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Vincenzo Linares
L'AVVELENATRICE
Parte Prima
In un mattino di marzo del 1780 spuntava il sole vago e splendente di tutta
luce da Capo Zafferano, quasi a illuminare un giorno di contento. Palermo pareva
animata da insolita gioia, e brulicava di gente per ogni lato. Non imponente
apparecchio di soldatesche, non istrani o crudeli spettacoli eccitavano il
pubblico rumore: l’Inquisizione non eseguiva da qualche tempo i suoi tremendi
atti di fede: né più si dilettavano i cavalieri di tornei e di giostre: cose
tutte che solevano chiamare il popolo per le piazze e nelle strade.
La moltitudine traeva a vedere il lieto spettacolo, che s’avanzava per Toledo
verso il Duomo. Preceduto da alcuni coperti da cappe rosse e gialle, che
spargevano un nembo di fiori, compariva lo stendardo di Santa Maria della
Pietà; seguiva uno stuolo di preti con cotte bianche; accompagnati da molte
coppie di torce, portate da servi in sontuose livree, venivano appresso i sei
Deputati della festa riccamente vestiti. Ma lo sguardo si fermava sopra un folto
coro di vaghe donzelle ornate di bianchi veli, e coronate di fiori, che a due a
due incedevano portando quale un martello o un chiodo, quale un sudario, quale
una corona di spine, e gli altri sagri simboli della Passione.
Un tenero sorriso spuntava sulle labbra dell’una, il rossore tingeva le guance
dell’altra, alcune avevano il volto velato di quel pallore, che dà alla
bellezza un seducente risalto: in tutte si mostrava quell’inscio pudore, che
rende più caro il verginale contegno. Era un bel quadro di varie e pittoresche
figure, nel quale faceva contrasto il bruno, il pallido, e il bianco-roseo delle
guance animate dal foco meridionale, abbellite dalla gioia e dalla mestizia.
Vergognose di tanto popolo che le seguiva, affrettavan l’andare con un incesso
timoroso, che accresceva le grazie proprie dell’età e del sesso. Non tenere
madri stavano a guardia di quel fior d’innocenza, ché il cielo avevale tolte
a quelle figlie della sventura: in quella vece venerande matrone coll’umile
croce della penitenza accompagnavano lo stuolo delle verginette, a lato delle
quali formava barriera alla folla de’ curiosi lunga ala di giovani con bianchi
fazzoletti in mano. Erano i fidanzati, che aspettavano il momento di gridare
«Questa è mia sposa.» Le fanciulle si avvicinavano alla piazza del Duomo.
Se vorranno i lettori farsi un’idea della scena, che si vuol presentare, non
dovranno dare agli uomini di quei dì i nostri tondi cappelli, le nostre teste
rase talora sino alla pelle, il viso irto di peli, gli abitini di panno inglese
o di Francia, giusti giusti, i calzoni lunghi insino ai piedi, i ben adattati
stivaletti; ma obbliare dovranno i tempi nostri, e portarsi colla immaginazione
all’epoca del mio racconto. Altri usi, altre opinioni, altra vita, altre
abitudini. Figuratevi una grande massa di parrucche bianche, nere, rossastre, e
di cappelli a tre punte, borse che caschino sopra le spalle, vestitoni di
velluto o di seta splendenti d’oro e d’argento, corpetti ricamati, brache
affibbiate ai ginocchi, spadini ai fianchi, scarpe luccicanti di berilli: da’
terrazzi e da’ balconi sporgenti le donne co’ volti rimpiccioliti dalle
immense capellature, e le membra seppellite in quei guardinfanti, che parevano
cupole di chiesa. Ogni cosa rammentava ancora la boriosa goffaggine de’
costumi spagnuoli.
Ai tempi nostri voi non potreste in una folla distinguere, né a’ modi né
agli abiti, la differenza delle classi. La civiltà, come ha tolta la barriera
che le separava, così ha reso più semplici e uniformi l’andamento, e le
forme esteriori. Il vestito d’allora però indicava la società del tempo
divisa in due condizioni, una altissima, infima l’altra, nobili e plebei,
uomini e servi; si avveniva ad un’epoca, nella quale il figlio primogenito era
ricco, e gli altri miseri, la forza era giustizia, la miseria dovere, dovere il
servire i nobili, dritto nei nobili il comandare. Da un lato sfarzo, ricchezza,
insultante cipiglio, dall’altro miseria e sommissione. I più eleganti
portavano calzette di maglia venute di Francia insieme colle politiche sue
opinioni, che allora sorde sorde scendevano giù per l’Italia, essendo già
vicina a scoppiare la tremenda tempesta, che sconvolse l’Europa.
Figuratevi dunque questa scena per noi strana e nuova avanti il piano del Duomo;
da un lato il palazzo Arcivescovile co’ suoi pesanti veroni di pietra, dove
vedevansi luccicare gli abiti i più splendenti, perché ivi eransi raunati il
Vicerè e i Grandi di Corte; attorno attorno un’altra frontiera di palazzi
riboccanti di uomini, di donne, e di fanciulli. Dinanzi presentavasi il gotico
edifizio del Duomo con la gran porta di marmo bianco, ornato di rabeschi in
mezzo ai quali si scorgono figure di santi, di svelte colonne alle finestre, di
merli che ne coronano le mura. Quattro campanili s’innalzano arditi al cielo
colla punta acuta; e una ghirlanda di teste di arabi, quasi a rammentare le
vittorie dei principi normanni su di essi, orna l’estremità della parte
posteriore del tempio, che presenta tre semicerchi abbelliti da piccoli
archetti, che s’intersecano. Magnifico edifizio con tutti i guasti del tempo e
dell’uomo, che racchiude le ossa de’ re normanni, svevi e aragonesi,
splendente una volta del diadema reale, ché ivi per antico privilegio soleansi
coronare i nostri monarchi.
Oh quanto è maraviglioso l’aspetto della bellezza! Gli spettatori chi a’
balconi, chi nella strada, chi nell’atrio e nella gradinata del tempio
guardavano ansiosi il drappello delle vergini, che s’avanzava, dando in gridi
di gioia; altri rapiti in estasi deliziosa stavano attenti silenziosi, come l’artista
che guarda un quadro del divino Urbinate. Ma la folla de’ giovani, vera
passione e tormento delle donne, animata da quella emula vaghezza, che la domina
sempre, si aggirava d’intorno divorandole cogli occhi, e scoppiava in quell’esclamazioni
di foco, che suole un bel volto strappare dalla bocca di ognuno, che non abbia l’anima
schiva delle dolci emozioni.
«Guarda com’è vezzosa! Che angelico viso!» sclamava un giovane scuotendo la
testa carica di polvere di cipro.
«Oh! la conosco,» rispondeva il compagno dopo averla ben bene squadrata: «è
promessa a quello zotico che le va allato.»
«E quell’altra,» ripigliava, «che ha le labbra tumidette e mezzo aperte?
Pare che inviti a baciarla in bocca cento volte.»
«Quando poi si dice che Palermo non è più Palermo!» così un altro
entusiasta. «Per Diana! dove trovate voi tanta bellezza? Quel profilo greco!
Quegli occhi più lucenti degli occhi di un’araba! Quel viso più ardito e
voluttuoso di quello d’una castigliana! Oh si vedono per Dio nelle donne di
Sicilia trasfuse tutte le bellezze delle varie genti, che l’han dominato. L’aspetto
di ciascuna ricorda una pagina della nostra storia.»
«Io sceglierei quella bionda,» entrava a dire il vicino disegnando una gracile
della persona.
«Oh! che gusto matto,» gli si rispondeva, «quella è una figura sepolcrale. A
me piacciono le donne grasse, purché la leggiadria del corpo non ne discapiti!
Oh! sì queste hanno incanti per tutti gli occhi, per tutti i capricci.»
«Grasse! grasse! come la moglie del beccaio,» l’interruppe il primo aprendo
la bocca a un riso sgangherato. «La penso diversamente. Io le vo’ leggiere
quanto una piuma, vivaci come fiamme, che guizzino come il pesce. Ohibò la
grassezza è nemica mortale di amore.»
«Che dite!» prorompeva un terzo, «animali che siete! Volete le donne a peso?
Uomini senza gusto! Secche e grasse che siano hanno un incanto, tutte tutte, chi
negli occhi, chi nelle braccia, chi nelle spalle.»
«A quanto pare,» riprese l’amator delle grasse, «tu sei un famelico che
inghiotte ogni vivanda. Veramente enciclopedico! Affè che troveresti anche il
bello in quella coppia seduta colà.»
Allora gli occhi dell’allegra comitiva si rivolsero sopra due lacere donne,
che stavano sulla gradinata del tempio a cicalare, l’una smilza e spolpata che
pareva uno stecco, lunga lunga come un palo; l’altra bruna, tarchiata, con
occhi furbi e maligni, e le spalle che uscivano dai cenci sudice come un muro di
cucina, con un visaccio ove leggi un cuore d’inferno, di quelle insomma che,
vinte dalla negghiezza, ingrassano accattando e insultando impunemente per le
strade.
«Ai tempi miei altro che queste sguaiate!» così la secca non potendo frenare
l’invidia, che la rodeva alla vista di tante fanciulle.
«Mi ricordo, sorella, quand’io era ragazza— anch’io mi ebbi il
fazzoletto.»
«Ah!» sclamava l’altra pitonessa gittando un sospirone, ch’esprimeva tanti
anni di miseria e di cattiva vita.
«Quanti signoroni,» osservava la prima, «vanno loro appresso— oh! non è
cotesto il Marchese Ruggiero, che pare si mangi le donne con gli occhi?»
«Lui proprio!» brontolò la bruna appuntando gli occhi maligni. «E ci voleva
tanto a rompersi la noce, del collo? Piantarmi qui per tre ore!»
«Già lo so, va in pazzia per una giovane di queste, e vorrebbe— Gli è
proprio incontentabile. Quante ne vede, tante ne vuole.»
«Ma i denari, sai li sparge a bizzeffe; e la mia padrona suol dire che
passerebbe per lui sopra il fuoco.»
