile.
16) I matematici greci rappresentavano le grandezze irrazionali con un sistema di linee irrazionali; questa sembra la
migliore interpretazione dell'immaginepiù convincente di quella che intende "grammé" nel senso di "parola scritta".
17) Parafrasi di Soloneframmento 22Gentili-Prato.
18) Platone non fa una distinzione precisa tra monarchia e aristocraziapurché il potere sia in mano ai filosofi.
Platone La Repubblica

98
REPUBBLICA - LIBRO OTTAVO
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine di ogni libro)

«Bene. Siamo quindi d'accordoGlauconeche nella città destinata al governo più perfetto devono essere in comune le
donnei figli e l'intera educazionecome pure le occupazioni in pace e in guerrae devono regnarvi i migliori nella
filosofia e nella guerra».
«Siamo d'accordo»disse.
«E abbiamo anche convenuto che i governantiuna volta insediatisifaranno alloggiare i soldati nelle abitazioni
descritte sopradove nessuno avrà nulla di proprioin quanto saranno comuni a tutti; e oltre a queste abitazioni abbiamo
concordatose ti ricordianche le norme che regoleranno i loro possessi».
«Sì »confermò«ricordo: pensavamo che nessuno dovesse possedere nulla di ciò che ora possiedono gli altrie che in
qualità di atleti della guerra e di guardiani dovessero prendersi cura di sé e del resto della cittàricevendo come compenso
per il loro servizio il mantenimento annuale da parte degli altri concittadini».
«Giusto»risposi. «Ma ora che abbiamo concluso la trattazione di questo argomentorichiamiamo alla memoria da
quale punto abbiamo deviato fin quiin modo da riprendere la strada di prima».(1) «Non è difficile»disse. «Più o meno
come adessofacevi intendere di aver concluso il tuo discorso sulla cittàsostenendo che consideravi buona la città
corrispondente a quella da te descritta in precedenzae buono l'uomo conforme ad essapur potendo indicarea quanto
sembrauna città e un uomo ancora migliori.
Aggiungevi comunque chese questa città è giustale altre sono sbagliate. E a quanto ricordodicevi che esistono
quattro forme di governodelle quali vale la pena di parlare per vederne gli errorie quattro specie di uomini
corrispondenti ad esse. Il tuo scopo era che esaminassimo tutti questi individui e ci accordassimo sul migliore e sul
peggioreper poi accertare se il migliore fosse il più felice e il peggiore il più infeliceo se le cose stessero altrimenti;
quando poi ti chiesi quali fossero le forme di governo di cui parlavia quel punto intervennero Polemarco e Adimantoe
così turiallacciandoti al loro discorsosei arrivato a questo punto».
«La tua ricostruzione è esattissima!»esclamai.
«Quindia mo' di lottatoreoffrimi di nuovo la stessa presae cerca di rispondere alla mia domanda come stavi per
fare allora».
«Se ci riesco»dissi.
«D'altronde»aggiunse«desidero anch'io ascoltare quali sono le quattro forme di governo di cui parlavi».
«Non ti sarà difficile ascoltarlo»risposi. «Le quattro forme di cui parlo hanno anche dei nomi appositi: la primala
più lodataè quella cretese e spartana;(2) la secondatale anche nelle lodiè chiamata oligarchia ed è una forma di
governo piena di molti mali. Diversa da questa è la democraziache la segue nell'ordinee infine viene la vera e propria
tirannideche differisce da tutte questequarto ed estremo malanno per una città. Sai indicare qualche altra forma di
governo che si possa collocare in una specie ben definita? Le monarchie ereditariei regni che si comprano e altre simili
forme di governo rientrano in queste categoriee si possono trovare tra i barbari non meno che tra i Greci».
«In effetti le forme di governo di cui si parla sono molte e strane»disse.
«Sai dunque»dissi«che anche gli uomini si dividono necessariamente in tante specie quante sono le forme di
governo? O credi che le forme di governo nascano da una quercia o da una pietra3 anziché dai costumi presenti nelle
cittàche trascinano dietro tutto il resto indinando come il piatto di una bilancia?» «Noquesta è l'unica causa»rispose.
«Perciòse i regimi vigenti nelle città fossero cinquesarebbero cinque anche le disposizioni spirituali dei singoli
individui».
«Certamente».
«Abbiamo già trattato dell'individuo simile al regime aristocratico(4) e l'abbiamo correttamente definito buono e
giusto».
«L'abbiamo già trattato».
«Adesso quindi bisogna passare in rassegna gli uomini peggiori di luicioè l'uomo litigioso e ambiziosomodellato
sulla costituzione spartanae poi l'oligarchicoil democratico e il tirannicoallo scopo di individuare il più ingiusto e
contrapporlo al più giustocompletando la nostra indagine sul rapporto tra la giustizia pura e l'ingiustizia pura riguardo
alla felicità e all'infelicità del singolo? Così potremo scegliere se seguire l'ingiustiziadando retta a Trasimacoo la
giustiziasecondo il discorso che ora stiamo portando avanti».
«Bisogna assolutamente fare così »rispose.
«Dunquecome abbiamo incominciato a studiare i caratteri prima nelle forme di governo che negli individuipoiché
questo procedimento ci sembrava più chiarocosì anche ora bisogna prendere in esame innanzitutto la costituzione
ambiziosa? Non conosco un altro nome con cui designarla: la si dovrà chiamare timocrazia o timarchia.(5) E in relazione
a questa esamineremo l'uomo timocraticopoi l'oligarchia e l'uomo oligarchicoin seguito dirigeremo la nostra
osservazione verso la democrazia e l'uomo democraticoe per quarto andremo a vedere uno Stato tirannico e guarderemo
dentro l'anima tirannicacercando di esprimere un giudizio attendibile sulla questione che ci siamo proposti?» «Così
l'osservazione e il giudizio sarebbero senz'altro ragionevoli»rispose.
«Dunque»ripresi«cerchiamo di definire come dall'aristocrazia può nascere la timocrazia. Non è forse ovvio che ogni
forma di governo muta per opera di chi detiene il poterequando in lui stesso si genera la discordiaperché se vi regnasse
la concordia sarebbe impossibile anche il minimo cambiamento?» « Sìè così ».
Platone La Repubblica

99
«E allora»domandai«in che modoGlauconela nostra città sarà sconvolta e i guardiani e i governanti verranno a
contesa tra loro e con se stessi? Vuoi chealla maniera di Omeroinvochiamo le Muse perché ci narrino "come prese a
cadere la discordia" e giocando e scherzando con noi come con i bambini cantino però in stile tragico e sublimequasi
facessero sul serio?»(6) «E come?» «Più o meno nel modo seguente. "è difficile che una città costruita su questi
fondamenti venga sconvolta; ma poiché tutto ciò che nasce si corrompeneanche questa compagine rimarrà in eternoe
un giorno si disgregherà. E la disgregazione avverrà così : non solo le piante che hanno le radici nella terrama anche gli
esseri viventi sulla superficie della terra sono soggetti alla fecondità e alla sterilità dell'anima e del corpoquando le
rivoluzioni periodiche concludono i movimenti ciclici di ciascun esserebrevi per quelli di breve vitacontrari per quelli
con qualità opposte.
Coloro che avete educato come guide della cittàper quanto sapientinon riusciranno a cogliere con la ragione
applicata all'esperienza i periodi di fecondità e sterilità della vostra razzai quali sfuggiranno al loro controllo; perciò
talvolta genereranno figli quando non dovrebbero. Per la prole divina il periodo fecondo è racchiuso da un numero
perfetto(7) per quella umana dal primo numero in cui le elevazioni al quadrato e al cubocomprendenti tre intervalli e
quattro termini costituiti da fattori uguali e disugualicrescenti e decrescentirendono tutte le cose tra loro
commensurabili e razionali. La loro base epitritaaccoppiata al numero cinque ed elevata al cubogenera due armonie
l'una rappresentata da un numero moltiplicato per se stessocento volte centol'altra composta di fattori in parte usuali e
in parte disugualiossia da cento diagonali razionali di cinque diminuite ciascuna di una unitào altrettante irrazionali
diminuite di due unitàe da cento cubi di tre. (8) Questo numero geometrico ha nel suo insieme il potere sulle generazioni
migliori e peggiori. E quando i vostri guardianiignorandoleuniranno in matrimonio ragazzi e ragazze fuori del tempo
opportunoi figli che nasceranno non saranno nobili né fortunati. I predecessori avranno un bel mettere alla guida dello
Stato i migliori tra quelli; ma costorooccupate le cariche dei padri senza esserne degnicomincerannobenché guardiani
a disinteressarsi di noistimando meno del dovuto la musica(9) e di conseguenza i vostri giovani diventeranno più
incolti. Dopo di loro saliranno al potere governanti non sufficientemente forniti delle qualità di guardiani per valutare le
razze di Esiodo e quelle d'orod'argentodi bronzo e di ferro che si produrranno tra voi. Mescolatosi il ferro con l'argento
e il bronzo con l'orosorgerà una disuguaglianza e un'anomalia sregolatache quando si manifestano partoriscono sempre
guerra e inimicizia. "Da questa generazione"(10) bisogna dirlotrae origine la discordiadovunque nasca"».
«E diremo che le Muse danno la risposta giusta!»esclamò.
«Per forza»ribattei«se sono le Muse!».
«E dopo questo che cosa narrano le Muse?»domandò.
« Una volta che è sorta la discordia»ripresi«entrambe le razzequella di ferro e quella di bronzosi volgono agli
affariall'acquisto di terracaseoro e argentoinvece le altre duequella aurea e quella argenteadal momento che non
sono poverebensì ricche per naturaguidano le anime verso la virtù e l'antica organizzazione.
Dopo violenze e contese reciproche raggiungono un accordo sulla distribuzione di terra e case a titolo privato
riducono in schiavitù gli amici e nutritori che prima custodivano come uomini liberitenendoli in conto di perieci e di
servi(11) e si occupano personalmente della guerra e della loro difesa"».
«Mi sembra che da qui abbia origine il sovvertimento»disse.
«Quindi»domandai«questa forma di governo sarà una via di mezzo tra l'aristocrazia e l'oligarchia?» «Senza
dubbio».
«Ecco come avverrà il mutamento. Ma una volta che sarà avvenutocon quale sistema di governo avremo a che fare?
Non è forse chiaro che in parte imiterà la costituzione precedentein parte l'oligarchiatrattandosi di una via di mezzo tra
essema avrà anche caratteri suoi propri?» «è così »rispose.
«Non imiterà dunque la costituzione precedente nel rispetto per i governantinell'astensione della classe guerriera dai
lavori agricoli e manuali e da ogni altra attività volta al denaronell'organizzazione di pasti in comune e nella cura della
ginnastica e degli esercizi di guerra?» (12) «Sì ».
«Ma non saranno per lo più queste le sue caratteristiche peculiari: (13) il timore che salgano al potere i sapientidal
momento che non dispongono più di uomini schietti e fermima solo di nature compositel'inclinazione verso i soggetti
irascibili e più rozziatti più alla guerra che alla pacela considerazione in cui sono tenuti gli inganni e gli stratagemmi
militarie l'abitudine a passare tutto il tempo a combattere?» «Sì ».
«Uomini simili»continuai«saranno avidi di denarocome accade nei regimi oligarchiciselvaggi che stimano
nell'ombra l'oro e l'argentopoiché avranno cassetti e scrigni domestici dove riporre e nascondere i propri averie inoltre
una cerchia di casea mo' di nidi privatinei quali consumare e spendere forti somme per le loro donne e per chi altri
vorranno».
«Verissimo»disse.
«Quindi saranno anche avari delle loro ricchezzedato che le onorano e non le possiedono alla luce del solema per la
brama di essere prodighi dei beni altrui coglieranno i loro piaceri di nascostosfuggendo alla legge come i figli al padre
educati non dalla persuasione ma dalla violenzaperché hanno trascurato la vera Musa della parola e della filosofia e
hanno stimato la ginnastica più veneranda della musica».
«Tu»disse«stai parlando di una costituzione in cui si mescolano appieno il male e il bene».
«In effetti è una costituzione mista»confermai. «Ma in essa si distingue particolarmente un solo caratteredovuto alla
supremazia dell'elemento animoso: e cioè la presenza delle rivalità e dell'ambizione».
«E come!»esclamò.
Platone La Repubblica

100
«Ecco come può nascere questa forma di governo»dissi. «Ne ho tracciato uno schema teorico senza completare i
dettaglima basta anche questo abbozzo per discernere l'uomo più giusto e l'uomo più ingiusto; d'altronde è un lavoro
impossibiledata la sua lunghezzapassare in rassegna tutte le forme di governo e tutti i caratteri senza tralasciare nulla».
«Ben detto»approvò.
«Quale sarà dunque l'uomo corrispondente a questa forma di governo? Come nasce e qual è il suo carattere?»
Intervenne Adimanto: «Credo che per il suo spirito battagliero tenda ad essere vicino al nostro Glaucone».
«Sotto questo aspetto forse sì »dissi«ma sotto questi altri mi sembra diverso».
«Quali?» «Il nostro uomo»risposi«dev'essere un po' più prepotente e incoltobenché non del tutto estraneo alle
Muse; amante della musica e delle discussionima niente affatto eloquente. Un individuo simile sarà duro con gli schiavi
pur senza disprezzarli come chi possiede una perfetta educazioneaffabile con gli uomini liberimolto obbediente alle
autorità; desideroso di cariche e di onorinon vorrà salire al potere per capacità oratorie o altre doti di questo generema
per imprese militari e qualità legate all'arte della guerraessendo amante della ginnastica e della caccia».
«In effetti»osservò«questo carattere corrisponde a quella forma di governo».
«Un uomo cosìquindi»proseguii«potrà anche disprezzare il denaro finché è giovanema quanto più invecchierà
tanto più lo avrà caropoiché partecipa della natura dell'uomo avido e la sua inclinazione alla virtù è impuraessendogli
mancato il custode migliore?» «Quale?»chiese Adimanto.
«La contemperanza di ragione e musica»risposi«la sola che alberga per tutta la vita in chi possiede la virtù e può
conservarla».
«Hai ragione»disse.
«E questo»conclusi«e il giovane timocraticoconforme a una tale città».
«Senza dubbio».
«Questo individuo»ripresi«nasce più o meno così : talvolta è il giovane figlio di un padre onesto che abita in una
città mal governataevita gli onorile carichele cause giudiziarie e ogni altra briga del genere e si accontenta di una
posizione subordinata per non avere fastidi...» «E come nasce allora?»domandò «Quando»risposi«sente che sua
madre si lamenta del marito per una serie di motivi: innanzitutto perché non fa parte dei governantiil che la pone in una
condizione di inferiorità rispetto alle altre moglipoi perché vede che non si dà troppo pensiero del denaronon lotta e si
lascia insultare in privatonei tribunali e nella vita pubblicaanzi sopporta questo genere di comportamenti con indolenza
e infine perché si accorge che pensa sempre a se stessosenza nutrire per lei un particolare rispetto o disprezzo.
Ella si duole di tutto ciò e dice al figlio che suo padre è vile e troppo rilassatoe le altre litanie che le donne sono solite
ripetere in queste occasioni».
«Che sono davvero molte»esclamò Adimanto«e conformi al loro carattere!».
«Tu sai»aggiunsi«che talvolta perfino i loro servi fanno di nascosto simili discorsi ai figliquando danno
l'impressione di essere affezionati; e se vedono un debitore non perseguito dal padre o qualcuno che gli fa un altro torto
incitano il figlio a punire tutti questi individui una volta divenuto adulto e ad essere più uomo del padre. Uscendo di casa
il figlio ascolta e vede altre cose del genere: chi in città si fa gli affari suoi ha la nomea di sciocco ed è tenuto in scarsa
considerazionechi invece sì comporta in modo contrario è onorato e lodato. Allora il giovanesentendo e vedendo tutto
ciòe inoltre ascoltando i discorsi del padre e osservando la sua condotta da vicinoa differenza di quella degli altri
subisce l'attrazione di entrambe le forzedel padre che irriga e sviluppa nell'anima l'elemento razionaledegli altri che
invece coltivano l'elemento concupiscibile e impulsivoperché per natura non è figlio di un uomo malvagioma ha
frequentato cattive compagnie. Trascinato da entrambe le parti si trova nel mezzo e affida il governo di se stesso
all'elemento intermediobattagliero e impulsivodiventando un uomo superbo e ambizioso».
«Mi sembra che tu abbia delineato precisamente la genesi di questo individuo»disse.
«Ecco dunque»conclusi«la seconda forma di governo e il secondo tipo di uomo».
«Sìeccolo»assentì .
«Ora dobbiamo ripetere il verso di Eschilo"altr'uomo schierato in altra città"(14) oppuresecondo il nostro progetto
dobbiamo prima parlare della città?» «Facciamo così »rispose.
«La forma di governo che viene dopo di questa»ripresi«saràcredol'oligarchia».
«Ma quale costituzione intendi per oligarchia?»domandò.
«Quella basata sul censo»risposi«nella quale i ricchi comandano e i poveri non partecipano al governo».
«Capisco»disse.
«Quindi bisogna innanzitutto spiegare come avviene il passaggio dalla timarchia all'oligarchia?» «Sì ».
«Eppure»dissi«questo passaggio è chiaro anche a un cieco».
«In che senso?» «Questa forma di governo»risposi«è rovinata da quel ripostiglio che ognuno ha pieno d'oro.
Dapprima infatti trovano il modo di fare grosse spese e a tale scopo stravolgono le leggialle quali disobbediscono essi
stessi e le loro donne».
«è probabile»disse.
«Poicredorendono il popoì o simile a loro spiandosi e invidiandosi l'un l'altro».
«è probabile».
«Da allora in poi»ripresi«continuano ad arricchirsi e quanto più apprezzano il denarotanto più disprezzano la virtù.
La virtù e la ricchezza non si distinguono forse per il fatto che entrambe stanno come sul piatto di una bilancia e inclinano
sempre in direzioni opposte?» «Sicuro!»rispose.
Platone La Repubblica

101
«Perciòquando in una città sono onorate la ricchezza e i ricchisaranno maggiormente disprezzate la virtù e gli
onesti».
«è chiaro».
«E si ha cura di ciò che di volta in volta è apprezzatomentre si trascura ciò che è disprezzato».
«Proprio così ».
«Di conseguenza questi individuianziché battaglieri e ambiziosialla fine diventano avidi di ricchezze e di guadagno
lodano e ammirano il ricco e gli conferiscono il poterementre disprezzano il povero».
«Certamente».
«E allora promulgano una legge con la quale impongono come limite della costituzione oligarchica una determinata
quantità di ricchezzemaggiore dove l'oligarchia è più forteminore dove è più deboleinterdicendo dalle cariche chi non
possiede un patrimonio che raggiunga il censo prescritto; e realizzano il loro scopo con la forza delle armi oprima ancora
di giungere a questostabiliscono una tale forma di governo con il terrore. Non è così ?» «è proprio così ».
«In poche paroleecco com'è questa costituzione».
«Sì »disse: «ma qual è il suo carattere? E quali sono i difetti che abbiamo individuato in essa?» «Il primo»risposi«è
rappresentato dal suo stesso limite. Pensa un po' se si scegliessero i piloti delle navi in base al censo e non si affidasse
questo compito a un poveroanche se fosse più bravo a guidare una nave...» «Questa gente farebbe una brutta
navigazione!»esclamò.
«E non sarebbe lo stesso per qualsiasi altra carica?» «Credo di sì ».
«Eccetto nel governo di una città?»chiesi. «O anche in questo?» «Tanto più in questoquanto più la carica è gravosa
e importante»rispose.
«Ecco dunque un grave difetto dell'oligarchia».
«Pare di sì ».
«E quest'altro è forse inferiore al precedente?» «Quale?» «Il fatto che questo regime comporti inevitabilmente la
presenza non di unama di due cittàquella dei ricchi e quella dei poveriche pur coabitando tentano sempre di colpirsi a
vicenda».
«Per Zeusnon è affatto inferiore»rispose.
«Ma non è neppure bello non poter magari affrontare una guerra perché si è costretti a ricorrere al popoì o armato e a
temerlo più dei nemicioppure a non farvi ricorso e apparire proprio in battaglia oligarchici nel vero senso della
parola(15) e nello stesso tempo non voler contribuire alle spese per avarizia».
«Nonon è bello».
«E ti sembra corretto ciò che prima abbiamo disapprovatoossia il fatto che in questa forma dì governo le stesse
persone esercitino contemporaneamente il mestiere di contadinocommerciante e guerriero?» «Niente affatto!».
«Guarda dunque se questo maleche è il più grave di tuttinon colpisce per prima l'oligarchia».
«Quale?» «La facoltà di vendere tutti i propri beni e comprare quelli di un altroe dopo averli venduti abitare nella
città senza appartenere ad alcuna delle classi sociali in essa presenti - commerciantiartigianicavalieri e opliti -ma solo
con la reputazione di povero e indigente».
«Sì »disse«è la prima a esserne colpita».
«Una cosa del genere non è certo vietata nei regimi oligarchici: altrimenti non ci sarebbero alcuni cittadini straricchi e
altri completamente poveri».
«Giusto».
«Considera anche questo: quando un individuo simile era ricco e spendevaera forse più utile alla città per gli scopi di
cui parlavamo poc'anzi? O aveva solo l'apparenza di uno dei governantima in realtà non era né governante né suddito
bensì un dissipatore dei beni a sua disposizione?» «è così »rispose: «nonostante le apparenzenon era altro che un
dissipatore».
«Vuoi dunque»ripresi«che definiamo questo individuo un fuco domesticomalanno della cittàcome in un favo
nasce il fucomalanno dell'alveare?»(16) «Proprio cosìSocrate»rispose.
«EbbeneAdimantola divinità ha creato tutti i fuchi alati senza pungiglionema di questi a due zampe alcuni li ha
resi inoffensivialtri li ha dotati di terribili pungiglioni? E quelli privi di pungiglione da vecchi finiscono per diventare dei
pezzentimentre quelli che ne sono provvisti hanno tutti fama di malfattori?» «Verissimo»rispose.
«Pertanto»proseguii«è chiaro che in una città in cui tu vedi dei pezzenti si nascondono ladriborseggiatori
profanatori di templi e delinquenti d'ogni genere».
«è chiaro»disse.
«E nelle città rette a oligarchia non vedi forse dei pezzenti?» «Lo sono quasi tutti»rispose«tranne i governanti».
«Non dobbiamo allora credere»continuai«che in queste città ci siano molti malfattori dotati di pungiglione
sorvegliati e trattenuti a forza dalle autorità?» «Sìdobbiamo crederlo»rispose.
«E non diremo che costoro vi nascono a causa dell'ignoranzadella cattiva educazione e della costituzione vigente?»
«Sìlo diremo».
«Tale dunque sarà la città oligarchicae tantio forse ancora più numerosisaranno i suoi mali».
«Più o meno»ammise.
«Consideriamo quindi conclusa anche la trattazione di questa forma di governo chiamata oligarchiale cui cariche
sono assegnate in base al censo; esaminiamo ora come nasce e quali caratteri possiede l'individuo corrispondente».
Platone La Repubblica

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«Benissimo»disse.
«E il passaggio dall'uomo timocratico a quello oligarchico non avviene proprio così ?» «Come?» «Quando gli nasce un
figliosulle prime questi emula il padre e ne segue le ormema poi vede che urta all'improvviso contro la città come
contro uno scoglio e perde i propri beni e se stessodopo essere stato stratego o aver ricoperto qualche altra carica
importante; quindi viene trascinato dai sicofanti (17) in tribunaledove subisce la condanna a morte o all'esilio o alla
privazione dei diritti civili e di tutte le proprie sostanze».
«è probabile»disse.
«Avendo visto e subito tutto ciòcaro amicoe trovandosicredoprivo di beni e in preda alla pauraegli getta subito
giù a capofitto dal trono della sua anima l'ambizione e l'elemento impulsivo; umiliato dalla povertàsi volge al commercio
e con tenaciarisparmiando e lavorandoa poco a poco accumula ricchezze. Non credi dunque che un uomo simile insedi
su quel trono lo spirito di cupidigia e avidità e ne faccia il gran re del suo animocingendolo della tiaradelle bende e
della scimitarra?» (18) «Credo di sì ».
«A mio parerepoifa sedere a terraai lati di quello spiritol'elemento razionale e quello impulsivorendendoli suoi
schiavi; all'uno permette di calcolare e studiare soltanto il modo in cui aumentare il proprio capitaleall'altro di ammirare
e onorare soltanto la ricchezza e i ricchi e di ambire unicamente al possesso di denaro e a quant'altro possa contribuire a
questo fine».
«Non c'è»disse«un altro modo così rapido ed efficace per trasformare un giovane ambizioso in un uomo avido di
denaro».
«E non è forse questo l'uomo oligarchico?»domandai.
«Sìla sua trasformazione corrisponde alla forma di governo dalla quale si è sviluppata l'oligarchia».
«Vediamo dunque se le assomiglia».
«Vediamo».
«Tanto per cominciarenon le assomiglierà nell'alta considerazione per il denaro?» «Come no?» «E nell'essere
parsimonioso e lavoratoresoddisfacendo soltanto i desideri necessari senza concedersi altre speseanzi dominando gli
altri desideri come vani».
«Certamente».
«Un uomo arido»dissi«che ricava denaro da ogni cosa e accumula tesoriinsommauno di quei tipi che piacciono al
volgo: non sarà così l'individuo corrispondente a una tale forma di governo?» «Mi pare di sì »rispose. «Per una città e un
individuo simili il denaro ha sicuramente un grande valore».
«Non credo infatti»aggiunsi«che costui si sia mai interessato di cultura».
«Non mi sembra»concordò«altrimenti non avrebbe messo un cieco alla guida del coroonorandolo tanto!». (19)
«Bene»feci io. «Ora considera questo: non dobbiamo dire che per la sua ignoranza nascono in lui passioni da fucoin
parte miserevoliin parte disonestetrattenute a forza dalle altre sue occupazioni?» «E come!»esclamò.
«E tu sai»ripresi«dove dovrai guardare per scorgere le malefatte di questi individui?» «Dove?»chiese.
«Alla tutela degli orfanie dovunque capiti loro un'occasione che dia ampia licenza di commettere ingiustizia».
«è vero».
«E da ciò non risulta evidente che un uomo similenelle altre relazioni in cui la sua apparenza di uomo giusto gli fa
acquisire una buona reputazionefrena con una forte compostezza interiore altre passioni malvagie che albergano in lui
ma non le persuade della loro disonestà e non le placa con la ragionema cede alla costrizione e al terrorein quanto teme
per il resto del suo patrimonio?» «Proprio così »rispose.
«E per Zeus»ripresi«caro amicotroverai che nella maggior parte di costoroquando si tratta di spendere il denaro
altruialbergano le passioni congenite ai fuchi».
«E in larga misura!»assentì .
«Quindi un individuo simile non sarà immune da un dissidio interiore e in lui si troveranno non unama due persone
anche se di solito i desideri migliori prevarranno su quelli peggiori».
«è così ».
«Per questo motivocredosarà più rispettabile di molti altri; ma la vera virtù di un'anima concorde e armonizzata
fuggirà lontano da lui».
«Mi pare di sì ».
«D'altra parte l'uomo parsimoniosoa livello individualeè un debole concorrente in città per una vittoria o un'altra
nobile ambizioneperché non vuole spendere denaro per queste competizioni in cui è in palio la buona famatimoroso
com'è di risvegliare le passioni costose e di invitarle a lottare al suo fianco. Perciò combatte da vero oligarchico con pochi
dei suoi mezzi e di solito viene sconfittopur conservando la propria ricchezza».
«Certo»disse.
«Abbiamo forse ancora dei dubbi»domandai«a istituire una somiglianza tra l'uomo parsimonioso e affarista e la
città oligarchica?» «Nessun dubbio»rispose.
«Oraa quanto parebisogna esaminare come nasce la democrazia e qual è il suo carattereper conoscere a sua volta il
carattere dell'uomo corrispondente e sottoporlo al vaglio».
«Potremmo seguire il nostro solito procedimento»suggerì .
«E il passaggio dall'oligarchia alla democrazia»domandai«non è forse determinato dall'insaziabilità del bene che si
propone quel regimeossia di dover accumulare ricchezze a ogni costo?» «In che senso?» «I governanticredodato che
Platone La Repubblica

