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Il re Caldore e la regina Olina erano già
oltre il limitare della vecchiezza. La loro corte componevasi di cavalieri
saggi, di monaci, di astrologhi e d’alchimisti. Essi amavano conversare su le
cose della sapienza, apprendere la dottrina delle stelle, interpretare le Sacre
Scritture e conoscere le virtù dei metalli e delle pietre secondo il Lapidario
del vescovo Marbodo. Avevano pieno di grave maestà il volto, la canizie
purissima, dolce la voce. I loro gesti erano lenti; le loro movenze spiravano
pace. Quando su le chinee mansuete venivano cavalcando pe ’l reame, li uomini
accorrevano umili a fare omaggio, le donne gittavan copia di fiori.
Il lor figliuolo era un principe assai bello e
gagliardo.
La regina diceva al figliuolo: «Figliuolo mio,
noi siamo vecchi omai. Perché non ti scegli una sposa?»
Il principe rimaneva in pensiero, e sospirava
talvolta, dal profondo cuore.
Un giorno, poiché ricorreva la festa cristiana
dell’Ascensione, su le mense tutte sparse di rose i valletti recarono una
fresca giuncata. Il principe, com’era per tagliarla con un coltello d’oro,
si ferì la mano; e una goccia di sangue maculò la bianchezza del latte.
«O madre,» disse il principe, sorridendo, «volentieri
io sceglierei una sposa; ma ben vorrei così la giovine bella: sangue e latte.»
Corse per tutte le mense un mormorio leggero, come
d’un vento tra le fronde; e le damigelle s’invermigliarono.
Soggiunse il principe: «Io la troverò.»
E, il giorno seguente, venne al padre e alla
madre; e disse: «Datemi la vostra santa benedizione.»
Avuta la benedizione, si mise in cammino.
Viaggiò tutto il giorno, senza fermarsi mai; passò
boschi e fiumi. La notte lo prese in mezzo a una pianura sconfinata; ed era
notte senza luna. Egli scorse lontano un punto che brillava come una stella,
nella solitudine; e il cuore gli palpitò forte. Come più egli avanzava, più
quel punto diveniva luminoso. Alla fine, il principe giunse in vicinanza d’un
gran palazzo; e pose il piede in un cerchio di luce.
Pel raggio di sette miglia, in torno, il palazzo
emanava splendore; così che pareva sorgere in luce diurna, mentre le terre
circostanti giacevano nella notte.
Sorgeva il palazzo su la riva destra d’un fiume,
al confine di labirinti floridi abitati da cervi e da paoni. L’artifiziosa
architettura marmorea spandevasi nel cielo candidamente, come un’adunazione di
tabernacoli; quattro scale, ornate di balaustri, scendevano a bagnarsi nel
fiume; e per entro la trasparenza adamantina delle acque si vedevano i gradi
giungere sino al fondo dell’alveo consperso di arene d’oro.
Su l’altra riva una selva, nutrita, allargava
nell’aria fogliami non mai veduti. Dai tronchi prossimi al margine stillavano
in abondanza le gomme liquide e colavano per la corteccia o cadevano su
l’acqua formando ricche masse d’ambra che la corrente traeva. Le marmoree
imagini e le arboree nel comune specchio si abbracciavano, pendule e tremule. La
serenità era perenne.
Il principe ristette, preso dalla meraviglia.
Quindi si fece animo, a piè del palazzo, e gittò una voce.
«Chi chiama?» chiese la bella Vijenda,
affacciandosi al balcone d’una torre alta ed appartata.
«Datemi ricovero, per amore di nostro signore Gesù
Cristo, bella giovinetta. Io sono un povero viandante,» rispose il principe,
supplichevole.
«Andate, andate! Mia madre non è meco.»
«Abbiate misericordia, bella giovinetta. Io muoio
di stanchezza e di fame.»
«Andate andate! Mia madre non è meco.»
«Siate pietosa, per amor della madre, bella
giovinetta.
Mi si piegano i ginocchi, mi fanno sangue i piedi.»
«Andate, andate!»
«O bella giovinetta, chi vi diede il cuore così
duro? Sporgetevi alla ringhiera e guardatemi morire.»
«Dio! Dio!»
Vijenda discese dalla torre, tremando; ed aprì la
porta.
Il principe gittò un grido, in conspetto di tanta
bellezza.