«Chi! Comare Anna! Anna Bonanno vuoi tu dire la strega, colei che si consiglia
colla versiera? Bello esempio che mi porti; ma ti dico che questo non è giorno
di lunedì, se non prenderai una bolla di sapone. Stai fresca! Il futuro sposo
di lei non è uomo da farsi posare una mosca sul naso.»
«Puff! non mi chiamo Marianna Pitarra,» rispose con un ghigno disprezzo, «se—»
Colei l’interruppe. «Non ti mettere in questi imbrogli, Marianna mia. Te l’ho
detto: questa padrona ti porta al precipizio; ma bada che la giustizia ti ha gli
occhi addosso; e ricorda Tofania, che lasciò la pelle sopra una forca.»
Parte Seconda
Poco dopo eran miseri. Maria timida, tremante ad ogni ora della sua vita,
dell’amor suo; Francesco inquieto furibondo. Ad ogni sguardo un rimprovero, ad
ogni parola una minaccia; era sparita la scambievole fiducia, che forma la base
della pace domestica; l’amore avea ceduto il luogo al sospetto, perché la rea
vecchia della madre aveva stillato nel cuore del figlio tutto il veleno della
gelosia.
«Ve’ quel signoretto che fa la ronda attorno la casa, gli soffiava sempre.
Come tien gli occhi fitti alla finestra, dov’è la buona lana di tua moglie.»
Di fatti l’altiero Marchese era come l’ombra del corpo di Maria. Punto dall’arrogante
cipiglio di Francesco avea giurato di farne solenne vendetta, e quale? Quella di
rapirgli il cuore dell’amata consorte; né lasciava mezzo intentato per venire
a capo del reo disegno, ad onta che Maria gli opponesse una virtù senza
esempio. Rotto a ogni libidine, spregiatore di ogni legge aveva mai sempre ne’
volubili suoi capricci visto la bellezza cedere alle lusinghe dell’oro, della
vanità, del potere. Come rassegnarsi ora alla resistenza d’una donnicciuola,
che un solo suo cenno poteva render felice, e sollevarla dallo stato suo
abbietto? L’uomo, che nuota negli agi come ne’ vizi, crede tutto piano ai
suoi capricci: la virtù per questi esseri depravati è un nome vano, un
pregiudizio. Pensi ognuno la sua rabbia nel veder ricusate le generose offerte.
Fece molti proposti l’uno più violento dell’altro, rapire la donna, romper
le spalle al marito, o mandarlo in luogo sì lontano che più di lui non si
sapesse novella. Non era cosa nuova a quei tempi. La giustizia aveva braccia
troppo deboli, abbattuta da una potenza più forte, quella de’ Baroni. Non
erano è vero quei di prima; avevano nondimeno tanto potere, che bastava per
conservare parte degli antichi privilegi, e dare sfogo alle insane loro
passioni.
Ma non gli pativa l’animo di venire a tali eccessi per quel naturale orgoglio,
che gli faceva sprezzare una vittoria così facile, dovuta più alla forza che
allo amore. Le ripulse istigavano il desiderio; non era amore, ché amore non
sentono i cuori corrotti; ma una fiamma divoratrice, che gli bruciava l’animo.
Quindi non cessava di offriserle davanti ora sopra un superbio destriero, ora in
una carrozza ad oggetto di abbagliarla colla pompa delle ricchezze; seguivala in
chiesa e per istrada, per lettere e per messi la importunava, e tutti quei mezzi
poneva in opera, che la trista opulenza crede adatti a vincere l’onestà e l’innocenza.
Così trascorsero più anni.
Consideri ognuno la rabbia ed il dolore di Francesco. Alcune volte l’animo suo
esulcerato lo portava a truci pensieri: dall’amore infiammato e dall’oltraggio
più d’una fiata fu sul punto di rompere il freno: avrebbe voluto disfarsi del
suo nemico; ma come e con quai mezzi? Egli povero operaio non poteva venire a
tenzone con un potente marchese, e il tradimento non era fatto per lui.
"Dunque," pensava, "dobbiamo essere schiavi di questi tirannetti?
Servire a’ loro capricci? Curvarci a’ loro scellerati voleri? Tutto deve
essere per loro, solo miserie e disprezzi per noi."
Altre volte voleva implorare la mano della giustizia. Giustizia! e dove era
allora? Tribunali di eccezione, giudici a taglie ed a tempo, fiscali procuratori
che ingrassavansi nelle liti, prammatiche sopra prammatiche, formule sopra
formule, atti provvisionali sopra atti l’uno in opposizione dell’altro,
inquisizioni segrete, inique condanne, torture, arbitri, soprusi; erano la
giustizia di quei tempi.
"Andrò dunque," pensò alla fine, "a gittarmi a’ piedi del
Vicerè, chiederò la sua protezione contro il potente, che vuole portare il
disonore nella casa del povero."
Tutti sapevano come il vicerè Caracciolo, qui venuto nel 1781, avesse l’animo
volto a fiaccare la potenza baronale, e di buon grado accettasse occasioni di
giustificare l’aperta persecuzione che dava ai baroni. Questa idea dunque
surse spontanea nella mente di Francesco, e si fece gradita e durevole, e in
essa ripose ogni speranza. Non facil cosa era in quel tempo ottenere udienza da
lui, sempre affaccendato in ordinare, o stretto a consiglio; difficile poi
oltremodo manifestargli liberamente i propri sensi, non solo pel rispetto che
ispirava l’eminente suo grado, ma per la impetuosità del suo naturale.
Nondimeno tanto fece e tanto disse, che si trovò tutto solo e tremante nella
gran sala destinata all’udienza.
Le udienze de’ nostri Vicerè sono state in ogni tempo un imponente spettacolo
sì per la sua grandiosità delle sale, che ricordano i fasti della nostra
Monarchia, come per l’immensità del potere, che vi si raduna. Quelle del
Caracciolo erano più maestose, più solenni, e riuscivano drammatiche talvolta
atteso il fuoco a cui si abbandonava, essendo l’indole assai iraconda. Ivi
spiegava tutta la nobiltà del suo animo, e quell’ardore del ben pubblico, da
cui era investito. Colà era ammesso il povero come il ricco, il nobile come il
plebeo, dapoich’egli cercava sempre di togliere la barriera, che separava le
classi.
Domenico Caracciolo marchese di Villamania discendeva da primarie famiglie
napoletane. Pria di venire alla vicereggenza di Sicilia fu ambasciatore della R.
Corte di Napoli in Inghilterra ed in Francia. Fu uomo di alta mente, di fermo
proposito, vegliante alle pubbliche bisogne, caldo novatore, qualche volta
imprudente; ma quanto di bene si ebbe in Sicilia a quei tempi da lui riconoscere
si debbe. Educato alla scuola degli Enci-clopedisti di Francia, amico del
Galeani e dell’Alfieri, pieno la mente de’ liberali principi del secolo fece
guerra ai pregiudizi e agli abusi: e si videro allora i magistrati andare in
cerca di diritti proibitivi, di meri e misti imperi; e per la via tortuosa de’
tribunali, e quasi per assalto abbattuti i privilegi e l’esenzioni. Lieta n’era
Sicilia stanca già del lungo feudale dominio, ansiosa di pubbliche riforme; e
Caracciolo, seguendo il proprio e il generale impulso, facevasi scudo degli
aiuti e della sapienza de’ nostri; promuoveva i buoni studi, fondava cattedre
di pubblico diritto, con la voce e con gli scritti d’ingegni spingeva all’economiche
discipline, proclamava il bene pubblico, dava moto alla grande opera da’ tempi
richiesta, la quale, se non fece grandi progressi a causa de’ rivolgimenti,
che avvennero per la rivoluzione francese, nondimeno bastò per allora a
spargere i buoni semi, che poi qui non poco fruttificarono.
Caracciolo può dirsi l’espressione di un voto comune; e se i tempi il
precessero, niuno potrà negargli il merito di avere il primo fra noi scosso il
giogo del feudalismo. Nondimeno pochi amici si ebbe odii assai. Aspro era di sua
natura, di sospetti pieno, di sdegni compreso, all’ira e a vendetta pronto;
degli usi nostri, delle feste, sino del parlar nostro aere motteggiatore
mostrava un’intolleranza religiosa, che offendeva la santità del culto, e le
più rispettate popolari credenze; faceva guerra ai baroni non che al baronismo.
Brusco ne’ modi nulla avea negli atti e nella persona che ispirasse amore, i
popoli venivano tremanti al suo cospetto; ma certi di averne la dovuta
giustizia; i nobili frementi inchinavano questo tremendo loro persecutore.
L’ora dell’udienza suona; gli alabardieri, col cappello a tre punte, si
piantano immobili come statue agli angoli delle porte, le persone ammesse
levansi ritte, e si pongono a cerchio nell’ampie sale. Si fa avanti un usciere
vestito tutto di nero, e grida: «Sua Eccellenza il Vicerè.»
Ed ecco uscirne un uomo alto della persona, risoluto negli atti, tremendo all’incesso,
con abito gallonato, e una fascia d’onore che gli pende dal petto. Il naso ha
adunco, il mento sporto all’infuori, l’abito negletto; nella larga sua
fronte sta l’impronta del genio, e i tratti duri e rilevati del volto indicano
la tempra di un’anima indomabile e forte.
Primo gli s’inchina un vecchio venerando, ed espone con parole sommesse la sua
dimanda.
«Voi avete il torto, signor Presidente,» a voce alta e fremente di rabbia
sclamò il Caracciolo, interrompendolo a mezzo del suo discorso, «voi che avete
permesso un oltraggio a’ vostri canuti capelli, e alla veste che indossate.
Quando quella impertinente duchessa incontrandovi per istrada v’intimò di
cedere il passo, allora dovevate farle sentire la carica, e il rispetto che si
deve all’età vostra; e trovando resistenza far chiamare una mano di birri per
arrestarla. Avete fatto male, signor Presidente, a cedere il passo. Olà,
guardie, che la duchessa si pre-senti in castello sino a nuovo mio ordine.»
E tirò avanti.
