|
|
|
by
|
|
DIALOGHI
SOPRA L'OTTICA NEUTONIANA
FRANCESCO ALGAROTTI
DIALOGO PRIMO
Introduzione,
breve storia della fisica, ed esposizione della ipotesi del Cartesio sopra la
natura della luce, e de' colori.
Sopra la costiera di una piacevole montagnetta, che tra Bardolino e
Garda sorge alle sponde del Benaco, è posto Mirabello, luogo di delizia della
marchesa di F*** dove è solita dimorare ogni anno buona parte della estate.
Dall'un fianco guarda il bel piano, che irrigato è dal Mincio; dall'altro le
Alpi altissime e i colli di Salò lieti di fresca e odorosa verdura; e sotto ha
il lago, in cui si specchia, sparso qua e là di navigli e di care isolette.
Quivi io mi ritrovava la state passata a villeggiar con la Marchesa, il cui
aspetto ben risponde a tale amenità di luogo; e quivi mi convenne ragionar con
lei di filosofia. Mi ridusse a questo l'acutezza del suo ingegno non meno che
della sua curiosità, la quale, secondo che porta il discorso, si risveglia a un
motto, e non si sbrama così di leggieri. Più vaga di sapere che volonterosa di
parlare, non meno ella sa fare di belle domande che ne voglia udire la risposta:
e tali per altro sono le maniere, ond'ella suole accompagnare e condire ogni sua
voglia, che quanto piace a lei, tanto solamente può piacere ad altrui.
Quando noi rimanevamo liberi dalle visite e dal giuoco, trattenimento
pur necessario dove molti convengano insieme, parte della giornata da noi si
trapassava in una fresca saletta, intrattenendoci assai sovente con la lettura
di varie cose. Ma il più era di poesia; parendo che appunto alla poesia ne
invitasse particolarmente la campagna, dov'ella già ebbe la origin sua, e dove
meglio che in altro luogo si compiace di abitare. Secondo la disposizione
d'animo che in noi era, veniva prescelto ora uno ed ora un altro de' nostri
poeti. Ed anche talora venivano in campo i poeti di quella nazione,
da cui ci sono fornite tante gentilezze per lo spirito e per la persona.
Parte si leggeva, parte si ragionava, dicendo noi liberamente quello che di
ciascuno ci paresse. Né mai ci pareva più armonioso un verso perché antico, né
meno gentile un pensamento perché forestiero.
Un giorno che cadde il discorso sulla poesia inglese, io uscii a dire
alcuna cosa del robusto pensare del Miltono,
del Dryden, e singolarmente del Pope, in cui vede la Inghilterra il suo
Orazio, e il cui stile è di tanto ingagliardito dalla filosofia. Di più non ci
volle, perché si accendesse la Marchesa nel desiderio di assaggiarne alcuna
cosa; tanto più che assai facilmente si persuadeva che quella nazione, la quale
avea così amica Minerva, non avesse ad aver per nemiche le Muse. Io, che nulla
altro cercava che fare in ogni cosa la voglia sua, mandai tosto per un volume
delle opere del Pope, che recato avea meco alla campagna: né attesolo gran
fatto, potei introdurre alla presenza della più graziosa donna d'Italia le Muse
inglesi. Scorsi i titoli delle poesie, che in quel volume erano contenute:
piacque alla Marchesa di udire in primo luogo un'oda in lode della musica,
composta dal Pope per solennizzare quel giorno, che così in Inghilterra
come in Italia è sacro a' filarmonici: e sì io mi feci a recarla nel volgar
nostro il meglio che per me si potea. Ella l'ascoltava con quell'attenzione, che
si accompagna solamente col diletto. Ma ruppe il silenzio appena che io ebbi
finito di leggere quel luogo: "mentre con note tarde e allungate spira
l'organo profondo, maestoso e solenne". - O quanto vivamente - diss'ella
- è espresso e caratterizzato quello istrumento! Io l'ho udito veramente
suonare, e parmi averlo tuttavia negli orecchi. Non so se voi l'abbiate udito
altresì; ma quasi che il creda da un certo atto che in leggendo fatto avete, e
forse senza accorgervene. - Madama, - io risposi - voi v'intendete così bene di
me, che di me giudicando, non è pericolo voi prendiate inganno. E certo quel
"profondo", quel "solenne", e gli altri aggiunti usati dal
Pope sono altrettanti colori, o piuttosto sono quegli ultimi tocchi che avvivano
la poesia, e rendono veramente sensibili e presenti le cose. La mano bianca, la
fronte serena, gli occhi soavi, e tali altri che s'odono tutto il dì qui da
noi, appena che sieno in paragone uno abbozzo di quello che vorrebbe colorire il
poeta. E che vorremmo noi dire - ripigliò tosto la Marchesa - di un settemplice
aggiunto alla luce, che mi è occorso, non è molto, di leggere in una
canzone fatta in lode della filosofessa di Bologna?
- Vorreste voi dire - ripres'io con vivezza - di que'
versi,
O
dell'aurata
luce
settemplice
i
varioardenti, e misti almi color?
- Appunto - rispos'ella. - E se per voi e' sia abbozzo o ultimo tocco,
non so; so bene che oscuro geroglifico riuscì a me, e a non so chi altri
ancora, a cui ne chiesi la spiegazione. - Ed io mezzo sorridendo: - Oh grande più
che non pensate, Madama, è la virtù di quel settemplice. Non può già
sentirla chi non è iniziato ne' misteri della poesia filosofica. - Che sì, che
quei versi son vostri? - disse la Marchesa. - Così bene gli sapete a memoria, e
con tal calore voi gli avete presi a sostenere. Orsù, fate ch'io vegga anch'io
il quadro filosofico su quella tela poetica; che io altro non ci veggo che del
confuso. - Ché non seguitiamo piuttosto - io risposi - ad ascoltar la musica
del Pope? Quale altra cosa potrebbe ora darvi maggior diletto? - Il vostro
quadro, - ella rispose - se dato mi sarà di vederlo. - Madama, - ripigliai io -
voi sapete come finalmente le fantasie de' chiosatori, che veggono tali e tante
cose per entro al testo de' loro autori, sogliano far ridere le persone. E perché
volete voi che io mi ponga a tal rischio, divenendo il chiosatore di me medesimo
io? - A buon conto, - diss'ella - ne' vostri versi voi non ci dovreste vedere né
più né meno di quello che ci è. E non vorrete poi aver lodato una donna per
modo da non essere inteso forse da niun'altra donna. - E così non potendomene
schermire, incominciai a toccare alcuna cosa dell'ottica, a cui fanno allusione
quei versi: e le andava dicendo come la luce, secondo t'opinione del Neutono, o
per meglio dire, secondo la verità, non è altrimenti semplice, e pura, quale
apparisce agli occhi volgari: ciascun raggio di sole essere un fascetto, o
composto di raggi rossi, doré, gialli, verdi, azzurri, indachi e violati:
e da questi sette colori mescolati insieme . . . - Piano a' mai passi, -
senza lasciarmi dire più avanti, ripigliò qui la Marchesa - andiamo adagio.
Troppo presto voi uscir ne vorreste, senza badare, se altri vi possa tener
dietro sì, o no. Dichiaratemi un po' più diffusamente tutte queste cose; e non
vogliate che la vostra chiosa abbia più bisogno di chiosa essa, che non ne avea
forse il testo medesimo. - Oh voi - diss'io allora - non sarete contenta, che
non vi abbiate un libro su quel settemplice. - Perché no? - ella rispose. -
Tanto più, che l'avervi io udito metter del pari la opinione del Neutono con la
verità, dee aver fatto non leggieri impressione nell'animo mio. Io ben so che
questo Neutono empie ora il mondo del suo nome; ma sarebbe pur bello saper la
ragione, perché e' sia salito in così gran fama. E chi potesse veder la luce
non cogli occhi del volgo, ma cogli occhi di lui? In somma voi avete - soggiunse
mezzo sorridendo - destato in me un gran desiderio, se a troppo non presumessi,
di divenir neutoniana. - Madama, - io risposi - ecco il modo di metter presto il
neutonismo alla moda; e tutti i suoi seguaci avrebbono in molto buon grado
cotesto vostro desiderio, se il risapessero. Ma in verità non so poi, quanto
buon grado fosse per avervi il Pope, - mostrandole il libro che io teneva
tuttavia in mano - che più non vi volete leggere avanti, per una voglia in cui
siete entrata, non so perché, di filosofia. - Ed ella: - Un poeta inglese pieno
per appunto di filosofia, quale voi rappresentato mi avete cotesto Pope,
dovrebbe darmi egli stesso la mano a scendere il Parnaso per salire alla verità.
- Indarno tentai di mettere in campo l'altezza della materia e la propria mia
insufficienza. - Solite formole - ella m'interruppe - che a me non si doveano
per conto niuno far buone. - Né tampoco mi valse domandar tempo insino alla
sera, dicendole come le sere appunto da più anni in qua erano consecrate alle
materie scientifiche; che così fatto avea, trovandosi ne' medesimi termini che
io, il più gentil filosofo di Francia; e che oramai correva la moda di ragionar
con le dame di filosofia la notte, e ne' più segreti boschetti. - Moda per
altro, - incontanente ella rispose - che tanto meno fa per noi, quanto che di
luce è da parlarne il giorno, anzi che la notte. - Onde senza più convenne dar
principio. Ma come, o donde? che la Marchesa era bensì di varie cognizioni
fornita, ma di filosofia non avea tintura veruna: e della filosofia era pur
bisogno darle una qualche contezza, prima di venire all'ottica, e agli ultimi
ritrovamenti del Neutono. Si aggiugneva a questo il doverle dichiarar l'ottica,
senza aver alla mano quei vetri, ond'essa,
quasi direi, procede armata, e senza i quali male si può venire a capo di
quella scienza. E sopra tutto avendole io a parlar di fisica senza l'aiuto della
geometria, mi pareva quasi che impossibile tor via le spine e non disfogliar la
rosa. Finalmente dopo averle un'altra volta, ma indarno, ricordato la musica del
Pope, ed anche tale altro men serioso e più caro trattenimento, io cominciai in
questo modo.
- Non pare a voi, Madama, che l'uomo, curioso com'egli è anche in ciò
che meno gli si appartiene, abbia dovuto in ogni tempo considerare gli oggetti
che gli stanno dattorno, quelli ancora che lungi sono collocati da lui, le cose
tutte di mano in mano, che sopra se gli volgono, e delle quali composto è
l'universo? Andò notando i vari sembianti per
quanto estendere poteasi la debole sua vista, le qualità onde si mostrano
vestite, le vicende a cui vanno soggette: e quindi credette di potere indovinare
la varia natura di esse e le cause delle operazioni loro, ardente nella voglia
di sapere o di mostrare almeno di sapere. Presunse in una parola di comprendere
e spiegare il magistero dell'universo; il che si chiama far sistemi di
filosofia. Chi immaginò la cosa in un modo, chi in un altro. Ciascuno ispacciò
le proprie fantasie come realità, e tutti ebbero de' seguaci. Quella per altro
tra le antiche scuole che pare aver dato meno lungi dal segno, è la italica, le
cui opinioni concordano con le principali scoperte che nel sistema del mondo
fatte furono dipoi dalla sagacità dei moderni. Capo di quella scuola fu
Pitagora, il quale avidissimo di sapere andò peregrinando qua e là in cerca di
esso, e le dottrine a noi recò dell'Oriente e dell'Egitto, dove sursero ne'
passati tempi i più profondi ed esperti osservatori delle cose naturali. Ma il
nome di Pitagora, e di tutti gli altri dipoi, venne oscurato da Aristotele, di
cui si gloriava esser discepolo il grande Alessandro; tanto che era chiamato
assolutamente il Filosofo, era tenuto una seconda natura, e ogni suo detto era
in luogo di ultima ragione. Nella quale altezza di fama allora veramente salì,
che gli Arabi, conquistata gran parte del mondo, si volsero dalla barbarie alle
gentilezze, e si diedero agli studi delle scienze. Venuti in mano a costoro i
libri di Aristotele, il quale stretto nel ragionare, e quasi misterioso, lascia
da intendere più ancora che non dice, si misero a farvi su dei comenti, a
interpretarlo, a chiosarlo. Ne nacque da tutto ciò una assai strana filosofia,
parte colpa le varie fantasie degl'interpreti, parte colpa il Maestro medesimo,
che tentò di risalire alle cause prime senza avere debitamente considerati gli
effetti; sillogizzò sopra le cose naturali, che avrebbe dovuto innanzi
osservare; e usò ne suoi scritti un certo suo linguaggio, o gergo particolare.
Il caso è che gli aristotelici stavano quasi sempre in su' generali, senza mai
venire al fatto in che che sia. Non d'altro si udivano risonare le scuole che di
qualità occulte, di forme sostanziali, di entità, di modalità, e di simili
altri nomi senza soggetto, co' quali intendevano render ragione di ogni cosa che
avveniva nell'universo, e di ogni effetto di natura. Tale è la scienza che
tenne fra noi per più secoli, piena di frivolità e di quistioni senza fine, o
sopra l'interpretazione di un testo, onde conseguire qual fosse la mente del
Maestro, o sopra soggetti di niuna importanza, ne' quali non sapevasi talvolta
qual fosse la mente e l'intendimento di quei medesimi che gli disputavano. Al
vedere que' dottori contendere insieme e riscaldarsi, come assai spesso
avveniva, pareva che combattessero daddovero; ma vecchi fanciulli non facevano
in sostanza che alle bolle di vento.
Sorrise qui un poco la Marchesa, indi prese a dire: - Mi penso che
durante tal cicaleccio filosofico, a dir così, e tal divozione verso
Aristotele, di gran progressi non avrà già fatti l'umano ingegno nella
filosofia. - No al certo - io risposi. - E forse per un gran pezzo sarebbe stata
smarrita la buona via; se non che al principio della passata età sorse in
Toscana, quasi vindice della ragione, un uomo chiamato per nome Galilei. Diede
egli come una novella vita all'antica scuola italica, e atterrato l'arabesco
edificio dell'aristotelismo, con la sesta alla mano pose i fondamenti del tempio
del sapere, che fu poi dal Neutono levato tant'alto. Incominciò col suo esempio
dal mostrare a' filosofi ciò che si sarebbe dovuto fare in ogni tempo, a non
voler parlare un linguaggio inintelligibile, voto di senso, e pieno di orgoglio;
a sottomettersi a cercare quali sieno le proprie e vere qualità degli oggetti
che ne stanno dattorno, facendo sopra di essi replicate esperienze, e dando loro
in mille maniere la prova; a interrogar debitamente la natura, e non creder
ciecamente a un uomo: e lasciata da parte la investigazione delle cause prime,
che non è da noi l'arrivarci, a dover mettere ogni studio per conoscere gli
effetti, ed assicurarsi come le cose sono in fatto, prima di voler spiegare il
perché così elle sieno. Per tal via egli venne a dare nuova faccia al
vastissimo regno della scienza fisica. Né forse male avvisò colui, a cui
sovviemmi aver udito chiamare quel pellegrino ingegno Pietro il Grande nella
filosofia. L'uno, diceva egli, discese dal trono per apprendere a regnare;
l'altro dalla cattedra per imparare a sapere. E se le leggi dell'uno
ebbero forza di render viva la virtù di una nazione, quasi da tanti secoli
addormentata, il metodo dell'altro risvegliò nella famiglia filosofica la
ragione oppressa dall'autorità de' testi antichi, a' quali i filosofi d'allora
stavano attaccati, non meno che i popoli della Russia alle loro vecchie usanze.
E già il metodo del Galilei, col quale si erano scoperte parecchie proprietà
importantissime dei corpi, e alcune delle primarie leggi onde la natura governa
la universalità delle cose, col quale riordinata già si era in qualche parte
la fisica, incominciava a pigliar corso, quando in Francia uscì fuori una setta
di filosofi ad attraversarlo. Volevano
anch'essi la ragion dell'uomo libera dal giogo dell'autorità; e degli
aristotelici dispregiatori eran solenni, il che già era di moda. Di fare tante
sperienze e osservazioni, onde venire in chiaro de' naturali effetti, non si
davano gran travaglio. Si davano bensì vanto di spiegare ogni cosa con grande
speditezza, e per modo che senza gran fatica potesse intendergli ognuno.
Ponevano alcuni pochi e semplici principi, e singolarmente che le specie delle
cose non differiscono sostanzialmente tra loro, ma soltanto per la varia
disposizione e modificazione delle parti della materia, che è in tutte la
stessa; simile, diciam così, a quel legno, che diviene uno scagno o un dio,
secondo la forma che gli dà l'artefice. Quindi per via solamente di certi
movimenti e di certe figure, che sapevano immaginare, giusta il bisogno, ne'
corpi e nelle parti di quelli, terminavano ogni quistione. Né era cosa in
natura, che in certo modo non operassero a mano, quasi testimoni di veduta della
creazione del mondo. E perché la pronta fantasia di costoro andava di primo
lancio alle cause più occulte delle cose, intanto che il Galilei dopo molte
considerazioni e molto studio, dopo molte prove e riprove si contentava
solamente di stabilire una qualche legge della natura, divennero ben presto
signori delle scuole, e sortirono al pari di Aristotele di caldi e zelanti
sostenitori. - Almeno - disse la Marchesa è forza confessare che il meritarono
assai meglio. Che certo, per quanto dite, è da credere grandissimo fosse
l'ingegno di costoro, e dovea giustamente levare in ammirazione ogni gente. -
Si, - rispos'io - ma non di rado avveniva che gli effetti, che si osservavano
dipoi in natura, smentivano i bei ragionamenti, che acquistati si erano applauso
e fede appresso i più ed egli era proprio una compassione vedere i più
ammirabili sistemi del mondo risolversi in niente al cimento di una sola
esperienza. E così va chi troppo s'affretta; voglio dire, chi vuol far mostra
d'ingegno, prima ch'egli abbia adoperato gli occhi abbastanza. E per verità
niun ascolto noi non daremmo a un meccanico, il quale presumesse indovinare la
costruzione del famoso orologio di Argentina, senza aver cognizione né degli
aspetti ch'egli mostra, né di quelle tante cose che e' sa fare, oltre il batter
l'ore. Non è così? - Così è - disse la Marchesa. - E che dovremmo noi
pensare - io continuai a dire - di un filosofo che vorrà descriverne la interna
fabbrica dell'universo, come innanzi tratto egli non abbia posto grandissimo
studio per conoscere le operazioni varie, gli effetti, le molle e gl'ingegni
della natura? Ciò non ostante, il Cartesio, capo di questa setta di filosofi,
compose un suo sistema di ottica, si mise cioè a ragionare e dommatizzar della
luce, senza prima certificarsi con accurate sperienze s'ella sia sostanza
semplice o composta, senza conoscere le principali affezioni e qualità sue: e
un tale suo modo di filosofare pur levò tanto applauso nel mondo. Ben è però
vero che in questi ultimi tempi si è forte intiepidito quell'applauso. Chiaro
si conosce più che mai che, dove per troppa lentezza in prender partito corrono
assai volte pericolo gli affari di stato, il contrario appunto succede delle
speculazioni della filosofia. E presentemente tutte le accademie di Europa vanno
notando ciascuna particolarità, che la industria o la fortuna presenta loro
tanto nell'ottica, quanto nelle altre parti della fisica; e vanno così
ammannendo di che forse ordire un giorno il vero sistema dell'universo.
- Quando però bisogni - soggiunse la Marchesa - ad aver un vero
sistema, sapere tutte le particolarità, come voi dite, non è credibile che noi
siamo per averlo così di breve. E se altre volte conveniva aspettare un secolo,
perché ricorressero certe tali feste che si celebravano in Roma, converrà
forse ora aspettare le migliaia di secoli, perché venga a illuminare il mondo
questo vero sistema. Intanto mi par cosa pur ragionevole esser contenti a quelli
che meritarono più applauso, ed ebbero più voga. E chi non avrebbe vaghezza di
sentire quanto di più ardito e di grande seppe riuscire dalla fantasia
dell'uomo? Comprendere il magistero della natura, penetrare le cagioni delle
cose, è lo stesso che salire in cielo
e sedere alla beata mensa degl'iddii. Che se i filosofi non colgono in tutto nel
vero, sarà, mi penso, che pur sentono del mortale
anche gli occhi loro. Starà poi a noi a discernere dove hanno dato nel
segno, e dove no, e a far giusta ragione de' loro sistemi. - Non furono mai
dette - io risposi - più sensate ragioni per udir delle follie. Come è del
piacer vostro. Ma vedete, Madama, il bel campo che mi aprireste per pigliarmi di
voi un po' di vendetta, che mi fate stare a questo nobil sì, ma sottil cibo
della filosofia. Io potrei prendere il principio da alto, come si suol fare in
somiglianti casi, e dirvi, come alcuni hanno affermato la luce esser l'atto del
pellucido, in quanto egli è
pellucido; altri, lei esser l'anima, onde il mondo sensibile viene ad esser
collegato con l'intelligibile; i colori essere una certa fiammolina che svapora
dai corpi, le cui parti hanno proporzione con l'organo del vedere. Tutto ciò
potrei dirvi, non senza toccare alcuna cosa del furto mistico di Prometeo,
o che so io. E pensate pure che in somiglianti concetti stavasi altre
volte racchiusa la scienza dell'uomo. - Non fate voi ora meco - disse la
Marchesa - come i tiranni, che il male che non han fatto, lo mettono in conto di
benefizio? Ma a ogni modo gran mercé, che voi entrar non vogliate in mondi
intelligibili, in furti mistici, e in così fatte altre cose; che io per me non
ne verrei a capo in un anno a intenderne parola. - Qual maraviglia, - rispos'io
- quando che forse quegli che ne furono gli autori, non le hanno intese eglino
stessi. Ben voi, Madama, intenderete con facilità grandissima il sistema del
Cartesio, che vi mostrate tanto desiderosa di averne contezza.
Ora figuratevi tutta quanta la materia, di che fatto è il mondo, non
altro essere stata da principio che una massa uniforme, e la medesima in tutto e
per tutto. Tale immensa materia, quanta ella è, figuratevela divisa in
particelle della figura di un dado, picciolissime, ed eguali tra loro. Di queste
particelle figuratevi che una grandissima moltitudine qua giri intorno ad un
punto, là un'altra moltitudine intorno ad un altro, e nel tempo stesso girino
tutte in se medesime; e ciò in guisa di ruota, che nel correre ch'ella fa vassi
tuttavia volgendo sopra di sé. In tal modo, Madama, immaginerete pieno di
vortici ogni cosa: che vortice si chiama uno ammassamento di materia, qual
ch'ella sia, che vada intorno a un punto, o centro comune; come si vede far
l'acqua ne' gorghi di un fiume, o la polvere raggirata dal vento. E tutto
questo, Madama, è ben facile ad esser compreso. - Facilissimo - ella rispose. -
Or bene - io soggiunsi - e voi vedrete per via di così semplici e pochi ordigni
formarsi il sole, le stelle, la luce, i colori. E che cosa non vedrete mai? Il
sistema de' vortici è quasi un palazzo magico, dove uno ha solamente la briga
di chiedere ciò ch'e' vuole, che sel vede comparire innanzi di presente. - Si
avrà dunque da credere - ripigliò la Marchesa - che da sì picciola cosa
conceduta al Cartesio abbiano da seguitare tante maraviglie? - Madama, - io
risposi - voi non sapete, che ogni tantino che si conceda a' filosofi, e
procedono a modo degli amanti; e passo passo là recano le persone, dove elle
non avrebbon pensato giammai? - Io m'intendo, - rispose la Marchesa - così poco
d'amore come di filosofia. Ma non saprei vedere a che cosa possa riuscire il
lavoro, o il giuoco di que' dadicciuoli. - Ora lo vedrete - io risposi. -
Adunque que' dadicciuoli della materia del Cartesio, ch'erano contigui tra loro,
e come stivati insieme, non potean fare che, nel girare intorno a se stessi, non
urtassero continuamente gli uni contro degli altri. Così ciascuno venne a
smussare i propri angoli, o sia punte, onde s'impedivano tra loro il poter
girare liberamente; e così, non altrimenti che veggiamo accadere delle pietre
che un torrente rotola in basso, si ridussero in altrettante politissime
pallottoline, o vogliam dire globetti. Delle rastiature poi, levate via di
ciascun dado, si venne a formare una nuova materia finissima, agitatissima; la
qual materia vale tant'oro al Cartesio. Egli vuole, contro alla opinione di
altri filosofi, che nell'universo sia tutto pieno, senza che vi resti il più
minimo spazietto voto di corpi. Ed ecco, per primo, che questa tale materia
finissima gli viene a riempiere tutti que' piccioli vani, che altrimenti tra
l'un globetto e l'altro sarebbon rimasi. Che ben vedete, Madama, come quei
globetti, ancorché si toccasser tutti, già non poteano per la propria loro
rotondità combagiarsi insieme. Ma un vano vie maggiore sarebbe senz’essa rimaso nel bel centro di ciascun vortice.
Tutti i corpi che muovono in giro, fanno ogni sforzo di allontanarsi dal centro
intorno a cui girano; e ciò vedesi manifestamente nel sasso girato nella
frombola, che è presto a scappar via per linea diritta, tosto che si rilasci
dalla mano l'un capo della funicella che il ritiene. I globetti adunque, che
muovono in giro e formano il vortice, rimpiccioliti e logori dal continuo
stropicciare tra loro, pigliavano il largo, discostandosi dal centro. E già sarebbe
rimaso un gran vano nel mezzo del vortice medesimo, quando vi accorse
opportunamente a riempierlo quella materia inimica del voto. Ed ivi tenendo il
centro, quasi nocciolo, e girando anch'essa, non si può dire, qual vigore e
qual vita venga a comunicare al restante del vortice. - Cotesta materia, non ha
dubbio, - ripigliò la Marchesa - adempie bene alle parti sue; e quasi pare che
non abbia fatto nulla, se alcuna cosa riman da fare.
- Ma sapete voi, Madama, - io risposi - quale altre cosa faccia quella
rastiatura, quella minutissima polvere, ch'è detta la materia del primo
elemento, o sottile? Ella fa la sostanza, la persona medesima delle stelle e del
sole. Il sole non è altra cosa che un immenso pallone di materia sottile, che,
girando rapidamente intorno di sé, fa suo sforzo di espandersi per tutti i
lati, e così viene a premere per ogni intorno. E questa gagliardissima
pressione della materia sottile, comunicata alla massa globulosa, o materia del
secondo elemento, che è tutto intorno al sole, è dessa la luce.
- Ed è pur vero - ripigliò immantinente la Marchesa - che noi siam
giunti in un attimo a far la luce. Ed io risposi: - Così è. Dite ora, Madama,
ch'egli era un concedere un niente al Cartesio, a fargli buoni que' suoi
dadicciuoli. Ma di grazia levate l'occhio a quella infinità di vortici seminati
e sparsi per ogni lato del cielo, dove in tutta la sua maestà a noi si mostra,
e risplende la grand'opera del Cartesio. Ciascuno di essi è un gran pallone di
materia sottile, che vorrebbe espandersi per ogni verso ed uscire de' suoi
termini; ma egli ne vien contenuto dagli altri vortici che gli sono d'intorno, e
che vorrebbon pur fare il medesimo. E come le pietre nelle volte, contrastando
l'una con l'altra, si sostengono insieme, così tutti quei vortici, per la loro
scambievole e contraria pressione, vengono a equilibrarsi tra loro. Che se il
lume che a noi vien dalle stelle non è tutto della medesima vivacità; ciò
nasce non dalla più o meno forza del loro vortice, ma dalla varia distanza
principalmente in che elle si trovano da noi. Di qui è che il sole, nel cui
vortice pur siamo, e la cui lontananza da noi è di soli cento milioni di
miglia, al suo apparir
.
. . turba, e scolora
le
tante stelle ond'è l'Olimpo adorno.
Tra le stelle poi quella, che col brio della sua luce supera ogni altra,
ed e credibile che sia a noi più vicina, è chiamata Sirio. - Forse - disse la
Marchesa - che volete dire quella lucidissima stella, che qui in contado è
chiamata la bella stella, e che veggiamo ogni sera uscir fuori la prima di
tutte, appena tramontato il sole. - Ed io: - Madama, prendete guardia di non
confondere due cose di ben differente natura, come un corpo che luce per sé, ed
uno che per lucere ha bisogno di altrui; un sole e un pianeta. Vero è che la
bella stella (che Venere dagli astronomi è detta), Marte, Giove con gli altri
pianeti furono un tempo altrettanti soli, così nello stato primitivo, o secol
d'oro dell'universo; ma egli è anche vero che ora sono decaduti da quel grado.
Oltre alla materia sottile, che si formò dalla globulosa, se ne formò un'altra
ancora, che il Cartesio chiama del terzo elemento, ed è cagione delle più
strane vicende che sieno descritte negli annali di quel suo mondo. E sapete che
cosa è questa materia? la scoria o la feccia della sottile: e per essere le sue
particelle di figura uncinata, ramosa, irregolare, avviene che l'una
scontrandosi con l'altra si appiglino insieme, e vengano talvolta a ricrescere
in assai vaste moli. Queste dipoi, in virtù del moto, e della forza della
materia sottile, sono rigettate dalle parti interne della stella, o del sole,
dentro a cui si formano, insino alla superficie di quello. E là in quel lato,
dove in molta copia si trovano adunate insieme, tenendo in collo la pressione
della materia sottile sopra la globulosa, la luce, che pur in essa pressione
consiste, viene intercetta. Nè ad altra causa voglionsi attribuire, secondo il
Cartesio, quelle macchie che di tempo in tempo appaiono sulla faccia del sole,
grandi talvolta come la nostra terra, e anche più, e che i nei del sole piacque
a un celebre filosofo di chiamarle, mostrandole col cannocchiale a una
principessa del norte. - Dei nei grandi come la terra - disse la Marchesa -
dovrebbono, anzi che abbellire, sfigurare qualunque faccia si sia. - Certo, - io
risposi - come ecclissano il sole in parte, così potriano ecclissarlo in tutto.
E da gran tempo l'avrebbon fatto, se prevalso non avesse sinora la materia
sottile, la quale col rapidissimo suo bullicame discioglie e dissipa cotesti
suoi nei, di mano in mano che si vanno formando. Ma è forza dire che la virtù
di tal materia in tutti i soli non è stata tanta da superare la opposizione e
la resistenza degli ammassamenti di quella del terzo elemento. Ciò avvenne in
tutti quei soli che del grado loro decadettero, e singolarmente nella nostra
terra. Vedete metamorfosi più strana di quante ne racconti Ovidio. Incrostatasi
a poco a poco tutta dintorno, venne a languire il suo vortice separato dal
nocciolo e dall'anima, che gli dava vita; fu rotto l'equilibrio tra esso e il
vortice del sole, che gli era vicino; e così la terra, uno altre volte
anch'essa degli occhi del cielo e immobile nella sua sede, divenuta scura ed
opaca, fu rapita via, e come ingoiata dal prepotente vortice del sole, fu
costretta a dar le volte intorno da lui, come una secca foglia dentro a un gorgo
d'acqua. - La terra adunque - disse la Marchesa - è condotta a dover girare
intorno al sole! Ben so che i filosofi non fanno troppo il gran conto di questa
nostra terra, e per loro il farla girare è un niente. Ma certo un mal giuoco
pare a me le abbia pur fatto quella materia del terzo elemento, o vogliam dire
que' suoi nei, che troppo l'hanno fatta decadere da quel glorioso stato in cui
altre volte trovavasi. - Forse, - rispos'io - ch'ella non è poi tanto da
compiagnere. Ha perduto la luce e la sua quiete, è vero; ma di una cosa
uniforme ch'era in prima e da per tutto la medesima, è venuta anche a
rivestirsi di quella tanta varietà che ora vi ammiriamo per ogni lato; e poté
di tanti avvenimenti divenir teatro, su cui dovevate, Madama, essere un
personaggio voi medesima. Del resto - io continuai a dire - nello stesso modo
che la terra, furono dal sole conquistate le comete che appariscono nel vortice
suo, e gli altri pianeti che gli fanno corona.
- Con queste tante conquiste - disse la Marchesa - che ha fatto il sole,
ben fu da lui trasgredita e rotta in cielo ogni legge di equilibrio, per cui
tanto si combatte qui in terra. Ed io mi penso che nella storia celeste egli
debba tenere quel luogo che tengono nelle nostre istorie gli Alessandri ed i
Cesari. - Per quanto si creda, - io risposi - e vi sia ragione di credere, che
altre stelle abbiano anch'esse un corteggio di pianeti, certo si è che non
veggono sino ad ora i filosofi un più gran conquistatore del sole. Ma vedete or
voi, Madama, la differenza che ci ha da un corpo luminoso a un opaco, da un sole
a un pianeta, da Sirio a Venere. E vedete insieme a che fu principalmente
ordinata la gran macchina del Cartesio. Il sole, che è corpo di assai maggiore
che tutti i pianeti presi insieme, standosi nel centro del suo vortice, volgesi
intorno a sé in venticinque giorni e mezzo. E lo sterminato oceano, dirò così,
di materia che lo circonda, o sia il gran vortice di cui anima e centro, girando
pel medesimo verso che fa egli, mena d'intorno a sé i pianeti, a quel modo che
una corrente fa le navi che in essa s'abbattono. Di tutti il più picciolo, e
che gira anche più vicino al sole, è Mercurio. Compie suo giro in poche
settimane, perché la materia del vortice, ricevendo principalmente l'impulso
dal sole, muove assai più rapida ed ardente vicino a lui, che non fa nelle
parti lontane. Appresso Mercurio e più tarda gira Venere, quel bel pianeta il
cui dolce lume fa ridere il cielo, e ne conforta, dicono i poeti, ad amare.
Viene la terra per terza, la quale raggirasi intorno al sole nello spazio di un
anno. Più sopra è Marte; appresso a Marte seguita Giove, che è il più vasto
tra' pianeti; e finalmente si trova Saturno, che muove più lento di tutti, ed
è di tutti il più lontano dal sole. I pianeti minori, come la nostra luna, i
quattro che girano intorno a Giove, e i cinque di Saturno, furono anch'essi ab
antico altrettanti soli, e sono ora un segno della passata grandezza de' pianeti
maggiori, a' quali ancora appartengono. Avendo questi nella loro decadenza
conservato gran parte del loro vortice, come narra il Cartesio, conservano
ancora le prede e le conquiste, che fatte aveano ne' tempi migliori. Che se di
tali cose, e particolar-mente del girare che fa la terra, vorrete più minuta
contezza, leggeremo i Mondi del Fontanelle,
dove conoscerete la più amabile
marchesa di Francia, a cui però non avrete altro da invidiare fuorché il
filosofo.
- Piacemi oltremodo - disse la Marchesa - quanto io
ho udito da voi di un sistema, che con tanta facilità e felicità rende le
ragioni delle cose. Per far girare i pianeti, il sole non ha che a girare egli
medesimo; e per illuminare tutto il mondo, che è pure un gran che, non ha da
far altro che premere la materia globulosa che il circonda. In ciò fare non ci
rimette niente del suo; e il tesoro, per così dir, della luce non è mai per
venir meno. - Non si può negare - io soggiunsi - che, stando alla opinione di
coloro i quali vogliono che la luce sia una effusione della sostanza medesima
del sole, quasi un'ardente pioggia ch'egli mandi fuori del continuo, taluno
potrebbe vivere, e non a torto; in grande apprensione. Per quanto finissime
sieno le particelle della luce, più fine ancora delle particelle odorose che
esalano da' corpi, i quali nulla però perdono, anche in lunghissimo, del loro
peso, ci sarebbe da temere, non quel tesoro venisse finalmente al basso, e di
avere un giorno sul bel mezzodì da restare al buio. E forse, per li tanti
dispendi, che fa di continuo il sole, dicono i filosofi del Malabare
che di sette occhi ch'egli avea, sei ne sono già
chiusi, e non glie ne rimane ora che un solo di aperto. Ma ecco che per questo
conto noi possiamo essere più animosi. Tale, come voi avvertite, Madama, è la
condizione del sole, ch'egli può ogni momento fornir di luce tutto quanto il
mondo, e non perder egli mai niente del suo. E se proprio è della luce, ch'ella
trascorra in un istante uno sterminato cammino, e che il suo corso, come dice un
poeta inglese, è finito allorché incomincia, vedete come la luce cartesiana lo
faccia con un niente: che per lei appunto un niente sono i milioni e milioni di
leghe. E questo avviene perché, secondo il Cartesio, ogni cosa è pieno, senza
che vi sia il più minimo spazietto di voto. Immaginate una picca quanto si
voglia lunghissima, la quale, mossa che sia dall'uno de' capi, muove nel tempo
istesso anche dall'altro. Né più né meno è da pensare che avvenga della
pressione che ricevono ad un tratto le file de' globetti, che, senza lasciare
intervallo alcuno tra essi, si stendono dal sole insino a noi. E così appena
preme il sole, e allumato è ogni cosa.
- Quale spiegazione più semplice e più chiara -
disse la Marchesa - degli effetti della luce potremmo noi cercare di questa? E
già mi penso che il simile debba essere de' colori, che, per quel ch'io credo,
sono anch'essi un effetto della luce. - Per certo, Madama, - io risposi -
avreste il torto di non stare anche per questo a fidanza del Cartesio. Egli vi
dirà, che siccome la pressione o il moto de' suoi globetti eccita in noi il
sentimento della
luce, così la diversità de' loro moti fa che noi apprendiamo colori diversi. E
questa diversità di moti è cagionata dalla diversità delle superficie dei
corpi, che ricevono la luce che vi batte su, e la rimandano all'occhio nostro.
Hanno esse potere di alterarla, o variamente modificarla: e quindi ne
appariscono variamente colorate; non altro essendo i colori, che la luce
variamente modificata. Quei corpi adunque, le superficie dei quali sono disposte
in maniera da accrescer notabilmente ne' globetti di luce, che vi dan su, il
proprio loro moto di rotazione, ci si mostran rossi; e gialli quelli che lo
accrescono un po' meno. Se le superficie poi sono tali da sminuire quel moto, in
luogo d'accrescerlo, quelle che lo sminuiscono assai riescono azzurre: e verdi
quelle che poco. E finalmente se tali sono le superficie, che rimandino i
globetti in gran copia e colla medesima quantità di moto con che gli ricevono,
senza rinforzarlo in alcuna parte o debilitarlo, allora ne risulta il bianco: e
il nero per lo contrario, quando le superficie sono talmente disposte da
ammorzare essi globetti, e in certo modo assorbergli
per entro a se stesse.
Eccovi, Madama, come in un batter d'occhio abbiam fatto i colori. Cercate voi
d'avvantaggio ? Ricordatevi, che noi siamo nel palazzo magico del Cartesio, dove
basta chiedere per ottenere. - No, no, - ella rispose - fermiamci per ora su'
colori: e dichiaratemi onde nasce che questo corpo accresca ne' globetti di luce
il moto di rotazione; lo diminuisca quell'altro. - Ciò nasce - io risposi -
dalla varia qualità e disposizione, che trovasi nelle particelle componenti le
superficie de' corpi medesimi, dalla loro inclinazione, positura, figura e
simili altre cose: le quali essendo diverse, debbono altresì diversamente
modificar la luce che in essi corpi si avviene. E così il filosofo vi dà di
che dipingere
L'erbetta
verde, e i fior di color mille,
di
che variare a vostro piacimento la faccia dell'universo.
- Veramente, - ripigliò la Marchesa - con questi
vortici si viene a fare ogni cosa. Dica chi vuole, non si potria mai abbastanza
ammirare il sistema del Cartesio. Non ci è quistione che egli non sia
prontissimo a scioglierla; e ciò non fa con lunghi raggiri, ma con una
semplicità che è un incanto. Il sole, le stelle, col moto de' pianeti, la luce
e i colori noi abbiamo voluto fare, e furon fatti. Ma dite, vi è occorso egli
mai di ragionare con altra donna di filosofia? - No al certo, Madama, - io
risposi - nè ci voleva niente meno di voi a farmi soccombere. Ma che mi fate
voi una tale dimanda? -Ed ella: - Per sapere come essa si fosse comportata; come
avesse fatto con questo Cartesio. - So ben io, - ripigliai tosto - quel che vi
fate voi. Che occorre, Madama, il nasconderlo? Voi vi siete un po' troppo
lasciata andare all'immaginazione
dolci
cose ad udire, e dolci inganni.
Egli
sembra siavi caduto di mente quella fretta madre di tanti sistemi, che non
reggono poi alla flemma degli osservatori. - Che debbo io dirvi? - ella rispose.
- Se io me ne sono scordata così, forse la colpa è del palazzo magico, dove
voi mi avete introdotta. Ben sapete che questi tali luoghi han virtù di far
dimenticare alle persone le cose migliori. - Alla quale io risposi - Madama,
almeno non vi dimenticate che i palazzi magici si risolvono in fumo al
sopraggiunger di Logistilla con quel suo libretto.
- Chi avrebbe mai potuto credere, - riprese a dir la
Marchesa - che da una supposizione tanto semplice, come fu quella di non so che
dadicciuoli portati in giro, avessero a riuscire le tante maraviglie che in sì
picciol tempo mostrate mi avete? In assai maggior pregio senza dubbio si hanno a
tenere coloro, che con pochissimi ordigni fanno far quello per cui altri ne
mettono in opera moltissimi. E la varietà de' colori tanto più ora mi diletta,
quanto io duro meno di fatica nel vernirmegli formando dentro alla fantasia. Se
non che male saprei immaginare come va la faccenda in quei colori, che solamente
appaiono sopra le cose, se un traguarda per un certo vetro; siccome mi sono
abbattuta a vedere in non so che villa, non è gran tempo. Io non mi metterò a
farvene una descrizione, che male ne riuscirei: e d'altra parte a voi non può
esser nascosto di che vetri io m'intenda di parlare. Di tanto mi ricorda:
ch'egli era posto a rincontro d'una finestra, e sospeso dalla volta della
stanza; e ch'era proprio un piacere a veder per esso la campagna e il cielo,
come un tappeto o un panno di mille colori. - Anche di questo - io risposi - voi
avete in pronto la spiegazione. Quel vetro a tre facce, che voi dite, fatto come
quegli stipetti che sogliono porsi negli angoli nelle stanze, si chiama prisma.
Guardando a traverso di esso le cose, noi le veggiamo pezzate di vari colori; e
ciò in virtù di nuove e varie modificazioni, che valicando per esso ricevono i
globetti di luce, che sono ribalzati da' corpi. Fategli acquistare o perdere del
moto di rotazione, secondo che qua vedete un colore, e là un altro; è fatto
ogni cosa. Ma quanto a quella distinzione accennata da voi, Madama, tra i colori
veri, e gli apparenti, non troverete alcun filosofo che possa usarvi
l'agevolezza di farvela buona: io dico, né anche il vostro Cartesio. Il quale
vi dice risolutamente che il porporino d'una bella guancia e quello del prisma o
dell'iride, non sono altro che rotazioni di globetti; sono tutti colori
apparenti, non reali; tutti di un modo, quanto all'essere, se non quanto agli
effetti che producono. In somma ogni qualità di colori non sono altro che
semplici fenomeni, che appaiono con la luce; e tolta via quella, non son più. -
Volete dire - replicò la Marchesa - che non sono più veduti. Come si potria
pensare che i colori di quel quadro non sono più, un'ora o due appresso il
cader del sole? La tela rimane pur tuttavia, benché non veduta. - La tela non
ha dubbio, - rispos'io subito - rimane dopo il cader del sole; e sopra essa
similmente certe disposizioni rimangono nella figura e tessitura delle
minutissime parti di quei vari generi di materia, che adoperar sogliono i
pittori. Ove sopravenendo appresso la luce secondo la qualità ch'ella prende da
esse disposizioni, i suoi raggi ribalzano indietro sotto varie tinte e colori
diversi. Per le tenebre poi ogni cosa da capo svanisce, e non è più; come un
effetto di quelle disposizioni, e insieme della luce.