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nell'oligarchia detengono il potere grazie al possesso di molte ricchezzenon vogliono frenare con la legge i giovani
intemperanti e impedire loro di spendere e dilapidare le proprie sostanzeper diventare ancora più ricchi e onorati
comprando i loro beni e prestando a interesse».
«Sìsoprattutto per questo».
«E non è ormai evidente che in uno Stato i cittadini non possono apprezzare la ricchezza e insieme essere
sufficientemente temperantima è inevitabile che trascurino o l'una o l'altra cosa?» «è ben evidente»rispose.
«Così i regimi oligarchici talvolta hanno ridotto in povertà uomini non ignobili trascurandoli e permettendo loro di
darsi all'intemperanza».
«Certo».
«Costoro dunquea mio parerese ne stanno in città forniti di pungiglione e ben armatialcuni pieni di debitialtri
privati dei diritti civilialtri ancora nell'una e nell'altra situazione; pieni di odio e desiderosi di colpiretra gli altri
soprattutto chi possiede i loro beniessi aspirano a una rivoluzione».
«è così ».
«Gli affaristichini sul loro mestieresembra che non li vedano neanchee con il denaro che accumulano feriscono
chiunque ceda loro; e moltiplicando i frutti del loro capitale generano nella città un gran numero di fuchi e miserabili».
«E come potrebbe essere altrimenti?» «E non vogliono»proseguii«spegnere questo male che divampa impedendo di
fare dei propri beni l'uso che si vuole oppure con quest'altro sistemasecondo il quale simili casi si risolvono con un'altra
legge».
«Quale legge?» «Una seconda legge contro i dissipatori che costringa i cittadini a darsi pensiero della virtù. Se si
imponesse di stipulare la maggior parte dei contratti volontari a proprio rischio e pericoloin città gli usurai non farebbero
guadagni così spudorati e nascerebbero meno guai del tipo di quelli che abbiamo appena indicato».
«Molti di menosenz'altro»disse.
«Ora invece»continuai«per tutte le ragioni accennate i governanti della città hanno ridotto i sudditi in queste
condizioni: e quanto a se stessi e i loro figlinon rendono forse i giovani molliinadatti alle fatiche fisiche e spirituali e
incapaci di resistere ai piaceri e ai dolori a causa della loro fiacchezza e pigrizia?» «Sicuro.» «Ed essi stessi non si curano
d'altro che degli affarie non si preoccupano affatto della virtù più che dei poveri?» «No davvero».
«In queste condizioniquando i governanti e i sudditi vengono a contatto tra loro in viaggio o in qualche altra
occasione d'incontronelle festenelle spedizioni militaridurante una navigazione o una guerra combattuta assieme
oppure quando si osservano a vicenda nei momenti stessi di pericoloi poveri non sono affatto disprezzati dai ricchima
spesso un uomo povero robusto e abbronzatoschierato in battaglia accanto a un ricco allevato all'ombra e coperto di
molto grasso superfluolo vede tutto ansante e in difficoltà. Non pensi allora che attribuisca la ricchezza di persone simili
alla viltà dei poveri come luie che i poveriquando si incontrano in privatosi riferiscano l'un l'altro: "Quegli uomini
sono in nostra baliaperché non valgono nulla"?» «Per quanto mi riguarda»rispose«so bene che fanno così ».
«Come dunque a un corpo debole basta ricevere una piccola spinta dall'esterno per ammalarsie talvolta è indisposto
anche senza cause esternecosì anche la città che si trova in una situazione analoga si ammala ed è in conflitto con se
stessa per un futile motivomentre gli uni invocano l'alleanza di una città oligarchica o gli altri quella di una città
democraticae talvolta scoppia la rivolta anche senza interventi esterni?» «E come!».
«Pertanto la democraziaa mio parerenasce quando i poveririportata la vittoria sulla fazione avversariauccidono
gli uni e mandano in esilio gli altrie dividono con i rimanenti a parità di condizioni il governo e le caricheche per lo più
vengono assegnate tramite sorteggio».
«Questo regime»disse«è in effetti la democraziasia che nasca in seguito a una lotta armatasia che gli avversari
vadano in esilio per paura».
«E in che modo si governano costoro?»domandai. «E quali caratteri ha un regime simile? è chiaro che l'individuo
corrispondente si rivelerà democratico».
«è chiaro»rispose.
«Innanzitutto i cittadini sono liberila città si riempie di libertà e di franchezzae c'è la possibilità di fare ciò che si
vuole?» «Così almeno si dice»rispose.
«Ma è evidente chedove esiste licenzaciascuno potrà organizzare la propria vita come gli pare».
«è evidente».
«Perciò in questa città si può trovare gente d'ogni risma».
«Come no?» «Può darsi»osservai«che questa sia la costituzione migliore: come un mantello trapunto d'ogni colore
così anch'essascreziata di tutti i caratteripuò apparire bellissima. E forse»continuai«molti potranno giudicarla
bellissimacome i fanciulli e le donne che contemplano la varietà».
«Certo»disse.
«E quibeato amico»aggiunsi«è agevole cercare una forma di governo».
«Perché?» «Perché a causa della licenza ha in sé ogni genere di governoe probabilmente chi vuole istituire uno Stato
come facciamo noi oradeve recarsi in una città democratica e scegliere la forma di governo che gli piacecome se si
recasse a una fiera delle costituzionie fondare il suo Stato in base a questa scelta».
«Forse i modelli non gli mancherebbero davvero»disse.
«Il fatto che in questa città»proseguii«non ci sia nessun obbligo di governare neanche se si è in grado di farloné di
essere governati se non lo si vuolené di combattere quando si è in guerrané di mantenere la pace quando la mantengono
Platone La Repubblica

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gli altrise non lo si desiderae d'altra parte si possa stare al potere e amministrare la giustizianel caso venga in mente di
farloanche se una legge lo impedisce: questo modo di vivere non è divinamente piacevole sul momento?» «Forse»
rispose«almeno sulle prime».
«E non è graziosa la mitezza di certe sentenze? Non hai mai visto in una simile forma di governo uomini condannati a
morte o all'esilioche non di meno rimangono in città e si aggirano in mezzo agli altri come degli eroiquasi che nessuno
se ne preoccupasse o li vedesse?»~ «Ne ho visti molti!»rispose.
«E veniamo all'indulgenza e al totale lassismo propri della democraziaper non dire il disprezzo di quei princì pi che
abbiamo esposto con tanto rispetto quando fondavamo la città. Allora dicevamo che un individuoa meno di non avere
una natura straordinarianon potrebbe diventare un uomo onesto se fin da bambino non praticasse giochi belli e non
attendesse a ogni simile occupaziOne ora invece con quanta disinvoltura la democrazia calpesta tutto ciò e non si cura
della condotta morale di chi si accosta alla politicama lo onora solo che proclami di essere favorevole al popolo!».
«Un regime veramente nobile!»osservò.
«La democrazia»dissi«avrà dunque queste e altre caratteristiche analoghee a quanto pare sarà una forma di
governo piacevoleanarchica e variegatache dispensa una certa qual uguaglianza a ciò che è uguale come a ciò che non
lo è».
«Parli di cose ben note!»esclamò.
«Considera dunque»proseguii«qual ènella sfera individualel'uomo democratico. O bisogna prima esaminare
come abbiamo fatto per la forma di governoin che modo nasce?» «Sì »rispose.
«Forse nel modo seguente: da quell'oligarca avaro non potrebbecome pensonascere un figlio allevato dal padre
secondo le sue abitudini?» «Perché no?» «Anche costuiquindireprime a forza i suoi piaceri dispendiosiche non
procurano ricchezza e sono appunto chiamati non necessari».
«è chiaro»disse.
«Vuoi dunque»ripresi«che per non discutere alla cieca definiamo innanzitutto quali sono i desideri necessari e quali
no?» (21) «Sono d'accordo»rispose.
«E non è giusto chiamare necessari quelli che non siamo in grado di respingere e quelli cheuna volta soddisfattici
procurano giovamento? La nostra natura deve provare di necessità sia gli uni sia gli altri desideri. O no?» «Certamente».
«Giustamente quindi applicheremo ad essi il concetto di necessario».
«Giustamente».
«E non avremmo ragione a definire non necessari tutti quelli che invece si possono rimuoverese ci si abitua fin da
giovanie la cui azione non produce niente di buonoanzi talvolta genera effetti contrari?» «Sìavremmo ragione».
«Dobbiamo quindi scegliere un esempio di entrambe le categorieper farcene un'idea generale?» «Certoconviene».
«Il desiderio di mangiare pane e companatico fino a raggiungere la salute e il benessere non sarà forse necessario?»
«Credo di sì ».
«In tal caso il desiderio del pane è necessario sotto entrambi gli aspettisia perché è utile sia perché è in grado di
mantenere in vita».
«Sì ».
«Quello del companatico invece è necessario se contribuisce in qualche modo al benessere fisico».
«Precisamente».
«E il desiderio che va oltre e ricerca cibi diversi da questibenché si possa eliminare dalla maggior parte degli uomini
se viene frenato sin dalla giovane età con l'educazionee che è dannoso sia al corpo sia all'anima agli effetti della
saggezza e della temperanza? Non sarebbe giusto chiamarlo non necessario?» «Anzigiustissimo! ».
«Diremo quindi che questi desideri sono dispendiosiquelli invece sono utilitariin quanto servono alle nostre
attività?» «Sicuro!».
«Diremo la stessa cosa a proposito dei piaceri amorosi e degli altri?» «Sìla stessa cosa».
«Ebbenel'uomo che poco fa abbiamo chiamato fuco non è forse quello checome s'è dettosi fa dominare dai piaceri
e dai desideri non necessari e ne è ricolmomentre l'uomo da noi definito avaro e oligarchico è quello dominato dai
piaceri necessari?» «Ma certo!».
«Torniamo dunque a descrivere»ripresi«come l'uomo democratico nasce dall'oligarchico. Mi pare che di solito
avvenga così ».
«Come?» «Quando un giovaneallevato come abbiamo detto primaossia in modo rozzo e grettogusta il miele dei
fuchi e frequenta belve focose e terribilicapaci di procurare svariati piaceri d'ogni sorta e qualitàsta' sicuro che allora il
suo temperamento oligarchico comincia a mutarsi in democratico».
«è del tutto inevitabile»disse.
«Ebbenecome la città si trasformava perché una delle due fazioni riceveva aiuto da un alleato esternoin virtù della
reciproca affinitàcosì anche il giovane si trasforma per l'intervento esterno di un genere di desideri affine e simile a uno
dei due generi presenti in lui?» «Senz'altro».
«Ma se la sua parte oligarchica riceve a sua volta un aiutoo dal padre o dagli altri familiari che lo redarguiscono e lo
rimproveranoalloracredoscoppia nel suo intimo una rivoluzioneun controrivoluzione e un conflitto con se stesso».
«Certamente».
«E talvoltapensola parte democratica cede a quella oligarchicae alcuni dei suoi desideri scompaionoaltri ancora
vengono banditiin virtù di un certo pudore che rinasce nell'anima del giovaneil quale ritorna a una vita ordinata».
Platone La Repubblica

105
«Sìtalvolta accade questo»disse.
«Ma altre volteimmaginoper l'insipienza dell'educazione paterna si sviluppano e acquistano forza molti altri desideri
affini a quelli messi al bando».
«Sìdi solito accade questo».
«Essi dunque lo trascinano verso le solite compagniee le loro unioni clandestine ne partoriscono molti altri».
«Certo».
«Alla finepensoconquistano la rocca dell'anima del giovanerendendosi conto che è vuota di cognizioninobili
occupazioni e discorsi veriche nelle menti degli uomini cari agli dèi sono le sentinelle e i guardiani migliori».
«E di gran lunga!»esclamò.
«E al loro postoimmaginoaccorrono a occupare quello stesso luogo discorsi e opinioni mendaci e arroganti».
«Senza dubbio»disse.
«E il giovane non tornerà ad abitare apertamente presso quei Lotofagi?(22) E se da parte dei familiari giunge un
qualche aiuto all parte economa della sua animaquei discorsi arrogantisbarrate in lui le porte delle mura regalinon
lasciano entrare i soccorsi e non accolgono come ambasciatori i discorsi di cittadini più anzianima siccome nella
battaglia sono proprio loro a prevaleremandano in disonorevole esilio il pudore affibiandogli il nome di dabbenaggine
bandiscono la temperanza chiamandola viltà e coprendola di fangoe persuadendo il giovane che la misura e le spese
regolate sono indice di rozzezza e meschinità le spediscono oltre confinesostenuti da molti desideri inutili?» «Proprio
così ».
«Dopo aver svuotato e pulito di queste virtù l'anima di chi è in loro poterela iniziano ai grandi misteri; poi vi
introduconosplendidamente incoronate e accompagnate da un coro solennela tracotanzal'anarchiala dissolutezza e
l'impudenzacelebrandole e ricoprendole di nomi carezzevoli: la tracotanza la chiamano buona educazionel'anarchia
libertàla dissolutezza magnificenzal'impudenza coraggio. Non è pressappoco così »chiesi«che un giovane allevato tra
i desideri necessari si trasforma fino a liberare e scatenare i piaceri non necessari e inutili?» «Certoed è ben evidente!»
rispose.
«In seguito un uomo simileimmaginovive spendendo denarofatica e tempo non meno per i piaceri non necessari
che per quelli necessari; ma se è fortunato e non cade in preda a un eccessivo delirioanziuna volta che è divenuto più
anziano ed è passato il grosso della burianaaccoglie parte delle virtù bandite e non si arrende totalmente ai vizi che
hanno preso il loro postoallora passa la vita stabilendo una condizione di parità tra i piaceri e assegnando la signoria di
se stesso al piacere di turnoquasi l'avesse ottenuta in sortefin che non ne è saziosenza disprezzarne alcunoma
nutrendoli tutti in ugual modo».
«Senz'altro».
«Inoltre»aggiunsi«non accetta un discorso vero e non lo lascia entrare nella sua guarnigionese per caso qualcuno
gli dice che alcuni piaceri riguardano i desideri nobili e onestialtri quelli malvagie che bisogna coltivare e apprezzare
gli unipunire e reprimere gli altri; ma nega il suo assenso a tutto ciò e sostiene che tutti i piaceri sono uguali e meritano
lo stesso apprezzamento».
«Con una tale disposizione d'animo»disse«si comporta davvero così ».
«Pertanto»ripresi«egli trascorre i suoi giorni a compiacere il primo desiderio che gli capita: ora si ubriaca al suono
dei flautipoi beve acqua e segue una cura dimagranteora fa ginnasticatalvolta invece se ne sta in ozio e si disinteressa
di tuttoe in certi momenti vuole dare persino l'impressione di studiare la filosofia.
Spesso prende parte alla vita pubblica e salta su a dire e a fare la prima cosa che gli viene in mente; e se per caso
emula qualche uomo di guerrasi volge in questa direzionese invece emula qualche affaristasi volge da quest'altra
parte. Nessun ordine o costrizione regola la sua vitaalla quale si attiene di continuo chiamandola piacevolelibera e
beata».
«Hai descritto perfettamente la vita di un uomo egualitario»disse.
«Credo pure»proseguii«che sia multiforme e piena di tantissime abitudinie che quest'uomo sia bello e vario come
quella città; molti uomini e molte donne potrebbero invidiarlo per la sua vitain quanto egli racchiude in sé tantissimi
modelli di governi e di comportamenti».
«Costui è fatto proprio così »disse.
«Vogliamo dunque ascrivere un individuo simile alla democraziacosì da poterlo correttamente definire
democratico?» «Ascriviamolo»rispose.
«Ora»ripresi«ci resterebbe da descrivere la più bella forma di governo e il migliore individuo: la tirannide e il
tiranno».
«Certamente»disse.
«Ebbenecaro amicoqual è il carattere della tirannide? è pressoché evidente che si tratta di un trapasso dalla
democrazia».
«Sìè evidente».
«Quindi la tirannide nasce dalla democrazia allo stesso modo in cui questa nasce dall'oligarchia?» «In che modo?» «Il
bene che i cittadini si proponevano»spiegai«e per il quale avevano istituito l'oligarchia era la ricchezza eccessiva: non è
vero?» «Sì ».
«Ma l'insaziabile brama di ricchezza e la noncuranza d'ogni altro valore a causa dell'affarismo l'hanno portata alla
rovina».
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«è vero» disse.
«E anche la disgregazione della democrazia non è provocata dall'insaziabile brama di ciò che si prefigge come bene?»
«E che cosasecondo tesi prefigge?» «La libertà»risposi. «In una città democratica sentirai dire che questo è il bene
supremo e quindi chi è libero per natura dovrebbe abitare soltanto là».
«In effetti si ripete spesso questa sentenza»osservò.
«Come stavo per chiederti»proseguii«non sono dunque la brama insaziabile e la noncuranza d'ogni altro valore a
trasformare questa forma di governo e a prepararla ad avere bisogno della tirannide?» «In che senso?»domandò.
«A mio parerequando una città democraticaassetata di libertàviene ad essere retta da cattivi coppierisi ubriaca di
libertà pura oltre il dovuto e perseguita i suoi governantia meno che non siano del tutto remissivi e non concedano molta
libertàaccusandoli di essere scellerati e oligarchici».
«Sì »disse«fanno questo».
«E ricopre d'insulti»continuai«coloro che si mostrano obbedienti alle autoritàtrattandoli come uomini di nessun
valorecontenti di essere schiavimentre elogia e onora in privato e in pubblico i governanti che sono simili ai sudditi e i
sudditi che sono simili ai governanti. In una tale città non è inevitabile che la libertà tocchi il suo culmine?» «Come no?»
«Inoltremio caro»aggiunsi«l'anarchia penetra anche nelle case private e alla fine sorge persino tra gli animali».
«In che senso possiamo dire una cosa simile?»domandò.
«Nel senso»risposi«che ad esempio un padre si abitua a diventare simile al figlio e a temere i propri figliil figlio
diventa simile al padre e pur di essere libero non ha né rispetto né timore dei genitori; un meteco (23) si eguaglia a un
cittadino e un cittadino a un metecoe lo stesso vale per uno straniero».
«In effetti accade questo»disse.
«E accadono altri piccoli inconvenienti dello stesso tipo: in una tale situazione un maestro ha paura degli allievi e li
lusingagli allievi dal canto loro fanno poco conto sia dei maestri sia dei pedagoghi; insommai giovani si mettono alla
pari dei più anziani e li contestano a parole e a fattimentre i vecchiabbassandosi al livello dei giovanisi riempiono di
facezie e smancerieimitando i giovani per non sembrare spiacevoli e dispotici».
«Precisamente»disse.
«In una città come questa»seguitai«caro amicoil limite estremo della libertà a cui può giungere il volgo viene
toccato quando gli uomini e le donne comprati non sono meno liberi dei loro compratori. E per poco ci dimenticavamo di
dire quanto sono grandi la parità giuridica e la libertà degli uomini nei confronti delle donne e delle donne nei confronti
degli uomini!».
«Dunque»fece lui«con Eschilo "diremo quel ch'ora ci venne al labbro"?» (24) «è appunto ciò che sto dicendo»
risposi: «nessunoa meno di non constatarlo di personapotrebbe convincersi di quanto la condizione degli animali
domestici sia più libera qui che altrove.
Le cagnesecondo il proverbiodiventano esattamente come le loro padronei cavalli e gli asiniabituati a procedere
con grande libertà e fierezzaurtano per la strada chiunque incontrinose non si scansae parimenti ogni altra cosa si
riempie di libertà».
«Stai raccontando il mio sogno»(25) disse«perché anche a mequando vado in campagnaspesso capita proprio
questo».
«Ma non capisci»domandai«che la somma di tutti questi elementi messi insieme rammollisce l'anima dei cittadini a
tal punto chese si prospetta loro un minimo di sudditanzasi indignano e non lo sopportano? Tu sai che finiscono per
non curarsi neppure delle leggiscritte e non scritteaffinché tra loro non ci sia assolutamente alcun padrone».
«E come se lo so!»rispose.
«Dunqueamico mio»dissi«questo mi sembra l'inizio bello e vigoroso da cui nasce la tirannide».
«Davvero vigoroso!»esclamò. «Ma che cosa succede dopo?» «Lo stesso malanno»continuai«che si manifesta
nell'oligarchia portandola alla rovinanasce anche nella democraziapiù forte e violento a causa della licenzae la
asservisce. In effetti l'eccesso produce di solito un grande mutamento in senso contrarionelle stagioninelle piantenegli
animali e non ultimo anche nelle forme di governo».
«è naturale»disse.
«Infatti l'eccessiva libertà non sembra mutarsi in altro che nell'eccessiva schiavitùtanto per il singolo quanto per la
città».
«Sìè naturale».
«Ed è quindi naturale»ripresi«che la tirannide si formi solo dalla democraziaossia che dall'estrema libertà si
sviluppi la schiavitù più grave e più feroce».
«è logico»disse.
«Tu però»continuai«non mi stavi chiedendo questobensì qual è quello stesso malanno che nasce nell'oligarchia e
nella democrazia asservendole».
«è vero»confermò.
«Ebbene»dissi«io intendevo parlare di quella razza di uomini pigri e spendaccionii più coraggiosi in testa e i più
vili al seguito: noi paragoniamo gli uni ai fuchi dotati di pungiglionegli altri a quelli che ne sono privi».
«E con ragione!»esclamò.
«Questi due gruppi»ripresi«nascono in ogni regime e vi creano scompigliocome nel corpo la flemma e la bile;
perciò il buon medico e legislatore della cittànon meno di un esperto apicultoredeve prendere per tempo le sue
Platone La Repubblica

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precauzioniinnanzitutto per impedire che nascanoe se nascono perché siano recisi al più presto assieme ai loro favi».
«Sìper Zeusproprio così !»disse.
«Quindi»proseguii«per scorgere più distintamente il nostro obiettivoprocediamo in questo modo».
«Come?» «Dividiamo una città democratica in tre particosa che del resto corrisponde alla realtà. La primase non
erroè quella classe che nasce qui non meno che nella città oligarchica a causa della licenza».
«è così ».
«Ma in questo regime è molto più violenta che in quello».
«In che senso?» «Là rimane inesperta e debole perché non viene apprezzataanzi viene tenuta lontano dalle cariche;
nella democrazia invece questasalvo pochi casiè la classe dirigente e la sua parte più violenta parla e agiscementre gli
altriseduti attorno alle tribuneronzano e non tollerano chi contraddice. Così in un simile regime tutto è amministrato da
questa classecon poche eccezioni».
«Precisamente»disse.
«C'è poi un'altra classe che si distingue sempre dal volgo».
«Quale?» «Quando tutti si danno agli affarile persone dalla natura più equilibrata diventano di solito molto ricche».
«è logico».
«E da lìpensoi fuchi ricavano facilmente la massima quantità di miele da suggere».
«E come potrebbero suggere da chi ha poche sostanze?»replicò.
«E questicredosono i ricchi che vengono chiamati erba dei fuchi».
«Più o meno»disse.
«La terza classe sarebbe il popolocomposto da chi lavora in proprio e non partecipa agli affari pubblicigente che
non possiede un patrimonio cospicuo: ma nella democrazia questa è la classe più numerosa e più potentequando si
coalizza».
«In effetti è così »disse; «ma non vuole farlo spessose non riceve un po' di miele!».
«Eppure ne riceve sempre»replicai«ogni volta che i governanti spogliano i cittadini abbienti dei loro averi e ne
distribuiscono al popolotenendo per sé la parte maggiore».
«Sìlo riceve in questo modo»disse.
Perciò le vittime di queste spoliazioni sono costrette a difendersi credoparlando e agendo tra il popolo come meglio
possono».
«Come no?» «E alloraanche se non aspirano alla rivoluzionesono accusati dagli altri di tendere insidie al popoì o e
di essere oligarchici».
«Certo».
«E alla finequando vedono che il popoì o tenta di danneggiarli non di sua iniziativama perché è ignorante e viene
ingannato dai calunniatoriallorache lo vogliano o nodiventano veramente oligarchici non di loro iniziativama perché
quel fucopungendoliproduce anche questo male».
«Senza dubbio».
«Allora nascono le denuncei processi e le contese reciproche».
«Appunto».
«Ma il popolo non ha sempre l'abitudine di mettere alla sua testa un solo individuodi cui alimenta e accresce il
potere?» «Sìha questa abitudine».
«E allora»dissi«è evidente che quando nasce un tirannogermoglia dalla radice di un capo e non da un'altra».
«E come se è evidente!».
«E come inizia la trasformazione da capo a tiranno? Non è chiaro che ciò avviene quando il capo incomincia a
comportarsi come nel mito che si racconta sul tempio di Zeus Liceo in Arcadia?» «Quale mito?»chiese.
«Quello secondo il quale chi ha gustato viscere umanetagliate e mescolate a quelle di altre vittime sacrificalisi
trasforma inevitabilmente in lupo.(26) Non hai mai sentito questa storia?» «Sìcerto».
«Ebbeneallo stesso modo chi è stato messo a capo del popolose incontra una massa troppo obbedientenon si
astiene dal sangue dei concittadinima con false accusecome accade di solitotrascina l'avversario in tribunale e si
macchia di un delitto togliendo la vita a un uomoe gustando con lingua e bocca impure sangue della sua razza manda in
esiliocondanna a morte e proclama cancellazioni di debiti e divisioni di terre. Non è forse inevitabile che dopo queste
azioni un individuo simile sia destinato a cadere vittima dei suoi nemici o a diventare tirannotrasformandosi da uomo in
lupo?» «è del tutto inevitabile»rispose.
«Ecco colui che lotta contro i possessori di beni!»esclamai.
«Sìeccolo».
«E se viene esiliato e rimpatria a dispetto dei suoi nemicinon ritorna da perfetto tiranno?» «è ovvio».
«Se però i nemici non riescono a scacciarlo o a ucciderlo calunniandolo di fronte alla cittadinanzameditano di farlo
perire segretamente di morte violenta».
«In genere le cose vanno così »confermò.
«A questo punto tutti coloro che si sono spinti fin qui tirano fuori la famosa richiesta dei tiranni: chiedono al popoì o
delle guardie del corpo per garantire l'incolumità del loro difensore».(27) «Certamente»disse.
«E il popoì opensogliele concedeperché teme per lui e confida nelle proprie forze».
«Sicuro».
Platone La Repubblica