«Un’altra prepotenza,» sclamò senza tanti preamboli e con voce alterata uno
degli astanti, che agli abiti ed ai modi pareva ragguardevole persona. «La mia
casa è stata presa, come in assalto, da una squadra di soldati a cavallo; e ne
sono stato cacciato villanamente, quantunque mi fossi annunziato pel padrone. Ad
altri tempi— oh! non avrebbero avuto l’ardire di mettere un piede nella mia
casa. Questi sono atti di violenza. Io ne chiedo soddisfazione.»
Il Caracciolo soleva ruggire come un lione quando trattavasi di violenze, e il
fatto ne aveva tutta l’apparenza. Nondimeno freddamente rispose.
«Una squadra di soldati nella vostra abitazione? Un simile affronto a voi,
nobile Marchese? Ma in qual luogo è mai questa vostra casa?»
«Ai Colli, proprio in quella parte, che guarda Sfer-racavallo.»
«Seppure non l’avete fatto fabbricare in una notte dagli spiriti folletti,
veramente io non so che la vostra nobile famiglia abbia la casa nel luogo che
voi dite.»
«Non sono due anni, io l’ho fatta costruire nel più magnifico modo, e mi
costa non meno di dieci mila once.»
«Dieci mila once, per Dio, sono una bella somma!» con tuono di sorpresa mista
di scherno ripigliava il Caracciolo, «ma in confidenza, marchese mio, avete
pa-gato questo denaro? Perché per dire che la casa sia vostra, bisogna che—
voi capite, e mi si fa credere—»
«Veramente— i tempi sono scarsi— finora non ho potuto—» un po’ confuso
rispondeva il marchese; «ma questo non porta che la casa non sia mia—»
«Non sarà vostra,» in modo severo proruppe il Caracciolo, «finché non
pagate fino all’ultimo obolo l’architetto, il falegname, il muratore, i
quali hanno impiegato le loro sostanze, e l’opera loro per fondar quella cosa.
E quando sarà vostra penseremo a far partire i soldati. Or via, sgombrate.»
Il Marchese pien di rossore ne andò via a trovare i suoi creditori.
Allora si presenta un grosso prete, la cui faccia esprimeva l’abbondanza e l’ozio
beato, e fatti più inchini profondi: «Eccellenza!» dice assumendo un’attitudine
oratoria. «Per antica consuetudine i canonici della collegiata del mio paese,
in occasione di solenni funzioni devono uno per uno essere incensati tre volte
col turibolo. Il nuovo arciprete con iscandalo di tutti i buoni intende togliere
quest’onorevole privilegio al clero del mio paese, mentre vi sono bolle, vi
sono prammatiche, che tanti secoli hanno approvato. Una forte lite è stata
intentata, spese enormi si son fatte, siamo stati di tribunale in tribunale,
abbiamo ottenuto centinaia di atti provvisionali l’uno contradittorio coll’altro,
né saremo mai per cedere un palmo di terreno ad onta di rovinare le nostre
case. Ora si spera dalla munificenza e dal sublime ingegno di V. E. la fine di
questa interessantissima quistione.»
La testa del Caracciolo a quella scappata eloquente aveva preso un aspetto il
più caratteristico, gonfio com’egli era un po’ dallo sdegno, un po’ dal
riso.
«Or bene,» poi disse frenandosi a stento. «Non sono tre le incensate, che
spettano agl’illustrissimi signori canonici del vostro paese? Ebbene eccovene
una, due, tre, anche quattro se volete,» e si pose agitandosi violentemente a
fare col braccio il manichetto sul muso del povero canonico. L’affare divenne
una ridicola farsa, gli astanti scoppiarono a ridere, e il prete non seppe far
meglio che svignarsela.
Il buon umore si dipingeva sul volto del Caracciolo, quando un po’ rimesso
dall’agitazione, che gli cagionarono que’ modi grotteschi. Tal’era il
carattere di lui impetuoso nell’ira come nello scherzo; l’anima sua si
lanciava sempre coi tratti i più arditi e violenti.
Un uomo gli presenta una carta, dov’era disegnata la pianta del teatro.
«Bene, vedremo. Fo pensiero che fuori Porta Macqueda potrebbe innalzarsi un
sontuoso teatro. Palermo ne manca. -- Architetto mio,» battendo la spalla a un
altro che gli si avvicinava: «il Camposanto fra breve voglio averlo finito.
Almeno se non avete un palmo di terreno per vivere, giacché tutto è dei
Baroni, l’avrete per esser sepolti. So che in Palermo si sparla perché io l’abbia
situato presso la chiesa di Santo Spirito, dov’ebbero principio i vesperi
contro i francesi. Tutto è opposizione in questo benedetto paese. Non volevano
il lastrico di Toledo, volevano l’Inquisizione. Il povero popolo non sa quel
che fa, e i grandi anche meno. È bisogna fare il bene, checché essi dicano. Io
non li amo, né li temo; ma se oggi mi odiano, un dì forse benediranno alla mia
memoria. -- A me quel foglio (glielo consegnava uno degli astanti): è la pianta
della piazza del Mercato, che deve essere al più presto fornita. Vo’ che
prenda il mio nome e si chiami Piazza Caracciolo. Palermo deve ricordarsi una
volta del bene, che gli ho fatto.»
Si avvicinava già al luogo dov’era il nostro Francesco, timido e dimesso;
pochi momenti e sarà al cospetto di colui, che riguardava come un angelo
protettore; rivolgeva fra le mani la carta che conteneva in poche righe lo stato
suo infelice, le persecuzioni avute, i pericoli che li minacciavano, e ripensava
in sua mente le parole da indirizzargli, che più atte fossero a commuoverlo in
suo favore. Già Caracciolo gli è innanzi col suo imponente aspetto; Francesco
tremante gli consegna il foglio di sua dimanda, e, piegata la fronte in umile
atto, già apre la bocca alla preghiera. In questa si fanno innanzi tre o
quattro degli astanti impazienti di attendere. Alle fasce di onore, alle insegne
che loro decoravano il petto, ognuno avrebbe detto: questi sono potenti Baroni.
Ma Caracciolo in vederli s’annuvolò, abbassò gli occhi nell’attitudine
dell’impero. Un di essi prese la parola dopo aver fatto un leggiero inchino.
«Eccellenza! io parlo in nome mio e de’ miei nobili compagni. I nostri
antenati ottennero grandi privilegi per aver cooperato alla conquista del Regno,
e pel sangue sparso in pro della corona. Chi non conosce i privilegi de’
Baroni? Epperò si vuole ora privarcene, e si pretende l’esibizione di titoli
e di atti, che non esistono. Eccellenza, il possesso di secoli non vi pare un
titolo incontrastabile e giusto? Si pretende agguargliarci al popolo nella
distribuzione de’ donativi, farsi l’allibra-mento delle proprietà, onde
ognuno sopporti le pubbliche gravezze, a tenore della possidenza. Ciò
porterebbe l’abolizione dei nostri privilegi, e dell’esenzioni senza por
mente che essi non sono punto a titolo gratuito, ma bensì un contraccambio e un
compenso di certi obblighi speciali, che abbiamo verso la corona, massime in
tempo di guerra. Si vuole abolire il mero e misto imperio, liberare i feudi
dagli obblighi loro; annullare i comandanti, non che tutti i diritti proibitivi
di caccia, di forni, di fattoi, di pedaggi, di dogane interne, di pagamenti
detti di terraggio e terraggiuolo, togliere i poteri e le giurisdizioni, che
abbiamo da tempo immemorabile, esentare i vassalli dal lavorare i nostri
terreni. C’inva-lidano i mezzi (5)
<avvenote.htm> di esazione nella riscossione dei proventi
territoriali e de’ livelli: ei proibiscono d’ingerirci nell’amministrazione
delle università baronali: i vassalli più non ci temono, i magistrati ci
perseguitano. Il lustro ed il decoro della Deputazione del Regno è stato mai
sempre dai Baroni sostenuto: ora dobbiamo ivi accomunarci colla vil plebe (6)
<avvenote.htm>. Questo è lo stesso che distruggere la siliana
costituzione. Marchese Caracciolo! a voi che siete un de’ primi Baroni non
occorre rammentare i diritti nostri e le nostre ragioni. Voi siete giusto, né
per-metterete che ci sia tolto ciò che i padri nostri acquistarono a prezzo del
loro sangue, ciò che la consuetudine e i secoli hanno confermato, e che in ogni
caso sapremo con tutti i mezzi difendere.»
Com’egli parlava, così il volto del Caracciolo infiammavasi, le sue labbra
erano convulse, agitava violentemente il foglio di Francesco, e le altre carte
che aveva nelle mani. Pur finalmente l’interruppe.
«Ma voi, principi, duchi, marchesi, conti, e baroni, dov’è, dov’è la
ragione di tutte coteste pretensioni? Dove? se non nelle soperchierie e negli
abusi, che tanto han degradato la specie umana? Chi vi ha dato l’impero delle
cose e degli uomini? I popoli si unirono in società, non per cedere, ma per
conservare i loro diritti: e’ non dissero, né potevan dire: "Rinunziamo
all’umana natura, vogliamo essere bestie," dissero bensì uniamoci per
meglio difenderci le vite, e le sostanze nostre. E voi avete posto il freno alla
bocca, le catene al corpo. Così la terra è cosa vostra; vostra l’aria ch’ei
respirano, le braccia loro son vostre, vostri i loro pensieri. Ma non siete voi
uomini, com’essi sono? Sciagurati! Guardate i vostri simili, che, vinti dalla
miseria, vengono scalzi e cenciosi a gridare pane sulle soglie dei vostri dorati
palagi. Guardateli, e vergognatevi dell’opera vostra. Il popolo di Palermo
paga la decima parte di tutte le imposizioni, i demaniali pagano a metà co’
Baroni, mentre i soli Baroni posseggono più dei tre quarti dell’Isola. I dazi
debbonsi pagare da tutti, a tenore delle proprie sostanze. Voi parlate della
siciliana costituzione! L’augusto Federigo, la stabilì sulla perfetta
uguaglianza de’ tre stati. Voi intanto potentissimi veggo, potenti gli
ecclesiastici, gretti e meschini i demaniali. Devesi dunque mai sempre camminare
alla cieca? Alla cieca opprimere? Oh! i tempi sono cambiati, le opinioni son ben
altre. Tremate, la civiltà va avanzando a passi di gigante; la vostra ora è
sonata.»
