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Vincenzo Linares

L'AVVELENATRICE

 

Parte Prima

In un mattino di marzo del 1780 spuntava il sole vago e splendente di tutta luce da Capo Zafferano, quasi a illuminare un giorno di contento. Palermo pareva animata da insolita gioia, e brulicava di gente per ogni lato. Non imponente apparecchio di soldatesche, non istrani o crudeli spettacoli eccitavano il pubblico rumore: l’Inquisizione non eseguiva da qualche tempo i suoi tremendi atti di fede: né più si dilettavano i cavalieri di tornei e di giostre: cose tutte che solevano chiamare il popolo per le piazze e nelle strade.
La moltitudine traeva a vedere il lieto spettacolo, che s’avanzava per Toledo verso il Duomo. Preceduto da alcuni coperti da cappe rosse e gialle, che spargevano un nembo di fiori, compariva lo stendardo di Santa Maria della Pietà; seguiva uno stuolo di preti con cotte bianche; accompagnati da molte coppie di torce, portate da servi in sontuose livree, venivano appresso i sei Deputati della festa riccamente vestiti. Ma lo sguardo si fermava sopra un folto coro di vaghe donzelle ornate di bianchi veli, e coronate di fiori, che a due a due incedevano portando quale un martello o un chiodo, quale un sudario, quale una corona di spine, e gli altri sagri simboli della Passione.
Un tenero sorriso spuntava sulle labbra dell’una, il rossore tingeva le guance dell’altra, alcune avevano il volto velato di quel pallore, che dà alla bellezza un seducente risalto: in tutte si mostrava quell’inscio pudore, che rende più caro il verginale contegno. Era un bel quadro di varie e pittoresche figure, nel quale faceva contrasto il bruno, il pallido, e il bianco-roseo delle guance animate dal foco meridionale, abbellite dalla gioia e dalla mestizia. Vergognose di tanto popolo che le seguiva, affrettavan l’andare con un incesso timoroso, che accresceva le grazie proprie dell’età e del sesso. Non tenere madri stavano a guardia di quel fior d’innocenza, ché il cielo avevale tolte a quelle figlie della sventura: in quella vece venerande matrone coll’umile croce della penitenza accompagnavano lo stuolo delle verginette, a lato delle quali formava barriera alla folla de’ curiosi lunga ala di giovani con bianchi fazzoletti in mano. Erano i fidanzati, che aspettavano il momento di gridare «Questa è mia sposa.» Le fanciulle si avvicinavano alla piazza del Duomo.
Se vorranno i lettori farsi un’idea della scena, che si vuol presentare, non dovranno dare agli uomini di quei dì i nostri tondi cappelli, le nostre teste rase talora sino alla pelle, il viso irto di peli, gli abitini di panno inglese o di Francia, giusti giusti, i calzoni lunghi insino ai piedi, i ben adattati stivaletti; ma obbliare dovranno i tempi nostri, e portarsi colla immaginazione all’epoca del mio racconto. Altri usi, altre opinioni, altra vita, altre abitudini. Figuratevi una grande massa di parrucche bianche, nere, rossastre, e di cappelli a tre punte, borse che caschino sopra le spalle, vestitoni di velluto o di seta splendenti d’oro e d’argento, corpetti ricamati, brache affibbiate ai ginocchi, spadini ai fianchi, scarpe luccicanti di berilli: da’ terrazzi e da’ balconi sporgenti le donne co’ volti rimpiccioliti dalle immense capellature, e le membra seppellite in quei guardinfanti, che parevano cupole di chiesa. Ogni cosa rammentava ancora la boriosa goffaggine de’ costumi spagnuoli.
Ai tempi nostri voi non potreste in una folla distinguere, né a’ modi né agli abiti, la differenza delle classi. La civiltà, come ha tolta la barriera che le separava, così ha reso più semplici e uniformi l’andamento, e le forme esteriori. Il vestito d’allora però indicava la società del tempo divisa in due condizioni, una altissima, infima l’altra, nobili e plebei, uomini e servi; si avveniva ad un’epoca, nella quale il figlio primogenito era ricco, e gli altri miseri, la forza era giustizia, la miseria dovere, dovere il servire i nobili, dritto nei nobili il comandare. Da un lato sfarzo, ricchezza, insultante cipiglio, dall’altro miseria e sommissione. I più eleganti portavano calzette di maglia venute di Francia insieme colle politiche sue opinioni, che allora sorde sorde scendevano giù per l’Italia, essendo già vicina a scoppiare la tremenda tempesta, che sconvolse l’Europa.
Figuratevi dunque questa scena per noi strana e nuova avanti il piano del Duomo; da un lato il palazzo Arcivescovile co’ suoi pesanti veroni di pietra, dove vedevansi luccicare gli abiti i più splendenti, perché ivi eransi raunati il Vicerè e i Grandi di Corte; attorno attorno un’altra frontiera di palazzi riboccanti di uomini, di donne, e di fanciulli. Dinanzi presentavasi il gotico edifizio del Duomo con la gran porta di marmo bianco, ornato di rabeschi in mezzo ai quali si scorgono figure di santi, di svelte colonne alle finestre, di merli che ne coronano le mura. Quattro campanili s’innalzano arditi al cielo colla punta acuta; e una ghirlanda di teste di arabi, quasi a rammentare le vittorie dei principi normanni su di essi, orna l’estremità della parte posteriore del tempio, che presenta tre semicerchi abbelliti da piccoli archetti, che s’intersecano. Magnifico edifizio con tutti i guasti del tempo e dell’uomo, che racchiude le ossa de’ re normanni, svevi e aragonesi, splendente una volta del diadema reale, ché ivi per antico privilegio soleansi coronare i nostri monarchi.
Oh quanto è maraviglioso l’aspetto della bellezza! Gli spettatori chi a’ balconi, chi nella strada, chi nell’atrio e nella gradinata del tempio guardavano ansiosi il drappello delle vergini, che s’avanzava, dando in gridi di gioia; altri rapiti in estasi deliziosa stavano attenti silenziosi, come l’artista che guarda un quadro del divino Urbinate. Ma la folla de’ giovani, vera passione e tormento delle donne, animata da quella emula vaghezza, che la domina sempre, si aggirava d’intorno divorandole cogli occhi, e scoppiava in quell’esclamazioni di foco, che suole un bel volto strappare dalla bocca di ognuno, che non abbia l’anima schiva delle dolci emozioni.
«Guarda com’è vezzosa! Che angelico viso!» sclamava un giovane scuotendo la testa carica di polvere di cipro.
«Oh! la conosco,» rispondeva il compagno dopo averla ben bene squadrata: «è promessa a quello zotico che le va allato.»
«E quell’altra,» ripigliava, «che ha le labbra tumidette e mezzo aperte? Pare che inviti a baciarla in bocca cento volte.»
«Quando poi si dice che Palermo non è più Palermo!» così un altro entusiasta. «Per Diana! dove trovate voi tanta bellezza? Quel profilo greco! Quegli occhi più lucenti degli occhi di un’araba! Quel viso più ardito e voluttuoso di quello d’una castigliana! Oh si vedono per Dio nelle donne di Sicilia trasfuse tutte le bellezze delle varie genti, che l’han dominato. L’aspetto di ciascuna ricorda una pagina della nostra storia.»
«Io sceglierei quella bionda,» entrava a dire il vicino disegnando una gracile della persona.
«Oh! che gusto matto,» gli si rispondeva, «quella è una figura sepolcrale. A me piacciono le donne grasse, purché la leggiadria del corpo non ne discapiti! Oh! sì queste hanno incanti per tutti gli occhi, per tutti i capricci.»
«Grasse! grasse! come la moglie del beccaio,» l’interruppe il primo aprendo la bocca a un riso sgangherato. «La penso diversamente. Io le vo’ leggiere quanto una piuma, vivaci come fiamme, che guizzino come il pesce. Ohibò la grassezza è nemica mortale di amore.»
«Che dite!» prorompeva un terzo, «animali che siete! Volete le donne a peso? Uomini senza gusto! Secche e grasse che siano hanno un incanto, tutte tutte, chi negli occhi, chi nelle braccia, chi nelle spalle.»
«A quanto pare,» riprese l’amator delle grasse, «tu sei un famelico che inghiotte ogni vivanda. Veramente enciclopedico! Affè che troveresti anche il bello in quella coppia seduta colà.»
Allora gli occhi dell’allegra comitiva si rivolsero sopra due lacere donne, che stavano sulla gradinata del tempio a cicalare, l’una smilza e spolpata che pareva uno stecco, lunga lunga come un palo; l’altra bruna, tarchiata, con occhi furbi e maligni, e le spalle che uscivano dai cenci sudice come un muro di cucina, con un visaccio ove leggi un cuore d’inferno, di quelle insomma che, vinte dalla negghiezza, ingrassano accattando e insultando impunemente per le strade.
«Ai tempi miei altro che queste sguaiate!» così la secca non potendo frenare l’invidia, che la rodeva alla vista di tante fanciulle.
«Mi ricordo, sorella, quand’io era ragazza— anch’io mi ebbi il fazzoletto.»
«Ah!» sclamava l’altra pitonessa gittando un sospirone, ch’esprimeva tanti anni di miseria e di cattiva vita.
«Quanti signoroni,» osservava la prima, «vanno loro appresso— oh! non è cotesto il Marchese Ruggiero, che pare si mangi le donne con gli occhi?»
«Lui proprio!» brontolò la bruna appuntando gli occhi maligni. «E ci voleva tanto a rompersi la noce, del collo? Piantarmi qui per tre ore!»
«Già lo so, va in pazzia per una giovane di queste, e vorrebbe— Gli è proprio incontentabile. Quante ne vede, tante ne vuole.»
«Ma i denari, sai li sparge a bizzeffe; e la mia padrona suol dire che passerebbe per lui sopra il fuoco.»
«Chi! Comare Anna! Anna Bonanno vuoi tu dire la strega, colei che si consiglia colla versiera? Bello esempio che mi porti; ma ti dico che questo non è giorno di lunedì, se non prenderai una bolla di sapone. Stai fresca! Il futuro sposo di lei non è uomo da farsi posare una mosca sul naso.»
«Puff! non mi chiamo Marianna Pitarra,» rispose con un ghigno disprezzo, «se—»
Colei l’interruppe. «Non ti mettere in questi imbrogli, Marianna mia. Te l’ho detto: questa padrona ti porta al precipizio; ma bada che la giustizia ti ha gli occhi addosso; e ricorda Tofania, che lasciò la pelle sopra una forca.»
(1) <avvenote.htm>
L’altra scrollò la testa sdegnosa, siccome una pera calcata, ed era per prorompere in qualche bestemmia, quando lo scroscio di risa, che uscì dal drappello de’ giovani venne a troncare la loro conversazione. Esse, vedendosi scopo alla derisione, scesero dalla gradinata, e la bruna cioè la Pitarra, giacché dell’altra non monta sapere il nome, andò a situarsi presso il Marchese, con cui scambiò qualche guardo d’intelligenza.
«Oh! è là quel pazzo,» gridò allora l’allegra comitiva scoprendo il cavaliero.
Era costui appoggiato a un pilastro, fisso guardando una giovinetta di quelle, che venivano a coro. Come vede la Pitarra le fa cenno di seguirlo, e tutt’a un tratto si stacca dal pilastro, attraversa la folla, e va a piantiarsi vicino a colei, sulla quale rivolgeva gli sguardi infiammati.