108
«Perciòquando un uomo danarosoche per le sue ricchezze è accusato di odiare il popoì osi accorge di questoegli
amico miocome recita l'oracolo dato a Creso"lungo l'Ermo ghiaioso fugge senza ristare né ha vergogna d'essere
vile"».(28) «Giàperché non potrebbe vergognarsi una seconda volta!»esclamò.
«Ma se viene arrestato»proseguii«penso che venga messo a morte».
«Per forza».
«Ed è chiaro che quel capopopolo non giace "grande e lungo disteso"(29) ma dopo aver buttato giù molti altri sta
ritto sul carro della cittàtrasformatosi ormai da capo in perfetto tiranno».
«E perché non dovrebbe?»disse.
«Dobbiamo dunque descrivere»domandai«la felicità dell'individuo e della città in cui nasce un simile mortale?»
«Certo»rispose«descriviamola».
«Ebbene»seguitai«nei primi giorni e in un primo tempo non rivolge forse sorrisi e saluti a tutti quelli che incontra?
Non nega di essere un tiranno e non fa molte promesse in privato e in pubblico? Non condona i debitinon distribuisce la
terra al popolo e ai suoi accoliti e non finge di essere mite e affabile con tutti?» «Per forza»rispose.
«Ma quandocredosi è liberato dei nemici esterni accordandosi con gli uni e annientando gli altrie dal quel lato può
stare tranquillocomincia a suscitare guerre in continuazioneaffinché il popolo abbia la necessità di un capo».
«Sìè logico».
«E anche perché i cittadiniimpoveritisi per i tributi che devono versaresiano costretti a vivere alla giornata e pensino
meno a cospirare contro di lui?» «è chiaro».
«E magari per eliminare con un pretestoconsegnandoli ai nemicicoloro che sospetta abbiano uno spirito troppo
libero per lasciarlo governare? Per tutti questi motivi il tiranno non deve per forza scatenare sempre una guerra?» «Per
forzasì ».
«Ma facendo questo non è facile che venga ancora più in odio ai cittadini?» «Come no?» «Quindi anche quelli che
l'hanno aiutato a prendere il potere e si trovano in una posizione di forzao almeno i più coraggiosiparlano con
franchezza a lui e tra di lorocriticando il suo operato?» «è probabile».
«Perciò il tiranno deve eliminarli tuttise vuole dominarefinché non gli rimane nessuno né tra gli amici né tra i
nemici che valga qualcosa».
«è ovvio».
«Allora deve distinguere con acume chi è coraggiosochi generosochi assennatochi ricco; ed è tanto fortunato che
volente o nolentedeve per forza essere nemico di tutti costoro e cospirare ai loro dannifino a ripulire la città».
«Una bella pulizia!»esclamò.
«Sì »dissi«l'opposto di quella prescritta dai medici per il corpo: essi tolgono il peggio e lasciano il megliocostui fa
il contrario».
«E a quanto pare»aggiunse«è forzato ad agire cosìse davvero vuole governare».
«Egli si trova implicato in un dilemma davvero felice»ripresi«che gli impone di vivere con una massa di mediocri
dai quali per giunta è odiatooppure di non vivere».
«Sìin un dilemma del genere»disse.
«Ma quanto più si renderà odioso ai cittadini con questo comportamentotanto più avrà bisogno di guardie del corpo
numerose e fedeli?» «Come no?» Ma chi saranno questi uomini fedelie da dove li farà arrivare?» «Se darà una
mercede»rispose«molti verranno a volo spontaneamente».
«Corpo d'un cane»esclamai«mi sembra che tu stia parlando di fuchi stranieri d'ogni razza!».
«E ti sembra bene»disse.
«E dal suo stesso Paese chi verrà? Il tiranno non vorrà forse... » «Che cosa?» «Togliere gli schiavi ai cittadiniliberarli
e farne le proprie guardie del corpo?» «Certo»rispose«perché costoro gli sono assolutamente fedeli».
«Davvero beata»esclamai«è per te la condizione del tirannose si riduce ad avere come amici fidati individui simili
dopo aver tolto di mezzo quelli di prima!».
«Eppure»ribatté«la gente a cui ricorre è proprio questa».
«E sono questi»domandai«i compagni che lo ammirano e i nuovi cittadini che lo attornianomentre le persone
oneste lo odiano e lo evitano?» «E come può essere altrimenti?» «Non a torto»dissi«la tragedia in genere ha fama di
essere sapientema in particolare quella di Euripide».
«Perché?» «Perché ha proferito anche questa sentenza dal significato profondo: "saggi sono i tiranni in compagnia dei
saggi".(30) Voleva direè chiaroche questi sono i saggi con cui il tiranno vive».
«Ed esalta pure la tirannide»aggiunse«come divina(31) ricoprendola di molte lodi al pari degli altri poeti».
«Pertanto»continuai«i poeti tragicinella loro sapienzavorranno perdonare noi e quanti si governano come noi se
non li accoglieremo nel nostro Statodato che inneggiano alla tirannide».
«Da parte mia»disse«credo che i più intelligenti tra loro ci perdonino».
«Ma io penso che essi trascinino gli Stati verso la tirannide e la democrazia girando per le altre cittàradunando le
folle e assoldando voci belleforti e persuasive».
«E come!».
«Inoltre ricevono per questo compensi e onori soprattutto dai tirannicom'è ovvioe poi dalla democrazia; e quanto
più salgono nell'erta delle costituzionitanto più cara il loro prestigioquasi fosse incapace di proseguire per il fiatone».
«Proprio così ».
Platone La Repubblica

109
«Tuttavia»ripresi«qui siamo usciti di strada. Torniamo a parlare di quella forza armata del tirannobellanumerosa
varia e mai uguale a se stessae vediamo da dove potrà mantenerla».
«è chiaro»disse«che se la città ha un tesoro sacro gli darà fondoe finché il ricavato della vendita sarà sufficiente
(32) imporrà al popolo minori tributi».
«E che cosa succederà quando queste ricchezze verranno meno?» «è chiaro»rispose«che luii commensalii
compagni e le favorite si manterranno con i beni di famiglia».
«Capisco»dissi: «il popoì o che ha generato il tiranno manterrà lui e i suoi compagni».
«Dovrà farlo per forza»confermò.
«Ma come!»replicai. «E se il popolo si indignasse e dicesse che per un figlio nel fiore dell'età non è giusto farsi
mantenere dal padreanzi dovrebbe essere il contrarioe che il padre non lo ha messo al mondo e insediato al potere per
diventareuna volta che sia cresciutolo schiavo dei suoi schiavi e mantenere lui e i servi con una colluvie d'altri parassiti
ma per essere liberato sotto la sua tutela dai cosiddetti ricchi e galantuomini della cittàmentre ora gli ordina di andarsene
dalla cittàlui e i suoi amicicome un padre che scaccia di casa un figlio assieme alla sua compagnia di convitati
molesti?» «Alloraper Zeus»rispose«il popolo comprenderà quale belva ha generatocarezzato e cresciutoe si renderà
conto di essere troppo debole per scacciare chi ormai è troppo forte».
«Ma che cosa dici?»feci io. «Il tiranno oserà fare violenza al padree a percuoterlo se non gli obbedirà?» «Sì »
rispose«dopo avergli tolto le armi».
«Tu»proseguii«stai parlando di un tiranno parricida che offre un cattivo sostentamento alla vecchiaia; e a quanto
paredovremmo ormai essere in presenza di quella che per consenso unanime chiamiamo tirannide. Come dice il
proverbioil popoloper evitare il fumo della schiavitù sotto uomini libericadrà nel fuoco del dispotismo di schiavi
cingendosiinvece che di tutta quella libertà inopportunadella veste più dura e più amara: la schiavitù esercitata da
schiavi».
«Sìaccade proprio questo»disse.
«Ebbene»conclusi«sarà fuor di luogo affermare che abbiamo descritto esaurientemente il passaggio dalla
democrazia alla tirannide e le caratteristiche di quest'ultima?» «La descrizione è senz'altro esauriente»rispose.
NOTE: 1) La discussione sul filosofo e sullo Stato retto dai filosofiiniziata con il libro 5 e protrattasi fino a tutto il 7
rappresenta la "deviazione" dall'argomento principale dell'indagineossia la superiorità della vita giusta rispetto a ogni
altro genere di vita. Ora Socrate annuncia di voler riprendere questa ricercae in effetti il libro 8 e l'inizio del libro 9 (fino
a 576b) sono dedicati all'analisi dell'ingiustizia.
2) Le due costituzioniqui accomunatesono considerate le più vicine a quella ideale. Infatti la descrizione della
timocrazia è profondamente influenzata dalla costituzione spartanada cui Platone aveva già desunto alcune norme
relative all'educazione dei guardiani (libro 3416d-417b).
3) Parafrasi di OmeroOdyssealibro 19verso 163.
4) Aristocrazia è qui intesa nel senso etimologico di 'governo dei migliori' e designa naturalmente lo Stato ideale.
5) Anche questo termine è connesso ai significato originario di "timé" ('onore') e non indica il regime creato ad Atene
da Soloneche prevedeva una divisione in classi dei cittadini in base al censo.
6) Le parole in corsivo ricalcano tipiche espressioni dell'epica. Omero di solito invoca le Muse in momenti cruciali
della narrazione; analogamente la ripresa platonica vuole evidenziare l'importanza del racconto seguente nell'economia
del libroe nel contempocon un pizzico d'ironial'elemento mitico in esso presente.
7) è il numero che governa la generazione divina ed esprime il tempo occorso per la creazione dell'universo. Platone
non dice quale siama è probabile che si tratti di un numero in cui la somma dei divisori è uguale al numero stesso: per
esempio il 6in quanto 1+2+3 =6.
8) La questione del «numero nuziale»il numero perfetto che regola la generazione umanaè uno dei passi
maggiormente dibattuti dell'intera opera; nell'impossibilità di riportare le varie interpretazionicerchiamo di fornire quella
a nostro giudizio più plausibile. I quattro termini potrebbero indicare i numeri delle due quaterne pitagoriche (1:2:4:8 e
1:3:9:27)separati tra loro da tre intervalliin cui le progressive moltiplicazioni rispettivamente per due e per tre sono
ancheper gli ultimi due termini di ciascuna serieelevazioni al quadrato e al cubo. Moltiplicando tra loro i primi due
terminii secondi due termini e così via delle due quaternesi ottengono i prodotti 1636216che sono nello stesso
rapporto reciproco delle due serie precedenti in relazione a 6il supposto numero della generazione divina.
è altresì possibile che Platone faccia riferimento a una serie costituita dalle proporzioni A:B = B:C = C:Din cui AB
CD sono i termini e i rapporti sono gli intervalli: in tal caso la formula del numero nuziale sarebbe a.a.a; a.a.b; b.b.a;
b.b.bin cui a minore di b.
Per fattori uguali si intenderebbero i numeri regolarielevati al quadrato e al cuboper fattori disuguali i numeri
irregolaririsultanti da fattori disuguali; «crescente» significherebbe che il fattore diverso è maggiore (a.a.b)
«decrescente» che è minore (b.b.a). Quanto alla determinazione delle due armonieil punto di partenza è "la base
epitrita"che esprime la frazione 4/3; ponendo a=3 e b=4la formula del numero nuziale dà i prodotti 27364864che
sono appuntoin ordine decrescentein rapporto di 4:3. L'unione con il cinque (l'accoppiamento nella filosofia pitagorica
esprime la moltiplicazione) indica probabilmente l'ipotenusa di un triangolo rettangolo in rapporto ai cateti 3 e 4. Il
numero della prima armoniarappresentata da un quadrato il cui lato è espressione del numero 100è 10.000; a 100 si può
arrivare sommando i due prodotti del numero nuziale risultanti dall'elevazione al quadrato di fattori uguali (64 + 36). Più
complessa è la determinazione della seconda armoniarappresentata un rettangolo. Infatti «la diagonale di 5»cioè la
Platone La Repubblica

110
diagonale del quadrato di lato 5corrisponde a radice quadrata di 50un numero irrazionalela cui forma razionale è
radice quadrata di 49; sottraendo rispettivamente due e una unità ai due quadrati si ha 48che esprime un lato del
rettangolomentre il numero dell'altro lato è 27ossia 3 al cubo. Il numero della seconda armonia sarebbe quindi 7.500
risultante dalla somma dei due lati moltiplicata per 100. Con questo calcolo complicatoprofondamente intessuto della
simbologia aritmetica pitagoricaPlatone vuole dimostrare che tutta la vita cosmica è regolata da un'armonia esprimibile
secondo leggi matematichee nulla di conseguenza è affidato al caso.
9) Il segmento "deúteron tá te gumnastike"sembra da espungerepoiché la ginnastica è ancora contemplata nella
prima forma di degenerazione descritta più avanti e modellata sulla costituzione spartana.
10) OmeroIliaslibro 6verso 211. Per le quattro generazionimodellate su quelle esiodeecfr. libro 3415a e
seguenti.
11) A Sparta i perieci erano cittadini liberima privi di diritti politiciche esercitavano mestieri artigianali. Il termine
«servi» indica probabilmente gli ilotiche erano assoggettati alla classe dominante e vivevano in una condizione servile.
12) Gli Spartiati erano totalmente dediti alla guerra e non svolgevano alcuna attività agricola o artigianale; gli esercizi
ginnici e i sissizipranzi pubblici volti a cementare il cameratismoerano punti fondamentali della loro educazione.
13) Nell'elencare il lati negativi della timocrazia Platone adombra alcuni dei difetti più gravi di Spartacome il
disprezzo per ogni forma di cultura e l'avidità della classe dirigente.
14) EschiloSeptem adversus Thebas451 e 570combinati tra loro.
15) Platone gioca sul termine oligarchiaattribuendogli il significato di 'governo su pochi' anziché quellousuale. di
'governo di pochi'; cfr. anche 555a. In effetti l'esercito spartanocostituito di norma solo dagii Spartiatiera molto ridotto;
perciò in caso di guerra veniva integrato con uomini scelti dalle classi subalternecon il conseguente rischio di rivolte.
16) Similitudine frequente nella letteratura greca a partire da EsiodoOpera et dies 304-305.
17) L'immagine dello scoglio è tratta da Eschilo (Agamemnon 1006; Eumenides 554-565). Per i sicofanti cfr. libro 1
340d con la relativa nota 20.
18) Si tratta del monarca persianodel quale sono elencati alcuni attributi.
19) Plutodio della ricchezzaera solitamente raffigurato cieco (si pensi all'omonima commedia di Aristofaneche
sfrutta questo motivo).
Per l'immagine del coro cfr. libro 6490clibro 8560e.
20) Dalla stessa vicenda di Socrate appare evidente che ad Atene i condannati a morte potevano salvarsi con la fuga.
Nel passo si allude alla credenza popolare secondo cui gli dèigli eroi e anche i defunti potevano aggirarsi sulla terra
senza essere visti.
21) Platone distingue i piaceri in piaceri necessaripiaceri non necessari ma innocuipiaceri non necessari e dannosi.
A ciascuna categoria corrisponde una forma di governo: l'oligarchia alla primala democrazia alla secondala tirannide
alla terza.
22) I Lotofagiovvero i 'mangiatori di loto'il fiore dell'obliosono uno dei popoli incontrati da Ulisse nelle sue
peregrinazioni (OmeroOdyssealibro 9versi 83-102). Qui simboleggiano i fuchi spendaccioni e parassitiche
dimenticano i piaceri necessari per adagiarsi in quelli non necessaricome in Omero chi mangiava il loto si scordava del
ritorno in patria.
23) Ad Atene i meteci erano gli stranieri residentiche godevano di alcuni diritti civili ma non di quelli politici; questa
discriminazione si poteva però facilmente aggirarecome mostra l'allusione del passo.
Cefaloil padre di Lisia e Polemarcoera appunto un meteco originario della Sicilia.
24) Eschiloframmento 334 Radt.
25) Vale a dire: parli di cose che conosco benissimo. Cfr. anche PlatoneCharmides173a; Theaetetus201e.
26)"Aukaios"epiteto abitualmente di Apolloma anchecome quidi Zeusè connesso con "lúkos" 'lupo': è uno dei
vari residui dell'arcaico zoomorfismo dei culti greci.
27) Pretesto addotto da parecchi tiranni per impadronirsi del potere; i casi più famosi furono quelli di Pisistrato ad
Atene e di Dionisio il Vecchio a Siracusa.
28) Citazioneadattata al contestodi una parte dell'oracolo che la Pizia diede a Cresore della Lidiapoco prima della
guerra contro Ciro il Grandere di Persia; cfr. Erodotolibro 1552. Nell'oracolo si consigliava a Creso di fuggire
quando un mulo fosse divenuto re dei Persiani; Creso non capì l'allusione a Ciro e interpretando il responso alla lettera
non rinunciò alla guerra che si sarebbe risolta con la sua sconfitta.
29) OmeroIliaslibro 16verso 776. A differenza di Cebrionel'auriga omerico che cade dal carro e giace sul campo
di battaglia proprio nel punto dove più infuria la mischiail tiranno butta gli altri giù dal carrocioè dallo Statofinché non
ne resta l'unico padrone.
30) Verso attribuito a Euripide anche in PlatoneTeages 125b.
Probabilmente è lo stesso al quale si allude in AristofaneThesmophoriazusae 21; secondo lo scoliaste di Aristofane
però esso appartiene a una tragedia perduta di Sofocle.
31) Cfr. EuripideTroades1168 e Phoenissae524. Per la verità l'elogio di Euripide è ironicoma non è escluso che
Platone lo travisi volutamente per un particolare astio nei suoi confronti.
32) La traduzione cerca di dare un senso plausibile all'espressione "tà tôn apodoménon"piuttosto forzata; la difficoltà
non si appiana del tutto neanche con la correzione "tà tôn apoloménon"'i beni degli uccisi'.
Platone La Repubblica

111
REPUBBLICA - LIBRO NONO
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine di ogni libro)

«Ora»ripresi«ci resta da esaminare l'uomo tirannico: come avviene la sua trasformazione da quello democratico
quali sono i suoi caratteri e che tipo di vita conducese infelice o beata».
«Sìci resta soltanto lui»disse.
«Sai però che cosa desidero ancora?»domandai.
«Che cosa?» «Non mi sembra che abbiamo definito in maniera esauriente quali e quanti sono i desideri. Il difetto di
questo punto renderà meno chiara la nostra ricerca».
«Ma non siamo ancora in tempo per questo?»chiese.
«Sicuro: considera appunto l'aspetto della questione che voglio analizzareil seguente. Certi piaceri e desideri non
necessari mi sembrano illegittimi probabilmente nascono in tuttima se vengono repressi dalle leggi e dai desideri
migliori con l'aiuto della ragionein alcuni uomini scompaiono completamente o restano pochi e deboliin altri invece
sono più forti e numerosi».
«Di quali piaceri e desideri stai parlando?»domandò.
«Di quelli che si destano nel sonno»risposi«quando la parte razionale e mite dell'animache esercita la sua autorità
sull'individuodormementre la parte ferma e selvaggiacolma di cibo e di bevandescalpita e rifiutando il sonno cerca di
andare a soddisfare i suoi istinti. Tu sai che in uno stato simile osa fare di tuttocome se fosse sciolta e libera da ogni
ritegno e autocontrollo. Non esita affatto a tentarecosì almeno s'immaginadi unirsi alla madre o a un qualsiasi uomo
dio e animalea macchiarsi di ogni sorta di delitto e a non astenersi da alcun cibo; in poche parolenon si tira indietro da
nessuna azione stolta o indecente».(1) «Hai pienamente ragione»disse.
«Ma quandocredoun uomo temperante e di sani princì pi va a dormire dopo aver destato la sua parte razionale e
averla nutrita di nobili argomentazioni e nobili ricercheraggiungendo la pace interioree non tiene a digiuno né ingozza
la parte concupiscibileaffinché dorma e non turbi con le sue gioie o afflizioni la parte migliorema lascia quest'ultima
sola con se stessa a indagarenel suo desiderio di conoscere ciò che ignora del passato o del presente o del futuro; e allo
stesso modo ammansisce la parte impulsiva e non dorme con l'animo sovreccitato perché si è adirato con qualcunoma si
mette a riposare dopo aver placato quelle due parti e stimolato la terza in cui ha sede il sennoallora sai che in tale stato
coglie al massimo grado la verità e non gli appaiono assolutamente quelle visioni immorali dei sogni».
« Credo proprio che sia così »disse.
«Ci siamo spinti troppo in là a parlare di queste cose. Ma ecco ciò che vogliamo constatare: in ciascun individuo
anche in alcuni di noi che sembrano molto equilibratic'è una specie di desideri pericolosaselvaggia e sfrenatala quale
si manifesta appunto nei sogni.
Vedi un po' se la mia affermazione ti sembra sensata e se ne convieni».
«Sìne convengo».
«Ricordati dunque qual erain base alla nostra descrizionel'uomo democratico. Se non erroera stato allevato sin da
giovane da un padre economoche apprezzava solo i desideri affaristici e disprezzava quelli non necessari volti al
divertimento e all'esteriorità. Non è così ?» «Sì ».
«Ma una volta entrato in contatto con uomini più raffinati e pieni di quei desideri che abbiamo appena menzionato
per odio verso la parsimonia del padre si è abbandonato a ogni eccesso e ha imitato il loro modo di vivere; ma poiché
possiede una natura migliore dei suoi corruttoripur essendo tirato in entrambe le direzioni si è fermato a metà tra i due
caratterie nella convinzione di prendere con giusta misura dall'uno e dall'altro conduce una vita né meschina né
immoraledivenutoda oligarchico che erademocratico».
«Questa»disse«era in effetti la nostra opinione su di lui».
«Supponi ora»proseguii«che a sua volta quest'uomodivenuto ormai vecchioabbia un giovane figlio allevato
secondo le sue abitudini».
«Lo suppongo».
«E metti anche che gli accadano le stesse vicende del padre: che sia spinto a una totale illegalitàchiamata dai suoi
istigatori piena libertàe che il padre e il resto della famiglia vengano in aiuto dei desideri moderatima quelle altre
persone si oppongano.
Quando questi terribili maghi e creatori di tiranni perdono la speranza di dominare il giovanemeditano di insinuare in
lui un amore che guidi i desideri pigri e dispendiosiun fuco grande e alato. O pensi che l'amore provato da gente simile
sia qualcosa di diverso?» «Nient'altro che questo»rispose.
«Quando dunque gli altri desideriche gli ronzano attorno pieni di aromiunguenticoronevini e piaceri dissoluti
propri di queste compagniefomentando e alimentando all'estremo il pungolo della mancanza lo infiggono nel fucoallora
questa guida dell'anima e scortata dalla follia e si mette a smaniaree se trova nel giovane opinioni o desideri ritenuti
onesti e ancora capaci di ritegnoli elimina e li caccia fuori da luifino a purgarlo della saggezza e a riempirlo di follia
acquisita».
«Tu descrivi perfettamente la nascita dell'uomo tirannico»disse.
«E non è forse per questo»feci io«che da tempo Eros è chiamato tiranno?» «è probabile»rispose.
«Quindiamico mio»domandai«anche un ubriaco ha uno spirito tirannico?» «Sì lo ha» «E chi è folle e sconvolto
tenta e spera di poter comandare non solo sugli uominima anche sugli dèi».
Platone La Repubblica

