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TORQUATO ACCETTO
Della Dissimulazione Onesta
A questo mio trattato io pensava di aggiunger alcune altre mie prose,
perché 'l volume, che ha difetto nella qualità, fosse in qualche
considerazione per merito della quantità; ma per molt'impedimenti non è stato
possibile, e spero di farlo tra poco tempo,
Edita ne brevibus pereat mihi charta libellis,
come disse
Marziale. Né solo m'occorre di significar questo alla benignità di chi legge,
ma piú espressa la mia intenzione intorno alla presente fatica, ancorché nel
primo capitolo della medesima opera io l'abbia detto: affermo dunque che 'l mio
fine è stato di trattar che 'l viver cauto ben s'accompagna con la purità
dell'animo, ed è piú che cieco chi pensa che per prender diletto della Terra
s'abbia d'abbandonar il Cielo. Non è vera prudenzia quella che non è
innocente, e la pompa degli uomini alieni dalla giustizia e dalla verità non può
durare, come spiegò il re David dell'empio ch'egli vide innalzato simile a'
cedri di assai famoso monte; da che conchiude:
Custodi innocentiam et vide aequitatem,
quoniam sunt reliquiae homini pacifico.
Cosí è amator di pace chi dissimula con l'onesto fine che dico,
tollerando, tacendo, aspettando, e mentre si va rendendo conforme a quanto gli
succede, gode in un certo modo anche delle cose che non ha, quando i violenti
non sanno goder di quelle che hanno, perché, nell'uscir da se medesimi, non si
accorgono della strada ch'è verso il precipizio. Quelli che hanno vera
cognizione dell'istorie potranno ricordarsi del termine a che si son condotti
gli uomini alli quali piacque di misurar i loro consigli con sí fatta vanità,
e da quanto va succedendo si può veder ogni giorno il vantaggio del proceder a
passi tardi e lenti, quando la via è piena d'intoppi. Da questa considerazione
mi mossi a trattar di tal suggetto, e mi son guardato da ogni senso di mal
costume, procurando pur di dir in poche parole molte cose; e se in questa
materia avessi potuto metter nelle carte i semplici cenni, volentieri per mezzo
di quelli mi averei fatto intendere, per far di meno anche di poche parole. Ha
un anno ch'era questo trattato tre volte piú di quanto ora si vede, e ciò è
noto a molti; e s'io avessi voluto piú differire il darlo alla stampa, sarebbe
stata via di ridurlo in nulla, per le continue ferite da distruggerlo piú
ch'emendarlo. Si conosceranno le cicatrici da ogni buon giudizio, e sarò
scusato nel far uscir il mio libro in questo modo, quasi esangue, perché lo
scriver della dissimulazione ha ricercato ch'io dissimulassi, e però si
scemasse molto di quanto da principio ne scrissi. Dopo ogni sforzo di ben servir
al gusto publico, io conosco di non aver questo, né altro valore, e solo ho
speranza che sarà gradita la volontà. In questa è l'uomo, e già disse
Epicteto stoico: “Quandoquidem, nec caro sis, nec pili, sed voluntas”.
Viva felice.
Da che 'l primo uomo aperse gli occhi, e conobbe ch'era ignudo, procurò
di celarsi anche alla vista del suo Fattore; cosí la diligenza del nascondere
quasi nacque col mondo stesso, ed alla prima uscita del difetto, ed in molti, è
passata in uso per mezzo della dissimulazione; ma considerando l'odio che si
tira appresso chi mal porta questo velo, e che nel bel sereno della vita non si
dee dar luogo all'importuna nebbia della menzogna, la qual in ogni modo convien
che resti esclusa, ho deliberato di rappresentar il serpente e la colomba
insieme, con intenzion di raddolcir il veleno dell'uno e custodir il candor
dell'altra (come sta espresso in quelle divine parole: “Estote prudentes sicut
serpentes, et simplices sicut columbae”), importando a ciascuno che comandi o
che ubbidisca il valersi d'industria tanto potente tra le contradizzioni che
spesse volte s'incontrano; e benché molti intendano meglio di me questa
materia, penso non di meno di poterne significar il mio parere, e tanto piú
quanto mi ricordo il danno che averebbe potuto farmi lo sfrenato amor di dir il
vero, di che non mi son pentito; ma amando come sempre la verità, procurerò
nel rimanente de' miei giorni di vagheggiarla con minor pericolo.
Prima che la vista si disvii nel cercar l'ombre che appartengono all'arte
del fingere, come quella che nelle tenebre fa i piú belli lavori, si consideri
il lume della verità, per prender licenza di andar poi un poco da parte, senza
lasciar l'onestà del mezzo. Il vero non si scompagna dal bene, ed avendo il suo
proprio luogo nell'intelletto, corrisponde al bene ch'è riposto nelle cose; né
può la mente dirizzarsi altrove per trovar il suo fine, e se 'l vulgo si reputa
felice in quello che appartiene al senso, ed i politici nella virtú o
nell'onore, i contemplativi mettono il loro sommo bene in considerar l'Idee che
son nel primo grado della verità, la qual in tutte le cose è la proprietà
dell'essere a quelle stabilito, perché in tanto son vere in quanto son conformi
al divino intelletto; ma Dio se stesso ed ogni cosa intende, e l'esser divino
non solo è conforme al divino intelletto, ma in sostanza è lo stesso: onde Dio
è la verità medesima, ch'è misura di ogni verità, essendo prima causa di
tutte le cose, e quelle son nella mente divina, loro principio esemplare; e
dalla verità divina, ch'è una, risulta la verità multiplicata nel creato
intelletto, dove la verità non è eterna se non quanto si riduce in Dio per
ragion di esempio e di causa, nella qual ritornan tutte le sostanzie e gli
accidenti e le lor operazioni: e come in Dio è immutabile, perché il suo
intelletto non è variabile e non cava altronde la verità, ma il tutto conosce
in se stesso, cosí nella mente creata è mutabile, potendo questa passar dal
vero nel falso, secondo il corso dell'opinioni; o, restando la medesima
opinione, mutarsi la cosa. Sol dunque nell'eterna luce il vero è sempre vero:
in quella prima luce che tanto si leva da' concetti mortali, internandosi nel
suo profondo, con nodo d'amore, tutto quello che si spande per l'universo; e la
vera bellezza è nella verità stessa, e fuor di quella sol quanto di là
dipende. Ma questo è piú luogo da considerar la verità morale, con che l'uomo
tal si dimostra qual è; ond'or, lasciando il discorrer per que' chiari abissi
del primo vero, toccherò quest'altra parte che tanto appartiene alla nostra
umanità, per renderla forte, e sincera, mentre l'adorna di ogni abito gentile,
o (per dir piú espresso) la va spogliando di que' veli, che son fatti di mano
propria della fraude, che ingombra l'anima di cosí duri impacci, e ne fa
sospirar quel secolo, che tra gli altri beni fu chiamato d'oro per la verità,
la qual con dolcissima armonia metta tutte le parole sotto le note de' cuori,
poiché noti, e quasi fuor de' petti, in ogni discorso si sentivano impressi. È
chiaro che anche per altri rispetti furo onorati quegli anni con sí glorioso
nome, ed in particolar fu secolo d'oro perché non ebbe bisogno d'oro, e,
prendendo dalle semplici mani della natura il cibo e la veste, seppe trovar ne'
boschi stanza civile, non bramando piú caro tetto che 'l cielo, né piú sicuro
letto che la terra, sí che gli uffici del tempo ed i servigi degli elementi si
riscontravano negli animi ben disposti all'intelligenza del piacer fermo; ma
tutte queste sodisfazzioni sarebbono state invano, se la verità non fosse
andata per le bocche di quella pur troppo bene avventurata gente, se non fosse
stata scritta nel candore di que' magnanimi petti con caratteri (benché
invisibili) di buona corrispondenza; però non bisognava che 'l sí, e 'l no, si
menasse i testimoni appresso. L'amico parlava all'amico, l'amante all'amante,
non con altra mente che di amicizia e di amore. Alla verità si ubbidiva perché
ella invitava ciascuno a dimostrarsi senza nube, e cosí si rappresentava l'auqecastoz,
ch'è il verace ne' detti, e ne' fatti, in considerar in vero ch'è di sua
natura onesto; ed essendo egli filalhthz,
ama il vero
non
per ragion di utile o per
solo
interesse d'onore, ma
per
se stesso, ed ha piú
occasione
di amarlo
quando
vi s'ag-
giunge
la salu-
te
della re-
publica
o
dell'a-
mico.