La Marchesa recatasi in sé alquanto, riprese a dire
in tal modo: - Per verità io ho creduto sempre il color esser nelle cose; e nel
prisma o nell'iride esser solo una illusione. - Ed io: - Cotesto toglier via
quella distinzione, che comunemente si fa tra i colori veri e gli apparenti,
egli è pure un ridur le cose a quella semplicità, che tanto vi va a genio,
Madama. Se non che, forse l'amore di voi stessa contende a questa volta col
vostro amore per questa medesima semplicità. Troppo vi duole di non dover più
tenere e riconoscer per vostro quello su che in grandissima parte si fonda
l'imperio delle belle donne. Né io vi posso dar torto che vi mostriate per
questo conto un po' difficile col Cartesio. Ma finalmente a chi è tanto o
quanto tenero del suo onor filosofico non è lecito di ammettere i principi di
un sistema, e non voler poi ammetter le conseguenze che necessariamente da
quelli derivano. I corpi non sono altra cosa che materia del terzo elemento; i
quali differiscono solamente tra loro per una certa tessitura e configurazione
di particelle: e ne' globetti della luce non è altra cosa, che quel moto di
rotazione che le particelle de' corpi vi modificano nell'atto di ribalzargli da
sé. Questi dipoi muovono l'organo del vedere; e così nasce in noi il concetto
del colore. E in fine di questo colore il nostro animo ne riveste le cose di
fuori, là riferendolo donde gli vennero i globetti di luce. Ma in effetto le
cose ne son nude. Anzi non solo del colore; che anche il sapore, l'odore, il
suono, il freddo, il calore e la luce medesima non sono altrimenti ne' corpi.
La Marchesa allora disse: - Poco manca voi non
diciate non aver realità alcuna quanto un vede et ode: che io non debbo credere
esser qui questo marmo, che io pur tocco con mano; esser voi . . . - Tal cosa -
io risposi subito - non vi dirò già io. Benché non manchi di quelli che
sostengono i corpi tutti non esser altro che ombre, e sogni perpetui di gente
che è desta; io per me credo che sogni sieno i loro: né mi potrò mai indurre
a credere che io sogno, quando io vi veggo. Crederò bensì che le cose sieno
molto differenti da quello che paiono. E lo stesso, Madama, dovrete fare pur
voi. Quelle qualità soltanto hanno da risiedere ne' corpi senza più, le quali
dipendono dalla materia di che sono composti; le altre vi saranno apparenti. Così
che, fuor che nella mente nostra, non si trovano in nessun luogo. E le proprietà
della materia il Cartesio le ristringe alla estensione, per cui i corpi sono
lunghi, larghi e profondi; alla impenetrabilità, per cui un corpo non può
trovarsi nel luogo di un altro; al muoversi; all'aver questa, o quella figura;
all'aver le parti così o così modificate e disposte. Ora chi vorrà mai il
colore, la luce e simili, essere un certo moto, una certa figura, o tessitura di
parti? Adunque sono nella nostra mente. - Ma - qui soggiunge la Marchesa - voi
mi diceste pure un certo moto di rotazione ne' globetti della luce esser cagione
del colore, che è nei corpi. - Piuttosto occasione - io ripresi - che se ne
desti il sentimento in noi: come appunto quella proprietà che hanno i corpi di
premere i globetti del secondo elemento è occasione che si risveglia in noi il
sentimento della luce; e quella, ond'essi fanno brandire e ondeggiar l'aria sino
al timpano dell'orecchio, il sentimento del suono. Similmente una certa figura
di particelle, o pure certi piccioli animaletti che sono ne' corpi, stuzzicando
in una maniera o in un'altra i nervetti della lingua, sono occasione che in noi
si desti l'idea di quello o di quell'altro sapore. E l'istesso avviene
dell'odore e delle altre qualità somiglianti. E così da noi chiamasi
impropriamente qualità della materia quello che in realtà è soltanto
percezione della nostra mente. - Io già intendo: - disse la Marchesa - noi
siamo i conquistatori del mondo, che ci è dattorno; e divenghiam ricchi alle
spese altrui. Il filosofo non lascia a' corpi che a malapena lo scheletro, dirò
così, della estensione; e il resto, di che e' paiono rivestiti, lo dà
all'anima nostra. - E con ragione - io soggiunsi. - Quando uno si trova al buio,
faccia di premere col dito l'un canto o l'altro dell'occhio, girandolo a uno
stesso tempo parte opposta; e vedrà tosto un cerchietto di colori, simile in
certo modo a quelli che veggiamo nella coda del pavone. Onde questo? mentre
certamente al di fuori non ha nè colore, né luce. Non da altro, salvo che
dalla pressione del dito, il quale opera così grossamente nell'occhio quello
che i raggi di luce vi san fare con tanto maggiore isquisitezza. - Veramente
veggo anch'io - disse la Marchesa - che non può stare altrimenti la cosa da
quel che voi dite. Ma come è mai che in virtù di un certo moto di rotazione io
apprenda il rosso o l'azzurro? Qual corrispondenza ci può egli essere tra i
corpi in qualunque modo sieno disposti, e un concetto di colore, una idea, che
l'anima forma dentro a se stessa? che pur parmi che i sentimenti dell'anima
sieno una faccenda diversa in tutto da qualunque movimento si sia. - Comprendete
voi meglio, Madama, - io risposi - qual corrispondenza ci sia tra il dolore, che
è pur dell'anima nostra, e la puntura di un ago, che altro non fa che lacerare
alcuna fibra della persona; tra un certo moto di un ventaglio maneggiato da
dotta mano, e il sentimento ch'e' fa nascere in altrui della speranza? - Ed ella
accennando di no: - Pur nondimeno - io soggiunsi - tali cose, benché di
differentissima natura, vanno di compagnia: e l'una è cagione, o per lo meno
occasione dell'altra. - Si dovrà dunque dire - ripigliò la Marchesa - che tra
i movimenti della materia e le idee dell'anima ci sia quella corrispondenza che
era negli Elisi tra Enea e l'ombra del padre Anchise. Conferiscono insieme,
ragionano, rispondono l'uno all'altro. Ma quante volte Enea tentò di
abbracciare Anchise, altrettante se ne tornò con le man vuote al petto. -
Questi pur sono - io ripigliai a dire - i misteri della filosofia, alla quale,
Madama, voi domandate assai più ch'ella non può veramente rispondere. Chi
potria dirvi come lo spirito sia legato in questi nocchi della materia, come gli
oggetti corporei cagionino certe idee nell'anima; ella all'incontro certi moti
nel corpo, come senza estensione ella sia in ogni parte di noi, invisibil vegga,
e intangibil tocchi? Sebbene non è punto da credere che si rimanessero muti i
filosofi, se noi gli domandassimo del come tutto ciò succeda. Ci metterebbono
in campo gli spiriti animali, che scorrono per la cavità dei filamenti
sottilissimi dei nostri nervi, e portano le sensazioni degli oggetti corporei al
cervello, ed esso poi le imprime nell'anima; le cause occasionali; l'armonia
prestabilita: ci farebbono dei laghi di filosofia, che noi poco intenderemmo, e
che nulla conchiudono. E già cotesti grandi ragionatori furono paragonati co'
ballerini, i quali, dopo gli più studiati passi del mondo e le più belle
cavriole, si trovano alla fine del ballo nello stesso sito per appunto che il
cominciarono. Ma comunque sia del come e del perché, egli è indubitabile - io
seguitai a dire - esservi più specie di cose, le quali in noi ne producono di
certe altre di ben diversa natura. Onde non maraviglia che certi movimenti ne'
globetti di luce, eccitandone degli altri nella retina, che è una pellicella
nel fondo dell'occhio, e questi comunicandosi, in qualunque modo ciò avvenga,
al cervello, non maraviglia, dico, che questi tali movimenti possano creare in
noi certe idee di colore. E già dell'istesso occhio, e della maniera con che si
formano dentro di esso le immagini delle cose, sarebbe ora forse da parlare: se
non che ecco, Madama, che io veggo comparire lo scalco, il quale viene ad
avvertirvi esser già messe le tavole: ed egli è oggimai tempo di vedere che
qualità di sapore noi riferiremo coll'animo alla zuppa. - Non so - disse la
Marchesa - se colui che tutta mattina ci ha studiato su, e crede di averglielo
realmente dato, si accorderebbe così di leggieri con voi altri filosofi, che
ridur vorreste ogni cosa all'apparenza. Ch'ei non risappia giammai - io risposi
- de' nostri ragionamenti. Egli non è persona da disgustare per così poco,
come è una opinione di filosofia. - E il dir questo e il levarmi su fu una
cosa, stimando che così ancora far dovesse la Marchesa. Ella al contrario volea
pure che io le dicessi più avanti, e non così tosto si tralasciasse
l'incominciato nostro ragionamento. Sopra di che io la pregai a volersi ridurre
a memoria e ponderare il detto di quel poeta francese, nominato il poeta della
ragione: come vivande riscaldate buon sapore non resero giammai. Della qual
verità pur convenne dopo qualche contrasto la Marchesa; e finalmente a' piaceri
della tavola ebbe a cedere il campo la filosofia.
Nel quale si espongono i principi generali
dell'ottica, si dichiara la struttura dell'occhio, e la maniera onde si vede, e
si confutano le ipotesi del Cartesio e del Mallebranchio intorno alla natura
della luce e dei colori.
Nel tempo che durò la tavola, ora andava
immaginando la Marchesa certe particolari specie di animaletti, da' quali le
venisse destato quello o quell'altro sapore; ed ora raggirar faceva in uno o in
altro modo i globetti della luce, secondo la diversità dei colori delle cose
che se le presentavano innanzi. E mostrava avere non picciol obbligo al
Cartesio, da cui riconosceva d'essere messa a parte de' segreti della natura. Se
non che una qualche noia parea pur darle che de' suoi colori ei ne l'avesse
spogliata. Dove io pur la veniva certificando che con una semplice disposizione
di particelle ella avrebbe seguitato ad operar quello che per l'addietro operar
credeasi col colore medesimo; e ch'ella poteva starsene sicura nel suo regno
contro a tutti i macchinamenti della più sottile filosofia.
Levate le tavole, e preso il caffè, ella si ritirò
nelle sue stanze: e dopo avere nelle ore più calde del giorno pigliato alquanto
di riposo, venne nella galleria dove io mi trovava godendo della vista di un
ameno e ombroso giardino, sopra cui essa risponde. Da più di un motto che gettò
la Marchesa, ben m'accorsi del desiderio ch'ella aveva di ripigliare il nostro
ragionamento. Ond'io, senza altro invito aspettare, presi a dire così: - Tanto
io vi veggo, Madama, infervorata della filosofia, che il parlarvi di qualunque
altra cosa sarebbe senza dubbio indarno. Converrà dunque dirvi due essere i
principali accidenti a' quali è sottoposta la luce: la riflessione e la
refrazione. Quando le particelle della luce vengono a dare nelle parti solide
dei corpi, ribalzano da essi, non altrimenti che fa una palla dando in terra; e
quel ribalzar che elle fanno, chiamasi riflessione. E per riflessione di
raggi noi vediamo le cose tutte che diconsi opache, cioè che non hanno il lume
da sé. La fiamma della candela, per esempio, manda raggi del suo: è un
vorticetto di materia sottile, secondo il Cartesio, un picciolino sole, che
preme la materia globulosa che gli è dintorno, e sì alluma ogni cosa; laddove
gli altri corpi opachi, i pianeti, quegli alberi, queste colonne, e che so io,
non ci si rendono visibili se non in virtù delle particelle del lume, o sia de'
globetti che riflettono. Regolarmente sono rimandati i raggi della luce, dando
in una superficie spianata, polita e tersa, quale è quella dell'acqua stagnante
o degli specchi; come appunto una palla, dando in un terreno spianato, ribalza
regolarmente, cioè risale su colla stessa inclinazione che è scesa. Tutti i
raggi, per darvi un bello esempio, che dal vostro volto vanno allo specchio, ne
ritornano indietro per niente disordinati o confusi, ma con la stessa
inclinazione e con la stessa situazione appunto tra loro con cui vi andarono.
Così è ripetuta o rimandata fedelmente dallo specchio la vostra effigie; e voi
potete, Madama, presentarvi ogni mattina dinanzi a voi medesima, e consultare a
tutta sicurtà sopra il modo di lasciar cadere con più eleganza un riccio, o
sopra il più vantaggioso sito da collocare un neo. - Gran mercé - disse la
Marchesa - che io son giunta a sapere il perché di cosa, che avendola sotto gli
occhi tutto il dì, era quasi vergogna non saperlo. Ma ben vi so dire che chi mi
avesse l'altr'ieri parlato di raggi, che venendo dalla mia faccia sono poi
riflessi dallo specchio, e che so io, io avrei creduto un tal linguaggio quel
solito formolario che per vecchia tradizione ne suol ripetere la galanteria. -
Al contrario - io seguitai - di quello che succede nello specchio, sono riflessi
i raggi della luce se cadono in una superficie irregolare ed aspra, quale è
quella di una muraglia. Rimanda essa bensì i raggi del sole da cui sia
illuminata; ma per la scabrosità sua confondendogli insieme, e sparpagliandogli
per ogni verso, non ne restituisce la immagine. Quando poi i raggi della luce
trascorrono dall'aria, per cagion d'esempio, dentro nell'acqua, imboccano i pori
o i vani, che rimangono tra le particelle di quella (ch'essa pure, benché non
gli vediamo, ha i suoi pori); e sì passano oltre. Ma nel passar che fanno, si
torcono dal primiero cammino che tenevano, venendo a piegarsi e quasi a
spezzarsi, secondo il linguaggio degli ottici. E questo spezzamento, onde s'indrizzano
a nuova strada, diversa da quella che innanzi facevano, è ciò che refrazione
si chiama. I corpi diafani o trasparenti, che danno la via al lume, come l'aria,
l'acqua, il cristallo, il diamante, si appellano mezzi. E però dicesi la
refrazione avvenire nel passar della luce d'uno in altro mezzo. Ed ella è
maggiore, secondo che i mezzi hanno in sé più di materia, o vogliam dire sono
più densi. Onde i raggi si spezzano maggiormente, o mutano maggiormente
direzione nel passar dall'aria nel cristallo che non fanno dall'aria nell'acqua,
per essere il cristallo più denso che non è l'acqua. - Bene sta; - disse la
Marchesa - ed egli è ben naturale che il cristallo, per essere più materiale,
dirò così, dell'aria, abbia anche maggior forza nello spezzare i raggi della
luce, che per esso trapassano. Ma come è mai che il Tasso dice, se ben mi
ricordo,
Come
per acqua, o per cristallo intero
trapassa
il raggio?
-
Ché non continuate più avanti, Madama, - io replicai - quei suoi versi per il
rimanente della stanza? Mi pare che e' venga a inferire come in sulle tracce del
raggio, che trapassa intero per lo cristallo o per l'acqua, così pure osava il
pensiero degli eroi cristiani penetrare per entro al chiuso manto della bella
Armida. - Qualunque cosa - replicò la Marchesa - ne venga a inferire egli, non
è egli vero che da noi si dovrà inferire non accordarsi gran fatto insieme
messer Torquato e la scienza dell'ottica? - No certamente - io risposi. - E di
quante simili discrepanze non troveremmo noi ne' poeti, chi volesse così
sottilmente esaminargli? Il licenzioso Ovidio non fa egli scorrere in un giorno
tutti i dodici segni del zodiaco al sole, quando l'astronomia non gli consente che la trentesima parte incirca di un
segno pel suo corso giornaliero? Fatto è che i poeti non parlano ordinariamente
né a dotti, né a voi, Madama; parlano al popolo. E purché arrivino a muovere
il cuore e a dilettar la fantasia del popolo, han toccato il segno. Tuttavia, a
liberare il Tasso da quella taccia di errore, potremmo dire, se così v'è in
grado, ch'egli ha inteso parlare di quei raggi che investono le superficie dei
mezzi non obliquamente, ma a diritto: come sarebbe, se un raggio cadesse sulla
superficie dell'acqua a perpendicolo, cioè senza deviare da alcuna delle bande
dal filo del piombo. Che quel raggio sì bene passa oltre intero senza spezzarsi
o piegarsi nè da questo, nè da quel lato; dove tutti gli altri, che vi cadono
obliquamente o di sghembo, si rompono, e nel rompersi s'indrizzano ad altra via.
Ora diversamente frangono i raggi passando da mezzo raro in denso, che non fanno
da denso in raro. Per esempio, dall'aria dando nella superficie dell'acqua, si
piegano nel penetrar l'acqua, indrizzandosi verso il perpendicolo, più che non
faceano prima di toccarla. E così un raggio, che da un punto di questa muraglia
andasse fuor per la finestra a percuotere colaggiù appunto nel mezzo del fondo
di quella vasca, vota ch'ella fosse d'acqua, riempiuta poi come ella è ora, non
può più dirittamente dare in quel segno di prima; ma tuffandosi nell'acqua si
torce di tal maniera, che viene a percuotere di qua del mezzo; cioè in un punto
di esso fondo a noi più vicino. Che se quell'acqua divenir potesse un
cristallo, più ancora si torcerebbe, più addentro tuffandosi; e più ancora,
se per opera di una qualche Alcina si convertisse in diamante. Ed ecco tutte le
linee e tutte le figure, che io vi segnerò. - In fatti, - disse la Marchesa -
che bisogno vi ha egli di linee e di figure, per intendere che un raggio,
passando da un mezzo raro in un denso, si accosta al perpendicolo; e più vi si
accosta, quanto più denso è il mezzo dov'entra? - Così però, - io soggiunsi
- che il perpendicolo s'intenda sempre dirizzato sopra la superficie del mezzo,
che penetrano i raggi, in qualunque modo sia posta una tal superficie: in quella
guisa che la candela, che è piantata nel piattello del candeliere, vi è sempre
a perpendicolo in qualunque modo il candeliere si tenga o il piattello. -
Benissimo, - disse la Marchesa - e naturalmente all'opposto anderà la cosa,
quando un raggio trapassa da un mezzo più denso in un meno; voglio dire che
allora si scosterà dal perpendicolo. - Così è - io risposi. - Niente vi ha di
malagevole a comprendere per voi, Madama. E già voi vedrete in un batter
d'occhio, come queste refrazioni, o deviazioni dei raggi, di che assai
imperfetta notizia aveano gli antichi, sieno cagione di mille giocolini che
s'osservano tutto dì, e de' quali moderni sanno render la ragione. Per esse
refrazioni noi riceviamo i raggi, come se venissero da altro luogo che da quello
ove gli oggetti realmente si trovano: e l'occhio, che non sa nulla di tutto
questo, riferisce poi sempre gli oggetti colà donde pare che i raggi gli
vengano; vale a dire, vede secondo la direzione dei raggi che lo feriscono. Uno
di questi giocolini ve lo voglio far vedere pur ora; da che abbiamo qui in
pronto quel bel catino di porcellana e una brocca d'acqua. Ora ecco io pongo nel
fondo del catino questa moneta. Piacciavi, Madama, di scostarvene tanto che la
sponda del catino vi copra la moneta e v'impedisca il vederla. - Così fece la
Marchesa: ed io, riempiuto d'acqua il catino sino al sommo: - Non vedete voi
subito - ripigliai a dire - la moneta, senza punto muovervi dal vostro posto? -
Sì bene - rispose la Marchesa. - Ma come ciò? che ben sono lontana dal vederne
il perché in un batter d'occhio. - Considerate, Madama, - io ripigliai - come
la moneta manda raggi per ogni verso; sia pieno il catino, o pur voto d'acqua;
ma quei raggi che da essa moneta sarebbono venuti per dirittura all'occhio
vostro, quando voto era il catino, venivano intercetti dalla sponda del catino
medesimo; e quelli che dalla sponda non erano intercetti andavano tropp'alto
perché voi gli poteste ricevere: e in tal modo a voi si toglieva il poter
vedere la moneta. Non così avviene, quando il catino si riempia d'acqua. Quei
raggi che andavano tropp'alti si piegano alquanto in basso verso di voi, si
discostano cioè dal perpendicolo nell'atto dell'uscir fuori dell'acqua; e però
giungono a ferir l'occhio vostro, il che prima fare non potevano: e voi vedete
la moneta, ma fuori del luogo dove realmente ella è. Di somiglianti scherzi vi
ricorderete avervi fatto il prisma. Oltre al farvi apparir le cose variate di
colori, ve le mostrava altresì fuori del luogo loro. I raggi degli oggetti
entrando per la faccia del prisma che era loro rivolta, vi refrangevano dentro;
e uscendo dipoi dalla faccia di esso, che vicina trovavasi all'occhio vostro,
tornavano a refrangere. Talché da voi si ricevevano dopo due refrazioni, come
se venissero o di più alto o di più basso; d'altronde in somma che in fatti
non venivano. - Così è veramente - riprese la Marchesa. - Secondo che situato
era il prisma, ora mi conveniva guardare in su, per vedere gli alberi e la
campagna; ed ora in giù, per veder l'aria. Pareva che talvolta il cielo fosse
in terra, e poi la terra in cielo. Comprendo ora il perché di tutte quelle
bizzarrie; e parmi si potesse dire che le passioni, che tanto ne fanno
travedere, e ne mostrano le cose fuori del loro debito luogo, sono altrettanti
mezzi, o prismi, che tra il vero si frappongono e l'occhio della mente. - Buon
per noi, - io risposi - se tali prismi noi gli sapessimo così ben maneggiare
come i prismi dell'ottica; e potessimo almeno assegnar così bene e prevederne
gli effetti. Qualunque sia la posizione o la materia di questi, si può
facilmente sapere quale esser debba l'aspetto delle cose per essi traguardate;
poiché le refrazioni vi si fanno con certissima regola. E generalmente elle
succedono con tal proporzione e con tal legge, che, nota la inclinazione del
raggio diretto alla superficie del vetro, dell'acqua, o di qualunque altro mezzo
si sia, vi sanno dire a capello quale esser debba la inclinazione corrispondente
nel refratto. Della qual scienza è riputato fondatore il vostro Cartesio. E
dove ella gioca principalmente, è in quegli scambietti, dirò così, che fa la
luce passando a traverso un vetro d'occhiale colmo, o convesso da amendue le
parti, che si chiama lente, per la similitudine ch'egli ha con un grano di
lenticchia. Figuratevi, Madama, due raggi di luce che camminino paralleli tra
loro: ciò vuol dire che mantengano sempre in camminando l'uno rispetto
all'altro la medesima distanza, come fanno le spalliere di que' viali. Se questi
raggi vengano a cadere sopra una lente, vannosi ad unire in un punto di là da
essa per la refrazione che ne patiscono, così sopra all'entrarvi, come sotto
all'uscirne. Tal punto si chiama il fuoco della lente, ove raccogliendo i raggi
del sole ha potere di ardere e di levar tosto in fiamma la polvere di archibuso
che ivi sia collocata. - Vengo ora in chiaro - disse la Marchesa - di ciò che
altre volte ho udito dire; come con un vetro posto dinanzi al sole altri può
ardere, niente meno che si farebbe con una bragia viva. Col ghiaccio
medesimamente ciò può farsi - io soggiunsi. - Come col ghiaccio? - ripigliò
ella in atto di maraviglia. - Figuratevi - io risposi - un pezzo di ghiaccio
conformato a guisa di lente; e vedrete ch'egli potrà ardere, come un vetro,
sino a tanto che non sia disciolto dal sole. - Verissimo - ella riprese a dire.
- E qual ricca fonte di concetti e di arguzie non sarebbe egli stato a' nostri
begl'ingegni di un tempo fa cotesto potere ardere col ghiaccio! - Certo, - io
risposi - Madama, non sarebbono andati esenti i vostri occhi da una qualche
fredda comparazione, allora quando i nostri poeti s'udivano cantare
Deh
Celia all'ombra giace!
Venga
chi veder vuole
giacere
all'ombra il sole.
Ma, continuando il nostro ragionamento, i raggi che
cadono sopra una lente paralleli si riuniscono nel foco di essa; e quelli che
non sono tra loro paralleli, ma che procedendo da un punto si vanno discostando
l'uno dall'altro, si riuniscono essi altresì in un punto, ma più lungi dal
foco. E tanto più lungi quanto più presso è il punto dond'e' procedono. - Di
grazia,- entrò qui la Marchesa -
non v'incresca ripetere queste ultime parole. - Voglio dire, - io ripigliai -
che, quanto più presso alla lente sarà il punto donde procedono i raggi che
vanno sopra di essa a cadere, tanto più lungi dal foco sarà il punto dove egli
andranno ad unirsi. E per lo contrario sarà tanto più presso al foco il punto
della loro unione, quanto più lungi dalla lente è il punto dond'e' procedono.
Che sì, Madama, che questa mia diceria incominciava a parervi alquanto
lunghetta? - No per certo - ella rispose. - Troppo volentieri ho seguito le vie
della luce. - Orsù, - io ripresi a dire - per queste vie ch'ella tiene, si
giugne da noi ad avere la più dilettosa vista che un possa immaginare. Ma, per
goderne, bisogna un bel dì di sole essere in una stanza affatto buia, salvo un
piccolo pertugio, dietro al quale intendasi congegnata una lente. Ciascun punto
degli oggetti di fuori, che sono in faccia al pertugio, vi manda dei raggi. I
quali, trovando ivi la lente che gli aspetta, vengono da essa riuniti dentro
della stanza in altrettanti punti, che hanno rispettivamente tra loro la
medesima situazione e il medesimo ordine che i punti degli oggetti donde e'
partono. E così vengono, quasi punte di pennello, a dipingere sopra un foglio
di carta, che dietro alla lente si pone, l'immagine di quegli medesimi oggetti.
E ben vi so dire, Madama, che di tal forza e di tal precisione è quella
pittura, che un paese di Marchetto Ricci o una veduta del Canaletto male vi
starebbono a fronte. Maravigliosa vi è la degradazione, armonioso, quanto mai
dir si possa, il colorito, esattissimo il disegno. Non solo vi è animato ogni
cosa, ma si muove veramente. Vi vedreste camminar le persone, tremolar le foglie
degli alberi, veleggiare una barchetta, o dar de' remi nell'acqua. Che più? Su
per l'onda, che rompono i remi, vi vedreste scherzar variamente ed isfavillare
il lume.
- Che non mandiamo tosto, - entrò qui a dire la
Marchesa - per una lente? Mi par mill'anni di vedere così fedelmente copiati i
bei siti che abbiamo qui d'attorno, di vedere un quadro di mano di così
eccellente maestro, quale è la natura. - Grande senza dubbio, Madama, - io
risposi - sarà la vostra maraviglia; né minore il piacere che ne prenderete.
Ma non vi fareste poi anche le maraviglie, se, continuando io nella stanza buia
a ragionarvi di filosofia, dicessi così: Ora ecco fate ragione di essere col
pensiero in uno dei vostri occhi, e di vedervi quello che avviene là entro. La
stanza buia, dove siamo, è la cavità, o camera interna dell'occhio. Il
pertugio della stanza è la pupilla, che è nella parte anteriore di esso: la
lente è un certo umore detto cristallino, il quale appunto di lente ha figura,
e stassi a rincontro della pupilla: il foglio di carta, che riceve la immagine
degli oggetti, è la retina, che è una pellicella che soppanna il fondo
dell'occhio, ed è tessuta de' filamenti del nervo ottico, per cui l'occhio
mette nel cervello. Mercé di tali ordigni si dipingono nel vostro occhio le
cose che vi si fanno innanzi, e voi vedete. Per certo, - ripigliò la Marchesa -
io non mi sarei mai pensata che quel bel quadro fosse tanto filosofico. E non è
egli il Cartesio che lo intese il primo, a dir così, e ce lo rese altrettanto
utile, quanto era dilettevole? - O felice il Cartesio, - io risposi - al quale
voi vorreste aver obbligo di ogni cosa! Ma di questa conviene averlo a un
tedesco, per nome Keplero,
a cui la fisica ha
parecchi altri obblighi, e non piccioli. Credevasi comunemente ne' tempi
addietro, che dalle superficie dei corpi traspirassero del continuo, e si
andassero distaccando certe membrane, o pellicelle, a guisa di effluvi: e queste
pellicelle, che chiamavano simulacri, somigliantissime a' corpi donde partivano,
volavano per aria, ed entravano poi nell'occhio, non si sa come, e vi recavano
dentro una fedele immagine delle cose poste al di fuori. Così spiegavano il
come per noi vedeasi; o piuttosto così folta era la nebbia, che ricopriva le
viste di quei filosofi. Presentemente è chiaro ogni cosa, per la similitudine
che ha l'occhio con la camera scura, che camera ottica medesimamente si chiama.
Gli oggetti mandano raggi da ciascun punto a traverso della pupilla all'umor
cristallino; ed esso, riunendogli in altrettanti punti, restituisce la immagine
de' medesimi oggetti, e la porta sulla retina. E perché i raggi che formano le
immagini degli oggetti si uniscono dietro all'umor cristallino a varie distanze,
secondo la varia distanza donde procedono, perciò è necessario che la retina
si faccia quando più dappresso all'umor cristallino, e quando se ne allontani;
acciocché la immagine di ciascun oggetto possa nell'occhio riuscir netta e
distinta. Nè più nè meno che nella stanza buia convien fare col foglio di
carta; che se non è posto ivi giustamente, dove per la refrazione della lente
concorrono i raggi di un oggetto, la immagine di esso ne torna sfumata e
confusa. A tale effetto si vuole sieno ordinati certi muscoli che fasciano il
globo dell'occhio. Ciascuno de' quali ha in oltre un proprio e particolar suo
ufizio: questo di volger l'occhio all'in su, quello all'in giù; questo a
destra, quello a sinistra; ed uno ce n'è, al cui governo presiede chi governa
buona parte della nostra vita. Muove esso obliquamente l'occhio, e gli dà quel
muto favellare, che suole essere più eloquente e più caro di qualunque più
espressa parola. Tutti dipoi insieme quei muscoli si vuole che concorrano a
portare la retina ora più dappresso all'umor cristallino ed ora ad
allontanarnela; secondo che da noi or qua or là si viene rivolgendo la vista,
ed ora quella cosa si adocchia ed or questa, posta più vicina o più lungi da
noi. Ma qualunque sia l'ingegno, per cui si ottenga di conformar diversamente
l'occhio, secondo le varie distanze degli oggetti, ci sono di quelli che per
proprio difetto noi possono conformare in maniera da veder distintamente le cose
lontane, e dagli ottici sono detti miopi: ed altri all'incontro, che noi possono
per le vicine, sono detti presbiti. - E per questi tali, - disse la Marchesa -
mi penso sieno fatti gli occhiali. - E di varie specie occhiali - io risposi. -
Gli ordinari non sono altro che una lente convessa da amendue le bande; e
trovati furono solamente quattrocento anni fa a consolazione de' presbiti, o sia
de' vecchi. L'uno de' tanti incomodi che mena seco la vecchiaia è lo appassire
dell'occhio, e il soverchio accostamento della retina all'umor cristallino. Da
ciò ne viene che i raggi degli oggetti vicini, che dalla lente sono raccolti più
da lontano, arrivano alla retina prima di essere riuniti, e vi stampano una
immagine confusa e sporca. - Non maraviglia dunque, disse la Marchesa - se
cotesti vostri presbiti, quando hanno da leggere una lettera, e non trovano gli
occhiali in pronto, la tengano molto lungi dall'occhio. In tal caso la immagine,
che cade all'umor cristallino più vicina, può riuscir netta e distinta. - E
similmente avviene - io soggiunsi - se, tenuta la lettera alla consueta
distanza, la lente dell'occhiale aiuti la refrazione del cristallino, e faccia sì
che i raggi si uniscano a minor distanza a esso che fatto non avriano:
malinconie per altro, delle quali non si conviene parlare a chi ha, come voi,
chiar'alma,
pronta vista, occhio cerviero.
A voi, Madama, si conviene piuttosto parlare degli
occhiali de' filosofi; voglio dire dei microscopi e telescopi, mercé i quali
pur possono contentare in parte e sbramare la loro curiosità. Di moltissimi
oggetti avviene che la immagine non riesca per conto niuno sensibile alla nostra
vista, a cagione della estrema sua picciolezza; di alcuni oggetti, perché
minutissimi, quantunque a noi sieno vicini; di altri, perché da noi sommamente
lontani, quantunque in sé sieno vastissimi. Intorno a quelli si adoperano i
microscopi, i telescopi intorno a questi: e per via di varie sorte di lenti in
essi congegnate ingrandiscono quelle piccioline immagini, per modo che ci è ora
dato veder quello che altre volte non vedeasi; o vedere con distinzione
grandissima ciò che solamente vedeasi così in confuso. Non si potrebbono mai
esaltare abbastanza così nobili trovati, de' quali siamo debitori al nostro
Galilei, che
prese di Linceo meritamente il nome, e rese, si potrebbe anche dire, lincei gli
occhi dell'uomo. Cogli aiuti del telescopio l'uomo si è fatto più d'appresso
al cielo, e si mescola, in certo modo, con le cose che tanto sono al di sopra di
lui. Quante stelle non siamo noi giunti ad scoprire, che isfuggono l'occhio
nudo? E la via lattea, che veggiamo biancheggiare la notte, e stendersi dall'uno
all'altro polo, non è altro che una moltitudine infinita, uno esercito
innumerabile di stelle. Delle montagne e de' valloni che sono nella luna, sarà
senza dubbio, Madama, giunta la voce anche a voi. Sono esse pure una scoperta
de' telescopi, i quali nelle macchie di quel pianeta ci hanno fatto vedere delle
bassure e delle alture grandissime: a tale che ce ne ha che superano di molto
queste nostre Alpi. Per via poi delle macchie che ci hanno mostrato sulla faccia
di Giove, di Marte e del sole, siamo pervenuti a conoscere il giro ch'e' fanno
intorno a se stessi. E solamente dal passato secolo in qua, che sonosi trovati
que' belli ordigni, sappiamo che Giove ha intorno di sé una corona di quattro
satelliti, o lune, che vogliamo chiamarle; e Saturno ne ha una
di cinque, con di più un bello anello luminoso, che gli aggiorna di continuo le notti. Per essi finalmente si conobbero
con precisione le grandezze de' pianeti, quelle distanze di tanti milioni di
miglia che sono tra essi e noi; si è venuto in chiaro del vero sistema del
mondo; e se già disse un antico poeta che Giove guardando la terra, non vi
potea veder nulla che non fosse trofeo dell'armi romane, forse i filosofi
potrian dire al presente che, guardando il cielo, non vi può veder cosa che non
sia scoperta e quasi conquista de' telescopi. Feci io qui un po' di pausa. E la
Marchesa riprese a dire: - Con tali e si magnifiche parole avete voi
rappresentate le gesta de' telescopi, che non so già io qual figura vi potranno
fare i microscopi al paragone. - Di molto, Madama, - io ripigliai - hanno
disteso anch'essi i confini dell'umano sapere. Se i telescopi, allungando la
vista degli astronomi, ne hanno fatto conoscere mondi remotissimi da noi, e i
microscopi ne hanno fatto conoscere noi stessi, assottigliando la vista degli
anatomici. E se gli uni, mostrandoci le valli e i monti, la notte e il giorno,
che a somiglianza della nostra terra hanno ancora i pianeti, ne hanno fornito
argomenti per non credergli paesi oziosi e morti, ma abitati anch'essi, e gli
altri ne hanno veramente mostrato innumerabili nazioni, dirò così, di viventi,
incognite agli antichi, e in cose che non pareano gran fatto acconce ad essere
abitate. In una gocciola di aceto e di altri liquori moltissimi vi si è
discoperta una tal popolazione di animaluzzi, che la Ollanda e la Cina sono in
paragone un deserto. Lascio poi a voi a pensare, Madama, quanto minutissima sia
la picciolezza di quegli animaluzzi. Basta dire che dentro a un granello di
miglio ce ne capirebbono i milioni. Né pare che sia meno mirabile di quelle
strabocchevoli grandezze che ci ha fatto conoscere il cannocchiale, quella
picciolezza incredibile, che pur ci ha fatto vedere il microscopio.
- Ben pare - disse la Marchesa - che l'uomo tenga
del divino; là singolarmente, dove ha saputo col suo ingegno trovare aiuti onde
accrescere la picciolina sua forza, e farsi come maggiore di se medesimo. Ma
sovra ogni altra cosa ammirabili mi paiono questi strumenti per cui ora la
nostra vista si stende quasi in infinito di qua e di là degli strettissimi
confini che pareva averle prescritti la natura. Che cosa vedevano, si può dire,
gli uomini avanti la invenzione del cannocchiale e del microscopio? Non altro
che la scorza, e un barlume delle cose. Starei per dire che gli antichi,
riguardo a noi, fossero quasi ciechi. - In questa parte non è dubbio - io
risposi. - Sebbene, ciechi erano reputati coloro, o almeno aver le traveggole, i
quali vedeano con quegli strumenti quelle tante cose che hanno di tanto ampliato
la sfera del nostro sapere. Ben ebbe a provarlo il nostro Linceo medesimo, al
quale toccò di pagare assai cari i benefizi che colle sue scoperte si avvisò
di fare all'uman genere. - Come? - ripigliò in atto d'impazienza la Marchesa. -
Non si alzarono le statue, non si arse l'incenso, non si appiccarono i voti a un
tal uomo? - Al contrario, - io risposi - la ricompensa che egli ebbe fu la
stessa che, per avere discoperto un nuovo mondo, avea avuto alcun tempo innanzi
il Colombo: accuse, processo e carcere. Né altrimenti succede a coloro i quali
a fil di ragione pigliano a combattere le opinioni radicate nelle menti degli
uomini, e colla verità alla mano fannosi ad atterrare gl'idoli della
prevenzione. Le discoperte del Galilei contraddicevano a quanto insegnavano i
maestri di allora sulla struttura del corpo umano, e sulla fabbrica
singolarmente de' cieli; andavano per diritto a ferire quanto sulla parola di
Aristotele credevasi a quei tempi nella filosofia essere più solenne e più
sacro. Ed ecco quanto bastò perché egli fosse contrariato da ogni parte,
perseguitato, condannato, tenuto reo. Oltre di che le nuove scoperte si
disprezzavano, perché nuove; gli errori che messo aveano, dirò così, tanti
secoli di barba, si sostenevano come le verità le meglio dimostrate. Tanto è
vero che la caligine dell'antichità suole ingrandire nella nostra apprensiva
l'altrui merito, come appunto gli oggetti per nebbia sogliono apparir più
grandi del giusto. Né io mi maraviglierei punto che anche al dì d'oggi alcuni
ci fossero tra noi, tanto innamorati delle cose antiche, i quali facessero
maggior caso dei sogni di Parmenide, secondo cui il sole è freddo e caldo, la
via lattea un miscuglio di denso e di raro, che de' più bei trovati de' nostri
filosofi. - Per quanto venerabile - riprese a dir la Marchesa - essere possa la
nebbia o la barba dell'antichità, non credo però già io il facessero, una
volta che avessero veramente assaporata la filosofia moderna, che con tanta
chiarezza rende le ragioni delle cose, e udito avessero quanto da voi mi è
stato esposto sinora.
- Peccato, - io risposi - Madama, che tutto quello
che avete udito non sia per star saldo alla prova. Non dico già che dobbiate
aver dubbio alcuno intorno al refrangere e riflettere della luce, che abbiamo
discorso; intorno alla perfetta similitudine che corre tra la camera oscura e il
nostr'occhio: né che dobbiate ritrattarvi della rinunzia che avete
generosamente fatta del colore, che tenevate più vostro, del misto di rose e di
ligustri. Ma finalmente del sistema del Cartesio voi dovete fare quel conto, e
non più, che si vuol fare d'un bel giuoco di fantasia. - Ecco adunque
soggiunse qui prestamente la Marchesa - che la miglior parte del mio
sapere è ita in fumo. Con quanta facilità non poteva io render ragione di
mille cose, e tra le altre formarmi dentro alla mente qual colore più mi
piaceva? E Dio sa quanti pensieri mi costerà da qui innanzi una sola mezza
tinta! Io vi confesso che mi sa malagevole a dovere abbandonare il Cartesio: e
io pur mi sentiva affezionata a quel suo sistema. - Ma senza dubbio,
Madama, - io risposi -
molto più il sarete alla verità. Il sistema del Cartesio ebbe, come Ercole,
sin dalla culla di gran nimici a combattere; ma, al contrario di Ercole, quasi
che nella culla medesima fu spento. Appena comparì al mondo, che fu obbiettato
da alcuni come il lume delle stelle non potrebbe in niun modo giugnere a noi,
perché la pressione di un vortice rintuzza ed uguaglia la pressione degli altri
co' quali è in equilibrio; cosicché lungo i confini di ciascun vortice la luce
è come ammorzata da una contraria luce. Da altri più sottili esaminatori delle
cose naturali fu poi mostrato lo imbarazzo, anzi la impossibilità che avrebbono
i pianeti a muoversi nei vortici del Cartesio; e molto più le comete, che vi
girano talvolta per un verso contrario a quello de' pianeti. - Non mi diceste già
voi - soggiunse qui la Marchesa - che dal vortice sono portati in giro i
pianeti, come giù a seconda sono portate le navi da una corrente? - Così è -
io risposi; ed ella: - Pel giro adunque de' pianeti pare non ci abbia luogo
difficoltà alcuna. Niente immaginare potrebbesi di più chiaro. E tra le
correnti del vortice, che vanno tutte per un verso, non potria egli avvenire che
se ne formassero alcune, che andassero per un verso contrario, come, per
rivolgimento delle acque ritrose, avvenire pur talvolta si vede ne' fiumi? E non
potrebbero esse correre per di assai lunghi tratti, atteso la vastità medesima
del vortice? E queste correnti contrarie saran desse, che ne porteranno le
comete a ritroso e per un verso contrario a quello de' pianeti. - L'amore - io
risposi - che avete posto nel vostro Cartesio, vi rende più ingegnosa che mai.