La faccia del Caracciolo pareva animata da un fuoco divino, i suoi occhi
gittavano fiamme, la sua voce era di tuono A un tratto voltò bruscamente le
spalle, e ne andò via nelle stanze interne a passi gravi e misurati.
Poco dopo l’usciere a voce alta: «L’udienza è finita.»
Parte Terza
Nel giorno stesso, in cui Francesco ne stava alla udienza, Maria piangendo
deplorava lo stato infelice, a cui vedevalo ridotto, e rivolgeva nella mente i
modi più acconci per ricondurlo all’amore. Vana era tornata ogni preghiera,
inutili i giuramenti, sprezzate le lagrime. Il geloso conosceva il suo torto, e
non che emendarsene indi tornava ad inviperire; non che farle merito della
pazienza, onde la meschina tollerava, ne traeva argomento di nuovi sospetti.
Francesco era uscito di buon mattino fosco e pensieroso, non era tornato a casa
in quel giorno; nuovi timori, nuovi tormenti. Il sole tinto di un funesto
vermiglio si accostava all’occaso, quasi vampa di foco; usciva una notte tetra
e nubilosa. Oh! come lo spettacolo della natura stringe l’anima, allorché
questa è oppressa dalle angosce mortali.
Maria stava da qualche ora in estasi dolorosa, appoggiata alla finestra, la
mente agitata da mille pensieri. Oh quante fiate aveva esclamato fra singulti:
«Dio mio! questo è troppo gran tormento pel mio povero cuore!» Quante fiate
avea pregato scoppiando in lagrime: «Signore, allontana da me il calice amaro
della vita.»
All’improvviso un riso stentato appare sulle sue labbra, una ruga leggiera
solca la sua fronte, quasi raggio di speranza comparso, e preparasi ad uscire.
Il suo vestire ordinario, ch’era quello di una giovinetta d’umile
condizione, non aveva bisogno di molti preparativi. Si fa il segno della croce,
lancia un guardo lagrimoso sull’effigie della Vergine santa, a piè della
quale Francesco le aveva giurato amore, ed esce avvolta in una semplice
mantiglia.
Valicata la soglia, s’arresta dubbiosa come se fosse combattuta da opposti
pensieri pur finalmente si fa avanti. Al puntone della strada stava, come un
cariatide, piantata una donnaccia cenciosa, la quale come la vede: «Oh! sei
venuta alla fine, bella Maria,» le dice andandole all’incontro, la prende per
la mano, e l’introduce in una casa solinga.
La scala, che salivano, era ripida e rotta in più parti, con un palco
ingraticolato. L’interno della casa aveva un aspetto di caverna: la
cameraccia, che già scoprivasi, non era mattonata, aveva il tetto affumicato, e
coperto di tela di ragno. Si vedevano qua e là poche seggiole rotte, che si
ricordavano dell’entrata di Carlo III, e un enorme divano che per l’età,
perduto il drappo che lo copriva, mostrava le costole di legno. In mezzo sorgeva
una tavola di faggio oppressa dal peso di vasi e di piatti, sui quali posava
piccola lucerna di creta; e sopra alcune rastrelliere a piuoli, attaccate alla
muraglia, poste erano in parata pentole bocce bottiglie nere appestate, da cui
usciva un puzzo infernale, e che davano al luogo l’idea del gabinetto di un
vecchio alchimista del secolo duodecimo.
Accovacciata presso un vaso di creta, ripieno di fuoco, stava una vecchia logora
dagli anni, la padrona del luogo, duramente appoggiando i gomiti alle cosce, e
al dòsso delle mani la guancia. L’età sua pareva quasi cadere col secolo,
che allora era giunto agli 86, di sembianze orride, del colore di rame, con
occhi incavernati e rossi come bragia, il mento sporgente ed aguzzo, aguzzo il
naso, che toccava il quando stringeva le labbra. Dalla bocca si partivano come
raggi le grinze del volto, che divergevano, e poi si fermavano agli occhi,
allorché essa apriva le labbra e convelleva il volto osceno: e allora scuopriva
una caverna e gran parte di gengive, siccome appare la scimmia quando schiude la
bocca. Le spalle teneva incurvate, oppresse al certo dal pondo invisibile de’
suoi delitti. Un cencio le copriva la testa, sotto il quale cadevano
scompigliati sulla fronte i grigi e rari capelli; una lacera veste fatta più
nera dal sudiciume, avvolgeva le sue membra rachitiche, dove si vedevano le
tracce della tortura. Quel foco sinistro, che a quando a quando animava il suo
sguardo senza colore, mostrava una anima perversa non doma da’ disagi di una
mala vita. I pittori sogliono immaginare simili teste, quando voglion dipingere
in fondo scuro qualche diabolica figura. Ella aveva dovuto vender se stessa alla
voluttà ed al capriccio; ora ridotta all’impotenza, non le restava che il
barbaro diletto di godere degli sguardi smarriti de’ miseri, che il bisogno, o
il delitto conducevano nel suo orrido soggiorno.
Divulgata era nel secolo scorso l’opinione, che alcuni vi fossero aiutati
dagli spiriti d’inferno, che una virtù si avessero di frenare il corso
indomabile degli eventi di cambiar l’ordine naturale delle cose. Tali erano le
streghe, le maliarde, le fattucchiere. E tanta era la debolezza di quei tempi,
che non solo germogliava nelle teste volgari, ma uomini elevati di grado e di
mente sog-giacavano a simile stoltezza. V’erano leggi contro i maliardi,
formule per iscongiurarli, roghi e torture per punirli. Ma quando l’opinione
è generale, la persecuzione fomenta l’errore e lo ingrandisce, perché gli
dà appunto quel che gli manca, il credo. Le streghe infatti pullulavano da
pertutto, e le altre superstizioni, tramandate dalla credulità, alimentate dall’ignoranza,
confermate dalle leggi e da’ precessi giudiziali.
Venuto fra noi il Caracciolo, cercò di abbattere i pregiudizi e gli abusi.
Tutti sanno ch’egli, come preparò la rovina del feudalesimo, così rivolse i
suoi primi sforzi contro l’Inquisizione, come quella che dominando le opinioni
influiva a perpetuare gli errori. Bensì è da dire che trovò gli animi pronti
alla riforma, in molto discredito essendo venuto il tribunale di sangue: gli
atti di fede erano posti in dimenticanza, i ministri o derisi o non curati, le
carceri trovavansi sgombre. I buoni studi, illuminando le menti, avevan portato
una luce, che a civiltà doveva condurre; talché quantunque tuttora ritenevansi
i sistemi antichi, e gli antichi abusi, pure biasimavansi da lutti, e se ne
bramava l’annullamento. La rivoluzione intellettuale qui camminava a gran
passi. Caracciolo, dando l’ultimo moto al generale impulso, cominciò col
lasciar vote le cariche vacanti; e perché di ciò faceva il supremo inquisitor
Ventimiglia continuate proteste, richiese ed ottenne dal governo di Napoli la
soppressione dell’abborrito Tribunale. Era appena scorso l’anno del suo
arrivo in Palermo, e a’ 27 marzo dol 1782 (7)
<avvenote.htm> volle eseguire egli stesso con somma
consolazione de’ popoli l’atto solenne, con ogni apparato di magnificenza,
facendo distruggere e cancellare financo gli stemmi, perché non ne rimanesse
memoria.
Come se il potere avesse alimentato l’errore, caduta l’Inquisizione caddero
con gli eretici gli stregoni, ma non si arrivò a sradicare le opinioni, ché a
ciò ottenere biso-gnava un più lungo corso di tempo, e che la civiltà si
spandesse in tutte le classi del popolo. Anna Bonanno, la vecchia che vi abbiam
detto, e che rimase ad esercitare il suo potere sulle opinioni, ne fu pruova.
Ella aveva saputo mai sempre sfuggire agli artigli della Inquisizione, atteso il
mistero, che avvolgeva le sue azioni, e le relazioni de’ Grandi, a cui
prestava l’opera sua. Ma ciò che gli altri facevano col terrore, essa
eseguivalo con benignità fraudolenta: ed era il consigliere di tutti gl’innamorati
e le innamorate del paese, tutti i giuocatori, di coloro che volevano
intraprendere un viaggio. Colla scusa di portar pace nelle famiglie, aveva adito
dovunque; il che forse contribuiva a conciliarle la pubblica adesione, e a
render frequentato il luogo di sua dimora.
Chi fosse venuto di giorno in quel covile, avrebbe trovato donne piangenti,
miseri lavoranti che si toglievano dalla bocca un pane sudato per farne dono all’iniqua,
e impetrare da lei quella pace che avevano perduto. Ma di notte prendeva un’orribile
aspetto. A quest’ora maledetta vedevansi degli occhi di foco, delle facce
agitate dal delitto, degli sguardi sinistri. Allora veniva protetta dalle ombre
la vecchia lussuriosa, che aveva perduto il suo giovane amante, il vecchio
impotente che cercava un rimedio all’amore, il dissoluto che voleva tender
reti all’onore di una fanciulla, il marito che vo-leva disfarsi della moglie.
Il ricco, il nobile non isdegnava di sedersi sul logoro divano; un mantello di
scarlatto si vedeva pendere alle volte da una sudicia panca. Quelle mura
raccoglievano la miseria come la ricchezza, il delitto come l’innocenza,
testimoni d’infami disegni, di orrende imprecazioni, e di dolori inauditi.
Gente di ogni classe visitava quel luogo più micidiale degli scogli di Leucade,
ne’ quali gl’innamorati incontravano una fine lagrimosa, ma non trascinavano
una vita di angosce, ch’è peggio della morte.