Non tanto la natura fugge il vacuo, quanto il costume dee fuggir il
falso, ch'è il vacuo della favella e del pensiero: “dicere enim et opinari
non entia, hoc ipsum falsum est, et orationi et cogitationi contingens”, dice
Platone. Non si può permetter che della menzogna (considerata secondo se
stessa) appena un neo si lasci veder nella faccia dell'umana corrispondenza; e
di piú, quando il vero non par di esser vero, convien di tacere, come afferma
Dante:
<...> a quel
ver(o) c'ha faccia di menzogna
dee l'uom chiuder le labbra quant'ei puote,
però che senza colpa fa vergogna.
Bisogna dunque di volger gli occhi alla luce alla luce del vero prima di
muovere la lingua alle parole; ma come fuor del mondo si concede quello che da'
filosofi è nominato vacuum improprium, dove si riceverebbe lo strale che
si vibrasse da chi fusse nell'estrema parte del cielo, cosí l'uomo, ch'è un
picciol mondo, ha talora fuor di sé un certo spazio da chiamarsi equivoco, non
già inteso come semplice falso, a fine di ricever in quello, per cosí dire, le
saette della fortuna, ed accommodarsi al riscontro di chi piú vale ed anche piú
vuole, in questo corso degli umani interessi; e dico che ciò avviene fuor di sé,
perché niuno, il qual non abbia perduto il bene dell'intelletto, ha persuaso se
stesso al contrario del suo concetto che sia da lui appreso con la ragion in
atto; onde a questo modo non si può far inganno a se medesimo, presupposto che
la mente non possa mentire con intelligenza di mentire a se stessa, perché
sarebbe veder e non vedere; si può nondimeno tralasciar la memoria del proprio
male, per qualche spazio, come dirò; ma dal centro del petto son tirate le
linee della dissimulazione alla circonferenza
di
quelli che ci stanno in-
torno.
E qui bisogna il ter-
mine
della prudenza che,
tutta
appoggiata al ve-
ro,
nondimeno a luo-
go
e tempo va ri
tenendo
o di-
mostrando
il
suo
splen-
dore.
IV.
La simulazione non facilmente riceve quel senso onesto che si accompagna con la
dissimulazione
Io tratterei pur della simulazione, e spiegherei appieno l'arte del
fingere in cose che per necessità par che la ricerchino; ma tanto è di mal
nome, che stimo maggior necessità il farne di meno; e benché molti dicano:
“Qui nescit fingere nescit vivere”, anche da molti altri si afferma che sia
meglio morire, che viver con questa condizione. In breve corso di giorni o d'ore
o di momenti, com'è la vita mortale, non so perché la medesima vita si abbia
da occupar a piú distrugger se stessa, aggiungendo il falso delle operationi
dove l'esser quasi non è; poiché la vera essenzia, come disse Platone, è
delle cose che non han corpo, chiamando imaginaria l'essenzia di ciò ch'è
corporeo. Basterà dunque il discorrer della dissimulazione, in modo che sia
appresa nel suo sincero significato, non essendo altro il dissimulare, che un
velo composto di tenebre oneste e di rispetti violenti: da che non si forma il
falso, ma si dà qualche riposo al vero, per dimostrarlo a tempo; e come la
natura ha voluto che nell'ordine dell'universo sia il giorno e la notte, cosí
convien che nel giro delle opere umane sia la luce
e
l'ombra, dico il proceder
manifesto
e nascosto, con-
forme
al corso della ra-
gione,
ch'è regola
della
vita e degli
accidenti
che
in
quella oc-
corrono.
La frode è proprio mal dell'uomo, essendo la ragione il suo bene, di che
quella è abuso; onde nasce ch'è impossibile di trovar arte alcuna, che la
riduca a segno di poter meritar lode: pur si concede talor il mutar manto, per
vestir conforme alla stagion della fortuna, non con intenzion di fare, ma di non
patir danno, ch'è quel solo interesse col quale si può tollerar chi si suol
valere della dissimulazione, che però non è frode; ed anche in senso tanto
moderato, non vi si dee poner mano se non per grave rispetto, in modo che si
elegga per minor male, anzi con oggetto di bene. Sono alcuni che si trasformano,
con mala piega di non lasciarsi mai intendere; e spendendo questa moneta con
prodiga mano in ogni picciola occorrenza, se ne trovano scarsi dove piú
bisogna, perché scoperti ed additati per fallaci, non è chi loro creda. Questo
è per avventura il piú difficile in tal industria; perché, se in ogni altra
cosa giova l'uso continuo, nella dissimulazione si esperimenta il contrario,
poiché il dissimular sempre mi par che non si possa metter in pratica di buona
riuscita. È dunque dura impresa il far con arte perfetta quello che non si può
essercitar in ogni occasione, e però non è da dir che Tiberio fosse molto
accorto in questo mestiero, ancorché da molti si affermi; e ciò considero
perché, dicendo Cornelio Tacito: “Tiberioque etiam in rebus quas non
occuleret, seu natura seu adsuetudine, suspensa semper et obscura verba”; non
solo disse prima: “plus in oratione tali dignitatis quam fidei erat”, ma
conchiude: “At patres, quibus unus metus, si intelligere viderentur”, ecc.;
ecco che si accorgeano chiaramente della sua intenzion in quelli continui
artifici. In sostanza il dissimular è una professione della qual non si può
far professione, se non nella scola del proprio pensiero. Se alcuno portasse la
ma-
schera
ogni giorno, sarebbe
piú
noto di ogni altro,
per
la curiosità di tutti;
ma
degli eccellenti
dissimulatori,
che
sono
stati e so-
no,
non si ha
notizia
al-
cuna.