La giovanetta stava incerta e tremante. Ai grandi occhi che modesti spiavano d’intorno, al pallore delle gote, all’ansia che le agitava il bianchissimo petto, scorgevasi l’inquietudine sua, una rassegnazione, una angoscia, che la facevano impallidire, e arrossire a vicenda. Ognuno avrebbe detto "Il suo cuore non è sereno". Aveva un volto di paradiso, tondo ingenuo, dove lampeggiava la speranza, soffocata da quel dubbio crudele, che più martella il cuore delle giovanette, quanto più son vicine a possedere la sperata felicità. Ch’era dunque il sentimento, che offuscava la bellezza di lei? Quale ignoto turbamento faceva increspare quella fronte, inaridire quelle labbra, inumidir quello sguardo? All’improvviso schiude i labbri, e gira gli occhi incerti d’intorno, poi li chiude sotto alle grandi palpebre, e manda un sospiro. Perché sospira la vergine? È forse questo lo alito di amore? È la voce della sventura?
Ad ogni modo l’affanno l’aveva raggiunta col suo braccio di piombo, ma non aveva ancora distrutta la verginale freschezza del suo volto, dove posava una mestizia arcana e misteriosa. Ella veniva a passi timidi e lenti, e sembrava avere quindici anni. La sua capellatura nera cadeva con anella capricciose sulle sue spalle, un laccio nero con una crocettina d’oro faceva rilevare la bianchezza del collo, sul quale la luce brillava per intervalli. A traverso il velo bianco e trasparente, che attaccato alla testa scendeva sino alle gambe, si vedevano i leggieri contorni del suo corpo agile e snello. Era una figura spiccata da un quadro del Correggio, spirante una grazia tutta pura e santa, di cui la ingenua bellezza avrebbe intenerito i cuori i più duri, e allontanato gli assalti del libertinaggio, e dell’impudenza.
Ma non valse a stornare l’ardito signore dal muoverle guerra, tutto pieno d’insultante fiducia nella sua giovinezza, e nell’alta prosapia da cui derivava. All’abito splendente d’oro e d’argento, ai merletti che gli ornavano il petto e le maniche, alla spada attaccata al fianco, alle scarpe di velluto luccicanti di berilli, all’orgoglio aristocratico che spirava la sua testa incipriata, l’avresti detto uno dei rampolli del sangue bleu, di quei piccoli tiranni del secolo scorso.
Il marchese Ruggiero esciva d’una storica famiglia, la cui origine rimontava all’epoca della conquista normanna. A venti anni appena disponeva d’immensi beni, e pareva trasfusa in lui solo l’albagia di tutti i suoi antenati, famosi per vile opulenza, non per virtù, in una discendenza di secoli. Insultando gli uomini coi suoi modi, e col fasto, era poi il tormento delle donne, che voleva render vittime di una depravazione senza limite.
A quei tempi l’Italia, abbattuto il feudalismo, pareva risorta a miti costumi, a una vita più libera e indipendente. Desti dalla voce del Beccaria e del Filangeri gli animi mostravansi proclivi alle utili riforme, avversi ai privilegi, all’esenzioni ed era universalmente un più acceso desiderio di vedere lo stato ridotto a miglior forma, gli ordini accomunati, tolta la barriera che separava le classi. Correvano i giorni di Leopoldo e di Giuseppe. Ma in Sicilia le opinioni del secolo trionfavano lentamente: e a quei tempi i nomi di mero e misto im-perio, di feudi e di vassalli non avevano scapitato gran fatto.
Grande la potenza de’ baroni nelle terre feudali, ma non men grande e forse maggiore in Palermo, dove, non ostante la presenza del Capo del Governo, ogni cosa era nelle mani loro, la tutela delle persone
(2) <avvenote.htm>, l’amministrazione delle rendite della città (3) <avvenote.htm>, la distribuzione degl’impieghi (4) <avvenote.htm>. Il nerbo principale del parlamento siciliano era nei baroni, perché più ricchi e più numerosi. La Deputazione del regno, il più alto magistrato, quello che rappresentava la nazione perennemente in mancanza del parlamento, era sempre quasi per intero composta di baroni, e di cadetti. Se a tanta autorità si aggiungano quei bravi armigeri loro (unica forza che fosse nello Stato), e le accumulate ricchezze, e i privilegi, e l’esenzioni, si avrà forse un’idea di quanti e’ potessero.
Un di questi potenti era dunque il marchese. Avvolgevasi in un largo mantello di scarlatto. Gli arroganti suoi modi erano, se non assolti, scusati in parte dall’età giovanile: nel suo sguardo appariva il fuoco dell’anima, ammortito da’ vizi, e nel cerchio giallastro attorno le palpebre, e nella pallidezza infermiccia del volto si vedevano i guasti del libertinaggio, che colla disonesta impronta degradava la sua nobile figura. La folla si apriva riverente ai suoi passi: ed egli piantossi senza ostacolo a fianco della fanciulla, seguito dalla donna maligna, come un generale che viene a situarsi rimpetto il castello, che deve scalare.
«Quella giovane! eh! com’è bella! Più bella del sole che ci guarda!» le mormorava all’orecchio guardandola con la irriverenza di un occhio lascivo. «Divina veramente! Oh! sarei pur felice se potessi!— Ma perché gli occhi bassi? Perché foggire il mio volto? Oh! sono forse un tuo nemico? Son tale che ti adoro!»
La fanciulla abbassava lo sguardo, arrossiva nel volto non usa a quelle parole, e guardava d’intorno quasi cercando fra i molti spettatori chi potesse liberarla da tanta molestia. Or si fermava per dargli tempo di tirare avanti, ora affrettava il passo, e divorava col guardo la strada, che doveva percorrere per arrivare al Duomo. Ma quegli dominato dal folle pensiero, e vieppiù punto dalla onesta ritrosia della donna, venivale al fianco licenziosamente urtandola col braccio, e poco curando il luogo, dove era, e i molti circostanti che fremendo il miravano.
L’atto indegno produsse l’effetto, che suol venire da una cattiva azione, da una prepotenza. Gli oltraggi al pudore son quelli che più si sentono dall’uomo, perché van diretti a ferire la domestica pace, a cui è attaccato per tutti i vincoli più cari. Tutti col guardo e col cuore avrebber voluto slanciarsi in difesa della vergine: ma niuno si mosse, usi com’erano (o tristi tempi!) a veder sempre e soffrire la baldanza signorile.
«Ora vedete,» si dicevano fremendo sottovoce, «che ardire! che boria! Insultare una povera figlia!»
«È questa impresa da cavaliere?»
«Che razza di città ha da diventare la nostra?»
«Questi signoroni vogliono i denari nostri, la casa, la pelle nostra, ed anche le mogli!»
«Ma niuno verrà a romper loro le braccia?» sclamò un uomo, che sembrava avere più cuore degli altri. «Per Dio, gli darei un ceffatone.» E si muoveva.
«Per carità,» gli diceva la moglie tirandolo pel vestito, «pensa ai tuoi quattro figliuoli.»
«Zitto là,» il compare sussurravagli all’orecchio, e lo teneva pel braccio. «Non sai dunque? Gli è il marchese Ruggiero, un ricco sfondato, un prepotentaccio! Sai quanti scherani tiene ai suoi comandi? Quanti trabocchetti e prigioni nel suo palazzo? Bah! chi può solamente guardargli in viso, e non aspettarsi due palle in fronte?»
In questa un giovane, di cui le sembianze rivelano un’anima indomabile, una profonda passione, si fa largo in mezzo alla folla, dà un forte urtone alla donna cenciosa, che cade a terra, e arriva a tempo per mettersi fra l’assalitore e l’assalita in modo brusco e inaspettato. L’aiuto non poteva giungere in miglior punto, e fu da’ circostanti bene accolto e applaudito. Il crocchio dei giovani, che stava a vedere, sorpreso dall’insolito ardimento, fermò per poco gli arguti motti, e le risa prevedendo una baruffa.
Gli occhi della fanciulla brillarono di gioia, le sue labbra ripresero un color di corallo e aprì la bocca ad un sorriso.
«Oh sei qui alla fine, Francesco?» gli disse con voce dolce e tremante.
Egli, scoppiando dalla collera, non rispose alle amorose parole, e con occhi biechi e in atto minaccioso guardava il cavaliere, quasi dicendogli "Venite avanti, l’avete a fare con me."
Qualche guardia, che vegliava al buon ordine, come gli vide annuvolato il volto, si accosto per impedire un disordine. Il cavaliere lo stette guardando un istante con aria torva e disdegnosa, la destra gli corse involontaria alla spada: poi come colpito a un tratto da un nuovo concetto che gli fosse balenato in mente, rispose con un sorriso di disprezzo, e avvolgendosi nel mantello si sperde nella folla, dove lo seguì con aria misteriosa la rea pitocca, ch’erasi brontolando rialzata da terra.
Alla partenza del Marchese i nostri personaggi rimasero tranquilli, e si sentirono come sgravare d’un gran peso. Francesco volgeva uno sguardo amoroso alla fanciulla, che ancora intimorita camminava al suo fianco.
«Perché tremi, Maria? Son io teco,» le dice con un riso per serenarla, «non temere di nulla.»
Entravano nel Duomo, e si avvicinava l’ora della scelta.
Antica usanza era fra noi, or non è più, di raccogliere nel Monte della Pietà le orfane donzelle, prive di parenti, e di mezzi da vivere: ove lontane dalle seduzioni e dai pericoli dell’età crescevano all’onore, si educavano ne’ sani principi morali, e nelle arti donnesche. Poi quando erano atte a marito esponevansi alla pubblica vista in un giorno di marzo, proprio il lunedì santo, e convenivano nel Duomo. Colui, che si fosse invaghito di alcuna di esse, gittavale un fazzoletto: era quello il segnale della scelta. Niuna dote portava, se non l’onestà; niuna ricchezza, se non la beltà e le grazie ingenue d’una verginella. Buona usanza, e gradita a quelle, che venivano elette, ma dolorosa a quelle che rimanevano, e spesso cagione di disordini per la immensa folla de’ curiosi e de’ libertini. Quest’era la Festa delle Verginelle.
Nel giorno, di cui parliamo, udivasi un batter di mani, liete risa, e voci di gioia; saltavano per aria i fazzoletti in segno di trionfo, si vedevano giovani caldi di amore, vivaci donzellette, rese più vaghe dal contento, che viene da passione corrisposta in mezzo a gruppi di gente che tutto empivano il tempio; allegre coppie inginocchiavansi avanti gli altari a ricevere la benedizione del prete, fra gli evviva degli astanti, mentre che le campane suonavano a festa. Al tempo stesso miravansi vergini piangenti, occhi biechi, speranze deluse, traditi amori, abbandoni crudeli: si udì qualche minaccia, qualche equivoco avvenne, qualche rissa scoppiò che poteva appicciare un gran fuoco. Il Vicerè ne fu dolente, perché vide per poco vacillare la pubblica quiete: non volle più esporre la bellezza a un pubblico rifiuto, e il popolo a pericolosi cimenti. Fu l’ultima esposizione.
In mezzo al trambusto Francesco dava a Maria il fazzoletto; che l’accoglieva con trasporto, prendevala dolcemente pel braccio, e la conduceva all’altare, dall’altare alla casa. Essi erano ebbri di amore da due anni che si vedevano. Non furono benedetti da’ loro parenti. Maria, povera orfanella, non ne aveva; il padre di Francesco era morto, la madre caparbia ostinata, come tutte le vecchie, non voleva dare suo figlio a un’orfana senza dote. Le madri quando sono vecchie, o per amore o per invidia, sono gelose sino ai capelli di ogni sguardo de’ figli, più che un arabo della sua moglie, e non vorrebbero torseli da lato, per vederli nelle braccia di un’altra donna. Ma in quel delizioso momento essi obbliavano e gli sguardi del lascivo signore, e lo sdegno della madre; e si abbandonavano a tutta la gioia di un primo amore.