Il marchese Ruggiero frequentava l’orrendo covile, ed aveva segreti colloqui
colla maliarda, specialmente dal giorno in cui avvenne la Festa, che abbiam
descritto. Disgraziatamente i malvagi si ridono spesso della credulità de’
buoni, e si avvalgono dei pregiudizi a spese della povera umanità. Era infatti
la maliarda esecutrice de’ pravi disegni del Marchese, essendoché i malvagi
si affratellano mai sempre, e dansi aiuto scambievole; e a lei aveva affidato la
conquista della povera Maria.
La casa maledetta era poco discosta da quella di Maria; una vile mezzana di nome
Marianna Pitarra, la rea donna che abbiam veduto in dimestichezza col Marchese
il giorno della Festa, le fu posta addosso, la quale segretamente circondolla
con tutte le seduzioni, magnificandole i miracoli della vecchia, e facendogliela
suppore quale unico mezzo di uscire da tanti guai.
Che Maria poi credesse, e temesse le cose, che di questa le contavano, è facile
a supporsi, essendo di anima timida, e pronta a piegarsi come cera alla
raffinata malizia. Ella provato avea mai sempre terrore al solo racconto di
malie e di versiere, né avrebbe giammai sospettato di aver bisogno de’
consigli della vecchia strega. Però ognuno consideri quale combattimento ebbe l’afflitta
a provare per vincere il naturale ribrezzo, e mettersi nelle braccia di una
donna, che aveva sempre formato il suo spavento.
Nel punto in cui Maria vi si conduceva, quivi trovavansi due o tre vecchie
attorno il fuoco coi loro visi impassibili come quelli delle mummie. Una giovane
ben vestita, co’ capelli neri, la tinta ulivastra, ora appoggiata col gomito
alla punta della tavola: faceva mostra d’una bellezza appassita non so se dal
vizio, o dal dolore, e pa-reva aspettasse un amante perduto.
Al momento, in cui entrò Maria; tutti provarono un sentimento di sorpresa misto
di pietà. Nel suo sguardo era il dolore di un’anima soffrente, un’angoscia
tale che faceva pena a vederla. Ella si presentò come la colomba smarrita nella
sua strada, e gli astanti presi da compassione all’aspetto di una bella
giovane, che si offriva in quel luogo di corruzione, colle loro mute attitudini
parevano dirle: "Uscite".
Quanto a Maria al mirare quella scena infernale chiuse gli occhi atterrita, le
sue labbra sbianchirono, diè un passo indietro quasi pentita di essersi tanto
inoltrata; poi spinta dalla passione si fece avanti come reo presso il suo
giudice.
«Venite, venite: ella vi aspetta. Voi troverete una madre,» diceva la fante,
giacché il lettore può essersi accorto ch’era Marianna Pitarra.
Gli occhi cisposi della vecchia si spalancarono per vedere quel fior di
bellezza. A un suo cenno gli astanti sgombrarono la stanza, e rimasta sola colla
giovane le fece atto di sedersi. Maria pose sulla tavola due monete, espose l’infelice
suo stato, il cambiato cuore del suo Francesco e richiese aiuto.
«Voi mamma Anna, voi sola potete sollevarmi dallo stato infelice in cui mi
trovo; le mie lagrime a nulla han giovato. Oh Dio! che vita è mai questa che
passo! Deh! fate tornare la pace al mio cuore.»
Queste parole ella diceva con l’affetto, con cui una vergine s’inginocchia
avanti l’immagine di Nostra Donna. La vecchia stette alcuni minuti a guardarla
dal capo alle piante. Era un bel contrapposto a vedere quella buona giovane
tremante, cogli occhi velati dalle grandi palpebre, la fronte spirante l’incanto
dell’innocenza, e gli spasimi del dolore rimpetto la testa rugosa della
maliarda.
«E tornerà,» disse alfine con un riso infernale, «tornerà. Voi altre
figliuole perdete il cervello per nulla. Disgraziate! Che ne avete da questi
mariti rabbiosi! Pugni agli occhi e un bastone alle spalle. Eh! voi non sapete
come va il mondo. Ve l’insegno io il modo di mettere a verso il marito.»
«Spiegatevi, son qui pronta a far tutto quello che vorrete,» riprese la
poveretta con la rassegnazione di una penitente a piè del suo confessore.
«Scioccherella, sai tu perché l’orso ti maltratta? Perché tu spasimi per
lui. Voi altre ragazze senza giudizio guastate i mariti con una condiscenza
senza limiti, con una cieca obbedienza, col seguire tutti i loro capricci. Ih!
che vorrei uscir pazza per un tanghero che mi odia, e forse— Smorza, smorza il
fuoco, figliola mia, e lo vedrai come una pecora.»
«Impossibile, mamma mia, impossibile. Se sapeste quanto io l’amo! E poi il
mio dovere—»
«Ed eccole queste scimunite con l’amore e col dovere che le porta all’ospedale,
o le fa morire sotto il bastone,» con un rantolo proruppe la maliarda infuriata
a quelle dolci parole, come un’ossessa sotto gli esorcismi; ma poi frenando l’impeto,
a cui senza avvedersi era trascorsa, e ricomponendosi aggiunse: «L’amore, il
dovere sono comandati dal cielo; ma bisogna vedere con chi si ha a fare, e non
con certi tristucci, avanzi di galera. Essi vanno in su’ giuochi, alle
bettole, o stanno nelle braccia di qualche baldracca: e voi altre restate a
piangere in un fondo di casa. Dimmi un po’ chi ti assicura che il tuo non
faccia lo stesso? non abbia anch’egli il suo amorazzo?»
«Dite voi il vero?» sclamò d’un suono di voce tremante la giovane, che si
fece di un pallore di morte.
La vecchia, come vide che il colpo la feriva aspramente, ripigliò con un’aria
misteriosa.
«Quando lo dico— è segno che— oh! i miei occhi vedono lungi— ma non
vorrei metter zizzanie— Io porto la pace nelle famiglie.»
«O Vergine santa, che mi tocca a sentire,» scoppiando in lagrime disse Maria.
«Sarà poi vero? Oh me infelice! E allora perché prendersi di me tanta cura!
Perché angustiarsi d’ogni sguardo, d’ogni parola? Oh! impossibile.»
«Ora vedete quanto amore! Sciocca, sciocca! Tu non conosci gli uomini. Nemmeno
Dio lo comanda che tu abbia a intisichire come una pitocca, a passar la vita
sotto il bastone,» ripigliò la vecchia con la voce di un demonio insidioso.
«Senti, figlia mia, che tale posso dirti. Non sarebbe meglio che avessi un
aiuto, dico io un bell’appoggio, che potesse levarti dal pericolo e dalla
fame? Oh! come amerei vederti piena di abiti e di gioie in un bel palazzo, con
molti servi a’ tuoi comandi, riverita, ossequiata, fra i piaceri, gli spassi,
e le ricchezze. Tu potresti con quel visetto— farti di oro.»
«Mamma Anna, che dite mai? queste cose non sono fatte per me,» l’interruppe
Maria, con l’ingenuità di una vergine, non sospettando insidie. «Deh!
ridonatemi il suo amore, se no mi muoio; voi ne possedete l’arte, ve ne
prego.»
Una striscia di collera solcò le livide rughe della vecchia, che vide a quelle
ingenue parole sparire i bei progetti, che aveva in testa, come i castelli in
aria di un dormiente, che si desta nell’atto che si è aperto ai suoi occhi un
tesoro. Sperava ella d’aver fondato la sua fortuna, e il marchese Ruggiero
glielo aveva promesso, nell’acquisto della giovane che a lei pareva agevol
cosa. Il Marchese per altro era uomo da non passarsela così alla buona, e le
aveva non so quali minacce fatte in caso non fosse riuscita nell’impresa.
Ognuno s’immagini dunque la sua rabbia nel vedersi ripulsa da una fanciulla,
ed esposta all’ira di chi molto poteva e voleva a suo danno. Nel moto
convulsivo delle sue labbra apparve tutta l’ira, che avea dentro; ma dotta nel
simulare cambiò tosto quel moto in sogghigno, si ricompose, e con un’occhiata
penetrò fino al fondo dell’anima di quella misera, a meglio convincersi ch’ogni
tentamento tornerebbe vano.
«Bisogna andare al rimedio,» disse fra sé: poi rivolta a Maria: «Ebbene,»
proruppe dopo qualche pausa con cupa voce, «sia fatto ciò che tu brami: ma
giura di fare quel ch’io dico.»
Maria quasi trasportata da una forza prepotente giurò. La vecchia allora invasa
da uno spirito maligno gittò il sudicio cencio della testa, i capelli le si
rizzarono sulla fronte, i suoi occhi balenarono d’una luce sinistra, il suo
volto prese un colore di fiamma, pareva carcame avvivato da un soffio infernale.
Girò per la camera, visitò pentole, vasi, bottiglie, mormorando qualche parola
inarticolata, e facendo atti strani e bizzarri. Pur finalmente fremente di
rabbia vibrò attorno uno sguardo, da cui parve scatutire uno schizzo di fiele:
accese i carboni nel vaso di creta, e vi mise non so quale orribile mistura. Un
nugolo di fumo ingombrò la stanza, e la fiamma sanguigna a quando a quando
guizzando sul suo volto e per la stanza offriva un quadro fantastico del
Rembrand.
Fra l’oscurità vaporosa nulla più vide Maria: soltando udì un fracasso, un
sibilo fremente, e svenne. Quando ebbe ricuperati i sensi voglio lasciar pensare
a voi come restasse nel vedere a lei dinanti scomposti i capelli la vecchia
maledetta, simile al serpente insidioso che i pittori dipingono a lato di Eva
nell’atto di sedurla. Questa le offre una boccetta, e le dice in parole
tronche e misteriose, come in quella fosse un aceto miracoloso non so di quali
cose rare composto, che aveva la virtù di depurare il cuore dell’uomo da ogni
macchia, scioglierlo da ogni illecito nodo, e ricondurlo all’amor della
moglie.