Quelli in chi prevale il sangue o la malinconia o la flemma o l'umor
collerico, è molto indisposto a dissimulare. Dove abbonda il sangue, concorre
l'allegrezza, la qual non sa facilmente celare, essendo troppo aperta per sua
propria qualità. L'umor malinconico, quando è fuor di modo, si fa tante
impressioni, che difficilmente le nasconde. Il soverchio flemmatico, perché non
fa gran conto de' dispiaceri, è pronto ad una manifesta tolleranzia; e la
collera, che è fuor di misura, è troppo chiara fiamma, da dimostrar i proprii
sensi. Il temperato dunque è molto abile a questo effetto di prudenza, perché
ha da esser, nelle tempeste del cuore, tutta serena la faccia; o, quando è
tranquillo l'animo, parer turbato il viso, come anderà richiedendo l'occasione;
e ciò non è facile, se non al temperamento che dico. Non voglio contradir
all'opinione di que' che sogliono attribuir a certi popoli la disposizione del
dissimulare e, ad altri, stimarla quasi impossibile; ma ben posso dire che, in
ogni paese, son di quelli che l'hanno e di que' che non vi si sanno accommodare;
ma piú è certo che gli uomini non nascono con gli animi legati a necessità
alcuna, onde libera la volontà si gira all'elezzione; e ciò leggiadramente fu
espresso da Dante in que' versi:
Voi che vivete ogni
cagion recate
pur suso al cielo, sí come se tutto
movesse seco di necessitate.
Se cosí fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per mal aver lutto.
Il cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto che 'l dica,
lume v'è dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie del ciel dura,
poi vince tutto, se ben si nutrica.
A maggior forza e a miglior natura
liberi soggiacete; <e> quella cria
la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
Da chi ha per non plus ultra le porte delle natie contrade, o che
da' libri non apprende il lungo e 'l lato del mondo, e' suoi vari costumi, con
difficultà si viene al consiglio della dissimulazione; perché in persona cosí
molle e poco intendente, riesce molto dura questa pratica, la qual contiene
l'esser d'assai e talora parer da poco: è dunque conforme a questo abito chi
non s'è tanto ristretto, poiché dal conoscer gli altri nasce quella piena
autorità che l'uomo ha sopra se stesso quando tace a tempo, e riserba pur a
tempo, quelle deliberazioni che domane per avventura saranno buone, ed oggi sono
perniziose. Chiaro è che 'l viaggio per diversi paesi, come Omero cantò di
Ulisse, “qui mores hominum multorum vidit et urbes”, o l'aver letto ed
osservati molti accidenti, è cagion potente a produrre una gentil disposizione
di metter freno agli affetti, acciò che non come tiranni, ma come soggetti alla
ragione, ed a guisa di ubbidienti cittadini, si contentino ad accommodarsi alla
necessità, della quale disse Orazio:
Durum, sed levius
fit patientia
quicquid corrigere est nefas.
Sí che tant'altezza di spirito si accresce per mezzo della vita occupata
negli affari del mondo, e nella considerazione del tempo passato, per non
contradir al presente e poter far giudicio dell'avvenire. Stando la mente cosí
sodisfatta, non le parrà nuova qual si sia mutazio-
ne
che le si vada rappresen-
tando,
ed in conseguenza
dipenderà
da lei, e non
dal
precipizio del
senso,
l'espres-
sion
di quan-
to
le suc-
cede.
Da poi che ho conchiuso quanto conviene il dissimulare, dirò piú
distinto il suo significato. La dissimulazione è una industria di non far veder
le cose come sono. Si simula quello che non è, si dissimula quello ch'è. Disse
Virgilio di Enea:
Spem vultu simulat, premit altum corde dolorem.
Questo verso contiene la simulazion de la speranza e la dissimulazione
del dolore. Quella non era in Enea, e di questo avea pieno il petto; ma non
volea palesar il senso de' suoi affanni: ricordava però a' compagni l'aver
sofferti piú gravi mali, e nominando la rabbia di Scilla e lo strepito degli
scogli ed i sassi de' Ciclopi, se ne valse come per sepellir tra que' mostri, e
tra quelle passate ruine, tutte le rie venture che lor già davan noia; e col
dolcissimo “meminisse iuvabit”, conchiude:
Per varios casus,
per tot discrimina rerum
tendimus in Latium, sedes ubi fata quietas
ostendunt; illic fas regna resurgere Troiae.
Durate, et vosmet rebus servate secundis.
Ma in ogni modo l'animo era ferito, e troppo dolente, perché “Talia
voce refert curisque ingentibus aeger.” Si vede in questi versi l'arte di
nasconder l'acerbità della fortuna, e prima fu espresso da Omero come da Ulisse
si dissimulava il dolore, quando in altra figura dava di se stesso nuova alla
sua Penelope; della qual disse:
Hac autem
<iam> audiente fluebant lacrymae, liquefiebat autem corpus
sicut autem nix liquefit in altis montibus,
quam Eurus liquefecit, postquam Zephyrus defusus est
liquefacta autem igitur hac, fluvii implentur fluentes:
sic huius liquefiebant pulchrae genae lachrymantis
flentis suum virum assidentem. At Ulysses
animo quidem lugentem suam miserabatur uxorem.
Oculi autem tanquam cornua stabant vel ferrum.
Tacite in palpebris dolo autem hic lachrymas occultabat.
Ecco la prudenza con che Ulisse mettea freno alle lagrime, quando era
tempo di nasconderle; e la comparazion di liquefarsi Penelope, come la neve, mi
dà occasione di soggiunger quello che sia l'umido e 'l secco, dicendo
Aristotile: “humidum est quod suo ipsius termino contineri non potest; facile
autem termino continetur alieno. Siccum est quod facile suo, difficulter autem
termino terminatur alieno”. Da che si può apprender che il dissimular ha del
secco, perché si ritien nel proprio termine; e questi son gli occhi di Ulisse
rassomiliati, in tempo di dolore, alla fermezza del corno e del ferro, quando
que' di Penelope eran molli e non avean termine prescritto, conforme a quelle
ch'eran versate nell'animo di Ulisse, tenendo il
ciglio
asciutto, ed a questo
par
che corrisponda
quella
sentenza di
Eraclito:
“Lux
sicca,
anima
sapientissi-
ma”.