«O madre, o madre, ringraziamo il signore Iddio
nostro; perché ho trovata la mia sposa!»
«Chi siete voi?» chiese Vijenda, a pena vide il
giovine sconosciuto. «Entrate e nascondetevi. Se torna mia madre, vi divora.»
«Io sono figliuolo di re, e vi cerco. Per pietà,
non mi scacciate!»
Chiuse Vijenda la porta, che al tocco della sua
mano scintillò come un diamante a un raggio; e condusse il principe su per le
scale interiori.
Le scale salivano per lunghe spire, in torno
un’alta colonna, a simiglianza di serpi attorcigliati a una verga. La colonna,
materiata d’una pietra soprannaturale, era quella che reggeva tutto l’edifizio
e generava la luce. Di tal natura era la luce, che penetrava e traversava
qualunque durezza; e faceva cerchio preciso in torno per sette miglia. Come la
fiamma in una lampada di cristallo così la colonna nel palazzo turrito.
Giunta alla sua torre, Vijenda disse al principe:
«Entrate, mio signore.»
Quivi la bella dimorava. Quivi, seduta alla guisa
delle Orientali su cuscini di broccato d’argento, dilettavasi a trapuntare
dalmatiche e stole, prendendo riposo dalla sottil fatica per pregare Iddio. I
carbonchi su le pareti rendevano chiarore; dentro un vaso l’aloè ardeva
rendendo odore. Ella, vestita d’una seta di Catura, trapuntava e cantava. Le
sue attitudini erano armoniose come una musica; tutto il suo corpo irradiava
nativamente la luce e la giovinezza, come il corpo di una divinità. Ella
trapuntava e cantava. E la comunione dei raggi, dei profumi, delle attitudini e
della voce formava in torno a lei una sorta d’incantamento.
«Entrate, mio signore.»
Il principe entrò.
«Sedete, mio signore.»
Il principe si assise.
Vijenda si fece al balcone e rimase un istante in
ascolto. Il silenzio era profondo, in quel giorno soprannaturale.
«O bella giovinetta,» chiese il principe, «vorreste
ch’io vi fossi sposo?»
«Ben io vorrei, mio signore. Ma sappiate che mia
madre è la Borea. Se torna mia madre, vi divora.»
«Voi mi salverete, o bella; perché voi siete la
mia sposa.»
Nelli occhi di Vijenda appariva l’inquietudine.
Un mormorio lontano giungeva dalla selva dell’opposta riva. Il mormorio
cresceva, rapidamente. Era come il muggito d’un gran vento.
«Ecco mia madre!» esclamò la bella.
Tutta la selva rimbombava, sul fiume.
«Ecco mia madre!»
Tutta la selva rimbombava, e il palazzo tremava
dalle fondamenta.
«Ecco mia madre! Nascondetevi in quel forziere
d’oro.»
Il principe si nascose nel forziere d’oro.
Il vento batteva forte le mura; batteva, batteva,
per riprendere le forme umane. Alla fine, compiuta la trasmutazione, chiamò di
sotto alla torre:
«Figlia Vijenda, o fior de le bellezze,
fatti al balcone, spandi le tue trezze!
Spandi le belle trezze, occhio di sole,
perché la madre tua risalir vuole.
Vuol risalire per la dolce scala:
fatti al balcon, le belle trezze cala!
Vuol risalire per la scala d’oro:
figlia Vijenda, getta il tuo tesoro!»
Vijenda sciolse i suoi lunghi capelli,
dall’alto della torre; e la Borea risalì.
Come fu dentro, la Borea fiutò l’aria. In vano
Vijenda gettò nel braciere ardente un pugno d’aloè puro. La Borea disse: «Qui
c’è un cristiano.»
«O madre, come vuoi tu che qui ci sieno
cristiani? Forse ancora ne porti nelle nari l’odore, perché giri tutto il
mondo.»
La Borea non si diè per vinta. Cercò per tutta
la torre; e trovò alla fine il figliuolo del re, nel forziere prezioso.
«Ah, tu sei qui? Preparati a morire.» E metteva
da’ denti un terribile stridore.
«Perdonalo, madre,» pregò Vijenda,
inginocchiandosi. «E un viandante che ha smarrita la via. Chiede ricovero per
questa notte sola.»