«Alfine sei mia, alfine ti ho fra le braccia, Marietta mia.»
«Ed io temeva che non fossi venuto.»
«Come! lo credevi? Dubitasti dell’amor mio?»
«Ma perché indugiare cotanto?»
«Faccende di casa— mia madre— ma a che pensare al passato? Ti amo io tanto!»
«Mi ami dunque, o Francesco?»
«Più dell’anima mia!» diceva più volte baciandola in bocca e per tutta la faccia.
«Ora vieni prostriamoci qui davanti la effigie della Vergine, giurami che mi amerai sempre.»
«Lo giuro.»
«O vergine santa, gran mercé,» sclamava la fanciulla, che per la gioia aveva il volto bagnato di lagrime. «Quanto ho bramato questo momento! Ho pregato Iddio tante volte! Né credeva di giungere a questo bene io misera creatura abbandonata dagli uomini. Ora sono tua, tu, Francesco, sei mio. Oh! non ci credo di averti fra le braccia.»
«Senti Marietta; non posso darti ricchezze, sono un povero uomo. Questa casa è tua, tuo è quel poco che qui vedi. Ho due braccia pronte alla fatica: e se il cielo mi darà la provvidenza, e me la darà, non invidieremo il bene d’alcuno. Sei contenta?»
«Cotesto che dici, è segno che non mi conosci. Non posso dunque colle mie mani alleviarti il travaglio, asciugarti il sudore? Non sono avvezza alle lagrime? Oh! ripetimi un’altra volta che mi ami, e sarò felice.»
«Sì cor mio, ti amo più di me stesso, lo giuro su questa tua mano che bacio, su questo tuo bellissimo corpo che abbraccio, per l’anima mia te lo giuro.»
«Francesco mio!»
«Marietta mia!»
E così que’ buoni giovanetti erano felici.

Parte Seconda

Poco dopo eran miseri. Maria timida, tremante ad ogni ora della sua vita, dell’amor suo; Francesco inquieto furibondo. Ad ogni sguardo un rimprovero, ad ogni parola una minaccia; era sparita la scambievole fiducia, che forma la base della pace domestica; l’amore avea ceduto il luogo al sospetto, perché la rea vecchia della madre aveva stillato nel cuore del figlio tutto il veleno della gelosia.
«Ve’ quel signoretto che fa la ronda attorno la casa, gli soffiava sempre. Come tien gli occhi fitti alla finestra, dov’è la buona lana di tua moglie.»
Di fatti l’altiero Marchese era come l’ombra del corpo di Maria. Punto dall’arrogante cipiglio di Francesco avea giurato di farne solenne vendetta, e quale? Quella di rapirgli il cuore dell’amata consorte; né lasciava mezzo intentato per venire a capo del reo disegno, ad onta che Maria gli opponesse una virtù senza esempio. Rotto a ogni libidine, spregiatore di ogni legge aveva mai sempre ne’ volubili suoi capricci visto la bellezza cedere alle lusinghe dell’oro, della vanità, del potere. Come rassegnarsi ora alla resistenza d’una donnicciuola, che un solo suo cenno poteva render felice, e sollevarla dallo stato suo abbietto? L’uomo, che nuota negli agi come ne’ vizi, crede tutto piano ai suoi capricci: la virtù per questi esseri depravati è un nome vano, un pregiudizio. Pensi ognuno la sua rabbia nel veder ricusate le generose offerte. Fece molti proposti l’uno più violento dell’altro, rapire la donna, romper le spalle al marito, o mandarlo in luogo sì lontano che più di lui non si sapesse novella. Non era cosa nuova a quei tempi. La giustizia aveva braccia troppo deboli, abbattuta da una potenza più forte, quella de’ Baroni. Non erano è vero quei di prima; avevano nondimeno tanto potere, che bastava per conservare parte degli antichi privilegi, e dare sfogo alle insane loro passioni.
Ma non gli pativa l’animo di venire a tali eccessi per quel naturale orgoglio, che gli faceva sprezzare una vittoria così facile, dovuta più alla forza che allo amore. Le ripulse istigavano il desiderio; non era amore, ché amore non sentono i cuori corrotti; ma una fiamma divoratrice, che gli bruciava l’animo. Quindi non cessava di offriserle davanti ora sopra un superbio destriero, ora in una carrozza ad oggetto di abbagliarla colla pompa delle ricchezze; seguivala in chiesa e per istrada, per lettere e per messi la importunava, e tutti quei mezzi poneva in opera, che la trista opulenza crede adatti a vincere l’onestà e l’innocenza. Così trascorsero più anni.
Consideri ognuno la rabbia ed il dolore di Francesco. Alcune volte l’animo suo esulcerato lo portava a truci pensieri: dall’amore infiammato e dall’oltraggio più d’una fiata fu sul punto di rompere il freno: avrebbe voluto disfarsi del suo nemico; ma come e con quai mezzi? Egli povero operaio non poteva venire a tenzone con un potente marchese, e il tradimento non era fatto per lui.
"Dunque," pensava, "dobbiamo essere schiavi di questi tirannetti? Servire a’ loro capricci? Curvarci a’ loro scellerati voleri? Tutto deve essere per loro, solo miserie e disprezzi per noi."
Altre volte voleva implorare la mano della giustizia. Giustizia! e dove era allora? Tribunali di eccezione, giudici a taglie ed a tempo, fiscali procuratori che ingrassavansi nelle liti, prammatiche sopra prammatiche, formule sopra formule, atti provvisionali sopra atti l’uno in opposizione dell’altro, inquisizioni segrete, inique condanne, torture, arbitri, soprusi; erano la giustizia di quei tempi.
"Andrò dunque," pensò alla fine, "a gittarmi a’ piedi del Vicerè, chiederò la sua protezione contro il potente, che vuole portare il disonore nella casa del povero."
Tutti sapevano come il vicerè Caracciolo, qui venuto nel 1781, avesse l’animo volto a fiaccare la potenza baronale, e di buon grado accettasse occasioni di giustificare l’aperta persecuzione che dava ai baroni. Questa idea dunque surse spontanea nella mente di Francesco, e si fece gradita e durevole, e in essa ripose ogni speranza. Non facil cosa era in quel tempo ottenere udienza da lui, sempre affaccendato in ordinare, o stretto a consiglio; difficile poi oltremodo manifestargli liberamente i propri sensi, non solo pel rispetto che ispirava l’eminente suo grado, ma per la impetuosità del suo naturale. Nondimeno tanto fece e tanto disse, che si trovò tutto solo e tremante nella gran sala destinata all’udienza.
Le udienze de’ nostri Vicerè sono state in ogni tempo un imponente spettacolo sì per la sua grandiosità delle sale, che ricordano i fasti della nostra Monarchia, come per l’immensità del potere, che vi si raduna. Quelle del Caracciolo erano più maestose, più solenni, e riuscivano drammatiche talvolta atteso il fuoco a cui si abbandonava, essendo l’indole assai iraconda. Ivi spiegava tutta la nobiltà del suo animo, e quell’ardore del ben pubblico, da cui era investito. Colà era ammesso il povero come il ricco, il nobile come il plebeo, dapoich’egli cercava sempre di togliere la barriera, che separava le classi.
Domenico Caracciolo marchese di Villamania discendeva da primarie famiglie napoletane. Pria di venire alla vicereggenza di Sicilia fu ambasciatore della R. Corte di Napoli in Inghilterra ed in Francia. Fu uomo di alta mente, di fermo proposito, vegliante alle pubbliche bisogne, caldo novatore, qualche volta imprudente; ma quanto di bene si ebbe in Sicilia a quei tempi da lui riconoscere si debbe. Educato alla scuola degli Enci-clopedisti di Francia, amico del Galeani e dell’Alfieri, pieno la mente de’ liberali principi del secolo fece guerra ai pregiudizi e agli abusi: e si videro allora i magistrati andare in cerca di diritti proibitivi, di meri e misti imperi; e per la via tortuosa de’ tribunali, e quasi per assalto abbattuti i privilegi e l’esenzioni. Lieta n’era Sicilia stanca già del lungo feudale dominio, ansiosa di pubbliche riforme; e Caracciolo, seguendo il proprio e il generale impulso, facevasi scudo degli aiuti e della sapienza de’ nostri; promuoveva i buoni studi, fondava cattedre di pubblico diritto, con la voce e con gli scritti d’ingegni spingeva all’economiche discipline, proclamava il bene pubblico, dava moto alla grande opera da’ tempi richiesta, la quale, se non fece grandi progressi a causa de’ rivolgimenti, che avvennero per la rivoluzione francese, nondimeno bastò per allora a spargere i buoni semi, che poi qui non poco fruttificarono.
Caracciolo può dirsi l’espressione di un voto comune; e se i tempi il precessero, niuno potrà negargli il merito di avere il primo fra noi scosso il giogo del feudalismo. Nondimeno pochi amici si ebbe odii assai. Aspro era di sua natura, di sospetti pieno, di sdegni compreso, all’ira e a vendetta pronto; degli usi nostri, delle feste, sino del parlar nostro aere motteggiatore mostrava un’intolleranza religiosa, che offendeva la santità del culto, e le più rispettate popolari credenze; faceva guerra ai baroni non che al baronismo. Brusco ne’ modi nulla avea negli atti e nella persona che ispirasse amore, i popoli venivano tremanti al suo cospetto; ma certi di averne la dovuta giustizia; i nobili frementi inchinavano questo tremendo loro persecutore.
L’ora dell’udienza suona; gli alabardieri, col cappello a tre punte, si piantano immobili come statue agli angoli delle porte, le persone ammesse levansi ritte, e si pongono a cerchio nell’ampie sale. Si fa avanti un usciere vestito tutto di nero, e grida: «Sua Eccellenza il Vicerè.»
Ed ecco uscirne un uomo alto della persona, risoluto negli atti, tremendo all’incesso, con abito gallonato, e una fascia d’onore che gli pende dal petto. Il naso ha adunco, il mento sporto all’infuori, l’abito negletto; nella larga sua fronte sta l’impronta del genio, e i tratti duri e rilevati del volto indicano la tempra di un’anima indomabile e forte.
Primo gli s’inchina un vecchio venerando, ed espone con parole sommesse la sua dimanda.
«Voi avete il torto, signor Presidente,» a voce alta e fremente di rabbia sclamò il Caracciolo, interrompendolo a mezzo del suo discorso, «voi che avete permesso un oltraggio a’ vostri canuti capelli, e alla veste che indossate. Quando quella impertinente duchessa incontrandovi per istrada v’intimò di cedere il passo, allora dovevate farle sentire la carica, e il rispetto che si deve all’età vostra; e trovando resistenza far chiamare una mano di birri per arrestarla. Avete fatto male, signor Presidente, a cedere il passo. Olà, guardie, che la duchessa si pre-senti in castello sino a nuovo mio ordine.»
E tirò avanti.
«Un’altra prepotenza,» sclamò senza tanti preamboli e con voce alterata uno degli astanti, che agli abiti ed ai modi pareva ragguardevole persona. «La mia casa è stata presa, come in assalto, da una squadra di soldati a cavallo; e ne sono stato cacciato villanamente, quantunque mi fossi annunziato pel padrone. Ad altri tempi— oh! non avrebbero avuto l’ardire di mettere un piede nella mia casa. Questi sono atti di violenza. Io ne chiedo soddisfazione.»
Il Caracciolo soleva ruggire come un lione quando trattavasi di violenze, e il fatto ne aveva tutta l’apparenza. Nondimeno freddamente rispose.