«Questo è al bisogno tuo,» conchiuse in tuono di sibilla, «e ne mescerai all’amico
stasera quanto basti in un’insalata; ma bada che non se ne avveda, né tu ne
prenda una goccia, altrimenti tutto è finito. Poi quando sarà addormito ne
ungerai gli orli del letto, il capezzale, e sulle tempia di lui facendo la
croce, e recitando il rosario. Io aggiungerò quattro parole— va, va,
figliuola mia: tuo marito in breve sarà tranquillo.»
«Dio mio!» diceva la giovane, tra gioiosa e atterrita, stringendo al petto la
boccetta miracolosa. «Posso io sperar tutto questo? Dio solo potrà
ricompensarvi il bene che mi fate.»
La maliarda, che soffriva a veder la gioia innocente, rispose con un ghigno, ch’esprimeva
la muta ironia, l’afferrò pel braccio, la condusse alla porta, le diede un
bacio, che le fece tremare le ossa.
«Va, va, buona figliuola, ci parleremo.»
Come Maria fu discesa, la vecchia aprì una porticina, e ne uscì un cavaliero
sbuffante dalla noia di aspettare, ed ebbro della brama di udir cosa che molto
gli premesse.
«Avete inteso?» disse la vecchia con un riso diabolico. «L’uccello è in
gabbia.»
«Dunque!» sclamò il cavaliero, nella cui faccia aggrondata lampeggiò un
raggio di speranza.
«Or tocca a voi. Andate non c’è tempo da perdere. Io vi do tempo sino a
dimani— anzi stasera—»
Il cavaliero senza curarsi di rispondere gittò una borsa, che diede un suon di
monete cadendo a terra, e ne andò via furibondo.
I miei lettori avranno capito, che la vecchia parlava col marchese Ruggiero.
Parte Quarta
Maria usciva da quel luogo maledetto, come un redivivo dal sepolcro, e
tornata a casa erasi appena ria-vuta dallo spavento, che sopravvenne il marito
più fosco del solito, con le ciglia aggrottate col viso annuvolato. Noi l’abbiamo
nella gran sala lasciato nel punto che l’usciere proclamava esser finita l’udienza.
La gente usciva a torme sussurrando, ridendo, ripetendo le terribili parole del
Caracciolo, e Francesco era pur fuori quasi trasportato dalla folla, maledicendo
l’avversa sua sorte. Ogni speranza aveva egli perduto; era stato alla fine
alla presenza del solo, che poteva dargli aiuto e sostegno, ma l’avverso
destino gli aveva tolto fin anche questa, ch’egli riguardava come l’ancora
di sua salvezza.
«Oh me infelice!» fra sé diceva. «Che ne sarà di me? Chi sa fino a quando
potrò un’altra volta ottenere la grazia di essere al suo cospetto? Eh! che la
porta del grande non è sempre aperta pel povero.»
Era intanto rimasto nelle mani del Caracciolo il foglio di sua dimanda, la
quale, sebbene non fosse espressa in termini molto precisi, pure bastava per
fargli capire le persecuzioni, che soffriva dall’arrogante Marchese, e il
luogo, dov’egli abitava, nel caso che di lui chiedesse per rendergli
giustizia. Non era dunque perduto ogni raggio di speranza; avrebbe egli potuto
gittargli un occhio di sopra, e sapere dello stato suo infelice. Ma come e
quando? E che cosa farà in questo frattempo il suo persecutore?
Scontento da queste idee il povero uomo scendeva le ampie scale del R. Palazzo,
e tanta era la piena del suo affanno, che assaporato non aveva il piacere di
veder vilipesa una classe da lui tanta odiata. Trasvolando col pensiero in un
delizio di fantasie andò vagando per le strade senza saper dove andasse: e fu
in qualche crocchio di persone a sparlare de’ nobili, e si fermò in qualche
piazza, e dinanzi qualche palazzo baronale con fiero cipiglio guardando i servi
con livree ricamate; e più volte insultò col guardo minaccioso i potenti
baroni, che sopra pomposi cavalli gli passavano di costa. Il povero uomo dava
sfogo all’anima sua esulcerata dalla sventura, ma non prevedeva la burrasca,
che lo minacciava.
Sull’imbrunire del giorno si sente afferrar per un braccio, poi per l’altro,
e si vede attorniato da una mano di birri. Con audacia sfrontata: «Non sei
tu,» gli chiede colui che faceva da capo di quella masnada, «il marito di
Maria eh! quel Francesco, quel pendaglio da forca, che vuol fare il gradasso?»
«Che c’entra Maria? Che intendete di fare?» sclamò Francesco, e i suoi
occhi sfavillavano di rabbia.
«Legatelo, legatelo,» urlava il capo divenuto più feroce quanto meno
possibile era il resistergli: e si lo menavano in prigione, e dopo averlo fatto
dimorare qualche ora, lo condussero innanzi al Capitano di giustizia. Gli furono
tolti i lacci, e rimase solo a testa con lui: respirò alcun poco, poiché
sebbene ivi fosse tutto l’apparato della prepotenza non v’era la sfrontata
audacia. Il Capitano era un uomo imponente di aspetto, e nobile figura.
«Vieni qua, giovane ardito,» gli dice. «Il tuo nome?»
«Francesco.»
«Hai tu moglie?»
«Di nome Maria.»
«Mi si fa credere che tu maltratti la moglie, che vai spargendo certe opinioni
contro la classe dei nobili e che qualche minaccia anche hai tu fatta contro
rispettabile persona.»
«Eccellenza, quando si vuole fare oltraggio allo onore di una famiglia—»
«Ti consiglio di aver prudenza, poiché non soffrirà la giustizia più
lungamente la libertà delle tue parole. Pensa alla tua condizione, e alla
differenza che Dio ha posto fra le classi.»
«V. E. è mio signore, e come tale l’onoro, ma il povero uomo chiude in seno
un cuore, che sente al pari di quello del nobile. V. E. ha una figlia— e se
qualche dissoluto—»
«Taci là, audace, che non fai nessuna differenza fra l’erede di una ricca
famiglia, e la moglie di un miserabile come tu sei nato alla fatica ed al
bisogno.»
«L’onore è sacro al povero come al ricco. A chi ti toglie l’onore togli la
vita,» proruppe con un moto di quell’impeto, ch’è proprio dei siciliani.
«Minacci ancora? Esci, e metti un freno alla tua lingua; e non che minacciare,
non ardir di guardare più in viso i nobili signori, se non vuoi marcire in
fondo di una prigione, e vederti condurre di giorno per Toledo sotto la frusta
del boia. Esci di qui miserabile.»
E n’usciva smarrito, e smaniante, fra gli scherni e i rimprocci di quella
gente oscena. «Vedete là il bravaccio, che vuol prendersela col marchese
Ruggiero! Che vuol fare il gradasso!» e l’accompagnavano alla porta con atti
sconci, e parole da taverna.
Fremente di rabbia s’avviò a casa, e qual fu la sua sorpresa nel vedere
attorno le mura ronzare due o tre figure imbacuccate. Ecco perché Maria lo vide
più fosco del solito. Sbuffante passeggiò da un punto all’altro della
stanza, mordendosi le mani e stralunando gli occhi che pareva un invasato; aprì
l’impanuata della finestra, e s’accorse che se ne stavano tuttora piantate
rimpetto la sua casa. Di repente mosso da un furore incredibile prende un
coltello, e si slancia alle scale deliberato di finirla una volta per sempre.
Maria allora gli è addosso, e gli si aggrappa alle ginocchia piangendo.
«No, non andrai, ferma per amore del cielo. Sei tu uscito di senno? O Vergine
santa, datemi forza per rattenerlo.»
Francesco a urtarla violentemente per liberarsi dalle sue mani.
«Lasciami,» urlando, «lasciami infame donna. Che! hai tu dolore che lo
finisca? Sgombrami il passo, lasciami o ch’io—» e le appuntò il coltello
alla gola.
«Uccidimi,» diceva singhiozzando la povera Maria, che gli stava attaccata alle
ginocchia, «uccidimi; ma non sarà mai che ti lasci così cieco di rabbia come
sei.»
La voce tremante con che pronunziò quelle parole, le lagrime che le sgorgavano
dagli occhi fermarono il geloso. Rientrò in camera, s’affacciò alla
finestra. Fortunatamente le figure erano sparite; chiuse l’imposta, e si
gettò sopra una seggiola senza dir motto.
Dopo qualche ora Maria vedendolo meno irato: «Prendi un boccone,» le diceva
con tuono di voce affettuosa ammanendo la tavola, e portando un’insalata.
«Vuoi tu morire di pena, e far morire la misera tua moglie?»
Francesco colle braccia incrocicchiate sul petto, e il volto appoggiato alla
mano stava fermo e silenzioso; poi come colpito da una nuova idea si mette con
furia a far fardello della poca roba, ch’era nella camera.
«A che questa scena?» gli chiede Maria.
«Ho risoluto; dimani partiremo, lasceremo questa infame casa, fuggiremo da
Palermo, dove non si può vivere. Oh! è meglio che vada; ci ho pensato, andremo
dove il diavolo ci porta.»
«E dove? Senza aiuto? senza denari?»
«O denari o non denari partiremo dimani,» tuonò il rabbioso.
«Ebbene sia fatta la volontà di Dio e la tua,» riprese Maria, che voleva
scansare ogni appicco di lite. «Farò tutto quello che vorrai.»
Parve sereno, come vide ch’ella secondava la sua idea, proseguì in silenzio a
preparare il suo piccolo bagaglio, e quando ebbe finito si pose a tavola. Maria
a questo punto lo aspettava, palpitante nel dubbioso desio, e come gli vide
appressar la vivanda alla bocca alzò gli occhi al cielo in atto d’impetrare
il soccorso divino. Egli melanconico e pensoso inghiottiva l’insalata senza
offrirne alla moglie, tanto perché astratto ne’ suoi pensieri, quanto perché
Maria affetta da continui dolori, e di salute poco men che cadente, non soleva
usar di quei cibi, specialmente di sera.