La Borea perdonò, per quella notte sola.
La mattina seguente, la Borea, prima di
partire, chiamò il figliuolo del re, che ancora era fra le braccia de’ sogni.
«Alzati e seguimi.»
Il principe si alzò; e la seguì in una grande
stanza tutta quanta di cristallo, dove un mucchio innumerabile di gemme
fiammeggiava come un rogo. Erano più che cento sacca di smeraldi, zaffiri,
carbonchi, crisoprassi, almandini, giacinti e turchesi. E la variazione dei
fuochi era tale che li occhi del principe ne restarono abbarbagliati e la
ragione per un poco ne restò smarrita.
Disse la Borea: «Io ti chiudo qui dentro. Tu
questa sera, al mio ritorno mi farai trovar separate tutte le pietre in sette
cumuli, secondo la loro qualità. Se non, preparati a morire.»
Chiuse; e partì pe’ suoi viaggi volubili su le
terre e su i mari.
Udì il figliuolo del re rimbombare la selva come
la sera innanzi; e, a quel rombo, imaginò i terribili castighi. Il mucchio
delle gemme, a mezzo del pavimento cristallino, ardeva aspettando che ci si
ponesse all’opera. Un silenzio profondo occupava la casa.
«Cristo Gesù, aiutatemi!» pregò il misero
principe.
E, guardando il mucchio che richiedeva almeno il
tempo d’una lunazione ad esser numerato da un uomo solo, ruppe in un gran
pianto.
«O Vijenda! O Sposa Vijenda!»
La giovinetta comparve, di là dalla parete
diafana e sonora. Ella sorrideva. Il sorriso moltiplicavasi nel cristallo, come
un’onda lucida in un lago quieto.
Tre volte ella girò silenziosamente in torno alla
carcere del principe. Quindi parlò.
«Non piangete, o mio sposo. Le pietre m’obediranno.
Io so ben l’arte.»
Le pietre si misero a fiammeggiare più forte e a
vivere come occhi che avessero sguardo.
Ella chiamò i carbonchi. «O carbonchi, che avete
virtù di riconfortare alli uomini gli spiriti e le membra, di fugar per sempre
la tristezza e i sogni vani, io vi comando. Separatevi.»
I carbonchi a quelle parole eruppero dal mucchio,
come le faville da un incendio sotto un vento improvviso.
Ella chiamò gli zaffiri. «O zaffiri, gemme atte
alle dita dei re, potenti a dissetare il sitibondo, a lenire l’ardenza
interiore, e infusi nel latte a sanar le ferite, e a proteggere l’uom casto
contro la paura, contro il tradimento, contro il veleno, io vi comando.
Separatevi.»
Gli zaffiri, uscendo dal mucchio, non più turbati
dalle altre fiamme, rifulsero placidi eguali in disparte, simili ai frammenti
d’un puro cielo.
Ella chiamò gli smeraldi. «O smeraldi, custodi
della castità, che sanate la lebbra, scoprite la menzogna, accrescete la
ricchezza, placate la procella, io vi comando. Separatevi.»
Gli smeraldi spuntarono fuor del mucchio, simili
alle piccole innumerevoli foglie in un tronco ebro di primavera.
Ella ancora chiamò i crisoprassi, li almandini, i
giacinti, le turchesi. Tutte le qualità delle gemme si separarono, innanzi al
principe stupefatto.
Quando a sera tornò la Borea e vide il
miracolo, disse: «Questa non è opera tua, ma della mia Vijenda.»
E il giorno dopo, prima di partire, condusse il
principe in un’altra vastissima stanza; dov’era un mucchio di piume, gaio e
molle come una messe di fiori.
«Cento specie di uccelli han fornito queste
piume,» disse la Borea. «Fa che al mio ritorno io trovi separate le cento
qualità in cento cumuli diversi. Se non, preparati a morire.»
Ed ella partì, mugolando.
Allora Vijenda per virtù d’un’arte magica aprì
la porta della prigione e fecesi innanzi al figliuolo del re, che piangeva.
«Io non piango per paura della morte, ma perché
tu non sarai più la mia sposa!»
«Io sarò la tua sposa, perché t’amo. Vuoi tu
fuggir meco, mio signore?»
«Voglio.»
«E bene, aspetta.»