«Una squadra di soldati nella vostra abitazione? Un simile affronto a voi, nobile Marchese? Ma in qual luogo è mai questa vostra casa?»
«Ai Colli, proprio in quella parte, che guarda Sfer-racavallo.»
«Seppure non l’avete fatto fabbricare in una notte dagli spiriti folletti, veramente io non so che la vostra nobile famiglia abbia la casa nel luogo che voi dite.»
«Non sono due anni, io l’ho fatta costruire nel più magnifico modo, e mi costa non meno di dieci mila once.»
«Dieci mila once, per Dio, sono una bella somma!» con tuono di sorpresa mista di scherno ripigliava il Caracciolo, «ma in confidenza, marchese mio, avete pa-gato questo denaro? Perché per dire che la casa sia vostra, bisogna che— voi capite, e mi si fa credere—»
«Veramente— i tempi sono scarsi— finora non ho potuto—» un po’ confuso rispondeva il marchese; «ma questo non porta che la casa non sia mia—»
«Non sarà vostra,» in modo severo proruppe il Caracciolo, «finché non pagate fino all’ultimo obolo l’architetto, il falegname, il muratore, i quali hanno impiegato le loro sostanze, e l’opera loro per fondar quella cosa. E quando sarà vostra penseremo a far partire i soldati. Or via, sgombrate.»
Il Marchese pien di rossore ne andò via a trovare i suoi creditori.
Allora si presenta un grosso prete, la cui faccia esprimeva l’abbondanza e l’ozio beato, e fatti più inchini profondi: «Eccellenza!» dice assumendo un’attitudine oratoria. «Per antica consuetudine i canonici della collegiata del mio paese, in occasione di solenni funzioni devono uno per uno essere incensati tre volte col turibolo. Il nuovo arciprete con iscandalo di tutti i buoni intende togliere quest’onorevole privilegio al clero del mio paese, mentre vi sono bolle, vi sono prammatiche, che tanti secoli hanno approvato. Una forte lite è stata intentata, spese enormi si son fatte, siamo stati di tribunale in tribunale, abbiamo ottenuto centinaia di atti provvisionali l’uno contradittorio coll’altro, né saremo mai per cedere un palmo di terreno ad onta di rovinare le nostre case. Ora si spera dalla munificenza e dal sublime ingegno di V. E. la fine di questa interessantissima quistione.»
La testa del Caracciolo a quella scappata eloquente aveva preso un aspetto il più caratteristico, gonfio com’egli era un po’ dallo sdegno, un po’ dal riso.
«Or bene,» poi disse frenandosi a stento. «Non sono tre le incensate, che spettano agl’illustrissimi signori canonici del vostro paese? Ebbene eccovene una, due, tre, anche quattro se volete,» e si pose agitandosi violentemente a fare col braccio il manichetto sul muso del povero canonico. L’affare divenne una ridicola farsa, gli astanti scoppiarono a ridere, e il prete non seppe far meglio che svignarsela.
Il buon umore si dipingeva sul volto del Caracciolo, quando un po’ rimesso dall’agitazione, che gli cagionarono que’ modi grotteschi. Tal’era il carattere di lui impetuoso nell’ira come nello scherzo; l’anima sua si lanciava sempre coi tratti i più arditi e violenti.
Un uomo gli presenta una carta, dov’era disegnata la pianta del teatro.
«Bene, vedremo. Fo pensiero che fuori Porta Macqueda potrebbe innalzarsi un sontuoso teatro. Palermo ne manca. -- Architetto mio,» battendo la spalla a un altro che gli si avvicinava: «il Camposanto fra breve voglio averlo finito. Almeno se non avete un palmo di terreno per vivere, giacché tutto è dei Baroni, l’avrete per esser sepolti. So che in Palermo si sparla perché io l’abbia situato presso la chiesa di Santo Spirito, dov’ebbero principio i vesperi contro i francesi. Tutto è opposizione in questo benedetto paese. Non volevano il lastrico di Toledo, volevano l’Inquisizione. Il povero popolo non sa quel che fa, e i grandi anche meno. È bisogna fare il bene, checché essi dicano. Io non li amo, né li temo; ma se oggi mi odiano, un dì forse benediranno alla mia memoria. -- A me quel foglio (glielo consegnava uno degli astanti): è la pianta della piazza del Mercato, che deve essere al più presto fornita. Vo’ che prenda il mio nome e si chiami Piazza Caracciolo. Palermo deve ricordarsi una volta del bene, che gli ho fatto.»
Si avvicinava già al luogo dov’era il nostro Francesco, timido e dimesso; pochi momenti e sarà al cospetto di colui, che riguardava come un angelo protettore; rivolgeva fra le mani la carta che conteneva in poche righe lo stato suo infelice, le persecuzioni avute, i pericoli che li minacciavano, e ripensava in sua mente le parole da indirizzargli, che più atte fossero a commuoverlo in suo favore. Già Caracciolo gli è innanzi col suo imponente aspetto; Francesco tremante gli consegna il foglio di sua dimanda, e, piegata la fronte in umile atto, già apre la bocca alla preghiera. In questa si fanno innanzi tre o quattro degli astanti impazienti di attendere. Alle fasce di onore, alle insegne che loro decoravano il petto, ognuno avrebbe detto: questi sono potenti Baroni. Ma Caracciolo in vederli s’annuvolò, abbassò gli occhi nell’attitudine dell’impero. Un di essi prese la parola dopo aver fatto un leggiero inchino.
«Eccellenza! io parlo in nome mio e de’ miei nobili compagni. I nostri antenati ottennero grandi privilegi per aver cooperato alla conquista del Regno, e pel sangue sparso in pro della corona. Chi non conosce i privilegi de’ Baroni? Epperò si vuole ora privarcene, e si pretende l’esibizione di titoli e di atti, che non esistono. Eccellenza, il possesso di secoli non vi pare un titolo incontrastabile e giusto? Si pretende agguargliarci al popolo nella distribuzione de’ donativi, farsi l’allibra-mento delle proprietà, onde ognuno sopporti le pubbliche gravezze, a tenore della possidenza. Ciò porterebbe l’abolizione dei nostri privilegi, e dell’esenzioni senza por mente che essi non sono punto a titolo gratuito, ma bensì un contraccambio e un compenso di certi obblighi speciali, che abbiamo verso la corona, massime in tempo di guerra. Si vuole abolire il mero e misto imperio, liberare i feudi dagli obblighi loro; annullare i comandanti, non che tutti i diritti proibitivi di caccia, di forni, di fattoi, di pedaggi, di dogane interne, di pagamenti detti di terraggio e terraggiuolo, togliere i poteri e le giurisdizioni, che abbiamo da tempo immemorabile, esentare i vassalli dal lavorare i nostri terreni. C’inva-lidano i mezzi (5) <avvenote.htm> di esazione nella riscossione dei proventi territoriali e de’ livelli: ei proibiscono d’ingerirci nell’amministrazione delle università baronali: i vassalli più non ci temono, i magistrati ci perseguitano. Il lustro ed il decoro della Deputazione del Regno è stato mai sempre dai Baroni sostenuto: ora dobbiamo ivi accomunarci colla vil plebe (6) <avvenote.htm>. Questo è lo stesso che distruggere la siliana costituzione. Marchese Caracciolo! a voi che siete un de’ primi Baroni non occorre rammentare i diritti nostri e le nostre ragioni. Voi siete giusto, né per-metterete che ci sia tolto ciò che i padri nostri acquistarono a prezzo del loro sangue, ciò che la consuetudine e i secoli hanno confermato, e che in ogni caso sapremo con tutti i mezzi difendere.»
Com’egli parlava, così il volto del Caracciolo infiammavasi, le sue labbra erano convulse, agitava violentemente il foglio di Francesco, e le altre carte che aveva nelle mani. Pur finalmente l’interruppe.
«Ma voi, principi, duchi, marchesi, conti, e baroni, dov’è, dov’è la ragione di tutte coteste pretensioni? Dove? se non nelle soperchierie e negli abusi, che tanto han degradato la specie umana? Chi vi ha dato l’impero delle cose e degli uomini? I popoli si unirono in società, non per cedere, ma per conservare i loro diritti: e’ non dissero, né potevan dire: "Rinunziamo all’umana natura, vogliamo essere bestie," dissero bensì uniamoci per meglio difenderci le vite, e le sostanze nostre. E voi avete posto il freno alla bocca, le catene al corpo. Così la terra è cosa vostra; vostra l’aria ch’ei respirano, le braccia loro son vostre, vostri i loro pensieri. Ma non siete voi uomini, com’essi sono? Sciagurati! Guardate i vostri simili, che, vinti dalla miseria, vengono scalzi e cenciosi a gridare pane sulle soglie dei vostri dorati palagi. Guardateli, e vergognatevi dell’opera vostra. Il popolo di Palermo paga la decima parte di tutte le imposizioni, i demaniali pagano a metà co’ Baroni, mentre i soli Baroni posseggono più dei tre quarti dell’Isola. I dazi debbonsi pagare da tutti, a tenore delle proprie sostanze. Voi parlate della siciliana costituzione! L’augusto Federigo, la stabilì sulla perfetta uguaglianza de’ tre stati. Voi intanto potentissimi veggo, potenti gli ecclesiastici, gretti e meschini i demaniali. Devesi dunque mai sempre camminare alla cieca? Alla cieca opprimere? Oh! i tempi sono cambiati, le opinioni son ben altre. Tremate, la civiltà va avanzando a passi di gigante; la vostra ora è sonata.»
La faccia del Caracciolo pareva animata da un fuoco divino, i suoi occhi gittavano fiamme, la sua voce era di tuono A un tratto voltò bruscamente le spalle, e ne andò via nelle stanze interne a passi gravi e misurati.
Poco dopo l’usciere a voce alta: «L’udienza è finita.»

Parte Terza

Nel giorno stesso, in cui Francesco ne stava alla udienza, Maria piangendo deplorava lo stato infelice, a cui vedevalo ridotto, e rivolgeva nella mente i modi più acconci per ricondurlo all’amore. Vana era tornata ogni preghiera, inutili i giuramenti, sprezzate le lagrime. Il geloso conosceva il suo torto, e non che emendarsene indi tornava ad inviperire; non che farle merito della pazienza, onde la meschina tollerava, ne traeva argomento di nuovi sospetti. Francesco era uscito di buon mattino fosco e pensieroso, non era tornato a casa in quel giorno; nuovi timori, nuovi tormenti. Il sole tinto di un funesto vermiglio si accostava all’occaso, quasi vampa di foco; usciva una notte tetra e nubilosa. Oh! come lo spettacolo della natura stringe l’anima, allorché questa è oppressa dalle angosce mortali.
Maria stava da qualche ora in estasi dolorosa, appoggiata alla finestra, la mente agitata da mille pensieri. Oh quante fiate aveva esclamato fra singulti: «Dio mio! questo è troppo gran tormento pel mio povero cuore!» Quante fiate avea pregato scoppiando in lagrime: «Signore, allontana da me il calice amaro della vita.»
All’improvviso un riso stentato appare sulle sue labbra, una ruga leggiera solca la sua fronte, quasi raggio di speranza comparso, e preparasi ad uscire. Il suo vestire ordinario, ch’era quello di una giovinetta d’umile condizione, non aveva bisogno di molti preparativi. Si fa il segno della croce, lancia un guardo lagrimoso sull’effigie della Vergine santa, a piè della quale Francesco le aveva giurato amore, ed esce avvolta in una semplice mantiglia.