Presupposto che nella condizion della vita mortale possano succeder molti
difetti, segue che gravi disordini siano al mondo quando, non riuscendo di
emendarli, non si ricorre allo spediente di nasconder le cose che non han merito
di lasciarsi vedere, o perché son brutte o perché portan pericolo di produrre
brutti accidenti. Ed oltre a quanto avviene agli uomini, se pur si considera la
natura per tante altre opere di qua giú, si conosce che tutto il bello non è
altro che una gentil dissimulazione. Dico il bello de' corpi che stanno soggetti
alla mutazione, e veggansi tra questi i fiori, e tra' fiori la lor reina; e si
troverà che la rosa par bella, perché a prima vista dissimula di esser cosa
tanto caduca, e quasi con una semplice superficie di vermiglio, fa restar gli
occhi in un certo modo persuasi ch'ella sia porpora immortale; ma in breve, come
disse Torquato Tasso:
quella non par che
disiata avanti
fu da mille donzelle e mille amanti;
perché
la dissimulazione in lei non può durare. E tanto si può dir di un volto di
rose, anzi di quanto per la terra riluce tra le piú belle schiere d'Amore; e
benché della bellezza mortale sia solito dirsi di non parer cosa terrena,
quando poi si considera il vero, già non è altro che un cadavero dissimulato
dal favor dell'età, che ancor si sostiene nel riscontro di quelle parti e di
que' colori che han da dividersi e cedere alla forza del tempo e della morte.
Giova dunque una certa dissimulazion della natura, per quanto si contiene tra lo
spazio degli elementi, dov'è molto vera quella proposizione che afferma di non
esser tutt'oro quello che luce; ma ciò che luce nel Cielo ben corrisponde
sempre, perché ivi tutte le cose son belle dentro e fuori. Or, passando
all'utile che nasce dalla dissimulazione ne' termini morali, comincio dalle cose
che piú bisognano, dico dall'arte della buona creanza, la qual si riduce nella
destrezza di questa medesima diligenza. E leggendosi quanto ne scrisse monsignor
della Casa, si vede che tutta quella nobilissima dottrina insegna cosí
di
ristringer i soverchi di-
siderii,
che son cagion di
atti
noiosi, come il mo-
strar
di non veder gli
errori
altrui, ac-
ciò
che la con-
versazione
riesca
di
buon
gusto.
Onesta ed util è la dissimulazione, e di piú, ripiena di piacere; perché
se la vittoria è sempre soave, e come disse Ludovico Ariosto,
Fu il vincer sempre
mai lodabil cosa,
vincasi per fortuna o per ingegno,
è
chiaro che 'l vincer per sola forza d'ingegno succede con maggior allegrezza, e
molto piú nel vincer se stesso, ch'è la piú gloriosa vittoria che possa
riportarsi. Quest'avviene nel dissimulare, con che, dalla ragione superato il
senso, si riceve intiera quiete; ed ancorché si senta non poco dolor quando si
tace quello che si vorrebbe dire, o si lascia di far quanto vien rappresentato
dall'affetto, nondimeno piace poi grandemente d'aver usata sobrietà di parole e
di fatti. A questa conseguenza di sodisfazzione, ha da rivolger il pensiero chi
disidera di viver con riposo; e ciascun, che vuol ben accorgersene per
gl'interessi suoi, vegga sopra di ciò gli altrui falli, e cosí ben conosca che
tanto è nostro quanto è in noi medesimi. Non dico che non si han da fidar nel
seno dell'amico i segreti, ma che sia veramente amico; ed è degno di gran
considerazione, in quell'epigramma di Marziale, dove parla a se stesso della
vita beata, che nominando a questo fine dicisette cose, fa che stia nel mezzo
“prudens simplicitas”, dicendo:
Vitam quae faciunt
beatiorem,
iucundissime Martialis, haec sunt:
res non parta labore, sed relicta;
non ingratus ager, focus perennis;
lis nunquam, toga rara, mens quieta;
vires ingenuae, salubre corpus,
prudens simplicitas, pares amici,
convictus facilis, sine arte mensa;
nox non ebria, sed soluta curis;
non tristis torus, attamen pudicus;
somnus qui faciat breves tenebras;
quod sis esse velis nihilque malis,
summum nec metuas diem nec optes.
Il
prudente candor dell'animo è dunque il centro della tranquillità. “Hoc opus,
hic labor”.
Quelli che si applicano al piacer della parte ch'è in noi soggett'alla
morte, sprezzando l'uso della ragione, si mutano in abito di fiere; perché tali
son da riputarsi, come fu espresso da Epicteto stoico, dicendo: “Certe
misellus homuncio, et caro infoelix, et revera misera. At melius <etiam>
quiddam habes carne; quare, misso illo et neglecto, carni duntaxat es deditus?
Ob huius societatem declinantes a meliore natura quidam, lupis similes
efficimur, dum sumus perfidi et insidiosi et ad nocendum parati: alii leonibus,
quia feri, immanes ac truculenti: maxima vero pars vulpeculae sumus”.
Da che si può considerar un de' duri impedimenti nel dissimulare; poiché
il guardarsi da lupi e da leoni è cosa piú pronta per la notizia che si ha
della lor violenza, e perché poche volte si riscontrano; ma le volpi son tra
noi molte e non sempre conosciute, e quando si conoscono, è pur malagevole usar
l'arte contra l'arte, ed in tal caso riuscirà piú accorto chi piú saprà
tener apparenza di sciocco, perché, mostrando di creder a chi vuol ingannarci,
può esser cagion ch'egli creda a nostro modo; ed è parte di grand'intelligenza
che si dia
a
veder di non vedere,
quando
piú si vede, già
che
cosí 'l giuoco è
con
occhi che pa-
ion
chiusi e stan-
no
in se stessi
aperti.