Prima di fuggire, Vijenda compose un beveraggio e
abbeverò tutti li utensili della casa, poiché tutti li utensili eran fatati.
Ma obliò di abbeverare un treppiè d’oro che stava in mezzo alla cenere.
«Sei pronta?» chiese, impaziente, il principe.
«Eccomi. Aspetta.»
Ella prese un pettine, una spola e una reliquia
della croce di Nostro Signore Gesù Cristo. Quindi gridò: «Andiamo.»
Per lucidi labirinti di scale, condusse l’amante
a una porta di cedro immarcescibile che, obedendo a una parola mormorata, si
aperse.
Dava quella porta sopra un chiuso. Si levavano
d’intorno, a grande altezza, siepi di rose che fiorivano perpetuamente e
formavano un limite insormontabile. Il terreno era coperto d’erbe molli, tutte
gemmanti di rugiade. Rivoli d’acqua irrigavano la verdura e facevano una
musica sommessa. Quivi i cavalli della Borea pascolavano.
Erano bianchi come i cigni, snelli come li
unicorni, feroci come le sfingi, ardenti come le chimere. I loro occhi lucevano
umidi e neri fra i crini; i loro crini eran così lunghi che le zampe nel
galoppo vi s’implicavano; le loro zampe avean unghie polite come il diaspro,
che davan faville e tuono.
Quando essi udirono il piccolo grido che gittò la
bella, accorsero nitrendo, fremendo, chiedendo di correre, mettendo il soffio
delle loro narici su le mani di lei, guatandola con occhi ove fiammeggiava la
brama delli spazii smisurati.
Vijenda scelse nella torna i due corridori più
veloci. Ella balzò su l’uno, il principe su l’altro. Sentendo il peso, i
cavalli partirono come da un arco saette.
Tornò a sera la Borea e chiamò:
«Figlia Vijenda, o fior di bellezze,
fatti al balcone, spandi le tue trezze!
Spandi le belle trezze, occhio di sole,
perché la madre tua risalir vuole.
Vuol risalire per la dolce scala:
fatti al balcon, le belle trezze cala!
Vuol risalire per la scala d’oro:
figlia Vijenda, getta il tuo tesoro!»
Chiamò a lungo ed in vano. Sul balcone della
torre non apparve alcuno.
Ma il treppiè d’oro, che non era stato
abbeverato, si fece piano piano presso una finestra e disse: «Non chiamare, non
chiamare; perché la tua Vijenda è fuggita col figliuolo del re.»
Mise un urlo la madre, e senza indugio si diede a
inseguire i fuggitivi.
Corse, corse, corse. Vijenda la sentì in
lontananza.
«Ecco mia madre! Ecco mia madre!»
Ella gittò la spola.
«Io voglio che questa spola divenga una montagna
alta fino alle nuvole, così che né pure il vento la possa varcare.»
La spola divenne una montagna; ma la Borea, dopo
molta fatica, passò.
«Ecco mia madre! Ecco mia madre!»
Vijenda gittò il pettine.
«Io voglio che questo pettine divenga una siepe
di spini così densa che né pure il vento la possa penetrare.»
Il pettine divenne una siepe. La Borea
s’insanguinò tutta, ma passò.
«Ecco mia madre! Ecco mia madre!»
Vijenda gettò la reliquia. La reliquia divenne
una chiesa; Vijenda, una pila d’acqua santa; il figliuolo del re un
crocifisso. I cavalli disparvero.
Giunse la madre alla chiesa ed entrò. Sotto li
archi il silenzio era solenne. Nelle cappelle, d’innanzi alle imagini, le
lampade ardevano dolcemente. Tutta la navata si rispecchiava nella pila
profonda.
Stette in ascolto la madre; ma non udì che il suo
ansare.
Allora s’inginocchiò nel mezzo della chiesa, si
scoperse le mammelle, si sciolse i capelli, ed imprecò: «O figlia, non ti
maledico. Ma che il tuo sposo, a pena abbia dalla madre il primo bacio, possa
scordarsi di te per sette anni.»
Baciò il pavimento e partì.
Vijenda e lo sposo ripresero le forme umane e si
rimisero in cammino.
Dopo molte miglia giunsero in un luogo poco
discosto dalla città; dov’era una fonte di acqua pura all’ombra d’un
salice grandioso.