Valicata la soglia, s’arresta dubbiosa come se fosse combattuta da opposti pensieri pur finalmente si fa avanti. Al puntone della strada stava, come un cariatide, piantata una donnaccia cenciosa, la quale come la vede: «Oh! sei venuta alla fine, bella Maria,» le dice andandole all’incontro, la prende per la mano, e l’introduce in una casa solinga.
La scala, che salivano, era ripida e rotta in più parti, con un palco ingraticolato. L’interno della casa aveva un aspetto di caverna: la cameraccia, che già scoprivasi, non era mattonata, aveva il tetto affumicato, e coperto di tela di ragno. Si vedevano qua e là poche seggiole rotte, che si ricordavano dell’entrata di Carlo III, e un enorme divano che per l’età, perduto il drappo che lo copriva, mostrava le costole di legno. In mezzo sorgeva una tavola di faggio oppressa dal peso di vasi e di piatti, sui quali posava piccola lucerna di creta; e sopra alcune rastrelliere a piuoli, attaccate alla muraglia, poste erano in parata pentole bocce bottiglie nere appestate, da cui usciva un puzzo infernale, e che davano al luogo l’idea del gabinetto di un vecchio alchimista del secolo duodecimo.
Accovacciata presso un vaso di creta, ripieno di fuoco, stava una vecchia logora dagli anni, la padrona del luogo, duramente appoggiando i gomiti alle cosce, e al dòsso delle mani la guancia. L’età sua pareva quasi cadere col secolo, che allora era giunto agli 86, di sembianze orride, del colore di rame, con occhi incavernati e rossi come bragia, il mento sporgente ed aguzzo, aguzzo il naso, che toccava il quando stringeva le labbra. Dalla bocca si partivano come raggi le grinze del volto, che divergevano, e poi si fermavano agli occhi, allorché essa apriva le labbra e convelleva il volto osceno: e allora scuopriva una caverna e gran parte di gengive, siccome appare la scimmia quando schiude la bocca. Le spalle teneva incurvate, oppresse al certo dal pondo invisibile de’ suoi delitti. Un cencio le copriva la testa, sotto il quale cadevano scompigliati sulla fronte i grigi e rari capelli; una lacera veste fatta più nera dal sudiciume, avvolgeva le sue membra rachitiche, dove si vedevano le tracce della tortura. Quel foco sinistro, che a quando a quando animava il suo sguardo senza colore, mostrava una anima perversa non doma da’ disagi di una mala vita. I pittori sogliono immaginare simili teste, quando voglion dipingere in fondo scuro qualche diabolica figura. Ella aveva dovuto vender se stessa alla voluttà ed al capriccio; ora ridotta all’impotenza, non le restava che il barbaro diletto di godere degli sguardi smarriti de’ miseri, che il bisogno, o il delitto conducevano nel suo orrido soggiorno.
Divulgata era nel secolo scorso l’opinione, che alcuni vi fossero aiutati dagli spiriti d’inferno, che una virtù si avessero di frenare il corso indomabile degli eventi di cambiar l’ordine naturale delle cose. Tali erano le streghe, le maliarde, le fattucchiere. E tanta era la debolezza di quei tempi, che non solo germogliava nelle teste volgari, ma uomini elevati di grado e di mente sog-giacavano a simile stoltezza. V’erano leggi contro i maliardi, formule per iscongiurarli, roghi e torture per punirli. Ma quando l’opinione è generale, la persecuzione fomenta l’errore e lo ingrandisce, perché gli dà appunto quel che gli manca, il credo. Le streghe infatti pullulavano da pertutto, e le altre superstizioni, tramandate dalla credulità, alimentate dall’ignoranza, confermate dalle leggi e da’ precessi giudiziali.
Venuto fra noi il Caracciolo, cercò di abbattere i pregiudizi e gli abusi. Tutti sanno ch’egli, come preparò la rovina del feudalesimo, così rivolse i suoi primi sforzi contro l’Inquisizione, come quella che dominando le opinioni influiva a perpetuare gli errori. Bensì è da dire che trovò gli animi pronti alla riforma, in molto discredito essendo venuto il tribunale di sangue: gli atti di fede erano posti in dimenticanza, i ministri o derisi o non curati, le carceri trovavansi sgombre. I buoni studi, illuminando le menti, avevan portato una luce, che a civiltà doveva condurre; talché quantunque tuttora ritenevansi i sistemi antichi, e gli antichi abusi, pure biasimavansi da lutti, e se ne bramava l’annullamento. La rivoluzione intellettuale qui camminava a gran passi. Caracciolo, dando l’ultimo moto al generale impulso, cominciò col lasciar vote le cariche vacanti; e perché di ciò faceva il supremo inquisitor Ventimiglia continuate proteste, richiese ed ottenne dal governo di Napoli la soppressione dell’abborrito Tribunale. Era appena scorso l’anno del suo arrivo in Palermo, e a’ 27 marzo dol 1782 (7) <avvenote.htm> volle eseguire egli stesso con somma consolazione de’ popoli l’atto solenne, con ogni apparato di magnificenza, facendo distruggere e cancellare financo gli stemmi, perché non ne rimanesse memoria.
Come se il potere avesse alimentato l’errore, caduta l’Inquisizione caddero con gli eretici gli stregoni, ma non si arrivò a sradicare le opinioni, ché a ciò ottenere biso-gnava un più lungo corso di tempo, e che la civiltà si spandesse in tutte le classi del popolo. Anna Bonanno, la vecchia che vi abbiam detto, e che rimase ad esercitare il suo potere sulle opinioni, ne fu pruova. Ella aveva saputo mai sempre sfuggire agli artigli della Inquisizione, atteso il mistero, che avvolgeva le sue azioni, e le relazioni de’ Grandi, a cui prestava l’opera sua. Ma ciò che gli altri facevano col terrore, essa eseguivalo con benignità fraudolenta: ed era il consigliere di tutti gl’innamorati e le innamorate del paese, tutti i giuocatori, di coloro che volevano intraprendere un viaggio. Colla scusa di portar pace nelle famiglie, aveva adito dovunque; il che forse contribuiva a conciliarle la pubblica adesione, e a render frequentato il luogo di sua dimora.
Chi fosse venuto di giorno in quel covile, avrebbe trovato donne piangenti, miseri lavoranti che si toglievano dalla bocca un pane sudato per farne dono all’iniqua, e impetrare da lei quella pace che avevano perduto. Ma di notte prendeva un’orribile aspetto. A quest’ora maledetta vedevansi degli occhi di foco, delle facce agitate dal delitto, degli sguardi sinistri. Allora veniva protetta dalle ombre la vecchia lussuriosa, che aveva perduto il suo giovane amante, il vecchio impotente che cercava un rimedio all’amore, il dissoluto che voleva tender reti all’onore di una fanciulla, il marito che vo-leva disfarsi della moglie. Il ricco, il nobile non isdegnava di sedersi sul logoro divano; un mantello di scarlatto si vedeva pendere alle volte da una sudicia panca. Quelle mura raccoglievano la miseria come la ricchezza, il delitto come l’innocenza, testimoni d’infami disegni, di orrende imprecazioni, e di dolori inauditi. Gente di ogni classe visitava quel luogo più micidiale degli scogli di Leucade, ne’ quali gl’innamorati incontravano una fine lagrimosa, ma non trascinavano una vita di angosce, ch’è peggio della morte.
Il marchese Ruggiero frequentava l’orrendo covile, ed aveva segreti colloqui colla maliarda, specialmente dal giorno in cui avvenne la Festa, che abbiam descritto. Disgraziatamente i malvagi si ridono spesso della credulità de’ buoni, e si avvalgono dei pregiudizi a spese della povera umanità. Era infatti la maliarda esecutrice de’ pravi disegni del Marchese, essendoché i malvagi si affratellano mai sempre, e dansi aiuto scambievole; e a lei aveva affidato la conquista della povera Maria.
La casa maledetta era poco discosta da quella di Maria; una vile mezzana di nome Marianna Pitarra, la rea donna che abbiam veduto in dimestichezza col Marchese il giorno della Festa, le fu posta addosso, la quale segretamente circondolla con tutte le seduzioni, magnificandole i miracoli della vecchia, e facendogliela suppore quale unico mezzo di uscire da tanti guai.
Che Maria poi credesse, e temesse le cose, che di questa le contavano, è facile a supporsi, essendo di anima timida, e pronta a piegarsi come cera alla raffinata malizia. Ella provato avea mai sempre terrore al solo racconto di malie e di versiere, né avrebbe giammai sospettato di aver bisogno de’ consigli della vecchia strega. Però ognuno consideri quale combattimento ebbe l’afflitta a provare per vincere il naturale ribrezzo, e mettersi nelle braccia di una donna, che aveva sempre formato il suo spavento.
Nel punto in cui Maria vi si conduceva, quivi trovavansi due o tre vecchie attorno il fuoco coi loro visi impassibili come quelli delle mummie. Una giovane ben vestita, co’ capelli neri, la tinta ulivastra, ora appoggiata col gomito alla punta della tavola: faceva mostra d’una bellezza appassita non so se dal vizio, o dal dolore, e pa-reva aspettasse un amante perduto.
Al momento, in cui entrò Maria; tutti provarono un sentimento di sorpresa misto di pietà. Nel suo sguardo era il dolore di un’anima soffrente, un’angoscia tale che faceva pena a vederla. Ella si presentò come la colomba smarrita nella sua strada, e gli astanti presi da compassione all’aspetto di una bella giovane, che si offriva in quel luogo di corruzione, colle loro mute attitudini parevano dirle: "Uscite".
Quanto a Maria al mirare quella scena infernale chiuse gli occhi atterrita, le sue labbra sbianchirono, diè un passo indietro quasi pentita di essersi tanto inoltrata; poi spinta dalla passione si fece avanti come reo presso il suo giudice.
«Venite, venite: ella vi aspetta. Voi troverete una madre,» diceva la fante, giacché il lettore può essersi accorto ch’era Marianna Pitarra.
Gli occhi cisposi della vecchia si spalancarono per vedere quel fior di bellezza. A un suo cenno gli astanti sgombrarono la stanza, e rimasta sola colla giovane le fece atto di sedersi. Maria pose sulla tavola due monete, espose l’infelice suo stato, il cambiato cuore del suo Francesco e richiese aiuto.
«Voi mamma Anna, voi sola potete sollevarmi dallo stato infelice in cui mi trovo; le mie lagrime a nulla han giovato. Oh Dio! che vita è mai questa che passo! Deh! fate tornare la pace al mio cuore.»
Queste parole ella diceva con l’affetto, con cui una vergine s’inginocchia avanti l’immagine di Nostra Donna. La vecchia stette alcuni minuti a guardarla dal capo alle piante. Era un bel contrapposto a vedere quella buona giovane tremante, cogli occhi velati dalle grandi palpebre, la fronte spirante l’incanto dell’innocenza, e gli spasimi del dolore rimpetto la testa rugosa della maliarda.
«E tornerà,» disse alfine con un riso infernale, «tornerà. Voi altre figliuole perdete il cervello per nulla. Disgraziate! Che ne avete da questi mariti rabbiosi! Pugni agli occhi e un bastone alle spalle. Eh! voi non sapete come va il mondo. Ve l’insegno io il modo di mettere a verso il marito.»
«Spiegatevi, son qui pronta a far tutto quello che vorrete,» riprese la poveretta con la rassegnazione di una penitente a piè del suo confessore.
«Scioccherella, sai tu perché l’orso ti maltratta? Perché tu spasimi per lui. Voi altre ragazze senza giudizio guastate i mariti con una condiscenza senza limiti, con una cieca obbedienza, col seguire tutti i loro capricci. Ih! che vorrei uscir pazza per un tanghero che mi odia, e forse— Smorza, smorza il fuoco, figliola mia, e lo vedrai come una pecora.»