Mi par che l'ordine di questo artificio metta prima la mano nella persona
propria; ma si richiede prudenzia in estremo, quando l'uomo ha da celarsi a se
medesimo, e questo non piú che per qualche picciolo intervallo e con licenza
del “nosce te ipsum”, per pigliar una certa ricreazione passeggiando quasi
fuor di se stesso. Prima dunque ciascun dee procurar non solo di aver nuova di sé
e delle cose sue, ma piena notizia, ed abitar non nella superficie
dell'opinione, che spesse volte è fallace, ma nel profondo de' suoi pensieri,
ed aver la misura del suo talento e la vera diffinizione di ciò ch'egli vale,
essendo di maraviglia che ogni uno attend'a saper il prezzo della roba sua e che
pochi abbian cura o curiosità d'intender il vero valor dell'esser loro. Or,
presupposto che si sia fatto il possibile di saperne il vero, conviene che in
qualche giorno colui ch'è misero si scordi della sua disavventura, e cerchi di
viver con qualche imagine almeno di sodisfazzione, sí che sempre non abbia
presente l'oggetto delle sue miserie. Quando ciò sia ben usato, è un inganno
c'ha dell'onesto; poiché è una moderata oblivione, che serve di riposo
agl'infelici: e benché sia scarsa e pericolosa consolazione, pur non se ne può
far di meno, per respirar in questo modo; e sarà come un sonno de' pensieri
stanchi, tenendo un poco chiusi gli occhi della cognizion della propria fortuna,
per meglio a-
prirli
dopo cosí breve risto-
ro:
dico breve, perché fa-
cilmente
si muterebbe
in
letargo, se troppo
si
praticasse que-
sta
negligenza.
Quando considero che il vino fu trovato dopo il diluvio, conosco che non
bisognava minor quantità d'acqua per temperarlo; e qui son da veder due cose:
una di Noè, che ne restò ignudo, e ciò ne dimostra che 'l vino è molto
contrario alla dissimulazione, e quanto questa s'impiega a coprire, tanto quello
attende a scoprire; l'altra della pietà delli due figli, che con la faccia
indietro ricoprirono il padre, dissimulando di vederlo a tal termine, quando dal
lor fratello, già alienato da ogni legge di umanità, era schernito ignudo
colui che l'avea vestito delle proprie carni. Oh quanti son al mondo che imitano
questa mostruosa ingratitudine, facendo materia da ridere chi loro
doverebber'esser oggetto d'amore e di reverenza! Pochi son gl'imitatori di que'
due che seppero trovar il modo di volger le spalle, per pietà, al padre, non
come molti fanno, che si lascian la paterna necessità dietro le spalle. Non
solo que' pietosi figli si occuparono a ricoprir il padre, ma vollero mostrar di
non averlo veduto in tal condizione. Cosí ciascuno dee corrisponder a scusar i
disordini, ed in particolare que' de' superiori, ogni volta che alcuno di loro
v'incorre. Altri pietosi uffici mi si rappresentano nell'istoria di Giuseppe
che, venduto da' fratelli, mostrò poi di non conoscerli, a fine di piú
riconoscerli per mezzo de' benefici; e, con esempio di rada mansuetudine,
dissimulava il dono di quegli elementi che lor in apparenza vendeva, perché i
medesimi sacchi ne riportavano i danari a casa; finché, fatto venir anche
l'ultimo de' fratelli, e usati tutt'i modi di manifestar a tempo la sua benignità,
“non se poterat ultra cohibere Joseph multis coram adstantibus”. In questo
ebbe fine quella sincera ed innocente dissimulazione; e segue nel Genesi
a narrarsi la sua pietà: “unde praecepit ut egrederentur cuncti foras, et
nullus interesset alienus agnitioni mutuae. Elevavitque vocem cum fletu, quam
audierunt Aegyptii, omnisque domus Pharaonis, et dixit fratribus suis: - Ego sum
Joseph -”. Era egli nell'Egitto con suprema gloria, e già chiamato salvator
del mondo; con tutto ciò, non tenendo conto dell'offese, dissimulò d'esser
fratello, per dimostrarsi piú che fratello. Io non so chi possa ritener le
lagrime, leggendo quella pietosa istoria, dalla qual si può apprender la
dolcezza del perdono e del dissimular l'ingiurie, e massimamente quando vengon
da persone tanto care quanto son i fratelli.
Amor, che non vede, si fa troppo vedere. Egli è picciolo, e come disse
Torquato Tasso:
Picciola è l'ape, e
fa col picciol morso
pur gravi e pur moleste le ferite;
ma qual cosa è piú picciola d'Amore,
se in ogni breve spazio entra, e s'asconde?.
Nondimeno è pur tanto grande, che non ha luogo da potersi in tutto
nasconder, è quando è giunto al suo centro, ch'è il cuore, se non si mostra
per altra via, accende quella febre amorosa della qual era infermo Antioco e di
che il Petrarca fe' che dicesse Seleuco:
E se non fosse la
discreta aita
del fisico gentil, che ben s'accorse,
l'età sua in sul fiorir era fornita.
Tacendo, amando, quasi a morte corse;
e l'amar forza, e 'l tacer fu virtute;
la mia, vera pietà, ch'a lui soccorse.
Quindi si può considerar come, mettendosi fuoco a tutta la casa, le
faville, anzi le fiamme, ne fan publica pompa per le finestre e dal tetto. Tanto
avviene, e peggio, quando amor prende stanza ne' petti umani, accendendogli da
dovero, perché i sospiri, le lagrime, la pallidezza, gli sguardi, le parole, e
quanto si pensa e si fa, tutto va vestito con abito d'amore. Cosí dunque di
Antioco, nell'amor verso Stratonica sua matrigna, ancorch'egli tacesse, si palesò
l'incendio nelle vene e ne' polsi. Non avea consentito di chiamarsi amante
Didone, mentre Amor in figura di Ascanio trattava con lei; ma niuna cosa
mancava, perché già si vedesse accesa, come Virgilio va significando:
Praecipue infelix
pesti devota futurae
expleri mentem nequit, ardescitque tuendo
Phenissa et puero pariter donisque movetur.
Ed ancorché andasse velando gli stimoli della piaga interna, nel
progresso del suo affetto,
At regina gravi
iamdudum saucia cura
vulnus alit venis at caeco carpitur igni,
pur,
quello che la lingua non avea publicato, fu espresso nelle strida della piaga
ch'ella stessa disperata si fe', conchiudendo Virgilio:
Illa, graves oculos
conata attollere, rursus
deficit: infixum stridet sub pectore vulnus.
Di Erminia si ha, da Torquato Tasso, che avea dissimulato il suo
pensiero, e ch'ella poi disse a Vafrino:
Male amor si
nasconde. A te sovente
desiosa i' chiedea del mio signore.
Vedendo i segni tu d'inferma mente:
- Erminia - mi dicesti - ardi d'amore. -
Io te 'l negai, ma un mio sospiro ardente
fu piú verace testimon del core;
e 'n vece forse della lingua, il guardo
manifestava il foco onde tutt'ardo.
Il medesimo dolor che tormenta gli amanti, se non bast'a far che dicano i
loro affetti, si muta in ambizione amorosa di dimostrarli; e se gli animi onesti
si contentano di non manifestarsi, con gran fatica si riducono a portar intiero
il manto che ha da coprir tanti affanni.