112
«Certo»disse.
«Eccellente amico»conclusi«un uomo diventa un perfetto tiranno quando per natura o per abitudine o per entrambe
le ragioni è soggetto all'ebbrezzaall'amore e alla melancolia».
«Appunto».
«Cosìa quanto parenasce quest'uomo. Ma come vive?» «Per usare la solita battutaquesto me lo dirai tu!»(2) disse.
«Va benete lo dico. Credo che in seguito le persone in cui il tiranno Eros risiede e governa tutte le facoltà dell'anima
passino il loro tempo tra festebagordibanchettietere e tutti gli altri piaceri di questo tipo».
«è inevitabile»disse.
«E non sono moltiterribili e assai pretenziosi i desideri che germogliano ogni giorno e ogni notte?» «Sono molti
davvero».
«Perciòse hanno delle renditequesti individui le consumano in fretta».
«Come no?» «Poi vengono i prestiti e il loro patrimonio si assottiglia».
«Senza dubbio».
«Ma quando è stato dato fondo a tutte le sostanzenon è inevitabile che i desideri annidatisi fitti e violenti nel loro
animo si mettano a gridare e che i nostri uominiincalzati come dal pungolo degli altri desiderima in particolare dallo
stesso Erosche capeggia tutti gli altri quasi fossero suoi satellitiincomincino a smaniare e a vedere se c'è qualcuno a cui
poter sottrarre qualcosa con l'inganno e con la violenza?» «Certamente»rispose.
«Quindi l'uomo tirannico ha la necessità di prendere da ogni parte o di cadere in preda a gravi tormenti e travagli».
«è inevitabile».
«E come in lui i piaceri più recenti avevano la meglio su quelli vecchi e cancellavano le loro traccecosì anch'egli
benché sia più giovanepretenderà di sopraffare il padre e la madre e di spogliarlise ha dilapidato la sua parte
attribuendosi i beni paterni?» «Ma certo!»esclamò.
«E se essi non glieli concederannonon tenterà dapprima di derubare e ingannare i genitori?» «Senz'altro».
«Ma poise non ci riuscisseli rapinerà usando loro violenza?» «Credo di sì »rispose.
«E semirabile amicoil vecchio e la vecchia opporranno resistenzaavrà forse riguardo per loroevitando di
compiere qualche atto tirannico?» «Io non nutro molte speranze per i genitori di costui»rispose.
«Maper Zeusnon ti sembraAdimantoche un uomo simile arriverebbe a percuotere la madreche da tanto tempo
gli è consanguinea (3) e caraper un'etera a lui estranea della quale si è da poco ì nvaghitoe farebbe altrettanto col padre
in età avanzatail suo più intimo e vecchio amicoper un bel giovane entrato di recente nelle sue grazie? E non credi che
asservirebbe i propri genitori a costorose li conducesse nella stessa casa?» «Sìper Zeus!»rispose.
«A quanto pareè proprio una grande fortuna generare un figlio tirannico!»esclamai.
«Senza dubbio!»confermò.
«Ma quando gli verranno a mancare le sostanze paterne e materne e lo sciame dei piaceri si sarà addensato dentro di
luinon comincerà col mettere mano al muro di qualche casa o alla veste di uno che va in giro tardi di notteper poi
ripulire qualche tempio? E in tutto ciò le vecchie opinioni sul bello e sul brutto che aveva sin da fanciullo e riteneva giuste
saranno sopraffatte da quelle appena affrancate dalla schiavì tùquei satelliti e coadiutori di Eros che prima si liberavano
solo nel sonnoquando egli era ancora sottomesso alle leggi e al padre e aveva dentro di sé un regime democratico; ma
poiché la tirannia di Eros lo ha reso da sveglio esattamente come talvolta era in sognonon si asterrà da alcun omicidio
per quanto terribilené cibo né azioneanzi Erosche vive in lui da tiranno in totale anarchia e illegalitàesercitando una
signoria assolutaspingerà il suo sudditoal pari di una cittàa ogni audacia con cui poter alimentare se stesso e il suo
tumultuoso seguitoin parte entrato da fuori con una cattiva compagniain parte scatenato e liberata dentro di lui dalle sue
stesse abitudini. Non è questa la vita di una persona simile?» «Sìè questa»rispose.
«Se in città»continuai«questi individui sono una minoranza e il resto della popolazione si mantiene temperante
vanno a fare da guardie del corpo a un altro tiranno o a servire come mercenari dove è in corso una guerra; ma se vivono
in tempi pacifici e tranquillicausano un gran numero di piccoli guai lì in città».
«Di quali guai parli?» «Ad esempio rubanoforano i muriborseggianorapinanospogliano i templiriducono in
schiavitù i cittadini; e se sono abili oratoritalvolta fanno i sicofantitestimoniano il falso e si lasciano corrompere».
«Piccoli guaitu li chiamipurché di costoro ce ne siano pochi!»esclamò.
«Ma le cose piccole»dissi«sono tali rispetto alle grandi; e tutti questi malannicome dice il proverbioparagonati
alla malvagità di un tiranno e alla sventura di una città da lui governatanon colpiscono neanche vicino. (4) Quando
infatti in una città gli individui di questa risma e gli altri al seguito diventano molti e si rendono conto della loro
consistenza numericaalloracon la complicità della stoltezza popolaregenerano il tirannoscegliendo chi di loro abbia
nell'anima il tiranno più forte e più grande».
«Ed è logico»disse«perché lui sarà il tiranno più assoluto».
«Questo se la città cede spontaneamente; se invece non rimette il potere nelle sue manicome prima puniva la madre e
il padrecosì orase sarà in gradopunirà la patria introducendo nuovi compagniai quali manterrà asservita la "matria"
(5) come dicono i Cretesie la patria un tempo cara. E questa sarebbe la mèta cui aspira un uomo simile».
«Proprio questasì »disse.
«Quindi»proseguii«costoro sono già così nella vita privataprima ancora di prendere il potere: innanzitutto cercano
la compagnia di adulatori pronti a rendere ogni servigioe se chiedono un favore a qualcuno si prostrano ai suoi piedi e
sostengono qualsiasi parte per fingersi amicima una volta ottenuto il loro scopo si comportano da estranei?» «E come!».
Platone La Repubblica

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«Vivono dunque per tutta la vita senza essere mai amici di nessunosempre come padroni o schiavi di un altro; ma la
natura tirannica non gusta mai la libertà e l'amicizia vera».
«Appunto».
«E non avremo ragione a chiamare infidi tali individui?» «Come no?» «E quanto mai ingiustise la definizione della
giustizia sulla quale ci siamo accordati in precedenza era corretta».
«Certo che era corretta»disse.
«Ricapitoliamo un po'»conclusi«le caratteristiche dell'uomo più malvagio. Se non erroè colui che da sveglio si
comporta esattamente come l'abbiamo descritto in sogno».
«Precisamente».
«Tale diventa quindi chi ha una natura molto tirannica ed esercita un potere assolutoe tanto più lo diventa quanto più
a lungo vive nella tirannide».
«è inevitabile»disse Glauconeprendendo al parola.
«Ma l'uomo più malvagio»domandai«non risulterà anche il più infelice? E chi avrà fatto il tiranno per il tempo più
lungo e nella maniera più completanon diventerà veramente infelice nella maniera pì u completa e per il tempo più
lungo? Le opinioni del volgo in proposito sono tante».
«è inevitabile che sia così »rispose.
«Perciò»chiesi ancora«l'uomo tirannico sarà modellato sulla città retta a tirannidel'uomo democratico sulla città
retta a democraziae così per gli altri tipi di uomo?» «Certamente».
«Quindi la stessa differenza che passa tra una città e l'altra in relazione alla virtù e alla felicità esiste anche tra uomo e
uomo?» «Come no?» «E che differenza passa tra una città retta a tirannide e una città governata da una monarchia (6)
quale quella prima descritta?» «è tutto il contrario»rispose: «una è ottimal'altra è pessima».
«Non starò a chiederti»proseguii«a quale delle due ti riferisciperché è evidente. Ma il tuo giudizio sulla felicità e
l'infelicità è lo stesso o è diverso? Non lasciamoci impressionare guardando il tirannoche è uno soloné le poche persone
del suo seguitoma dal momento che occorre entrare e considerare la città nel suo insiemepenetriamo in tutta quanta la
cittàscrutiamola bene e dopo esprimiamo il nostro parere».
«La tua esortazione è corretta»disse. «Ed è chiaro a chiunque che non esiste città più infelice di quella tirannica e
città più felice di quella monarchica».
« E non farei bene»ripresi«a estendere lo stesso invito all'analisi dei singoli individuipretendendo che esprima un
giudizio su di loro chi è in grado di penetrare con l'intelletto nell'indole di un uomo e non si limita a guardare dall'esterno
facendosi impressionare come un bimbo dalla pompa che i tiranni assumono con gli estraneima sa discernere a fondo? E
non avrei ragione se ritenessi che tutti dobbiamo ascoltare chi è in grado di giudicare il tirannoperché ha abitato con lui
nella stessa casa ed è stato testimone della sua condotta con ciascuno dei familiari nella vita domesticacioè nelle
occasioni migliori in cui lo si può vedere spoglio dell'apparato tragicoe poi nei frangenti della vita pubblicae dopo che
ha visto tutto ciò lo esortassi a riferire quale grado di felicità e infelicità possiede il tiranno rispetto agli altri?» «La tua
richiesta sarebbe giustissima!»esclamò.
«Vuoi dunque»domandai«che fingiamo di essere anche noi tra quelli che sanno giudicare e hanno già incontrato
persone similiin modo da avere chi risponda alle nostre domande. » «Ma certo!».
«Su»dissi«procedi in questo modo. Tenendo a mente la somiglianza tra la città e l'individuoesamina prima l'una e
poi l'altro nei particolari e riferiscimi sulla loro condizione».
«Quale condizione?»chiese.
«Prendendo le mosse dalla città»incominciai«chiamerai quella tirannica libera o schiava?» «Schiava al massimo
grado»rispose.
«Eppure vedi in essa dei padroni e degli uomini liberi».
«Sìne vedo»ribatté«ma sono una minoranza; nel suo insiemeper così direla parte più rispettabile è schiava in
modo disonorevole e triste».
«Se dunque»domandai«l'individuo è simile alla cittànon è inevitabile che anch'egli abbia la stessa disposizione e
che la sua anima sia colma di grande schiavitù e bassezza proprio nelle sue parti più nobilimentre una parte piccolala
più malvagia e follela fa da padrona?» «è inevitabile»rispose.
«E un'anima simile la definirai schiava o libera?» «Schiavasenza alcun dubbio».
«Quindi una città schiava e retta a tirannide non fa per nulla ciò che vuole?» «No di certo».
«Di conseguenza l'anima tirannicanel suo complessonon farà assolutamente ciò che vuolemasempre trascinata
con violenza da un pungolosarà piena di turbamento e di rimorso».
«Come no?» «E la città tirannica dovrà essere per forza ricca o povera?» «Povera».
«Allora anche un'anima tirannica sarà per forza sempre povera e insaziabile».
«è così »disse.
«E non è inevitabile che una tale città e un tale individuo siano pieni di paura?» «Sìe tanta!».
«Credi forse di trovare da qualche altra parte una maggior quantità di lamentigemitipianti e dolori?» «Da nessuna
parte».
«E pensi che qualcun altro presenti mali di tal genere in misura maggiore di quest'uomo tirannico reso folle dai
desideri e dalle passioni amorose?» «Come sarebbe possibile?»disse.
«Osservando dunque tutti questi difetti e altri analoghicredotu hai giudicato la più infelice delle città... » «E non
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avevo forse ragione?»interruppe.
«E come!»esclamai. «Ma alla luce delle stesse considerazioniche cosa dici a proposito dell'uomo tirannico?» «Che
è di gran lunga il più infelice di tutti».
«Su questo punto però non hai ragione»obiettai.
«Ma come?»protestò.
«Secondo me»dissi«non è ancora lui che tocca il massimo livello d'infelicità».
«Ma allora chi è?» «Forse quest'altro ti sembrerà ancora più infelice di lui».
«Chi?» «Chiunque»risposi«sia dotato di una natura tirannica e non viva da privato cittadinoma abbia la sfortuna di
diventare tiranno in seguito a qualche disgrazia».
«Da quanto si è detto prima deduco che hai ragione»assentì .
«Sì »ripresi«tuttavia queste affermazioni non vanno date per certema devono essere sottoposte a un esame molto
rigorosopoiché l'indagine verte sulla questione più importante: la vita buona e la vita cattiva».
«Giustissimo»disse.
«Considera dunque se il mio ragionamento è sensato. Mi sembra che l'analisi del problema debba partire da questo
punto».
«Quale?» «Da tutti quei privati che in città possiedono ricchezze e molti schiavi. Costoro hanno in comune con i
tiranni la signoria su molte persone; la differenza però sta nel numero».
«Sìla differenza è questa».
«Sai dunque che essi vivono tranquilli e non temono i servi?» «E perché mai dovrebbero temerli?» «Certo che non
dovrebbero»risposi: «ma ne intuisci il motivo?» «Sì : perché la città intera soccorre ogni cittadino privato».
«Ben detto!»feci io. «Ma se un dio prelevasse dalla città un uomo che possiede cinquanta schiavi o anche di più e
trasportasse luila moglie e i figlicon il resto dei suoi averi e dei suoi serviin un deserto dove nessun uomo libero
potesse venirgli in aiutoquale e quanta paurasecondo teavrebbe di essere ucciso dai servi assieme ai figli e alla
moglie?» «Una paura tremenda!»esclamò.
«Non sarebbe quindi costretto a lusingare alcuni degli stessi schiavia far loro molte promesse e a liberarli senza
averne la necessitàe non apparirebbe anch'egli un adulatore dei suoi servi?» «Dovrebbe per forza agire così »rispose
«altrimenti verrebbe ucciso».
«Ma che cosa accadrebbe»proseguii«se la divinità lo circondasse di molti vicini non disposti a tollerare che uno
pretenda di comandare su un altroma pronti a punire con le pene più gravi chi sorprendessero a compiere una simile
azione?» «Penso»rispose«che si troverebbe in un guaio ancora peggioreperché sarebbe circondato e sorvegliato da
persone che gli sono tutte nemiche».
«E il tiranno non si trova forse legato in un carcere similese per natura è come l'abbiamo descrittopieno di molte
paure e passioni d'ogni genere? Non è forse l'unico in città chepur essendo avido nell'animanon può viaggiare in altri
luoghi o contemplare tutto cio che gli altri uomini liberi desideranoma se ne sta rintanato in casa e passa la maggior parte
della sua vita come una donnainvidiando gli altri cittadini che viaggiano all'estero e vedono qualcosa di buono?»
«Proprio così »rispose.
«Maggiori sono dunque le disgrazie come queste delle quali gode l'uomo mal governato dentro di sél'uomo tirannico
che tu ora hai giudicato il più infelicequando non vive da privato cittadinoma è costretto dalla sorte a fare il tiranno e
tenta di comandare sugli altrilui che non è padrone di se stessocome se una persona dal corpo malato e senza forze
fosse costretta a passare la vita non appartatama gareggiando e lottando con altri».
«Il tuo paragone è quanto mai veroSocrate!»esclamò.
«Quindicaro Glaucone»domandai«l'infelicità del tiranno non è forse totalee la sua vita non è ancora più dura di
quella di chia tuo giudiziovive nel modo più duro?» «Certamente»rispose.
«Pertantoanche se qualcuno non la pensa cosìil vero tiranno è un vero schiavo che tocca i peggiori livelli di
bassezza e di servilismoun adulatore degli esseri più malvagi che non soddisfa neanche un poco i suoi desiderima
appare veramente privo di moltissime cose e povero agli occhi di chi sa contemplare la sua intera anima; inoltre è pieno di
pauraconvulsioni e dolori per tutta la vitase davvero la sua disposizione assomiglia a quella della città che governa. E in
effetti le assomiglia: o no?» «E come!»rispose.
«Oltre a questi malidunquegli attribuiremo anche quelli menzionati primache inevitabilmente si trovano in lui e si
sviluppano ancor più di prima a causa dell'esercizio del potere: il fatto di essere invidiosoinfidoingiustoprivo di amici
empiodi dare ricetto e alimento a ogni vizioe come conseguenza di tutto ciò di toccare l'estrema infelicità e di rendere
uguale a sé anche chi gli sta accanto».
«Nessuna persona assennata lo negherà»disse.
«Su»proseguii«a questo puntocome il giudice supremo pronuncì a la sua sentenzacosì anche tu stabilisci un
ordine tra questi cinque tipi di uomoin base al grado di felicità che a tuo parere ciascuno essi possiede: l'uomo regale
timocraticooligarchicodemocraticotirannico».
«Ma il giudizio è facile»rispose. «Come si fa con i coriio li giudico in relazione alla virtùal vizioalla felicità e al
suo contrario secondo l'ordine in cui si sono presentati».
«Dobbiamo dunque assoldare un araldo»chiesi«o io stesso proclamerò che il figlio di Aristone ha giudicato
sommamente felice l'uomo migliore e più giustoossia l'uomo più regalein quanto regna su se stessoe sommamente
infelice l'uomo peggiore e più ingiustoossia l'uomo più tirannicoin quanto esercita la massima tirannia su se stesso e
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sulla città?» «Proclamalo pure»rispose.
«E devo anche aggiungere»continuai«che non fa differenza se costoro appaiono o non appaiono tali agli uomini e
agli dèi?» «Aggiungilo pure»rispose.
«Bene»dissi. «Questa potrebbe essere la nostra prima dimostrazione; guarda ora se ti sembra valida la seconda».
«Qual è?» «Poiché la città»risposi«è stata divisa in tre parti alle quali corrisponde una tripartizione anche nell'anima
di ogni individuoa mio parere si potrà accettare anche un'altra dimostrazione».
«Quale?» «Questa. Se le parti sono tremi pare che siano tre anche i piaceriognuno proprio di ciascuna parte; lo
stesso vale per i desideri e le cariche».
«Che cosa vuoi dire?»domandò.
«La prima partelo ripetiamoera quella con cui l'uomo apprendela seconda quella per cui prova gli impulsi; quanto
alla terzaa causa della sua molteplicità non abbiamo saputo definirla con un nome appropriatoma l'abbiamo denominata
in base al suo carattere più importante ed efficace: l'abbiamo chiamata concupiscibileper l'intensità dei desideri relativi ai
cibialle bevandeai piaceri amorosi e a tutti gli altri che si accompagnano a questie avida di ricchezzeperché questi
desideri vengono soddisfatti soprattutto grazie al denaro».
«Ed è giusto»disse.
«E se affermassimo che anche il suo piacere e il suo amore sono volti al guadagnonon faremmo poggiare il nostro
ragionamento su un unico punto capitalecosì da chiarirci le idee quando parliamo di questa parte dell'animae non
avremmo ragione a chiamarla avida di ricchezze e di guadagno?» «A me pare di sì »rispose.
«E non diciamo che la parte impulsiva tende sempre tutta a dominarea vincere e a ottenere buona fama?»
«Certamente».
«Sarebbe dunque appropriato chiamarla amante della vittoria e dell'onore?» «Quanto mai appropriatosì ».
«Viceversa è chiaro a chiunque che la parte con la quale apprendiamo è sempre interamente rivolta a conoscere la
veritàed è quella che meno di tutte si cura delle ricchezze e della fama».
«E di gran lunga!».
«Sarebbe dunque conveniente chiamarla amante dell'apprendimento e della sapienza?» «Come no?» «E l'anima degli
uomini»chiesi«è governata o da questa parte o da una delle altre duequella che capita?» «è così »rispose.
«Per questo affermiamo che esistono tre specie principali di uomini: quella amante della sapienzaquella amante della
vittoria e quella amante del guadagno?» «Precisamente».
«Ed esistono anche tre specie di piaceriuna per ogni specie di uomo?» «Certo».
«Ma lo sai»feci io«che se volessi prendere questi tre uomini uno per uno e chiedere loro quale di queste vite è la più
piacevoleciascuno esalterà soprattutto la propria? L'affarista dirà che il piacere di essere onorato o di apprendere non
vale nulla in confronto al guadagnose non si tratta di attività che procurano denaro?» «è vero»confermò.
«E che cosa dirà l'ambizioso?»domandai. «Non ritiene forse volgare il piacere che si ricava dal denaroe non giudica
fumo e chiacchiere quello che si ricava dall'apprendimentoa meno che non procuri onore?» «è così »rispose.
«E il filosofo»dissi«come pensiamo che giudichi gli altri piaceri in confronto alla conoscenza e al continuo
apprendimento della verità? Non li riterrà ben lontani dal vero piacere?7 E non li chiamerà necessari nel vero senso della
parolain quanto non ne avrebbe affatto bisognose una necessità non li imponesse?» «è una cosa che deve avere ben
chiara»assentì .
«Pertanto»continuai«quando la discussione verte sui piaceri e sulla vita stessa di ciascuna categorianon tanto sulla
condotta di vita più o meno bellapiù o meno onestama addirittura su quella più piacevole e più immune da affanni
come possiamo sapere chi dei nostri tre uomini si avvicina di più alla verità?» «Io non so proprio dirlo»rispose.
«Tuttavia considera questo: con quale mezzo bisogna valutare ciò che dev'essere valutato attentamente? Non forse con
l'esperienzal'intelligenza e la ragione? O esisterà un criterio migliore di questi?» «E come potrebbe?»disse.
«Allora fa' questo esame: dei tre tipi di uomini qual è il più esperto in tutti i piaceri che abbiamo menzionato? Ti
sembra forse che l'uomo avidose apprende l'essenza stessa della veritàsia più esperto nel piacere che si trae dalla
conoscenza di quanto il filosofo lo sia nel piacere che si trae dal guadagno?» «C'è molta differenza»rispose. «Il filosofo
gusta per forza gli altri piaceri a cominciare dall'infanzia; ma non è detto che l'uomo avidose apprende la natura degli
esseri realiassaggi e sperimenti la dolcezza di questo piacereanzimalgrado i suoi sforzila cosa non gli risulta facile».
«Quindi»ripresi« il filosofo supera di gran lunga l'uomo avido per esperienza in entrambi i piaceri».
«Sìdi gran lunga».
«E a paragone dell'ambizioso? Il filosofo è forse meno esperto nel piacere che si trae dagli onori di quanto costui lo sia
nel piacere che si trae dalla riflessione?» «Ma se realizzano lo scopo a cui tendono»rispose«l'onore tocca a ciascuno di
loropoiché sia il ricco sia il coraggioso sia il sapiente sono lodati dal volgo; di conseguenza tutti sperimentano il piacere
che si trae dall'onoreper quel che vale. Ma nessun altrose non il filosofopuò gustare il piacere che procura la
contemplazione dell'essere».
«Quindi»proseguii«data la sua esperienzaquesti è l'uomo che sa giudicare meglio di tutti».
«E di gran lunga!».
«E sarà il solo in cui l'esperienza si associa all'intelligenza».
«Sicuro».
«Ma anche lo strumento con il quale si deve giudicare non appartiene all'uomo avido o ambiziosobensì al filosofo».
«E qual è?» «Abbiamo detto che si deve giudicare con la ragionevero?» «Sì ».
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«E la ragione è lo strumento per eccellenza del filosofo».
«Come no?» «Orase il giudizio migliore fosse espresso con la ricchezza e il guadagnola verità più alta si troverebbe
per forza nelle lodi e nelle critiche dell'uomo avido».
«Per forzacerto».
«Se invece si giudicasse in base all'onorealla vittoria e al coraggiole parole più vere non sarebbero quelle dell'uomo
ambizioso e amante del successo?» «è chiaro».
«Ma dal momento che si giudica in base all'esperienzaal senno e alla ragione?» «è inevitabile»rispose«che la
verità più alta risieda in ciò che viene approvato da chi ama la sapienza e la ragione».
«Quindiaccertato che i piaceri sono treil più dolce sarà quello che concerne la parte dell'anima con la quale
apprendiamoe la vita più dolce sarà quella di colui nel quale questa parte governa?» «E come può non esserlo?»rispose.
«L'uomo assennato che loda la propria vita ha tutto il diritto di farlo».
«E al secondo posto»domandai«quale vita e quale piacere mette questo giudice?» «Quella dell'uomo guerriero e
ambiziosoè ovvioin quanto si avvicina alla sua più di quella dell'affarista».
«E per ultima mette quella dell'uomo avidoa quanto pare».
«Certamente»disse.
«Ecco due prove consecutive in cui l'uomo giusto avrebbe sconfitto per due volte quello ingiusto; quanto alla terza
provache secondo l'usanza olimpica dedicheremo a Zeus salvatore e Olimpio(8) tieni presente chead eccezione del
saggioil piacere degli altri uomini non è del tutto vero né puroma un'ombra illusoriacome mi sembra di aver udito da
un sapiente.(9) E proprio questa sarà la caduta più grave e decisiva».
«Senz'altro: ma che cosa vuoi dire?» «Risolverò la questione»risposi«se mia ricerca sarà supportata dalle tue
risposte».
«Domanda pure»esortò.
«Dimmiallora»incominciai: «non sosteniamo che il dolore è il contrario del piacere?» «Certamente».
«Quindi esiste anche una condizione in cui non si prova né piacere né dolore?» «Sìesiste».
«Una certa pace dell'animauno stato intermedio tra queste due sensazioni? Non la intendi così ?» «Così »rispose.
«Ti ricordi»domandai«i discorsi che fanno gli ammalati quando soffrono?» «Quali discorsi?» «Dicono che nulla è
più dolce della salutema prima di cadere ammalati non se ne erano resi conto».
«Me ne ricordo»rispose.
«E non senti dire da chi è in preda a una forte sofferenza che nulla è più dolce dell'avere tregua dal dolore?» «Lo sento
dire».
«E ti accorgisono convintoche in molte altre situazioni analoghe gli uominiquando soffronoelogiano come la
condizione più dolce non il provare piacerebensì l'assenza del dolore e la sua cessazione».
«Perché allora»disse«la quiete forse diventa dolce e amabile».
«Ma quando si cessa di gioire»proseguii«la quiete successiva al piacere sarà dolorosa».
«Forse»disse.
«Perciò la condizione che poco fa abbiamo definito intermedia tra le duecioè la quietetalvolta sarà insieme dolore e
piacere».
«Pare di sì ».
«Ma ciò che non è né l'una né l'altra cosa può forse diventare tutte e due le cose insieme?» «Non mi sembra».
«Eppure il piacere e il dolore che si manifestano nell'anima sono entrambi un movimento. O no?» «Sì ».
«E ciò che non è né dolore né piacere non è apparso poco fa uno stato intermedio di quiete?» «Sìci è apparso tale».
«Come può dunque essere giusto ritenere piacevole il non soffrire o molesto il non gioire?» «Non può esserlo in alcun
modo».
«Allora»dissi«questa condizione di quiete sembra piacevole rispetto al dolore e dolorosa rispetto al piacerema in
realtà non lo è; e in queste apparenze non c'è nulla di buono rispetto alla verità del piacerema solo inganno».
«Così almeno dimostra il nostro ragionamento»rispose.
«Adesso»ripresi«considera i piaceri che non provengono dai doloriaffinché alle volte tu non creda che in questi
casi il piacere consista per sua natura in una cessazione del doloree il dolore in una cessazione del piacere».
«Di quali casi e di quali piaceri stai parlando?»domandò.
«I piaceri»risposi«sono molti e varima tuse vuoipensa in particolare a quelli dell'olfatto. Essi nascono
all'improvviso e con grande intensità senza essere preceduti da sofferenze e quando cessano non lasciano alcun dolore».
«Verissimo»disse.
«Perciò non dobbiamo credere che il piacere puro sia una liberazione dal dolore e viceversa».
«No di certo».
«Eppure»aggiunsi«le sensazioni più intense che attraverso il corpo tendono all'anima e sono dette piaceri
appartengono per lo più a questa specieossia liberano dai dolori».
«Sìè vero».
«E non sono uguali anche le sensazioni di piacere e dolore anticipato che nascono dall'attesaprima del loro
manifestarsi?» «Uguali».
«Sai dunque quali sono e a che cosa soprattutto assomigliano?»ripresi.
«A che cosa?» «Tu credi»chiesi«che in natura ci sia l'altoil basso e il centro?» «Io sì ».
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«Orase uno si muovesse dal basso verso il centroquale impressione avrebbesecondo tese non quella di salire? E
se stesse fermo al centro guardando il punto da cui si è mossodove crederebbe di trovarsi se non in altodato che non ha
visto il vero alto?» «Per Zeus»rispose«non credo proprio che la penserebbe diversamente».
«Ma se si muovesse all'indietro»continuai «non crederebbee a ragionedi scendere?» «Come no?» «E non
proverebbe tutte queste impressioni per la sua inesperienza di quello che è realmente l'altoil centro e il basso?» «è
ovvio».
«Potrai dunque meravigliarti se le persone inesperte della veritàoltre ad avere opinioni sbagliate su molte cosehanno
nei confronti del piaceredel dolore e dello stato intermedio una disposizione tale chequando passano al dolorela
sensazione che credono di provare è veraperché soffrono realmentequando invece passano dal dolore allo stato
intermedio sono fortemente convinte di essere vicine alla soddisfazione e al piacerema si ingannanoperché paragonano
il dolore all'assenza di dolore per inesperienza del piacerecome se paragonassero il grigio al nero per inespertenza del
bianco?» (10) «Per Zeus»esclamò«non me ne meraviglierei proprioanzi mi meraviglierei se non fosse così !».
«Rifletti allora su questo punto»ripresi: «la famela sete e i bisogni di questo genere non sono forse dei difetti nella
costituzione del corpo?» «Certo».
«E l'ignoranza e la stoltezza non rappresentano al contrario un difetto nella costituzione dell'anima?» «E come!».
«Perciò questi vuoti si potranno colmare in un caso con il nutrimentonell'altro con l'intelletto?» «Come no?» «Ma il
soddisfacimento più vero riguarda il meno o il più?» «Il piùè ovvio!».
«Quali sono allora le specie che secondo te partecipano di più del puro essere: quelle ad esempio del cibodella
bevandadel companatico e del nutrimento in genereo la specie della vera opinionedella scienzadell'intellettoin breve
di ogni virtù? Decidi in base a questo criterio: ciò che dipende dall'essere immutabile e immortale e dalla veritàe
presenta esso stesso tali caratteri fin dalla nascitati pare possieda un grado maggiore di essere rispetto a un qualcosa che
dipende da ciò che è sempre mutevole e mortale e presenta esso stesso tali caratteri fin dalla nascita?» «Ciò che dipende
dall'essere immutabile è di gran lunga superiore»rispose.
«E l'essenza di ciò che è sempre mutevole (11) partecipa dell'essere più che della scienza?» «Assolutamente no».
«E della verità?» «Neanche».
«E se è meno partecipe della veritàlo sarà anche dell'essere?» «Per forza».
«Insommale specie che riguardano la cura del corpo sono meno partecipi della verità e dell'essere di quelle che
concernono la cura dell'anima?» «E di molto!».
«E non pensi che tra corpo e anima esista lo stesso rapporto?» «Io sì ».
«Quindi ciò che si nutre di cose più reali ed è esso stesso più reale gode di una maggiore pienezza rispetto a ciò che si
nutre di cose meno reali ed è esso stesso meno reale?» «Come no?» «E se nutrirsi delle cose adatte alla propria natura è
piacevoleciò che realmente si nutre delle cose più reali farà provare il vero piacere in maniera più reale e più vera
mentre ciò che partecipa di cose meno reali riceverà un nutrimento meno vero e meno saldo e parteciperà di un piacere
meno sicuro e meno vero».
«è quanto mai inevitabile»disse.
«Pertanto coloro che non hanno esperienza della saggezza e della virtù e sono sempre occupati in banchetti e
divertimenti simili scendono in bassoa quanto parepoi risalgono fino al punto intermedioe così vagano per tutta la
vita. Essi non hanno mai levato lo sguardo e non si sono spinti verso la vera altezza superando questo limitee neppure si
sono saziati del vero essere o hanno gustato il piacere saldo e puroma come animaliguardando sempre in bassocol
capo chino a terra e alle mensesi rimpinzano di pastura e si accoppiano; e per l'avidità insaziabile di questi piaceri si
uccidono scalciandosi e cozzando gli uni contro gli altri con corna e unghie di ferroperché non nutrono di cose reali né la
vera parte di sé né il loro involucro».
«TuSocrate»disse Glaucone«parli della vita della gente come un perfetto oracolo!».
«E per costoro non è inevitabile vivere tra piaceri mescolati a doloritra parvenze del vero piacere appena abbozzate e
scolorite dalla sovrapposizione reciprocatanto che gli uni e gli altri risultano violenti e diventano oggetto di furiosi amori
e contese nel cuore degli stolticome a Troiasecondo Stesicoroper ignoranza del vero i guerrieri si contesero il
simulacro di Elena?» (12) «è assolutamente inevitabile che si tratti di qualcosa del genere»rispose.
«E non si verifica inevitabilmente lo stesso fenomeno anche nella parte impulsiva dell'animase uno la asseconda con
l'invidia provocata dall'ambizioneo con la violenza provocata dalla brama di vittoriao con l'ira provocata da un cattivo
carattereperseguendo lo scopo di saziarla di onorivittorie e ira senza raziocinio e discernimento?» «è inevitabile che un
fenomeno simile si verifichi anche in questo caso»rispose.
«Ebbene»domandai«vogliamo prendere il coraggio a due mani e affermare che anche riguardo alla brama di
guadagno e di vittoria tutti i desideri che seguono la scienza e la ragionee con il loro aiuto conducono una ricerca
fruttuosa dei piaceri additati dalla saggezzacoglierannonei limiti del possibilequelli più veridato che perseguono la
veritàe quelli a loro più proprise è vero che per ciascuno il meglio è ciò che gli è più proprio?» «Certo»rispose. «è ciò
che gli è più proprio».
«Quando dunque l'intera anima segue l'elemento filosofico e non è turbata alla discordiaa ogni singola parte accade
oltre che di assolvere il proprio compito e di essere giustaanche di cogliere il frutto dei piaceri a lei propriche sono i
migliori eper quanto è possibilei più veri».
«Senza dubbio».
«Quando invece domina una delle altre due partile accade di non raggiungere il piacere a lei proprio e di costringere
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le altre a ricercare un piacere alieno e non vero».
«è così »disse.
«Quindi ciò che è più distante dalla filosofia e dalla ragione produrrà questo effetto nella massima misura?» «E
come!».
«Ma ciò che è più distante dalla ragione non lo è anche dalla legge e dall'ordine?» «è chiaro».
«E i desideri amorosi e tirannici non si sono rivelati i più distanti?» «Di gran lunga!».
«E quelli regali ed equilibrati i meno distanti?» «Sì ».
«Allorapensoil tiranno sarà il più distante dal piacere vero a lui proprioil re il meno distante».
«Per forza».
«E il tiranno»aggiunsi«vivrà nel modo più spiacevoleil re nel modo più piacevole».
«è assolutamente inevitabile».
«Sai dunque quanto sarà più spiacevole la vita del tiranno rispetto a quella del re?»domandai.
«Se me lo dici tu!»rispose.
«Posto chepareesistono tre piaceriuno legittimo e due spuriil tirannodopo aver violato il confine di quelli spuri
ed essere fuggito dalla legge e dalla ragioneconvive con piaceri servili che gli fanno da guardie del corpo; ma non è
affatto facile spiegare il suo grado di inferioritàse non forse nel modo seguente».
«Come?».
«Il tiranno era terzo in distanza dall'uomo oligarchicopoiché in mezzo a loro c'era l'uomo democratico».
«Sì ».
«Quindise le affermazioni di prima erano vereegli coabiterebbe con una parvenza di piacere tre volte lontana dalla
verità?» «è così ».
«Ma l'uomo oligarchico viene per terzo dopo l'uomo regalese identifichiamo l'uomo aristocratico con quello regale».
«Sìviene per terzo».
«E pertanto»osservai«il tiranno è nove volte lontano dal vero piacere». (13) «Così risulta».
«Allora»ripresi«il simulacro del piacere tirannico potràa quanto pareessere espresso da un numero pianoin
funzione della sua lunghezza».
«Certo».
«E la distanza risulta evidente dalla sua elevazione al quadrato e al cubo».
«è evidente»disse«per un matematico».
«E ancoraseinvertendo il calcolosi volesse esprimere quanto dista il re dal tiranno in relazione al vero piacereuna
volta fatta la moltiplicazione si troverà che la sua vita è settecentoventinove volte più piacevolee quella del tiranno
altrettante volte più dolorosa».
«Che calcolo straordinario»esclamò«hai addotto per esprimere la differenza tra i due uominiil giusto e l'ingiusto
in relazione al piacere e al dolore!».
«Eppure»ribattei«si tratta di un numero vero e rapportato alle loro vitese esse si traducono in giorninottimesi e
anni».
«Sìc'è questa rispondenza»disse.
«Se dunque l'uomo buono e giusto supera di tanto l'uomo malvagio e ingiusto nel piacerenon sarà ancora più
straordinaria la sua superiorità nel decoro della vitanella bellezza e nella virtù?» «Straordinaria davveroper Zeus!»
esclamò.
«Bene»ripresi. «Ora che siamo giunti a questo punto della discussioneriprendiamo le argomentazioni precedenti che
ci hanno condotto fin qui.
A suo tempo si era detto che all'ingiusto conviene essere talepurché abbia la reputazione di uomo giusto;(14) non si
era detto questo?» «Sìquesto».
«Dunque»proseguii«ora che ci siamo messi d'accordo sul valore che hanno l'essere ingiusti e l'agire secondo
giustiziadiscorriamo un po' con chi si è espresso in questi termini».
«E come faremo?» «Plasmiamo con le parole un'immagine dell'animaaffinché chi diceva questo si renda conto delle
sue affermazioni».
«Quale immagine?»domandò.
«Una simile agli antichi mostri della mitologia»risposi: «la ChimeraScillaCerbero (15) e vari altri esseri chea
quanto si narraerano costituiti da molte forme riunite in un unico corpo».
«In effetti si racconta questo»disse.
«Plasma dunque un mostro compositocon tutto intorno molte teste di animali domestici e selvaggicapace di mutare
aspetto e generare tutte queste forme da se stesso».
«Quest'opera richiede un artista straordinario!»esclamò.
«Tuttaviadato che la parola è più malleabile della cera e delle altre materie di questo tipoplasmiamolo!».
«Poi modella la forma di un leone e di un uomo; la prima però sia molto più grande di queste duee quella del leone
venga per seconda».
«Questo è più facile»disse: «eccotele plasmate».
«Ora attaccale tutte e tre assiemein modo che siano connesse l'una all'altra».
«Sono connesse»rispose.
Platone La Repubblica