«Impossibile, mamma mia, impossibile. Se sapeste quanto io l’amo! E poi il mio dovere—»
«Ed eccole queste scimunite con l’amore e col dovere che le porta all’ospedale, o le fa morire sotto il bastone,» con un rantolo proruppe la maliarda infuriata a quelle dolci parole, come un’ossessa sotto gli esorcismi; ma poi frenando l’impeto, a cui senza avvedersi era trascorsa, e ricomponendosi aggiunse: «L’amore, il dovere sono comandati dal cielo; ma bisogna vedere con chi si ha a fare, e non con certi tristucci, avanzi di galera. Essi vanno in su’ giuochi, alle bettole, o stanno nelle braccia di qualche baldracca: e voi altre restate a piangere in un fondo di casa. Dimmi un po’ chi ti assicura che il tuo non faccia lo stesso? non abbia anch’egli il suo amorazzo?»
«Dite voi il vero?» sclamò d’un suono di voce tremante la giovane, che si fece di un pallore di morte.
La vecchia, come vide che il colpo la feriva aspramente, ripigliò con un’aria misteriosa.
«Quando lo dico— è segno che— oh! i miei occhi vedono lungi— ma non vorrei metter zizzanie— Io porto la pace nelle famiglie.»
«O Vergine santa, che mi tocca a sentire,» scoppiando in lagrime disse Maria. «Sarà poi vero? Oh me infelice! E allora perché prendersi di me tanta cura! Perché angustiarsi d’ogni sguardo, d’ogni parola? Oh! impossibile.»
«Ora vedete quanto amore! Sciocca, sciocca! Tu non conosci gli uomini. Nemmeno Dio lo comanda che tu abbia a intisichire come una pitocca, a passar la vita sotto il bastone,» ripigliò la vecchia con la voce di un demonio insidioso. «Senti, figlia mia, che tale posso dirti. Non sarebbe meglio che avessi un aiuto, dico io un bell’appoggio, che potesse levarti dal pericolo e dalla fame? Oh! come amerei vederti piena di abiti e di gioie in un bel palazzo, con molti servi a’ tuoi comandi, riverita, ossequiata, fra i piaceri, gli spassi, e le ricchezze. Tu potresti con quel visetto— farti di oro.»
«Mamma Anna, che dite mai? queste cose non sono fatte per me,» l’interruppe Maria, con l’ingenuità di una vergine, non sospettando insidie. «Deh! ridonatemi il suo amore, se no mi muoio; voi ne possedete l’arte, ve ne prego.»
Una striscia di collera solcò le livide rughe della vecchia, che vide a quelle ingenue parole sparire i bei progetti, che aveva in testa, come i castelli in aria di un dormiente, che si desta nell’atto che si è aperto ai suoi occhi un tesoro. Sperava ella d’aver fondato la sua fortuna, e il marchese Ruggiero glielo aveva promesso, nell’acquisto della giovane che a lei pareva agevol cosa. Il Marchese per altro era uomo da non passarsela così alla buona, e le aveva non so quali minacce fatte in caso non fosse riuscita nell’impresa. Ognuno s’immagini dunque la sua rabbia nel vedersi ripulsa da una fanciulla, ed esposta all’ira di chi molto poteva e voleva a suo danno. Nel moto convulsivo delle sue labbra apparve tutta l’ira, che avea dentro; ma dotta nel simulare cambiò tosto quel moto in sogghigno, si ricompose, e con un’occhiata penetrò fino al fondo dell’anima di quella misera, a meglio convincersi ch’ogni tentamento tornerebbe vano.
«Bisogna andare al rimedio,» disse fra sé: poi rivolta a Maria: «Ebbene,» proruppe dopo qualche pausa con cupa voce, «sia fatto ciò che tu brami: ma giura di fare quel ch’io dico.»
Maria quasi trasportata da una forza prepotente giurò. La vecchia allora invasa da uno spirito maligno gittò il sudicio cencio della testa, i capelli le si rizzarono sulla fronte, i suoi occhi balenarono d’una luce sinistra, il suo volto prese un colore di fiamma, pareva carcame avvivato da un soffio infernale. Girò per la camera, visitò pentole, vasi, bottiglie, mormorando qualche parola inarticolata, e facendo atti strani e bizzarri. Pur finalmente fremente di rabbia vibrò attorno uno sguardo, da cui parve scatutire uno schizzo di fiele: accese i carboni nel vaso di creta, e vi mise non so quale orribile mistura. Un nugolo di fumo ingombrò la stanza, e la fiamma sanguigna a quando a quando guizzando sul suo volto e per la stanza offriva un quadro fantastico del Rembrand.
Fra l’oscurità vaporosa nulla più vide Maria: soltando udì un fracasso, un sibilo fremente, e svenne. Quando ebbe ricuperati i sensi voglio lasciar pensare a voi come restasse nel vedere a lei dinanti scomposti i capelli la vecchia maledetta, simile al serpente insidioso che i pittori dipingono a lato di Eva nell’atto di sedurla. Questa le offre una boccetta, e le dice in parole tronche e misteriose, come in quella fosse un aceto miracoloso non so di quali cose rare composto, che aveva la virtù di depurare il cuore dell’uomo da ogni macchia, scioglierlo da ogni illecito nodo, e ricondurlo all’amor della moglie.
«Questo è al bisogno tuo,» conchiuse in tuono di sibilla, «e ne mescerai all’amico stasera quanto basti in un’insalata; ma bada che non se ne avveda, né tu ne prenda una goccia, altrimenti tutto è finito. Poi quando sarà addormito ne ungerai gli orli del letto, il capezzale, e sulle tempia di lui facendo la croce, e recitando il rosario. Io aggiungerò quattro parole— va, va, figliuola mia: tuo marito in breve sarà tranquillo.»
«Dio mio!» diceva la giovane, tra gioiosa e atterrita, stringendo al petto la boccetta miracolosa. «Posso io sperar tutto questo? Dio solo potrà ricompensarvi il bene che mi fate.»
La maliarda, che soffriva a veder la gioia innocente, rispose con un ghigno, ch’esprimeva la muta ironia, l’afferrò pel braccio, la condusse alla porta, le diede un bacio, che le fece tremare le ossa.
«Va, va, buona figliuola, ci parleremo.»
Come Maria fu discesa, la vecchia aprì una porticina, e ne uscì un cavaliero sbuffante dalla noia di aspettare, ed ebbro della brama di udir cosa che molto gli premesse.
«Avete inteso?» disse la vecchia con un riso diabolico. «L’uccello è in gabbia.»
«Dunque!» sclamò il cavaliero, nella cui faccia aggrondata lampeggiò un raggio di speranza.
«Or tocca a voi. Andate non c’è tempo da perdere. Io vi do tempo sino a dimani— anzi stasera—»
Il cavaliero senza curarsi di rispondere gittò una borsa, che diede un suon di monete cadendo a terra, e ne andò via furibondo.
I miei lettori avranno capito, che la vecchia parlava col marchese Ruggiero.

Parte Quarta

Maria usciva da quel luogo maledetto, come un redivivo dal sepolcro, e tornata a casa erasi appena ria-vuta dallo spavento, che sopravvenne il marito più fosco del solito, con le ciglia aggrottate col viso annuvolato. Noi l’abbiamo nella gran sala lasciato nel punto che l’usciere proclamava esser finita l’udienza. La gente usciva a torme sussurrando, ridendo, ripetendo le terribili parole del Caracciolo, e Francesco era pur fuori quasi trasportato dalla folla, maledicendo l’avversa sua sorte. Ogni speranza aveva egli perduto; era stato alla fine alla presenza del solo, che poteva dargli aiuto e sostegno, ma l’avverso destino gli aveva tolto fin anche questa, ch’egli riguardava come l’ancora di sua salvezza.
«Oh me infelice!» fra sé diceva. «Che ne sarà di me? Chi sa fino a quando potrò un’altra volta ottenere la grazia di essere al suo cospetto? Eh! che la porta del grande non è sempre aperta pel povero.»
Era intanto rimasto nelle mani del Caracciolo il foglio di sua dimanda, la quale, sebbene non fosse espressa in termini molto precisi, pure bastava per fargli capire le persecuzioni, che soffriva dall’arrogante Marchese, e il luogo, dov’egli abitava, nel caso che di lui chiedesse per rendergli giustizia. Non era dunque perduto ogni raggio di speranza; avrebbe egli potuto gittargli un occhio di sopra, e sapere dello stato suo infelice. Ma come e quando? E che cosa farà in questo frattempo il suo persecutore?
Scontento da queste idee il povero uomo scendeva le ampie scale del R. Palazzo, e tanta era la piena del suo affanno, che assaporato non aveva il piacere di veder vilipesa una classe da lui tanta odiata. Trasvolando col pensiero in un delizio di fantasie andò vagando per le strade senza saper dove andasse: e fu in qualche crocchio di persone a sparlare de’ nobili, e si fermò in qualche piazza, e dinanzi qualche palazzo baronale con fiero cipiglio guardando i servi con livree ricamate; e più volte insultò col guardo minaccioso i potenti baroni, che sopra pomposi cavalli gli passavano di costa. Il povero uomo dava sfogo all’anima sua esulcerata dalla sventura, ma non prevedeva la burrasca, che lo minacciava.
Sull’imbrunire del giorno si sente afferrar per un braccio, poi per l’altro, e si vede attorniato da una mano di birri. Con audacia sfrontata: «Non sei tu,» gli chiede colui che faceva da capo di quella masnada, «il marito di Maria eh! quel Francesco, quel pendaglio da forca, che vuol fare il gradasso?»
«Che c’entra Maria? Che intendete di fare?» sclamò Francesco, e i suoi occhi sfavillavano di rabbia.
«Legatelo, legatelo,» urlava il capo divenuto più feroce quanto meno possibile era il resistergli: e si lo menavano in prigione, e dopo averlo fatto dimorare qualche ora, lo condussero innanzi al Capitano di giustizia. Gli furono tolti i lacci, e rimase solo a testa con lui: respirò alcun poco, poiché sebbene ivi fosse tutto l’apparato della prepotenza non v’era la sfrontata audacia. Il Capitano era un uomo imponente di aspetto, e nobile figura.
«Vieni qua, giovane ardito,» gli dice. «Il tuo nome?»
«Francesco.»
«Hai tu moglie?»
«Di nome Maria.»
«Mi si fa credere che tu maltratti la moglie, che vai spargendo certe opinioni contro la classe dei nobili e che qualche minaccia anche hai tu fatta contro rispettabile persona.»
«Eccellenza, quando si vuole fare oltraggio allo onore di una famiglia—»
«Ti consiglio di aver prudenza, poiché non soffrirà la giustizia più lungamente la libertà delle tue parole. Pensa alla tua condizione, e alla differenza che Dio ha posto fra le classi.»
«V. E. è mio signore, e come tale l’onoro, ma il povero uomo chiude in seno un cuore, che sente al pari di quello del nobile. V. E. ha una figlia— e se qualche dissoluto—»
«Taci là, audace, che non fai nessuna differenza fra l’erede di una ricca famiglia, e la moglie di un miserabile come tu sei nato alla fatica ed al bisogno.»
«L’onore è sacro al povero come al ricco. A chi ti toglie l’onore togli la vita,» proruppe con un moto di quell’impeto, ch’è proprio dei siciliani.
«Minacci ancora? Esci, e metti un freno alla tua lingua; e non che minacciare, non ardir di guardare più in viso i nobili signori, se non vuoi marcire in fondo di una prigione, e vederti condurre di giorno per Toledo sotto la frusta del boia. Esci di qui miserabile.»