Il maggior naufragio della dissimulazione è nell'ira, che tra gli
affetti è 'l piú manifesto, essendo un baleno che, acceso nel cuore, porta le
fiamme nel viso, e con orribil luce fulmina dagli occhi; e di piú fa precipitar
le parole, quasi con aborto de' concetti che, di forma non intieri e di materia
troppo grossa, manifestano quanto è nell'animo. Molta prudenza si richiede, per
rinchiuder cosí gagliarda alterazione; e di chi è trascorso a tanto impeto,
disse Platone: “tanquam canis a pastore, ita denique revocatus ab ea quae in
ipso est ratione mitescat.” Era Achille in questa passione contra Agamennone,
quando “truculento intuens aspectu: - O vir - inquit - ex dolo totus atque
imprudentia factus ac genitus, et quis tibi Graecorum posthac libens pareat?
-”. Ma l'ufficio della ragione, significata per Minerva scesa dal cielo, va
temperando: “ - Non venit - inquit - a caelo, Achilles, ut te iratum in
ultionem iniuriae acceptae erumpere videam, sed ut ira<cundia>m tuam
compescam -”. Sí che Omero, in questa occasione di Achille, spiega insieme
quanto importi la dissimulazione. Da due potenti stimoli procede tanta licenza
di parole nell'ira, cioè dal dispiacere e dal piacere, perché ella è
appetito, con dolore, di far vendetta che si dimostri vendetta, per dispregio
che crediamo fatto di noi, o d'alcuno de' nostri, indegnamente, come disse
Aristotile; ed a questo dolor segue il diletto, che nasce dalla speranza di
vendicarsi, e perché l'animo è in atto di vendetta: e però Aristotele
soggiunse: “recte illud de ira dictum est quod, defluente melle dulcior, in
virorum pectoribus gliscit”. Dunque, da cosí fatto misto di amaro e di dolce,
dee guardarsi chi non si vuol mostrar facilmente turbato, come sogliono parer
gl'infermi, i poveri e gli amanti, e tutti quelli che si fan vincer dal
disiderio. Importa il prevenir con la considerazione di quanto è maggior
diletto vincer se stesso, in aspettar che passi la procella degli affetti, e per
non deliberare nella confusione della propria tempesta; ma nel sere-
no
dell'animo che, ritirato
ogni
pensiero nell'altissi-
ma
parte della mente,
potrà
sprezzar molte
cose,
o non curar
di
vederle.
L'error che si può far nel compasso, il qual si gira nell'opinion di noi
stessi, suol esser cagion che trabocchi ciò che si dee ritener ne' termini del
petto; perché, chi si stima piú di quello che in effetto è, si riduce a
parlar come maestro, e parendogli che ogni altri sia da men di lui, fa pompa del
sapere, e dice molte cose che sarebbe sua buona sorte aver taciuto. Pitagora,
sapendo parlare, insegnò di tacere; ed in questo esercizio è maggior fatica,
ancorché paia d'esser ozio. I concetti che risuonano nelle parole, non solo
portano l'imagine di quelli che stanno nell'animo, ma son fratelli mentali (già
che non posso dir carnali) del concetto che l'uomo ha del suo sapere. Questo è
il concetto primogenito (per dir cosí), al qual succedono gli altri; e se non
è con misura, ne procedono molti e vari ragionamenti, e di necessità però si
scopre quanto è nel pensiero; ma chi di sé fa quella stima che di ragion
conviene, non commette alla lingua maggior giuridizzione di quanto è il lume
dell'intelligenzia che la dee muovere.
XVII.
Nella considerazione della divina giustizia si facilita il tollerar, e però il
dissimular le cose che in altri ci dispiacciono
Convien di trattar di alcune cose piú in particolare, che ricercano
d'esser tollerate, ch'è lo stesso a dir dissimulate, poiché sono molt'i
dispiaceri dell'uomo ch'è spettator in questo gran teatro del mondo, nel qual
si rappresentano ogni dí comedie e tragedie; ed or non dico di quelle che son
invenzioni de' poeti antichi o moderni, ma delle vere mutazioni del mondo
stesso, che da tempo in tempo, in quanto agli accidenti umani, prende altra
faccia ed altro costume. L'ordine è forma che fa il tutto simigliante a Dio,
che lo creò e lo serba col dono della sua providenza, la qual per lo gran mar
dell'essere ogni cosa conduce con prospero viaggio; e disponendo la medesima
regola sopra il merito o demerito delle opere umane, si vieta nondimeno alla
debolezza de' nostri pensieri il passar negli abissi de' consigli divini, alli
quali si dee infinita riverenza, avendosi da ricever per giusto quanto consòna
alla volontà di Dio. E se pur sempre non vediamo nelle cose mortali
quell'ordine infallibile che si manifesta nel moto del sole, della luna e
dell'altre stelle, anz'in molta confusione spesse volte si truovano i negozii di
qua giú, non manca però la certezza dell'eterna legge, che tutto sa applicar
ad ottimo fine; e 'l premio e la pena, che non sempre vien pronta, si aspetti
come decreto inseparabile dal giudizio divino, che per tutto va penetrando con
la sua non mai limitata potenzia. A questa verità, ch'è via di quiete, per
dissimular le sinistre apparenze, soggiungerò piú distinto il modo di
accommodarsi a quelle.
Gran tormento è di chi ha valore, il veder il favor della fortuna, in
alcuni del tutto ignoranti; che senz'altra occupazione, che di attender a star
disoccupati, e senza saper che cosa è la terra che han sotto i piedi, son
talora padroni di non picciola parte di quella. Veramente chi si mette a
considerar questa miseria, è in pericolo di perder la quiete, se insieme non
s'accorge che la medesima fortuna, che talora fa qualche piacere alla turba
degli sciocchi, suol abbandonar l'impresa, e quando piú luce, si rompe,
lasciando scherniti que' che non son degni della sua grazia; e di piú la gente
di questa qualità, non ha che pretender per l'acquisto di quella gloria, che
solamente appartiene a chi sa da dovero; e se qualche uomo di eccellente virtú,
alcuna volta sta quasi sepellito vivo, in ogni modo si ha da udir il grido del
suo merito; e non solo la voce ne dee risonar tra quelli che vivono nel medesimo
tempo, ma se ne va passando da un secolo all'altro; perché il vero valor è
che fa per fama gli
uomini immortali,
come
disse il Petrarca; e prima di lui Dante:
vedi se far si dee
l'uomo eccellente
sí ch'altra vita la prima relinqua.
Di
questa maniera si libera il nome dalle mani della morte,
ed
un'anima piena di cosí alta
speranza,
non sente noia che
a
qualche indegno e da
poco,
per poco tempo, si
faccia
applauso, es-
sendo
un salto di
fortuna
che se
ne
passa senza
lasciar
ve-
stigio,
come
il fumo
nell'aria.