L’idea del viaggio aveva in qualche modo calmato i suoi spiriti bollenti; gli
pareva già esser lontano da ogni pericolo, lontano dal suo persecutore; gli
pareva di starsi in pace e felice colla cara Maria, come un tempo allorch’era
sua delizia ed amore; e così d’uno in altro pensiero passando rammentava i
piaceri, che aveva divisi tante volte colla sua donna, la felicità gustata, le
speranze di non perderla mai, e questa idea gli inondava di gioia il cuore; nel
suo volto si appianavano le rughe, che lo rendevan sì bieco; e quasi pentito
del suo trascorso volgeva qualche sguardo amoroso alla moglie.
Ella godeva in vederlo tranquillo, e credendolo effetto dell’aceto che
trangugiava. "Oh!" fra sé diceva scoppiando dalla gioia, "il
miracolo è fatto. Eccolo sereno! Mi guarda con amore! Oh! la buona vecchia
quanto le devo."
Ambidue seduti uno rimpetto l’altra si abbandonavano col pensiero alla
speranza di un più quieto avvenire, e gustavano per poco le delizie della pace
domestica.
In breve Francesco si sente un torpore nelle membra, un peso agli occhi, un
zufolamento per le orecchie. Si alza, ma non potendo reggersi in piedi cade
sulla sedia; si rialza facendo uno sforzo, e sostenuto dalla moglie va a letto,
dove oppresso dal sonno cade come colpito da una massa di piombo. Ella
credendolo addormito esegue allora i consigli della maliarda, e fa le unzioni
prescritte attorno il letto, nel capezzale e sulle tempia del dormiente: indi
rivolge a Dio le sue preghiere, le preghiere di un cuore caldo di vero ed
innocente affetto.
«Dio mio!» dice ponendosi in ginocchio, «abbiate pietà di me. Deh! calmate
il suo cuore, fate tornare la pace nell’anima sua sgombrando gl’ingiusti
sospetti, ridatemi il suo amore; se no ch’io possa morire di buona morte.»
Quando ode un sordo rumore alla porta, tende le orecchie, e ascolta voci cupe
misteriose. Allora scuote pel braccio il marito, una due tre volte, ma egli
resta freddo e immobile come un marmo. Forti colpi intanto si danno alla porta,
che vacilla ne’ suoi cardini, e minaccia di cadere. Un tremito le corre per
tutte le membra, l’anima sua è quasi smarrita dalla paura.
«Dio!» ella dice con voce sommessa, «che sarà mai? Francesco! Francesco
mio!» e lo tira pel braccio, e lo tocca nel volto. «A che dormi? La tua vita
è in pericolo— noi siam perduti— svegliati, dico,» e corre alla finestra
col pensiero di aprirla, e chiamar gente in aiuto.
Ma la porta è già a terra, la finestra abbattuta, e a un tratto si vede
innanzi quel ceffo del marchese Ruggiero, con quattro sgherri armati da capo a
piedi. La comparsa del demonio, la vista di una voragine aperta sotto i suoi
piedi, l’improvviso lampeggiare del fulmine, il tremoto avrebbero fatto minor
terrore all’afflitta di quello, che a lei produsse la terribile figura del
Marchese.
«Oh! ti ho alfine nelle mani,» le dice con un piglio fra il furbo e l’osceno.
«Non mi conosci? Non vedi chi ti ama? Chi vuol renderti felice? Perché tremi
tu dunque?»
«Pietà, pietà! Che cosa vi ho fatto io mai? Qual trionfo sarà per voi,
nobile e potente signore, di vincere una povera donna? Oh Dio di misericordia!—
Allontanatevi— Francesco!— aiuto,» e slanciavasi alla finestra risoluta di
gittarsi per istrada.
«Sciagurata, che tenti di fare?» riprendeva quel mostro afferrandola pel
braccio. «Da chi speri tu aiuto? Del tuo consorte? Disgraziata! Egli è morto:
tu credevi di dargli la bevanda di amore, e gli hai dato il veleno. Dimani si
saprà che l’uccidesti, tu sarai arrestata, uccisa, infamata. Sì l’infamia
sarà il compenso di questa tua effimera virtù.»
«Io uccidere il mio sposo?» disperata gridava facendo oltraggio al bianco suo
petto la giovane, che, a quelle parole, tutta comprese la sua sventura. «Io che
avrei sparso tutto il mio sangue per lui! O infamia, o tradimento!»
«Vieni la fortuna ti è amica: saprò renderti felice. Oh! tu non sai l’amore
che ti porto, la fiamma che mi consuma. Vieni, tu sarai padrona delle mie
ricchezze, padrona di cento diletti e del mio cuore. Vieni ti dico.»
Scarmigliata, palpitante, cieca di dolore la troppo angosciosa fanciulla si
svelle dalle sue braccia, colle mani si strappa i capelli, dà in un pianto
dirotto, e come forsennata fra’ singulti: «Francesco! Francesco!» sclamava
stringendosi forte al suo freddo corpo. «Oh! tu non mi ascolti! Tu non vedi la
povera tua moglie. Oh! come il cuore gli batte nel seno! Come schiuma la bocca!
Come trema per tutte le membra! Deh! se avete sensi di pietà, se timore di Dio,
se compassione per gli uomini, soccorriamo quel misero. Io qui mi prostro
innanzi a voi, v’abbraccio le ginocchia, vi prego come si pregherebbe un’immagine
santa. Tutto tutto io vi perdono, purché s’aiuti l’infelice.»
«Inutile speranza! Fra breve sarà cadavere. Se tu resti, sei perduta. Vieni
disgraziata; voglio salvarti ad onta della tua pertinacia.»
E l’afferrano, e la staccano a viva forza dalla fredda salma del marito, le
chiudono la bocca con un fazzoletto, e se ne vanno correndo a traverso delle
strade deserte, seco portando l’aflitta, mezza nuda, coi capelli sparsi, che
invano dibbattevasi fra le loro braccia.
Ma non erano ancora usciti dalla porta, e Francesco si sveglia, e ascolta il
grido della moglie, e la vede in brac-cio degli sgherri, e scorge fra loro l’infame
suo persecutore. Un primo movimento lo spinse a slanciarsi contro essi, ma le
sue membra erano come di piombo, un grido di furore gli morì nelle fauci, e
rotolò giù per terra mosso dalla rabbia impotente. Acuti dolori lo sorpresero,
la sua bocca era piena di schiuma, le membra irrigidite e contorte, i capelli
irti, gli occhi scoppianti fuori dell’orbita. In breve divenne cadavere.
Allora fu visto entrare un uomo alto della persona, di sembianze meravigliose,
avvolto in un mantello. Mirò scena orrenda, la casa in disordine, il letto
scomposto, Francesco già morto, la fanciulla sparita.
«Dio!» sclamò mettendosi le mani agli occhi. «Chi può leggere ne’ tuoi
decreti? Oh perché a tempo non lessi quel foglio! Troppo tardi son venuto. Non
è più tempo di soccorso, ma di vendetta. O misera Sicilia! ecco l’effetto
della prepotenza e della forza brutale.»
E sen va via furibondo, e dietro a lui corre una torma di uomini armati, e s’avviano
alla casa del Marchese, e la cingono, e minacciano atterrarne le porte.
«Come? Chi ardisce a quest’ora? In casa mia?» grida il Marchese dalle camere
interne. «Tutti all’ordine i miei servi. Barricate le porte, chiudete le
finestre, mano all’armi, e fate fuoco contro chiunque si attenti di fare una
violenza.»
I servi accorrono atterriti.
«Non è più tempo, nobile Signore: la casa è circondata da soldati, la porta
è già a terra. Oh! non sentite il rumore, le grida, il suon dell’arme? Sono
nell’atrio, già nelle scale.»
«Questa donna vuol essere dunque la mia rovina?» cupamente urla il Marchese
mordendosi le labbra, e battendosi la guancia col pugno. «Togliamocela dunque
dinanzi.»
Prende pel braccio Maria, che più morta che viva stava sul terreno distesa, e
la trascina di camera in camera, e poi la spinge in un andito oscuro. Non appena
la meschina ivi mette il piede, e le manca il terreno, e s’apre il pavimento.
Solo s’udì un flebile grido, e si vide un velo biancheggiare in fondo alla
voragine, e si chiuse il trabocchetto, che diede un fremito di tomba. Quando il
Marchese tornò in sala aveva il viso di morte, le labbra convulse, tetro ed
incerto lo sguardo; pur si ricompose.
Allora di botto a lui si presenta quell’uomo alto e misterioso, che abbiam
veduto nella casa di Francesco. Al fulgore del suo sguardo, al nobile suo
portamento, al furore che rendeva più animato il suo volto, ognuno avrebbe in
lui scorto un’anima più che ordinaria. Tremò il traditore quando sel vide
piantato dinanzi con aria minacciosa.
«Voi, marchese Caracciolo? A quest’ora?» gli disse inchinandosi, e
affettando un’aria di impassibilità e di treddezza, che veniva smentita dal
pallore del volto.
«Dov’è la fanciulla?» mugghiò con voce di tuono. «Voi mi renderete conto
d’ogni minima goccia di sangue.»
Repente si slanciò nelle camere interne col furibondo affetto di una tigre, cui
sono stati tolti i suoi figli; e lo stuolo de’ soldati irruppe per le sale.
E nulla fu trovato: il dimani e quello appresso nulla potè sapersi. Fu un
orrore, un mistero la morte di Francesco, e lo sparimento di Maria. E Caracciolo
poco dopo muoveva da Palermo, e pieno di nobile sdegno sclamava: «Sicilia era
divorata da un’idra a due teste; quella dell’Inquisizione l’ho troncata,
resta a troncar quella de’ Baroni. Ho fatto quanto ho potuto, alla civiltà
resta a compiere la grand’opera.» (8)
<avvenote.htm>
Anni dopo una forca era alzata sulla piazza Vigliena, ove accorreva gran folla
di popolo. Parato a nero era il gran palco su cui si elevava; a nero le quattro
cantonate, che cingono la piazza, per togliere alla vista del funebre spettacolo
le quattro statue dei monarchi spagnuoli, che vi sono erette: il che rendeva
più tetra e imponente la scena. Fra lo spazio che corre dalle grandi prigioni a
quella piazza, sin da buon mattino di spettatori avevan preso posto nelle sedie
accatastate lungo le ale di Toledo (9)
<avvenote.htm>; e stavano ansiosi ai veroni, alle finestre, o
facevansi innanzi alle botteghe saliti sulle panche. La piazza Marina era
ingombra di persone che guardavano con aria d’impazienza il palazzo delle
prigioni. Si aspettava l’ora, in cui doveva uscirne la vittima destinata alla
pubblica vendetta.