E ben voi, Madama, cercate ogni via, come fanno i veri amanti; vi atterreste ad
ogni ragione, per non dipartirvi da lui. Se i pianeti non facessero altro che
girare, o danzare a tondo, non ci saria che dire. Il male si è che il fanno con
certe particolarità, con certe tali leggi, le quali non ci è verso, per quanti
tentativi sieno stati fatti, di aggiustarle con quello che vorrebbe la propria
natura e l'indole del vortice; e guastano ogni cosa. E quanto al vostro sistema
delle comete, ben può ne' fiumi venirsi formando alcuna corrente contraria al
filo dell'acqua, per la più o meno profondità del letto del fiume, per la
varia posizione delle sue rive, o che so io. Ma simili cause, come trovarle nel
libero corso di un vortice nell'ampiezza del cielo? senza che qualche particolar
corrente, che si venisse anche formando sarebbe assai prestamente vinta dalla
corrente generale, e quivi si perderebbe; come vediamo appunto avvenire ne'
fiumi, che il filone dominante, a parlar così, dell'acqua porta via seco e
assorbe ogni cosa. In una parola molte e gravissime obbiezioni furono mosse
contro a quel sistema che ha trovato tal grazia dinanzi a voi, e per cui ha
tanto combattuto il fiore dell'accademia di Francia. Ma una tra le altre ce n'è
che gli dà l'ultimo crollo.
Quivi
non fanno i Parigin più testa.
- E qual è mai - disse la Marchesa - questa così
terribile obbiezione? - Ecco qua, Madama: - io risposi - la pittura di questo
muro è quello che gli fa così cruda guerra. - Se egli non ha a temere -
soggiuns'ella - altro nemico, io fo tosto cancellarla quella pittura. - Oramai -
io risposi - il vostro amore per il Cartesio non conosce più termine, nè segno
alcuno; che gli vorreste anche sacrificare il vostro Paolo,
che ha saputo così ben ritrarre su questo muro la
pittura omerica dell'ira d'Achille. Ma troppe bisognerebbe cancellarne
delle pitture, e secondo l'uso d'oggidì dar di bianco a ogni cosa. Orsù,
Madama, io pianterò questo mio coltello qui nella tavola, che è in mezzo della
galleria. Voi rimanetevi qui; io andrò a pormi là in quel canto. Or bene, voi,
Madama, tenete l'occhio fisso nella clamide rossa di quell'Achille; ma fate di
traguardare per mezzo l'estremità del manico di quel coltello. - Volete dire -
ripigliò qui la Marchesa - che io faccia come i cacciatori, quando prendon la
mira. - Così per appunto - io risposi. - E intanto che voi state mirando quella
clamide rossa, io traguardo per simil modo quell'azzurro del mare; cioè
prendendo la mira anch'io per mezzo alla estremità del manico del medesimo
coltello. Ora egli è indubitabile che ivi, per quel punto per cui da noi si
traguarda, passa un raggio che viene dalla clamide ed uno che viene dal mare. I
quali due raggi altro non sono se non due filze di globetti, l'una delle quali
si stende dalla clamide al vostro occhio, l'altra dal mare al mio. E ancora è
indubitabile, che questi due raggi si tagliano insieme nel punto da noi preso
per mira; e però si trova ivi un globetto, che è comune, ed appartiene così
all'un raggio come all'altro. - Io non vedo ancora - disse la Marchesa - dove si
vada a parar la cosa. Ed io: - Acciocché quei raggi facciano impressione in
noi, sarà mestiero che i globetti del raggio che viene dalla clamide premano
dalla clamide sopra il vostro occhio; e i globetti del raggio che viene dal mare
premano dal mare sopra il mio. E così quel globetto, che si trova esser nel
punto per dove da noi si traguarda, e che appartiene ad amendue questi raggi,
bisognerà che prema a un tempo e sopra il vostro occhio e sopra il mio. Che
sarebbe lo stesso che dire che, essendo voi in capo di due viali, vi avviaste
nel medesimo tempo e per l'uno e per l'altro. E questo non è il tutto. Parmi
però - disse la Marchesa - essere tanto che basti a rovesciare ogni cosa.
Bisognerebbe ancora - replicai io - che in quell' istesso globetto, solido come
egli è, ci fossero due differenti moti di rotazione a un tempo: quello che è
voluto dal Cartesio, per muovere in voi l'idea del color rosso, e che dalla
clamide scorre per il vostro raggio; e quello che è necessario a muovere in me
l'idea dell'azzurro, e che dal mare va scorrendo per il raggio mio. Voi
comprendete adunque, Madama, che con questi globetti non potremmo veder nulla di
quello che noi pur veggiamo. - Comprendo ora - ripigliò la Marchesa - con
quanta ragione dicevasi della poca fede che si vuol dare a' sistemi di
filosofia. Ma certo non avrei pensato mai che questo dovesse dare in terra così
facilmente. - Lo stesso Mallebranchio, - io risposi - una delle più ferme
colonne del cartesianismo, fu scosso egli medesimo da quella difficoltà; e pensò
di metter mano nel sistema, cercando di assestarlo in modo che non repugnasse
all'esperienze, che con ragione furono da lui chiamate revelazioni naturali. - E
venne egli poi fatto -disse la Marchesa - a cotesto Mallebranchio di raddrizzare
in qualche modo l'edifizio?
- Il Mallebranchio - io seguitai - ha fatto in
picciolo nel sistema della luce quello che nel sistema del mondo avea fatto in
grande il Cartesio. Per ispiegare i moti de' pianeti aveano immaginato gli
antichi ch'e' fossero portati in giro da certe sfere solide dette epicicli: e,
per render ragione delle varie apparenze di essi moti, facevano entrare così
sgarbatamente quegli epicicli gli uni entro degli altri, ch'era proprio una
confusione; lo che diede motivo allo scandaloso motto di quel re matematico: che
se Iddio, quando fece il mondo, l'avesse chiamato a consiglio, l'avrebbe assai
meglio consigliato. Il Cartesio, per far giocare i pianeti più liberamete,
sostituì a quegli epicicli i suoi vortici. E similmente il Mallebranchio, per
meglio spiegare gli effetti della luce, in cambio dei globetti duri immaginati
dal Cartesio, vi sostituì dei vorticetti di materia sottile od eterea,
picciolissimi e fluidissimi, de' quali ha riempito nel mondo ogni cosa. Il corpo
luminoso, dic'egli, a guisa di cuore nell'uomo, si ristringe a ogni momento e sì
dilata; il che è causa di ondeggiamento nel mare dei vorticetti, che da ogni
lato l'attorniano. Ora questi ondeggiamenti medesimi sono la luce; e la varia
loro celerità il colore. Di qui egli ricava un'assai stretta parentela che
corre tra la luce e il suono, ond'altri non s'era avvisato per ancora. Gli
ondeggiamenti che concepisce una corda, quando percossa, e ch'essa comunica
all'aria, e l'aria dipoi all'organo dell'udito, risvegliano in noi il sentimento
del suono; e gli ondeggiamenti che da una fiaccola vengon comunicati alla
materia eterea, e quindi al nervo dell'occhio, risvegliano in noi l'idea della
luce. Nella maggiore o minor forza degli ondeggiamenti dell'aria sta la maggiore
o minore intensione del suono; e
nella maggiore o minor forza degli ondeggiamenti dell'etere sta la maggiore o
minore intensione della luce. Anzi, a quel modo che la varia frequenza nel
guizzar dell'aria fa la varietà de' tuoni, come grave, acuto, con quelli che
sono di mezzo, così la varia frequenza nel guizzar dell'etere fa i vari colori
rosso, giallo, e gli altri, che si possono considerare come i tuoni della luce.
- Io non so - disse la Marchesa - se mai similitudine sia stata,
e direi anche da certi nostri oratori, spinta
tant'oltre. E più oltre ancora lo è - io risposi - da cotesto filosofo. Non è
dubbio che i vari ondeggiamenti dell'aria si tagliano insieme, senza che l'uno
rechi un minimo turbamento all'altro, non che si distruggano tra loro: come
veggiamo tutto dì avvenire nei concerti di musica, dove il violino non si
confonde col basso, o il basso col violino,
e
dove in voce voce si discerne.
Per
simil modo, è ben naturale a pensare che succeda dei vari ondeggiamenti
dell'etere, che dai diversi colori delle cose si trasmettono a varie parti; i
quali potranno tagliarsi fra di loro senza confondersi, ovvero alterarsi in
alcun modo. E ciò perché un vorticetto, che sia comune a due filze che
ondeggiano, potrà da una parte ondeggiare per un verso e dall'altra per
l'altro, dividendosi, per la medesima cedevolezza delle sue parti, come in due.
E così i vorticetti del Mallebranchio, mercé la fluidità loro, vagliono a far
quello che non potean fare i globetti del Cartesio, colpa la loro solidità.
- State: - qui m'interruppe la Marchesa - chi veggo
io là nel giardino? Il signor Simplicio, che viene alla volta di noi. Che partito prendere per difenderci da
quella noia di sonetti, con che egli mi rifinisce; e ciò non falla mai, in ogni
sua visita? Ché non viene un qualche vortice a seco rapirlo, e a torlo via dal
nostro sistema? - Alla quale io risposi: - Madama, non vi lasciate vincere a
troppa pulitezza; tenetevi
sempre in sulla filosofia: ed ella sarà il vortice o l'Apollo, che ne salverà
da tale seccaggine. -
La Marchesa disse che le piaceva. Mentre tra noi erano questi ragionamenti, ed
ecco il poeta, il quale in sul primo abbordo prese occasione da un "come
sta ella?" di ragguagliarne che da un tempo in qua pareva lo avessero in
ira le Muse; che la vena d'Ippocrene e dell'usato ingegno era omai secca per
lui. Avendogli noi fatto il piacere di contradirgli, egli ne rispose esser
presto a provarne quanto detto ne avea con due sonetti e con una canzone,
composti in quella istessa mattina, da' quali ben avremmo potuto conoscere
quanto poco gli prestasse Apollo di quel favore del quale altre volte gli soleva
esser così largo e cortese. - Quando sia così, - riprese la Marchesa - io per
me, se fossi voi, vorreimi or ora spoetare. Venite terzo tra noi a ragionar
della luce e de' colori, che hanno oggi fatto la materia de' nostri discorsi: e
questi boschetti diverranno un'Arcadia di filosofia. - Egli se ne schermì,
dicendo non aver ala così robusta da salir tant'alto. Aggiunse non potersi
meglio temperare la severità de' discorsi filosofici che con la poesia; e
adduceva l'esempio del divino Platone, il quale non isdegnò, diceva egli, con
quelle stesse mani che scrissero il Timeo di toccar la cetera: ed entrava
in più altre novelle, quando la Marchesa pur ferma a non voler dar retta a'
suoi sonetti, rivoltasi a me, tornò in sul discorso del Mallebranchio, dicendo
che veramente con que' suoi piccioli vortici si veniva a scansare la difficoltà
che era stata tanto fatale a' globetti; ch'ella per altro non si teneva gran
fatto sicura della sussistenza di quella riforma, per la fresca memoria delle
disavventure del Cartesio. - Pur troppo è vero, - io risposi - della natura
delle cose umane essere la caducità: - cosa che il signor Simplicio ne
l'avrebbe confermata con molti bei luoghi di poeti, e, a un bisogno, ancora co'
suoi. - Ma quello, Madama, - io continuai a dire - che certamente non vi
aspettereste mai, si è ch'egli è pur forza rinunziare al sistema o alla
riforma del Mallebranchio, per quella medesima similitudine tra il suono e la
luce, che al primo ispetto gli dà tal aria di verità. Ella vien meno questa
similitudine al maggior uopo. Ogni moto di ondulazione, il quale dal suo
principio si dilata d'ogni intorno per cerchi via via più grandi, se viene ad
incontrar nel cammino un qualche impedimento, non per questo si ristà egli; che
anzi piegando da' lati di quello, e facendogli ala, procede innanzi in cerchi
ordinati tuttavia. Non vi sovviene, Madama, che noi l'altro dì udimmo molto
bene il suono di un corno da caccia, che veniva di oltre quel colle? Segno
manifesto che, non ostante lo interposto impedimento, giugnevano a noi i cerchi
ondeggianti mossi dal suono nell'aria. Lo stesso vedremmo avvenire in quella
vasca: che se altri vi gettasse dentro un sassolino, l'onda non si arresterebbe
già nel mezzo di essa, scontrando il piedestallo di quel gruppo; ma ben si
dilaterebbe da ogni lato, e cercherebbe con la fluttuazion sua tutta la vasca.
Adunque, come si ode il suono, dovrebbesi ancor veder la luce, ad onta di
qualunque cosa frapposta. In conclusione non avremmo mai ombra; che, massime a
questi dì, non sarebbe la più dilettosa cosa del mondo: come neppur l'avremmo
con la pression del Cartesio. Ogni globetto di luce, toccandone molti altri, a sé
contigui, e questi toccandone degli altri, dovrebbe col suo premere sparpagliar
la luce per qualunque verso, e illuminare anche colà dove non può dirittamente
il sole. Talché nel colmo della mezza notte ci vedremmo così chiaro come di
bel mezzodì. - Ecco - disse la Marchesa - una nuova difficoltà contro al
sistema del Cartesio, di cui per altro io non avea bisogno a sapere da quanto
egli fosse. - In fatti - io ripigliai avremmo
sempre luce senza interrompimento d'ombra, tanto nella supposizione del
Cartesio, quanto in quella del Mallebranchio, siccome ha dimostrato il Neutono;
il quale non si contentò di scoprire nell'ottica gli errori altrui, che vi
sostituì del suo le più belle verità.
Dette queste cose noi scendemmo nel giardino a
pigliare un poco d'aria. E quivi entrammo in altri discorsi, cercando però
sempre di distornare in un modo o in un altro la vena poetica del signor
Simplicio.
DIALOGO
TERZO
Esposizione
del sistema d'ottica neutoniano.
Non così tosto io fui avvertito la seguente
mattina che erano aperte le stanze della Marchesa, che io mi vi rendei; e dopo i
consueti convenevoli: - Madama, - io presi a dire - sete voi ben preparata ad
entrare nel sacrario della filosofia? Ben sapete che ne sono esclusi i profani,
e coloro che sonosi lasciati vincere ai globetti, ai vortici e a simili altre
mondane immaginazioni. Prima di farsi alla soglia, conviene purgar del tutto la
mente da quella vana curiosità, dove ha radice la superba follia degli autori
di sistemi generali; conviene ricordarsi che, in pena di tal pecca, pare che
sieno condannati, come il Sisifo de' poeti, a rotolare e a innalzar tuttavia di
gran sassi, che hanno tosto a rovinare al basso. - Indarno adunque - disse la
Marchesa - sarà nato con esso noi il desiderio di sapere il perché delle cose.
- Non indarno, - io risposi - se un tal desiderio condur ne possa a sapere come
elle sono in fatto. - E sarà poi questo - disse la Marchesa - un così gran
guadagno? E il saper questo solamente dovrà tanto esaltare il filosofo sopra
gli altri uomini? - Madama, - io risposi - non crederete voi che metta assai più
conto sapere la storia degli effetti che si osservano in natura, che perdersi
dietro al romanzo delle cause? La marcia di un Montecuccoli
non è ella più instruttiva di assai che tutte le
corse non sono de' cavalieri erranti dell'Ariosto o del Boiardo? D'altra parte
tale si è la condizione dell'uomo che l'assicurarsi come le cose sono, il ben
distinguere l'apparenza dalla realità, il saper vedere, non è cosa da tutti.
Egli sembra che di assai folta nebbia sieno per noi ricoperti gli oggetti;
quelli ancora che ne sono più negli occhi. Gli effetti dipoi primitivi ed
elementari, la natura ce gli ha nascosti, quasi direi, con eguale industria che
le cause medesime. E se non si può giugnere a veder l'ordine e la dipendenza,
che hanno tra loro tutte le parti dell'universo, a scoprir le cause prime, voi
non crederete però, Madama, che si faccia un così picciolo guadagno a
commettere insieme effetti, che pareano tra loro differentissimi, riducendogli
sotto a un principio comune: e per via di osservazioni ricavare dai particolari
fenomeni delle cose le leggi generali che osserva costantemente la natura, e
colle quali da essa governato è il mondo. - Sino a qui, - disse la Marchesa -
io non ho veduto delle osservazioni altra prova, se non che vagliono moltissimo
a distruggere. Un sistema è egli bello, elegante e semplice? ecco che tosto gli
muovon guerra, e non han posa che non l'abbiano posto in fondo. E non so se
s'abbia a dire ch'elle tengono un poco dell'umor bizzarro di colui che dallo
annientare le cose più belle cercava di salire in fama e di esser nelle bocche
degli uomini. -
Tra i sistemi - io risposi - che fecero nel mondo la loro comparsa, forse non
tiene l'ultimo luogo quello che fu immaginato sulle qualità dei raggi della
luna; e che potrete aver veduto voi medesima essere anche in voga tra i più. In
sul fondamento che la luna presiede alla notte, come il sole fa al giorno, che
il colore del sole tira all'oro e il colore della luna all'argento, e di simili
altre varietà, avvisarono alcuni speculativi che i raggi della luna dotati
esser dovessero di qualità totalmente contrarie ed opposte a quelli del sole. E
però se i raggi del sole sono caldi e secchi, come pur essere gli proviamo
tuttodì, quei della luna esser doveano per propria natura freddi e umidi. DaI
che ne veniva in conseguenza che fossero anche mal sani. In fatti il più delle
persone, appena che la luna incomincia a innalzarsi sull'orizzonte e i suoi
raggi piglian forza, si ritirano in casa, o credono avere il male di capo, se
tanto o quanto passeggiando all'aria hanno bevuto della malignità del suo lume.
Qui ancora inframetter si vollero gli osservatori delle cose naturali, e porre
un tal sistema al crociuolo
della esperienza. I
raggi della luna vennero raccolti insieme, onde invigorire la operazion loro,
nel foco di grandissime lenti, e quivi fu collocato un termometro; è questo uno
strumento che per la dilicatezza e sdegnosità sua, dirò così, mostra
all'occhio il caldo ed il freddo: è fatto di una palla o caraffa di vetro, con
un sottilissimo collo, la quale contiene dello spirito di vino, che, a ogni
minimo grado di calore che senta, si dilata e monta su per il collo della
caraffa, e si ristringe a ogni minimo grado di freddo e dibassa. Osservarono
adunque che non si ristrinse punto, benché nel foco di taluna di quelle lenti i
raggi della luna umidi e freddi, come si credeano, venissero ad esser di
lunghissima mano più stretti insieme, e più densi che nol sono quando battono
dirittamente sopra di noi. Talché oltre al rischiarar le notti, e ad inspirar
nel cuor degli amanti un non so che di appassionato e languido che dolcemente
gli attrista, non hanno i raggi di quel pianeta qualità altra niuna. - Ecco
delle osservazioni - disse la Marchesa - che pur dovrebbono andare a genio di
tutti, come quelle che lasciano stare le cose belle, e ne guariscono da vani e
mal fondati timori. - I filosofi da sistemi - io rientrai qui a dire -
paragonare si potrebbono a quella generazione di statisti, che per via di
sistemi di altra natura promettono mari e mondi, e dannosi vanto di arricchire
detto fatto le nazioni. E già non manca chi porga loro orecchio, ché tutti
vorrebbono in picciol tempo divenire dotti, non meno che ricchi. Se non che gli
uni trovansi alla fine di non aver fatto tesoro di altra cosa che di cedole di
niun valore; e gli altri di moti di pressione, di rotazione e di simili altre
cedole, o false monete della filosofia. Non picciolo adunque sarà l'obbligo che
noi aver dovremo alle osservazioni, se elle ne guariscono ancora dalle vane e
mal fondate speranze. A chi mai potrebbono andare a genio
larghe
promesse coll'attender corto,
il
volere abbracciar tutto il mondo, e finalmente non istrigner nulla? Meglio è
senza dubbio poter far fondamento su quel poco che uno ha: e il vero filosofo ha
da rassomigliare a quei savi principi che amano di avere uno stato non tanto
esteso, quanto sicuro. Benché, di quanto non hanno mai le osservazioni esteso i
confini del nostro sapere? Voi medesima, Madama, conosceste pur ieri come, mercé
le osservazioni del microscopio, ha penetrato la nostra vista nel seno più
riposto dei corpi, e come ha scorso l'ampiezza tutta dei cieli, mercé le
osservazioni del telescopio: e così di mille scoperte bellissime arricchite ne
vennero la storia naturale e l'astronomia. Non altrimenti che con lo studio
dell'osservare si perfezionò la chimica, che arriva a risolvere i corpi ne'
principi, onde sono composti, e quasi quasi a rimpastargli di bel nuovo; non
altrimenti la nautica, per cui con tal sicurezza e rapidità si vola
presentemente dall'uomo dall'uno all'altro emisfero. Né già vi può essere
nascosto, Madama, come la medicina, dove i sistemi sono tanto pieni di pericolo,
non si può in altro modo perfezionare ed accrescere, se non che ragionando
sobriamente, e osservando, per così dire, con intemperanza. Ma che più?
all'osservare attentamente noi medesimi, al tener dietro passo passo al
fanciullo, e ai progressi che fanno di mano in mano le facoltà dell'anima
nell'uomo, abbiam l'obbligo del poco che siam giunti a discernere della origine
e della formazione delle nostre idee nel profondo buio della metafisica. Il
Neutono dipoi, mercé l'arte più fina dell'osservare, aperto ne ha i più
occulti tesori della fisica: e dispiegando, come di lui cantò un suo
compatriotta, la lucida vesta del giorno, ne trasse fuori e svelò finalmente
agli uomini le fino allora nascoste proprietà della luce, di quella cosa, che
anima tutte le altre cose e rallegra il mondo. Le più belle
e ammirabili tessiture di essa luce voi vedrete al presente, Madama; e la verità
vi ragionerà nella mente per bocca del Neutono.
Un raggio scagliato dal sole, - io ripresi - un
raggio di luce per sottilissimo ch'e' sia, è realmente, siccome io vi dicea
ieri, un fascetto d'infiniti altri raggi, ma non già tutti di un colore. Alcuni
son rossi, altri ranciati o doré, altri gialli, altri verdi, altri azzurri,
altri indachi, ed in fine altri violati. Primitivi ed anche omogenei si chiamano
cotesti raggi, ciascuno de' quali ha un proprio e particolar colore; e da essi
mescolati insieme ne vien formato uno eterogeneo o composto, come è un raggio
del sole di color bianco, o per meglio dire che pende al doré. E così la luce
è la miniera de' sette colori primari, di che si vengono poi dalla natura
dipingendo variamente le cose: che non è già da credere ch'alcun raggio si
tinga di rosso o di azzurro per la diversità della superficie in cui si scontra
o de' mezzi per cui passa; ma dal seno istesso del sole, insieme col lume, reca
seco un proprio ed inalterabil colore, benché non veduto da noi. - E come fu -
disse la Marchesa - che il Neutono il vedesse egli? - Certo - io risposi - di
molta acutezza qui gli fu bisogno: ma certo è altresì, che egli medesimo non
l'avrebbe veduto mai, quando i raggi primitivi per natura non fossero tali che,
cadendo tutti con la medesima obbliquità d'uno in altro mezzo, per esempio
dall'aria nel vetro, questi non refrangessero più e quelli meno; onde vengono a
stralciarsi e separarsi l'uno dall'altro; e il raggio totale o composto si
risolve in tal modo ne' suoi componenti e parziali. Soggetti a maggior
refrazione o più refrangibili si trova essere sopra tutti gli altri i violati;
a minor refrazione gl'indachi: seguitano gli azzurri, appresso i verdi, indi i
gialli e i doré, e finalmente i rossi, che refrangendo si torcon meno che tutti
gli altri. - Nuove e maravigliose cose in vero, - disse qui la Marchesa - voi mi
raccontate di questa luce. Ben parmi che aveste ragione, quando mi diceste
l'altro dì che nel picciolo tragitto, che uno fa di Francia in Inghilterra,
trova tutto cambiato: non solo la lingua, il governo, i costumi, gli umori ed il
clima; che tutt'altra cosa è per sino la luce ed il sole. Ma se a discoprire
tal novità era bisogno di un gran filosofo, non sarà manco bisogno di lunghi
discorsi a farla vedere agli occhi volgari. E se bastante si trova essere ogni
minima cosa a rovinare un sistema, quanto non ci vorrà egli mai a stabilir
quello che sia d'accordo col vero?
- Basta - diss'io - che voi, Madama, col pensiero
finghiate d'essere in una stanza privata d'ogni lume, trattone quel poco che per
uno stretto spiraglio e rotondo v'introduce un sottil raggio di sole, onde viene
a stamparsi sul pavimento della stanza un'orma luminosa, o vogliam dire una
picciola immagine del sole medesimo: indi a qualche distanza dello spiraglio
intendiate trovarsi congegnato un prisma di vetro, che per traverso riceva quel
raggio. Deve essere il prisma situato in maniera che con una faccia guardi a la
volta della stanza, con l'altra lo spiraglio, e con la terza il muro che allo
spiraglio è di rincontro, e con uno degli spigoli guardi il pavimento. Il
raggio di sole, che penetra la faccia che guarda lo spiraglio, esce dipoi da
quella che guarda il muro: di modo che il prisma, che nel raggio si ficca, quasi
cuneo lo spezza, lo refrange e viene a buttarlo dirittamente sopra il muro della
stanza, che allo spiraglio è di rincontro. Ora la traccia luminosa, che il
raggio refratto imprime su pel muro, non è gia simile a quella che il raggio
retto imprimeva sul pavimento. Quella era bianca, e poco meno che rotonda;
questa è lunga cinque volte più che la non è larga, di figura quadrilunga, ma
tondeggiata negli estremi: e in oltre ella è distinta de' sette colori
annoverati poco avanti. Sono essi disposti in una schiera diritta, con tal
ordine che il rosso tiene la parte inferiore; contiguo a questo è il doré;
appresso è il giallo, indi il verde, poi l'azzurro, seguita l'indaco, e
finalmente il violato sale più su che tutti gli altri, e tiene la parte suprema
di quella schiera: così però che tra l'un primario e l'altro, tra il rosso e
il doré, il doré e il giallo, e via discorrendo, ci sono innumerabili mezze
tinte, che legano insensibilmente insieme l'un primario e l'altro.
- Pensate - disse qui la Marchesa - se la scala de'
colori sarà perfetta. Non ci è dubbio che l'occhio vi abbia nulla da
desiderare. - Ed io continuai: - Rivolgendo un poco il prisma intorno a se
stesso, ora per un verso ed ora per l'altro, senza punto muoverlo di luogo, voi
intenderete agevolmente, Madama, che il raggio di sole si fa più o meno
obbliquo alla faccia su cui cade. Con ciò si viene a mutar l'ordine della
refrazione, e si vede la immagine colorata salire o scendere su pel muro. Si
fermi il prisma, quando il raggio, così all'entrare come all'uscire, sia
egualmente inclinato alle facce del prisma; che allora appunto la immagine è
della lunghezza che io vi diceva, e i colori sono anche più belli ed accesi.
Tanto che
Né
il superbo pavon sì vago in mostra
spiega
la pompa dell'occhiute piume,
né
l'iride sì bella indora e innostra,
il
curvo grembo e rugiadoso al lume.
-
Io mi figuro - disse la Marchesa - questi colori vivissimi, e come
fiammeggianti, nella profonda oscurità di quella stanza. Certo che insino a qui
molto dilettosa e vaga è questa osservazione; e il cammino che conduce alla
verità non è altrimenti coperto di spine. - Ora per render ragione - io
continuai - di così gran cangiamento converrà dire l'una delle due: o la luce
esser composta di varie specie di raggi diversamente colorati e diversamente
refrangibili; e in tal caso il prisma altro non fa che scompagnarli al tragitto
che fanno per esso; ed essi, così separati l'uno dall'altro, segnano su pel
muro quella immagine colorata e bislunga: oppure converrà dire la luce tingersi
di nuovi colori in virtù della refrazione del prisma, ed in oltre ciascun
raggio aprirsi, dividersi e dispergersi in più e più altri, perché la
immagine del sole torni non solo diversamente colorata, m più lunga ancora a più
doppi che larga; e a questo, che fu supposizione di un nostro filosofo detto
Grimaldi, fu da lui posto nome dispersione della luce. Egli è forza, dico, chi
non ammette la diversa refrangibilità, ricorrere alla dispersione del Grimaldi,
a voler render ragione di quelle strane apparenze della immagine del sole
refratta al prisma. - Adunque - disse la Marchesa - se di cotesta esperienza ne
può render la ragione tanto il Grimaldì quanto il Neutono, la cosa rimane
tuttavia in pendente; ed io m'aspettava di dover sentire una prova decisiva pel
Neutono. - La prova decisiva - io risposi - la vi darà or ora l'istesso Neutono.
Altrimenti non potrebbe sfuggire quella solenne e gravissima taccia che gli fu
data da un grande oppositore, ch'egli ebbe, non ha gran tempo, in Italia: di
cavare cioè da' suoi sperimenti più conseguenze che cavare non si possono, e
di avere espressamente da questo sperimento cavata la diversa refrangibilità
de' raggi solari. Ma tanto è lontano ch'egli fosse troppo corrivo a fermare il
suo giudizio, che a trova lui medesimo avere asserito potersi da quello
sperimento inferire la dispersion del Grimaldi; ed ancora quelle strane
apparenze della immagine del sole poter forse in gran parte avvenire da una
disuguaglianza di refrazioni fatta dal prisma, non già con regola costante, ma
per abbattimento e a caso; e però non potervisi fondar ragionamento di sorte
alcuna. Adunque per chiarir sé ed altri sopra tal faccenda, egli avvisò di far
questa prova. La immagine colorata fatta dal prisma la fece ricevere da un altro
prisma, posto alla distanza di qualche braccia dal primo. Ma dove il primo era,
come il pavimento della stanza, orizzontale, l'altro era perpendicolare, come i
muri di essa, o vogliam dire dirittamente in piè; e n tal modo la schiera de'
colori che usciva dal primo prisma veniva a battere lungo la opposta faccia del
secondo: il rosso nella parte inferiore, il violato su in alto, e gli altri
colori nel mezzo. Il prisma che è orizzontale refrange i raggi di basso in
alto, dal pavimento della stanza, dove andavano a battere, volgendogli al muro;
e questo secondo in piè gli dee refrangere da un lato, ponghiamo da destra a
sinistra: e così i raggi, che refratti dal primo prisma andavano a ferir
dirittamente il muro, vengono ora buttati a sinistra, a ferire il medesimo muro
obbliquamente e di sghembo. Non so, Madama, se m'abbia qui spiegato abbastanza.
- E la Marchesa fattomi cenno di sì, io seguitai: - E cotesta nuova refrazione
de' colori doveva essere il paragone o della diversa refrangibilità neutoniana,
o della dispersione del Grimaldi, o in fine di quella fortuita disuguaglianza di
refrazioni, che non è di niun sistema. Ed ecco il perché. Se la immagine del
sole fatta dal primo prisma orizzontale, e refrangente di basso in alto, era
diversamente colorata e bislunga, mediante una dispersione di ciascun raggio,
che si faceva anch'essa di basso in alto, la seconda refrazione del prisma in piè
dovea disperger di bel nuovo i raggi già dispersi dal primo, e dovea
dispergerli da destra a sinistra, poiché da destra a sinistra gli refrangeva:
con che la immagine del sole refratta da questo secondo prisma avrebbe dovuto
esser diversa ne' colori e nella figura da quella del primo. Che se la immagine
del primo prisma era diversamente colorata e bislunga, per una accidentale
disuguaglianza di refrazioni, sallo Iddio quale strana cosa avesse fatto nascere
il caso per la nuova refrazione che veniva a patir la luce. Ma ogni altra cosa
ne avrebbe dovuto nascere, fuorché quello che richiedeva a un puntino il
sistema neutoniano. E già comprendete, Madama, quel che ciò fosse. Se la
refrazione del primo prisma non fa altro che separare i raggi diversamente
colorati e refrangibili, che sono dentro alla luce, sicché la immagine del sole
ne riesca colorata e bislunga, e la seconda refrazione da destra a sinistra non
può fare altro, se non che, di diritta ch'era la immagine, inclinarla sopra il
muro. Del resto ella dee rimanere, in quanto a' colori, quale era dianzi. Assai
chiaro - disse qui la Marchesa - mi sembra tutto questo. Se non che io non
intendo onde avvenga quella inclinazione, che voi dite doversi fare della
immagine sopra il muro. - Pur agevole vi sarà ad intenderlo, io risposi - solché
consideriate essere di necessità che anche dal secondo prisma sieno refratti
maggiormente i raggi violati che i rossi; ciò vuoi dire che sieno quelli
buttati più a sinistra di questi. Con che la estremità superiore della
immagine andrà a trovare il muro più a sinistra che la inferiore, ed essa
tutta verrà quivi ad imprimersi non pur in piedi o diritta, ma in positura
obbliqua e pendente. Così pur deve, e può solamente avvenire nel sistema
neutoniano, e non in qualunque altro sistema; e così per appunto avviene. Del
qual fatto io medesimo co' prismi alla mano ne ho preso certezza più volte.
Oltre a ciò, se appresso del secondo prisma in piedi ne vengano posti uno o più
altri parimente in piedi, acciocché la immagine già refratta dal primo,
tragittando per essi, venga a refranger nuovamente e sempre più da destra a
sinistra, tutte queste prove tornano a capello con la prima.
- Poiché in favor del Neutono - disse la Marchesa
- si è così chiaramente spiegata la natura, non ci sarà oramai più alcuno
che non stia a una tale sentenza. E
nel vero, per non dir nulla di quella disuguaglianza accidentale di refrazioni,
che non ne porta il pregio, la dispersione del Grimaldi avea in sé non so che
di composto, che non mi andava gran fatto a verso. - Il credereste, Madama? io
soggiunsi - l'oppositore, di cui parlammo, non ci volle già stare egli a quella
sentenza; che disse non avere in somma il Neutono fatto altra cosa che
confermare la opinione del Grimaldi con di assai piacevoli esperimenti. - Io non
prendo - ripigliò prestamente la Marchesa - tanta ammirazione delle strane cose
che può dire uno, che pur voglia farsi oppositore, quanto io fo della
negligenza del Grimaldi medesimo. Come non si avvisò egli di mettere alla prova
la sua opinione con un esperimento così facile come fu quello del Neutono? E
che altro finalmente ci voleva, se non che collocare in secondo prisma dopo il
primo? - Ma forse - io risposi - il saper collocare quel prisma era più
difficile che immaginare un sistema. Vedesi per prova come in tutte le cose ci
sono alcuni piccioli artifizi, difficilissimi a trovarsi, e, dopo trovati,
paiono un niente; ed è pur vero quello che diceva un certo valentuomo: quanto
mai è difficile questo facile! - Anche di questa verità - replicò con bocca
da ridere la Marchesa - se ne han prove nel nostro mondo femminile. Credete a
chi ne fa la esperienza tutto il dì, che un'acconciatura disinvolta e semplice
costa il più delle volte molti pensieri, e qualche sdegno.
- E che si dirà egli - io ripresi - aver costato
al Neutono le altre belle sperienze, che da lui furono immaginate in prova della
diversa refrangibilità? - Come? - disse la Marchesa - non resta ella forse
bastantemente provata per la sperienza che descritto mi avete: che di altre
ancora è bisogno? Mi sarei io forse lasciata persuadere troppo presto? - Chi
potria pensare, Madama, - io risposi - che ciò fosse per avvenir mai? Ma il
Neutono, benché quella sperienza sia concludentissima, non vi vuole ancora
neutoniana. Vedete fantasia che può solo cadere in mente a un filosofo.
Non
vuol che l'uomo a credergli si muova,
se
quel, che dice, in sei modi non prova.
-
A chi non dovrà piacere, ripigliò la Marchesa, di avere a fare con una persona
che non vi mette così alle strette, e vi lascia campo a fare tutte le
riflessioni che bisognano? Or via; che quanto ho udito m'invoglia vie
maggiormente di udire. - Madama, io ripresi a dire - fate di tornare col
pensiero nella nostra stanza buia, e fingetevela non più con uno spiraglio
solo, ma con due, poco lontani tra loro. E i raggi del sole, ch'entrano per quei
spiragli, refratti da due prismi, dipingano due immagini colorate sul muro
opposto a quello per cui hanno l'entrata. A poche braccia da questo muro
figuratevi un funicello bianco, teso orizzontalmente in aria, di cui parte ha da
essere illuminata da' raggi rossi di una immagine, e parte da' violati
dell'altra; così però che que' due colori nel funicello hanno da toccarsi
insieme. Ciò si otterrà ora girando quel prisma un poco, ed ora questo; poiché
nel girare del prisma, il raggio si fa più o meno obbliquo, già il sapete,
alla faccia su cui cade; e si vede la immagine colorata, che egli forma, salire,
scendere, camminare su pel muro. Ma ciò non basta. Conviene anche storcere così
un poco i due prismi l'uno verso dell'altro, accioché le due immagini vengano a
maggiormente avvicinarsi tra loro e a combaciarsi insieme. E bisogno in oltre
che il muro sia coperto di un panno nero, acciocché i colori, ch'egli
altrimenti rifietterebbe, non turbino la esperienza, ov'hanno a spiccare, anzi a
mostrarsi quei soli del fu-nicello, e non altri. Or finalmente si pone un prisma
all'occhio, e si osserva questo funicello; che, per la varia positura del
prisma, parrà più alto o più basso che non è in fatti. Mettiamo che paia più
alto. Non è dubbio che la parte tinta in violato ha da soffrire maggior
refrazione dal prisma, che non fa l'altra tinta in rosso: e però esso funicello
dovrà apparire rotto e diviso in due parti; e la violata sarà un po' più alta
della rossa. - Nel vero, - ripigliò la Marchesa - così pare ch'esser dovesse.
- E così - rispos'io - puntualmente succede. Anzi vi dirò, Madama, che tutte
quante le varie apparenze, che nascono in questa esperienza, rispondono così
esattamente al sistema neutoniano, e non a nessuno altro immaginabile, che è
una maraviglia. Facciasi che altri giri pian piano de' due prismi quello che
mandava al funicello i raggi violati, tanto che in quella vece sopra vi mandi
gl'indachi, che è il colore prossimo al violato: ed allora chi guarderà il
funicello col prisma all'occhio, lo vedrà, a dir così, meno spezzato di prima;
e l'una parte di esso si verrà un tal poco accostando all'altra, per essere la
refrangibilità minore tra i raggi rossi e gl'indachi, di quel che sia tra i
rossi e i violati. Che se per simile modo quella parte d'indaca diverrà
azzurra, rimanendo l'altra tuttavia rossa, e voi per simile ragione vedrete il
funicello spezzato meno; e meno spezzato ancora il vedrete, se di azzurra ella
si faccia verde; e meno ancora, se gialla; e sempre meno, se rancia o doré;
sinché fatta rossa, come è l'altra parte, il funicello non vi parrà
altrimenti spezzato, ma continuato ed intero per la uguale refrangibilità così
dell'una sua parte come dell'altra. Questa stessa cosa si dimostra ancora con
un'altra simile esperienza, che senza tanti preparativi si può fare da ognuno.
Pigliasi una carta di due colori, una metà tinta in rosso e l'altra in azzurro;
e ponendola al lume della finestra sopra un tavolino coperto di nero, a chi la
guarda col prisma apparisce come spezzata in mezzo, e divisa in due. Ed io mi
sono pensato di pigliarne una dipinta di quattro colori: rosso, giallo, verde ed
azzurro, con quell'ordine tra loro che gli ho nominati. A guardarla col prisma,
si vede divisa in quattro parti: sicché l'una soprastà all'altra, a foggia di
gradini; e l'azzurro, secondo che variamente io andava ponendo il prisma
all'occhio, ora si trovava il più alto di tutti, ed ora il più basso. E
comunque si mutino e rimutino le circostanze della sperienza, ella sempre
risponde così a puntino a' principi neutoniani, che meglio non risponde alle
dita del sonatore uno strumento di bene temprate corde, o a' cenni di bella
donna il più provato cicisbeo.
Qui la Marchesa, dopo essere stata alquanto sopra
di sé, riprese a dire in questa guisa: - Quante mai non sono le prove che
accumulate si veggono insieme a stabilire e a confermare questa varia
refrangibilità! Io per me non saprei immaginare qual certezza possono avere
maggiore le cose della geometria, che, per quanto ho udito dire, hanno sole il
vanto della evidenza; e quasi che io mi sentissi tentata di credere non troppo
il gran caso si faccia dalle persone di cotesta geometria. - Grandissimo è il
divario, - io risposi - Madama,
che corre tra il genere di prove su cui si fondano le verità geometriche, e il
genere di quelle onde sono fiancheggiate le verità fisiche. Una sola prova
della geometria, la quale risale alla essenza delle cose stesse, che sono il
proprio suo obbietto, vale per parecchie prove della filosofia, che non le può
raccogliere se non da molti e molti particolari che prende ad osservare.
Quanto
più s'arma, tanto è men sicura.
Le
prove nondimeno della varia refrangibilità pare che abbiano una così fatta
forza, ciascuna per sé, che vano sarebbe ogni contrasto. E finalmente convien
confessare che quell'uomo, che sì forte ora vi stringe, Madama, nel campo della
filosofia, era anche il fiore de' geometri. - Vorremo noi dire - ella soggiunse
- che il Neutono avea virtù di far divenir geometriche ogni sorte di prove, che
ogni metallo tra le sue mani si convertiva in oro?
- Quell'oro per altro - io risposi
fu creduto orpello da alcuni, e singolarmente da quell'oppositore di cui
abbiamo parlato; il quale, tra le altre, prese a convincere di falso il
principio della varia refrangibilità. Forse egli credette venire in fama col
titolo di oppositore di un Neutono; ma certo egli si fece a contraddire l'ottica
inglese, perché egli era della setta di coloro tra' nostri uomini che alle
dottrine forestiere hanno per professione giurato odio e nimistà. - E donde ciò?
- disse la Marchesa. - Pare a loro - io ripigliai - che gl'Italiani ci rimettano
della loro riputazione, ricevendo da' forestieri un qualche insegnamento; essi
che, conquistata già con le armi la terra, la illuminarono dipoi colle scienze,
la ripulirono con le arti; essi che tra i moderni furono i primi a levar la
testa nel mondo letterario, e furono in ogni cosa i maestri delle altre nazioni.
Non possono costoro comportare per niun conto che le scienze facciano ora
cammino verso il Settentrione; e che da molti anni in qua sieno venuti in campo
gli oltremontani. - E perché mai - disse la Marchesa - non dovea anche a loro
toccare la volta? Stiamo noi pur contenti alle tante nostre glorie di un tempo
fa, confessando ingenuamente non esser questo il secolo degl'Italiani: né in ciò
ci rimetteremo punto del nostro onore. Egli è ben naturale che prenda riposo
colui che ha faticato di molto; e che dorma alcun poco fra il giorno chi si è
levato prima degli altri di gran mattino. Ma infine che possono eglino apporre
alle verità che scoperte furono oltremonti, e di là vengono in Italia? - Vanno
dicendo - io risposi - che giace per avventura il serpente tra' fiori e l'erba;
che si vuole stare in grandissimo timore, non tra quelle verità vi sia nascosa
una qualche infezion d'errore. - Avremmo adunque - disse la Marchesa - da
riguardare la filosofia d'oltremonti come le mercatanzie di Levante? Ma al vero
convien pure dar pratica da qualunque paese e' ci venga.