Disse il principe: «Io non voglio che tu entri in
città senza pompa. Vado a ordinare le cerimonie. Aspettami qui; anzi, perché
nessuno ti scopra, pòniti su questo salice, tra i rami piangenti, a specchio
della fontana.»
«Tu mi abbandoni?» disse Vijenda. «Ma ricordati
l’imprecazione. Se tua madre ti bacerà, io rimarrò qui per sette anni
dimenticata.»
«Non temere, o mia bella. Io non mi lascerò
baciare.»
«Ricòrdati!»
«Io non mi lascerò baciare.»
Tornò alla reggia paterna il principe, e la bella
Vijenda restò sul salice.
Come il principe mise il piede sulla soglia della
reggia, un alto clamore di gioia si propagò d’improvviso per tutti li atrii,
per tutte le stanze, per tutti i giardini. E la regina madre corse in contro al
figliuolo diletto; e, prima ch’egli avesse potuto difendersi dall’impeto,
gli gettò le braccia al collo e gli coperse il volto di baci.
Il figliuolo del re si scordò di Vijenda.
A lungo, a lungo stette Vijenda aspettando, in sul
salice. Quando vide che lo sposo non tornava, disse tra le lacrime: «La madre
l’ha baciato!»
E rimase per sette anni, in sul salice, a
lacrimare.
In capo ai sette anni, una femminetta venne ad
attingere acqua alla fontana, con una conca d’argilla. Era giorno di
primavera; e tutto il salice verdeggiava in pioggia folta, misto ai capelli di
Vijenda abbandonata.
Vide la femminetta riflettersi nello specchio la
bella faccia di Vijenda e, credette quella fosse la propria immagine, esclamò:
«Quanto son bella!»
Rimirò un poco, attonita.
«Tanto son bella e vado per acqua? Maledetta la
padrona che mi manda!»
E gittò la conca, che si ruppe in mille pezzi.
A quell’atto, Vijenda dall’alto dell’albero
rise forte. Udì le risa la feminetta, levò li occhi, ed esclamò: «Ah, siete
voi, bella signora!»
La signora rideva in cima del salice, come il sole
in cima d’una collina. I suoi capelli, divenuti selvaggi, parevano tra il
pianto arboreo raggi d’oro.
«Buona fanciulla,» parlò la figlia del vento,
«rendimi un servigio. Va al figliuolo del re e digli che già da sette anni io
sto su questo salice dimenticata.»
«O bella signora, perché non discendete? Siete
come il sole, ma i vostri capelli sono tutti scomposti. Voglio pettinarvi.
Discendete!»
«Non posso discendere, buona fanciulla; perché i
miei capelli sono intrecciati ne’ rami del salice, come fili d’oro in corde
di seta.»
«O bella signora, voglio pettinarvi. E vergogna per voi essere così
scarmigliata. Discendete!»
«Non posso discendere, buona fanciulla. I
ramoscelli mi legano i polsi e le caviglie.»
«Discendete!»
Vijenda, cui piacque il pensiero d’esser libera
dall’intrico dell’albero, diè un balzo e fu a terra, rotto ogni legame. La
chioma la copriva tutta quanta, sparsa di foglie verdi, come un drappo
tempestato di berilli fini.
«Sedetevi su quella pietra, bella signora,» le
disse la femminetta.
Ella si mise a sedere su la pietra, e l’altra
sul margine della fontana.
«Posate la testa su le mie ginocchia.»
Vijenda posò la testa meravigliosa su le
ginocchia della fanciulla che incominciò a pettinarla. Cadevano, sotto il morso
del pettine, le foglie a una a una.
«Perché, signora, non mi raccontate la vostra
storia, mentre io vi pettino?»
Vijenda prese a raccontar la sua storia,
benignamente. Non si vedeva il suo volto, celato dai capelli; né si vedeva
punto la sua bocca parlante. Ma la parlatura sua soave pareva pullular piano di
tra l’abondanza del biondo, in guisa d’una vena che sorga lucida e trepida a
mezzo di virgulti flessuosi.
Com’ebbe finito il racconto, ella andò per
levare la testa. Ma la fanciulla perfida tolse il lungo spillo d’oro che
Vijenda portava ne’ capelli e le trafisse la tempia delicata.
Vijenda morì, senza un sospiro. Una sola goccia
di sangue sgorgò dalla ferita. Quella goccia vermiglia cadde sopra un fiore; e
il fiore diventò una colomba; e la colomba s’involò subitamente.