119
«Ricoprile dall'esterno di una sola immaginequella umana: così a chi non può vedere l'internoma scorge solo
l'involucro esternoappariranno come un unico essereun uomo appunto».
«Eccoti modellato l'involucro»disse.
«Orase uno afferma che a quest'uomo conviene essere ingiusto e non gli serve agire secondo giustizia
rispondiamogli che ciò equivale a dire che gli conviene pascere e rendere forte il mostro multiforme assieme al leone e al
suo seguitoe per contro far morire di fame e indebolire l'uomo al punto che si lasci trascinare dovunque lo conduca l'una
o l'altra delle due fieresenza abituare queste nature alla convivenza e all'amicizia reciprocama lasciando che si
mordanosi combattano e si divorino a vicenda».
«Chi lodasse l'ingiustizia»disse«sosterrebbe proprio questo».
«Chi invece sostenesse l'utilità della giustizianon affermerebbe che bisogna agire e parlare in modo che l'uomo
interiore abbia la massima padronanza dell'essere umanosorvegli la bestia dalle molte testecosì come un contadino
coltiva con amore le piante domestiche e impedisce che crescano quelle selvatichee garantendosi l'alleanza con la natura
del leone abbia cura di allevare tutte le nature insieme e di renderle amiche l'una dell'altra e di se stesso?» «Chi loda la
giustizia afferma senz'altro questo».
«Sotto ogni aspettoinsommachi elogiasse la giustizia direbbe il verochi elogiasse l'ingiustizia mentirebbe. Che si
abbia come obiettivo il piacerela buona fama o l'utilitàchi loda la giustizia è nel veromentre chi la biasima non dice
nulla di sano e non sa neppure che cosa biasima».
«Mi sembra proprio che lo sappia affatto!»esclamò.
«Vediamo dunque di persuaderlo con le buone manieredato che il suo errore è involontario(16) chiedendogli:
"Beato uomonon dovremo dire che i concetti tradizionali di bello e di brutto sono nati in virtù di questa distinzione? Il
bello è ciò che sottomette all'uomoo forse meglio al divinola parte animalesca della sua naturail brutto è ciò che
asservisce la parte mansueta a quella selvaggia?". Sarà d'accordo o no?» «Se mi darà rettasì »rispose.
«Ebbene»domandai«in base a questo ragionamento c'è qualcuno a cui giova appropriarsi ingiustamente di denaro
se davvero accade che nel momento in cui si appropria del denaro la sua parte migliore viene asservita a quella più
malvagia? Se poiappropriandosi del denarorende schiavo il figlio o la figliaper di più di uomini selvaggi e disonestia
queste condizioni non gli gioverebbe neanche prenderne una grande quantità; se invece asservisce senza pietà la parte più
divina di sé a quella più empia e scelleratanon è forse un miserabile e non si fa corrompere dall'oro a un prezzo ben più
funesto di Erifileche accettò la collana in cambio della vita dello sposo?» (17) «Sìben più funesto»disse Glaucone.
«Risponderò io per lui».
«Non credi dunque che anche l'intemperanza sia da tempo biasimata perché in una tale condizione viene lasciata libera
più del dovuto la natura pericolosaquel mostro grande e multiforme?» «è chiaro»rispose.
«E non si biasimano la prepotenza e la scontrosità quando l'elemento leonino e quello serpentino crescono e si
gonfiano senza armonia?» «Certamente».
«E non si biasimano il lusso e la mollezza proprio perché questo elemento fermo si rilassa e cedequando nasce in
esso la viltà?» «Sicuro».
«E l'adulazione e la grettezza non vengono forse coperte di biasimo quando la parte impulsiva dell'anima viene
assoggettata al mostro turbolento e abituata sin da giovaneper l'insaziabile avidità di denaroa umiliarsi e a divenire
scimmia anziché leone?» «E come!»esclamò.
«Per quale motivo pensi che il lavoro degli artigiani e degli operai sia disdicevole? Non diremo che ciò è dovuto
unicamente al fatto che la loro parte migliore è per natura deboleal punto che non sa dominare gli animali che ha in sé
ma si mette al loro servizio ed è capace soltanto di imparare come blandirli?» «Così pare»rispose.
«E non diciamo che anche l'artigianoper essere retto da un principio analogo a quello che governa l'uomo migliore
deve assoggettarsi all'uomo miglioreche ha in sé la reggenza del principio divinonon perché riteniamo che la sua
sottomissione debba risolversi in un dannocome pensava Trasimaco dei sudditi(18) ma perché per ognuno è meglio
essere governato da ciò che è divino e assennatosoprattutto se tale principio è connaturato in luio altrimentise esercita
la sua autorità dall'esternoper essere il più possibile tutti uguali e amiciobbedienti alla stessa guida?» «E lo diciamo con
ragione!»esclamò.
«Anche la legge»continuai«rivela questa intenzionein quanto è alleata dì tutti i cittadini. Lo stesso discorso vale
per l'autorità sui fanciulli: non permettiamo che siano liberi finché dentro di loro non stabiliamo una costituzione come in
una città e non passiamo le consegne di guardiano e di governante alla loro parte miglioredopo averla sviluppata tramite
l'elemento analogo presente in noi. Soltanto allora li lasciamo liberi».
«Sìrivela questa intenzione»confermò.
«Allora in che modoGlauconee con quale fondamento diremo che conviene essere ingiusti o intemperanti o
compiere azioni riprovevolise per questo comportamento l'uomo diverrà più malvagiopur acquistando maggiori
ricchezze o altro potere?» «In nessun modo»rispose.
«E quale utilità attribuiremo all'ingiustizia commessa senza essere colti sul fatto e pagarne il fio? Non è ancora più
malvagio chi non si fa sorprenderementre la parte ferma di chi non sfugge alla pena viene placata e ammansitae quella
domestica liberatae l'intera animareintegrata nella natura miglioreacquistando temperanza e giustizia unite a
intelligenza assume uno stato più prezioso del corpo che acquisisce forza e bellezza unite a buona salutetanto quanto
l'anima è più preziosa del corpo?» «Proprio così »disse.
«Quindi l'uomo assennato vivrà con tutte le sue forze rivolte innanzitutto a onorare le discipline che renderanno tale la
Platone La Repubblica

120
sua animatrascurando le altre?» «è ovvio»rispose.
«Inoltre»dissi«nell'orientare la sua vita in questa direzione non solo non affiderà il buono stato e l'educazione del
corpo al piacere fermo e irrazionalema neppure penserà alla salute e si preoccuperà di essere forte o sano o bellose ciò
non dovrà contribuire a renderlo anche saggioanzisarà sempre evidente che la sua cura dell'armonia fisica mira a
conseguire quella spirituale».
«Certamente»disse«se vorrà essere un vero musico».
«E non perseguirà»domandai«l'ordine e l'armonia anche nel possesso delle ricchezze? E non vorrà accrescere a
dismisura la mole dei suoi beni a costo di procurarsi infinite disgraziefacendosi impressionare dal volgo che lo stima
beato?» «Credo di no»rispose.
«Al contrario»dissi«rivolgendo attenzione al regime che ha in sé e badando a non creare turbamento nel suo
equilibrio interiore con un eccesso o una scarsità di sostanzeincrementerà e consumerà il suo patrimonio nella misura
che gli sarà possibile».
«Senz'altro»assentì .
«E allo stesso scopo acconsentirà a partecipare e a gustare di alcuni onoriquelli che a suo giudizio lo renderanno
migliorema eviterà sia in privato sia in pubblico quegli onori che secondo lui distruggeranno la condizione in cui si
trova».
«Ma se ha questa preoccupazione»obiettò«non vorrà impegnarsi nella politica».
«Corpo d'un cane!»esclamai. «Se ne occuperàe comenella sua cittàma nella sua patria forse noa meno che non si
verifichi un qualche caso divino».
«Capisco»disse. «Tu intendi nella città di cui abbiamo descritto la fondazionema che esiste solo nei nostri discorsi
poiché credo che non si trovi da nessuna parte al mondo».
«Ma forse»aggiunsi«se ne erge un modello su in cieloper chi vuole vederlo e fondare se stesso su questa visione.
Non importa però se esiste o esisterà da qualche parte: egli si occuperebbe solo di questa cittàe di nessun'altra».
«è naturale»disse.
NOTE: REPUBBLICA IX483 provevolise per questo comportamento l'uomo diverrà più malvagiopur acquistando
maggiori ricchezze o altro potere?» «In nessun modo»rispose.
«E quale utilità attribuiremo all'ingiustizia commessa senza essere colti sul fatto e pagarne il fo? [591b] Non è ancora
più malvagio chi non si fa sorprenderementre la parte ferma di chi non sfugge alla pena viene placata e ammansitae
quella domestica liberatae l'intera animareintegrata nella natura miglioreacquistando temperanza e giustizia unite a
intelligenza assume uno stato più prezioso del corpo che acquisisce forza e bellezza unite a buona salutetanto quanto
l'anima èpiù preziosa del corpo?» «Proprio così »disse.
-[591c] «Quindi l'uomo assennato vivrà con tutte le sue forze rivolte innanzitutto a onorare le discipline che
renderanno tale la sua animatrascurando le altre?» «E ovvio»rispose.
«Inoltre»dissi«nell'orientare la sua vita in questa direzione non - solo non affiderà il buono stato e l'educazione del
corpo al piacere fermo e irrazionalema neppure penserà alla salute e si preoccuperà di essere forte o sano o bellose ciò
[591d] non dovrà contribuire a renderlo anche saggioanzisarà sempre evidente che la sua cura dell'armonia fisica mira a
conseguire quella spirituale».
«Certamente»disse«se vorrà essere un vero musico».
«E non perseguirà»domandai«l'ordine e l'armonia anche nel possesso delle ricchezze? E non vorrà accrescere a
dismisura la mole dei suoi beni a costo di procurarsi infinite disgraziefacendo sì impressionare dal volgo che lo stima
beato?» «Credo di no»rispose.
[591e1 «Al contrario»dissi«rivolgendo attenzione al regime che ha in sé e badando a non creare turbamento nel suo
equilibrio interiore con un eccesso o una scarsità di sostanzeincrementerà e consumerà il suo patrimonio nella misura
che gli sarà possibile».
«Senz'altro»assentì .
[592a1 «E allo stesso scopo acconsentirà a partecipare e a gustare dì alcuni onoriquelli che a suo giudizio lo
renderanno migliorema eviterà sia in privato sia in pubblico quegli onori che secondo lui distruggeranno la condizione in
cui si trova».
«Ma se ha questa preoccupazione»obiettò«non vorrà impegnarsi nella politica».
«Corpo d'un cane!»esclamai. «Se ne occuperàe comenella sua cittàma nella sua patria forse noa meno che non si
verifichi un qualche caso divino».
«Capisco»disse. «Tu intendi nella città di cui abbiamo descritto la fondazionema che esiste solo nei nostri discorsi
poiché credo che non si trovi [592b] da nessuna parte al mondo».
«Ma forse»aggiunsi«se ne erge un modello su in cieloper chi vuole vederlo e fondare se stesso su questa visione.
Non importa però se esiste o esisterà da qualche parte: egli si occuperebbe solo di questa cittàe di nessun'altra».
«E naturale»disse.
NOTE: 1) L'approccio di Platone al sogno precorre sotto certi aspetti l'indagine psicanalitica; non a caso il passo è
stato ricordato da Freud nell'opera L'interpretazione dei sogni. Platone però ignora ancora la complessa simbologia onirica
e crede a uno stretto legame tra il sogno e il controllo razionale che l'individuo esercita su se stesso quando è sveglio;
dimostra comunque di aver compreso il carattere fondamentalmente irrazionale e trasgressivo del sognola cui
manifestazione più evidente è l'inconscio desiderio di incesto (cfr. anche SofocleOedipus rexversi 981-982)e più in
Platone La Repubblica

121
generale la pulsione erotica.
2) Espressione usata per indicare una domanda che presuppone una risposta scontata.
3) Platone gioca sul significato di "anagkaios"'necessario'in riferimento alla suddivisione dei piacerie 'parente'
'consanguinco'.
4) Cfr. Corpus paroemiographorum Graecorumsecondo43 Leutsch-Schneidewin.
5) Per mantenere il parallelismo tra i due genitori Platone associa i sinonimi "metris" (termine di origine cretese) e
"patris".
6) Con questo termine s'intende il governo dei filosofi che regge la città ideale.
7) Pur nella sua brachilogiala frase ha un senso plausibile se si accetta la lezione "tes alethines edones"o si ricava
implicitamente la nozione di "vero piacere" dalla frase precedente. Discostandoci da Burnetdiamo alla successiva
risposta di Glaucone un valore affermativo.
8) Nei banchetti si dedicava la prima libagione a Zeus Olimpiola seconda alla Terra e agli eroila terza a Zeus
Salvatore. La formula assume una particolare pregnanza per l'ambiguità di "tò tríton"che può indicare tanto la terza
libagione quanto la terza prova contro l'ingiusto; coerente con questa immagine è anche il riferimento ai giochi olimpici
poiché nella lotta un atleta era proclamato vincitore solo dopo che aveva atterrato l'avversario per tre volte consecutive.
9) Forse qualche esponente della scuola orfico-pitagorica.
10) Nella simbologia platonica il nero rappresenta il doloreil bianco il piacereil grigioche risulta da una
mescolanza di questi due coloriall'assenza di dolore.
11) La lezione dei codici "aeì omoíou" è contraddittoria; la correzione di Adam "aeì anomoíou" è volta a dare alla
frase un senso coerente con le battute successivema non elimina del tutto l'incertezza nella progressione concettuale del
passoche probabilmente presenta una breve lacuna.
12) Stesicoropoeta lirico corale del sesto secolo a.C.secondo una leggenda denigrò in un suo carme Elena e per
questo fu accecato dai Dioscurifratelli di lei; allora compose la Palinodia (cioè 'Ritrattazione')nella quale sosteneva che
Paride aveva condotto a Troia non la vera Elenama un suo fantasmae riacquistò la vista; cfr. anche PlatonePhaedrus
243a.
13) Il calcolo non è esattoperché il tiranno viene al quinto posto dopo il rel'uomo timocraticol'uomo oligarchico e
l'uomo democraticoed è quindi cinque volte lontano dal vero piacerenon nove. Ma a Platone interessa ottenere il
numero 729cioè 9 elevato al cuboche equivale alla somma dei giorni e delle notti dell'anno secondo il calcolo del
pitagorico Filolao.
14) Cfr. libro 2361a.
15) La Chimera aveva testa di leone che vomitava fuococorpo di capra e coda di serpente; fu uccisa da Bellerofonte.
Scillail mostro marino che assieme a Cariddi faceva naufragare le navi che attraversavano lo stretto di Messinaaveva
volto e petto di donnafianchi di canesei teste e dodici piedi. Cerbero era il cane tricipite custode dell'Ade.
16) Secondo l'etica socratica il male viene compiuto involontariamenteper ignoranza del bene.
17) Cfr. OmeroOdyssealibro 11verso 326. Erifilecorrotta da Polinice con il dono di una collanarivelò il
nascondiglio del marito Anfiaraoche non voleva partecipare alla guerra contro Tebepur sapendo che egli sarebbe morto
nella spedizione; per questo fu a sua volta uccisa dal figlio Alcmeone.
18) Cfr. libro 1343a.
Platone La Repubblica