- Pensando così giustamente, Madama, - io risposi
- come voi fate, voi ben sentirete tutta la forza di un'altra prova della
differente refrangibilità che nasce dalla varia distanza di foco, che i vari
colori hanno nella lente; qualunque cosa siasene detto in contrario, da chi
volle accecar se stesso e gli altri davanti al lume del vero. Differenti raggi
colorati venendo tutti a una lente dal medesimo punto non dovranno già riunirsi
di là da essa nel medesimo punto, se vero è che gli uni refrangano più e gli
altri meno. I più refrangibili che la lente storce più degli altri, avranno il
punto della loro unione, o sia il foco, più vicino ad essa lente, che non
l'hanno i meno refrangibili. Non è così? - Appunto - diss'ella. - E la prova
è questa: - io continuai - nella stanza buia al muro, dove feriva la immagine
colorata del sole, il Neutono metteva un libro aperto; e disponeva le cose in
modo che il prisma mandasse sopra i caratteri del libro non altri raggi, fuori
che i meno refrangibili, o sia i rossi. A rincontro del libro, e in distanza di
parecchie braccia da esso, alzava una lente convessa; la quale, raccogliendo in
altrettanti punti dietro da essa i raggi che le venivano dal libro, ne ritraeva
la immagine, come appunto fa la lente nella camera ottica degli oggetti che le
stanno in faccia e sono illuminati dal sole. E tale immagine la riceveva sopra
di un cartoncino bianco. Bello era a vedervi i caratteri negrissimi in campo
rosso, e impressi così netti e taglienti, che potevan leggersi come nel libro
medesimo. Dipoi senza toccare né il cartoncino né la lente, faceva solamente
così un poco girare il prisma, acciocché i caratteri del libro, che illuminati
erano da' raggi rossi, quegli stessi ne venissero illuminati dagli azzurri: ed
ecco che si vedevano sparire d'in sul cartoncino quei caratteri; o almeno vi
apparivano in campo azzurro così sporchi e confusi, che per conto niuno non se
ne poteva rilevare la forma. Ma accostato un poco alla lente il cartoncino,
tornavano a farsi vedere belli, vivi e taglienti, come erano innanzi. - E non fu
egli opposto - disse sorridendo la Marchesa - che il libro era per avventura
inglese? dove conveniva, perché ci si potesse leggere il vero, ch'e' fosse
latino o italiano. Una simile esperienza - io risposi - a cui far non potriasi
una così fortissima obbiezione, ho io presa di notte tempo con quattro pezzi di
carta, l'uno de' quali era dipinto rosso, l'altro giallo, l'altro verde e
l'altro azzurro; e sopra ognuno erano tesi certi reticelli di seta nera, che
tenean luogo de' caratteri del libro. Ciascun pezzo di carta veniva
successivamente attaccato nel medesimo sito della muraglia di una stanza, e
posto in faccia a una lente. La muraglia era coperta di nero, e le carte
gagliardamente illuminate da più fiaccole; ma tra esse e la lente era
congegnato un riparo, affinché alla lente non vi giugnesse altro lume, salvo
che il riflesso dalle carte medesime. Ciascuna adunque veniva posta nello stesso
sito in faccia alla lente; ma l'immagine loro distinta, che pur scorgeasi alla
distinzione e nettezza di quei reticelli, non si ritraeva già nello stesso sito
al di là di essa lente. La più vicina di quelle immagini era l'azzurra, poi la
verde, appresso la gialla; e la rossa era la più lontana.
- Da quanto scorgo - riprese tosto a dir la
Marchesa - aver voi operato per questa filosofia, a voi ben si conveniva cantare
della luce settemplice; né io dovea cercarne altro comentatore che voi. Per
altro io non so comprendere come si trovino al mondo persone così ostinate e
caparbie, che non si lascin volgere a prove di tanta evidenza. Il foco de' raggi
di un colore è più presso alla lente che il foco de' raggi di un altro; gli
azzurri concorrono più al di qua che i rossi. Non è egli chiaro, quanto
appunto la stessa luce, la causa non ne potere esser altro, se non la differente
refrazione, che provano nella lente i raggi di differente colore? - State pur
sicura, Madama, - io risposi - che per l'altrui immaginazioni il ver non cresce
o scema. Si ebbe un bel sottilizzare che in tale esperienza bisognava rimutare
alcune circostanze, che in tale altra non si eran prese le debite precauzioni:
erano tutti cavilli o falsi supposti; e per tali erano riconosciuti da tutti gli
uomini di mente sana. Per qualunque ostinata guerra l'oppositore facesse alla
dottrina del Neutono, ella ebbe la sorte di quel podere vicino a Roma, dove
Annibale avea piantato gli alloggiamenti: che messo allora in vendita, niente
per questo calò di prezzo. Ma che? In mezzo alle acclamazioni del trionfo uscivano le pasquinate del
licenzioso soldato; e il merito sovrano dovette sempre pagare al pubblico la sua
tassa. Qual fu mai bella donna, che non fosse argomento alle altre donne della
critica più severa? Ci andava, starei per dire, della riputazione del sistema
neutoniano, se non veniva contrariato da più parti. Chi si doveva levar su, e
negare la diversa refrangibilità, e chi la immutabilità dei colori, che è
un'altra proprietà di quelli, scoperta dal Neutono. E questa immutabilità fu
appunto negata in Francia, già sono molti anni, dal Mariotto,
filosofo di non leggieri dottrina e di molto grido.
Rifatta da lui la esperienza, donde principalmente dipendeva la decisione di tal
verità, trovò la cosa tutto al rovescio che fu trovata in Inghilterra. Grande
fu lo scandalo, che ne nacque; moltissimo si sparlò delle novelle opinioni
venute d'oltremare: e un sistema, tardo figlio del ragionamento e della
esperienza, fu riposto dalla maggior parte tra le sconciature dell'umana
fantasia.
- Donde mai può avvenire - ripigliò allora la
Marchesa - che la medesima esperienza mostri a chi una cosa, a chi un'altra?
Sarebbe mai che la voglia di contraddire, l'amore della novità, una inveterata
opinione facessero velo anche all'intelletto de' più riputati filosofi; e
accadesse loro come a colui, che gli par vedere
donne
e donzelle, e sono abeti e faggi?
-
Pur troppo è vero - io risposi - che la maggior parte di essi, trattasi la toga
di dosso, sono uomini fatti come gli altri. Il perfetto filosofo è pur cosa
rara a trovarsi, come ben potete immaginare. Oltre alle molte scienze, delle
quali ha da esser fornito, converrebbe che tale pur fosse, che né autorità mai
lo movesse oltre al debito segno, né il seducesse fantasia, né lo sgomentasse
difficoltà niuna; ch'ei fosse destro, attivo, curioso, e insieme sagace,
circospetto e profondo. Tutte le buone parti che qualificano le varie nazioni di
Europa, trovarsi dovrebbono in colui che ha da interrogar la natura, esaminarla,
metterla alle prove, far giusta ragione degli andamenti suoi e anche, a un
bisogno, indovinarla. La diligenza poi ha in lui da dominare sovra ogni altra
cosa. Tali qualità si trovarono riunite tutte nel Neutono: e la sua diligenza
egli allora singolarmente manifestò, quando volle dar la prova a' colori e
assicurarsi se sieno veramente immutabili e ingeniti alla luce, o pure soggetti
a mutamento, e di essa luce uno accidente e una modificazione. Nella stanza,
quant'esser può tenebrata, tutte le cose si dispongono come innanzi, perché vi
si dipinga la immagine colorata del sole. Soltanto si pone quasi per giunta
vicino al prisma una lente convessa, la quale riceve il raggio di sole ch'entra
per lo spiraglio della stanza e lo tramanda ad esso prisma: e questo,
affinché i colori nella immagine tornino più
separati e più sinceri, che altrimenti non farebbono: ch'egli importa il tutto
che tal separazione diligentemente, anzi scrupulosamente sia fatta. La lente
torce i raggi del sole per raccoglierli nel foco; ma refrangendogli il prisma,
prima che sieno raccolti gli viene a dividere, per la varia loro refrangibilità,
in altrettanti fochi di vario colore. La immagine in tal modo dipinta si ha da
riceverla sopra un cartoncino alla distanza appunto del foco della lente; ed ivi
apparisce come una striscia sottile tinta di vari colori, ma oltremodo vivi ed
accesi. Nel mezzo del cartoncino ci è un picciolo traforo, per cui a mano a
mano vi possano tragittare i raggi di diverso colore: e dietro al cartoncino ne
gli aspetta un prisma, il quale gli refrangerà nuovamente, per esempio di basso
in alto, l'uno dopo l'altro. Se avviene che questa nuova refrazione produca
alcun nuovo colore, converrà dire il colore non altro essere che una certa
modificazione, che acquista la luce dal prisma; e sarà lecito a' filosofi
allentar le briglie alla fantasia, e immaginare quali moti, quali figure, quali
rotazioni di globetti, od altro, sieno a ciò far necessarie. Se poi il raggio
conserva costantemente il suo colore, tutte le belle immaginazioni dei filosofi,
e il tempo da esso loro speso nel raccozzarle insieme, se ne andranno in
compagnia de' versi di tanti poeti, e delle speranze di tanti cortigiani a
raggiugner nella luna dell'Ariosto le altre cose perdute. Ora ecco ciò che
succede. Se due raggi, l'uno rosso e l'altro azzurro, cadano sul secondo prisma
colla obbliquità medesima, l'azzurro dopo refratto ferirà il muro della stanza
più in alto, che non fa il rosso, e i colori di mezzo ordinatamente in vari
siti di mezzo; quelli che aveano dal primo prisma sofferto maggior refrazione,
maggiore sofferendola anche dal secondo, e ricevuti a diritto sopra una carta,
segneranno tutti sopra di essa una immaginetta tonda, e non di figura bislunga,
com'è quella del primo prisma; e cotesta immaginetta sarà di un color solo,
senza giunta o mescolamento di nessuna altra tinta che sia. - Lasciatemi pigliar
iena, - disse la Marchesa - che io l'avea quasi perduta nel tenervi dietro. -
Basta - io risposi - che con le lunghe mie parole io non abbia pregiudicato alla
chiarezza delle cose - Non occorre - soggiunse la Marchesa - che abbiate timore
di questo. Io ho raccolto benissimo che la refrazione non fa nulla per la
produzion de' colori; ch'e' sono immutabili, ingeniti alla luce; e, in oltre,
che ciascun colore ha un proprio suo grado di refrangibilità. - Ed io
prestamente risposi: - Manco male che io potrei dirvi, anche nello stile degli Asolani,
e voi non penereste ad intendermi, come questa è la sperienza che il
Mariotto rifece in Francia per dar la prova al sistema inglese, dove più si
opponeva al Cartesio; e trovò che dopo la seconda refrazione aggiugnevasi al
rosso e all'azzurro non so che altri colori. E da credere che ciò venisse da
difetto di diligenza; dal non avere il Mariotto bene accecata la stanza, sicché
vi trapelasse altro lume, oltre a quello dello spiraglio; o piuttosto dal non
avere ben separato i raggi d'insieme, colpa il prisma non abbastanza buono; dal
non avere in somma usato quelle precauzioni, tanto necessarie all'esito di così
dilicata esperienza. Da qual cagione ciò procedesse, fatto è che si levarono
in Francia le grida contro al sistema inglese; e grandissimo, come vi dissi, fu
il bisbiglio che se ne fece. Se non che, poco tempo appresso la esperienza fu
solennemente rifatta in Inghilterra alla presenza di alcuni letterati uomini francesi, ivi tratti dall'amor
delle scienze; e chiariti, sino all'ultimo scrupolo, che il Mariotto,
osservatore peraltro giudizioso e diligente, avea pure fallito quel tratto,
furono su questo punto accordate le due nazioni, le quali divide, assai più che
il mare frapposto, gara di dominio, di dottrina e d'ingegno.
Mercé di tal pace filosofica - io seguitai a dire
- l'ottica inglese godé per molti anni della più gran riputazione nella dotta
Europa. Quando sursero a un tratto in Italia quei fieri nemici delle dottrine
neutoniane, che vi ho detto. Non contenti costoro d'impugnare la diversa
refrangibilità, aggranellavano sino alle cose rifiutate contro all'immutabilità
del colore; rimettevano in campo la esperienza del Mariotto; assicuravano che
diligentemente da essi rifatta era loro riuscita come al Mariotto medesimo; non
volevano stare a quella sentenza, alla quale era pur stata la Francia; facevano,
quanto era in loro, d'intorbidar di nuovo ogni cosa. - Perché forse - ripigliò
la Marchesa - si avesse a dire che quella nazione, la quale gl'Italiani
trovarono una volta così difficile, siccome ho udito, a sottomettere con la
forza, ora debba trovar noi egualmente difficili a sottomettere con la ragione?
- Perché no? - io risposi. - Pure, perché anche tra noi fosse chetato ogni
romore, io feci sì che si ripetesse la esperienza, già cagione di tanto
scandalo tra i dotti di Europa. E ciò fu in Bologna, città famosa per
gl'ingegni che vi allignano, per l'Accademia,
che ivi fiorisce, e insieme neutrale nella disputa.
- Ben veggo - disse la Marchesa - che si cercò da voi ogni mezzo per toglier
via ogni dubbietà e
compor le cose. E crederò facilmente che un ministro di stato condursi non
potesse con più politica, per iscegliere un luogo atto a tenere un congresso. -
Vedete sventura - io risposi - che si oppose al mio buon volere. Benché si
usasse ogni maggior diligenza a far la separazione de' colori della immagine, e
il luogo fosse d'ogni luce muto,
come quelle notti,
che per nascondere i dolci loro furti sogliono invocare gli amanti, pur
nondimeno, contro a ogni nostra espettazione, la cosa non riuscì. Aggiungevasi sempre a' colori refratti dal secondo
prisma una certa luce azzurrigna, irregolare, a dir vero, ed instabile; ma che
avrebbe pur bastato a' sofistici di attacco e, a un bisogno, di ragione. Molti e
vari furono i discorsi che si ebbero. Alla fine considerando noi attentamente a'
dintorni della immagine renduta dal prisma, ci accorgemmo non essere stati così
netti, quali aspettare pur si doveano da un prisma limpido e sincero. Ancora
luccicava intorno ad essi un certo lume azzurrigno di una medesima qualità
appunto con quello che si univa a' colori refratti per la seconda volta; e
alcune strisce di questo lume tagliavano la immagine per più versi, e venivano
in certo modo a coprirla di un velo. Sicché ben ne pareva esser certi che,
refrangendo irregolarmente la luce nel prisma, non fosse possibile ad aversi
nella immagine quella perfetta separazione de' colori, ch'era assolutamente
necessaria al buon esito dell'esperienza. E di fatto, sperando il prisma
all'aria, chiaro appariva non esser netto; ma vedeasi sparso di moltissime
puliche, di boccioline, e razzato di vene qua e là: e queste pur erano le cause dello irregolarmente
refrangere e dello sparpagliarsi che vi facea dentro il lume. - Qual contentezza
- disse la Marchesa - non sarà stata la vostra, quando vi chiariste donde
procedeva il male? - La importanza - io risposi - era trovarvi il rimedio. E
indarno lo cercammo con vari prismi d'Italia, i quali ben possono intrattenere
l'altrui curiosità, e servir di trastullo appesi alla finestra di una villa, ma
non già soddisfare a' bisogni della fisica, così sono mal ripuliti e nebbiosi
chi sottilmente gli guarda. In una parola, era presso che morta ogni nostra
speranza, quando la fortuna ce ne presentò alcuni lavorati in Inghilterra,
puri, nobili e lustranti, quali erano le armi di che, al dir de' poeti, solevano
anticamente agli uomini far presente gli dei. Se con essi si ritentasse tosto la
prova, vel potete pensare, Madama; e potete anche pensare ch'ella fu vittoriosa.
La immagine colorata del sole per essi dipinta riuscì schiettissima senza
adombramento alcuno, e senza velo: e i colori refratti la seconda volta
restarono così immutabili, che l'occhio il più sofistico, l'occhio dello
stesso Zoilo del Neutono
non vi avrebbe potuto scorger dentro un minimo pelo di alterazione.
- Forse - disse sorridendo la Marchesa - che ha
voluto la natura concedere a' prismi inglesi il privilegio di mostrare il vero;
a quei prismi cioè, per mezzo de' quali lo ha da prima manifestato agli uomini.
- Uno assai strano fenomeno - io risposi - sarebbe cotesto. Ma caso è che le
risposte della natura, debitamente interrogata che sia, non si contrarian mai e
sono sempre le medesime. Bene accecata la stanza, e perfettamente depurati che
sieno i raggi da un buon prisma, i colori, non che una sola, ma tre e quattro
volte refratti, tali si rimangon sempre, quali realmente sono. Ed ancora, chi
guarderà col prisma un oggetto illuminato da un lume omogeneo, rosso, verde, o
altro che sia, nol vedrà punto cangiato né di colore, né di figura; ma
solamente fuori del luogo suo: e i più minuti caratteri posti a un tal lume si
veggono distinti, e si possono leggere senza una fatica al mondo col prisma
all'occhio. Dove al contrario i medesimi oggetti posti al lume eterogeneo
dell'aria o del sole, e guardati col prisma, per la diversa refrazione che
soffrono dal prisma medesimo i raggi, di che sono illuminati, oltre al vedersi
pezzati di colori, appaiono altresì sfigurati non poco e confusi. Allora sì
che vuolsi lasciare il prisma in balìa de' poeti, che se ne servano in quelle
comparazioni che non gli fanno grande onore. Quell'inglese, di cui ieri voi
tanto ammiraste, Madama, e lasciaste sul bel principio la canzone, lo paragona
al falso spirito e alla depravata eloquenza, la quale offusca la faccia del
vero, prodigalizza senza distinzione alcuna gli ornamenti, e sparge sopra ogni
cosa la lucentezza de' suoi colori. - Perché non paragonarlo piuttosto - disse
la Marchesa - al vero spirito? Le cose semplici non vengono punto da esso
alterate; nelle composte sa discernere, separare e distinguere i vari
ingredienti che entrano nella composizion loro; e l'ufizio suo sta nel mostrarne
che che sia, non altrimenti da quello ch'egli è.
- Madama, - io continuai - oramai voi conoscete
tanto il prisma e le operazioni sue, da poterlo paragonare con franchezza al
vostro spirito. Ma non so qual paragone trovereste alla immutabilità del
colore, se già non la cercaste nel vostro animo; quando saprete che contro di
essa niente ha più di forza la riflessione, di quello si abbia la refrazione: e
però meglio ancora la conoscerete che ora non fate. Se i colori, onde paiono
essere rivestiti i corpi, fossero una modificazione che viene acquistando la
luce nell'atto dello esser riflessa dalla superficie di quelli, un corpo che
apparisce rosso al lume del sole, rosso dovrebbe apparire altresì, posto nel
lume azzurro della immagine colorata; potendo esso, come ha modificato la luce
diretta del sole, modificare eziandio questa luce refratta e già modificata dal
prisma. Il contrario mostrano le sperienze deI Neutono. Vedreste l'oro, lo
scarlatto, l'oltramare, l'erba, con ogni altra specie di cose variamente
colorate, che tutte rosseggiano, se nella stanza buia vi cadon su i raggi rossi
della immagine, verdeggiano ne' verdi, azzurreggiano negli azzurri; e così
discorrendo per tutti gli altri. Con questo però, che ogni cosa, come è
naturale a pensare, apparisce più vivace e più vaga a quel lume, che è del
suo stesso colore: toltone però le cose bianche, che pigliano indifferentemente
di qualunque tinta si voglia; come quelle che, per la propria loro qualità
dello apparir bianche, riflettono indifferentemente qualunque colore, e chiamar
si potriano il vero camaleonte ed anche il Proteo dell'ottica. - E questo
diamante - soggiunse allora la Marchesa alzando alquanto la mano - basterebbe
porlo ne' diversi raggi della immagine a trasformarlo in un rubino, dirò così,
in uno smeraldo, in un zaffiro? - Non ha dubbio: - io risposi - e similmente
quei minutissimi atomi che volan per aria, allo scorrere che fanno d'uno in
altro raggio della immagine, che listan l'ombra, cambian colore, ed hanno giusto
sembianza di lucidissima polvere or di rubino, or di crisolito ed ora di altra
pietra preziosa. Non così fanno, come io vi diceva, i corpi colorati. Il
corallo per esempio lo vedreste spiritoso ne' raggi rossi, illanguidir ne'
verdi, e negli azzurri presso che spento. Tutto all'opposto il lapislazzoli, il
quale si mostra brioso negli azzurri, smonta o smarrisce ne' verdi, e più
ancora ne' gialli, ed è quasi perduto ne' rossi. Così ogni corpo riflette in grandissima copia o trasmette, se è
diafano, que' raggi che sono di quel colore che mostra; gli altri più o meno,
in proporzione che sono più o meno vicini al suo colore per grado di
refrangibilità; ma niuno ha forza di trasmutare il colore dei raggi della luce.
Che debbo io dirvi di più, Madama? Immutabile si conserva il colore,
quand'anche incontri che raggi di differenti specie si taglino tra loro: un
verde, per esempio, e un violato; un rosso e un azzurro. Dopo l'incrociamento
tali si mostrano, né più né meno, quali erano in prima. In una parola,
invincibili si mantengono i colori della luce, e somiglianti sempre a se
medesimi a qualunque cimento, a qualunque tortura, diciam così, e' vengano
posti dalla sagacità de' filosofi, qualunque sia l'assalto che loro si dia.
- Veramente - disse la Marchesa - un grande esempio
di costanza si è cotesto; né so se altro somigliante fosse sperabile di
ritrovarne nelle cose sotto alla luna. - Ben crederei, Madama, - risposi - che
da straordinaria maraviglia dovessero esser prese le donne gentili all'udire di
cotesta, non più udita, costanza neutoniana. E ce ne avrà, son sicuro, assai
di quelle alle quali andrà più a sangue la vecchia sentenza: che i colori sono
mutabili per natura.
DIALOGO
QUARTO
Nel
quale si continua ad esporre il sistema di ottica del Neutono.
La seguente giornata trovavasi ancora lontano dal
meriggio il sole, quando si levò la Marchesa: e senza darsi gran pensiero di
quello che la mattina suol essere lo studio delle donne, mi mandò dicendo come
era del piacer suo che, il più presto che per me si potesse, io mi rendessi
nelle sue stanze. Io mi vi rendei senza indugio; ed ella, tosto che mi vide, si
fece a dire così: - Vedete bel frutto che io colgo di cotesta vostra filosofia.
Buona parte della notte ella mi ha tenuta desta, facendomi or l'una sponda
cercare del letto ed or l'altra; e quando finalmente vinta dal sonno mi
addormentai, immagini colorate, prismi e lenti, null'altro che quelle sperienze,
che mi avete descritte ieri, andavami per la fantasia. - Madama, - io risposi -
guardate il bell'onore voi mi fareste, se venissero a risapere che io non vi fo
sognar d'altro che di prismi e di lenti. - Non dubitate - ripigliò ella subito
- io pur aveva il pensiero a voi; io mi studiava d'imitarvi; e andava meco
medesima fantasticando di recare anch'io alcuna novella prova nel sistema
neutoniano. - E non era egli più naturale - io risposi - avere il pensiero al
filosofo, e prescindere dalla filosofia? - Per la parte mia, - riprese a dir la
Marchesa - era più naturale, il confesso, pensare a tutt'altro, che fatto non
ho. Troppo male a proposito ho voluto inframettermi a cercare di quello che il
trovarlo non era cosa da me. Una Bradamante o una Marfisa poteano sì bene
entrare in lizza, e giostrare co' paladini; ma una Fiordiligi
dovea esser contenta a starsi sul suo ronzino, e
lasciargli fare. Immaginate da questo, quale esser dovesse l'agitazione della
mia mente, che si lasciò trasportare, io non so come, a così arditi ed elevati
pensieri. - Alle grandi passioni, - io risposi - che più scaldano gli animi e
gli mettono in azione, noi siamo debitori, anche nelle lettere, delle cose più
belle: e ne' tempi appunto che più bollivano le passioni nel mondo, nacquero la
Iliade, l'Eneide, i poemi di Dante e del Miltono. Non so che di maggiore è forse nato la scorsa notte.
- Or vedete sconciatura - ella riprese. - Un raggio
di sole, io diceva meco medesima, non è egli un fascetto, una moltitudine, una
matassa di fili di diverso colore? E dallo essere i vari fili intrigati e
mescolati insieme, non ne viene egli che bianca ne apparisca tutta la matassa?
Ora chi potesse rimescolare, intrigare di bel nuovo insieme quei fili, dopo che
d'insieme sono stati scompagnati, ne dovrebbe di bel nuovo risultare il bianco.
Ma, per quanto io abbia pensato e ripensato al modo da tenersi per venire di ciò
in chiaro, al come fare una tal prova, non mi è stato possibile di venirne a
capo. - Per vostra gloria, - io ripresi - vi dee pur bastare, Madama, che
potrete dire di aver pensato nello stesso modo appunto che pensò un Neutono: e
ben poi si conveniva ch'egli vi liberasse dalla briga di mettere in esecuzione
il pensiero. - E come ha egli fatto? - riprese a dir prestamente la Marchesa. -
Più esperienze - io risposi - egli immaginò a tal fine; ed eccovene una. La
immagine del sole dipinta dal prisma nella stanza buia, egli la faceva cadere
sopra una lente convessa, affinché i raggi di diverso calore separati dal
prisma fossero dalla lente raccolti nel foco, e quivi rimescolati insieme. -
Verissimo: - disse prontamente la Marchesa - ecco, la lente intriga di nuovo ciò
che avea strigato il prisma. Ma, ohimè! come a me non è bastato l'animo di
farlol Tutte le cose, che bisognavano, io le avea innanzi; restavami solo a
congegnarle insieme, e non ho saputo. - Ricordatevi, Madama, - io risposi - di
quel facile, che è tanto difficile, ed è sempre ultima cosa che si trova. Gli
antichi usavano improntar nomi e cifere con forme rilevate e gittate di metallo.
Perché non fare di ciascuna lettera dello abbiccì parecchi simili impronti,
accozzargli insieme, stampare? E forse non vi vollero tre secoli e più, dopo la
invenzione degli occhiali, a fare il cannocchiale; cioè a congegnare a
proporzionata distanza delle lenti, che tutto il mondo avea tra mano? e questo
istesso, più che degli uomini, si può dire opera del caso. A uno indotto
artefice di occhiali in Olanda venne un tratto veduta una così fatta
combinazione di lenti, per cui gli oggetti per esse traguardati ingrandivano di
molto, e ne venivano come trasportati più da vicino. Sparsosi di ciò
confusamente il romore per tutta Europa, e pervenuto al Galilei, egli vi
almanaccò sopra; trovò quale esser dovesse quella tal combinazione di lenti; e
fabbricò il suo cannocchiale, con cui si mise tosto a ricercare il cielo, e vi
scoprì quelle tante novità e maraviglie, da esso lui annunziate dipoi agli
uomini sotto il nome di Messaggero celeste.
Ma tali
maraviglie ne sarebbono forse ancora nascoste, se all'occhialaio di Ollanda
stato non fosse così benigno il caso.
- Veggo bene - disse la Marchesa - che voi mi
volete consolata a ogni patto. Ma non è egli vero che quel luogo, dove
concorrono i raggi colorati, è perfettamente bianco? - Così è - io risposi. -
Bianco veramente si trova essere il bandolo della matassa, dove fan capo tutt'i
fili. Non così tosto i raggi sono passati al di là della lente, che l'uno si
accosta all'altro, incominciano a confondersi tra loro, sino a tanto, che
incorporati tutti insieme, ne risulta una immaginetta tonda e bianca, o più
presto tirante
al doré, come era appunto la luce, innanzi che si scontrasse nel prisma. Tutto
ciò si vede ponendo un cartoncino dopo la lente, e quindi via via rimovendonelo,
e fermandolo finalmente nel luogo dove concorrono insieme e s'incrocicchiano i
raggi. Che se viene ritirato più là, tornano a poco a poco a svilupparsi e a
comparire di bel nuovo i vari colori della immagine. E ciò ben mostra che nel
foco della lente nulla perduto aveano delle naturali loro qualità: ed è forza
dire la ragion del candore, che quivi si osserva, non esser altro che
l'aggregato di tutti i colori.
- Un tal fatto - entrò qui la Marchesa - dovevate
naturalmente avere in vista, quando ieri mi diceste che la immutabilità del
colore si mantiene anche allora che raggi di differenti specie si taglino tra
loro. Se così non fosse, non si vedrebbono di bel nuovo comparire i colori del
prisma di là del luogo ove si uniscono. - Su questa esperienza appunto, - io
risposi - benché a ciò giustamente non intesa, era fondata la mia asserzione;
poiché in virtù del legame quasi geometrico che hanno tra loro le proprietà
della luce, una sperienza del Neutono non si ristringe già essa d'ordinario a
provare una cosa sola. - La filosofia del Neutono - disse la Marchesa
si direbbe che rassomigli alle guerre degli antichi, dove una sola
giornata ch'e' vincessero, eran soliti conquistare più di una provincia. -
Quello che voi dite - io replicai - tanto più è giusto, Madama, quanto che
pare che la filosofia degli altri rassomigli giustamente alle guerre de'
moderni; dove il frutto della più compita vittoria suol consistere in prendere
una fortezza, che mediante un trattato si ha da restituire pochi mesi appresso.
- Ma tornando - disse la Marchesa - alla nostra
sperienza, e chi chiudesse la via a un colore, sicché non passasse oltre per la
lente? - Anche in questo, - io risposi - Madama, il Neutono ha prevenuto i
vostri desideri. Egli tagliò il passo vicino alla lente ora ad un raggio e ora
ad un altro; e il colore del bianco cerchietto trasmutavasi in quello che dovea
riuscire dalla mescolanza dei raggi che scorrevano oltre. Quando, per esempio,
restavano esclusi i raggi rossi, il candore traeva all'azzurro; ed al rosso,
quando restavano esclusi i violati e gli azzurri; perché allora predominava
nella mistura l'azzurro, ovveramente il rosso. Che se, tolto via ogni
impedimento, i raggi tornavano tutti quanti al cartoncino rintruppati insieme,
il bianco tosto vi riappariva.
- Oh! qui - disse la Marchesa - vorrei vedere
l'oppositore del Neutono, e sentire
dalla di lui propria bocca che sorta di obbiezioni egli potesse fare contro a
così chiare prove e così evidenti.
- Nè queste - io continuai - sono le sole che si
abbiano a mostrare che dalla mescolanza di tutti i colori ne risulta il bianco.
La immagine colorata che da un raggio di sole disviluppa il prisma, guardatela
per modo, ponendo un altro prisma dinanzi all'occhio, che e' ne ravviluppi
insieme i colori, e trasformata la vedrete in un cerchio tutto bianco. Ciò si
fa in tal maniera. Voi già sapete, Madama, che il rosso della immagine, che è
dipinta sul muro della stanza buia, è nella parte più bassa; sieguono dipoi il
doré, il giallo, il verde, l'azzurro, e l'indaco, e finalmente il violato, che
è di tutti i colori il più alto. Ora immaginatevi che altri postosi dirimpetto
di essa immagine, e guardandola col prisma all'occhio, debba vederla per la
refrazione più giù che non è in fatti: e immaginerete anche agevolmente come
il prisma portando più in giù il violato e l'azzurro, che il giallo e il
rosso, cioè portando più in giù colori più refrangibili, che i meno, quelli
vengono ad accavallarsi sopra questi, e tutti si confondono insieme nell'occhio.
Confusi insieme mostrano il bianco. Guardata per simil modo mostrasi pur bianca
l'iride, o arco baleno che dir la vogliamo; e dispariscono i bei colori, de'
quali ella dipinge e rallegra il cielo. Essa non è altro che l'effetto della
separazione che si fa de' raggi del sole nell'acquosità delle nuvole, che gli
sono in faccia: e l'occhio nostro, che posto è di mezzo tra il sole ed esse
nuvole, vede i colori, che si separano da' raggi solari, disposti in altrettante
fasce intorno intorno da lui. Ora tutto l'arco dell'iride bianco apparisce, e
assai più ristretto di prima, come io ho più di una volta osservato, chi la
guardi col prisma rivolto in modo da fare accavallare le une sopra le altre le
fasce colorate, nelle quali esso arco è variato e diviso.
- Egli è proprio un danno - disse la Marchesa -
che questa così bella esperienza non si possa prenderla sempre che un vuole; e
che la pioggia convenga per ciò aspettare ed il mal tempo. Non così avverrebbe
chi abitasse presso la cascata di un qualche fiume. Non è egli vero che ivi
godono ogni giorno, che è sereno il cielo, della vista dell'arco baleno? -
verissimo: - io risposi - se hanno le orecchie del continuo intronate dal
romore, che mena l'acqua grandissimo, hanno anche il piacere di veder l'iride
nello spruzzo che si rialza dalla medesima acqua, la qual rompe ne' soggetti
sassi, e si sparge tutto intorno in sottilissima nebbia. Un così bel fenomeno
si osserva tutto giorno alla cascata di Terni, a quella di Tivoli tanto da'
pittori studiata, e a quella tanto strepitosa dì Niagara; ed ivi non è guari
veduto che dagli occhi poco eruditi degli Americani. Ma ben saprete, Madama, che
l'arte è giunta a contraffare facilmente un così bello effetto: e oggimai più
non abbiamo da portare invidia a coloro che ne sono favoriti dalla natura. I
fontanieri sanno rompere così fattamente uno spillo d'acqua, facendolo
schizzare a traverso di minutissimi trafori, ch'e' si viene a dispergere per
aria in una infinità di minutissime goccioline. E sol che uno si ponga tra
l'acqua ed il sole, può avere a talento suo la dilettosa vista dell'iride. Un
così bel giochetto mi sovviene di averlo veduto in non so qual villa di Roma. -
State pur sicuro: - disse la Marchesa - un simile gioco d'acqua non passerà
l'estate, che in questo giardino l'avremo anche noi. Potremo quivi a nostra
posta veder l'iride ed osservarla col prisma all'occhio: e tal fontana la
chiameremo la fontana dell'ottica. - Perché non farle onore - io soggiunsi - di
un bel nome greco, e chiamarla Leucocrene? che significa fontana del bianco,
come Ippocrene, fontana di quel cavallo che d'Elicona fece scaturir quelle acque
delle quali tanti hanno sete, e a pochissimi è dato di berne. - Così la
chiameremo: - disse la Marchesa - ed io avrò nel giardino le prove del sistema
del Neutono; come nella galleria ho le obbiezioni contro al sistema del
Cartesio.
- Intanto - io seguitai a dire - rientrar potremo,
se vi piace, nella stanza buia; che vi vo' far vedere una assai vaga cosa, che
mi era fuggita di mente. Tornate col pensiero, Madama, a quella esperienza, in
cui dopo il prisma è collocata una lente, ed essa raccoglie i raggi colorati in
un bianco cerchietto. Già a voi non è fuggito di mente che, qualora l'uno o
l'altro de' raggi veniva alla lente intercetto, il cerchietto non appariva più
bianco. Ma se altri tirava in su e in giù vicino alla lente un ordigno fatto a
guisa di pettine, e forte spesseggiava, sicché i raggi colorati per via de'
denti a quello alternatamente ne venissero intercetti e trasmessi, sapete voi
che avveniva? Il cerchietto non mutava punto colore, e rimaneasi bianco del
tutto. Le impressioni che i differenti colori fanno nell'occhio di chi guarda,
durano, ciascuna in particolare, per alcuno spazietto di tempo; ma succedendosi
l'una dopo l'altra con somma prestezza nello stesso luogo della retina, esse
vengono per conseguente a scontrarsi tutte in un sito nel medesimo tempo, onde
viene a generarsi in altrui il sentimento del bianco. E ciò stato confermato
ancora con una palla dipinta a spicchi de' vari colori del prisma, che apparisce
pur bianca, girata ch'ella sia rapidamente intorno a sé - Ecco - disse la
Marchesa - delle novelle prove, e più ancora che non bisogna, a mostrare che la
bianchezza è la confusione o l'aggregato di tutti i colori. - E volete voi,
Madama, - lo soggiunsi - che questo ver più vi s'imbianchi,
come dice il poeta? Tenete, come ha fatto il
Neutono, dirimpetto all'immagine dipinta dal prisma un foglio di carta, così
che i colori vengano tutti a illuminarlo ugualmente. Egli resta bianco come se
fosse tenuto all'aria, ma se si muove più qua che là, si tinge subito di quel
colore, che gli sarà più vicino.
- Certamente - disse la Marchesa - la mal
consigliata fui io, pensando a cosa, a che ci avea pensato tanto un sì
grand'uomo:
Commetti
al savio e lascia fare a lui.
Come
avrei io potuto mai trovarne una sola di queste esperienze, per semplici e
facili che paiano? - Voi trovate ben facilmente - io risposi - quello che
darebbe di che pensare a' filosofi. A voi si convien più di sapere in qual dose
sieno da temperare insieme le cortesie e le ripulse, la speranza e il timore,
per tener viva una passione, che in qual dose sieno da mescolare insieme materie
polverizzate di più colori per formare il bianco. Anche questo fu provato dal
Neutono. E in fatti di tale mescolanza il bianco, siccome era suo avviso, ne
risultò; ma era smorto, fosco, e come nuvoloso, in comparazione di quel bianco
che danno i colori del prisma. E non maraviglia, da che si vede assai
chiaramente
che
quel vantaggio sia tra loro appunto,
ch'è
tra il panno scarlatto, e i panni bui.
Se
non che, mettendo al sole quella composizione di varie polveri, con che altro
non facevasi che accrescere in lei la forza del lume, quel bianco, di smaccato
ed ottuso, diveniva più spiritoso e più vivo. Sì bene: un bianco bellissimo,
che è il risultato di tutti i colori, ce lo mostra la schiuma, che si leva
dall'acqua agitata con sapone. Chi la osserva da vicino, vede le gallozzole o
bollicelle di essa quasi formicolate di vari colori; ma, se egli si fa alquanto
dalla lunge, que' vari colori vengono a confondersi insieme, e bianca apparisce
in ogni sua parte quella moltitudine di gallozzole.
- Da quale picciola cosa - disse la Marchesa - non
si ricava un testimonio e una riprova per una bella e importante verità. Parmi
che nella scienza delle cose naturali il più leggieri fenomeno, una
fanciullaggine, un niente sia di una così grande importanza, per gli occhi di
un bravo osservatore, che nel gioco degli scacchi è tra le mani di un valente
giocatore una pedina. Quella sperienza della schiuma era pur bella e fatta: fu
pur in ogni tempo dinanzi agli occhi di tutti; e niun altro seppe farla giocare,
fuorché il Neutono. - Madama, - io risposi - voi sapete, che in ogni cosa tutti
vedono, e i pochi osservano: e della scienza dell'osservare poco o niun conto ne
facevano i filosofi ne' tempi addietro, quando acremente sostenevano il colore
esser l'atto del pellucido, inquanto egli è pellucido; che erano dati solamente
a studiare Aristotele, ad interpretare, a stiracchiare e distorcere i testi di
lui, che chiamavano il maestro di color che sanno. Facendosi ancora più
addietro, già non pare che nell'arte sperimentale si lambiccassero gran fatto
il cervello coloro che ragionarono sopra le cose naturali. Seneca ne dà
contezza di una verga di cristallo che gli occorse di esaminare; di una certa
specie di prisma che, ricevendo da un lato il lume del sole rendeva i colori
dell'iride; ed entrato a ragionare della causa a tal effetto, crede aver dato
nel segno, paragonando quel suo prisma al collo di una colomba, in cui non è
altro, siccome egli dice, che un'apparenza di colori falsi ed incerti. Ma, per
poco che esaminato avesse quel suo prisma, e fattovi su una qualche
osservazione, avria conosciuto agevolmente da quanti piedi zoppicasse quel suo
paragone. - Egli riesce assai strano a pensare - disse la Marchesa - come gli
antichi filosofi, per dilucidare i loro dubbi, per decider le liti, che insorger
potevano nella scienza naturale, non ne appellassero alla esperienza; tanto più
che nella medicina non si può già mettere in dubbio che delle osservazioni non
facessero gran capitale; quando sia vero, come si dice, che i loro prognostici
si verificano anche oggigiorno, e le loro prescrizioni sono a nostri dottori la
più fidata scorta ch'egli abbiano. Ma il cuore umano che in quelle loro poesie
sapeano volgere a lor talento, non aveano certamente appreso a così ben
conoscerlo, se non profondamente osservandolo. - Che volete - io risposi - che
io vi dica, Madama? Non è questo il solo esempio, che delle contraddizioni
c'instruisca dello spirito umano. Non avete voi tante e tante volte veduto la
medesima nazione, il medesimo uomo prudentissimo, ragionevolissimo in una cosa,
imprudente e irragionevole in un'altra; benché in amendue gli dovessero pur
esser di regola le stesse massime, gli stessi principi? Nella medicina si
trovarono, non è dubbio, tra gli antichi, e in ogni maniera d'arti ancora,
degli osservatori finissimi, dei Neutoni. Non così nella filosofia; dove, per
la maggior parte dati tutti allo speculativo, stimavano forse che l'arte
sperimentale sentisse troppo del meccanico. In troppo picciol conto la tenevano;
né si sarebbero avvisati giammai ch'essa sola potesse arrivare a conoscere
l'arte finissima, il magistero di natura; ch'ella dovesse un giorno pesar la
fiamma da essi creduta assolutamente leggieri; pesar le esalazioni sottilissime
del mare, la traspirazione insensibile dell'uomo; collocare i corpi in un mondo
differentissimo dal nostro, come è uno spazio voto d'aria; imitare per via di
certe misture i Vesuvi e i Mongibelli, e contraffare il tuono e il fulmine assai
meglio che il loro Salmoneo.
Chi poi avesse loro detto che, mercé di
quell'arte, le composizioni, le mescolanze che ha fatto Iddio, l'uomo potrà
separarle e discioglierle, avrebbono fatto le risa grasse, e contrapposto
l'autorità del divino Platone, al quale piacque di asserire solennemente che un
tal uomo né mai ci fu nè in tutta la lunghezza de' secoli stato ci sarebbe
giammai. E il Neutono seppe non solo disciogliere ne' loro principi e scomporre
i raggi della luce, ma seppe ancora ricomporgli di bel nuovo, rimpastargli a suo
piacimento, e tali tornargli quali sono da prima, quand'escono vergini dal seno
del sole e dalle mani, quasi direi, del Creatore. Pare forse a voi, Madama, che
io dica di troppo? State ad udire. Entro alla stanza buia egli collocò due
prismi, e una lente tra mezzo in tali distanze che i raggi del sole, i quali
erano refratti e sciolti dal primo prisma, e poi riuniti nel foco della lente,
fossero dal secondo prisma refratti un'altra volta per modo che ne uscissero
perfettamente paralleli tra loro. Con si fatto artifizio, dopo aver separato i
colori della luce, di nuovo gli rimescolò non già unendogli in un punto, ma
per tutta la lunghezza di un raggio. Esso era non tanto nella bianchezza, ma in
tutte le altre sue proprietà somigliantissimo a un raggio diretto del sole;
tanto che rifatte con esso tutte le sperienze che fatte avea nel diretto,
tornavano tutte a capello. Bello era vedere, se alla lente s'intercettava un
colore, il verde, il rosso od altro qualunque, come quello mancava dipoi in
tutte le sperienze che si prendevano; né refrazione o riflessione o altra cosa
che fosse avea potere di riprodurlo. Ancora posti differenti corpi di vario
colore in quel raggio artifiziale, mostravano tutti il proprio colore, come se
tenuti fossero all'aria od al sole. Ma se vi mancava, per esempio, il rosso, il
cinabro perdeva tutta la sua rossezza; e le viole il loro pavonazzo, se vi erano
meno i raggi azzurri e i violati. Così il Neutono venne ad emular la natura,
l'arte cioè d'Iddio nella materia (come la diffinisce quello istesso filosofo,
che non credeva si potesse giugnere a tanto): venne a confermare più che mai le
verità dianzi scoperte, e a dare alla bella opera sua l'ultima mano.