Orribile scena ella è a vedere l’uomo perder la vita sul palco per la mano
del suo simile; ma più orribile a vedere una folla di curiosi assistere
freddamente al tristo spettacolo, siccome a una pubblica festa, noiarsi d’ogni
ritardo come al teatro quando tarda ad alzarsi la tela, guardare con una stoica
indifferenza gli ultimi aneliti del sentenziato. Singolare fenomeno! L’uomo,
che mostra tanto ribrezzo a qualunque idea anche lontana della morte, qui si
pasce a mirare lo spettacolo più atroce, che la morte possa presentare allo
sguardo.
Ma in quella occorrenza la curiosità degli astanti era frammista a una
impazienza sdegnosa, a una smania di affrettare il terribile istante. I segni di
rabbia e di dispetto eran generali: tutti parevano star lì per cosa che
toccasse le proprie famiglie, come se si trattasse del fatto loro. Suol dirsi
voce di popolo, voce di Dio, e tutti si esprimevano con lo sguardo e con le
parole in modo da far conoscere l’animo loro sdegnato dalla gravità del
misfatto, che doveva punirsi coll’estremo supplizio.
«Oh! brutta strega! Oh! infame vecchia!» si dicevano fremendo l’un l’altro.
«Oh quanti ne ha mandati all’altro mondo! Quanti? Non ha tante gocce di acqua
il fiume Oreto, né sono tanti granelli di sabbia a Romagnuolo. Sai come? Con un
po’ di aceto avvelenato.»
«Un discolo, che Dio gliela mandi buona,» contava un uomo che aveva un
crocchio di curiosi d’intorno, «gli pesava una sua zia, da cui sperava una
grossa eredità: si raccomandò alla strega, la quale le spedì il passaporto
per l’altro mondo.»
«Oh! so io,» saltava su un altro, «due miei vicini di buona memoria, marito e
moglie, che per certi loro sospetti ricorsero alla vecchia— poveretti! in due
giorni non erano più, grazie al solito aceto.»
«Che dite mai!» sclamavano gli astanti atterriti. «Oh! chi era sicuro di sé
e de’ suoi figli? Chi poteva fidarsi dello sposo, e della moglie? Oh! triste
mondo, a che siamo giunti!»
E un altro: «Vi conto peggio: la fece morire in men che il dico un bambino
bello come un passero, che stava sotto la custodia di un tutore, che voleva
disfarsene.»
«Madonna santa! anche i bambini!» gridavano alcune femminucce stringendosi al
seno i loro figliuoletti. «Oh strega maledetta!»
«L’ultima fu questa, che avendo dato l’aceto a un galantuomo, ma galantuomo
vero— ad oggetto di mettere a verso la moglie, ch’era gelosa assai, costui
lo versò nell’insalata all’ora della cena; ma la moglie, che si avvide per
caso di qualche suo gesto, con aria sospettosa gli disse: "Mangia tu l’insalata."
E colui a negarsi; e allora la moglie ne diede un boccone al suo barboncino, che
dopo pochi minuti rotolò giù a terra come morto di un giorno; onde si diede a
chiamar gente in aiuto: venne la giustizia, e l’amico vistosi sorpreso,
confessò da chi eragli venuto. Così fu presa la maliarda, la quale posta alle
torture rivelò tutti i suoi peccati, e venne sentenziata.»
«L’aceto dicono gliel’ha dato la versiera, quando vendè la sua anima all’inferno,»
entrava a parlare una donna. «E fatto di sangue di un fanciullo scannato, e di
cuori di colombe cotti in giorno di sabato.» (10)
<avvenote.htm>
«Oh perché abolire il S. Uffizio?» diceva uno con larga parrucca. «Sarebbe
bruciata viva come suora Geltrude.»
«Suora Geltrude era forse l’innamorata del marchese Ruggiero?» gli chiedeva
sua moglie.
«Ohibò? Era una pinzochera, che facea all’amore con un frate, e non credeva
mica alle cose sante. L’innamorata del Marchese si chiamava Maria.»
«Che ne avvenne di Maria?»
«Iddio lo sa! Poverina!»
«Vi pare che voglia pensare al marito?» disse un omaccio con un ghigno
malizioso. «Sarà forse ricca e felice in un palazzo—» e chi sa quali altre
scandalose parole non avrebbe aggiunto; ma fu interrotto da una vicina.
«Non sapete? Maria è morta.»
«Morta!» le chiesero più voci a una volta. «E come?»
«Com’è morta eh! Ci vuol molto a morire? Una stretta al collo, un
trabocchetto— intendete? un trabocchetto sotto ai piedi, e— buona notte. Vi
pare, che di queste cose potesse aver penuria il marchese Ruggiero?»
«Povera Maria, com’ebbe a morire!»
«Dicono,» osservava qualche altro, «aveva un intrighetto col Marchese, e per
levarsi addosso il marito—»
«Oh! le male lingue,» così una buona donna che sembrava più al fatto della
verità delle cose, alzandosi dalla sedia. «L’era una santa. Il Marchese è
stato causa, che, trovandola sorda al suo amorazzo, fece morire il marito per
via della vecchia col solito aceto.»
«Oh traditore! Oh scellerato! E perché non s’impicca il Marchese?» gridava
più d’uno.
«Eh! la forca è pei poveri,» ripigliava l’amico dalla larga parrucca. «Ma
Dio ha il braccio lungo, e il marchese Ruggiero fu giunto anch’esso.»
«Come come?» chiedevano gli astanti facendogli cerchio attorno?
«Da prima fu posto in castello, giacché lo gridavano autore di tanto misfatto;
ma quando si venne alle prove, niente; perché l’oro aveva chiusa la bocca a
tutti; la vecchia madre di Francesco era morta, e il gran Caracciolo partitio.
Sicché ottenne di esser libero, ma bisognò lasciar Palermo dov’era guardato
peggio che l’orso. I viaggi, le contrarietà, e meglio i suoi vizi consumarono
il ricco patrimonio, e restò povero e pazzo. Un giorno essendo a cavallo cadde
con esso rovescione, ed ebbe di grazia a rompersi una gamba. Ora giace in un
letto oppresso da’ rimorsi e da’ dolori.»
«Chi la fa l’aspetti,» gridavano qua e là con aria di sdegno. «Il sangue
dell’innocente vuole vendetta.»
«Ma non senti i rintocchi della campana? Non vedi la folla che sale?»
«Ohè guarda guarda, viene la strega!»
Allora tutti ristanno da’ loro discorsi, e si rivolgono in giù per Toledo,
donde veniva il ferale convoglio. Compariva dapprima uno stendardo rosso, dove
leggevasi a grossi caratteri gialli -- Discite iustitiam populi -- terribili
parole che annunziavano la scena che doveva rappresentarsi. Poi veniva una
squadra di soldati a cavallo vestiti di rosso, ch’eran quelli della compagnia
d’arme reale. Seguivano su cavalli abbrunati gli algozili (sorta di araldi
della gran Corte di giustizia) abbigliati in nero, portando lunghe verghe di
ebano; appresso a due a due uno stuolo di cavalieri involti in una tunica di
tela bianca col cappuccio forato alla vista, con mantello di panno, e cappello
di feltro anche bianchi, detti per questo la compagnia dei Bianchi (11)
<avvenote.htm>, il cui filantropico istituto era di prender
cura del sentenziato, e confortarlo negli ultimi tre giorni della sua vita.
Ma gli occhi di tutti si rivolgevano sopra una vecchia, con un cencio alla
testa, brutta più del demonio, che veniva sopra una mula tirata dal boia. A’
suoi fianchi erano due de’ cavalieri a compiere a vicenda l’ultimo uffizio
del conforto, da cui la perversa donna riluttante ad ogni idea di pentimento
rifuggiva sdegnosa, come serpe calcata. Nel suo viso impassibile, nel suo torvo
sguardo, che con insultante cipiglio volgeva sui circostanti, appariva non già
il rimorso, non il timore, quantunque ella fosse a un palmo dalla fossa, ma
dispetto, rabbia, furore: i mezzi a lei mancavano non il volere maligno, che
avevala animata in tutto il corso di sua mala vita, e che più vivo sentiva
vicino il patibolo.
Com’ella avanzava, così si apriva l’onda del popolo, rabbrividito al solo
mirarla, e temendo quasi di succhiar l’alito suo avvelenato. Dietro veniva co’
piedi scalzi, la testa rasa, e le braccia avvinte al tergo, una donnaccia
cenciosa e insolente, quella Pitarra che sappiamo, compagna già de’ suoi
delitti, ed ora testimone della sua pena. Chiudeva il convoglio una mano di
sgherri, barriera al gran codazzo di popolo da cui partivano scrosci di riso, e
voci d’imprecazione.
Un volume fu deposto a piè della forca, che conteneva le mille ed una colpa
della vecchia maliarda, e due bocce di aceto avvelenato. La vecchia a ritroso
saliva le scale, e come vide porsi al collo il laccio fatale, gittò un acuto
strido, che fece tremare gli astanti, alzò le pugna e il viso in atto
minaccievole, diede un salto indietro, tentò gli ultimi sforzi per liberarsi
della corda, che la strozzava, agitando e braccia e gambe come una furia: ma non
fece che vieppiù stringere il cappio; e, perduto il sostegno della scala, fatta
peso a se stessa, dopo un lungo spingare, mandò fuori l’anima sciagurata.
La moltitudine arretrossi atterrita, temendo che non venisse a piombar giù dal
patibolo, e levò uno scoppio spaventevole di urli, di maledizioni, di scherno.
Questa fine ebbe Anna Bonanno la Vecchia dell’aceto.