E n’usciva smarrito, e smaniante, fra gli scherni e i rimprocci di quella gente oscena. «Vedete là il bravaccio, che vuol prendersela col marchese Ruggiero! Che vuol fare il gradasso!» e l’accompagnavano alla porta con atti sconci, e parole da taverna.
Fremente di rabbia s’avviò a casa, e qual fu la sua sorpresa nel vedere attorno le mura ronzare due o tre figure imbacuccate. Ecco perché Maria lo vide più fosco del solito. Sbuffante passeggiò da un punto all’altro della stanza, mordendosi le mani e stralunando gli occhi che pareva un invasato; aprì l’impanuata della finestra, e s’accorse che se ne stavano tuttora piantate rimpetto la sua casa. Di repente mosso da un furore incredibile prende un coltello, e si slancia alle scale deliberato di finirla una volta per sempre. Maria allora gli è addosso, e gli si aggrappa alle ginocchia piangendo.
«No, non andrai, ferma per amore del cielo. Sei tu uscito di senno? O Vergine santa, datemi forza per rattenerlo.»
Francesco a urtarla violentemente per liberarsi dalle sue mani.
«Lasciami,» urlando, «lasciami infame donna. Che! hai tu dolore che lo finisca? Sgombrami il passo, lasciami o ch’io—» e le appuntò il coltello alla gola.
«Uccidimi,» diceva singhiozzando la povera Maria, che gli stava attaccata alle ginocchia, «uccidimi; ma non sarà mai che ti lasci così cieco di rabbia come sei.»
La voce tremante con che pronunziò quelle parole, le lagrime che le sgorgavano dagli occhi fermarono il geloso. Rientrò in camera, s’affacciò alla finestra. Fortunatamente le figure erano sparite; chiuse l’imposta, e si gettò sopra una seggiola senza dir motto.
Dopo qualche ora Maria vedendolo meno irato: «Prendi un boccone,» le diceva con tuono di voce affettuosa ammanendo la tavola, e portando un’insalata. «Vuoi tu morire di pena, e far morire la misera tua moglie?»
Francesco colle braccia incrocicchiate sul petto, e il volto appoggiato alla mano stava fermo e silenzioso; poi come colpito da una nuova idea si mette con furia a far fardello della poca roba, ch’era nella camera.
«A che questa scena?» gli chiede Maria.
«Ho risoluto; dimani partiremo, lasceremo questa infame casa, fuggiremo da Palermo, dove non si può vivere. Oh! è meglio che vada; ci ho pensato, andremo dove il diavolo ci porta.»
«E dove? Senza aiuto? senza denari?»
«O denari o non denari partiremo dimani,» tuonò il rabbioso.
«Ebbene sia fatta la volontà di Dio e la tua,» riprese Maria, che voleva scansare ogni appicco di lite. «Farò tutto quello che vorrai.»
Parve sereno, come vide ch’ella secondava la sua idea, proseguì in silenzio a preparare il suo piccolo bagaglio, e quando ebbe finito si pose a tavola. Maria a questo punto lo aspettava, palpitante nel dubbioso desio, e come gli vide appressar la vivanda alla bocca alzò gli occhi al cielo in atto d’impetrare il soccorso divino. Egli melanconico e pensoso inghiottiva l’insalata senza offrirne alla moglie, tanto perché astratto ne’ suoi pensieri, quanto perché Maria affetta da continui dolori, e di salute poco men che cadente, non soleva usar di quei cibi, specialmente di sera.
L’idea del viaggio aveva in qualche modo calmato i suoi spiriti bollenti; gli pareva già esser lontano da ogni pericolo, lontano dal suo persecutore; gli pareva di starsi in pace e felice colla cara Maria, come un tempo allorch’era sua delizia ed amore; e così d’uno in altro pensiero passando rammentava i piaceri, che aveva divisi tante volte colla sua donna, la felicità gustata, le speranze di non perderla mai, e questa idea gli inondava di gioia il cuore; nel suo volto si appianavano le rughe, che lo rendevan sì bieco; e quasi pentito del suo trascorso volgeva qualche sguardo amoroso alla moglie.
Ella godeva in vederlo tranquillo, e credendolo effetto dell’aceto che trangugiava. "Oh!" fra sé diceva scoppiando dalla gioia, "il miracolo è fatto. Eccolo sereno! Mi guarda con amore! Oh! la buona vecchia quanto le devo."
Ambidue seduti uno rimpetto l’altra si abbandonavano col pensiero alla speranza di un più quieto avvenire, e gustavano per poco le delizie della pace domestica.
In breve Francesco si sente un torpore nelle membra, un peso agli occhi, un zufolamento per le orecchie. Si alza, ma non potendo reggersi in piedi cade sulla sedia; si rialza facendo uno sforzo, e sostenuto dalla moglie va a letto, dove oppresso dal sonno cade come colpito da una massa di piombo. Ella credendolo addormito esegue allora i consigli della maliarda, e fa le unzioni prescritte attorno il letto, nel capezzale e sulle tempia del dormiente: indi rivolge a Dio le sue preghiere, le preghiere di un cuore caldo di vero ed innocente affetto.
«Dio mio!» dice ponendosi in ginocchio, «abbiate pietà di me. Deh! calmate il suo cuore, fate tornare la pace nell’anima sua sgombrando gl’ingiusti sospetti, ridatemi il suo amore; se no ch’io possa morire di buona morte.»
Quando ode un sordo rumore alla porta, tende le orecchie, e ascolta voci cupe misteriose. Allora scuote pel braccio il marito, una due tre volte, ma egli resta freddo e immobile come un marmo. Forti colpi intanto si danno alla porta, che vacilla ne’ suoi cardini, e minaccia di cadere. Un tremito le corre per tutte le membra, l’anima sua è quasi smarrita dalla paura.
«Dio!» ella dice con voce sommessa, «che sarà mai? Francesco! Francesco mio!» e lo tira pel braccio, e lo tocca nel volto. «A che dormi? La tua vita è in pericolo— noi siam perduti— svegliati, dico,» e corre alla finestra col pensiero di aprirla, e chiamar gente in aiuto.
Ma la porta è già a terra, la finestra abbattuta, e a un tratto si vede innanzi quel ceffo del marchese Ruggiero, con quattro sgherri armati da capo a piedi. La comparsa del demonio, la vista di una voragine aperta sotto i suoi piedi, l’improvviso lampeggiare del fulmine, il tremoto avrebbero fatto minor terrore all’afflitta di quello, che a lei produsse la terribile figura del Marchese.
«Oh! ti ho alfine nelle mani,» le dice con un piglio fra il furbo e l’osceno. «Non mi conosci? Non vedi chi ti ama? Chi vuol renderti felice? Perché tremi tu dunque?»
«Pietà, pietà! Che cosa vi ho fatto io mai? Qual trionfo sarà per voi, nobile e potente signore, di vincere una povera donna? Oh Dio di misericordia!— Allontanatevi— Francesco!— aiuto,» e slanciavasi alla finestra risoluta di gittarsi per istrada.
«Sciagurata, che tenti di fare?» riprendeva quel mostro afferrandola pel braccio. «Da chi speri tu aiuto? Del tuo consorte? Disgraziata! Egli è morto: tu credevi di dargli la bevanda di amore, e gli hai dato il veleno. Dimani si saprà che l’uccidesti, tu sarai arrestata, uccisa, infamata. Sì l’infamia sarà il compenso di questa tua effimera virtù.»
«Io uccidere il mio sposo?» disperata gridava facendo oltraggio al bianco suo petto la giovane, che, a quelle parole, tutta comprese la sua sventura. «Io che avrei sparso tutto il mio sangue per lui! O infamia, o tradimento!»
«Vieni la fortuna ti è amica: saprò renderti felice. Oh! tu non sai l’amore che ti porto, la fiamma che mi consuma. Vieni, tu sarai padrona delle mie ricchezze, padrona di cento diletti e del mio cuore. Vieni ti dico.»
Scarmigliata, palpitante, cieca di dolore la troppo angosciosa fanciulla si svelle dalle sue braccia, colle mani si strappa i capelli, dà in un pianto dirotto, e come forsennata fra’ singulti: «Francesco! Francesco!» sclamava stringendosi forte al suo freddo corpo. «Oh! tu non mi ascolti! Tu non vedi la povera tua moglie. Oh! come il cuore gli batte nel seno! Come schiuma la bocca! Come trema per tutte le membra! Deh! se avete sensi di pietà, se timore di Dio, se compassione per gli uomini, soccorriamo quel misero. Io qui mi prostro innanzi a voi, v’abbraccio le ginocchia, vi prego come si pregherebbe un’immagine santa. Tutto tutto io vi perdono, purché s’aiuti l’infelice.»
«Inutile speranza! Fra breve sarà cadavere. Se tu resti, sei perduta. Vieni disgraziata; voglio salvarti ad onta della tua pertinacia.»
E l’afferrano, e la staccano a viva forza dalla fredda salma del marito, le chiudono la bocca con un fazzoletto, e se ne vanno correndo a traverso delle strade deserte, seco portando l’aflitta, mezza nuda, coi capelli sparsi, che invano dibbattevasi fra le loro braccia.
Ma non erano ancora usciti dalla porta, e Francesco si sveglia, e ascolta il grido della moglie, e la vede in brac-cio degli sgherri, e scorge fra loro l’infame suo persecutore. Un primo movimento lo spinse a slanciarsi contro essi, ma le sue membra erano come di piombo, un grido di furore gli morì nelle fauci, e rotolò giù per terra mosso dalla rabbia impotente. Acuti dolori lo sorpresero, la sua bocca era piena di schiuma, le membra irrigidite e contorte, i capelli irti, gli occhi scoppianti fuori dell’orbita. In breve divenne cadavere.
Allora fu visto entrare un uomo alto della persona, di sembianze meravigliose, avvolto in un mantello. Mirò scena orrenda, la casa in disordine, il letto scomposto, Francesco già morto, la fanciulla sparita.
«Dio!» sclamò mettendosi le mani agli occhi. «Chi può leggere ne’ tuoi decreti? Oh perché a tempo non lessi quel foglio! Troppo tardi son venuto. Non è più tempo di soccorso, ma di vendetta. O misera Sicilia! ecco l’effetto della prepotenza e della forza brutale.»
E sen va via furibondo, e dietro a lui corre una torma di uomini armati, e s’avviano alla casa del Marchese, e la cingono, e minacciano atterrarne le porte.
«Come? Chi ardisce a quest’ora? In casa mia?» grida il Marchese dalle camere interne. «Tutti all’ordine i miei servi. Barricate le porte, chiudete le finestre, mano all’armi, e fate fuoco contro chiunque si attenti di fare una violenza.»
I servi accorrono atterriti.
«Non è più tempo, nobile Signore: la casa è circondata da soldati, la porta è già a terra. Oh! non sentite il rumore, le grida, il suon dell’arme? Sono nell’atrio, già nelle scale.»
«Questa donna vuol essere dunque la mia rovina?» cupamente urla il Marchese mordendosi le labbra, e battendosi la guancia col pugno. «Togliamocela dunque dinanzi.»
Prende pel braccio Maria, che più morta che viva stava sul terreno distesa, e la trascina di camera in camera, e poi la spinge in un andito oscuro. Non appena la meschina ivi mette il piede, e le manca il terreno, e s’apre il pavimento. Solo s’udì un flebile grido, e si vide un velo biancheggiare in fondo alla voragine, e si chiuse il trabocchetto, che diede un fremito di tomba. Quando il Marchese tornò in sala aveva il viso di morte, le labbra convulse, tetro ed incerto lo sguardo; pur si ricompose.