- Oh! questo - disse la Marchesa - è stato il bel
colpo di maestro; e se un tempo si favoleggiò di Prometeo ch'egli rubò il
fuoco agli dei, si può dire presentemente che il Neutono rubò loro il secreto
della composizione della luce, e ne fe' parte agli uomini. Già non crederei che
recar si potesse a maggior sottigliezza l'arte dello sperimentare. - Ma perché
vediate ancora meglio - io risposi - quanto egli si fosse in quest'arte
eccellentissimo, e il torto che aveano gli antichi a non coltivarla, sappiate,
Madama, che quella medesima schiuma, di cui parlammo poc'anzi, così poco
filosofica dinanzi agli occhi dei più, fu per esso il principal motivo onde
scoprire il perché altre cose appaiono di questo colore, e altre di quello. - E
non avea egli trovato - disse qui la Marchesa – che viene dal riflettere che
fanno raggi di diverso colore le une in maggior copia delle altre, questo
taffettà i gialli, l'erba i verdi, il cielo gli azzurri? - Sì, certamente: -
io risposi - e ben egli erasi assicurato che tutti i fenomeni de' colori, onde
sono dipinte le cose, non risultano da altro che da separazioni o misture di
raggi difformi; e che se i raggi della luce fossero di un color solo, di un
color solo medesimamente sarebbe tutto il mondo. In tale certezza sarebbesi
forse acquetato qualunque più sottil filosofo; ma egli si accese più che mai
nella voglia di sapere più là. Per che ragione cotesto vostro taffettà ama
egli, piuttosto che tutti altri raggi, di riflettere i gialli, l'erba i verdi?
Simili domande egli ardiva fare alla natura; e vedete industria ch'egli usò,
per ottenerne risposta. Egli si pensò di soffiare con un cannellino in quella
schiuma, perché in mole alquanto considerabile ricrescesse una di quelle
gallozzole, che levava qua e là. Quindi posata leggermente la gallozzola,
fattasi mai più panciuta che non era prima, sopra di un tavolino, la ricoperse
con un vetro a difenderla da quel po' d'ondeggiamento che è sempre nell'aria, e
che poteva turbar la sperienza. Ciò fatto egli osservava che in breve spazio di
tempo la si andava spargendo di vari colori, i quali si stendevano l'uno dentro
dell'altro intorno alla sommità di quella, a guisa di altrettanti anelli. Ma
secondo che il velo d'acqua ond'era formata si faceva di mano in mano più
sottile in cima, e più grosso all'in giù, discendendo l'acqua del continuo. si
vedevano quegli anelli slargarsi a poco a poco, e venire ordinatamente essi
ancora all’in giù, sino a tanto che si dileguavano dalla vista uno dopo
l'altro, e il velo della bolla si scioglieva nell'aere in un minutissimo
spruzzo. Ora da questa esperienza ben traluce, come attribuir si doveva alla
varia grossezza del velo d'acqua, e non ad altro, la varietà de' colori che vi
si scorgevano per entro. Ma per averne più precisa contezza, avrebbe bisognato
fermar l'acqua, che il proprio suo peso portava sempre all'in giù, o poter
maneggiare a suo piacimento particelle di differenti materie, e particelle oltre
ogni credere sottilissime e di varie grossezze; e su quelle fondare dipoi sue
considerazioni e suoi computi. A ogni cosa si aperse il Neutono la via, reso
dalle difficoltà medesime più animoso e sagace. A tal fine pigliò due lastre
di vetro, l'una piana da amendue i lati, l'altra piana da un lato, e dall'altro
rilevata alquanto o convessa. Il convesso dell'una pose sopra uno de' piani
dell'altra, soavemente comprimendole insieme; e in tal positura le fermò. Ora
quelle lastre congegnate a quel modo postele in faccia al sole, osservava, nel
punto del loro combagiamento o contatto, trovarsi una picciola macchia nera; e
questa esser cinta da alcuni anelli diversi di colore, quale violato, qual
rosso, qual giallo o doré; i quali formati venivano dal lume, che rifletteva
tutto intorno la falda o laminetta d'aria, che tra quelle due lastre era come
contenuta e compresa. Altri simili anelli di vario colore apparivano
traguardando a traverso le lastre; e questi erano formati dal lume ch'essa
laminetta trasmetteva. La varietà del colore procedeva qui ancora dalla varia
grossezza della laminetta d'aria: picciolissima verso il contatto delle lastre,
e gradatamente maggiore verso le estremità delle medesime, tanto che a ciascuno
di quegli anelli, così dal lume trasmesso, come dal riflesso formati rispondeva
nella laminetta d'aria una certa grossezza maggiore o minore, secondo che più o
meno largo era l'anello. Per meglio poi determinare quali grossezze a ciascun
colore rispondessero, si pensò il Neutono di porre quelle lastre ora in uno ed
ora in un altro de' lumi primitivi od omogenei della immagine solare, dove gli
anelli tutti erano di un color solo, di quel medesimo cioè che sulle lastre
batteva: rossi, se quello era rosso; azzurri, se azzurro, e così degli altri.
Fattele però illuminare da ciascuna specie di raggi, l'una appresso dell'altra,
misurò separatamente in ciascuna la larghezza dell'anello, ch'era più vicino
al contatto, o alla macchia nera; e trovò che più ristretto di tutti era
l'anello nel color violato, un po' più larghetto era nell'indaco, più ancora
nell'azzurro, e così successivamente sino al rosso; nel qual colore l'anello
avanzava tutti gli altri in larghezza. Né diversamente accadeva, se in luogo
dell'aria era tra quelle lastre intrusa dell'acqua, salvo che i colori erano men
vivi; e il primo anello in ogni mano di colori era più ristretto che nell'aria,
e più vicino alla macchia nera. Ora ecco che i raggi più refrangibili sono
ancora i più riflessibili. Ciò viene a dire che in una data materia di minori
grossezze è mestieri a riflettere il violato e l'indaco; e di maggiori a
riflettere il rosso e il doré. Che se la densità in una materia sarà maggiore
che in un'altra, sarà bisogno di minor grossezza nelle particelle della più
densa che della meno, perché ne sia riflessa la medesima specie di raggi. E così
i corpi sono come altrettanti tessuti, le cui fila, in virtù di certa densità
o grossezza, ne riflettono all'occhio questa sorta di raggi meglio che quella;
gli altri raggi che vi dan su, vengono a spegnergli nelle cieche vie, che sono
tra filo e filo; e tutto il tessuto ne apparisce di quel tal colore che le fila
riflettono. - Io per me già non dubito - ripigliò la Marchesa - che la cosa
non sia così per appunto, come voi dite. Ma per essere di ciò più chiarita,
mi farebbe mestieri comprendere qual relazione ci abbia tra l'aria o l'acqua, e
l'erba, e il taffettà. Altrimenti come potrei io mai credere che quello che in
uno anello o in una laminetta d'aria cagiona un certo colore, quello medesimo lo
cagioni eziandio in un filo di erba o nella mia andrienne? - Oh, qui, Madama, -
io risposi - gioca il gran principio dell'analogia, che è quasi la pietra
angolare degli edifizi, che va innalzando qua e là la scienza della fisica, o
per meglio dire la ragion dell'uomo. Se due o più cose noi le conosciamo esser
simili in molte e molte loro proprietà, sicché ne sembrino come della stessa
famiglia, noi dovremo inferirne, e non a torto, che simili sieno ancora in ciò
che sappiamo appartenere all'una, e non è così manifesto appartenere anche
all'altra. Con tale principio si governa, quasi
che in ogni cosa, la umana prudenza; e arrivano per tal via i filosofi a
conoscere la natura di quelle cose che da noi maneggiare, a dir così, non si
possono, o per la immensa loro distanza o per la incredibile loro picciolezza. E
dove con la scorta di esso non conduce egli la sua Marchesa il grazioso
Fontenelle? Mostrandole, che la luna è illuminata dal sole, che ha il giorno e
la notte, che ha delle valli e delle montagne, e tali altre cose, nè più nè
meno, come la nostra terra; giugne a persuaderle ch'ella pure come la nostra
terra ha i suoi abitanti
con
le cittadi, e co' castelli suoi.
In
somma le fa vedere con questa analogia alla mano popolato tutto l'universo
quanto egli è. - Fate ora voi vedere a me - disse la Marchesa - la somiglianza,
che è tra i colori dell'aria e i colori delle cose, che abbiamo per le mani; e
non andiamo con questa analogia più là che il nostro picciolo mondo. - Molte
sono le similitudini - io ripigliai - trovate dal Neutono tra le laminette
d'aria o d'acqua, che tra quelle sue lastre erano comprese, e le particelle
della materia, onde composti sono i corpi; e ben pare che le une e le altre si
abbiano a tenere come di una stessa famiglia. Tra le quali similitudini
principalissima è quella, che così quelle laminette, come le parti minutissime
di qualsivoglia corpo, sono diafane; che già non è cosa così opaca, che
ridotta in sottilissime schegge non dia il passo alla luce; e le pietre più
dure, e gli stessi metalli ridotti in foglie d'impenetrabili ch'erano ai lucidi
dardi del giorno, come chiamò quel poeta i raggi del
sole, divengono ad essi permeabili e trasparenti. E però siccome dalla varia
densità o grossezza di quelle laminette dipendeva la qualità del loro colore,
dalla stessa cagione pur dee procedere la varietà del colore dei corpi
medesimi. Generalmente parlando converrà dire le particelle dei drappi azzurri
essere meno dense o più sottili che quelle non sono dei drappi che ne mostrano
il color rosso; in quella guisa che cotesta bella tinta di zaffiro, che veste
ora il cielo, ed è così dolce agli occhi nostri, ne è riflessa da' più tenui
vapori, che di terra si alzano in aria; come da' più grossi vapori ne è
riflesso quel rossigno, di cui all'orizzonte si tinge il cielo al cader del
giorno. - E quei bianchi nuvoli - soggiunse la Marchesa - che si veggon laggiù,
converrà dire essere uno ammassamento di vapori di varie grossezze, ciascuna
delle quali riflette un particolar suo colore; e bianco di qua ne apparisce il
totale di essi, come appunto quella gallozzola formicolata di vari colori, vista
dalla lungi bianca del tutto appariva. - In fatti - io risposi - i corpi bianchi
altro non sono che tessuti di varie e differenti fila; di fila eterogenee,
diciam così, le quali riflettono e ributtano da sé ogni qualità, ogni
generazione di raggi. Segno è di questo, oltre alle altre prove che se ne ha,
che posti al sole penano moltissimo a riscaldarsi; dove gli altri corpi, che
riflettono una sola specie di raggi, gli altri li ricevono dentro a sé e ve gli
spengono, si riscaldano assai più presto dei bianchi. E più di tutti sono
presti a concepire il calore i corpi neri, i quali ammorzano ed inghiottiscono
quasi tutti i raggi che vi dan su.
E vi so dire, Madama, cha un cappellino nero, come usano portarlo le belle
inglesi nel Parco di Londra, non sarebbe il vostro caso, passeggiando all'occhio
di questo nostro sole d'Italia.
- Considerando - ripigliò qui la Marchesa -
cotesti vari tessuti dei corpi, mi sovviene ora di cosa che ho già udito dire
più volte, ma a prestarvi fede non mi potei indurre giammai: voglio dire che vi
sieno dei ciechi, che al tatto sappian distinguere l'un colore dall'altro. Ma
adesso parmi veder chiaro che ciò sia un effetto e insiem una prova del sistema
neutoniano. E in verità, perché non potremmo noi co' polpastrelli delle dita
sentire i vari colori, se meglio ponessimo mente al sentimento del tatto, come
sono necessitati di fare i ciechi? Distingueremmo allora dalla grossezza delle
fila, delle quali è tessuto un corpo, qual sia la tinta che ne dovesse
mostrare. Non è egli così? - A non volere, Madama, - io risposi - dissimulare
la verità, la faccenda di quei ciechi, posto che vera, potrebbe ancora quadrare
alle immaginazioni del Cartesio, non che ai trovati del Neutono. Che certo tra
le particelle dei corpi della differenza ci ha da essere, e non picciola; perché
questo modifichi la luce di un modo e quello di un altro. Ben vi ha tal
fenomeno, sopra cui il sistema cartesiano non può aver presa di sorte alcuna;
anzi ad ogni altro sistema, dal neutoniano in fuori, è impossibile a renderne
la vera ragione. Due liquori, per esempio un rosso, l'altro azzurro, amendue
diafani, tanto che traguardando così per questo come per quello si vede il
chiaror delle cose, cessano di esserlo, se si pongano l'uno accanto dell'altro,
e si traguardi per amendue. Come è mai, che da due corpi in sé trasparenti ne
risulta un terzo opaco, che non lascia passar lume di sorte alcuna; da due
simili un contrario? - Ben comprendo - disse la Marchesa - quanto sarebbe
riuscito malagevole, anzi impossibile a' Cartesio lo spiegare una tale
maraviglia: ch'ei non sapeva come i raggi rossi, a cui danno la via le
particelle di un liquore, vengono ad essere intercetti e spenti dalle particelle
dell'altro, che non dà la via che a' raggi azzurri. Così quello disfa
l'effetto di questo, o questo di quello: e, in sostanza, niun raggio può
arrivare all'occhio di chi traguarda per amendue. - Ed ecco nodi dell'ottica -
io ripigliai che voi e il Neutono
sciogliete, Madama, senza eludere gli oracoli della natura. Ogni prova che non
ha forza di dimostrazione non può stare in ischiera con le prove neutoniane: né
ci starebbe né anche una per altro bellissima conformità o analogia, la quale
si trova tra la produzione de' colori e quella delle altre cose naturali; che
pur sarebbe il fondamento o il perno di un altro sistema. Egli è oramai fuori
di quistione che le piante, gl'insetti ed i viventi tutti non sono mica formati
di nuovo, ogni volta che veggono in prima la luce; ma, secondo che vi concorrono
le cause esterne, vannosi spiegando da' propri embrioni, che dal bel principio
delle cose furono creati di già. Una ghianda per esempio contiene dentro a sé,
quasi in miniatura, una picciolina quercia; la quale ombrerà la terra, darà di
nuove ghiande anch'essa, e queste un foltissimo querceto dipoi, soltanto che
trovisi un terreno che le riceva con certi sughi e con certi gradi di calore,
con quello che a tali sviluppamenti è necessario. Simile avviene degli animali,
di qualunque specie e' sieno, che o nell'ovaio o altrove sono anch'essi prima
del nascere in moltitudini infinite contenuti; simile dell'uomo, che quantunque
degli animali il re, non ha in ciò sopra di essi privilegio alcuno. In
conclusione non sono formate le cose di mano in mano che appariscono nel mondo,
come è credenza comune; ma dalla natura fu veramente fatto ogni cosa tutto a un
tratto, e una volta per sempre. Il medesimo è de' colori, che non si generano
mica di nuovo ad ogni instante, come altre volte credeasi; ma a rendergli
manifesti, altro non bisogna che questo o quel modo, onde si sviluppano dal seno
della luce, che tutti in sé gli contiene. - Per quanta ricchezza mostri la
natura, - disse la Marchesa - per quanta magnificenza dispieghi nei tanti e
tanto vari suoi effetti, egli sembra nondimeno che nelle sue operazioni ella
abbia avuto in mira un certo risparmio, e una certa bella economia. Dal bel
principio ella ha formato con que' suoi embrioni come altrettanti conservatoi
delle cose, che hanno dipoi in sì gran copia a provvedere e fornire il mondo, e
della luce ella ne ha fatto il tesoro, la miniera, l'embrione, diciam così, de'
colori, che ha prodotti una volta per sempre belli e immutabili e atti solamente
a separarsi d'insieme, e a mostrarsi quando bisogna ai di fuori. Mirabile
veramente si manifesta in ogni suo effetto, in ogni sua operazione la natura,
quando n'è dato di conoscerla. Laddove, secondo il Cartesio, conviene che ad
ogni instante ella imprima nuovi moti di rotazione a que' suoi globetti, che a
ogni refrazione, a ogni riflessione, a ogni minimo che, ella si dia il pensiero
e la briga di andargli variando: talché ha sempre mille faccende in sulle
braccia e si direbbe che per lei non è mai domenica né festa.
Qui non potei fare a meno di non sorridere così un
poco, indi ripresi a dire: - Lodato sia Iddio, Madama, che pur nel sistema del
Neutono ci trovate quella semplicità, che tanto vi va a genio. Ma questa così
fatta attitudine che hanno i raggi a separarsi d'insieme, per quanto sia
mirabile e torni anche comoda alla natura, pur talvolta riesce incomoda per noi.
- Come incomoda? - rispose la Marchesa. - Troppo mancherebbe agli oggetti della
lor bellezza, se ciò non fosse. Vorreste voi vedere il medesimo colore ripetuto
in ogni cosa, vorreste vedere il mondo come un chiaroscuro? - Un grandissimo
inconveniente - io risposi - sarebbe senza dubbio per le dame, se elle non
dovessero vestirsi che di un solo colore, e se con la varietà de' colori
venissero a perdere un così ampio soggetto di belle quistioni, di consulte, di
discorsi. Ma in contraccambio verrebbono gli astronomi a guadagnarci non poco. E
qual cosa non darebbe un astronomo, per potersi assicurare del tempo preciso che
la luna occulta una stella, o del punto che fa un eclissi? Sono costoro una
certa generazion d'uomini che se ne sta quasi sempre su per le torri, cogli
occhi rivolti e puntati al cielo; e di questa nostra terra non curano, se non
quanto è un pianeta, che fa suo viaggio intorno al sole, ed entra essa pure nel
sistema celeste. - Ma che hanno mai tanto che fare - disse la Marchesa - i
colori vari della luce colle osservazioni di cotesta strana generazion d'uomini?
- Basta dire - io risposi - ch'e' fanno non picciolo impedimento alla perfezione
degli occhi loro, o sia de' cannocchiali. Io vi dissi già, Madama, come i raggi
paralleli, o che derivano da un punto, dando sopra una lente, sono da essa uniti
in un punto; ma a parlar giustamente, non è un punto, dove i raggi concorrono
passata la lente, ma un picciolo cerchio. Talché a ogni punto di un oggetto
corrisponde nella immagine di esso, che ne forma la lente uno spazietto; e tali
spazietti contigui tra loro, venendo ad entrare alquanto l'uno nell'altro, e ad
intaccarsi insieme, non può a meno che tutta la immagine non riesca alquanto
confusa: come farebbe una miniatura che non fosse abbastanza fina e granita a dovere.
- Tanto che - disse la Marchesa - voi mi avete
rappresentato coteste lenti, come i poeti ne rappresentano gli uomini; non quali
sono, ma quali si vorrebbe che fossero. - Appunto: - io risposi
e quello spazietto o cerchio, che si chiama aberrazione del lume,
procede, come ben potete vedere, Madama, da quell'attitudine che hanno i raggi,
allorché refrangono, a separarsi d'insieme. Vero è che una qualche colpa vi ha
anche la figura che si suol dare d'ordinario alle lenti; ma troppo è picciola
cosa al paragone. E difatti, qualunque figura diasi alla lente, il foco de'
raggi azzurri o dei verdi sarà sempremai diverso da quello dei rossi o doré,
in virtù della varia refrangibilità, che non si scompagna mai da essi raggi; e
però la immagine degli oggetti, che si fa dalle lenti del cannocchiale, è ben
lontana da quella nettezza che sarebbe necessaria a quell'ultima precisione che
vorrebbon gli astronomi. Tanto più ch'essi vagheggiano il sole, le stelle, i
pianeti: oggetti che mandano in egual dose al cannocchiale ogni sorta di raggi.
- Che farci? - disse qui la Marchesa. - Se la immagine degli oggetti non è nel
cannocchiale così distinta, colpa la separazione dei colori; l'aspetto però
del mondo, in virtù di essa, è tanto più bello. In ogni cosa ci sono dei
compensi; e la condizione delle umane faccende porta che non ce ne sia niuna
senza difetto. Sicché pare che anche gli astronomi, se pur vogliono essere
discrete persone, dovessero finalmente prender partito di ciò che è
impossibile a ottenersi. - Le loro domande però io risposi - parvero così giuste, e i loro bisogni si
trovano talmente uniti con quelli degli altri uomini, che si pensò in ogni
tempo a provvedervi. Avanti che si scoprissero le vere proprietà del lume,
cercarono i più sottili ingegni, e tra questi fu anche il Cartesio, a
perfezionare i cannocchiali, immaginando di dare nuove figure a' vetri, perché
veramente raccogliessero i raggi in un punto e formassero le pitture degli
oggetti distintissime; ma perdettero l'opera e lo studio. Il Neutono, lasciati
da banda simili pensieri, de' quali avea mostrato la vanità, avvisò di fare un
cannocchiale d'invenzione del tutto nuova, e che soddisfar dovesse pienamente a'
più ricercati bisogni dell'astronomia. Come la pensò, così appunto riuscì la
cosa: ed io vidi in Inghilterra il primo ordigno, che fatto fosse di questa
specie, lavorato dalle stesse sue mani; il quale conservavasi dagli eredi di
quel grand'uomo insieme con quei prismi, co' quali egli notomizzò da prima la
luce, e vi seppe veder dentro quelle maraviglie che rendono ancora, se è
possibile, la stessa luce più bella. La invenzione consiste in questo: che
l'ufizio che ne' cannocchiali ordinari fa la lente principalissima, e la più
colpevole nella aberrazione del lume, lo fa nel suo uno specchio concavo di
metallo; e si opera qui per riflessione quello che là operavasi per refrazione.
Raccoglie anche lo specchio per la concavità sua i raggi, come fa la lente; ma
nella riflessione i raggi si rialzano tutti dallo specchio con la obbliquità
medesima con cui sopra vi cadono; e non succede veruna separazione di colori,
che intorbidi la immagine, come nella refrazion della lente; onde col nuovo
cannocchiale si veggono gli oggetti di gran lunga più distinti, che non si fa
cogli antichi. Senza che, un cannocchiale neutoniano di poche once
equivale ad un ordinario di altrettanti palmi,
contenendo sotto mole minore maggior valore, non altrimenti che le monete d'oro
verso quelle d'argento.
- Ben seppe il Neutono - disse la Marchesa -
trovare rimedio al male, di cui avea scoperto la origine. Ma non ci volea niente
meno ad acchetar cotesti astronomi, che pare sieno una gente di non così facile
contentatura. - Certamente - io risposi avrebbono
il torto, se non fossero contenti del Neutono. Oltre all'avergli armati di un
occhio tanto più fino, egli difese, non ha gran tempo, e in certa maniera salvò
in faccia al mondo l'astronomia. Voi sapete, Madama, come l'onore di questa
scienza dipende principalmente dal predire gli ecclissi, che sono avvenimenti
palesi alle viste del volgo, non meno che a quelle de' filosofi. Talete milesio
fu considerato in Grecia come un dio, per aver predetto così in digrosso che in
certo tempo dovea fare un eclissi del sole; cioè che la luna frapponendosi tra
esso e noi, dovea scurarlo. Perfezionatasi di mano in mano l'astronomia, quello
per cui già sarebbesi a un Talete innalzata un'ara, quasi che al dì d'oggi
facesse disonore a un Hallejo o a un Manfredi. Si esige ora dalla specula il
minuto preciso, non che il giorno e l'ora, in cui farà l'eclissi, e la quantità
sua per appunto; vale a dire se la luna scurerà tutto il sole o parte, e quanta
precisamente sarà la parte scurata. Ora non sono ancora molti anni passati, che
tutti i computi de' più famosi astronomi aveano predetto a certo tempo un
eclissi totale del sole. Scuratasi interamente la lucerna del mondo, dovea nel
mezzo del giorno farsi notte, e coprirsi ogni cosa di cupe tenebre; la quale
scurità, benché predetta e aspettata, pur nondimeno è cagione, quando
avviene, di non picciolo smarrimento all'uomo, animale di una specie assai
strana, che in una vita brevissima nutre in cuore di così lunghe speranze; che
nella sua mente dà ricetto al vero, egualmente che al falso; che può ardire al
di là delle sue forze, e suol temere in onta della sua ragione. Ognuno ebbe
dunque quel giorno gli occhi rivolti al cielo, e si aspettava che nel pieno
dell'eclissi dovesse mancare interamente e spegnersi il sole. Ma non andò così;
ché rimase tutto intorno dagli orli della luna, che lo copriva, uno anello
luminoso; e piuttosto che temere, ebbero quel tratto di che maravigliarsi. E lo
stesso avvenne in un altro simile eclissi non molto tempo dipoi. Molti furono i
ragionamenti che si tennero dalle persone intorno a così strana novità, la
quale se da principio fu cagione di maraviglia, lo fu poscia di romori e di
scandalo. Vi studiarono sopra, vi si lambiccarono il cervello gli astronomi
punti nel vivo. Chi mise in campo una cosa, chi un'altra, come cagione di
quell'effetto, o piuttosto disordine; ma tutto indarno. E ben potete
comprendere, Madama, che l'astronomia fu allora per rimetterci moltissimo del
suo, come quella che non potea assegnare ragione alcuna di quegli anelli,
ch'erano appariti al dispetto de' suoi computi. - Il popolo - disse la Marchesa
- perdona facilmente all'astrologo di essere tutto dì ingannato da un'arte, la
quale asseconda e adula le sue passioni; ma egli è naturale che, per ogni
picciolo sbaglio che paia prendere un astronomo, si faccia beffe della scienza,
quasi volendosi vendicare della propria ignoranza. Io però non potrei non
prendere qualche parte nel dolore, che dovettero gli astronomi in tale
disavventura sentir grandissimo. Egli è pur vero che umana cosa è aver
compassione degli afflitti. - Buon per noi, - io ripresi a dire - se tanto
realmente vi toccassero i mali altrui. Ma datevi pace, Madama; ecco il Neutono
che ha sciolto lo enimma, e in aiuto se ne viene degli afflitti. I raggi della
luce nel passar ch'e' fanno rasente l'estremità di un corpo, si piegano verso
il corpo medesimo, sino ad entrare anche un poco nella sua ombra. Prova è di
questo, che se un coltello bene affilato si presenti per taglio a una sottil
striscia di luce nella stanza buia, si vede i raggi, che passano a una picciola
distanza dal taglio, buttarsi verso la costa di esso coltello. I più vicini si
piegano assai; non tanto quelli che passano un po' più lontanetti; e così di
mano in mano, sino a tanto che a una certa distanza dal taglio vanno oltre
diritti, seguitando il filo della striscia. Del qual effetto, chiamato
diffrazione, o sia infiessione della luce, il Grimaldi fu veramente il primo ad
accorgersene; e il Neutono l'ha dipoi autenticato con nuove sperienze. Que'
raggi adunque del sole, che passano presso agli orli della luna, dovranno
piegarsi verso della medesima, ed entrare anche nell'ombra ch'ella getta sopra
la terra. E però noi, che durante gli eclissi ci troviamo immersi in
quest'ombra, vediamo intorno intorno da essa luna un anello luminoso. E per
averne dipoi una maggior riprova, si posero in faccia al sole dei globi in tali
distanze che doveano ricoprirlo del tutto ed eclissarlo a chi dietro guardava; e
ciò non ostante, il medesimo luminoso anello ne li cingeva, che visto intorno
alla luna fu per iscreditare in questo basso mondo la scienza dei cieli.
- La ragione - disse allora la Marchesa - assegnata
dal Neutono di quegli anelli, mi par ben chiara e palpabile. Ma ditemi: il
maggior male a cui vanno soggetti anche i filosofi non è egli la curiosità? -
Mai sì: - io risposi - e sull'aver essi corta vista e molta curiosità è
appunto fondata, come altri disse, tutta la loro scienza, qual ch'ella sia. - Or
non ci fu egli alcun filosofo - replicò la Marchesa - il quale domandasse al
Neutono la ragione perché i raggi, che non sono tocchi da un corpo, abbiano da
piegarsi verso di quello nel passargli d'allato? - Oh voi, Madama, - io risposi
- siete di assai più difficile contentatura che tutti gli altri; che vorreste
sapere sino alla causa della diffrazione. Troppo la gran cosa è quella che
domandate, e s'io la dicessi, ci saria forse pericolo di disfarmi con mezzo
mondo. - A parlar meco, - ripigliò subito la Marchesa - voi pure il sapete, non
correte nessun pericolo. - Tutto bene, Madama, - io seguitai - ma temo non la
troppo strana cosa vi debba parere ad udirla. Ora ecco: la ragione perché i
raggi si piegano verso i corpi nel passar loro dappresso è l'attrazione ch'essi
corpi esercitano sopra la luce. - L'attrazione -, ripigliò tosto la Marchesa -
che i corpi esercitano sopra la luce! Voi vi prendete gioco di me, o forse punir
mi vorreste della soverchia mia curiosità. - Ed io allora: - Non vel diss'io,
Madama, che la troppo strana cosa vi sarebbe paruta cotesta? Voi avete fermo
nell'animo che nella universalità delle cose quella forza ci sia solamente, e
non altra, onde i corpi, urtandosi tra di loro, si pongono vicendevolmente in
moto, e le loro particelle si vanno in quello o in quell'altro modo disponendo;
e con ciò credete che operi la natura qualunque effetto, che da noi si osserva,
qualunque cosa si sia. Né altrimenti pare, che dobbiate pur credere -
massimamente dopo quanto udiste l'altro dì della dottrina del Cartesio. Ma ora
svelarvi conviene i più riposti arcani della filosofia. Convien dirvi che,
oltre a quella forza, un'altra ancora ce ne è sparsa per tutto l'universo, onde
i corpi hanno come sentore gli uni degli altri: benché lontani, tra loro
vicendevolmente si attraggono e, rimosso che fosse ogni impedimento,
correrebbono tutti ad unirsi insieme. E cotesta universale attrazione della
materia, di cui è un ramo l'attrazione particolare tra i corpi e la luce, fu
subodorata quasi che in ogni tempo da coloro che considerarono più addentro il
sistema del mondo; ma fu discoperta veramente, posta in chiaro e ridotta a
computo dal Neutono; e oramai si può riguardare come la chiave della fisica. -
La Marchesa recatasi in sé, e ponendomi ben mente nel viso: - Adunque, -
ripigliò - voi dite seriamente che tutti i corpi si attraggono? Ecco un mondo
novello per me, dove io mi trovo tutta smarrita. - Madama, - io soggiunsi - egli
accade a voi quel medesimo, che già accadde a molti filosofi di professione. Ma
perché essi sdegnarono di reputarsi nuovi, come fate voi, in questa filosofia,
adombratisi al solo none di attrazione, si levaron tosto ad impugnarla. Dissero
che quest'attrazione è tutt'uno con quelle qualità occulte, di cui gli
aristotelici informavano i corpi, e colle quali credevano render ragione degli
effetti naturali; che con questa attrazione si veniva a rimettere in seggio quel
filosofare enimmatico e inintelligibile, a mostrare la cui vanità convenne che
tanto oprassero col senno e con la mano i più sani ingegni della passata età;
e vanno formando addosso al Neutono un gravissimo processo. - E quali ne furono
le difese? - disse la Marchesa. - Ben lontano - io ripigliai - che l'attrazione
sia una qualità occulta, ella è una qualità manifestissima della materia, da
cui dipende la spiegazione d'innumerabili effetti naturali. Né questa a niun
patto vuol esser confusa con que' nomi voti di senso, trovati ora l'uno ed or
l'altro dalla volgare schiera de' filosofi, a rendere un tal qual conto di
questo fenomeno o di quello; quando realmente ella è un principio universale, a
cui ubbidisce ogni cosa dal più minuto granello di sabbia sino a' corpi
vastissimi de' pianeti, di cui si assegnano le leggi e si determina ogni suo
effetto sino alle ultime differenze. Gli aristotelici facevano come i sacerdoti
del gentilesimo, che secondo i bisogni vi creavano a lor talento di novelle deità,
e ne avean pieno ogni cosa; dove il Neutono la fa da filosofo, e riconosce
soltanto quei principi, che realmente esistono insieme col mondo. Guidato dalle
più sottili osservazioni e dalle considerazioni più profonde, è forzato a
riconoscer nella materia, come qualità primordiale, la virtù attrattiva. E
quando egli afferma che la luce radente l'estremità de' corpi è tirata da
quelli, non intende già di darci l'intero intorno alla causa della diffrazione;
ma d'indicar solamente quella proprietà generale della materia, che è pure
fare un gran passo in filosofia, da cui procede la ragione immediata di tal
fenomeno. Lo investigare poi la essenza di questa attrazione, e come i corpi
posti in distanza operino l'uno sopra l'altro, e quasi per naturale instinto
amino di farsi tra loro vicini, egli lo lascia alla penetrazione di que'
filosofi che, navigando per lo gran mar dell'essere, vorrebbono sorgere alle
cagioni prime delle cose, e arrivare colà dove
molto
si mira, e poco si discerne.
E,
come sapete, Madama, l'intendimento suo è solamente di assicurarsi delle
proprietà generali della materia, delle leggi con cui la natura governa
l'universalità delle cose; siccome avete sinora veduto nella storia, che con la
scorta di lui siamo andati tessendo della luce. - Intendimento ben giusto; -
disse la Marchesa - ma questa diffrazione, e l'attrazione che ne è la causa, è
un così fatto avvenimento storico che, a saper che ne è, converrebbe entrare
nel gabinetto. Quanto è facile a capire che i raggi per esempio della luce
sieno ripercossi da una superficie, contro a cui vengano a battere, altrettanto
è difficile a capire come i corpi spirino non so qual loro propria virtù, per
cui possano torcere i raggi della luce, che passano a qualche distanza da essi e
sopra i quali non han presa. - Che ciò sembrar debba - io risposi - alquanto
duro da comprendere, non potrei già io negarlo, Madama: e così pure avvisò lo
stesso Neutono. Benché fosse stretto da' più forti argomenti a credere che i
corpi scambievolmente si attraggono senza intervento di materia veruna, che
l'uno verso l'altro gli spinga, ciò non ostante uscì in alcun luogo a dire che
l'attrazione era forse effetto della impulsione, dell'urto, come che fosse, di
una materia oltre ogni credere finissima, di un vapor tenuissimo, che diffuso
trovasi per avventura in tutte le parti dell'universo: segno ch'egli volle
entrare, come si suoi dire, ne' piedi altrui; e credette non dovere prender di
punta la comune opinione. Per far la via alla verità, gli convenne servirsi di
un qualche artifizio; adoperare come quegli
scrittori, i quali nella storia vanno inserendo qua e là un qualche episodio
favoloso, onde sia letta dai più, e per gradire all'universale le danno aria di
romanzo. - E la Marchesa: - Non sarebbe egli questo piuttosto un artifizio
vostro per piccarmi d'onore, o per farmi credere che io meglio non intendo come
il moto sia ne' corpi che come vi sia l'attrazione? - Gli uomini - io risposi -
veggono i corpi muoversi tuttodì; ma di rado gli veggono attraersi; e però
dell'attrazione fanno le maraviglie, e non del moto. Ma i filosofi sanno ben
essi maravigliarsi delle cose, quantunque le abbiano del continuo dinanzi agli
occhi. Perché noi potessimo chiaramente intendere come un corpo, scontrandosi,
per via d'esempio, in un altro, debba comunicargli parte del proprio suo moto,
dovremmo anche intendere come ciò sia uno effetto della natura, della essenza
del corpo medesimo; talmente che così egli sia necessitato di fare, e non
altrimenti. Ma qual cosa sappiamo noi mai della essenza de' corpi? nulla, se
pure il vero si vuol da noi confeessare. A noi è dato soltanto di potere
francamente asserire che i corpi sono cose estese e impenetrabili. E perché?
perché veggiamo la estensione e la impenetrabilità trovarsi in tutti corpi, e
trovarsi sempre di uno stesso modo; laddove non è il medesimo delle altre loro
qualità. Ora chi ne potrebbe mai assicurare col ragionamento che una cosa
impenetrabile ed estesa, scontrandosi in un'altra impenetrabile parimenti ed
estesa, debba comunicarle parte del suo moto, e non piuttosto perdere essa tutto
il moto che avea, e ridursi alla quiete? Né l'una cosa né l'altra ripugna alla
estensione e alla impenetrabilità, che
è quanto si conosce per noi della natura dei corpi; e però così l'una come
l'altra potrebbe egualmente avvenire. La osservazione soltanto e la esperienza
ne ha fatti chiari di ciò che veramente avviene; né mai cogli occhi della
mente l'avremmo conosciuto, se veduto non l'avessimo cogli occhi della fronte.
In qual modo e per qual cagione il moto che è in un corpo trapassi in un altro,
già per noi non si sa; mistero egualmente impenetrabile che il muover della
mano o del piede alla volontà della nostr'anima. In una parola i filosofi sono
egualmente all'oscuro del come operino i corpi l'uno sopra l'altro, quando sono
contigui tra loro, che quando sono tra loro lontani; ma non sono già all'oscuro
che, ancorché in distanza l'uno dall'altro, vicendevolmente si attraggano.
Cotesta attrazione, uno de' principali ingegni, una delle più gagliarde molle
della natura, è abbastanza provata da moltissime sperienze fatte ne' corpi che
ne stanno d'attorno; ma si palesa singolarmente ne' fenomeni celesti, che
l'hanno narrata al Neutono, ed egli alle genti.
- Veramente, - disse la Marchesa - la non più
udita novità della cosa non abbisogna di una testimonianza meno autorevole. -
Ma non intendo già - ripigliai io - che voi stiate, Madama, a detto d'altrui.
Domani, poiché oggi
il
tempo è breve, e vostra voglia è lunga,
cercherò
di mostrarvi quanto sia ben fondata l'attrazione. Solo m' incresce che io non
potrò esporvi cotesta dottrina con tutto il corredo delle dimostrazioni e de'
computi che la fiancheggiano e la rendono vittoriosa delle menti. - Pazienza; -
disse la Marchesa - se io non la potrò vedere in tutto quel lustro, in cui la
vedrebbe un matematico, io farò come que' dilettanti di pittura, i quali, non
potendo avere il quadro di uno eccellente maestro, sono contenti ad averne la
stampa; e son sicura, che voi la renderete, quanto è possibile, vicina al
dipinto.
Esposizione del principio universale dell'attrazione,
applicazione di questo principio all'ottica, e conclusione.
Furono interrotti il di appresso i nostri
ragionamenti da una gentil compagnia di dame e di cavalieri, che vennero a
visitar la Marchesa. Si misero in campo, in luogo di sistemi filosofici, le
novelle che forniva la città, i casi delle gentili persone, e le mode che erano
frescamente giunte di Parigi. Dove mostrò la Marchesa la perizia sua nel
prognosticare dagl'indizi i più leggieri ciò ch' era per avvenire nel regno più
mutabile ed incerto di tutti; e mostrò che al bisogno sapea profondamente
parlare di nastri e di cuffie; e da tale gentilezza di maniere era accompagnato
ogni suo detto, che le veniva quasi perdonato il suo spirito, anche dalle
persone del medesimo suo sesso. Così da noi fu lietamente trapassata buona
parte di quel giorno; e verso la sera invitandoci un soave venticello, che
rinfrescava l'aria, entrammo tutti in un'adorna barchetta, la quale col favore
dei remi raggiunse ben presto alcuni navili di pescatori, che lontano da riva
tese aveano lor reti, e poste insidie alle dilicate trote e ai carpioni del
lago. Erano da noi con diletto grandissimo corse quelle chiare e limpid'acque,
che bagnano costiere piantate di bei pergolati di aranci, e per lo fremito delle
onde gareggiano talvolta col mare. Ritornati la sera assai tardi a casa al suono di corni da caccia, e al
lume della luna, sotto a cui tremolar pareano le acque del lago, a giocar ci
ponemmo; e quindi a una linda ed elegante tavola; né mancarono di bei motti e
racconti, che condissero la cena.
Il dopo pranzo del seguente giorno prese commiato
la compagnia; e mostrandosi la Marchesa più volonterosa che mai di ripigliare
il nostro ragionamento sopra l'attrazione, postici a sedere nella galleria, io
mi feci a dire in tal modo: - Un effetto, che è continuamente negli occhi di
tutti, e di cui occultissima è la causa, è che i corpi, quando da niuna cosa
sono impediti, vanno in basso, e gravi perciò si chiamano. Della gravità fu il
primo il Galilei a dimostrare le proprietà e le leggi nei movimenti dei corpi,
che sono appresso alla terra; tanto di quelli che cadono abbandonati a se
medesimi, che di quelli che corrono giù alla china, o che vibrano appesi d'in
alto, e pendoli in aria. E per tali vie principalmente egli entrò nel campo
della vera filosofia, dove da tutti è riconosciuto qual primo duce e maestro.
Il Neutono scopri dipoi come tutti i corpi, anche i più lontani dalla terra,
sono dotati di gravità gli uni verso degli altri; trovò di tale gravità
universale le leggi primitive; giunse a vederne sino alla causa; e si levò a
così alto volo, quasi direi, per uno abbattimento.
Raccontano che un giorno che tutto solo era a
diporto in un giardino, fosse in particolar modo colpito la mente al vedere d'un
albero cadere un pomo. Onde concentratosi in una sua meditazione, prendesse a
ragionare in tal guisa seco medesimo. - I diporti del Neutono - si fece qui a
dir la Marchesa - erano, a quel che io veggo, come i giochi d'Achille. E ora sì
che mi sarà mestieri studiare il passo più che mai, a potergli tener dietro in
quel suo giardino. - Ed io continuai: - Tutti i corpi, diceva egli, che sono
intorno alla terra, pesano verso la terra medesima. Di assolutamente leggieri,
conforme altre volte credevasi, non ce n'è. Che se alcuni mostrano di andare
all'in su, non avvien loro altrimenti che al sughero, che per esser meno pesante
dell'acqua, da essa è levato in collo e forzato di starsene a galla. La causa
della gravità non dee cercarsi, come immaginò il Cartesio, nel giro di un
vortice che circondi la terra, nella impulsione
del fluido sottilissimo, ond'esso è composto, il
quale facendo ogni sforzo di slargarsi e occupare le parti più lontane dalla
terra e più alte, cacci in basso i corpi che nuotano per entro ad esso. La
gravità in tal caso dovrebbe operare all'agguaglio
delle superficie, che i corpi presentano a cotesto
fluido; e non all'agguaglio della materia, che internamente contengono.