Orrendi mostri son que' potenti, che divorano la sostanza di chi lor
soggiace; onde ciascuno, che sia in pericolo di tanta disaventura, non ha
miglior mezzo di rimediar, che l'astenersi dalla pompa nella prosperità, e
dalle lagrime e da' sospiri nella miseria; e non solo dico del nasconder i beni
esterni, ma que' dell'animo; onde la virtú, che si nasconde a tempo, vince se
stessa, assicurando le sue ricchezze, poiché il tesoro della mente non ha men
bisogno talora di star sepolto, che il tesoro delle cose mortali. Il capo che
porta non meritate corone, ha sospetto d'ogni capo dove abita la sapienzia; e
però spesso è virtú sopra virtú, il dissimular la virtú, non col velo del
vizio, ma in non dimostrarne tutt'i raggi, per non offender la vista inferma
dell'invidia e dell'altrui timore. Anche lo splendor della fortuna ha da esser
cauto nel palesarsi, già che, passando a dimostrazioni di soverchi arnesi e di
oziosi ornamenti, oltre al distrugger il capital nelle spese, suol accender gran
fuoco nella propria casa, destando gli occhi degl'ingordi a pretenderne parte, e
forse il tutto. Ma piú dura è la fatica di dover pigliare abito allegro nella
presenza de' tiranni, che soglion metter in nota gli altrui sospiri, come di
Domiziano disse Tacito: “Praecipua sub Domitiano miseriarum pars erat videre
et aspici, cum suspiria nostra subscriberentur, cum denotandis tot hominum
palloribus sufficeret saevus ille vultus et rubor, a quo se contra pudore
muniebat”. Sí che non è permesso di sospirare, quando il tiranno non lascia
respirare, e non è lecito di mostrarsi pallido, mentre il ferro va facendo
vermiglia la terra con sangue innocente, e si niegano le lagrime che dalla
benignità della natu-
ra
son date a' miseri come
propria
dote, per formar
l'onda
che in cosí pic-
ciole
stille suol por-
tar
via ogni
grave
noia e la-
sciar
il cuor, se
non
sano, al-
men
non
tanto
oppresso.
L'ingiuria, che si può dissimulare, e nondimeno si manifesta nel
disiderio della vendetta, è fatta piú da colui che la riceve che dal suo
nimico. Non tutti sanno ben conoscer il decoro dell'onesta tolleranzia, in che
si accordano tutt'i filosofi, che per altre opinioni, in varie sette, non son di
conforme parere, dicendo Tertulliano: “tantum illi subsignant, ut cum inter
se<se> variis sectarum libidinibus et sententiarum aemulationibus
discordent, solius tamen patientiae in com<m>une memores, huic uni
studiorum suorum commiserint pacem: in eam conspirant, in eam foederantur, illi
in adfect<at>ione virtutis unanimiter student, omnem sapientiae
ostentationem de patientia praeferunt”. Alcuni, non distinguendo la forteza
dal temerario ardire, son pronti ad ogni qualità di vendetta, e per un cenno
che non sia fatto a lor modo, vogliono penetrar negli altrui pensieri e
dolersene come di offese publiche. I sensi cosí fieri son vicini ad estremi
mali, e l'esperienza dimostra che le picciole ingiurie, se non si lascian passar
sotto qualche destrezza, sogliono diventar grandi; ed a tutti color che son
potenti, molto piú convien di ritirar la vista da simili occasioni: perché
ogni un che possa poco, è buon maestro a' suoi pensieri, per accommodarsi a
tollerare; ma chi ha forza di risentirsi, sente stimolo di correr a precipizio,
e molti di questi che stanno in alta fortuna, scordati non solamente di usar
perdono, ma della proporzion della pena, prendono mezzi violenti per l'altrui
ruina; da che avviene ch'essi pur rimangono in tanta turbazione de' fatti loro
che, oltre all'odio publico, son anche in odio a se medesimi, per la perdita
della quiete interna, ch'è bene inestimabile ed appartiene all'innocenzia.
Gran diligenza ha posta la natura per nasconder il cuore, in poter del
quale è collocata, non solo la vita, ma la tranquillità del vivere: perché
nello star chiuso, per l'ordine naturale si mantiene; e quando gli occorre di
star nascosto, conforme alla condizion morale, serba la salute delle operazioni
esterne. E pur in questo modo, non a tutti si dee nasconder; onde,
nell'elezzione, si consideri quello che fu detto da Euripide:
<...> Sapienti diffidentia
non alia res utilior est mortalibus.
L'esperienza, che si suol doler degl'inganni, potrà far luce in questa
materia, ch'è una selva oscura per l'incertezza del ben eleggere; e però ogni
ingegno accorto vagliasi degli abissi del cuore, ch'essendo breve giro, è
capace d'ogni cosa; anz'il mondo intiero non lo riempie, poiché solo il Creator
del mondo può saziarlo. Si ammira, come grandezza degli uomini di alto stato,
lo starsi ne' termini de' palagi, ed ivi nelle camere segrete, cinte di ferro e
di uomini a guardia delle loro persone e de' loro interessi; e nondimeno è
chiaro che, senza tanta spesa, può ogni uomo, ancorch'esposto alla vista di
tutti, nasconder i suoi affari nella vasta ed insieme segreta casa del suo
cuore, perché ivi soglion esser quei templi sereni, de' quali cantò Lucrezio:
sed nihil dulcius
est, bene quam <munita> tenere
edita doctrina sapientium templa serena,
despicere unde queas alios passimque videre
errare atque viam palantes quaerere vitae.
Applicando io però questi versi al senso che conviene a significar
un'altezza d'animo, ed una quiete, che conduce al piacer ed alla gloria
immortale, e non al diletto fallace.
Era tanto stimata da Giob la dissimulazione onesta che, non avendo
lasciato di valersene nel suo regno, poi che si vide privo di prosperità,
parendogli di aver fatto assai dalla parte sua perché non gli fosse caduta
dalle mani, disse:
Nonne dissimulavi?
nonne silui? nonne quievi?
et venit super me indignatio.
Egli con tranquillità governò il suo stato, e sempre che potette
dissimular, lo fe' volentieri; e però s'era persuaso che non avesse da seguir
mutazione nelle cose sue, ben assicurate dalla prudenzia, che in sé raccoglieva
dissimulazione, silenzio e quiete. Ma se con tutto ciò cadde in miseria, fu
voler di Dio, che si compiacque di far vedere nella persona di quel santo una
invitta costanza e 'l trionfo della pazienzia, che nel carro della vera gloria
si menò appresso come catenati tutt'i mali, fin ch'egli ebbe la prístina
felicità con duplicate sodisfazzioni; e quella sua giustizia, che nel termine
della semplice natura si dimostrò al mondo, sarà esempio in tutt'i secoli per
affermare che i servi di Dio, in ogni condizione, son sempre beati. Dunque Giob
era tale, anche nel tempo de' suoi tormenti; ma per non uscir dalla materia di
che vo trattando, dico ch'egli, facendo il conto con la sua conscienzia, dicea:
“Nonne dissimulavi? nonne silui? nonne quievi?”, volendo significar che a
questa diligenza non suol mancar piacer alcuno; e quando succede qualche
accidente che perturbi tanto sereno, vuol il cielo che, dopo l'avversità, si
accresca splendor agli animi che son alieni dagli affetti della terra.