Allora di botto a lui si presenta quell’uomo alto e misterioso, che abbiam veduto nella casa di Francesco. Al fulgore del suo sguardo, al nobile suo portamento, al furore che rendeva più animato il suo volto, ognuno avrebbe in lui scorto un’anima più che ordinaria. Tremò il traditore quando sel vide piantato dinanzi con aria minacciosa.
«Voi, marchese Caracciolo? A quest’ora?» gli disse inchinandosi, e affettando un’aria di impassibilità e di treddezza, che veniva smentita dal pallore del volto.
«Dov’è la fanciulla?» mugghiò con voce di tuono. «Voi mi renderete conto d’ogni minima goccia di sangue.»
Repente si slanciò nelle camere interne col furibondo affetto di una tigre, cui sono stati tolti i suoi figli; e lo stuolo de’ soldati irruppe per le sale.
E nulla fu trovato: il dimani e quello appresso nulla potè sapersi. Fu un orrore, un mistero la morte di Francesco, e lo sparimento di Maria. E Caracciolo poco dopo muoveva da Palermo, e pieno di nobile sdegno sclamava: «Sicilia era divorata da un’idra a due teste; quella dell’Inquisizione l’ho troncata, resta a troncar quella de’ Baroni. Ho fatto quanto ho potuto, alla civiltà resta a compiere la grand’opera.» (8) <avvenote.htm>
Anni dopo una forca era alzata sulla piazza Vigliena, ove accorreva gran folla di popolo. Parato a nero era il gran palco su cui si elevava; a nero le quattro cantonate, che cingono la piazza, per togliere alla vista del funebre spettacolo le quattro statue dei monarchi spagnuoli, che vi sono erette: il che rendeva più tetra e imponente la scena. Fra lo spazio che corre dalle grandi prigioni a quella piazza, sin da buon mattino di spettatori avevan preso posto nelle sedie accatastate lungo le ale di Toledo (9) <avvenote.htm>; e stavano ansiosi ai veroni, alle finestre, o facevansi innanzi alle botteghe saliti sulle panche. La piazza Marina era ingombra di persone che guardavano con aria d’impazienza il palazzo delle prigioni. Si aspettava l’ora, in cui doveva uscirne la vittima destinata alla pubblica vendetta.
Orribile scena ella è a vedere l’uomo perder la vita sul palco per la mano del suo simile; ma più orribile a vedere una folla di curiosi assistere freddamente al tristo spettacolo, siccome a una pubblica festa, noiarsi d’ogni ritardo come al teatro quando tarda ad alzarsi la tela, guardare con una stoica indifferenza gli ultimi aneliti del sentenziato. Singolare fenomeno! L’uomo, che mostra tanto ribrezzo a qualunque idea anche lontana della morte, qui si pasce a mirare lo spettacolo più atroce, che la morte possa presentare allo sguardo.
Ma in quella occorrenza la curiosità degli astanti era frammista a una impazienza sdegnosa, a una smania di affrettare il terribile istante. I segni di rabbia e di dispetto eran generali: tutti parevano star lì per cosa che toccasse le proprie famiglie, come se si trattasse del fatto loro. Suol dirsi voce di popolo, voce di Dio, e tutti si esprimevano con lo sguardo e con le parole in modo da far conoscere l’animo loro sdegnato dalla gravità del misfatto, che doveva punirsi coll’estremo supplizio.
«Oh! brutta strega! Oh! infame vecchia!» si dicevano fremendo l’un l’altro. «Oh quanti ne ha mandati all’altro mondo! Quanti? Non ha tante gocce di acqua il fiume Oreto, né sono tanti granelli di sabbia a Romagnuolo. Sai come? Con un po’ di aceto avvelenato.»
«Un discolo, che Dio gliela mandi buona,» contava un uomo che aveva un crocchio di curiosi d’intorno, «gli pesava una sua zia, da cui sperava una grossa eredità: si raccomandò alla strega, la quale le spedì il passaporto per l’altro mondo.»
«Oh! so io,» saltava su un altro, «due miei vicini di buona memoria, marito e moglie, che per certi loro sospetti ricorsero alla vecchia— poveretti! in due giorni non erano più, grazie al solito aceto.»
«Che dite mai!» sclamavano gli astanti atterriti. «Oh! chi era sicuro di sé e de’ suoi figli? Chi poteva fidarsi dello sposo, e della moglie? Oh! triste mondo, a che siamo giunti!»
E un altro: «Vi conto peggio: la fece morire in men che il dico un bambino bello come un passero, che stava sotto la custodia di un tutore, che voleva disfarsene.»
«Madonna santa! anche i bambini!» gridavano alcune femminucce stringendosi al seno i loro figliuoletti. «Oh strega maledetta!»
«L’ultima fu questa, che avendo dato l’aceto a un galantuomo, ma galantuomo vero— ad oggetto di mettere a verso la moglie, ch’era gelosa assai, costui lo versò nell’insalata all’ora della cena; ma la moglie, che si avvide per caso di qualche suo gesto, con aria sospettosa gli disse: "Mangia tu l’insalata." E colui a negarsi; e allora la moglie ne diede un boccone al suo barboncino, che dopo pochi minuti rotolò giù a terra come morto di un giorno; onde si diede a chiamar gente in aiuto: venne la giustizia, e l’amico vistosi sorpreso, confessò da chi eragli venuto. Così fu presa la maliarda, la quale posta alle torture rivelò tutti i suoi peccati, e venne sentenziata.»
«L’aceto dicono gliel’ha dato la versiera, quando vendè la sua anima all’inferno,» entrava a parlare una donna. «E fatto di sangue di un fanciullo scannato, e di cuori di colombe cotti in giorno di sabato.» (10) <avvenote.htm>
«Oh perché abolire il S. Uffizio?» diceva uno con larga parrucca. «Sarebbe bruciata viva come suora Geltrude.»
«Suora Geltrude era forse l’innamorata del marchese Ruggiero?» gli chiedeva sua moglie.
«Ohibò? Era una pinzochera, che facea all’amore con un frate, e non credeva mica alle cose sante. L’innamorata del Marchese si chiamava Maria.»
«Che ne avvenne di Maria?»
«Iddio lo sa! Poverina!»
«Vi pare che voglia pensare al marito?» disse un omaccio con un ghigno malizioso. «Sarà forse ricca e felice in un palazzo—» e chi sa quali altre scandalose parole non avrebbe aggiunto; ma fu interrotto da una vicina.
«Non sapete? Maria è morta.»
«Morta!» le chiesero più voci a una volta. «E come?»
«Com’è morta eh! Ci vuol molto a morire? Una stretta al collo, un trabocchetto— intendete? un trabocchetto sotto ai piedi, e— buona notte. Vi pare, che di queste cose potesse aver penuria il marchese Ruggiero?»
«Povera Maria, com’ebbe a morire!»
«Dicono,» osservava qualche altro, «aveva un intrighetto col Marchese, e per levarsi addosso il marito—»
«Oh! le male lingue,» così una buona donna che sembrava più al fatto della verità delle cose, alzandosi dalla sedia. «L’era una santa. Il Marchese è stato causa, che, trovandola sorda al suo amorazzo, fece morire il marito per via della vecchia col solito aceto.»
«Oh traditore! Oh scellerato! E perché non s’impicca il Marchese?» gridava più d’uno.
«Eh! la forca è pei poveri,» ripigliava l’amico dalla larga parrucca. «Ma Dio ha il braccio lungo, e il marchese Ruggiero fu giunto anch’esso.»
«Come come?» chiedevano gli astanti facendogli cerchio attorno?
«Da prima fu posto in castello, giacché lo gridavano autore di tanto misfatto; ma quando si venne alle prove, niente; perché l’oro aveva chiusa la bocca a tutti; la vecchia madre di Francesco era morta, e il gran Caracciolo partitio. Sicché ottenne di esser libero, ma bisognò lasciar Palermo dov’era guardato peggio che l’orso. I viaggi, le contrarietà, e meglio i suoi vizi consumarono il ricco patrimonio, e restò povero e pazzo. Un giorno essendo a cavallo cadde con esso rovescione, ed ebbe di grazia a rompersi una gamba. Ora giace in un letto oppresso da’ rimorsi e da’ dolori.»
«Chi la fa l’aspetti,» gridavano qua e là con aria di sdegno. «Il sangue dell’innocente vuole vendetta.»
«Ma non senti i rintocchi della campana? Non vedi la folla che sale?»
«Ohè guarda guarda, viene la strega!»
Allora tutti ristanno da’ loro discorsi, e si rivolgono in giù per Toledo, donde veniva il ferale convoglio. Compariva dapprima uno stendardo rosso, dove leggevasi a grossi caratteri gialli -- Discite iustitiam populi -- terribili parole che annunziavano la scena che doveva rappresentarsi. Poi veniva una squadra di soldati a cavallo vestiti di rosso, ch’eran quelli della compagnia d’arme reale. Seguivano su cavalli abbrunati gli algozili (sorta di araldi della gran Corte di giustizia) abbigliati in nero, portando lunghe verghe di ebano; appresso a due a due uno stuolo di cavalieri involti in una tunica di tela bianca col cappuccio forato alla vista, con mantello di panno, e cappello di feltro anche bianchi, detti per questo la compagnia dei Bianchi (11) <avvenote.htm>, il cui filantropico istituto era di prender cura del sentenziato, e confortarlo negli ultimi tre giorni della sua vita.
Ma gli occhi di tutti si rivolgevano sopra una vecchia, con un cencio alla testa, brutta più del demonio, che veniva sopra una mula tirata dal boia. A’ suoi fianchi erano due de’ cavalieri a compiere a vicenda l’ultimo uffizio del conforto, da cui la perversa donna riluttante ad ogni idea di pentimento rifuggiva sdegnosa, come serpe calcata. Nel suo viso impassibile, nel suo torvo sguardo, che con insultante cipiglio volgeva sui circostanti, appariva non già il rimorso, non il timore, quantunque ella fosse a un palmo dalla fossa, ma dispetto, rabbia, furore: i mezzi a lei mancavano non il volere maligno, che avevala animata in tutto il corso di sua mala vita, e che più vivo sentiva vicino il patibolo.
Com’ella avanzava, così si apriva l’onda del popolo, rabbrividito al solo mirarla, e temendo quasi di succhiar l’alito suo avvelenato. Dietro veniva co’ piedi scalzi, la testa rasa, e le braccia avvinte al tergo, una donnaccia cenciosa e insolente, quella Pitarra che sappiamo, compagna già de’ suoi delitti, ed ora testimone della sua pena. Chiudeva il convoglio una mano di sgherri, barriera al gran codazzo di popolo da cui partivano scrosci di riso, e voci d’imprecazione.
Un volume fu deposto a piè della forca, che conteneva le mille ed una colpa della vecchia maliarda, e due bocce di aceto avvelenato. La vecchia a ritroso saliva le scale, e come vide porsi al collo il laccio fatale, gittò un acuto strido, che fece tremare gli astanti, alzò le pugna e il viso in atto minaccievole, diede un salto indietro, tentò gli ultimi sforzi per liberarsi della corda, che la strozzava, agitando e braccia e gambe come una furia: ma non fece che vieppiù stringere il cappio; e, perduto il sostegno della scala, fatta peso a se stessa, dopo un lungo spingare, mandò fuori l’anima sciagurata.
La moltitudine arretrossi atterrita, temendo che non venisse a piombar giù dal patibolo, e levò uno scoppio spaventevole di urli, di maledizioni, di scherno.
Questa fine ebbe Anna Bonanno la Vecchia dell’aceto.




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