Non vi par egli, Madama, che la cosa sia così? -
Pare veramente - diss'ella - che quanto saranno in maggior numero le parti
esposte al di fuori, dove potrà operare cotesto fluido, tanto maggiore dovrà
essere l'operazion sua. - E la quotidiana esperienza - io seguitai - pur ne
mostra il contrario. Una foglia d'oro, per quantunque assottigliata e distesa
ella sia, non è così grave certamente quanto è un granello di piombo: anzi in
paragone di esso si può chiamare leggiera: segno manifesto che il più o meno
di superficie non fa nulla per accrescere o diminuire la pesantezza de' corpi; e
però convien dire che la gravità penetri la sostanza, e operi sopra
ciascheduna particella della materia. La causa adunque della gravità non è una
forza che operi estrinsecamente; ma una forza che ricerca internamente i corpi e
muove dalla terra, la quale gli chiama e gli alletta tutti al suo centro. Una
tal forza giugne assai alto e, senza punto scemare, nelle regioni dell'aria. Ché
non potria ella giugnere più alto ancora, e stendersi sino alle trenta,
sessanta, novanta mila leghe? che tale è la distanza della luna. E se arriva
fin là su, non sarà ella la causa che ritiene la luna nell'orbe suo, e fa sì
che ella giri intorno alla terra? Che ben sapete, Madama, come ogni corpo che
muove di moto circolare vorrebbe, non meno che fa il sasso nella frombola,
allontanarsi dal centro intorno a cui gira, e scappar via; e se pur gira, è in
virtù di una forza che il frena e il tiene ad esso centro quasi obbligato ed
unito.
Fermo il Neutono in questo pensiero - io continuai
dopo un po' di pausa - prese in sua scorta la geometria; e trovò che se un
corpo, il quale sia in moto, è tirato verso un centro, percorrerà intorno ad
esso aie proporzionali
a' tempi. - Ben io - disse la Marchesa - avea incominciato a seguire il Neutono;
ma s'egli s'imbosca con cotesta sua geometria, io lo perdo tosto di vista. - Non
dubitate, - io risposi - Madama, che faremo in qualche modo di seguirlo anche là
dove più si vorrebbe nascondere. Figuratevi un corpo che gira intorno ad un
altro, che del suo moto si può dire il centro; e figuratevi ch'e' giri non già
per un cerchio perfettamente tondo, ma che abbia un po' del bislungo, di maniera
che esso centro non sia giusto nel mezzo del cerchio, ma si rimanga un poco da
un lato. Segniamo ora con la fantasia un punto del cerchio, dove in questo
instante si trovi il corpo che gira. Da quel punto figuratevi tirato un filo o
sia una linea al centro: similmente tal punto dove sarà, per esempio, due ore
appresso, tiratene un'altra. Quello spazio triangolare, che resta compreso tra
le due linee che si stendono dal corpo che gira sino al centro, e la porzione di
cerchio da lui corsa nelle due ore, chiamasi aia. E queste tali aie, che,
girandosi il corpo, sono formate in tempi uguali, sono uguali tra loro. Con che
voi chiaramente vedete, Madama, ch'esso ora va più veloce, e ora meno; e in
tempi eguali non avrà già corso due porzioni di cerchio eguali, ma due
porzioni di cerchio tali che le aie formate nel modo che abbiam detto verranno
ad uguagliarsi tra loro. E se un tempo sarà la metà, il terzo, il doppio di un
altro tempo, anche le aie formate in quei tempi saranno la metà, il terzo, il
doppio; che tanto è a dire, le aie sono proporzionali ai tempi. E il Neutono
ancora trovò, che se all'incontro un corpo percorre intorno a un centro aie
proporzionali ai tempi, egli sarà tirato verso quel centro. - E la luna, -
disse la Marchesa - girandosi intorno alla terra, percorre mo' ella coteste
vostre aie proporzionali ai tempi? - Questo è ciò - io risposi - ch'ella fa
per appunto. E vi dirò ancora più, che la terra e tutti gli altri pianeti
fanno anch'essi il medesimo intorno al sole. - Adunque - riprese subito la
Marchesa - hanno anch'essi una gravità verso il sole, o. come voi dite, sono
tirati dal sole. - Ed ecco, Madama, - io risposi - che avete compreso da voi
medesima cotesta attrazione neutoniana, che da prima pur vi riusciva così nuova
cosa, e pareva non vi andasse gran fatto a verso. Vedete la luna gravitar verso
la terra per la ragione medesima che fanno i corpi che ne sono dattorno; non in
virtù di un fluido, che ve la spinga, ma in virtù d'una forza, che muove dalla
terra ed a sé la chiama. E come mai la luna nelle regioni del cielo
potrebb'ella essere attorniata da un fluido? Troppo la grande resistenza
proverebbe nel procedere innanzi per l'orbe suo; verrebbe il suo moto a
rallentarsi in poco d'ora e ad estinguersi: né altrimenti saria de' pianeti, se
girassero intorno al sole per uno spazio pieno di materia. - E non potrebbe -
disse la Marchesa - cotesta celeste materia essere cotanto pura, cotante fina e
sottile, che poco o niuno impedimento facesse al moto della luna? E s'ella fosse
per assai più volte, che noi immaginar non potremmo, più sottile dell'aria? -
Fate pure, - io ripresi - Madama, ch'ella sia così sottile, così fina e così
eterea, come è la materia del Cartesio. E già vedrete che s'ella riempie di se
medesima ogni spazio, è tutt'uno che s'ella fosse una massa tutta solida e
massiccia. La resistenza che provano i corpi nel muovere per entro a un fluido,
tanto è maggiore quanto maggiore è il numero delle particelle del fluido, che,
per procedere innanzi, hanno da muovere di luogo; dovendo pur essi altrettanto
perdere di moto quanto ne danno. Or che sarebbe, se la luna movesse per mezzo a
una materia, che ogni spazio riempiesse del cielo? Dovrebbe ad ogni instante
smuover di luogo, per farsi la via, una infinità di particelle, che glie la
contrastano; troverebbe nel cammino tale impedimento, che, cessato in brevissimo
spazio di tempo il proprio suo moto, e stimolandola del continuo la forza della
gravità, verrebbe a piombar sulla terra; e lo stesso fariano i pianeti verso il
sole, talché sino dal bel principio delle cose sarebbe venuto finimondo. Ma non
dubitate, Madama; ne libera da ogni timore il sapere che la luna e i pianeti
muovono per entro alle vaste solitudini del voto, dove nulla impedisce, nulla
rallenta il loro movimento. Spinti dal Creatore in linea diritta, per essa
avrebbono continuato mai sempre a muovere innanzi; quando per cammino sentito
non avessero l'attrazione del vastissimo corpo del sole, che quasi in soglio
siede immobile colà in mezzo dello spazio. Gli fa questa declinare dal retto
loro sentiero, e per una linea
curva gli fa rivolgere intorno al sole. La più grande orbita di tutte, che ha
non vi saprei ben dire quanti milioni di milioni di miglia di circuito, viene in
trent'anni descritta, come già sapete, da Saturno; ed essa comprende quelle
degli altri pianeti: Giove, Marte, la Terra, Venere e Mercurio, i quali
penetrati tutti dalla virtù magnetica del sole danzano in vari giri intorno da
lui, come nel suo Paradiso cantò il Miltono, quasi profetizzando agli
uomini i misteri dell'attrazione. Da essa sono altresì governate le comete, le
quali, benché vadano quale per un verso e quale per l'altro, benché girino
intorno al sole per orbite assai più bislunghe che non fanno i pianeti,
ubbidiscono però puntualmente alle medesime leggi; e quanto già furono al
Cartesio ribelli, altrettanto sono docili al Neutono. Per l'attrazione
similmente i pianeti secondari girano intorno a' loro primari; la luna cioè
intorno alla terra, intorno a Giove le sue quattro lune, e intorno a Saturno
quelle altre sue, che son cinque. In somma il gran fenomeno del giro de'
pianeti, per cui i filosofi fabbricato aveano degli epicicli, dei vortici, ed
anche creato delle intelligenze onde reggergli e governargli, si riduce al moto
di un sassolino, che uno scagli con mano. Dopo aver esso da noi ricevuto la
pinta, muoverebbe,
quanto è a sé, per linea diritta, se la forza della terra, che lo trae del
continuo in basso, nol deviasse per una curva. E già se noi da un luogo
altissimo gittando un sasso, gli potessimo dare tal forza che, deviando per la
curva, non si scontrasse nella terra, e l'aria non gli resistesse, verremmo a
fare un'altra luna: voglio dire ch'e' girerebbe intorno intorno alla terra, come
fa appunto la luna. - Ben pare - disse la Marchesa - che la natura opera molto
col poco. Una medesima forza, una medesima cagione produce effetti, che pur
paiono e parvero anche a' filosofi quanto tra lor differenti! Già non si può
mettere in dubbio che l'attrazione non governi i moti di Saturno, e non faccia
qui da noi cadere un pomo. Maravigliosa cosa è a vedere come un motivo, per così
dire, semplicissimo continua sempre lo stesso, e domina in tutto il gran
concerto del mondo.
- Ora, - continuai io - siccome la legge delle aie
proporzionali ai tempi, a cui nel descriver la sua orbita ciascun pianeta
ubbidisce, fu cagione, che il Neutono scoprisse la forza attrattiva nel sole,
così un'altra legge, per cui i pianeti spendono più tempo in compiere le loro
orbite, secondo che sono più lontani dal sole, e ciò con certa proporzione tra
le distanze e i tempi, fu cagione ch'egli scoprisse che la forza attrattiva va
scemando con certa misura, via via ch'ella si allontana dal sole. E la misura è
questa: ch'ella scema non di quanto cresce la distanza dal sole, ma il quadrato
del numero esprimente la distanza di esso sole; il che si chiama la ragione
inversa dei quadrati delle distanze. - Ohimè! - disse la Marchesa - che noi
torniamo ad entrare nel bosco. - Per intendere una tal cifera di geometria, - io
seguitai - basta sapere che il quadrato di un numero è il medesimo numero
moltiplicato in se stesso: come per esempio il quattro è il quadrato del due,
perché due via due dà quattro; il nove è il quadrato del tre, per la medesima
ragione che tre via tre dà nove; e così discorrendo. Nota adunque la distanza
in che si trova la terra dal sole, e insieme nota la distanza in che si trova
Giove, che l'una è cinque volte maggiore dell'altra, voi potrete sapere di
quanto la forza attrattiva del sole alla distanza di Giove è indebolita,
rispetto alla forza di esso sole alla distanza della terra. - State ad udire, -
disse la Marchesa - se io so raccapezzarlo. Voi mi dite adunque che la forza
attrattiva è minor di tanto di quanto è maggiore il quadrato della distanza.
Il quadrato di uno, che voi fate esser la distanza della terra dal sole, è uno.
- E alla distanza uno, - ripigliai io - uno parimenti è la forza. - Il quadrato
del cinque - soggiuns'ella subito - è venticinque: e però la forza attrattiva
del sole in Giove è venticinque volte minore che nella terra. - Forse, -
diss'io - Madama, non sapete, che adesso voi avete sciolto un problema; e potete
dire, come quell'antico geometra, ho trovato, ho trovato. Anzi ne avete sciolti
tre dei problemi: vedete senso che si asconde sotto il velame delle vostre
parole. Con la stessa legge per appunto che scema l'attrazione, scema e il
calore e la luce. - La luce adunque, - disse la Marchesa - e il calor del sole
sono anch'essi venticinque volte minori in Giove che qui in terra? - Né più né
manco: - io risposi - a segno che noi trasportati in Giove interizziremmo del
freddo pel solleone di quel pianeta; e gli abitanti di Giove trafelerebbono del
caldo nel cuore del nostro inverno, e trovandosi qui tra noi offesi dalla luce
del sole, non potrebbono vivere che in compagnia della nostra più leggiadra
gente, che fa di notte giorno. - Vedete - disse la Marchesa - quante cose belle
io ho trovate a un tratto, senza pur saperlo! - Non avviene così di rado - io
risposi - che nella buona filosofia quello solamente si trovi e non più, che
uno di cercar si propone. La verità è più feconda che altri non crede. Ma
perché abbiate ancora maggior certezza del modo con che diminuisce a varie
distanze il vigor della luce, e meglio veggiate come avete colto nel segno, ne
potremmo prendere questa sera, se vi sarà a grado, una esperienza non meno
decisiva che facile a farsi. In una stanza non vi ha da essere altro lume, salvo
che una sola candela accesa: ed uno si pone tanto lontano da essa, che a mala
pena possa rilevare i caratteri di una lettera; se già una non fosse di quelle
lettere che si leggono a qualsivoglia lume. Indi, se egli si porrà a doppia
distanza, vedrete che a poter rilevare i caratteri, come avea fatto innanzi, non
basta raddoppiare il lume coll'accendere nel medesimo sito una simile candela,
ma converrà quadruplicarlo; che è appunto il quadrato della distanza due. Che
se ad ottenere il medesimo effetto convien rinforzare il lume proporzionatamente
al quadrato della distanza, di altrettanto convien dire che l'istesso lume,
allontanandosi dal principio suo, perda della sua virtù. - Io mi penso -
soggiunse qui la Marchesa - che questa regola de' quadrati si estenda anche a
cose ben lontane dalla filosofia. Il quadrato dell'otto non è egli il
sessantaquattro? - Appunto - io risposi. - Pensate ora voi, - ella soggiunse
tosto - di quanto nello spazio di otto giorni dopo una partenza debba perder di
virtù il dolce lume, il dolce fuoco, di che in presenza si mostrano tanto
accesi gli amanti. - Guardate poi, - diss'io - Madama di non esser causa, che si
guasti la generalità della vostra regola voi.
- Ma seriamente parlando, - diss'ella - la forza
attrattiva del sole va calando, secondo che crescono i quadrati delle distanze.
E lo stesso sarà senza dubbio della forza attrattiva della terra. - Che la cosa
- io risposi - sia così in Saturno e in Giove, lo veggono manifestamente i
matematici mercé di quelle lune o satelliti che vi girano intorno. Poiché
quella medesima proporzione tra le distanze e i tempi delle loro rivoluzioni,
che osservano i pianeti che vanno intorno al sole, la osservano ancora i
satelliti, che vanno intorno a un pianeta. Dal che se ne ricava che la forza
attrattiva di Saturno e di Giove cala nella proporzione medesima che quella del
sole. Ma per tal via non è già possibile verificarlo nella terra; non avendo
ella un'altra o più lune, onde comparare i tempi delle loro rivoluzioni con le
loro distanze da essa terra. - Se non fosse - disse la Marchesa - che per quanto
ho raccolto da voi, i Neutoniani fanno tanto il poco caso delle probabilità,
parmi che non sarebbe da mettere in dubbio che la cosa proceda allo stesso modo
anche nella terra. Ma così stretto è l'instituto della loro filosofia, che
anche le probabilità le meglio fondate non occorre metterle in campo. - Certo
è - io risposi - che non si sarebbono mai dati pace, se un'altra via trovata
non avessero da giugnere alla dimostrazione: e ciò fu comparando il moto de'
gravi cadenti qui presso alla terra col moto della luna. Se fosse possibil mai,
ch'ella venisse a cadere sopra la terra, sono assicurati, e sapete, ch'e' non si
assicurano per così poco, che la forza che di là su la tirerebbe in basso
sarebbe tremila e secento volte minore della forza che tira in basso i nostri
gravi quaggiù. La luna è lungi dal centro della terra sessanta mezzi diametri
della medesima terra, o sia sessanta di quelle misure, delle quali i corpi ne
sono lungi una sola; e il quadrato di sessanta è tremila e secento, né più né
meno.
- Molto bravamente - disse la Marchesa - sono
arrivati i neutoniani alla dimostrazione: ed egli mi pare proprio un danno che
non sia possibile che la luna venga a cadere sopra la terra. Potrebbono dare in
tal modo quasi l'ultima mano a' loro computi, a vedergli confermati più che
mai. E che bella occasione non sarebbe anche cotesta per gli altri filosofi?
potrebbono poggiare a lor diletto per quei monti e scendere per quei valloni,
che vi veggono per entro col cannocchiale: e a moltissimi poi sarebbe dato di
riavere, senza fare il viaggio di Astolfo, l'ampolla del loro senno che perdettero qui in terra in tante vane
speculazioni. - Quella - io ripresi a dire - che vi sarebbe in tal fatto
di più curioso si è che la terra non si starebbe mica ad aspettar la luna a piè
fermo; ché, movendo anch'essa, le si farebbe incontro. - Come incontro? - tosto
soggiunse la Marchesa. - È egli forse fermato questo patto tra' pianeti: che
qual di loro venisse a muovere verso dell'altro, l'altro dovesse andargli
incontro, quasi per fargli accoglienza? - Al certo, - io risposi - se ci fosse
un tal patto, molto bene sarebbe garantito dall'attrazione vicendevole che hanno
tra loro. Se in due tavolette di sughero si fanno galleggiar sull'acqua un pezzo
di calamita ed uno di ferro, a poca distanza l'uno dall'altro, vedesi non meno
correre il ferro verso la calamita, che la calamita verso il ferro: e se si
ritiene questo o quella, qual de' due non ritenuto corre verso l'altro. Ancora
l'ambra, che strofinata ha potere di attrarre a sé varie specie di corpi,
appesa ad un filo in modo che stia libera in aria, si fa incontro essa medesima
a que' corpi che se le presentano, e gli seconda in tutti i loro movimenti. - La
cosa adunque, - disse la Marchesa - riesce a questo: poiché il sole attrae i
pianeti, anche i pianeti attraggono il sole: i primari attraggono i secondari, e
sono da essi attratti; i secondari si attraggono similmente l'un l'altro. - E
finalmente - io soggiunsi - i corpi
tutti
tirati sono, e tutti tirano,
come
disse ad altro intendimento il maggior nostro poeta.
- Ma tante e sì diverse attrazioni - ripigliò la
Marchesa - non dovrebbono elleno, incrocicchiandosi
e quasi combattendo tra loro, causare nella
universalità delle cose una qualche confusione? - Sì, - io risposi - se
subordinate non fossero alle leggi più severe e più strette, che già non è
pericolo sieno per trasgredire giammai. L'attrazione in ciascun pianeta è
maggiore o minore secondo che più o meno contiene di materia; e lungi da esso
se ne va scemando, secondo che cresce il quadrato della distanza. Muovendosi
come fanno, e trovandosi tra loro ora più ed ora meno vicini, va continuamente
variando l'effetto dell'attrazione degli uni sopra degli altri. Quindi ne
avvengono alcune irregolarità ne' loro movimenti, o vogliam dire disordini, che
già non isfuggirono al Neutono, il quale, armato sempre della più fina
geometria, seppe assoggettargli al calcolo e assegnarne sino agli effetti più
minimi. Quando i pianeti si trovassero tutti dalla medesima banda, non si
crederebbe egli, Madama, che dovessero sconcertare non poco il sistema celeste,
operando tutti con l'attrazion loro di compagnia contro al sole? - Sì certo -
rispose la Marchesa. - Terribile sarebbe una così fatta congiura, e tale da
mettere in gran pensieri la immobile maestà del sole, non forse egli dovesse
discendere dal soglio, e dei pianeti non essere più il re. - Così pare
veramente; - io soggiunsi - e Dio sa ancora quali altre funeste conseguenze
apprendere potesse uno umore tanto o quanto maninconico. Ma considerando che il
sole, vastissimo come egli è, contiene in sé più materia che tutti gli altri
pianeti presi insieme; e considerando che i pianeti più vicini al sole, che più
fortemente operano sopra di lui, sono anche i più piccioli, altri può viver
sicuro. Quand'anche le forze di tutti i pianeti unite fossero contro al sole,
vano sarebbe ogni loro sforzo. Egli è dimostrato che non lo smuoverebbon dal
proprio sito che di un solo al più de' suoi diametri. Simile al Giove di Omero,
che sfida la turba degli altri dei, e se ne sta fermo ed immobile, tenendo in
mano l'un capo della catena d'oro, mentre all'altro capo adoperano tutti ogni
lor possa, collegati insieme contro di lui. - Bella e grandiosa immagine, -
disse la Marchesa - onde da quell'antico poeta fu come adombrata l'armonia e
l'ordine, che i più acuti nostri filosofi ravvisano nell' universo. - La luna -
io continuai a dire - è più di ogni altro corpo celeste soggetta nel suo
movimento a disordini e a irregolarità; e ciò a cagione principalmente della
situazion sua. Oltre all'attrazione della terra sente fortemente quella ancora
del sole: e questa quando più gagliarda e quando meno, secondo che, girando
intorno alla terra, e trovandosi ora in opposizione ed ora in congiunzione col
sole, si trova essere ora più ed ora meno da esso sole lontana. Da tutto ciò
ha da nascere che la sua marcia ora si acceleri, ora si ritardi; che la figura e
la positura dell'orbe suo vadano cangiando; mille irregolarità in somma, o
scambietti nel movimento suo, i quali tribolavano del continuo e facevano dare
al nimico i devoti di Urania che non arrivavano a penetrarne il perché. Il
Neutono gli ha saputi ridurre sotto regola; ha mostrato come quelle cause che
disordinano la luna, quelle medesime altresì dentro a un certo tempo la
riordinano; ed egli solo ha il vanto di aver posto a quel licenzioso pianeta la
briglia e il freno, come altri disse, de' computi.
Ben è vero, - io continuai - che novellamente in
Francia fu chi pretese di mostrare che la luna ricalcitrava al Neutono pur
assai; mentre, stando alle leggi dell'attrazione, ella avrebbe dovuto compiere
in diciotto anni certo suo particolare e importantissimo movimento, e in effetto
lo compie in nove. - Il sistema dell'attrazione - disse la Marchesa - trovò
dunque anch'esso in Francia un altro Mariotto. Se non che, qui non si
quistionava del fatto, ma della ragione del fatto medesimo: e la disputa era di
un grado assai più alto, e più degna della speculazione e dello ingegno de'
filosofi. - Trattavasi - io risposi - di far nuove leggi a potervi ridur la
luna. Il sistema del Neutono non si adattava a tutti i fenomeni: conveniva
almeno mettervi mano per racconciarlo; e dal racconciare al rigettare un sistema
non ci è un gran tratto, bene il sapete. Tanto più dipoi pareva che fosse da
temere per l'attrazione, quanto che entrato era in lizza uno de' paladini della
geometria già partigiano del Neutono, il quale fu allora predicato come un
altro Labieno, che per la giustizia della causa vedevasi costretto ad
abbandonare le parti di Cesare. - E che fece la Inghilterra? - ripigliò con
impazienza la Marchesa. - Non entrò anch'ella tosto in campo? Mise altre volte
in chiaro la poca diligenza del Mariotto: avrà ora messo in chiaro la fallacia
presa dal matematico. Un qualche suo Astolfo avrà, mi penso, dato di piglio a
quella lancia d'oro, che fa uscir di sella quanti ne tocca. -
Fosse sicurezza, o altro, - io risposi - ella non
prese parte alcuna nella disputa; quasi prevedesse quello che succeder dovea. -
Ma certo, - soggiunse la Marchesa - ella non poteva sperar di vincere senza
prima combattere; quando il Francese per avventura non avesse abbandonato il
campo, e non si fosse dato egli medesimo per vinto. - Così avvenne giustamente,
- io risposi. - Rifatti d'indi a qualche tempo suoi computi sottilissimi,
intralciatissimi, dove di mille minuzie era da tener conto, si accorse alla fine
da qual piede zoppicassero. Trovò che, giusta le leggi dell'attrazione ridotte
al più scrupoloso esame dovea la luna compiere quel suo moto nel tempo
giustamente che lo compie né più né meno; e rimise solennemente in seggio il
Neutono.
- Bel trionfo, - disse la Marchesa - che fu cotesto
per il Neutono e per li partigiani suoi, ch'ebbero vittoria senza né meno
venire a giornata. - Quale fu maggior trionfo pel Neutono, - io replicai -
quanto il turbamento che, secondo che predetto egli avea, si cagionarono
vicendevolmente ne' moti loro Giove e Saturno? Sono questi i più grossi tra'
pianeti: e nello avvicinamento o congiunzion loro, benché vi sieno ancora tra
mezzo parecchi milioni di miglia, pur debbono, secondo la ragione della materia
che contengono, sensibilmente operare l'uno sopra dell'altro. Venne una tal
congiunzione a cadere al principio della presente nostra età. E siccome a tal
tempo il sistema neutoniano non faceva che comparire nel mondo, e avea però di
molti contrari, ben potete immaginare, Madama, qual fosse l'aspettazione di
coloro, a cui preme sovra ogni altra cosa saper fatti tanto da noi lontani, e
come si aguzzassero per ogni lato di Europa gli occhi scientifici. Stavano essi
tutti rivolti al cielo, per veder pure se avveniva sì o no un tal turbamento,
ch'esser dovea il paragone della verità del nuovo sistema e della fede che era
da porvi. Certo sì, ch'egli avvenne, Madama. Il turbamento, che cagionò Giove
ne' moti di Saturno, e quello che vicendevolmente Saturno cagionò ne' moti di
Giove, furono talmente notabili che si trovarono forzati a riconoscerli e a
confessarli quegli medesimi, che, fatte delle scommesse contro dell'attrazione,
avrebbono voluto non vedergli.
- Non a torto certamente, - ripigliò qui la
Marchesa - da voi dicevasi l'altro dì che l'attrazione si manifesta
singolarmente ne' fenomeni celesti, che l'hanno narrata al Neutono, ed egli alle
genti. In ogni angolo dell'universo ella domina visibilmente; ogni movimento de'
pianeti ne prova ad ogni instante la esistenza, le proprietà ne dichiara e le
leggi. Pare veramente che il cielo sia il suo regno: tanto più che qui in terra
ella sdegna talvolta a manifestarsi, quando pur pare a me che manifestar si
dovesse. Ma che fo io? non già ch'io intenda levar dubbi contro a un Neutono,
ch'io voglia, come si dice, apporre al sole.
Pur dirò la difficoltà che mi va ora per l'animo,
acciocché da voi sgombrata mi venga ogni nebbia d'inganno. Come è mai che un
leggier corpicciuolo, una piuma, per esempio, trovandosi vicino a un torrione o
altro gran corpaccio, di cui grandissima sia l'attrazione, non la veggiamo
andare ad unirsi con quello? - Madama, - io risposi - come è che in un romanzo
ogni sentimento cedesse all'amor della patria, in una bella ogni altra passione
ceda alla voglia di piacere? Come è che in mezzo al mormorio delle acque del
lago, quando è irritato dal vento, da noi non si oda il ronzar di un insetto? -
Comprendo - disse la Marchesa - il senso delle vostre figure. L'attrazione della
terra è di tutt'altre vittoriosa, e fa di loro
quel
che fa il dì delle minori stelle.
- Così fa giustamente - io risposi. - Con tale e
tanta forza ella invade e penetra la piuma, che non le lascia per niun conto
sentire le attrazioni particolari di qualunque altra cosa le sia d'appresso. La
virtù attrattiva si agguaglia alla massa o alla materia che i corpi racchiudono
in sé, come già sapete. Or qual picciola cosa non è un torrione, rispetto a
tutta quanta la gran massa della terra quanta ella è? Fate pur conto che la
particolare attrazione, non dirò di un torrione, ma di una montagna, e confini
pure col cielo, come di quella sua dice l'Ariosto,
riesce affatto insensibile, è un niente.
Ma dove l'attrazione - continuai io a dire - si
dispiega singolarmente agli occhi di tutti qui in terra, è nel maraviglioso
fenomeno del flusso e riflusso del mare. Fu esso in ogni tempo uno dei grandi
obbietti delle speculazioni dei filosofi, sul quale furono dette assai strane
cose. Sapete voi, Madama, la ragione che ne danno i Cinesi? Arde, dicon essi,
sino dal principio del mondo la più crudel guerra tra due gran popoli in
origine fratelli, l'uno abitante delle montagne, l'altro del mare. Non rifinano
mai costoro di combattere; le armi son giornaliere;
ora è perdente, ed ora diviene signor del campo il popolo che abita lungo il
mare: ed ecco il mare che ora monta ed ora dibassa. - In verità, - disse la
Marchesa - che se la filosofia de' Cinesi va tutta di un tal passo, noi saremmo
troppo cortesi verso quella nazione, così altamente stimandogli come sento che
comunemente si faccia. E non potrebb'egli avvenire che della grande opinione che
abbiamo di loro, essi fossero in buona parte debitori a quelle migliaia di
miglia, che sono tra il loro paese e l'Europa? come forse gli antichi hanno un
qualche obbligo anch'essi a quei tanti secoli, che da noi gli dividono. La
lontananza del luogo, dove uno dimori, o la lontananza del tempo in cui visse,
non furono mai solite diminuire la fama altrui. - Certo si è, - io risposi -
Madama, che il genio de' Cinesi non è gran fatto filosofico. Quantunque la
stampa sia tra loro una invenzione antichissima, e quantunque il governo non sia
punto avaro agli uomini che sanno di ricompensa e di premio, non hanno mai le
scienze sotto il cielo di Pechino aggiunto al termine della mediocrità: anzi si
può dire che vennero loro insegnate da' nostri Europei, che non erano in esse
di gran maestri. I loro studi favoriti sono la lingua, di cui, per essere un
mare senza riva, non vengono mai a capo; e le leggende di quanto scrissero in
ogni cosa e pensarono i loro maggiori, da' quali dissentire è delitto: studi
atti a formare degli antiquari e de' parolai, non a destar l'ingegno, o a
promovere la ragion dell'uomo. Noi faremo, se così vi piace, Madama, una
picciola setta contro ai Cinesi; gli avremo in pregio per le loro porcellane e
per i loro ventagli; ma non ne faremo niun conto per i loro sistemi di
filosofia. Le ragioni per altro del flusso e riflusso del mare, che diedero
alcuni de' nostri filosofi, non furono più filosofiche di quelle che ne danno i
Cinesi: l'assorbire, per esempio, e poi mandar fuori delle bigonce d'acqua senza
numero, che fa ogni dì non so qual gorgo dell'oceano, detto il bellico del
mare, o la respirazione, che ha di sei in sei ore il gran corpaccio della terra.
- Non tutte però le ragioni - disse la Marchesa - de' nostri filosofi esser
dovettero, mi penso, di quel calibro. - Coloro tra noi - io risposi - che meglio
osservarono le cose naturali si accorsero che tra le vicende del flusso e
riflusso del mare e i moti della luna vi correva una assai stretta
corrispondenza ed amistà. Tentarono alcuni di spiegare in che cosa ella
consistesse; ma vani furono i loro tentativi. E il metter veramente in chiaro
qual sorta di azione possa aver la luna sul mare, come ella ne abbia governo e
balìa, era riserbato al Neutono. E certamente attraendo la luna, come pur fa,
il nostro globo, di cotesta attrazion sua se ne ha da vedere alcun segno nella
parte fluida e cedevole, che in gran parte ricinge tutto intorno esso globo. Le
acque marine sottoposte alla luna dovranno pure alcun poco levarsi in alto,
ubbidendo all'attrazione di essa; la quale non è mica insensibile, come quella
del torrione o della montagna di poco fa. E volete, Madama, vederne uno, assai
bello esempio? Voi sapete come l'ambra, bene strofinata che sia, ha potere di
attrarre a sé varie specie di corpi. Tra essi è anche l'acqua. Ora se un pezzo
di ambra bene strofinata si presenti a qualche distanza sopra una conca piena di
acqua, l'acqua si solleva in alto a guisa di monticello o di cupola, quasi
facendo ogni suo sforzo di unirsi con l'ambra. - Un più bel modo - disse la
Marchesa - non ci potrebbe esser di questo, per rappresentare così a picciolo
la luna e i suoi effetti sopra del mare. Egli sembra che voi adoperate come gli
architetti, che, a mostrare ciò che ha da riuscire in grande la fabbrica, ne
fanno in prima il modello. L'acqua dunque, che trovasi essere sotto il pezzo di
ambra, si
alza in un colmo; e secondo che il pezzo di ambra si andrà muovendo qua e là
vedrassi pur muovere e mutar sito il colmo d'acqua. – Nell’istesso modo per
appunto - io seguitai - voi già comprendete, Madama, come, secondo che la luna
cammina in cielo, dovrà tenerle dietro quaggiù il colmo d'acqua, ch'ella
innalza nel mare sotto di sé. - Io comprendo - disse la Marchesa - che il mare
che ricinge tutto intorno la terra, si ammozzicchierà sotto la luna; e piglierà,
se non erro, come la forma di un uovo, la cui punta sarà sempre rivolta alla
luna medesima. E quest'uovo - io dissi allora - vel figurate voi schiacciato
nella parte di sotto? voglio dire nella parte opposta a quella, dove è la luna.
- Tale giusto mel figuro - disse la Marchesa. - E naturalmente - io ripresi -
per la ragione che la virtù lunare, penetrando addentro e ricercando tutto il
globo terrestre, pur dee tirare a sé quelle acque che sono di sotto. - Appunto:
- diss'ella - voi avete messo in chiaro quella ragione, la quale io non vedeva
se non confusamente. - Ma pigliate guardia, - io ripresi a dire - se
considerando meglio quella stessa ragione, le acque di sotto non dovessero
ricrescere anch'esse e si avesse a far ivi un altro colmo o rialto nel mare. - Sì;
rispos'ella - se ci fosse un'altra luna di sotto, che attraesse per un verso
contrario a quella di sopra: e ben veggo che, se noi avessimo tante lune quante
ne ha Giove o Saturno, avverrebbono di simili bizzarrie. Ma come mai la medesima
luna potrebb'ella operar così contrari effetti, che ella in un luogo
avvicinasse le acque a sé e da sé le allontanasse in un altro? - Ma le acque -
io ripresi - che sono di sotto, non vengono anch'esse, come quelle di sopra,
tirate dalla luna più o meno, secondo che le sono più o meno vicine? - Così
è - ella rispose. - E le acque - io ripresi - che sono più sotto di tutte non
sono anche le meno vicine alla luna? - Veramente, - disse la Marchesa - io
doveva comprendere che sentendo meno delle altre la virtù della luna, debbano
anche correre verso di essa con minor forza, e restare più addietro delle
altre. - Ed ecco - io ripresi - l'altro colmo che dee farsi nella parte
dell'altro emisfero, che è dirittamente opposta a quella a cui la luna soprastà.
La mole adunque delle acque marine viene a pigliare una figura ovale e bislunga
con due colmi l'uno diametralmente opposto all'altro, che secondano sempre da
levante a ponente il moto giornaliero della luna: e in questo appunto, nel
trapassare cioè di quei colmi d'uno in altro luogo, consiste il crescere e il
calare, il flusso e riflusso del mare. Sulle coste dell'oceano vedesi tutto
giorno come il volger del cielo della luna
cuopre
e discuopre i liti senza posa.
In
alcuni luoghi dove sottile è la spiaggia, il mare se ne ritira per lo spazio di
più miglia, e vi torna poi sopra con gran furia ad inondargli: talché dentro
allo spazio di poche ore potrebbono nel medesimo luogo venire a giornata due
eserciti e due armate navali. Il Mediterraneo e l'Adriatico hanno essi ancora il
flusso e riflusso, ma più debole; e in queste nostre lagune vedesi la marea ora
portar per un verso ed ora per l'altro le gondolette, intanto che il gondoliere
canta a un bel raggio di luna la fuga di Erminia o gli amori di Rinaldo.
Ma dove le maree
fannosi grandissime è nel mare Pacifico e nell'Oceano orientale: e ciò atteso
la vastità di quei mari, dove niuna cosa impedisce il libero corso delle acque;
e atteso sovra tutto la situazione di essi, che sentono più gagliarda
l'attrazione del pianeta che loro dirittamente soprastà. E queste maree molto
maggiori anche si fanno, quando il sole si trovi in tal posizione con la luna,
ch'egli operi di conserva con essa a far ricrescere e gonfiar l'acque. - Adunque
non è vero - disse la Marchesa - che la luna sia sovrana assoluta del mare. Che
il sole vuole aver parte anch'egli nel di lei regno. - E dove non ha egli parte
- io ripresi. - Egli che, come lo chiamò il poeta, è il ministro maggiore
della natura, e, secondo le più esatte osservazioni degli astronomi, è per più
di sessanta milioni di volte più grande che non è il pianeta che ne aggiorna
le notti e ne
costeggia. Sebbene la distanza sua grandissima dalla terra altro veramente non
fa se non se invigorire o debilitare la forza della luna; e secondo la
situazione, in cui rispetto ad essa si trova, ora ne scema l'effetto
contrariandolo ed ora lo accresce col secondarlo. A ciascuno di essi vengono
esattamente dal Neutono assegnate le parti sue nella operazione del flusso e
riflusso. Vi dice in quali tempi dell'anno e del mese debba essere maggiore o
minore, in quali luoghi debba essere più o meno sensibile; e viene da lui
felicemente spiegato in ogni sua più minuta particolarità un fenomeno, la cui
difficoltà fece dire come uno de' più celebri antichi filosofi si buttasse in
mare vinto dalla disperazione di poterlo capir mai.
- Con la scorta del Neutono - disse la Marchesa -
non si corre pericolo, a quel ch'io veggo, di dare in disperazione per cosa
niuna. Né vi ha così astruso fenomeno, che non si possa arditamente
affrontare. - Quali altre prove, Madama, - io continuai a dire - non potrei io
darvi dell'attrazione, le quali si manifestano a color che danno opera alle
scienze naturali, alla fisica, alla medicina, alla chimica? Ma basterà per
tutte il testimonio di quel filosofo olandese per nome Mussembrochio, tanto riputato a' dì nostri nell'arte sperimentale, e tanto eccellente,
che
sovra gli altri come aquila vola.
Egli
ebbe solamente a dire che, a farla da uomo libero anche nella filosofia, dovea
pur confessare di aver per lunghi anni osservato in ogni maniera di cose movimenti ed
effetti tali, che non possono né spiegare né intendere per via della pressione
esterna di fluidi sottilissirni; ma che la natura grida ad alta voce essere
infusa ne' corpi una virtù, per cui si attraggono insieme, indipendente
dall'urto e dalla impulsione. E oramai mi penso, Madama, che più non farete le
maraviglie, se io vi ripeterò come entra ancora nelle cose dell'ottica e ci ha
che far l'attrazione. - Veramente, - rispose la Marchesa - che difficoltà
potrei io ora avere, a credere che i corpi attraggono la luce, che passa loro
dappresso, se ho veduto la luna attraer le acque del mare, e i pianeti attraersi
l'un l'altro in quelle loro strabocchevoli e sterminate distanze?
- La refrazione - ripres'io allora a dire - non è
ella anch'essa un effetto di cotesta virtù attrattiva, come lo è la
diffrazione? E non viene ella dallo essere i mezzi, per li quali passa la luce,
dotati di tale virtù più o meno, secondo il più o il meno della loro densità?
Sino a tanto che un raggio di luce scorre per il medesimo mezzo, come sarebbe
l'aria, per esser tirato da tutte parti con egual forza, non declinerà né da
questo lato né da quello; ma procederà oltre seguitando la prima direzion sua.
Ma se tra via egli viene a scontrarsi nell'acqua o in altro mezzo dotato di
maggior attrazione che non è l'aria, non può fare che, ubbidendo alla maggior
forza, non si accosti al perpendicolo nel tuffarsi dentro dell'acqua; e al
contrario dovrà succedere, come in fatti succede quando dall'acqua torna ad
uscire nell'aria. Sentendo una maggiore attrazione dall'acqua che dall'aria, è
di necessità che si franga col discostarsi dal perpendicolo, buttandosi verso
la superficie medesima dell'acqua dond'esce. Non sembra a voi, Madama, che dal
Neutono si spieghi con felicità grandissima la refrazione, che diede anch'essa
a' filosofi cotanta briga, e fu cagione che quello dicessero che meno si
concorda col vero? Ma perché non poss'io mostrarvi, con la geometria alla mano,
come dalla medesima attrazione debbano nascere gli accidenti tutti e le
particolarità, che accompagnano il refranger della luce d'uno in altro mezzo? E
meglio allora conoscereste se abbia veramente il Neutono dato in brocca - Per
me, - diss'ella - a cui non è dato di discernere così addentro e di
geometrizzare, un bellissimo riscontro mi pare esser
vero: che dovendo la virtù attrattiva esser maggiore dove maggiore è la densità
del mezzo, ivi ancora si trovi esser maggiore la refrazione. - Nell'aria, - io
ripresi a dire - nell'acqua, nel vetro e in più altri corpi così solidi come
fluidi, le virtù refrattive si mantengono nella scala delle densità. Ma da una
tal regola bisogna eccettuarne quei mezzi, che hanno dell'oleoso e sono di lor
natura infiammabili. Quantunque di minor densità, sono però dotati di maggior
forza e gagliardia nel refrangere; come hanno sperimentato i fisici coll'olio,
più valente a torcere i raggi della luce che non è l'acqua, benché di essa più
leggieri. - Ohimè, - ripigliò la Marchesa - io m'era formata in mente il mio
ragguaglio delle refrazioni secondo la densità dei mezzi; e con questa
eccezione voi venite a turbare il mio concetto; e non poco. Si direbbe veramente
che coteste eccezioni non da altro sono buone che da guastare. Dove caschino nel
discorso ne sogliono spuntare il frizzante senza mai contentar coloro in grazia
de' quali vengono fatte; e confessate pure che nella filosofia fanno gran torto
alla verità, rendendola men generale. - Le eccezioni - io risposi - di questa
natura altro non sono, a parlar giustamente, che novelle verità, e provengono
dallo scoprimento di più cause, le quali si danno come mano l'una all'altra a
produr certi effetti, e vanno di compagnia. Cotesta maggior forza di refrangere,
di che, in proporzione della loro densità, sono forniti i mezzi oleosi e
infiammabili, nasce dalla relazione, e quasi conformità, ch'essi hanno maggiore
degli altri con la luce. La luce opera più efficacemente in quelli
coll'agitargli, riscaldargli, e persino coll'accendergli e fargli levare in
fiamma; ed eglino all'incontro operano più efficacemente nella luce,
divertendola dal suo cammino. Pare assai probabile che in questa faccenda ci abbiano
una parte grandissima le parti sulfuree e infiammabili, delle quali sono miniera
i corpi tutti, qual più e qual meno. Sapete voi, Madama, che quasi tutti i
corpi sono fosfori? voglio dire che, tenuti al sole ed anche al chiarore
dell'aria, e poi recati al buio, si veggon quivi luccicare poco o assai: e i
diamanti, che tanto prontamente si accendono, e però mostrano di esser pregni
di zolfo, hanno di fatto molto maggior lena nel piegar la luce che non comporta
la loro densità. - Tutto questo - disse la Marchesa - mi riesce assai nuovo ad
udire; e, sopra tutto, che i diamanti tenuti al sole si accendano. Io ho adunque
in dito un fosforo, senza saperlo! Mettiamolo al sole, ve ne prego, e faccianne
or or la prova. - E così dicendo, si trasse l'anello del dito, e mel diede. -
Come è del piacer vostro - io risposi. E fatta bene accecare
una stanza vicina
alla galleria, dissi alla Marchesa esser mestieri ch'entrasse là dentro,
intanto che io teneva il diamante al sole, perché ne' luoghi scuri, slargandosi
a poco a poco la pupilla, gli occhi divengon atti a ricevere una maggior copia
di raggi e a sentire dipoi qualunque lume per debole che sia; dove all'incontro
ne' luoghi illuminati la pupilla si ristringe, acciocché dalla soverchia copia
di raggi l'occhio non rimanga offeso. Entrò tosto la Marchesa nella stanza ed
io dopo di aver tenuto per qualche tempo il diamante al sole che già declinava
verso ponente, gliel recai dentro, avvertendola prima, intanto che aprivasi la
porta, a dover tener gli occhi ben chiusi; e, non senza gran maraviglia e
diletto, ella vide assai vivamente risplendere in quel buio il suo diamante.