122
REPUBBLICA - LIBRO DECIMO
(I numeri fra parentesi si riferiscono alle note poste al termine di ogni libro)

«Comunque»dissi«molte altre sono le ragioni per cui comprendo che abbiamo fondato la città nella maniera più
giustae lo dico con particolare riferimento alla questione della poesia».(1) «In che senso?» «Perché rifiutiamo
decisamente tutta quella che si fonda sull'imitazione: che essa non debba essere assolutamente accolta risultaa mio
parereancora più evidente dopo che abbiamo distinto una per una le parti dell'anima».
«Che cosa vuoi dire?» «A voi parlerò chiaroperché non lo andrete a riferire ai poeti tragici e a tutti gli altri che sono
dediti all'imitazione: tutto ciò sembra essere una rovina per l'animo degli ascoltatori che non possiedono come farmaco la
conoscenza della vera natura di queste opere».
«A che cosa pensi per parlare così ?»chiese.
«Bisogna pur che te lo dica»risposi«anche se una certa amicizia e reverenza che ho sin da ragazzo per Omero mi
impedisce di farlo: mi pare infatti che egli sia stato il primo maestro e caposcuola di tutti questi bravi poeti tragici. Ma
dato che un uomo non va onorato più della veritàdebbo parlare com'è nelle mie intenzioni».
«Senza dubbio»disse.
«Ascolta dunqueo meglio rispondi».
«Chiedi pure».
«Saresti capace di spiegarmi in che cosa consistenel suo complessol'imitazione? Io stesso non capisco bene che
cosa vuole essere».
«Allora sarò io a capirlo!»esclamò.
«Non ci sarebbe nulla di strano»ribattei«perché certe persone dalla vista più debole vedono molte cose prima di
altre dalla vista più acuta».
«è così »confermò. «Ma in tua presenza non riuscirei a sforzarmi di parlare neppure di ciò che appare evidente;
guarda piuttosto tu stesso».
«Vuoi dunque che cominciamo la nostra indagine secondo il solito metodo? Abbiamo preso l'abitudine di porre
un'idea singola per ogni genere di oggetti molteplici cui assegniamo lo stesso nome. Mi capisci o no?» «Ti capisco».
«Prendiamo anche ora un oggetto qualsiasi tra i tanti. Ad esempiose ti va beneesistono molti letti e molti tavoli».
«Come no?» «Ma questi oggetti si possono raggruppare in due ideequella di letto e quella di tavolo».
«Sì ».
«E non siamo anche soliti dire che l'artefice di ciascuno dei due oggetti guarda all'idea per fabbricare l'uno i letti
l'altro i tavoli di cui noi ci serviamoe lo stesso vale per ogni altro oggetto? Nessun costruttore infatti realizza l'idea in sé:
come potrebbe?» «Non potrebbe assolutamente».
«Ma bada bene a come chiami questo costruttore».
«Quale?» «Quel lo che fa tutto ciò che vien fatto da ogni singolo artigiano».
«Stai parlando di un uomo straordinario e mirabile!».
«Non ancorama presto la tua ammirazione per lui crescerà.
Questo stesso artigiano non solo è capace di fabbricare ogni oggettoma fa anche spuntare tutte le piante dalla terra e
crea tutti gli esseri viventicompreso se stessoe oltre a ciò crea la terrail cielogli dèi e tutto quanto sta nel cielo e
sottoterra nell'Ade».
«Il tuo è un sofista davvero prodigioso!»esclamò.
«Non ci credi?»dissi. «Rispondimi: ti pare che un simile artefice non esista in assolutoo credi che in date condizioni
qualcuno possa creare tutte queste cose? Non ti rendi conto che tu stesso in certo qual modo potresti essere in grado di
creare tutto questo?» «E qual è questo modo?»domandò.
«Non è difficile»risposi: «si tratta di una realizzazione frequente e veloceanzi velocissimase vuoi prendere uno
specchio e girarlo in ogni direzione; rapidamente creerai il sole e i corpi celestila terrate stesso e gli altri esseri viventi
gli oggettile piante e tutto ciò che abbiamo menzionato poco fa».
«Sì »disse«apparenzenon dotate però di una realtà effettiva».
«Bene»ripresi«la tua riflessione giunge a proposito. Perché anche il pittorecredofa parte di questi artefici. Non è
vero?» «Come no?» «Ma forse tu dirai che le sue creazioni non sono vere. Eppure in certo qual modo anche il pittore crea
un letto. O no?» «Sì »rispose«anche lui solo in apparenza».
«E il costruttore di letti? Non hai appena detto che non realizza l'ideaovvero ciò che noi abbiamo de finito l'essenza
di un lettoma un letto qualsiasi?» «Sìl'ho detto».
«Ma se non realizza l'essenzanon potrà creare la realtàbensì solo qualcosa che assomiglia alla realtàma non la è; e
chi dicesse che l'opera del costruttore di letti o di un altro artigiano è compiutamente reale non correrebbe il rischio di non
dire il vero?» «Sicuro»rispose«o almeno così sembrerebbe a chi si occupa di questioni simili».
«Quindi non meravigliamoci se anche quest'opera viene ad essere un po' debole in rapporto alla verità».
«No di certo».
«Vuoi allora»domandai«che proprio sulla base di questi elementi cerchiamo di scoprire chi mai sia il nostro
imitatore?» «Se vuoi...»rispose.
«Ci sonodunquequeste tre specie di letti: una è quella che esiste in naturae che a mio parere possiamo definire
opera di un dio. O di chi altri?» «Di nessunocredo».
Platone La Repubblica

123
«La seconda è quella costruita dal falegname».
«Sì »disse.
«La terza è l'opera del pittore. O no?» «Va bene».
«Il pittoreil costruttore di lettiil dio: ecco i tre autori delle tre specie di letti».
«Sìsono tre».
«Il diosia che non volessesia che per una qualche necessità non potesse creare in natura più di un solo lettone
realizzò dunque un unico esemplarequello che è il letto in sé; due o più come quello non furono creati dal dio né mai lo
saranno».
«E perché?»chiese.
«Perché»spiegai«se ne avesse creati anche solo duene apparirebbe a sua volta un terzodi cui essi avrebbero
entrambi l'ideae quello sarebbe il letto in sénon gli altri due».
«Giusto»disse.
«Ben conscio di questopensoil diovolendo essere il reale creatore di un letto realenon un costruttore qualsiasi di
un letto qualsiasilo creò per natura unico».
«Così pare».
«Vuoi dunque che lo chiamiamo naturale creatore di questo oggettoo con un termine simile?» «è giusto»rispose
«perché ha creato questa e ogni altra cosa secondo natura».
«E il falegname? Non lo chiameremo artefice del letto?» «Sì ».
«E non chiameremo anche il pittore artefice e creatore di quest'oggetto?» «Nient'affatto! ».
«Ma allora quale rapporto avràsecondo tecon il letto?» «Mi sembra»rispose«che la definizione più appropriata sia
questa: imitatore dell'oggetto di cui gli altri due sono artefici».
«Bene»dissi. «Quindi tu chiami imitatore chi fa parte della terza generazione a partire dalla natura?» «Precisamente»
rispose.
«Di conseguenza anche il poeta tragicoin quanto imitatoreverrà per terzo dopo il re e la veritàcome tutti gli altri
imitatori».(2) «è probabile».
«Sull'imitatore siamo dunque d'accordo. Ma ora dimmi una cosa a proposito del pittoree cioè se ti sembra che egli
tenti di imitare ogni singola realtà esistente in natura oppure i prodotti degli artigiani».
«I prodotti degli artigiani»rispose.
«Come sono realmente o come appaiono? Definisci ancora questo punto».
«Che cosa intendi dire?»domandò.
«Questo: un lettoa seconda che lo si guardi di lato o di fronte o in qualunque altro modoè forse diverso da se stesso
oppure appare diversoma non lo è affatto? La stessa cosa non vale anche per gli altri oggetti?» «è così »rispose: «appare
diversoma non lo è».
«Ora fa' questa considerazione: qual è lo scopo della pittura verso ogni singolo oggetto? Imitarlo com'è in realtà o
come appare? Insommaè imitazione dell'apparenza o della verità?» «Dell'apparenza»rispose.
«Quindi l'arte dell'imitazione è lontana dal veroe a quanto pare realizza ogni cosa perché coglie una piccola parte
che per di più è una parvenzadi ogni singolo oggetto. Ad esempio noi affermiamo che il pittore ci dipingerà un calzolaio
un falegnamegli altri artigianisenza avere alcuna competenza di queste arti; tuttaviase fosse un buon pittore
dipingendo un falegname e mostrandolo da lontano riuscirebbe a ingannare fanciulli e uomini sciocchiperché lo farebbe
sembrare un vero falegname».
«Certamente».
«Ma iocaro amicopenso che in casi del genere si debba ragionare così : quando uno ci annuncia di essersi imbattuto
in un uomo che è esperto in tutti i mestieri e in tutte le altre discipline di competenza dei singoli specialisti e conosce ogni
cosa più a fondo di chiunque altrobisogna rispondergli che è un semplì ciotto e probabilmente si è imbattuto in un
imitatore ciarlatano che lo ha ingannato a tal punto da apparirgli onniscientema solo perché lui è incapace di distinguere
la scienzal'ignoranza e l'imitazione».
«Verissimo»disse.
«Ora»proseguii«bisogna esaminare la tragedia e il suo caposcuola Omero(3) dal momento che sentiamo dire da
alcuni che i poeti tragici conoscono tutte le artitutte le cose umane attinenti alla virtù e al vizio e persino le cose divine;
secondo loro infatti il buon poetase vuole rappresentare bene i temi che intende trattaredeve conoscere ciò che
rappresentaaltrimenti è incapace di creare. Bisogna dunque esaminare se costoroimbattutisi negli imitatori cui facevo
riferimento primasi sono lasciati ingannare e quando guardano le loro opere non si accorgono che esse sono tre volte
distanti dalla realtà e si possono eseguire facilmente anche senza conoscere la veritàpoiché si tratta di apparenzenon di
cose realio se invece dicono qualcosa di sensato e i buoni poeti hanno una reale conoscenza di ciò in cui il volgo li
giudica esperti».
«Proprio questa dev'essere la nostra indagine»assentì .
«Credi dunque che se qualcuno potesse creare entrambe le cosel'oggetto da imitare e la sua parvenzasi
applicherebbe sul serio alla fabbricazione di parvenze e ne farebbe lo scopo della propria vitaconvinto che sia il
meglio?» «Io no di certo».
«Ma se fosse davvero esperto di ciò che imitapenso che si preoccuperebbe delle opere molto prima che delle
imitazionicercherebbe di lasciare come ricordo di sé molte belle azioni e preferirebbe essere l'oggetto dell'encomio
Platone La Repubblica

124
piuttosto che l'autore».
«Penso di sì »disse«perché l'onore e il vantaggio che se ne trae non sono pari».
«Ora non pretendiamo che Omero o a qualsiasi altro poeta ci dia ragione degli altri puntidomandando se qualcuno di
loro sia stato medico e non solamente imitatore di discorsi mediciquali malati un poeta antico o moderno abbia fama
come Asclepiodi avere guaritoo quali discepoli della medicina abbia lasciatocome fece Asclepio con i suoi
discendenti; e non interroghiamoli neppure sulle altre artianzi lasciamo perdere. Ma sugli argomenti più importanti e più
belli trattati da Omerocioè la guerrail comando dell'esercitol'amministrazione delle città e l'educazione dell'uomoè
giusto chiedergli informazioni e interrogarlo così : "Caro Omerose è vero che non sei terzo in distanza dalla verità quanto
a virtùovvero non sei artefice di parvenza secondo la nostra definizione di imitatorema vieni almeno al secondo posto
(4) e sei stato capace di conoscere quali attività rendono migliori o peggiori gli uomini nella vita privata e pubblicapuoi
dirci quale città è stata amministrata meglio grazie a tecome Sparta grazie a Licurgo e molte altregrandi e piccole
grazie a molti altri? Quale città rivendica il fatto che tu sei stato un buon legislatore e le hai giovato? L'Italia e la Sicilia
rivendicano Caronda(5) noi Solone: ma chi rivendica te? Sei in grado di indicare qualcuno?"» «Non credo»rispose
Glaucone. «Neppure gli stessi Omeridi (6) ne parlano».
«Ma si ricorda una guerra ai tempi di Omero che sia stata ben combattuta sotto il suo comando o grazie ai suoi
consigli?» «Nessuna».
«Allora viene citato come un uomo abile nelle attività pratiche per le sue molte trovate ingegnose nelle arti e in altri
campi d'azioneal pari di Talete di Mileto e Anacarsi di Scizia?»(7) «Noniente del genere».
«Ma se non nella sfera pubblicaalmeno in quella privata Omero ha fama di aver diretto l'educazione di alcuniche
amarono la sua compagnia e tramandarono ai posteri un sistema di vita omericocome lo stesso Pitagora fu
straordinariamente amato per questo e ancora adesso i suoi discepolichiamando pitagorico il loro modo di vivere
sembrano in un certo senso distinguersi dagli altri?»(8) «No»rispose«non si tramanda niente del genere. E forse
Socratel'educazione di Creofiloil compagno di Omeroapparirebbe ancora più ridicola del suo nome(9) se quanto si
dice di Omero corrisponde a verità. Si narra infatti che durante tutta la sua vita fu molto trascurato da lui».
«In effetti si racconta questo»dissi. «Ma tuGlauconecredi chese Omero fosse stato realmente in grado di educare
gli uomini e di renderli migliori grazie a un'effettiva competenza in questo ambito anziché a una semplice capacità di
imitazionenon si sarebbe procurato molti compagni e non sarebbe stato onorato e amato da loro? Eppure Protagora di
AbderaProdico di Ceo (10) e moltissimi altri riesconoin riunioni privatea convincere i loro seguaci che non saranno in
grado di amministrare né la propria casa né la propria città se non si affideranno alla loro educazionee per questa
sapienza sono tanto amati che i compagni li portano quasi in trionfo a spalle; ma i contemporanei di Omero o di Esiodo
se essi fossero stati veramente capaci di giovare agli uomini indirizzandoli alla virtùli avrebbero forse lasciati andare in
giro a fare i rapsodi invece di tenerseli stretti più dell'oro e costringerli a dimorare nella loro casao qualora non fossero
riusciti a persuaderli non li avrebbero seguiti dovunque andasserofino ad apprendere a sufficienza la loro cultura?» «Mi
sembraSocrateche tu dica in tutto e per tutto la verità»rispose.
«Stabiliamo dunque che tutti i poetia cominciare da Omeroimitano simulacri della virtù e di tutti gli altri temi sui
quali compongono le loro operee non attingono alla verità; del restocome abbiamo detto primail pittore non creerà
l'apparenza di un calzolaiosenza avere una personale conoscenza dell'arte del calzolaioper uomini che non se ne
intendono e giudicano dai colori e dalle forme?» «Senz'altro».
«Allo stesso modopensodiremo che anche il poeta colora con parole e frasi ogni singola arte senza intendersi d'altro
che di imitazione. Di conseguenzaquando tratta dell'arte del calzolaiodella strategia o di qualsiasi altro argomento
usando il metroil ritmo e l'armoniachi come lui giudica dalle parole ha l'impressione che ne parli davvero bene; tanto
grande è l'incanto che esercitano per natura questi ornamenti! Ma le opere dei poetispogliate dei colori della musica e
ridotte alle pure parolecredo che tu sappia come appaionopoiché l'hai già visto».
«Sìcerto»disse.
«Non assomigliano»domandai«all'aspetto che hanno i volti dei ragazzi in fiorema non belliquando il culmine
della giovinezza li ha abbandonati?» «Il paragone è perfetto»rispose.
«Considera questoallora: noi sosteniamo che il creatore del simulacrocioè l'imitatorenon si intende affatto della
realtàma solo dell'apparenza. Non è così ?» «Sì ».
«Non lasciamo dunque la questione a metàma esaminiamola a fondo».
«Parla!»disse.
«Un pittoread esempiodipingerà delle briglie e un morso?» «Sì ».
«Ma li realizzeranno il calzolaio e il fabbro?» «Certo».
«E il pittore sa come debbono essere le briglie e il morso? O lo ignora anche chi li realizzacioè il calzolaio e il
fabbroe lo sa soltanto colui che è capace di servirsenecioè il cavaliere?» «Verissimo».
«E non diremo che la stessa cosa vale per tutti gli oggetti?» «Ossia?» «Che per ogni oggetto esistono tre arti: quella
che ne farà usoquella che lo realizzeràquella che lo imiterà?» «Sì » «Ma la virtùla bellezzala perfezione di ogni
singolo oggettoessere vivente e azione non riguardano soltanto l'uso per il quale ciascuno di essi è fabbricato o esiste in
natura?» «è così ».
«Allora chi adopera ogni singolo oggetto deve per forza averne la maggiore esperienza e riferire al fabbricante i pregi
e i difetti che si rivelano all'uso; ad esempio un flautista dà spiegazioni al costruttore di flauti sugli strumenti che gli
servono nel suo mestiere e gli ordinerà come deve fabbricarlie quello obbedirà».
Platone La Repubblica

125
«Come no?» «Quindi l'esperto si pronuncia sui flauti buoni e su quelli scadentie l'altrofidandosi di luili
realizzerà?» «Sì ».
«Perciò il fabbricante avrà delle idee giuste sulla perfezione e l'imperfezione dello stesso oggettoperché frequenta
l'esperto ed è costretto ad ascoltarloma solo chi lo utilizza ne avrà la scienza».
«Certamente».
«Ma l'imitatore potrà sapere dall'uso se ciò che dipinge è o non è bello e ben fattoo ricavare una corretta opinione dal
suo necessario contatto con l'esperto che gli ordina come deve dipingere?» «Né l'una né l'altra cosa».
«Quindi l'imitatore non possederà né la conoscenza né la retta opinione sui pregi e i difetti di ciò che imita».
«Pare di no».
«Ma che bravol'imitatore nella poesiase è così esperto nel suo campo!».
«Non proprio».
«Tuttavia imiteràsenza sapere che cosa determina la buona o cattiva qualità di ciascun oggetto; ma a quanto pare
imiterà ciò che sembra bello al volgo ignorante».
«E che altro?» «Mi sembra che tra noi ci sia un pieno accordo su questi punti: l'imitatore non sa nulla di essenziale in
merito a ciò che imitama la sua imitazione è una sorta di scherzonon un'attività seriae coloro che si dedicano alla
poesia tragica in metri giambici ed epici sono tuttie al massimo gradoimitatori».
«Senza dubbio».
«Per Zeus!»esclamai. «Questo atto dell'imitare non riguarda qualcosa tre volte distante dalla verità? Sì o no?» «Sì ».
«E su quale parte dell'uomo esercita il suo potere?» «Di quale parte stai parlando?» «Di questa: la stessa grandezza
non appare uguale alla vista da vicino e da lontano».
«No di certo».
«E le stesse cose appaiono curve e diritte a seconda che le si guardi dentro o fuori dall'acquae concave e convesse a
causa dell'illusione ottica relativa ai colori; ed è evidente che tutta questa confusione si produce nell'anima. Perciò la
pittura a chiaroscuropuntando su questa debolezza della nostra naturanon tralascia nessuna forma di ingannocosì come
la magia e tutti gli altri artifizi del genere».
«è vero».
«Ma misurarecontare e pesare non sono apparsi validissimi ausili contro questi effetticosicché in noi non prevale
ciò che appare più grande o più piccolo o più numeroso o più pesantebensì la facoltà capace di calcolaremisurare e
pesare?» «Come no?» «E ciò sarà opera della facoltà razionale dell'anima».
«Sìdi questa».
«Spesso però questa facoltàpur misurando e indicando che certe cose sono maggiori o minori o uguali le une alle
altrericeve impressioni contrarie sui medesimi oggetti».
«Sì ».
«Ma non abbiamo detto che la stessa persona non può avere opinioni contrarie sui medesimi oggetti?» «E avevamo
ragione a dirlo!».
«Dunque la parte dell'anima che formula un'opinione senza tener conto della misura non sarà identica a quella che la
formula tenendone conto».
«Certo che no».
«E quella che si affida alla misura e al calcolo sarà la parte migliore dell'anima».
«Senz'altro».
«Mentre la parte contraria a questa sarà la più scadente delle nostre facoltà».(11) «Per forza».
«E proprio con l'intenzione di giungere a un comune accordo su questo punto ho affermato che la pitturae in generale
l'arte imitativarealizza la sua opera ben lungi dalla veritàha uno stretto rapporto di familiarità e amicizia con ciò che in
noi è lontano dall'intelletto e non si prefigge alcuno scopo sano e veritiero».
«Precisamente»disse.
«Pertanto l'arte imitativascadente compagna di ciò che è scadentegenera una prole scadente».
«Pare di sì ».
«Solo quella che si realizza attraverso la vista»chiesi«o anche quella che si realizza attraverso l'uditoe che
chiamiamo poesia?» «Anche questaè logico»rispose.
«Non fidiamoci dunque soltanto dell'analogia con la pittura»dissi«ma arriviamo proprio fino a quella parte
dell'animo cui si rivolge l'imitazione poeticae vediamo se è una cosa scadente o di valore».
«Bisogna farlocerto».
«Impostiamo il problema così : l'arte imitativanoi diciamorappresenta uomini che compiono azioni forzate o
volontarie e ritengono che esse determinino la loro situazione buona o cattivae in tutto ciò provano dolore o gioia. Può
forse essere qualcosa di diverso da questo?» «No».
«Ma in tutto ciò l'uomo si trova in una disposizione d'animo concorde? Oppurecome nella vista era diviso e nutriva
contemporaneamente dentro di sé opinioni contrarie sui medesimi oggetticosì anche nelle azioni è in discordia e in
conflitto con se stesso? Ricordo però che almeno su questo punto non abbiamo più alcun bisogno di metterci d'accordo
poiché nei discorsi precedenti abbiamo convenuto a sufficienza che la nostra anima è piena di infinite contraddizioni del
genereche si manifestano contemporaneamente».
«Giusto»disse.
Platone La Repubblica

126
«Sìgiusto»ripresi. «Ma ora mi sembra necessario discorrere di ciò che allora avevamo tralasciato».
«Cioè?» «Un uomo equilibrato»incominciai«che abbia la sventura di perdere un figlio o qualche altra cosa a lui
molto caraabbiamo detto già allora che sopporterà questa disgrazia più facilmente degli altri».
«Proprio così ».
«Ora esaminiamo se non soffrirà assolutamenteoppure ciò è impossibile ed egli si limiterà a moderare il suo dolore».
«La verità sarà piuttosto questa»osservò.
«Dimmi ancora questo su di lui: credi che lotterà e resisterà di più al dolore quando sarà visto dai suoi simili o quando
si troverà completamente solo con se stesso?» «Molto di più quando sarà visto»rispose.
«Ma quando resterà solopensoavrà il coraggio di pronunciare molte parole di cui si vergognerebbe se qualcuno lo
ascoltassee farà molte cose per le quali non gli piacerebbe avere testimoni».
«è così »disse.
«Ma non sono forse la ragione e la legge che impongono di dominarsimentre è la sofferenza stessa che trascina verso
il dolore?» «è vero».
«Quando nell'uomo si manifestano a un tempo due moti contrari riguardo alla stessa situazionediciamo che dentro di
lui ci sono inevitabilmente due impulsi».
«Come no?» «E uno dei due non è pronto a obbedire a tutto ciò che la legge prescrive?» «Ossia?» «Grosso modo la
legge dice che nelle disgrazie la cosa migliore è stare il più possibile calmi e non agitarsiperché il bene e il male di questi
eventi non è chiaro e chi li sopporta di malanimo non ne ricava alcun miglioramento per l'avvenire; inoltre nessuna delle
cose umane è degna di essere presa troppo sul serio e il dolore ostacola ciò che in questi casi deve soccorrerci al più
presto».
«A che cosa alludi?»domandò.
«Alla capacità di riflettere sull'accaduto»risposi«e di adattarecome in un tiro di dadila propria condizione alla
casualità degli eventia seconda della scelta che la ragione indica come la migliore; e se abbiamo ricevuto un colponon
dobbiamo passare il tempo a gridare come fanciullitenendo con la mano la parte colpitabensì abituare sempre l'anima a
guarire e raddrizzare il più presto possibile la parte caduta ammalataeliminando il piagnisteo con la medicina».
«Questo»disse«sarebbe il modo più corretto di comportarsi nelle disgrazie».
«Perciòlo ripetiamola parte migliore di noi vuole seguire questo ragionamento».
«è chiaro».
«Ma quella che ci spinge a ricordare la sofferenza e a lamentarci senza mai saziarsenenon la definiremo irrazionale
pigra e amica della viltà?» «Sìle daremo questa definizione».
«Perciò soltanto il carattere emotivo diviene oggetto di una ricca e varia imitazionementre quello riflessivo e calmo
essendo quasi sempre uguale a se stessonon è facile da imitare né da capire se viene imitatotanto più tra uomini d'ogni
sorta riuniti nei teatri in occasione di una festa pubblicapoiché per loro l'imitazione riguarda un sentimento altrui».
«Appunto».
«Quindi è evidente che il poeta imitatore non ha una propensione naturale per questa parte dell'anima e la sua bravura
non è fatta per piacere ad essase vuole acquistare fama tra la gentema è incline al carattere emotivo e volubileperché
lo si imita facilmente».
«è chiar».
«Avremmo dunque ragione di criticarlo e di paragonarlo al pittoreal quale assomiglia sia perché crea opere scadenti
rispetto alla veritàsia perché frequenta un'altra parte dell'animaa lui affinee non quella migliore. Così ora possiamo a
buon diritto non ammetterlo nella città che dev'essere ben governatain quanto risvegliaalimenta e fortifica questa parte
dell'anima distruggendo quella razionalecome quando in una città si dà il potere ai malvagi e si affida loro il governoe
nel contempo si annientano le persone dabbene; allo stesso modo diremo che il poeta imitatore crea in privato una cattiva
costituzione nell'anima di ciascun individuocompiacendo la sua parte irrazionalequella che non sa distinguere ciò che è
più grande o più piccoloma giudica le stesse cose ora grandi ora piccolefabbricando parvenze illusorie e rimanendo
assai distante dal vero».
«Proprio così ».
«Eppure non abbiamo mosso alla poesia l'accusa più grave. L'aspetto che più fa paura è infatti la sua capacità di
guastare anche gli uomini equilibratitranne poche eccezioni».
«Come nose produce questo effetto?» «Ascolta attentamente. Tu sai che i migliori tra noiquando sentono Omero o
un altro poeta tragico imitare qualche eroe in lutto che fa una lunga tirata piena di gemiti oppure persone che cantano e si
battono il pettoprovano piacere e li seguono con trasportoimmedesimandosi nella loro passioneanzi lodano sul serio
come buon poeta chi produce in loro questo stato d'animo nella maniera più viva».(12) «Come potrei non saperlo?» «Ma
quando ci capita un dolore personalevedi che ci vantiamo del contrarioossia di riuscire a conservare la calma e la forza
d'animoe consideriamo questo comportamento proprio di un uomoquell'altro che lodavamo allora proprio di una
donna».
«Me ne rendo conto»disse.
«Ed è forse bella»domandai«una lode come questa? Provare piacere e ammirazioneanziché disgustoper la
rappresentazione di un uomo quale personalmente non si vorrebbe esseredi cui anzi ci si vergognerebbe?» «Noper
Zeusnon sembra ragionevole!»esclamò.
«E invece sì »replicai«se lo consideri da questo punto di vista!».
Platone La Repubblica