È tanta la necessità di usar questo velo, che solamente nell'ultimo
giorno ha da mancare. Allora saran finiti gl'interessi umani, i cuori piú
manifesti che le fronti, gli animi esposti alla publica notizia, ed i pensieri
esaminati di numero e di peso. Non averà che far la dissimulazione tra gli
uomini, in qualunque modo si sia, quando Iddio, che oggi “est dissimulans
peccata hominum”, non dissimulerà piú; ma poste le mani al premio ed alla
pena, metterà termine all'industria de' mortali, e que' sagaci intelletti, che
hanno abusato il proprio lume, si accorgeranno come allora non gioverà l'arte
del cucir la pelle della volpe dove non arriva quella del leone, che fu
consiglio di un re spartano: perché l'onnipotente Leone, facendo ruggir il
mondo dagli abissi fin alle stelle, chiamerà tutti; e ciascuno dee saper e dire
“circumdabor pelle mea”, come disse Giob. Quell'aurora porterà un giorno
tutt'occupato dalla giustizia, e nel mostrar i conti, non vi sarà arte da far
vedere il bianco per lo nero. S'udirà il decreto, che sarà l'ultimo delle
leggi, e darà legge eterna alle stelle ed alle tenebre, al piacer ed alla pena,
alla pace ed alla guerra. Sarà forz'alla dissimulazione di fuggirsene in tutto,
quando la verità stessa aprirà le finestre del cielo e, con la spada accesa,
troncherà il filo d'ogni vano pensiero.
Se per questa vita in un giorno solo non bisognerà la dissimulazione,
nell'altra non occorre mai; e lasciando di trattar delle anime infelici che, con
la luce del fuoco eterno, anzi nelle tenebre, mostrano gli orribili mostri de'
peccati, dirò dello stato delle anime eternamente felici. Ivi hanno lo
specchio, ch'è Iddio, il qual vede tutto, e ben nella lingua greca il suo nome,
come osservò Gregorio Nisseno, dimostra efficacia di vedere, perché theós
viene a theáome, ch'è mirare e contemplare. Veggono i beati colui che
vede, sí che nel cielo non occorre che alcuno si celi. Ivi tutto è manifesto,
perché tutto è buono, tutto è chiaro, tutto è caro. Quanti piú sono a
possedere il sommo bene, tanto piú son ricchi. Dov'è tanto amor, non può
succedere occasion di custodire interesse alcuno. Ma qui, dove siamo vestiti di
corruzzione, si procura con ogni sforzo il manto, con che si dissimula per
rimedio di molti mali; ed ancorché ciò sia onesto, pur è travaglio; onde si
dee aspirar al termine di questa necessità, e spesso, rimovendo lo sguardo
dagli oggetti terreni, vagheggiar le stelle come segni del vero lume che, anche
per mezzo d'esse, c'invita alla propria stanza della verità. Ivi, nella divina
essenza, i beati godono della chiara vista, ch'è l'ultima beatitudine
dell'uomo, essendo la piú alta operazione dell'intelletto, per mezzo del lume
della gloria che lo conforta; perch'essendo la divina essenza sopra la
condizione dell'intelletto creato, può questi vederla, non per forze naturali,
ma per grazia; e come uno ha maggior lume di gloria dell'altro, cosí può
meglio conoscerla, ancorché sia impossibile vederla quanto è visibile, perché
il medesimo lume della gloria, in quanto è dato a tal intelletto, non è
infinito. Or, considerando cosí sodisfatti,
cosí
felici, ed in eterno sicuri,
gli
abitatori del Paradi-
so,
si vede come non
han
da nasconder di-
fetto
alcuno; e per
conseguenza
la
dissimulazio-
ne
rimane
in
ter-
ra,
dove
ha tutti
i
suoi ne-
gozii.
Avendo affermato che in questa vita non sempre si ha da esser di cuor
trasparente, mi par bene di conchiuder con affettuoso rivolgimento alla
dissimulazione stessa.
Oh virtú, che sei il decoro di tutte l'altre virtú, le quali allora son
piú belle quando in qualche modo son dissimulate, prendendo l'onestà del tuo
velo, per non far vana pompa di se medesime. Oh rifugio de' difetti, che nel tuo
seno si sogliono nascondere. Tu alle fortune grandi sei di gran servigio, per
sostenerle, ed alle picciole porgi la mano, perché in tutto non si veggano
andar per terra. Nel buono e nel mal tempo bisognano le tue vesti, e nella notte
non meno che nel giorno, e non piú fuori che in casa. Io non ti conobbi per
tempo, ed a poco a poco ho appreso che in effetto non sei altro che arte di
pazienzia, che insegna cosí di non ingannare come di non essere ingannato. Il
non creder a tutte le promesse, il non nudrire tutte le speranze, son le cose
che ti producono. Le porpore, nel meglio del lor vermiglio, sogliono ricorrere
al nero del tuo manto; le corone d'oro non han luce che talora non abbia bisogno
delle tue tenebre. Gli scettri, che spesse volte non si portano dalla tua mano,
facilmente vacillano; e 'l folgore delle spade, se non si serve di alcuna tua
nube, riluce invano. La prudenza, tra ogni suo sforzo, non ha miglior cosa di
te; e benché di molte altre si mostri ornata, a tempo sa goder del tuo
silenzio, piú che di ogni altro effetto delle sue industrie. Misero il mondo,
se tu non soccorressi i miseri. A te appartiene di usar molti ufici nell'ordinar
le republiche, nell'amministrar la guerra, e nel conservar la pace; e dall'altra
parte si veggono quanti disordini, quante perdite e quante ruvine son succedute,
quando sei stata posta in abbandono e s'è dato luogo a manifesti furori, da che
son seguíti quegl'infortunii che tante volte han diturpate le provincie
intiere. Quando un, che doverebbe perire di fame, ha fortuna di poter dar il
cibo a molti, quando un ignorante è riputato dotto da chi sa meno di lui,
quando un indegno ha qualche degnità, e quando un vile si tiene per nobile,
come si potrebbe vivere se tu non accommodass'i sensi a cosí duri oggetti?
Vorrei che mi fosse permesso di manifestare tutto l'obligo che ho a' benefici
che mi hai fatti; ma invece
di
renderti grazie, offen-
derei
le tue leggi non
dissimulando
quan-
to
per ragione ho
dissimulato.