Rientrati che fummo nella galleria, io ripigliai a dire in tal modo: - Ora voi,
Madama, con cotesto vostro anello confermato avete una verità che già discoprì
in Bologna una gentil donna. - Forse -diss'ella - la discopritrice ne fu quella
filosofessa da voi celebrata in versi. - Nel fu - io risposi - una dama degna di altri versi che de' miei, e
degna di esser conosciuta da voi. Tenera di parto, ella se ne stava in una bella
alcova con le cortine del letto ben chiuse, in luogo inaccessibile, come in tal
caso è costume, a' raggi del giorno. Quivi essendo visitata da un dotto medico
e gentile per nome Beccari, il domandò un giorno, tosto ch' e' si fu posto
vicino al letto, che importasse quel lumicino ch'egli avea in mano. Da prima
egli non potea comprendere qual cosa potesse dare occasione a una tale domanda;
disse che egli non avea altrimenti né lumicino, né altra simile cosa in mano;
e forse anche l'assicurò col Petrarca che non era bisogno di lume
là
dove il viso di madonna luce.
La
dama dal canto suo pur assicurandolo che gli vedea luccicare non so che tra le
mani, gli aprì la mente, e gli fece nascere un bel dubbio, se per avventura ciò
ch'ella prendeva per un lumicino fosse un anello, ch'egli avea quel giorno in
dito. Tocco da' raggi di fuori dovea forse luccicare come un fosforo in quella
oscurità, e facilmente lo vedevano gli occhi della dama, i quali avvezzi per
uso a quella oscurità medesima, vi poteano discernere che che sia. E un tal
dubbio divenne ben tosto per via d'iterate prove una certezza. Incominciò di quivi il Beccari una lunghissima
serie di esperienze, che arricchirono la fisica di quantità di fosfori,
mostrando essere chiusa e disseminata ne' corpi una luce, che soltanto aspetta
di essere come accesa da quella di fuori, e risvegliata per risplendere
anch'essa. E forse cotesta luce, che più abbonda ne' mezzi infiammabili, e che
hanno più del sulfureo, è la causa della conformità ch'essi hanno maggiore
con la luce medesima, e di quella loro più forte azione sopra di lei. Ma
dovunque risegga principalmente la virtù del refrangere, quello che parrà
incredibile ad ognuno, e che potea mostrare la sola esperienza accompagnata dal
più fino ragionamento, si è che il medesimo mezzo, per esempio il vetro, sia
dotato di forza attrattiva e di repulsiva. E siccome per l'una refrange i raggi
della luce dentro a sé ricevendogli, così gli riflette per l'altra, quasi da sé rigettandogli.
- Che cosa è - disse la Marchesa - cotesta nuova
forza, che voi chiamate repulsiva? non mi pare, che ancora ne faceste parola. -
Questa forza - io risposi - ci è anch'essa mostrata da quella madre prima di
ogni nostro sapere, da quella che fu chiamata fonte a' rivi di nostr'arti: in
una parola dalla esperienza: e non di rado la veggiamo esser compagna
dell'attrazione. Due pezzi di calamita, secondo che si presentano l'uno
all'altro, ora si attraggono ed ora si repellono. L'ambra, il vetro e più altre
cose, bene strofinate che sieno, tirano a sé, e poco stante da sé rigettano
de' leggieri corpicciuoli, come minuzzoli di carta, pagliuzze, fiocchetti di
bambagia. Nelle operazioni chimiche si manifesta, al pari dell'attrattiva, la
virtù repulsiva: ed essa è pur cagione che le evaporazioni, o gli aliti, i
quali da un picciolino corpicciuolo, per via del calore o della fermentazione,
vengono alzandosi, piglino nell'aria un così gran luogo come fanno, ch'è
proprio una maraviglia a vedere. Da che altro può egli avvenire che le
particelle della materia, le quali erano prima contenute dentro a uno spazio
ristrettissimo, non trovino poi luogo che basti ad espandersi; se ciò non
avviene da una virtù, che in esso loro si dispieghi, di repellersi e di
allontanarsi tuttavia le une dalle altre? E non solo qui in terra, ma in cielo
ancora gli effetti si manifestano di cotesta virtù repulsiva. Ne sono un chiaro
indizio quelle immense code, di che si ornano le comete, dopo aver bevuto
dappresso i raggi del sole. Quantunque nelle rivoluzioni loro ubbidiscano, come
sapete, alle medesime leggi che i pianeti, pure non si rivolgono per orbite
quasi circolari, come fan quelli, ma per ovali sommamente bislunghe; di modo che
ora si trovano assai vicine al sole, ed ora da esso per grandissimi spazi
lontane. Quando gli sono vicine, il calore, che dentro ricevono oltre misura
grande, ne fa alzare una quantità di vapori, che dalla forza repulsiva
allontanati gli uni dagli altri tengono in cielo sotto sembianza di coda dei
tratti grandissimi; talché essa coda apparisce infinitamente maggiore che non
è il corpo stesso della cometa donde svapora. Nel mille secento e ottanta andò
una cometa vicinissima al sole, e un grado ne concepì di calore senza
comparazione più intenso che quello non è di un ferro arroventato. Buona parte
di essa sfumò in vapori, talché la coda, onde si rivestì, pigliava in cielo
un tratto di ben ottanta milioni di miglia. Tristi a noi, se nel tornare dal
sole tale fosse stato il cammino di quella cometa, da dover costeggiare il
nostro globo. Tocco da quell'infocamento, sarebbesi in brev'ora abbrustolato,
divampato, arso ogni cosa quaggiù. E se pure una falda soltanto di quella sua
coda avesse strisciato sopra la terra, saremmo stati picciol tempo dipoi
sommersi in un diluvio d'acque; cotal giunta e quasi piena di vapori avrebbe
essa recato nella nostr'aria. Ma io non vi voglio, Madama, mettere di simili
paure, contro alle quali, se non altro, ne dee far sicuri la brevità della
vita. - Iddio ci guardi - disse la Marchesa - da così fatti vicini, e dagli
effetti di quella forza repulsiva, che ne gli rende vieppiù terribili e
rovinosi. Ma ora mi ritrovo di bel novo tutta smarrita all'udire che ne'
medesimi corpi vi si accoppino due qualità tra loro tanto contrarie, come è
l'attrazione con la repulsione. - Qualità forse necessarie - io risposi - perché
tali sieno le cose quali realmente sono. Se dominasse soltanto la forza
attrattiva, senza che niun'altra imbrigliata la tenesse, già non pare che tra
le parti della materia esser vi potessero dei pori o dei vani; ogni cosa
andrebbe ad unirsi insieme; in una picciolissima mole ristringerebbesi l'aria,
l'acqua e la terra; quanto costituisce e forma questo nostro globo terraqueo si
ridurrebbe in una picciola pallottolina, a quella guisa che ridurrebbesi in una
massa il sistema solare, se i pianeti, oltre alla forza che hanno di tendere
verso il sole, dotati non fossero di quell'altra ancora di allontanarsi per
linea diritta da esso. E dal giusto temperamento di tali contrari, o sia dalla
discordante concordia delle cose, ne risulta l'ordine e la forma del mondo. Ma
come siasi di così fatta speculazione, a voi sembra, Madama, un grande enimma
il dire che l'istesso vetro è dotato di virtù attrattiva e di repulsiva; che
un corpo si arroghi in certa maniera privilegio dell'uomo di volere a un tempo e
di disvolere. Più forte enimma, mi stimo, vi parrà ancora chi dicesse che
quelle due forze, che paiono così contrarie, sono in sostanza una sola e
medesima forza, che diversamente si dispiega. - Oh Dio, - disse la Marchesa -
questo mi riesce sopra ad ogni altra cosa difficile ad intendere. Se tutt'altri
che voi mi avesse detto che la forza attrattiva e la repulsiva è tutt'uno,
averei creduto sentire quel medico di Molière, secondo cui arrosto e lesso è
la medesima cosa. In fine io altro non arrivo ad intendere, se non
che il tirare a sé e il discacciare da sé sono due cose contrarie; e
naturalmente venir debbono da cause contrarie. - Ed io ripigliai: - Il rivolger
a ogni momento gli occhi verso di una persona non è egli contrario a non ve gli
rivolger mai? il parlottare continuo con uno a non gli dire mai un parola? e
pure simili contrarietà vengono il più delle volte, ben il sapete, dalla
medesima causa, che differentemente si spiega. - Oh, questo - disse la Marchesa
- è un altro ordine di cose; e non credo già io che con tali argomenti mi
vogliate far neutoniana. - Proviamo, - io risposi - se meglio vi persuaderà il
dirvi che la virtù attrattiva e la repulsiva ben mostrano essere di una stessa
origine, e quasi sorelle, a parlar così, per le analogie o similitudini che si
osservano tra loro. Amendue vanno insieme, e sempre che l'una si dispiega con
poca o con molta attività, il somigliante fa l'altra. Sino a tanto che i raggi
scorrono pel medesimo mezzo, non succede né refrazione né riflessione, né
forza attrattiva si manifesta né repulsiva. Così l'una come l'altra accade nel
confine di due mezzi tra loro differenti in densità. Quanto più differiscono i
mezzi, la refrazione, come sapete, è maggiore; e lo stesso pur avviene della
riflessione. Osservate quanto più viva è la immagine di un oggetto ripercossa
da uno specchio di vetro che dallo specchio dell'acqua. I raggi che hanno
maggior disposizione ad esser refratti, hannola altresì maggiore ad esser
riflessi. A riflettere gli azzurri, che refrangono più facilmente dei rossi,
basta nelle particelle della materia una sottigliezza che non è valente a
riflettere i medesimi rossi; e i raggi più refrangibili, come ben vi dee
ricordare, sono anche più riflessibili. Sono questi, Madama, bastanti
argomenti, per farvi anche in questa parte divenir neutoniana? - Molto - riprese
a dir la Marchesa - è da ammirare la sottigliezza e, insieme, la precisione di
un tal discorso. Pur nondimeno, a parlarvi liberamente, a me sembrava assai più
naturale attribuire la causa della riflessione non a quella forza repulsiva che
dite ora, ma al dare che fa la luce, secondo che pur diceste, nelle parti solide
de' corpi, donde è rimandata indietro, come una palla che dà in terra. Ciò è
pur facile ad intendersi, e naturale ad avvenire. - Ed io ripresi in tal modo: -
Madama, io usai allora il linguaggio de' filosofi volgari per condiscendere al
nostro immaginare. Ma sapete voi quale inconveniente dovrebbe nascere, essendo
vero ciò che par tanto naturale? E' non ci sarebbe specchi al mondo, non ci
sarebbe cosa che ne potesse presentare la nostra immagine. - Oh questo sì, -
disse la Marchesa mezzo sorridendo - che ci tocca nel vivo. - Perché possiate
vedervi - io seguitai - dentro allo specchio, conviene che i raggi, come già
avete inteso, i quali dal vostro volto vanno a esso specchio, se ne ritornino a
voi con la stessa stessissima inclinazione con cui vi andarono, senza che dalla
riflessione sieno turbati per niente, o disordinati in qualunque modo si sia.
Ora, quando ciò avesse da avvenire in virtù dei raggi riflessi dalle
particelle componenti la superficie dello specchio, sarebbe necessario, non è
dubbio, che la superficie tutta si fosse perfettamente liscia e pulita;
altrimenti, se vi ha delle asprezze, delle ineguaglianze qua e là, che vale a
dire se le parti della superficie formano come altrettanti rialti, o piani
variamente inclinati, i raggi riflessi non potranno più dirigersi verso il
medesimo luogo; ma, seguendo appunto la inclinazione di ciascuno di que'
piccioli piani, verranno sparpagliati da ogni parte, né potran rendere la
immagine dell'oggetto che loro si affaccia. - E gli specchi - disse la Marchesa
- non sono eglino così puliti, come voi dite che hanno da essere? - No
certamente - io risposi - e con effetto se voi guardaste col microscopio le
superficie di quelli, le vedreste scabrose ed aspre, non altrimenti che
all'occhio nudo è lo specchio delle acque, quando sono increspate dal vento.
Considerate ora da per voi, Madama, con qual disordine sarebbe dagli stessi
specchi riflesso il lume, quando venisse riflesso dalle particelle della
superficie, e non da una forza che muove e risulta dal totale del corpo; e in
paragone di questa le piccioline forze di esse particelle, le quali, quanto è
in loro, pur vorrebbono gettare i raggi per ogni verso, si rimangono affatto
insensibili. - Ma voi - soggiunse la Marchesa - mi fate forse più paura che non
merita il pericolo. Coteste scabrosità, benché ingrandite dal microscopio, pur
sono in sé picciolissime. E se son tali, come si può egli
venire in chiaro che nelle particelle della luce debbano partorire di così
gran disordini? - Le scabrosità degli specchi - io ripigliai - ci si rendono
quasi palpabili per mezzo degli microscopi; ma non già le particelle della
luce: e da ciò si può arguire la incredibile loro picciolezza, che per quanto
vengano ingrandite anch'esse da quegli ordigni, pure isfuggono la nostra vista,
e ci rimangono del tutto invisibili. Anzi tanto è lontano, Madama, ch'elle
cader ne possano sotto i sensi, che fate pure di provvedervi del più valente
microscopio e armatevene l'occhio, e i pori di cotesto vostro diamante, pe'
quali passa la luce in grandissima copia, vi rimarranno anch'essi invisibili.
Che più? Le particelle della luce sono verso le scabrosità degli specchi come
altrettante pallottole di bigliardo, che dessero contro a cotesti nostri
altissimi monti. E buon per noi che sieno più che minutissime. La forza de'
corpi risulta dalla quantità di materia che contengono in sé, o sia dalla
massa e dal velocità con cui muovono; talché un granello di piombo può aver
forza di fare altrui un mal gioco per la velocità soltanto, che gli dà la
polvere d'archibuso da cui è spinto. Ora le particelle della luce sono spinte
con tale incredibile velocità,
che
‘l muover suo nessun volar pareggia.
Secondo
la bella scoperta di un danese per nome Romero, in un mezzo quarto d'ora, e non più, viene da esse corso lo spazio di
quasi cento milioni di miglia nel venire dal sole alla terra. Vedete i più
bravi corsieri d'Inghilterra, che in un minuto hanno già fatto un miglio,
essere al paragone più tardi che testuggini. Poiché adunque tale e tanta è la
loro velocità, convien dire che la massa di ciascuna sia quasi che
infinitamente picciola: altrimenti la luce scagliata dal sole menerebbe qui in
terra la rovina del cannone, anzi che drizzare e aprire i fioretti nel loro
stelo, anzi
che sviluppare, come fa, e muovere soavemente ogni cosa.
- Piacemi - disse la Marchesa - non avervi prestato
fede così di leggieri. Egli è pure la buona regola in qualunque sia incontro a
non si mostrar troppo corrive a credere. Si vengono ad avere in tal modo delle
maggiori prove di ciò che è vero, o di ciò che si desidera lo sia. Ed ora
molto buon grado debbo sapere a voi, che rispondendo alle tante mie domande,
fate che il dubitare non meno mi giovi che il sapere. - Ed io risposi: - Non ad
altri che a voi medesima ne dovete aver grado,
Madama, che sapete muover que' dubbi, che conducono
alla verità. - La verità è adunque - disse la Marchesa, fatto un po' di pausa
- che la luce è rimandata da' corpi, non già dopo avere in essi percosso, ma
prima ch'ella giunga a toccarne la superficie. Strana cosa ad udire! Non bastava
adunque che si mostrasse la vanità di quanto avea detto il Cartesio, che pur
pareva tanto naturale, sulla causa del moto dei pianeti, sulla origine della
luce e de' colori, che si dovea anche smentirlo sulla riflessione della luce,
che pareva la più natural cosa di tutte. Altro non manca se non dire che
siccome la luce, che riflessa è da' corpi, non urta contro alle parti solide di
quelli, così la luce, che dai corpi è trasmessa, non passa altrimenti per i
loro pori. - Io già non sono - risposi allora - per negare al Cartesio così
risolutamente anche tal cosa; ma dirò bene, che la esperienza dimostra,
sapete
che bisogna star con lei,
che
alla trasparenza non fa nulla la quantità o l'ampiezza de' pori. Anzi un foglio
di carta imbevuto che sia d'acqua, o inzuppato d'olio, si fa tosto diafano e
traspare; che vuol dire turate i pori della carta, e al lume aprirete la via. -
Da che nasce mai questo? ripigliò ella - che quanto chiara è la prova,
altrettanto m'immagino, ne sarà oscura e misteriosa la causa. - Non da altro, -
io risposi tosto - che dalla uniformità o similitudine tra la densità della
materia nuovamente intrusa ne' pori della carta e la carta medesima; la quale
uniformità non trovavasi, quando i pori della carta erano pieni d'aria. Così
dalle particelle dell'olio o dell'acqua trapassano liberamente i raggi in quelle
della carta, quasi durassero a andare per lo medesimo mezzo, o trapassassero da
vetro a vetro, quando l'uno combacia perfettamente l'altro. Dove al contrario,
se il lume nel traversare un corpo trova ad ogni instante per la diversità
della materia dove riflettere e dove refrangere, molti raggi tornano indietro,
molti altri se ne sperdono, e pochi o niuni ne passan oltre. Né già per altra
causa lo sciampagna di trasparente diventa opaco, quando mesciuto d'alto si leva
in ischiuma; che tanto è a dire, quando tra le sue particelle ad intruder si
viene maggior copia d'aria. - Non picciolo è l'onore - disse qui la Marchesa -
che voi fate allo sciampagna, facendolo servir di prova alle più recondite
verità della filosofia inglese; esso, che sino ad ora ebbe soltanto virtù di
spirare di bei motti e delle canzonette all'allegria de' Francesi. - Vedete
ancora - io soggiunsi - verità, che si contiene entro alla schiuma di quel
vino: una prova certissima che lo spazio immenso, per cui muovono i pianeti, è
voto di qualunque materia per quantunque rara e porosa finger
mai si potesse; un argomento per render più libere e spedite le vie del cielo.
La luce, non ostante quella sua incredibile velocità, che non è da noi lo
immaginarla, ci mette a venire dalle stelle sino a noi un tempo
considerabilissimo; tanto ne sono elleno per uno strabocchevole e quasi che
infinito spazio lontane. Ora se la luce, nel venir dalle stelle a noi,
scontrasse qua e là in quel lunghissimo suo viaggio delle particelle di
materia, che nuotassero in cielo, dovrebbe infiacchirsi, venir meno di mano in
mano, come il più numeroso e fiorito esercito, che per li continui disagi del
cammino vien meno, e si disfà in una lunghissima marcia. Ma che dico venir
meno? egualmente che faccia nel tragittar la schiuma dello sciampagna, dovrebbe
sperdersi del tutto, ed ispegnersi a cagione di quelle tante riflessioni e
refrazioni senza fine, che avrebbe a patire; ed a noi sarebbe tolta la vista di
quelle innumerabili stelle, che col scintillare e col brio della lor luce ne
rallegran le notti. - Ed ecco - disse la Marchesa - anche per questa novella
prova, sgombrato il cielo di qualunque cosa al libero corso de' pianeti recar
potesse impedimento od ostacolo. In fatti non hanno essi a trovare per via se
non l'attrazione che gli governa, e la luce che gl'illumina, gli seconda, gli
vivifica: la luce, che al suo apparire mette da per tutto vigoria e letizia, e
in sé contiene gli smeraldi, i rubini e i zaffiri, di che la natura colora e
arricchisce l'universo.
- A tante, e così nobili scoperte, - io ripresi a
dire dopo alcuna pausa - che di tanto hanno avanzato la scienza dell'ottica, il
Neutono aggiunse molte curiose quistioni, quasi proponendole all'esame de' più
sottili filosofi: tra le altre, se la differente refrangibilità originata non
sia per avventura dalla differente grandezza de' corpicciuoli, onde composti
sono i raggi della luce. Non si direbbe egli che i più piccioli corpicciuoli di
tutti debbono esser quelli, che il color violato ne mostrano il meno forte di
tutti, e che più degli altri refrangendo, meno anche resiste all'attrazione dei
mezzi? Più forti del color violato, ed anche meno refrangibili si trovano
essere di mano in mano l'azzurro, il verde e il giallo: e però i loro
corpicciuoli saranno più grandicelli di mano in mano; sino a tanto che si
arrivi al rosso, il quale essendo il colore di tutti gli altri il più acceso, e
insieme il meno refrangibile, dovrà essere ancora di corpicciuoli di tutti gli
altri più grandicelli formato. Tali cose egli non ardisce asserire, per
verisimili che paiano; e proponendole sotto forma di domanda, egli ne insegna
quello che è da pochissimi: a saper dubitare. - Raro veramente - qui entrò a
dir la Marchesa - convien confessare che fosse un tal uomo. Non volle attribuire
più che non si convenisse a quello che ha soltanto sembianza di vero; non volle
punto abusare dell'autorità sua; e quello e non altro affermò, che può far
buono con la dimostrazione. Quanto onore non dee egli fare alla specie
filosofica! E ben pare la natura il formasse di un altro conio che gli altri
uomini. - A segno - io risposi - che un Francese celebre per la sua dottrina era
solito domandare a coloro che lo aveano veduto et udito, se era pur vero che
avesse anch'egli le mani, e i piedi, una persona, come l'abbiam noi. Quello poi
in che sommamente differiva dagli altri uomini era una rara e singolare
modestia. Richiesto un tratto per quali vie fosse giunto a discuoprire tante e
tanto ammirabili cose, rispose non aver fatto se non quello che fatto avrebbe
tutt'altr'uomo datosi a pensare con pazienza. Lontano dal volere imprendere
guerre letterarie, cercando insieme con la verità la quiete dell'animo, cosa,
diceva egli, veramente sostanziale; i più bei frutti del suo ingegno
lasciavagli nell'oscurità, non curando di manifestarsi e di rivelare ciò
ch'egli era. L'Hallejo, grande astronomo e amico di lui, viste per ventura
quelle maravigliose discoperte, che troppo lungo tempo erano rimase nascoste, lo
sforzò a pubblicarle; ed ei si vantava di essere stato l'Ulisse, egli che,
tratto quello Achille dall'ombra, lo avea collocato nella luce aperta del sole.
Appena si mostrò in pubblico che si levò tra quei
pochi, a' quali era dato d'intenderlo, un grido di applauso, che risuonò di
mano in mano tra ogni schiera di gente; e ben presto ebbe del suo nome ripieno
il mondo; e il Neutono, quasi suo mal grado, godé vivente, e in grembo della
sua patria, di quella gloria di che gli uomini grandi godono solamente appresso
le nazioni forestiere mentre vivono, e appresso i loro compatrioti dopo morte.
Ma ben era il dovere che in singolar maniera esaltato venisse colui il quale
avea recato l'uman genere a quell'ultimo grado di sapere, a cui gli è forse
dato di giugnere. Che se noi non ne sappiamo più là, non è colpa del Neutono,
ma della picciola portata del nostro ingegno, o piuttosto del poco numero di
sensi onde fornito è l'uomo. Sono essi quasi le porte per cui entra nell'anima
ogni nostro sapere: e se di alcuno altro senso, oltre a quelli che ne sono
caduti in sorte, ne fosse stata cortese la natura, di nuove cognizioni saremmo
venuti acquistando senza dubbio, di nuove qualità avremmo scoperte ne' corpi,
le quali un novello lume ci recherebbono nelle oscurità della filosofia. -
Sembra però - disse la Marchesa - che sendo noi arrivati a conoscer così
addentro nelle più fine tessiture della luce, e ne' globi lontanissimi dei
pianeti, sembra, - dissi - che il raziocinio del Neutono abbia supplito in certa
maniera a' sensi, che mancar potrebbono all'uomo. - Pur chi sa, - io risposi
mezzo sorridendo - se in Giove non ci abbia viventi, che, per via di sensi a noi
ignoti, veggano distintamente ciò che costituisce la varietà del colore ne'
minimi corpicciuoli che scaturiscono dal sole; e non veggano ancora in qual
maniera il loro globo per mezzo all'ampiezza del voto attragga quello di
Saturno, e ne turbi il movimento; più perspicaci, e lincei che i nostri
filosofi non sono? - Molto felice - disse qui la Marchesa - sarebbe la loro
condizione; e un idiota di Giove potrebbe esser collocato alla testa delle più
famose università e accademie della terra. Ma forse voi fate come quei
viaggiatori, che vanno tanto magnificando le virtù di certi popoli del nuovo
mondo, che ce gli farebbono credere più che uomini, e non sono altro in
sostanza che selvaggi.
- Non per tutto questo, - io risposi - noi avremmo
da portare invidia agli abitanti di Giove. Si potria dare che vedessero meglio
di noi che cosa sono in se stessi i colori, ma non ne godessero come noi, quando
misti gli vediamo su una bella guancia; e se più distintamente di noi conoscono
le attrazioni del cielo, forse quelle più dolci della terra non sono da essi
così vivamente sentite come da noi. Se si ha a dar fede al piacevole storico di
quei mondi, in quel pianeta, dove non sono rattristati da Marte, non han però
Venere che gli consoli: e in ogni cosa ci sono dei compensi; e ben noi saremmo i
male accorti a volerci sopra i nostri difetti tormentar l'ingegno, e pigliar
malinconia. Non ci mancheranno né piaceri, né cognizioni, se dei sensi, che ne
sono toccati in sorte, faremo quell'uso che si conviene. E già voi, Madama, ne
sapete assai più che, al dire di molti, non è mestieri a una dama; voi che
sopra un versetto, sopra una luce settemplice avete pur voluto un comento, che
bastar potrebbe a un poema sulla filosofia neutoniana. - Come, - disse mezzo
sorridendo la Marchesa - potrei io dunque credere di saperne tanto da esser
anch'io del bel numero de' seguaci del gran Neutono? - E come no? - io risposi.
- Voi avete animosamente affrontato le difficoltà di quella filosofia; avete
per essa rinunziato a quel sistema, che tanto vi rideva alla fantasia; avete
vinto in certo modo la vostra fantasia medesima, che parea ripugnare ad alcune
più astruse verità. Debbo io dirvi, Madama, che non siete da meno degli
Argonauti, che, lasciato quanto aveano di più caro, si avventurarono per un
mare ignoto e a domare impresero tanti mostri, per fare il conquisto del famoso
vello d'oro? - Parlando fuor di burla, - soggiunse la Marchesa - io non avrei
creduto mai di divenire tanto dotta da dovere istudiarmi a parere ignorante
dinanzi alle persone: che pur troppo dagli uomini è alle donne messa in conto
di delitto ogni minima ombra di sapere. - E se si avesse un giorno - io
ripigliai - da far palese al pubblico cotesto vostro sapere? - Vorreste voi
forse - diss'ella - farmi un mal giuoco, rivelando, che io vi abbia richiesto di
quello, che meno a donna si conveniva? - Chi sa, - io risposi - Madama, se io
non mi proverò anche un giorno a scriver la storia di questa nostra
villeggiatura. E sol che mi venisse fatto di ritrarvi al naturale, non
mancherebbono, son certo, lettori alla mia storia, né seguaci alla filosofia
del Neutono. In ogni modo, Madama, voi sareste la Venere, che presterebbe il
cinto a quella austera Minerva; ed ella si mostrerebbe alle genti non meno
leggiadra che dotta.
DIALOGO SESTO
Nel quale si confutano alcune nuove ipotesi intorno alla
natura de' colori, e si riconferma il sistema del Neutono.
Non andò molto tempo, da che io feci con la
Marchesa di F... quella mia villeggiatura filosofica, che io passai l'Alpi per
la seconda volta desideroso di rivedere que' paesi, dove, per l'ampiezza, ed
unità dello stato, fiorisce ogni qualità d'arti, ogni bel costume e viver
gentile. Di là presi il cammino a più remoti paesi per vaghezza di veder cose
pellegrine, e venni dipoi dove mi fu dato di vedere la più pellegrina cosa di
tutte: semplicità di maniere unita a regio stato, instancabilità nell'operare,
erudizione nell'ozio, e sul medesimo capo gli allori di Marte e quelli delle
Muse. Finalmente tornatomene in Italia, il mio primo pensiero fu riveder la
Marchesa. Un giorno adunque, senza farlene altro sentire, andai alla sua villa
di Mirabello sulle rive del Benaco; che là, essendo di luglio, seppi ch'ella si
trovava; né mi fu di gran dispiacere a non ci trovar compagnia. Molto
lietamente ella mi accolse; e vari furono i ragionamenti, co' quali fu da noi
scorsa in picciol tempo quasi tutta Europa. Dalle nuove del mondo, dalle
istorielle e dalle mode si venne a ragionar delle venture della filosofia. Ed
essendo io entrato a parlare delle riconferme che fannosi tuttodì del sistema
che aveva abbracciato la Marchesa: - Per tutto questo - ella prese a dire - non
credo già io, che il signor Simplicio vorrà quetarsi. E ben ve ne dovete
ricordare del signor Simplicio, che è quel gentiluomo che vedeste qui da me
alcuni anni sono, e di poeta è divenuto filosofo. E di tal cambiamento ne foste
pur voi la cagione; che dappoiché intese voi ragionar di filosofia, tanto se n'è
invaghito, che d'altro quasi mai non parla che di filosofia. - Madama, - io
risposi - qual ne sia stata la cagione, o io o altri, mi penso che
intrattenendovi egli ora con ragionamenti scientifici, compenserà alle molte
seccaggini che egli vi diede già con quelle sue poesie. - Oh s'egli capitasse
qua, - disse la Marchesa - come suol fare quasi ogni mattina, e toccasse anche a
voi l'udirlo ragionare di osservazioni, di sistemi, di nuove scoperte, ben
vedreste il bel compenso ch'è questo.
Non entra meglio a proposito un personaggio in
scena, quando più ne ha bisogno il poeta, che, secondo il desiderio della
Marchesa, venne appunto a capitare il signor Simplicio; il quale, veduto me in
compagnia di lei, rimase alquanto sospeso. Ed ella rivoltasi verso di me: -
Eccovi - disse - il signor Simplicio; ma di quanto mutato da quel di pria! che
di gran petrarchista è divenuto un valorosissimo antineutoniano. - Indi
rivoltasi a lui: - E questi (come va il mondo!) è neutoniano più che mai. - Se
così è, - egli rispose - troppo gli sarà incresciuto dì abbandonare il
norte; al quale, nascendo, fece di sé grazia il Neutono. - Qual miglior
ragione, - io risposi - per amar meglio di trovarmi qui che quella che abbiamo
amendue dinanzi agli occhi? senza parlar del piacere che mi aspetto all'udire i
nuovi pensamenti, ed anche le scoperte da voi fatte nella filosofia. - A
confessare il vero, - egli rispose - di filosofia ho voluto avere alcuna
particolar contezza anch'io; che non pare oggimai di poter stare nelle gentili
brigate chi è digiuno delle dottrine del Neutono e del Cartesio: del rimanente
io non presumo di far nuove scoperte;
grazie
ch'a pochi il Ciel largo destina.
-
Che sono adunque - disse allora la Marchesa - que' ragionamenti che avete tenuto
meco? e mi dicevate di quelle nuove dottrine, che hanno ancora da metter in
fondo il sistema neutoniano. - Madama, - egli rispose - quelle cose che vi ho
accennate, erano bensì scoperte italiane, ma non già mie. Ma che occorre
parlarne? quando le stesse dimostrazioni, se non hanno il pregio di esser
forestiere, non sono né meno guardate in viso, dirò così, non vengono punto
ascoltate. - Mi giova però credere - soggiuns'io - che voi non pensiate, che io
abbia detto in segreto al Neutono: tu sola mi piaci. - Le scoperte ch'io voleva
dire, - ripres'egli - ognuno può vederle nel libro delle affezioni del lume,
al quale chiunque vorrà giudicar senza passione
approprierà i memorabili versi di quel nostro poeta:
Hanno
gli altri volumi assai parole:
questo
è pien tutto di fatti, e di cose,
che
d'altro che di vento empier ci vuole.
E
prima di ogni cosa l'autore vi mostra gl'inganni che sono giocati in quelle
tanto studiate sperienze, per cui ci vorrebbono far credere che i raggi sono
differentemente refrangibili, che i colori sono immutabili e ingeniti alla luce;
e procede dipoi a darne il vero sistema dell'ottica. E quivi egli non fonda i
suoi ragionamenti sopra vani supposti, ma per via di sperienze facilissime e
incontrastabili egli determina puntualmente e descrive in che modo, mischiandosi
il lume coll'ombra, ne riescono più maniere di risultati; e secondo che la
natura pittrice variamente contempera i velamenti del chiaro e dell'oscuro essa
medesima, le cose sortiscono vario colore. - Ben sapete, signor Simplicio, -
disse qui la Marchesa - che tal vostra dottrina non mi può riuscir nuova. - No
certamente, - diss'io - s'ella pur è una vecchia dottrina, che dalla varia
mescolanza della luce e dell'ombra ne nascano i vari colori; e che, con qualche
scambietto di parole, è stata nuovamente riprodotta anche in Francia. - Lodato
sia Iddio, - disse il signor Simplicio - che sarà ora da sperare che un tal
sistema abbia da trovar grazia tra noi dinanzi agli occhi di molti. - Ma
finalmente - disse la Marchesa - un sistema di filosofia non è una tabacchiera
né una cuffia; e però non è da credere vogliano riceverlo né meno dalle mani
de' Francesi, senza farvi su un poco di esame. Domanderanno, per esempio. quello
che mi resta ancora da intendere, perché similmente un pittore con gesso e
carbone non possa formare tutti i colori; se vero è che da altro originati non
sieno che dal chiaro e dall'oscuro. - Come mai, Madama, - egli soggiunse -
potrebbe giunger l'arte dell'uomo all'arte della natura? E l'arte appunto sino
ad ora incomprensibile della natura, e da non contraffarsi da noi, viene
maravigliosamente svelata nel libro delle affezioni del lume: non già, come io
diceva, per via di vani presupposti, ma per via di tali esperienze, che vengono
a formare altrettanti canoni, o sia regole infallibili. - Uno de' canoni -
allora io ripresi a dire - di quel libro, non è egli questo? Se un fondo chiaro
raggerà per un mezzo scuro, caso che la forza del mezzo sia picciola, nascerà
il color giallo; caso che grande, il rosso. - Vedete, signor Simplicio, - disse
la Marchesa - che, per l'amor delle cose forestiere, egli non ha rinunziato alle
nostre. - E un altro canone, - io soggiunsi - se non m'inganno, è questo: se un
fondo scuro raggerà per un mezzo chiaro, caso che la forza del mezzo sia
picciola, nascerà il color violato; caso che grande, l'azzurro. - Appunto -
disse il signor Simplicio. - Vediamo, - io ripigliai - se potrò ridurmi anche a
memoria le sperienze, sulle quali sono fondati cotesti canoni. Si mette un
foglio di carta al sole, e, standosi uno nell'ombra, guarda cotesto foglio a
traverso una lastra di vetro chiamato girasole, ch'e' pone dinanzi agli occhi.
Se il vetro è sottile, la carta traguardata per esso par gialla, e rossa,
s'egli è grosso. La carta bianca illuminata dal sole, è il fondo chiaro; e la
lastra del girasole nell'ombra è il mezzo scuro, per cui raggia il fondo
chiaro. Se il vetro è sottile, dicesi esser picciola la forza del mezzo, e
nasce il color giallo; laddove, se grosso è il vetro, grande è la forza del
mezzo, e nasce il color rosso. Non è così signor Simplicio? - Così è - egli
rispose. Ed io ripigliai a dire: - Per la prova del secondo canone la carta è
nera, e situata nell'ombra; e il girasole, per cui la si guarda, è illuminato
dal sole; che tanto è a dire il fondo e scuro e il mezzo chiaro. Se poco ha di
grossezza il vetro, e sopra esso dieno soltanto i raggi diretti del sole, nel
qual caso picciola dicesi la forza del mezzo, nasce il color violato; ma se
maggiore è la grossezza del vetro, e sopra esso dieno i raggi del sole
condensati da una lente, e in tal modo si accresca la forza del mezzo, il colore
di violato diventa azzurro. - E bene, - disse allora il signor Simplicio - che
vi par egli di tali prove? Qui non si fa sforzo niuno per storcere e
interpretare a suo favore i sensi della natura:
qui
non v'ha luogo ingegno di sofista.
La
fisica ha ella dimostrazioni più palpabili, più chiare di queste? A me per
altro - disse la Marchesa - saranno sempre inintelligibili, sino a tanto che non
mi si dichiari che cosa veramente si vuole intendere, quando dicesi un fondo
scuro che raggia per un mezzo chiaro. Per quanto io ci abbia pensato su, non mi
è riuscito mai di formarmene un giusto concetto nella mente. - Quale è la cosa
- rispose il signor Simplicio - che non rimandi all'occhio nostro dei raggi poco
o assai? - Tutte al certo - disse la Marchesa - ne mandano poco o assai; toltone
giusto quelle che sono veramente scure. Già altri non vorrebbe per una buia
notte avventurarsi a camminare senza lume, o muover passo
se
d'aver gambe o collo ha qualche spasso.
A
me pare tutt'uno il dire i raggi mandati dalla oscurità, che la vista di un
cieco, o la disinvoltura di un goffo. - Feci io qui bocca da ridere; e si storse
alquanto il signor Simplicio. - Ancora - riprese a dir la Marchesa - è bisogno
mi venga dichiarato che specie di vetro è cotesto, che si chiama girasole. Io
confesso non averne udito mai più far menzione da altri, che dal signor
Simplicio. - Oh voi, Madama, - io ripigliai - volete sapere il segreto del suo
autore. Quel vetro, che serviva altre volte a far guastadette,
orciuoli e tali altre miscee,
andato giù di moda, egli lo introdusse
novellamente nell'ottica: ed è fatto con tal arte e mistura, che riflette i
raggi azzurri, e trasmette i gialli; e s'egli è alquanto più massiccio,
trasmette i rossi. - Ora ecco, - ripigliò prestamente la Marchesa - che, posto
un tal vetro nell'ombra, se uno traguarda per esso una carta illuminata dal
sole, non vede se non per via de' raggi mandati dalla carta e trasmessi dal
vetro: e apparirà il color giallo o il rosso, conforme un vuole; il giallo, se
il vetro è sottile; e il rosso, se massiccio. All'incontro annerata la carta, e
collocatala nell'ombra, che è lo stesso che scartarla dal gioco, e il vetro
fortemente illuminato posto tra quella e l'occhio, il vetro è solamente veduto
per via dei raggi da esso riflessi, e apparirà l'azzurro. - E cotesto azzurro -
io soggiunsi - un po' men chiaro, come essere pur dee, quando il vetro non è nè
così grosso, nè così fortemente illuminato, sarà apparito agli occhi
dell'autore de' canoni un violato, che è il colore più vicino all'azzurro, e
insieme più languido di quello.
- Non è picciolo, - disse la Marchesa - l'obbligo,
che io pur debbo avervi, che in così brevi parole dato mi avete la chiave di un
sistema. - Di fatto - io ripigliai - che il produrre tali maraviglie sia virtù
tutta propria del girasole si vede a questo, che rifatte le medesime sperienze
con vetri o cristalli ordinari, cioè con mezzi puri e innocenti, non nasce
alcuna varietà di colori. E però il volere fondar canoni generali o sia regole
infallibili sopra esperienze fatte con una viziata, dirò così, qualità di
vetro, è lo stesso che se uno avendo 1'itterizia prendesse a sostenere che
tutte le cose son gialle. - Par che non sappiate, - rispose il signor Simplicio
- o finghiate di non sapere, che oltre al girasole l'autore si servì in quelle
esperienze di alcuni liquori, e se ne vide sempre risultare il medesimo. - E che
altro - io ripigliai - potea risultarne? mentre quei liquori erano tutti in una
sola boccetta, la qual conteneva la infusione di un legno americano, chiamato
nefritico, che ha la proprietà anch'essa di apparire azzurra a' raggi riflessi,
e rossa o gialla a' trasmessi, secondo che più o meno panciuta è la boccetta;
ed è una specie, diremo noi, di girasole fluido.
- Gran cosa - egli rispose - che queste così
vittoriose obbiezioni non le facesse l'Accademia di Londra, quando uscì il
nuovo sistema a combatter l'inglese. E non è già dubbio non abbiano aguzzato,
quanto sapeano, l'ingegno per toglier di mezzo e gittare a terra tutto quello
che contraddir potesse il loro Neutono. Ben sappiamo della sua riputazione sieno
teneri e gelosi. - Che debbo dirvi? - io ripigliai. - Il vostro autore avea
fabbricato il suo sistema sulle rovine dell'inglese. Ben vi ricorderete, come
egli a guisa di proemio si mette a negare le sperienze del Neutono, che
dimostrano le principali sue dottrine, o almeno a cavillarvi sopra. Che fecero
in Londra? furono contenti quegli accademici di rifare quelle medesime
sperienze, variando soltanto qualche circostanza in alcuna di esse; e ciò per
rimuovere ogni qualunque dubbietà, ogni cavillo. Le sperienze riconfermarono le
verità già dimostrate, nè si cercò più là. - Veggo - disse la Marchesa -
ch'e' fecero come Ruggiero, quando, in vece di trar fuori la spada, scuopre lo
scudo luminoso dinanzi alla turba che gl'impediva la via, e passa oltre.
- Crediate, Madama, - egli rispose - che quello
scudo non ha virtù di abbagliare la vista di tutti. Molto ancora ci sarebbe da
dire - egli soggiunse rivoltosi a me. - Ma a che mettere in campo altre
sperienze ed altri canoni? - A che veramente, - io ripigliai tosto - quando sien
frecce del medesimo turcasso, quando sien arme della medesima tempera? - Già
voi, - egli continuò a dire - troppo avete in ammirazione le cose inglesi;
Salve
o beata oltremarina piaggia,
salve
terra felice, o dagli dei
amata
terra! A te produr fu dato
colui,
cui diè di propria man natura
le
immutabili leggi, ond'essa l'ampio
regge
universo, a lui solo cortese,
ritrosa
agli altri,
con
quello che séguita. Credete a me, che quando s'è fatta in cuore la sentenza,
è superfluo udir le parti. - Oh qui - disse la Marchesa - ha molto ben ragione
il signor Simplicio. La verità non ammette parzialità alcuna; è nimica
mortale di qualunque prevenzione paresse la meglio fondata. Orsù, signor
Simplicio, esponeteci voi medesimo qualche altro canone di quegli che avete in
riserva; e vediamo se ci sarà modo di trovarci la spiegazione, sì o no. -
Senza stiracchiatura - egli rispose - credo fosse alquanto difficile trovar la
spiegazione di quello, per cui si viene a stabilire che raggiando un fondo scuro
per un mezzo prima chiaro e poi oscuro, come si abbattono insieme quelle cose,
che producono il colore azzurro e il giallo, o il violato e il giallo, apparisce
sempre il color verde. Non so come di questa faccenda ne cavassero i piedi i
signori neutoniani. - E quali sono le esperienze - ripigliò la Marchesa - sulle
quali è fondato questo novello canone? - Una carta nera - egli riprese a dire -
è collocata nell'ombra; e tra essa e l'occhio si pongono due pezzetti di
girasole a qualche distanza tra loro. Il più vicino alla carta è illuminato
dal sole; il più lontano, e dietro al quale è l'occhio del riguardante, è
coperto dall'ombra: e il colore che si vede comparire è verde. - Che dite voi -
ripigliò la Marchesa rivoltasi a me - di quest'altro canone?