127
«Quale?» «Se tieni conto che i poeti soddisfano e compiacciono proprio quello sfogo del sentimento che nelle
disgrazie personali viene trattenuto a forza e che ha fame di lacrime e gemiti a volontà fino a saziarsenedato che la sua
natura lo porta a nutrire questi desideri; al contrario la parte per natura migliore di noinon essendo adeguatamente
educata dalla ragione e dall'abitudineallenta la sorveglianza su questo elemento piagnucolosopoiché contempla
sofferenze altrui e non considera affatto vergognoso lodare e compiangere un uomo che afferma di essere buono e piange
inopportunamenteanzi crede di ricavarne come guadagno il godimento estetico e non accetterebbe di esserne privata
disprezzando l'intero componimento. A pochipensoè dato di arguire che inevitabilmente le esperienze altrui
influenzano le proprieperché non è facile trattenere la compassione nelle sofferenze personali dopo averla rinvigorita in
quelle degli estranei».
«Verissimo»disse.
«E lo stesso non vale anche per il ridicolo? Se in una rappresentazione comica o in privato provi un grande piacere ad
ascoltare una buffonata che ti vergogneresti di fare tu stesso e non la disprezzi come cosa disonestanon assumi lo stesso
atteggiamento che hai di fronte alle azioni compassionevoli? In questi casi infatti dai libero corso e infondi coraggio a
quell'impulso che frenavi in te stesso con la ragione malgrado volesse suscitare il risopoiché temevi la nomea dì buffone
e spesso nelle conversazioni private ti lasci trascinare senza avvedertene a fare il commediante».
«E come!»esclamò.
«L'imitazione poetica produce questo effettO anche nei confronti dei piaceri amorosidell'ira e di tutte le passioni
dolorose e piacevoli dell'animache secondo noi accompagnano ogni nostra azione: irriga e fa crescere questi sentimenti
mentre dovrebbe disseccarlie li mette a capo della nostra personamentre dovremmo essere noi a dominarli per diventare
migliori e più felici anziché peggiori e più infelici».
«Non posso darti torto»disse.
«PertantoGlaucone»ripresi«quando ti imbatti in qualche ammiratore di Omeroil quale sostiene che questo poeta
ha educato la Grecia e che per il governo e l'educazione dell'umanità vale la pena di riprenderlo in manodi studiarlo e di
organizzare tutta la vita secondo i suoi precettidevi salutare e baciare queste persone come le migliori del mondo e
concedere che Omero sia il poeta sommo e il primo dei poeti tragicima d'altro canto devi sapere che in fatto di poesia
bisogna accogliere in città soltanto inni agli dèi ed encomi di uomini virtuosi; se invece accoglierai la Musa corrotta della
poesia lirica o epicanella tua città regneranno piacere e dolore invece che la legge e quel principio che di volta in volta
l'opinione comune riconosce come il migliore».
«Verissimo»disse.
«Ora che abbiamo fatto di nuovo menzione della poesia»proseguii«questi argomenti valgano a nostra difesa per
averla allora ragionevolmente bandita dalla cittàdate le sue caratteristiche: la ragione ci obbligava a farlo. Inoltreperché
non ci accusi di una certa durezza e rozzezzadobbiamo aggiungere che esiste un antico dissidio tra filosofia e poesia: "la
cagna latrante che abbaia contro il padrone""l'uomo grande nelle ciarle degli stolti""la folla delle teste onniscienti""i
ragionatori sottili" in quanto "affamati" e infinite altre sono le prove della loro antica opposizione.(13) Diciamo
comunque che se l'imitazione poetica volta al diletto potesse indicare una ragione per la quale dev'essere presente in una
città ben governatala accetteremmo volentieriperché noi stessi siamo consci di subire il suo fascino; ma non è lecito
abbandonare ciò che ci sembra vero. D'altrondecaro amiconon ne sei affascinato anche tusoprattutto quando la
contempli nei versi di Omero?» «E anche molto!».
«Quindi è giusto lasciarla entrarea condizione che sappia difendersi in un canto lirico o in qualche altro metro?»
«Certamente».
«E possiamo concedere anche ai suoi sostenitoriquanti non sono poetima amanti della poesiadi perorare in prosa la
sua causasostenendo che essa non è soltanto piacevolema anche utile agli Stati e alla vita umana; noi li ascolteremo con
benevolenza.
Forse ne trarremo un guadagnose la poesia risulta non solo piacevolema anche utile».
«E come potremo non guadagnarci?»disse.
«Altrimenticaro amicocome gli innamoratise ritengono che l'amore non frutti alcuna utilitàse ne ritraggonosia
pure a forzacosì anche noiin virtù dell'amore istillatoci dall'educazione che abbiamo ricevuto sotto i nostri buoni
governisaremo lieti di riconoscere che questo genere di poesia risulta il migliore e il più veritieroma finché non sarà in
grado di difendersi lo ascolteremo ripetendoci il nostro ragionamento a mo' di incantesimostando attenti a non ricadere
nell'amore tipico dei fanciulli e del volgo. In ogni caso ci rendiamo conto (14) che questo genere di poesia non va preso
sul seriocome se cogliesse la verità e fosse importantema chi l'ascolta deve stare in guardiatemendo per la sua
costituzione interioree credere a ciò che abbiamo detto sul suo conto».
«Sono pienamente d'accordo!»esclamò.
«Grande»dissi«caro Glauconepiù grande di quanto sembri è la lotta attraverso la quale si diventa buoni o malvagi
tanto che non c'è onorericchezzacarica o poesia per cui valga la pena di inorgoglirci e di trascurare la giustizia e ogni
altra virtù».
«In base alla nostra esposizione sono d'accordo con te»rispose«come credo lo sia chiunque altro».
«Eppure»ripresi«non abbiamo ancora trattato delle massime ricompense e dei massimi premi riservati alla virtù».
«Le tue parole»disse«fanno pensare a una grandezza straordinariase esistono altri premi maggiori di quelli già
elencati!».
«Ma che cosa può esserci di grande in un periodo di tempo breve?»ribattei. «Tutto questo tempo che intercorre tra
Platone La Repubblica

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l'infanzia e la vecchiaia è ben poca cosa in confronto all'eternità».
«Sìè un nulla».
«Credi dunque che un essere immortale debba preoccuparsi di questa piccola quantità di tempo e non dell'eternità?»
«Credo di no»rispose; «ma che cosa vuoi dire con questo?» «Non ti sei reso conto»chiesi«che la nostra anima è
immortale e non perisce mai?» Ed egliguardandomi meravigliatorispose: «Io noper Zeus! Ma tu sei in grado di
sostenere questa affermazione?» «Sì »dissi«almeno se non mi inganno. Ma credo che ne saresti capace anche tuperché
non è difficile».
«Per me lo èinvece!»obiettò. «Ma avrei piacere di sentire da te questa facile dimostrazione».
«Allora ascolta»feci io.
«E tu parla!»esclamò.
«C'è qualcosa che tu chiami bene e male?»domandai.
«Sì ».
«E su di essi la pensi come me?» «Ossia?» «Tutto ciò che porta rovina e distruzione è il maleciò che dà salvezza e
giovamento è il bene».
«Sì ».
«E non riconosci che esiste un male e un bene per ogni cosa? Ad esempio l'oftalmia per gli occhila malattia per tutto
quanto il corpola golpe per il granola putredine per il legnola ruggine per il bronzo e il ferro; insommaquasi ogni
essere ha un difetto e un male congenito?» «Sìcerto»rispose.
«E quando uno di questi mali si attacca a una cosa la indeboliscee alla fine la porta alla completa dissoluzione e alla
morte?» «Come no?» «Quindi ogni cosa è portata alla rovina dal suo male congenito e dal suo vizio; e se ciò non la farà
perirenient'altro mai potrà distruggerla. Infatti non c'è da temere che il bene rovini qualcosae neppure ciò che non è né
male né bene».
«E come potrebbe?»disse.
«Se dunque troveremo un essere nel quale è presente un male che lo rende malvagioma non è in grado di condurlo
alla dissoluzione e alla mortenon avremo la certezza che un tale essere non è destinato a perire?» «In questo caso è
probabile»rispose.
«Ebbene»domandai«nell'anima non c'è forse qualcosa che la rende malvagia?» «Altro che!»rispose. «Tutto ciò che
prima abbiamo passato in rassegna: ingiustiziaintemperanzaviltà e ignoranza».
«E viene forse condotta alla dissoluzione e alla morte da uno di questi vizi? Bada che non ci inganniamo pensando che
l'uomo ingiusto e stolto perisca per effetto dell'ingiustiziacioè del vizio connaturato alla sua animaquando viene
sorpreso a commetterla.
Procedi invece così : come la malattiache è il vizio del corpolo consuma e distrugge riducendolo a non essere più
neanche corpocosì anche tutte le cose che abbiamo citato prima giungono all'annientamento per effetto del male loro
proprioche le distrugge con la sua costante presenza dentro di esse. Non è così ?» «Sì ».
«Ebbeneconsidera allo stesso modo anche l'anima. L'ingiustizia e gli altri vizi che dimorano costantemente dentro di
lei la corrompono e la guastano fino a separarla dal corpoconducendola alla morte?» «Assolutamente no!»rispose.
«Tuttavia»osservai«è strano che il vizio altrui faccia perire e quello proprio no».
«Sìè strano».
«InoltreGlaucone»continuai«tieni presente che a nostro giudizio il corpo non deve perire neanche per la cattiva
qualità dei cibiche sia dovuta a vecchiezzacorruzione o altro. Se i cibi guasti generano di per sé il cattivo stato del
corpodiremo che esso è perito tramite i cibi a causa del male suo propriocioè della malattia; ma non crederemo mai che
il corpola cui natura è del tutto diversa da quella dei cibivenga rovinato dalla cattiva qualità di questi ultimicioè da un
male estraneoa meno che esso non produca il male congenito».
«Hai perfettamente ragione»disse.
«Analogamente»ripresi «se un difetto del corpo non provoca nell'anima un vizì o dell'animanon pretenderemo mai
che l'anima perisca per effetto di un male estraneo senza che intervenga quello suo propriocioè che l'una perisca per il
male dell'altro».
«è logico»disse.
«Pertantoo dobbiamo confutare la validità delle nostre argomentazionioppurefino a prova contrarianon dobbiamo
sostenere che l'anima perisce per una febbre o per un'altra malattia o per una morte violentaneppure se tutto il corpo
venisse tagliato nei pezzettini più minutia meno che prima non si dimostri che a causa di queste sofferenze fisiche essa
stessa diventa più ingiusta ed empia; ma quando in un essere si manifesta un male estraneo senza che vi si manifesti
quello suo proprionon dobbiamo permettere a nessuno di affermare che l'anima o altra cosa perisce».
«Nessuno però»disse«riuscirà mai a dimostrare che l'anima di chi muore diventa più ingiusta a causa della morte».
«Ma se qualcuno»replicai«oserà opporsi a questo ragionamento e sostenereper non essere costretto a riconoscere
l'immortalità dell'animache chi muore diventa più malvagio e ingiustone dedurremo chese dice il verol'ingiustizia per
chi la possiede è letale come una malattia ed essendo per natura omicida fa perire coloro che la contraggonopiù o meno
velocemente a seconda dell'intensità del morboal contrario di quanto si dice oraossia che gli ingiusti muoiono sì per le
loro colpema per mano di altri che infliggono loro la pena».
«Per Zeus!»esclamò. «Allora l'ingiustizia non apparirà un male gravissimose condurrà alla morte chi la contrae
poiché sarebbe una liberazione dai mali.(15) A mio giudizio risulterà piuttosto l'esatto contrario: essa uccide gli altrise
Platone La Repubblica