La perfida trasse le vesti al cadavere; si coprì
di quelle vesti e gittò il corpo nella vicina peschiera. Quindi salì sul
salice.
Alle femmine che venivano per attingere acqua
parlava: «Andate al figliuolo del re e ditegli che già da sette anni io sto su
questo salice dimenticata.»
Le femmine andarono a chiamare il figliuolo del
re.
«Ah, sciagurato ch’io fui!» gridò il
principe, battendosi la fronte. «Povera sposa mia!»
Adunò tutta la corte; adunò tutte le milizie, i
fanti e i cavalieri; ordinò una pompa di non mai veduta magnificenza. Il corteo
regale doveva passare sotto ghirlande di fiori, sovra tappeti di fiori. I
palafreni portavano briglie ricamate di perle ed ampie gualdrappe stellanti, i
cui lembi venivan sorretti da nani vestiti di verde, con trombe d’avorio sul
dorso. Cento damigelle e cento damigelli facevano un coro melodioso. Quaranta
chinee bianche eran cariche di tesori sovrammirabili per l’adornamento della
principessa Sangue-e-latte. Tutto il popolo seguiva, con clamori di gioia.
Quando il corteo giunse al salice della fontana,
il figliuolo del re si gittò innanzi. Ma poi che vide la femminetta nelle vesti
di Vijenda, stupefatto esclamò: «Dio! Come sei diversa!»
E rimase in confusione grande.
«Ah, son diversa?» rispose quella con la voce
dura. «Il sole mi ha riarsa, la pioggia mi ha bagnata fino alle midolle, il
gelo mi ha assiderata, per sette anni!»
Il principe si sentiva dal rimorso stringere il
cuore.
«Per sette anni! Il sole m’ha annerita, la
pioggia m’ha afflosciata, il gelo m’ha intisichita, per sette anni!»
Il principe le tese le braccia. «Povera sposa
mia!»
E il ritorno fu trionfale, sotto nuvoli di
rose, al suono degli strumenti, fra le alte canzoni.
Ma diceva il popolo, guardando la nuova
principessa: «Questa è dunque la famosa Sangue-e-latte? Questa è dunque la
bella delle belle? Questa è la fidanzata che vien da lontano?»
I poeti della corte molto s’affaticavano a
trovar rime di lode, ma i loro inni eran senza ardore. Le damigelle ridevano
d’un crudel riso, guardando le mani della falsa Vijenda.
Era pronto il convito nuziale. I principi, i
duchi, i marchesi, i conti, i baroni i più gravi signori del reame, sedevano a
mensa. Su vasellami d’argento i servi portavano fumidi paoni con tutte le
piume occhiuse. I coppieri versavano ruscelli di vino da urne di alabastro in
coppe d’agata. I musici e i danzatori suonavano e danzavano per rallegrare i
cuori.
La regina madre si chinò verso il figliuolo,
dolcemente; e gli chiese: «Ricordi figliuol mio, quella goccia di sangue che
cadde sulla giuncata e ti mise nell’animo il desiderio d’una sposa
Sangue-e-latte?»
A pena nominata la goccia di sangue, entrò per un
balcone una colomba nivea che discese sulla mensa e prese a fare un gemito roco
e soave.
«Uccidete quella colomba!» gridò la falsa
principessa, alzandosi, pallida e sbigottita.
Il figlio del re trasse la spada e uccise la
colomba a volo.
Ma dalla morte della colomba sorse una vita umana:
sorse la forma di Vijenda, della bella Sangue-e-latte; e illuminò tutto il
convito, come un’aurora.
Presi dalla meraviglia, li astanti tacevano.
«Ecco la tua sposa!» cantò la figlia della
Borea, tendendo le braccia al principe. «Ecco la sposa che morì per te e per
te rivive.»
Disse il principe, correndole tra le braccia: «Ecco
il tuo sposo, o Regina!»
E la figlia della Borea baciò la bocca al
figliuolo del re. E per sempre fu di lui.
A torno, le grida e le salutazioni si
moltiplicarono; piovvero fiori; corsero fiumi di vino.
La femmina perfida fu arsa, innanzi ai balconi
della reggia; e le vampe fecero riscintillare i vasellami e le coppe del
convito.