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davvero ne è capacementre conserva pieno di vita e inoltre insonne chi la possiede; tanto è lontanaa quanto paredal
procurare la morte!».
«Hai ragione»dissi. «Quando il vizio e il male a lei propri non sono in grado di uccidere e annientare l'anima
difficilmente il male destinato a distruggere un altro essere farà perire l'anima o un essere diverso da quello cui è
destinato».
«Sìè difficile»assentì«almeno così sembra».
«Quando dunque un essere non perisce a causa di un malené proprio né estraneone consegue l'evidente necessità
che esso sia eterno; e se è eternoè immortale».
«Per forza»disse.
«Consideriamo quindi chiuso l'argomento»ripresi. «Ma se le cose stanno cosìtu capisci che le anime saranno
sempre le stesse.
Esse non possono né diminuire né aumentaredato che nessuna perisce; se infatti un qualsiasi gruppo di esseri
immortali aumentassesai che ciò andrebbe a scapito dell'elemento mortale e alla fine tutti gli esseri sarebbero
immortali».
«è vero».
«Ma non dobbiamo credere a questo»dissi«perché la ragione non ce lo permetteràcosì come non dobbiamo
pensare che l'anima nella sua più vera natura sia tale da traboccare di una grande varietàdisuguaglianza e discordia in
rapporto a se stessa».
«Che cosa vuoi dire?»domandò.
«Non è facile»spiegai«che una cosa composta di molte parti sia eternaa meno che non goda di una composizione
perfetta come ora ci è apparso evidente a proposito dell'anima». (16) «Noo per lo meno non è probabile».
«Perciò sia la dimostrazione fatta adesso sia le precedenti obbligheranno a riconoscere che l'anima è immortale. Ma
per sapere qual è la sua vera natura non bisogna osservarlacome facciamo noi oraquando è guastata dalla comunanza
con il corpo e con gli altri vizi; l'intelletto deve invece contemplarla a fondo com'è allo stato puroe allora scoprirà che è
molto più bella e distinguerà più chiaramente le manifestazioni dì giustizia e di ingiustizia e tutto ciò di cui abbiamo
parlato ora. Le nostre affermazioni sono vere in rapporto a come essa ci appare in questo momento: in effetti l'abbiamo
vista in una condizione analoga a quella di chiguardando il Glauco marino(17) non riuscirebbe più a scorgere facilmente
la sua natura originariaperché delle parti antiche del suo corpo alcune sono state rottealtre sono state schiacciate e
completamente corrose dai fluttie vi sono cresciuti sopra altri elementiconchigliealghe e pietre; questo è lo stato in cui
vediamo ridotta l'anima a causa di infiniti mali. Ma bisogna dirigere lo sguardo làGlaucone».
«Dove?»domandò.
«Al suo amore per la sapienza. Inoltre dobbiamo osservare attentamente a che cosa si applica e quali compagnie
desideradata la sua parentela con ciò che è divinoimmortale ed eternoe come potrebbe diventare se tutta quanta
seguisse questa realtà e per effetto di un tale slancio fosse portata fuori dal mare in cui giace e si scuotesse di dosso le
pietre e le conchiglie che oraa causa dei cosiddetti festini beatihanno formato intorno a lei una concrezione spessa e
ruvida di materiali terrosi e rocciosidovuti appunto al fatto che si nutre di terra. Allora si potrebbe vedere la sua vera
naturase è multiforme o uniformecom'è costituita e quali elementi la compongono; ora però credo che abbiamo esposto
a sufficienza i caratteri e gli aspetti che assume nella vita umana».
«Senza alcun dubbio»concordò.
«Ebbene»dissi«nella nostra discussione abbiamo risolto tutte le altre difficoltà senza addurre le ricompense e la
buona fama che frutta la giustiziacome secondo voi fanno Esiodo e Omeroma abbiamo scoperto che la giustizia in sé è
il bene più prezioso per l'anima in sécui deve attenersi il giusto nel suo operatopossieda o meno l'anello di Gigee con
esso l'elmo di Ade».(18) «Hai pienamente ragione»disse.
«QuindiGlaucone»continuai«nulla ora ci vieta di assegnare alla giustizia e a ogni altra virtùoltre a quei privilegi
anche tutti i premi che gli uomini e gli dèi offrono all'anima sia quando l'uomo vive ancorasia dopo la sua morte?»
«Senz'altro»rispose.
«Allora mi restituirete ciò che avevate preso a prestito nel corso della nostra discussione?» «Che cosa precisamente?»
«Vi avevo concesso che l'uomo giusto sembrasse ingiusto e l'uomo ingiusto sembrasse giusto; voi infatti pensavate (19)
che questa concessionequand'anche non la si potesse tenere nascosta agli dèi e agli uominiandasse comunque fatta
nell'interesse della discussioneper confrontare la giustizia in sé con l'ingiustizia in sé. Non ti ricordi?» «Sarei disonesto
se non mi ricordassi!»esclamò.
«Ora che il giudizio è stato formulato»ripresi«vi chiedo di nuovoa nome della giustiziadi riconoscerle quella
fama di cui gode presso gli dèi e gli uominiaffinché ottenga anche i premi della vittoria che si acquista in virtù della sua
reputazione e che dona ai suoi cultori; d'altronde è un fatto ormai assodato che elargisce beni derivati dal suo essere e non
inganna chi la segue veramente».
«La tua richiesta è giusta»disse.
«E per prima cosa»domandai«non mi concederete che almeno agli dèi non sfugge la distinzione tra il giusto e
l'ingiusto?» «Te lo concederemo»rispose.
«In tal caso l'uno sarà amato dagli dèil'altro aborritoproprio come abbiamo convenuto sin dall'inizio».
«è così ».
«E non ammetteremo che l'uomo caro agli dèiqualunque cosa riceva da lorola riceve nel modo più perfettoa meno
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che gli capiti un male inevitabile dovuto a una colpa precedente?»(20) «Senz'altro».
«Questo è il concetto che dobbiamo farci dell'uomo giustoanche se è vittima della povertàdella malattia o di qualche
altro male apparente: tutto ciò si risolverà per lui in un beneda vivo o dopo la sua morte. Gli dèi non trascurano mai chi
si adopera con ogni sforzo per diventare giusto e assomigliare a un dio mediante la pratica della virtùper quanto è
possibile a un uomo».
«è naturale»disse«che un tale individuo non sia trascurato da chi è simile a lui».
«E circa l'ingiusto non dobbiamo pensare l'esatto contrario?» «Certamente».
«Oraquesti saranno i premi concessi dagli dèi all'uomo giusto».
«Così almeno io penso»disse.
«E dagli uomini?»domandai. «Le cose non stanno forse cosìse dobbiamo attenerci alla realtà? Gli scellerati e gli
ingiusti non fanno come quegli atleti che corrono bene all'andatama non al ritorno? All'inizio scattano velocima alla
fine si coprono di ridicolo e filano via con le orecchie basse senza ricevere la corona; invece i veri corridorigiunti alla
mètariportano il premio e vengono incoronati. Di solito non accade così anche coi giustiche al termine di ogni azione
dei rapporti con gli altri e della loro vita ottengono buona fama e sono premiati dagli uomini?» «E come!».
«Mi permetterai dunque di ripetere sul loro conto le parole che tu stesso hai usato a proposito degli ingiusti? Io dirò
che i giustiquando arrivano alla vecchiaiaassumono il governo della loro cittàse voglionoprendono moglie dalla
famiglia che vogliono e danno le figlie in sposa a chi vogliono; e riferisco a questi tutto ciò che tu dicevi a proposito di
quelli. Quanto poi agli ingiustiio affermo che in genereanche se da giovani la passano lisciaalla fine della corsa
vengono scoperti e si coprono di ridicolo; nella loro infelice vecchiaia vengono umiliati dagli stranieri e dai concittadini
subiscono punizioni corporali e tutte quelle pene che a ragione tu definivi selvagge.(21) Fa' conto di aver sentito dire
anche da me che patiscono tutti questi mali. Ora però vedi se potrai accettare le mie affermazioni».
«Senz'altro»rispose«perché dici cose giuste».
«Questi»proseguii«saranno dunque i premile ricompense e doni chein aggiunta ai beni procurati dalla giustizia
stessagli dèi e gli uomini assegnano al giusto finché è in vita».
«Sono davvero belli e stabili»disse.
«Eppure»ribattei«non sono nullaper numero e grandezzain confronto a quelli che attendono dopo la morte sia il
giusto sia l'ingiusto; e bisogna pure che li ascoltinoaffinché ciascuno dei due riceva esattamente ciò che il nostro
discorso gli deve».
«Parla pure»esortò: «pochi argomenti sono per me più piacevoli a udirsi».
«Tuttavia»incominciai«non ti farò un racconto di Alcinoobensì di un uomo valoroso(22) Er figlio di Armeniodi
origine panfilica.(23) Costui era morto in guerra e quandoal decimo giornosi portarono via dal campo i cadaveri già
decompostifu raccolto intatto e ricondotto a casa per essere sepolto; al dodicesimo giornoquando si trovava già disteso
sulla piraritornò in vita e raccontò quello che aveva visto laggiù. Disse che la sua animadopo essere uscita dal corposi
mise in viaggio assieme a molte altrefinché giunsero a un luogo meraviglioso (24) nel quale si aprivano due voragini
contigue nel terreno e altre duecorrispondenti alle primein alto nel cielo. In mezzo ad esse stavano seduti dei giudicii
qualidopo aver pronunciato la loro sentenzaordinavano ai giusti di prendere la strada a destra che saliva verso il cielo
con un contrassegno della sentenza attaccato sul pettoagli ingiusti di prendere la strada a sinistra che scendeva verso il
bassoanch'essi con un contrassegno sulla schiena dove erano indicate tutte le colpe che avevano commesso.(25) Giunto
il suo turnoi giudici dissero a Er che avrebbe dovuto riferire agli uomini ciò che accadeva laggiù e gli ordinarono di
ascoltare e osservare ogni cosa di quel luogo. Così vide le anime chedopo essere state giudicatepartivano verso una
delle due voragini del cielo o della terra; dall'altra voragine della terra risalivano anime piene di lordura e di polvere
dall'altra posta nel cielo scendevano anime pure. Quelle che via via arrivavano sembravano reduci come da un lungo
viaggio; liete di essere giunte a quel pratovi si accampavano come in un'adunanza festiva. Le anime che si conoscevano
si abbracciavano e quelle provenienti dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo celestee viceversa. Nello
scambiarsi i racconti delle proprie vicende le une gemevano e piangevanoal ricordo di quante e quali sofferenze avevano
patito e veduto durante il viaggio sottoterra (un viaggio di mille anni)(26) mentre quelle provenienti dal cielo riferivano
le visioni di beatitudine e di straordinaria bellezza che avevano contemplato. Ma per farne un resoconto minuzioso
Glauconeci vorrebbe troppo tempo; in ogni caso la sostanzastando al racconto di Erè la seguente: per ogni ingiustizia
commessa e ogni persona offesa le anime avevano scontato una pena decupla; ciascuna pena era calcolata in cento anni
perché tale è la durata della vita umanain modo che pagassero un fio dieci volte superiore alla colpa. Ad esempiose
alcuni erano stati responsabili della morte di molte personeperché avevano tradito città o eserciti precipitandoli nella
schiavitù o si erano resi colpevoli di qualche altro delittoper ciascuna di queste colpe subivano patimenti dieci volte
maggiori; se invece avevano fatto dei benefici e si erano comportati in modo giusto e pioricevevano la debita
ricompensa nella stessa misura. Sul conto di quelli morti appena nati o vissuti per poco tempo disse altre cose che non
vale la pena di ricordare.
Aggiunse che la pietà e l'empietà verso gli dèi e i genitori e l'omicidio erano ripagati in misura ancora maggiore.
Infatti raccontò di essersi trovato accanto a un tale a cui un altro chiedeva dove fosse Ardieo il grande.(27) Questo Ardieo
era stato tiranno in una città della Panfilia già mille anni prima d'allorae a quanto si diceva aveva ucciso il vecchio padre
e il fratello maggiore e si era macchiato di molte altre scelleratezze. Er disse che l'interrogato rispose: "Non è venuto qui
né mai verrà. Infattitra i vari spettacoli terribili cui assistemmoci toccò anche questo: quando eravamo vicini
all'imboccatura e stavamo ormai per risaliredopo avere subito tutte le altre proveall'improvviso vedemmo lui e gli altri;
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si trattava per lo più di tirannima c'erano anche cittadini comuni che si erano resi colpevoli delle più gravi ingiustizie.
Quando ormai erano convinti di risalire l'imboccatura non li lasciava passarema emetteva un muggito ogni volta che uno
dei malvagi ì nguaribili (28) o di quelli non avevano scontato a sufficienza la loro pena tentava di uscire. Lì vicino stavano
alcuni uomini selvaggi dall'aspetto infuocatoche non appena intesero quel suono ne afferrarono alcuni e li portarono via
mentre ad Ardieo e ad altri legarono le manii piedi e il capoe dopo averli gettati a terra e scorticati li trascinarono lungo
la stradacardandoli su certe piante spinose; e a chiunque passasse indicavano il motivo di quel trattamentospiegando
che erano portati via per essere precipitati nel Tartaro". (29) Tra le varie paure che essi avevano provato laggiùdisse Er
quella che al momento di salire riecheggiasse il muggito le superava tuttee ciascuno provava la massima gioia se al suo
passaggio l'imboccatura taceva. Tali erano dunque le sentenze e le penee dall'altro lato le ricompense corrispondenti.
Tutti i gruppi di animedopo aver trascorso sette giorni nel pratoall'ottavo dovevano alzarsi e partire da lìper
giungere dopo quattro giorni in un luogo da dove scorgevanodistesa dall'alto lungo tutto il cielo e la terrauna luce
diritta come una colonnamolto simile all'arcobalenoma più splendente e più pura. Dopo un giorno di cammino
arrivavano lì e vedevano al centro della luce le estremità delle catene che pendevano dal cielo; questa luce infatti teneva
unito il cielo e ne abbracciava l'intera orbitacome i canapi che fasciano la chiglia delle triremi.(30) A quelle estremità
stava appeso il fuso di Ananke(31) che dava origine a tutti i moti rotatori; l'asta e l'uncino erano d'acciaioil fusaiolo era
una mescolanza di questo e altri metalli. La natura del fusaioloche nella forma ricalcava quello usato quaggiùera la
seguente: stando alla descrizione che ne ha fatto Erbisogna immaginare un grande fusaiolo cavocompletamente
svuotato all'internonel quale era incastrato un altro più piccolocome le scatole che si infilano una dentro l'altrae così
un terzoun quarto e altri quattro ancora. Complessivamente i fusaioli erano dunque ottoincastrati l'uno nell'altro: in alto
si vedevano i bordisimili a cerchiche formavano il dorso continuo di un solo fusaiolo intorno all'asta; quest'ultima era
conficcata da parte a parte dentro l'ottavo. Il primo fusaioloil più esternoaveva il bordo circolare più largo; venivano
poiin ordine decrescente di larghezzail sestoil quartol'ottavoil settimoil quintoil terzoil secondo. Il bordo del
fusaiolo più grande era variegatoquello del settimo il più splendentequello dell'ottavo riceveva il suo colore dal settimo
che lo illuminavai bordi del secondo e del quintomolto simili tra loroerano più gialli dei precedentiil terzo aveva un
colore bianchissimoil quarto rossastroil sesto veniva per secondo in bianchezza.(32) Il fuso si volgeva tutto quanto su
se stesso con moto uniformee nella rotazione complessiva i sette cerchi interni giravano lentamente in direzione opposta
all'insieme: il più rapido era l'ottavoseguito dal settimodal sesto e dal quintoche procedevano assieme; in questo moto
retrogrado il quarto cerchio sembrava a quelle anime terzo in velocitàil terzo sembrava quarto e il quinto secondo.(33) Il
fuso ruotava sulle ginocchia di Ananke. Su ciascuno di suoi cerchiin altosi muoveva una Sirenache emetteva una sola
nota di un unico tono; ma da tutte otto risuonava una sola armonia.(34) Altre tre donne sedevano in cerchio a uguale
distanzaciascuna sul proprio trono: erano le Moire figlie di AnankeLachesiCloto e Atropovestite di bianco e col capo
cinto di bende; sull'armonia delle Sirene Lachesi cantava il passatoCloto il presenteAtropo il futuro. Cloto con la mano
destra toccava a intervalli il cerchio esterno del fuso e lo aiutava a giraree lo stesso faceva Atropo toccando con la
sinistra i cerchi interni; Lachesi accompagnava entrambi i movimenti ora con l'una ora con l'altra mano. Appena giunti
essi dovettero subito presentarsi a Lachesi. Per prima cosa un araldo li mise in filapoi prese dalle ginocchia di Lachesi le
sorti e i modelli di vitasalì su un'alta tribuna e disse: "Proclama della vergine Lachesifiglia di Ananke! Anime effimere
ecco l'inizio di un altro ciclo di vita mortalepreludio di nuova morte. Non sarà un demone a scegliere voima sarete voi a
scegliere il vostro demone.
Chi è stato sorteggiato per primoper primo scelga la vita alla quale sarà necessariamente congiunto. La virtù non ha
padronee ognuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi ha
fatto la scelta; la divinità è incolpevole".(35) Dopo aver pronunciato queste parolegettò su tutti le sorti e ognuno raccolse
quella che gli era caduta vicinotranne Eral quale non fu permesso; e chi aveva raccolto la sorte vedeva chiaro il numero
d'ordine che gli era toccato. Quindi l'araldo depose a terra davanti a loro i modelli di vitain numero molto maggiore delle
anime presenti. Ce n'erano d'ogni tipo: tutte le vite degli animali e degli uomini. Tra esse c'erano delle tirannidialcune
perfettealtre rovinate a mezzo e finite in miseriaesilio e povertà; c'erano poi vite di uomini illustrigli uni per l'aspetto
la bellezza e il vigore fisico in ogni campoin particolare in quello agonisticogli altri per nobiltà di stirpe e virtù degli
antenatima c'erano anche vite di uomini oscuri per le stesse ragionie la cosa valeva anche per le donne. Le anime non
erano disposte in un ordine gerarchicoperché un'anima diventava necessariamente diversa a seconda della vita che aveva
scelto; per il resto i modelli di vita erano mescolati tra loro: gli uni erano uniti alla ricchezzagli altri alla povertàgli uni
alla malattiagli altri alla salutealtri ancora si trovavano in uno stato intermedio tra questi estremi. A quanto parecaro
Glauconelì sta il più grave pericolo per l'uomononché il principale motivo per il quale ognuno di noi deve preoccuparsi
di ricercare e apprendere questa cognizione trascurando le altrenella speranza di poter riconoscere e trovare chi lo renda
capace ed esperto a distinguere la vita buona da quella cattiva e a scegliere sempre e dovunque la migliore tra quelle
possibili.
Analizzando l'incidenza su una vita virtuosa dei princì pi che abbiamo esposto oraconsiderati sia nel loro complesso
sia separatamentel'uomo deve sapere quale risultatobuono o cattivoproduce la bellezza unita alla povertà o alla
ricchezzaquale disposizione dell'anima concorre a produrloe quale effetto determinano con la loro reciproca
mescolanza la nobiltà e l'oscurità di natalila condizione dì privato cittadino e le carichela forza e la debolezzala facilità
e a difficoltà ad apprendere e tutte le altre caratteristiche come questeinsite per natura nell'anima o acquisitein modo
che un'attenta riflessione sulla base di tutti questi elementi gli permetta di scegliereguardando alla natura dell'animatra
la vita peggiore e la migliorechiamando peggiore quella che condurrà l'anima a diventare più ingiustamigliore quella
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che la condurrà a diventare più giusta. Tutto il resto lo lascerà perderepoiché abbiamo constatato che questa è la scelta
migliore sia da vivi sia da morti. Bisogna quindi scendere nell'Ade con questa opinione di adamantina saldezzaper non
lasciarsi attrarre anche laggiù dalle ricchezze e da simili mali e per non cadere nella tirannide e in altri comportamenti del
generecompiendo molte azioni di insanabile maivagità che causeranno patimenti ancora più gravima per saper scegliere
sempre la vita mediana ed evitare gli eccessi dall'una e dall'altra partesia in questa vitaper quanto è possibilesia in tutte
quelle future; così l'uomo raggiunse la massima felicità.
Poi il messaggero venuto da laggiù riferì che proprio in quel momento l'araldo disse: "Anche chi è arrivato per ultimo
se sceglierà con giudizio e vivrà con rigorepuò disporre di un'esistenza accettabile e non indecorosa. Il primo a scegliere
non sia distratto e l'ultimo non si scoraggi!".
Dopo che l'araldo ebbe proferito queste paroleEr narrò che il primo nel sorteggio andò subito a scegliere la più
potente tirannidenon considerando a sufficienza ogni elemento per la sua stoltezza e la sua ingordigia e non
accorgendosi che era destinato a divorare i suoi figli e incorrere in altre sventure.(36) Quando poi rifletté con mente
lucidasi batté il petto e deplorò la sua sceltacompiuta senza attenersi alle prescrizioni dell'araldo: infatti non accusava
se stesso dei propri malima il fatoi demoni e tutto fuorché se stesso. Costui faceva parte di quelli provenienti dal cielo
e nella vita precedente era vissuto in uno Stato ben ordinato e aveva praticato la virtù per abitudinesenza l'ausilio della
filosofia. A dire il veroquelli provenienti dal cielo che si lasciavano sorprendere in simili imprudenze non erano meno
degli altriin quanto non avevano esperienza di travagli; al contrarioquelli che salivano dalla terra di solito non facevano
una scelta avventatapoiché avevano sofferto personalmente e avevano visto altri soffrire. Perciò tra la maggior parte
delle anime avveniva uno scambio dei mali e dei benianche per la casualità del sorteggio; se infatti chi viene a questa
vita si applicasse genuinamente alla filosofia e il sorteggio non lo ponesse a scegliere tra gli ultimiè probabile che
stando a quanto ci viene riferito dall'aldilànon solo sarebbe felice su questa terrama compirebbe anche il viaggio da qui
a laggiù e il ritorno qui per una strada non sotterranea e asprabensì liscia e celeste.
Er disse che valeva la pena di vedere lo spettacolo delle singole anime intente a scegliere la propria vita: uno
spettacolo compassionevoleridicolo e singolaredato che per lo più sceglievano in base alle abitudini della vita
precedente. Raccontò di aver visto l'anima che era stata di Orfeo scegliere la vita di un cigno per odio verso la razza delle
donnepoiché era morto per mano loro e quindi non voleva nascere dal grembo di una donna. Vide poi l'anima di Tamira
(37) scegliere la vita di un usignoloma vide anche un cigno e altri animali canori scegliere di trasformarsi in uomini.
L'anima sorteggiata per ventesima scelse la vita di un leone: era quella di Aiace Telamonioche rifuggiva dal nascere
uomoricordando il giudizio delle armi.(38) Dopo questa venne l'anima di Agamennone: anch'essa detestava il genere
umano per le sofferenze subitee prese in cambio la vita di un'aquila.(39) L'anima di Atalanta era invece capitata in sorte
nei turni intermedie avendo visto i grandi onori riservati a un atleta non seppe passare oltrema scelse quelli.(40) Poi
vide l'anima di Epeofiglio di Panopeoassumere la natura di una donna laboriosa; lontanotra le ultimescorse l'anima
del buffone Tersite entrare in una scimmia.(41) Venne infine a fare la sua scelta l'anima di Odisseoche per caso era stata
sorteggiata per ultima; essendo ormai guarita dall'ambizione grazie al ricordo dei travagli passatiandò in giro per
parecchio tempo a cercare la vita di uno sfaccendato qualsiasie a fatica ne trovò una che giaceva in un canto ed era stata
trascurata dagli altri. Quando la vide disse che avrebbe fatto lo stesso anche se fosse stata sorteggiata per primae tutta
contenta se la prese. Allo stesso modo gli animali si trasformavano in uomini o gli uni negli altriquelli ingiusti in animali
selvaggiquelli giusti in animali domesticie avvenivano mescolanze d'ogni sorta.
Quando tutte le anime ebbero scelto la propria vitasi presentarono a Lachesi secondo l'ordine del sorteggio; a
ciascuna ella assegnava come custode della sua vita ed esecutore della sua scelta il demone che si era preso. Questi per
prima cosa guidava l'anima al cospetto di Clotoperché sotto la mano di lei e sotto il volgersi del fuso sancisse il destino
che aveva scelto al momento del sorteggio; dopo che aveva toccato il fuso la conduceva al filo di Atropoperché rendesse
immutabile la trama filata. Da lì l'anima andava senza voltarsi ai piedi del trono di Ananke e lo superava; quando anche le
altre anime furono passate oltresi avviarono tutte assieme verso la pianura del Lete in una calura soffocante e tremenda
poiché il luogo era spoglio di alberi e di tutto ciò che nasce dalla terra. Quando ormai era scesa la serasi accamparono
presso il fiume Amelete(42) la cui acqua non può essere contenuta in nessun vaso. Poi tutte furono costrette a bere una
certa quantità di quell'acquama le anime che non erano protette dalla prudenza ne bevevano più della giusta misura; e chi
via via beveva si dimenticava ogni cosa. Dopo che si furono addormentatenel cuore della notte scoppiò un tuono e un
terremotoe all'improvviso esse si levarono da lì per correre chi in unachi in un'altra direzione verso la nascitafilando
veloci come stelle.
Ma a Er fu impedito di bere l'acqua; non sapeva come e per quale via fosse tornato nel corpoma all'improvviso riaprì
gli occhi e si vide disteso all'alba sulla pira.
CosìGlauconeil suo racconto si è conservato e non è andato perdutoe potrà salvare anche noise gli crederemo e
attraverseremo felicemente il fiume Lete senza contaminare la nostra anima. Ma se daremo retta a meconsiderando
l'anima immortale e capace di sopportare ogni male e ogni beneterremo sempre la via che porta in alto e praticheremo in
ogni modo la giustizia unita alla saggezza; in questo modo saremo cari a noi stessi e agli dèi finché resteremo quaggiù e
anche dopo che avremo riportato le ricompense della giustiziacome i vincitori che vanno in giro a raccogliere premie
godremo della felicità su questa terra e nel cammino di mille anni che abbiamo descritto».
NOTE: 1) La condanna della poesia che si fonda sull'imitazioneattuata nei libri 2 e 3 per ragioni pedagogiche ed
eticheviene qui approfondita sulla base di motivazioni metafisiche tratte dalla teoria delle ideee soprattutto sulla
negazione ai poeti di una sapienza teoretica; parimenti viene caricato di una valenza metafisica il concetto di imitazione
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che nel libro 3 aveva un significato meramente stilistico. è da ricordare che per i Greci l'arte era essenzialmente
imitazioneovvero riproduzione sulla base di modelli prefissatie che era assolutamente estranea allo spirito greco l'idea
di creazione dal nulla.
2) Cfr. libro 3391c (per la metafora genealogica); libro 9587b; 588a.
3) Omero è definito padre della tragedia perché i poeti tragici attingono copiosamente dai suoi poemi i soggetti delle
proprie opere. La definizione viene ripresa più avantima in questo caso per tragedia si intende in generale la poesia di
argomento serio e alto in opposizione alla commediasenza una distinzione tra forma narrativa e drammatica.
4) Essere secondi significa creare una costituzione sulla base di un modello preesistente; chi è primo invece crea la sua
costituzione in base all'idea.
5) Carondavissuto nel sesto secolo a.C.fu il legislatore della sua città nataleCatania. In seguito le sue leggio
meglio le leggi a lui attribuitefurono imparate a memoria in molte altre città della Sicilia e della Magna Grecia; per
questo Socrate dice che l'Italia e la Sicilia lo rivendicano come legislatore.
6) Con il nome Omeridi si indicava propriamente una scuola di aedi nell'isola di Chiofondatasecondo la tradizione
dallo stesso Omero; cfr. anche PlatonePhaedrus 252b; Ion 530e. Qui però significa 'ammiratori di Omero' in generale.
7) Talete di Miletovissuto tra il settimo e il sesto secolo a.C.è comunemente considerato l'iniziatore della filosofia
fisica. Matematicoastronomoingegnereassociò alla speculazione teoretica le applicazioni pratiche e per questo viene
qui menzionato. Lo Scita Anacarsi è una figura dai contorni leggendariche avrebbe soggiornato ad Atene all'epoca di
Solone. Era considerato l'inventore dell'àncora e della ruota del vasaio e a lui erano attribuiti degli scritti di carattere
religiosoriconducibili a un ambito sciamanico.
8) La scuola pitagorica si distingueva per il rigore delle prescrizioni alimentari e per il suo carattere elitario;
politicamente era infatti vicina ai regimi aristocraticie questo fu il motivo della sua persecuzione.
9) Secondo la tradizione epica Creofilo di Samo fu discepolo e genero di Omero. Il nome è ridicolo perché
letteralmente "Kreóphulos" significa 'nato dalla carne'e secondo i Greci mangiare troppa carne istupidiva l'uomo; uguale
valenza avrebbe la lezione di alcuni manoscritti "Kreóphilos"cioè 'amico della carne'.
10) Protagora di Abdera (480-410 a.C. circa)protagonista dell'omonimo dialogo di Platonevisse ad Atene in età
periclea. Esponente di spicco della sofisticaè noto soprattutto per il suo agnosticismo religiosoche gli valse anche una
condanna per empietà e per la massima secondo la quale «l'uomo è misura di tutte le cose». Prodico di Ceovissuto nel
quinto secolofu discepolo di Protagora e maestro di Socrate. I suoi studi etimologici influenzarono le speculazioni
linguistiche dello stesso Platone.
11) La tripartizione dell'anima lascia qui il posto a una generale dicotomia tra la parte razionale e la parte irrazionale
che comprende sia l'elemento impulsivo sia quello concupiscibile.
12) Mentre per Aristotele (Poetica 1449b27) la compartecipazione alle vicende rappresentate nella tragedia è positiva
perché produce la catarsicioè la liberazione dalle passioni che lo spettatore vede portate sulla scenaPlatone giudica
negativamente questo effettoin quanto fonte di turbamento per l'anima.
13) Filosofi come EraclitoSenofane ed Empedocle manifestarono un'aperta ostilità nei confronti della poesia
omerica; dall'altra parte nelle commedie di Aristofane si incontrano spesso critiche pungenti alla filosofiasoprattutto ai
Sofisti e a Socrateaccomunati in un unico bersaglio polemico. A prova di questo dissidio Platone riporta alcune citazioni
di cui non è però facile identificare la fonte. Il primo è un frammento adespoto (= anonimo) probabilmente di un comico:
la cagna che latra allude forse al filosofo Anassagoracome risulterebbe da un'espressione analoga riportata nelle Leggi
(libro 12 967c-d); non è invece sicuro che per «padrone» si intenda la poesia. Il secondo frammentoanch'esso
probabilmente di un poeta comicodovrebbe contenere una critica generale alla sofistica. Il testo del terzo frammento
attribuito da Adam a Euripidenon è sicuro: la traduzione segue la lezione di Adam "ó tôn lían sophôn ochlos kratôn"ma
il significato non cambia conservando "diasóphon"tràdito dai manoscritti. è comunque evidente che si tratta di un attacco
a qualche filosofo o a qualche scuola filosofica.
Non è possibile identificare la fonte della quarta citazioneche ripercorre il luogo comune della povertà dei filosofi
uno dei bersagli preferiti dei comici.
14) Accettiamo la lezione dei manoscritti "aisthómethada un presente "aisthomai" parallelo ad "aisthánomaia"che ci
sembra più soddisfacente dei vari emendamenti proposti dagli editori.
15) L'immortalità dell'anima è un postulato fondamentale dell'ordinamento morale dell'universo; cfr. anche Platone
Phaedo 107c.
16) Secondo alcuni commentatorialla tripartizione dell'anima teorizzata nel libro 4 subentrerebbe in questo passo una
generale distinzione tra la parte razionalel'unica immortalee le altre due partiche per la loro stretta asspciazione con il
corpo sarebbero considerate mortali; cfr. PlatoneTimaeus 61a; 69a e seguenti. E però più probabile che latone si
riferisca in generale all'analisi dell'ingiustizia condotta nei libri 8 e 9 e voglia precisare che solo l'anima dell'ingiusto cade
in preda alla confusione e alla discordia internama non l'anima in séche non è caratterizzata dalla varietà perché la sua
composizione è perfetta.
17) Glauco era un pescatore della Beozia che avendo mangiato una certa erba fu trasformato in divinità marina;
protettore di marinai e pescatoriera raffigurato con il corpo ricoperto di incrostazioni di alghe che rendevano
irriconoscibile la sua natura umana.
18) Per l'anello di Gige cfr. libro 2359e. L'elmo di Adeche rendeva invisibile chi lo indossavafu usato da Atena per
aiutare Diomede contro Ares senza essere vistacfr. OmeroIliaslibro 5versi 844-845.
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19) Accogliamo la lezione dei codici "egheisthe" in luogo di "eteisthe" proposto da Burnet.
20) Ossia una colpa commessa nella vita precedente ed espiata in quella attuale. è una prolessi del mito di Er e della
teoria della metempsicosi.
21) Il segmento "eita streblósontai kai ekkauthésontai"che precisa la natura di queste peneè quasi certamente
un'interpolazionedovuta al richiamo di quanto Glaucone aveva detto al libro 2361e.
22) L'espressione «racconti di Alcinoo» designava i canti 9-12 dell'Odisseain cui Ulisse narra al re dei Feaci le sue
peregrinazioni e la discesa nell'Ade; qui però è usata nel senso di racconto lungo e noioso. Nel testo c'è inoltre un gioco di
paroleintraducibile in italianotra "Alkinoos" e "alkimos"'valoroso'.
23) Il mito di Ercome gli analoghi miti escatologici del Fedonedel Gorgia e del Fedrotratta del destino delle anime
dopo la morte e della loro reincarnazione. Il nome è di chiara derivazione orientale; d'altronde è testimoniatanegli ultimi
anni della vita di Platoneuna tendenza orientalizzante dell'Accademiatanto che Clemente Alessandrino (Stromatalibro
5710) propose addirittura l'identificazione di Er con Zarathustra. Il mito rivela comunque la profonda influenza della
dottrina orfico-pitagoricache credeva nella metempsicosi e in una teodicea ultraterrena; casi di resurrezione non erano
inoltre sconosciuti alla mitologia greca ed erano attribuiti anche a persone rivestite di un'aura di leggendacome Aristea di
ProconnesoEpimenide di CretaZamolxis il Trace.
24) Per questo «luogo meraviglioso»che ricorda il prato asfodelo (OmeroOdyssealibro 11versi 539573; libro 24
verso 13)cfr. PlatonePhaedo107d; Gorgias524a; Axiochus371c.
25) I particolari tradiscono l'influsso orfico-pitagorico; i Pitagorici infatti identificavano il bene con ciò che sta a
destrain alto e davantiil male con ciò che sta a sinistrain basso e dietro.
26) Anche la durata del viaggio ultraterreno è di derivazione pitagorica; cfr. VirgilioAeneislibro 6versi 748-749.
Nel Fedro (249a) mille anni è la durata di ogni giro celeste compiuto dalle anime.
27) Attraverso questo personaggioprobabilmente inventatoche incarna la figura perfetta del tiranno com'è stata
descritta nel libro 9Platone vuole mostrare la punizione che tocca alla specie di uomo peggiore.
28) Per la distinzione tra peccatori curabili e peccatori incurabilile cui anime sono escluse dalla reincarnazionecfr.
anche PlatonePhaedo113e; Gorgias526b.
29) Il Tartaro è tradizionalmente il luogo dell'aldilà dove sono puniti gli empi e i malvagi.
30) Questa rappresentazione dell'universo serve sostanzialmente a collegare il destino morale delle singole anime con
l'ordine del cosmo. è stato ipotizzato che essa sia modellata sulla descrizione di un planetarioma anche in tal caso si deve
rilevare la grande libertà con cui Platone passa dal suo meccanismo alla descrizione del cielo visibile. La colonna di luce
rappresenta l'asse dell'universo e della terra stessache nella cosmologia platonica è posta al centro dell'universo; perciò il
viaggio delle anime destinate a reincarnarsi ha come mèta il centro della terra.
31) Ananke (letteralmente 'necessità')simbolo della legge eterna e immutabile che regola l'universorappresenta qui
l'ordine razionale e morale del cosmo. Secondo la variante del mito seguita da Platoneda lei nacquero per partenogenesi
le Moireovvero le tre dee che presiedevano ai destini individuali degli uomini: Lachesi li assegnava per sorteggioCloto
li filavaAtropo li rendeva immutabili e tagliava il filo al momento della morte. Per questo Ananke ha come suo attributo
il fusoche gira al centro della colonna di luce e imprime il moto rotatorio a tutte le sfere celesti.
32) Dall'esterno all'interno gli otto fusaioli concentrici rappresentanosecondo l'ordine pitagoricoil cielo delle stelle
fisseSaturnoGioveMarteMercurioVenereil Solela Luna.
33) Mentre l'insieme del fuso ruota da oriente a occidentei singoli fusaioli ruotano in senso contrarioad eccezione
del primo; ciò simboleggia il moto regolare e concentrico del sole e degli altri pianetigià noto nell'antichità.
34) Le Sirene rappresentano il cielo delle stelle fisse e i sette pianeti; il loro canto è quindi la musica delle sfere
celesti.
35)"Daímon" qui indica il destino dei singolo individuoche trasforma ogni sua azione in un'azione individuale ed è
quindi il postulato indispensabile della vita morale. Con la combinazione di sorteggio e scelta Platone vuole dunque
conciliare la necessità con il libero arbitrio; cfr. anche PlatonePhaedrus 249b.
36) Cfr. Libro 2378a-b. L'espressione significa che il tiranno è disposto a tutto pur di conservare il potere.
37) Tamira o Tamiriun mitico cantoreosò sfidare le Museche lo accecarono e lo privarono della sua arte; cfr.
OmeroIliaslibro 2verso 594 e seguenti.
38) Dopo la morte di Achillei capi dei Greci si riunirono in consiglio per decidere a chi assegnare le sue armi; esse
sarebbero dovute toccare ad Aiace Telamonioil più forte guerriero acheo dopo il Pelidema Ulisse riuscì a ottenerle con
l'inganno e con l'aiuto di Atena. Per il dolore Aiace dapprima impazzìpoitornato in sési uccise. Il leone simboleggia il
carattere iracondo e coraggioso dell'eroe.
39) L'animale si confà alla vita futura di Agamennone perché è l'uccello di Zeusda cui i re ricevono la legittimazione
del loro potere.
40) Atalanta dichiarò che avrebbe sposato chi fosse riuscito a batterla nella corsadove era velocissima; chi avesse
perso sarebbe stato da lei ucciso. Tutti i pretendenti furono vinti tranne Ippomeneche durante la gara le gettò innanzi i
pomi d'oro delle Esperidi; Atalanta si fermò a raccoglierli e Ippomene riuscì a superarla.
41) Epeo aveva costruito il cavallo di Troia sotto la direzione di Atenala dea che tra l'altro presiedeva ai lavori
femminili; questo spiega la ragione della sua scelta. Molto evidente è la connessione tra la scimmia e Tersite
rappresentato nell'Iliade come il più brutto e il più vile dei soldati greci a Troia.
42) Le animeprima di reincarnarsidevono dimenticare la vita passata; per questo attraversano la pianura del Lete
Platone La Repubblica

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cioè 'dell'oblio'e bevono alle acque dell'Amelete'il fiume della noncuranza'. L'Amelete è probabilmente un'invenzione
platonicain quanto il fiume infernale dell'oblio è solitamente indicato con il nome di Letecome del resto avviene poco
sottoa 621b. Analogamente è ricollegabile alla teoria platonica dell'anamnesi il particolare dell'acqua che va bevuta in
giusta misura: chi ne berrà in eccesso non conserverà un ricordo di ciò che ha contemplato prima di entrare nel corpo e
non potrà quindi attuare la conoscenza.




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