- Dico la prima cosa - io risposi - che scartata
anche qui quella carta nera collocata nell'ombra, cioè quel fondo scuro che
opera su un mezzo chiaro, il primo vetro illuminato dal sole riflette al secondo
raggi azzurri in grandissima copia; ma oltre a questi ne riflette ancora
degl'indachi e dei verdi, che sono così gli uni come gli altri, in ordine alla
refrangibilità, egualmente vicini agli azzurri. - Ohimè, - interruppe il
signor Simplicio - che quel vetro, il quale poco fa rifletteva soltanto i raggi
azzurri, al presente ne riflette degli altri ancora, e segnatamente de' verdi. E
non è punto difficile indovinar la ragione perché il fa. - Perché - io
risposi - la natura non opera mai per salti, ma gradatamente; perché niun corpo
ci è al mondo, che rifletta o trasmetta una sola specie di raggi senza una
qualche mistura degli altri; ma i raggi che non sono del suo colore, gli
riflette o trasmette più o manco, secondo che sono a quello più o manco vicini
nell'ordine della refrangibilità: e ciò lo mostrano all'occhio le cose
colorate poste ne' differenti raggi della immagine solare separata dal prisma.
Ora che farà egli, Madama, il secondo pezzetto di girasole posto nell'ombra al
ricevere dal primo dei raggi azzurri in grandissima copia, e oltre a questi
degli indachi e dei verdi? - I raggi azzurri - ella rispose - gli rifletterà
anch'esso come ha fatto l'altro, e similmente gl'indachi; e i verdi parte ne
verranno da esso riflessi e parte trasmessi, come quelli che si trovano essere
giusto di mezzo tra gli azzurri, che il girasole per la natura della sua
composizione riflette, e i gialli che e' trasmette. E così l'occhio, che
traguarda dopo questo secondo vetro, non potrà vedere altro colore che il
verde. - Ed io ripresi: - Ella il disse, signor Simplicio; e quando bene a voi
desse il cuore di appellare dalla sua autorità, già non potreste opporre alle
sue ragioni. Per esse un canone così intralciato, come era questo, col quale
pur volevasi da voi toccare il polso a' neutoniani,
diviene una conseguenza pianissima, una
riprova del loro sistema; e converrà dire del vostro autore, il più gran
rivale che mai sorgesse contro al Neutono, quel che dice Catone nella tragedia
inglese: che sino all'istesso Pompeo combatté per Cesare. - Io dirò - egli
rispose - co' nostri italiani,
che
più tempo bisogna a tanta lite
e
che, se questo sistema pur patisce una qualche difficoltà, tutti i sistemi,
come si suol dire, sono tagliati a una misura: né già il neutoniano non andò
esente, e non va dal patirne di molte e di gravi. - Con questo però, - qui entrò
a dir la Marchesa - che ne uscì sempre come gli eroi, d'in mezzo alle calunnie.
- Madama, - io ripresi a dire - pigliate guardia che di tutte le difficoltà non
potrebbe forse così agevolmente uscirne. E che potreste voi rispondere a
quello, che toccò già a me di udire dalla bocca di un valente bacelliere oltre
monti? Troppo ha del ripugnante, egli asseriva, e però rinunziava al Neutono e
a' suoi inganni, che da sette cose scure, quali sono, diceva egli, i colori del
prisma, riuscir ne possa una lucida, quale è il bianco. E forse anche taluno
potrebbe mettere in campo, come un nostro italiano sostiene in istampa, che lo
ammettere la diversità de' colori ne' raggi della luce è lo stesso che del
glorioso corpo del sole farne l'Arlecchino dell'universo.
- Il mio pensiero - riprese a dire il signor
Simplicio - non andava sicuramente a tali inezie; sì bene a più altre
difficoltà mosse, non ha gran tempo, in Francia da un grave filosofo. - Manco
male, - io soggiunsi tosto - che voi non intendete dei rancidumi del Mariotto, nè
d'altri che già si levarono in Francia contro al Neutono. - Io intendo e parlo
del Dufay, - ripigliò egli con impazienza - il quale nell'Accademia di Francia
dimostrò novella-mente le molte fallacie di questo Neutono, che con tutto il
gran peso della sua autorità non gli venne fatto di darla ad intendere a tutte
le accademie del mondo, come a quella sua di Londra. Quivi egli era non meno
presidente che tiranno; né gli potea venire in capo così strano concetto, che
già non avessero giurato nelle sue parole. - Niente vi ha senza dubbio, - io
risposi - che sia di maggior impedimento a' progressi delle scienze e della
ragione, e contro a cui si debba stare più in guardia, quanto l'autorità. Ma
ringraziamo Iddio anche per questo di esser nati in Europa. Tra i vantaggi, di
ch'ella gode sopra le altre parti del mondo, non è il meno considerabile quello
che il contagio della opinione non può così agevolmente appiccarsi da luogo a
luogo; che l'autorità o tirannia de' nomi non vi può avere un così lungo
regno, come veggiamo per esempio essere avvenuto nell'Asia, dove gli abiti, i
costumi e le opinioni filosofiche sono le istesse oggigiorno che già erano
molti e molti secoli addietro. Divisa come è l'Europa da mari, da fiumi e da
montagne più che alcuna altra parte del mondo, ella viene eziandio ad essere in
vari e distinti governi divisa. E così la emulazione o rivalità che
necessariamente nasce tra' differenti comuni è cagione che sieno rigorosamente
esaminate e poste ad angustissimo vaglio tutte le opinioni letterarie, che vi
sorgono; che si disperda il falso, e non resti finalmente che il vero. In una
parola la piazza filosofica, diremo noi, di Europa fa come le piazze mercantili
della Cina, che non ricevono moneta coniata; ma solamente argento, che saggiano
e pesano. - Non so poi, - replicò il signor Simplicio - se tutti abbiano sempre
la pietra del paragone e il bilancino in tasca, e non vadano assai volte presi
alla impronta della moneta. - E non vedete - disse la Marchesa, rivolte a me le
parole - che il signor Simplicio vi richiama alle difficoltà mosse contro al
Neutono dal Dufay nell'Accademia di Francia; delle quali pare che con coteste
vostre riflessioni voi vogliate passarvene? - Di qual peso elle sieno, - io
risposi - non sono però tali che vadano al cuore del sistema. - Come non vanno
al cuore? - egli rispose - quando il numero de' colori primari, che secondo il
Neutono sono sette, egli lo ristringe ai soli tre, rosso, giallo e azzurro. Dal
rosso e dal giallo mescolati insieme nasce il doré; dal giallo e dall'azzurro
il verde, come si vede per sensata esperienza; l'indaco e il violato non sono
altra cosa che mezze tinte dell'azzurro; e in oltre il bianco, per la cui
composizione credeva il Neutono che ci volessero, tutti e sette i suoi colori,
il Dufay lo compone co' soli tre, rosso giallo e azzurro. - A buon conto, - io
replicai - vedete che dal Dufay negate non vengono nè la composizione del lume,
nè la differente refrangibilità de' raggi, né la immutabilità de' colori.
Quanto poi al numero de' colori primari non dovreste ignorare ciò che gli fu
risposto. Per qual causa, condensati e riuniti per via di una lente convessa i
raggi violati e gl'indachi, non si ha egli il colore azzurro? E sparpagliati per
via di una lente concava, che fa un effetto tutto contrario della convessa, e
rarefatti i raggi azzurri, non si ha il violato o l'indaco? Se il violato e
l'indaco non sono altro che un azzurro men carico e men pieno, non sono altro
che mezze tinte, come voi dite, dell'azzurro, per qual causa l'oro posto ne'
raggi verdi della immagine formata dal prisma riceve egli il colore di quelli, e
verdeggia? e più tosto non riman giallo, s'egli è vero che in quel lume verde
ci abbia una egual dose, o poco minore, di
giallo che di azzurro? Parimenti lo scarlatto posto nel doré rimanendosi rosso
scoprirebbe que' raggi rossi, che vi fossero nascosi dentro, e a un tempo
istesso l'errore del Neutono. - Che ve ne pare, signor Simplicio? - disse la
Marchesa. - Io per me non saprei che apporre alle sue ragioni. - Indi, rivolte a
me le parole, così soggiunse: - E chi fu che contro al Dufay prese la lancia a
favor del sistema inglese? O non foste voi medesimo anche in Francia, come
dianzi in Italia, il campione del Neutono? - Madama, - disse il signor Simplicio
- quello che importa è la solidità delle ragioni medesime, non il nome di chi
le abbia prodotte. - Il giudizio della loro solidità - io gli risposi - ne sia
in voi. Sovvengavi di quella esperienza, in cui posta una lente in mezzo a due
prismi nella stanza buia, ov'entra per uno spiraglio il sole, il Neutono ne
faceva refrangere i raggi in maniera che uscivano dal secondo prisma paralleli
tra loro; e sì egli venne a comporre un raggio da lui detto artifiziale.
Refratto cotesto raggio da un terzo prisma, ne ritraeva la immagine colorata
simile a quella che per via del primo prisma dal raggio diretto si dispiegava
del sole. Sovvengavi ancora che quale de' colori, e fosse il verde, veniva
presso alla lente impedito di passar oltre al secondo prisma, nella seconda
immagine dispariva: e dispariva, benché liberamente passassero per la lente
l'azzurro e il giallo. Ma se il verde non è altrimenti primitivo, ed è pur
composto dalla mescolanza dell'azzurro e del giallo, ond'è che nel raggio
artifiziale, pur essendovi in persona l'azzurro e il giallo essi medesimi, non
si rifaceva il verde? In quanto a me non so veder maggior contraddizione di
questa: che, rimanendo allo stesso modo che prima i componenti, debba svanire il
composto. - Ed io - egli rispose - non so vedere maggior assurdo in filosofia,
quanto il supporre che la natura faccia in due differenti maniere una cosa
medesima. Col giallo e coll'azzurro della immagine solare, mescolati che sieno
insieme, non si compone egli veramente il verde? - Mai sì - io risposi. - Che
ha dunque bisogno la natura - egli riprese - di fare un verde primitivo, quando
con la mescolanza del giallo e dell'azzurro è già bello e fatto cotesto verde?
- Dite piuttosto - io risposi -
che
è tra le cose di natura strane,
e
non so se si sa perch'ella il faccia;
come
dice il nostro Berni, che non è già sempre bernesco. - Quello che si sa -
disse il signor Simplicio - ed è posto fuori di ogni controversia, è che la
natura nelle operazioni sue è semplicissima. E questo fu tenuto, in ogni tempo
e in ogni scuola, come uno de' più fondamentali principi della filosofia:
intantoché di più sistemi, che soddisfacciano egualmente a' fenomeni, quello
sarà sempre preferito come il vero che sarà il più semplice. E la ragione è
in pronto. Chi dice più semplice, dice anche più bello. Che già non è dubbio
non sia più bello lo arrivare a un fine ponendo in opera uno o due soli mezzi,
che ponendone in opera tre. - Ecco - io risposi - che voi medesimo ci venite a
dire come a poter giudicare rettamente della semplicità, o sia bellezza che è
nelle opere della natura, fa di mestieri la prima cosa conoscere i fini che
nell'operare sa è proposta essa natura. Ma voi sapete che una tal ricerca è
d'altri omeri soma che da' nostri, e quanto un tal volo sia pieno di pericolo. E
lo stesso Cartesio lasciò, come per ricordo a' suoi, a non si volere inframettere de' fini della natura; egli per
altro, che nelle filosofiche imprese diede loro tanti esempi di un animo così
risoluto e franco. Chi potrà mai arrivare a sapere per qual ragione, per qual
fine la natura abbia fornito di ale alcuni insetti, e alcuni altri gli abbia
forniti di gambe; mentre gli uni non ispiegano mai volo, e gli altri non furono
mai visti camminare de' lor dì, ma vanno da luogo a luogo strascinandosi con la
schiena per terra. Avrete forse udito, Madama, come tratta la milza d'in corpo a
parecchi cani, non per questo si rimasero di mangiare, di correre, di saltare;
faceano ogni cosa come gli altri cani. Qual uso si abbia veramente la milza, non
si sa. E mi potreste voi dire, signor Simplicio, a qual uso sieno ne' medesimi
cani appropriate quelle parti, che nelle femmine sono fatte per raccogliere il
latte e nutrire i loro picciolini? Se adunque sia da procedere con cautele
grandissime e con li calzari, come si suol dire, del piombo, a fondare argomenti
e discorsi sopra la semplicità e sopra i fini della natura, vedetel voi. Vero
è che il Neutono non si mostrò alcun tratto tanto schivo del ragionare sopra
le cause finali; ma è vero altresì ch'egli avea spesso in bocca quel detto: o
fisico, guardati dalla metafisica; ben sapendo quanto noi fossimo lontani con la
veduta corta di una spanna dal poter vedere le ragioni, perché le cose esser debbano in questo
piuttosto che in quell'altro modo. - E già egli nel nostro caso - disse
prontamente il signor Simplicio - non vorrà per niente concedere che, quando
due cose si trovino in tutto e per tutto esser simili tra loro, se ne debba
inferire che simile, anzi la stessa ne sia la natura, essendo pur questo un
principio metafisico, di cui converrà aver paura, come della befana i
fanciulli. - Assai chiaro si comprende - io risposi - che da voi si crede essere
una cosa medesima il verde, che si compone col giallo e coll'azzurro, e il verde
della immagine solare, perché somiglianti si mostrano all'occhio. Ma vedete non
v'inganni l'apparenza. Ne chiarirà sopra di ciò il fatto medesimo: ed anche
noi, come dicono facesse, non ch'altri, lo stesso Aristotele, anteporremo a
tutti i discorsi le sensate sperienze.
Perché
predichereste un anno in vano,
difenda
ogn'uno il suo co' vetri in mano;
che
questo è il brando dell'ottica. Entro ad una stanza buia sopra un picciolo
cerchietto di carta fate che sia il verde della immagine solare dipinta dal
prisma; e sopra un altro simile cerchietto fate che vi dia l'azzurro, e insieme
il giallo. Amendue i cerchietti appariranno verdi; e tra l'uno e l'altro non ci
scorgerete la minima differenza. Ma se vi farete a guardarli con un prisma
all'occhio, l'uno di essi lo vedrete, quale vi apparisce guardato ad occhio
nudo, verde tuttavia quale era prima, inalterabile, immutabile; e l'altro lo
vedrete trasmutarsi, e risolversi in due cerchietti l'uno giallo e l'altro
azzurro. E simile prova potete fare col doré, che simile ne vedrete l'effetto.
- Prova - disse la Marchesa - che è un vero fendente di Durlindana, e taglia
netto la quistione, sicché non può rimanere attacco o dubbietà alcuna che il
verde della immagine solare non sia colore primitivo e semplice. In fatti troppo
avrebbe dello strano, che primitivo non fosse quel colore, che domina nel mondo.
Di verde sono rivestiti gli alberi e le piante; di verde sono coperte le
campagne e la terra. Perché voler degradare un così bel colore, che si direbbe
il colore favorito della natura; di cui ella, per dipinger le sue opere, e per
renderle alla vista più piacevoli, si è servita più che d'ogni altro? - E che
è il simbolo, si potrebbe anche dire, - io soggiunsi - di una cosa tanto
primitiva nell'uomo, com'è quella, che mai non lo abbandona, che è la prima a
nascere nel cuor suo, e
l'ultima a morire; che tien vivi i nostri desideri, e colla vista lontana di un
bene immaginario ne fa scordare mali reali e presenti. Ma buon per noi, Madama,
che abbiamo dalla nostra delle sperienze incontrastabili. E un tal modo di
ragionare potremo tenerlo in riserva per combattere non il Dufay, ma quell'altro
francese che gli contese la gloria della scoperta, che tre soli sieno i colori
primitivi, e non più. Asserisce gravemente costui avere il Neutono preso
nell'ottica di molti granchi, per essere stato totalmente all'oscuro di quel
gran principio che la natura, negli effetti molteplice, è unitaria, e assai
sovente trinitaria nelle cause. - Che nuovo linguaggio è mai cotesto? - disse
la Marchesa. - Il linguaggio d'un uomo, - io risposi - che sta ora facendo in
Parigi la più nuova cosa del mondo. Questa si è un gravicembalo oculare,
dove al muover de' tasti compariranno
vari pezzetti di nastri di diverso colore, che saranno tra loro in quella
armonia, che ne' gravicembali ordinari sono i suoni medesimi. Godranno gli occhi
su tale strumento delle ariette del Pergolesi e di Rameau; e mercé di esso si
potrà anche aver tessuto e copiato in una stoffa un qualche passaggio di
Caffariello. Ma
torniamo al Dufay; che non vorrei, Madama, avesse da richiamarmici un'altra
volta il signor Simplicio. E quanto alla composizione del bianco, il Neutono
chiaramente ha mostrato co' prismi e colle lenti alla mano che, ad avere un
bianco affatto simile a quello di un raggio solare, è di necessità riunire
insieme tutti i colori componenti esso raggio, dopo che sono stati separati dal
prisma. - Di fatto, - prese a dire la Marchesa - se ben mi ricordo quel che già
mi diceste, tagliato l'uno o l'altro raggio della immagine, sicché non arrivi
alla lente, e sia anche il verde, il bianco subito muta colore. - E il signor
Simplicio:
O
Donna intendi l'altra parte,
che
'l vero onde si parte
quest'Inglese,
dirà senza difetto.
Il
Dufay pur ci assicura essergli riuscito con tre soli colori, rosso giallo ed
azzurro, di comporre un bianco. - E chi ci assicura - io risposi - che quel suo
bianco fosse il bianco, o sia l'aurino della luce, e non piuttosto un giallo
sbiadito? Vi dirò bene che il Dufay confessò esser necessario che quel suo
bianco di tre soli colori composto, perché si potesse dire un vero bianco,
rendesse tutti e sette i colori della immagine solare; e promise solennemente di
farne la prova, la quale non è mai comparita. Ma come mai il rosso, il giallo e
l'azzurro potevan dare gli altri quattro colori? quando niuno di essi posto al
crociuolo, posto al tormento di qualunque prova, non ci dà altro colore che il
suo proprio. E queste tali cose pur le sapeva il Dufay. Ma quello che
all'intelletto dovette fargli alcun velo, ed essergli anche occasione d'inganno,
fu l'aver udito dire che i pittori con tre soli colori vi sanno fare tutti gli
altri. E similmente con tre soli rami, l'uno per le tinte rosse, l'altro per le
gialle, e il terzo per le azzurre, impressi dipoi sulla medesima carta, il Blon
lavorava quelle sue
stampe colorate, che gareggiano cogli stessi quadri: una veramente delle belle
invenzioni della nostra età; ma, come avviene delle cose migliori, fu
moltissimo lodata da chi dovea favorirla, e quasi niente promossa. - E perché
adunque i signori neutoniani - entrò qui a dire il signor Simplicio - non
vorrebbono eglino avvertire a quelle verità, che mostra l'esperienza
giornaliera di coloro, che non hanno la mente preoccupata da niun sistema? Fu già
detto, con gran ragione, che le ordinarie nostre manifatture presentano tutto
giorno delle maraviglie agli occhi di coloro che sanno vederle. Ma forse
isdegnano i neutoniani, essi che sono sempre in cielo,
mirar
sì basso con la mente altera.
-
Eglino avvertono - io risposi - che, siccome a' pittori conviene per li chiari i
più alti servirsi di biacca, in quelle stampe del Le Blon vi si lascia, per li
medesimi chiari, scoperto il fondo della carta; segno manifesto che con tre soli
colori non si può veramente fare il bianco. Il Neutono, a cui non erano ignote
simiglianti cose, tentò di farlo in più modi mesticando
insieme polveri di vario colore; e il più
passibile, che gli venisse fatto, era composto di orpimento,
di porpora, di cenere turchina e verderame. Ma poco
o nulla giovano cotali curiosità, come disse egli stesso, ad intendere gli
effetti naturali: e voi pur sapete, signor Simplicio, quanto i nostri colori, in
comparazione de' prismatici, sieno impuri e fecciosi. Talché colui il quale,
vista per esempio la diversa refrangibilità de' colori ne' raggi del sole,
volesse darvi la prova con ogni sorta di tinte nostrali, e cavillarci contro, se
le sperienze non riuscissero, sarebbe simile al Caco di Virgilio, allora che,
per la virtù di Ercole vinto in quella sua caverna dallo splendore del giorno,
caccia fuori d'in gola vapori e fumo, per oscurare il giorno medesimo.
- Dove vada - disse il signor Simplicio - a
percuotere cotesto strale, ognuno può vederlo. I neutoniani vorrebbono a un
tratto dar l'esclusiva a tutte quelle sperienze, che potessero fare contra di
loro. Ottimo provvedimento è pigliar da largo le difese, e accattar
similitudini e prove anche dalle favole, per vie maggiormente confermare e
ribadire la verità. - Prendete guardia - io risposi - che io ho detto di ogni
sorte di tinte nostrali, come han voluto fare taluni per mettere a cimento la
diversa refrangibilità. E perché in certi casi la non si manifestò, presero a
negarla. Che direste voi a uno, il quale negasse che l'urto fa uscire i corpi di
luogo, perché da un fanciullo non può essere smosso un pietrone? A questi tali
non è da far risposta. Per altro la diversa refrangibilità si manifesta e si
comprova anche ne' colori nostrali, chi li prende più vivi e più netti che un
può, come se ne ha esperienza certissima. E chi dipinge a spicchi una palla di
bei colori, imitando quelli del prisma, e la giri rapidamente intorno, ella
apparisce tutta bianca: salvoché, per pochezza di lume, quel bianco è languido
ed ottuso, rispetto a quello che si genera rimescolando insieme i colori del
sole separati dal prisma. E se la cenere turchina e la polvere del giallolino si
meschino bene insieme, se ne fa una polvere in apparenza verde che guardata con
un buon microscopio apparisce come un granito di punti gialli ed azzurri; dove
la polvere della terra verde guardata col medesimo microscopio apparirà verde,
tal quale si è: come avviene guardando col prisma i due cerchietti verdi, l'uno
semplice e l'altro composto, di cui parlammo poc'anzi. - Parmi - disse qui la
Marchesa - vedere il cuore al signor Simplicio. - E non siete voi fatta -
ripigliò egli subito - per vederlo negli occhi di tutti? - Dall'una parte, -
continuò ella a dire rivoltasi a me - si sente mosso dalle vostre ragioni; ma
dall'altra, come mai vincere quella opinione che l'ha già vinto? - A dire come
la sento, - replicò egli - le semplici parole in simili quistioni me non
toccano gran cosa. Né io mi affaticherò a trovar risposte a sperienze, che
prima di tutto si vogliono vedere co' propri occhi; che non so quanto dritto
vegga chi vede cogli occhi altrui. - Troppo gran dura legge - ripigliò la
Marchesa - voi imponete alle persone: che non debba niuno quetarsi in ciò che
fu fatto e rifatto, veduto e riveduto, non già da un uomo solo, ma da molti e
molti. Non sarebbe allora lecito ragionare di ottica, se non dentro alle stanze
buie co' vetri alla mano: e là ancora si potrebbe insistere che quanto si vede
è un inganno de' vetri; che sarebbe la via più spedita a liberarsi d'ogni
difficoltà. Ma certi filosofi - ella seguitò a dire rivolte a me le parole -
non sono eglino simili a quegli uomini di ventura, che altro non vorrebbono
negli stati che confusione, onde avere la lor volta,
e almeno per qualche tempo farvi un personaggio
anch'essi? - Madama, - io risposi - così credo anch'io. Sebbene farebbe torto
al vero chi mettesse in questo numero il Dufay. Anzi io sono d'avviso, se così
breve termine non avessero avuto i suoi giorni, che, riconosciuto l'error suo,
volto si sarebbe a corredare, se è possibile, l'ottica neutoniana di nuove
sperienze, come avea fatto dianzi le scoperte inglesi sopra l'elettricità: e
noi gli avremmo avuto grand'obbligo; da che egli è pur vero che coloro ne
procurano in certo modo di novelle cognizioni, i quali ci somministrano nuovi
argomenti per confermarci nelle antiche.
- Se veramente - disse il signor Simplicio -
dovesse vedersi questa conversione del Dufay, non so; so bene che nell'Accademia
di Francia ci sono stati e ci sono tuttavia di molti increduli del Neutono. -
Poiché sento - io risposi - poter tanto nella vostra mente l'autorità di
quell'Accademia, dove tuttavia non manca de' vecchi zelanti delle dottrine
cartesiane, mi penso che i principi del vostro filosofare saranno i vortici, la
materia sottile. - Ed egli mi tagliò la parola dicendo: - Ancoraché io tenga
per fermo che molto debba al Cartesio la filosofia, non per questo ogni sua
opinione la credo una verità. E quando io dovessi seguitare in ogni cosa un
qualche filosofo, sarebbe il nostro Galilei primo maestro, come debbono tutti
convenire di color che sanno. - E verisimilmente dopo lui - qui entrò la
Marchesa - l'autore del novello sistema d'ottica. - Basta, - rispose il signor
Simplicio - ch'egli abbia saputo apportare un qualche lume nella filosofia;
benché né di lui né d'altri oramai è bisogno. Chi non sa che la natura era
involta in profonde tenebre; venne il Neutono, e fu luce ogni cosa? - Ma come è
mai, ripigliai io - che voi vi
siate dichiarato antineutoniano, e non anche antigalileano? Se persona nel suo
filosofare non si dipartì punto dalle vie del Galilei, il Neutono è desso:
purché voi non gli apponiate di averselo lasciato di gran spazio indietro, e di
aver toccate le più forti cime del sapere. - La verità è, - diss'egli - che
in Francia degli oppositori del Galilei non se ne trova alcuno; ma ben
moltissimi, come io vi diceva, e voi dovete pur sapere, se ne trovano del
Neutono. - Al quale io risposi: - Le ultime novelle che per me posso darvi della
Francia, sono che quanti con la geometria o co' prismi alla mano aveano
attaccato il Neutono han dovuto cantar la palinodia. Se non che non saranno mai
per mancare di coloro che vanno tuttavia ripetendo le medesime obbiezioni, ille
quali fu già fatto diffinitiva risposta; e tutto che atterrati dalla forza del
vero, non si vogliono mai dare per vinti. In fine dopo molta guerra è rimasto
padrone del campo il Neutono; e la moda si già dichiarata in Francia a favore
della filosofia inglese. Le sperienze dell'ottica neutoniana si fanno
giornalmente in Parigi; e le donne gentili vanno a vedere dal Nollet
refrangere diversamente i raggi, come vanno alla Zaira
del Voltaire. - E questo istesso Voltaire - disse la Marchesa - non ha egli,
per amore del Neutono, cambiata per un tempo la lira col compasso? - Sì certo;
- io risposi - e quegli che poteva essere il Lucrezio di questa filosofia amò
meglio di esserne il Gassendo. - Vorreste voi adunque - entrò qui a dire il signor Simplicio - ch' egli
ci avesse cantato e messo in rima la proporzione diretta delle masse, la
reciproca dei quadrati delle distanze, con altre simili gentilezze? - Chi meglio
di voi - io risposi - potrebbe giudicare dei soggetti convenienti alla poesia?
Fate pur ragione che ho avuto il torto io. La ultima precisione e la fantasia
sono in fatti quelle due gran nemiche da non si potere aggiungere insieme. E
sembra così poco suscettibile di locuzione poetica una proposizione di
geometria, che sarebbe di mossa pittoresca l'attitudine di un equilibrista. Ma
quanti altri non si possono contare, oltre il Voltaire, che con illustrazioni e
con chiose entrarono in lizza per il Neutono? De' quali è capo il Maupertuis,
che primo piantò il
neutonismo nell'Accademia di Francia, non ostante tutte le opposizioni ch'egli
ebbe a combattere ed a vincere. Che già a niun partito non vi avrebbono voluto
tal pianta esotica, quasi prevedessero l'aduggiamento,
che ne doveano patire le loro piante natie. E tra i
frutti che, trapiantata nel terreno di Francia, ella portò, furono di molto
belle speculazioni che fece il medesimo Maupertuis sopra alcuni particolari
effetti dell'attrazione. - Ora so ben io, - disse qui il signor Simplicio - che
noi entriamo nel più cupo pelago della filosofia. - Come sarebbe - continuai io
a dire - l'origine dei satelliti, che fanno corona ad alcuni pianeti, e il modo
con che si venne a formare quel maraviglioso anello onde è ricinto Saturno. I
satelliti erano ab antico altrettante comete, le quali ne' lunghissimi loro
corsi passarono troppo vicine di alcun pianeta, entrarono nella sfera della sua
attrazione, furono distolte dal loro cammino; e così di corpi primari, che
giravano intorno al sole, divennero secondari, che girano intorno e ubbidiscono
a un pianeta. Tali mutazioni di stato, così fatte catastrofe debbono
singolarmente essere cagionate da quei pianeti, che sono i più grossi degli
altri e i più lontani dal sole. E ben, Madama, ne vedete il perché. Dove è più
di grossezza, ivi ancora è più di attrazione; ed essendo in una gran distanza
dal sole rallentato di assai il moto delle comete, che presso al sole è
velocissimo, vengono esse a sentire per più lungo tempo l'attrazione del
pianeta che costeggiano. In effetto vedete come alla nostra terra, né molto
grossa né molto dal sole lontana, non è sortito di far conquisto che di una
sola cometa. Al contrario Giove tanto più grosso, e più dal sole lontano di
noi, ne ha conquistato quattro; e cinque ne sono state rapite da Saturno, grosso
anch'egli la parte sua, e più lontano di tutti dal sole. - Cotesto Saturno -
disse la Marchesa - è un mal passo per le comete; e dovrà essere per esso loro
ciò che per li nostri navigatori era altre volte quel grandissimo Capo, tanto
difficile da superare che gli diedero il nome, secondo che ho udito a dire, di
Tormentoso. - E oltre all'aversi rapito - io soggiunsi - quelle cinque comete,
venne anche fatto a cotesto Saturno di spogliarne un'altra di una bellissima
coda, di che, tornando dal sole, erasi arricchita; che ben vi è noto, Madama,
come vicino al sole le comete s'infuocano, e quasi altrettanti vesuvi mandan
fuori que' torrenti di vapori e di fumo, che corrono in cielo tanti milioni di
miglia. Avvenne adunque che la coda di una cometa costeggiò Saturno, intantoché
la testa o il nocciolo di essa faceva assai dalla lungi suo cammino. E però la
coda soltanto venne a restar presa nella sfera dell'attrazione di quel pianeta.
E secondo le leggi della medesima attrazione, combinate col moto che avea la
coda, mostra il Maupertuis come ella dovette cinger Saturno, condensarsi,
stiacciarsi, prendere la forma di quel maraviglioso anello che gli sta sospeso
d'intorno.
- Quale è mai la sorta di personaggio, - disse qui
il signor Simplicio - che a coteste loro comete non facciano fare i neutoniani?
Ecco che in Francia le trasformano in altrettante lune, e le loro code in
anelli, per rendere più allegre le notti de' pianeti; mentre in Inghilterra
fanno loro negli stessi pianeti commettere incendi, diluvi, ogni maniera di
tristizia, e sì danno a loro abitanti il mal giorno. Si vuol egli riparare alle
perdite che il sole, mandando fuori da sé tanta luce, fa di continuo? Vi
troveranno così su due piedi un bel paio di comete, che egli a un bisogno una
mattina o l'altra si tranghiottirà. E se temono per avventura non qualche
pianeta, per li troppi vapori che ne esalino, venga a patire il secco, vi
spediscono detto fatto una cometa, che vi pioverà su della rugiada. L'albero
del coco, donde
si cava di che far tante e tanto varie cose, da coprir casamenti, da tessere
stoie, da filare, da mangiare e da bere, non può essere di tanto pregio
agl'Indiani, di quanto a' neutoniani esser debbono le comete. Comoda veramente e
benigna filosofia, che, predicando agli altri il più stretto rigorismo in
materia di ragionare, lascia che i suoi seguaci si abbandonino al più scorretto
libertinaggio. - Signor Simplicio, - disse qui la Marchesa - vedete non si
risenta un po' troppo de tempo antico cotesta vostra austerità. Perché non
vorreste voi concedere anche a' neutoniani una qualche ora, dirò così, di
ricreazione? - Tanto più - io soggiunsi - che in que' sfoghi della mente non
depongono in tutto la gravità geometrica, né possono recare scandalo a coloro
che conoscono il sistema del mondo. Le comete, benché regolatissime ne' loro
moti, e soggette alle medesime leggi di attrazione che i pianeti, movendosi però
per ogni verso e per ogni piano in ovali lunghissime, ed ora trovandosi
vicinissime al sole ed ora in una distanza da esso sterminatissima, ber paiono
fatte apposta per cagionare le più strane vicende, ed anche le più opposte tra
loro: incendi o diluvi ne' pianeti a cui passassero dappresso, cangiamenti di
situazione nelle orbite loro o ne' poli onde poi venissero a variare
maggiormente le stagioni di quelli oppure vi facesse una primavera eterna.
Potrebbono ancora le comete esser distolte dal loro cammino e rapite da'
pianeti, a cui passano d'appresso, se sono piccioline; ovvero condur via seco
esse tal pianeta, se avviene che sieno più grosse e le più possenti.- Perché
no? - disse la Marchesa. - Largo campo di filosofare danno veramente agl'ingegni
speculativi coteste comete, largheggiando come fanno, ne' loro movimenti.
Peccato solamente che per la tanta varietà appunto de' loro moti la mente si
viene a perdere in certo che d'indeterminato e di vago. Né si sa precisamente
quello se ne abbia a temere o a sperare. - Noi siamo ancora ben lontani - io
risposi - dal sapere ogni particolarità di quella strana generazione di corpi
celesti; e pare che abbia ardito di troppo chi ha voluto predire il ritorno di
alcuno di essi. - Come? - entrò qui a dire il signor Simplicio in atto di
maraviglia - non è dunque arcisicuro il ritorno di quella cometa, che tra pochi
anni apparir deve in cielo a far fede alla terra della verità delle dottrine
inglesi? La si dava pure, non è gran tempo, per certissima una tal nuova. Ma
ora che i signori neutoniani sentono stringere il tempo, che ismentire potrebbe
i loro prognostici, pigliano il tratto innanzi e gli tacciano di troppo arditi. - Qual torto - io risposi - venisse a
ricevere il sistema neutoniano se la cometa non tornasse così per appunto, io
non saprei dirlo. Dinanzi agli occhi di chi dritto estima, lieve sarebbe
certamente, e da non ne fare niun caso; sarebbe come dire un punto di perfezione
di meno. Ma se la cometa tornasse mai al tempo prognosticato, confessate pure,
signor Simplicio, che si mostrerebbe ad evidenza come a' neutoniani è dato
quello che troppo è al di sopra della condizion dell'uomo: il potere
indovinare. Cotal ritorno sarebbe forse la più bella giornata, e la più
gloriosa di quante mai ne avesser vinte. - In tal caso, - replicò egli
sorridendo - io vi prometto che dietro al carro trionfale pur mi vedrete del
gran Neutono. - Piacesse a Dio, - io risposi - che un uomo tale qual sete voi
fosse ancora de' nostri; lasciate che io vi dica, come già disse un Persiano,
se non erro, a un Greco di gran valore. - E lasciate - soggiunse la Marchesa -
che io mi rallegri d'avanzo del nuovo
conquisto che è per fare la Inghilterra. - Del rimanente, Madama, - io
continuai a dire - poco in là risale la vera storia delle comete, perché vi si
possano fondar su delle giuste predizioni. Non sono ancora cencinquanta anni
passati che il Keplero, astronomo per altro chiarissimo, sosteneva ch'elle erano
le balene e i mostri dell'etere, e per via di una facoltà animale venivano a
generarsi, diceva egli, dalla feccia di quello. Quegli stessi, che stando alla
sentenza di qualche antica scuola le credevan corpi durevoli, e non altrimenti
passeggieri o meteore, l'ordine del tutto ignoravano de' loro movimenti; e
avvisavano che fossero in molto maggior numero che in fatti non sono; siccome
all'opera una cinquantina di comparse ch'escono, entrano, e ritornano in scena,
i fanciulli le prendono per uno esercito. Ticone
fu il primo alla fine del Cinquecento ad osservarle
con esattezza, a mostrare che si doveano veramente riporre tra i corpi celesti,
a tenerne un registro fedele; e solamente dal Neutono in qua si sanno le leggi
alle quali ubbidiscono anch'esse. Ma atteso la lunghezza delle loro orbite,
alcune delle quali superano di gran lunga l'età dell'uomo, non se ne troveranno
i periodi né il numero, se non coll'andar de' secoli; e le Marchese che
verranno di qui a due mila anni potran forse sapere più precisamente di voi,
Madama, quello che si avrà da temere o da sperare di ciascuna di esse. A ogni
modo noi avrem fatto non picciolo guadagno assicurandoci che non sono poi sempre
di tristo augurio; e se possono inondarci d'acque, o mandarci in vampa, ne
possono anche arricchire di qualche novella luna, e forse anche di un
bell'anello. - Certamente, - ripigliò la Marchesa - si vuole saper grado al
Maupertuis di una novella speranza, di che ci è stato cortese. La nostra vita
è più nell'avvenire che nel presente, e si pasce più d'immaginazioni che di
realità; e colui, che senza punto offendere la ragione ne sa mettere più in
gioco la fantasia, convien dire che non poco abbia meritato degli uomini.
- Quello - io continuai - onde il Maupertuis meritò
assai più, ed ha fatto più che mai sonare il suo nome, è la conferma che ne
diede col fatto della dimostrazione che avea data il Neutono della figura della
terra. - Non so - disse il signor Simplicio - che dimostrazioni sien queste, che
han mosso tante liti. - Sopra le quali per altro, - io risposi - fu già data
sentenza. - Della figura della terra, - disse qui la Marchesa - mi ricordo già
essersi tenuti vari ragionamenti; che è ben naturale che ognuno ami di sapere
come è fatto il luogo ch'egli abita. Ed ora, poiché il discorso è caduto su
questo, sono entrata in curiosità di sapere in fatti che ne sia; né dovrà
increscere al signor Simplicio di sentir fedelmente rapportate le particolarità
di questo affare. - Come è del piacer vostro, - io allora dissi - Madama. Ma
sapete voi che questo non è affare da sbrigarsene così presto; e converrà
incominciare alquanto da largo le parole? - Tanto meglio - ella rispose. Ond'io
dopo un poco di pausa ripresi a dire in tal modo: - Fra i matematici, che ad
oggetto di perfezionare l'astronomia furono dalla munificenza di Luigi XIV
mandati in varie parti della terra, toccò al Richerio andare alla Caienna, che
è un'isola francese nell'America situata quasi sotto l'equinoziale, o vogliam
dire la linea. Appena giunto si mise a far sue osservazioni. Né molto andò che
si fu accorto che ritardava considerabilmente il suo oriuolo a seconda di cui
avea regolato il pendolo in Parigi, e che avria pur dovuto, come faceva in
Parigi, andar benissimo anche alla Caienna. Provata e riprovata la cosa, e lo
stesso mantenutosi sempre l'effetto, si diede a cercarne la ragione. Si credette
da principio averne colpa il calore, assai più grande alla Caienna che non è
in Francia. Tutti i corpi, anche i più densi, crescono alquanto di mole,
riscaldati che sieno. E però il metallo, di che è fatto il pendolo, venendosi
ad allungare un tal poco sotto la linea, dovea far tardare l'oriuolo; mentre
ognuno pur sa che a maggior lunghezza del pendolo corrisponde nelle sue
vibrazioni lentezza maggiore. Si esaminò la faccenda con tutta la immaginabile
sottigliezza, e si trovò che troppo era picciola cosa l'allungamento del
pendolo cagionato dal calore, perché ad esso attribuir si dovesse quel
considerabile ritardamento, che pur si osservava nell'oriuolo. Talché
finalmente fu forza conchiudere la gravità sotto la linea esser minore che qui
da noi. E la ragione è questa. Non per altra causa vibrando il pendolo
dell'oriuolo, e scendendo a batter le seconde che per virtù della gravità
stessa, la gravità dovrà ivi appunto esser minore, dove nella medesima
lunghezza di pendolo più tarde si troveranno essere le vibrazioni di quello. -
Una libbra adunque d'oro - disse la Marchesa - dovrà nel regno di Ghinea
non solo valere, ma anche pesar meno che qui da
noi! - Non ha dubbio; - io risposi - ma ben vedete, Madama, che l'assicurarsene
con la bilancia è impossibile, da che tutti gli altri pesi calano in
proporzione. Accorgersene al senso è altresì impossibile: i nostri sensi non
sono fedeli, non sono sempre nel medesimo uomo della medesima attività: nè da
noi si può paragonare una sensazione presente con una sensazione ricevuta alcun
tempo addietro. Bensì la gravità essere in fatti minore sotto la linea che
nelle nostre regioni, ce lo mostra indubitatamente la esperienza del pendolo: e
che così esser debba, lo dimostra il moto che la terra ha intorno a se
medesima. Nè già crederei che sopra il moto della terra si potesse oggimai
aver da niuno la minima ombra di difficoltà. - La Marchesa ponendo mente in
viso al signor Simplicio; - Già vedete - disse - che a cotesto moto egli non ha
che apporre. Quanto a me, non mi cadranno mai di mente le ragioni, ch'ebbe quel
Prussiano, di
far man bassa sopra il sistema degli antichi, quando spirato da un nobile estro
astronomico, diè di piglio alla terra, cacciolla lungi dal centro del mondo,
dove s'era intrusa, e a punirla dell'ozio, in cui da tanto tempo avea quivi
marcito, le addossò quasi tutti quei movimenti che venivano da noi attribuiti
a' corpi celesti che ne sono d'attorno. E molte volte mi sono figurata anch'io
di trovarmi sospesa in aria e immobile, in compagnia della Marchesa del
Fontenelle, intantoché mi si rivolgea sotto a' piedi la terra. Pareami vedere
prima di ogni altra cosa le sabbie ardenti dell'Affrica, coperte d'un formicaio
di gente, che paragonano la carnagione delle lor belle all'ebano, come da noi si
paragona quella delle nostre all'avorio. Poco appresso veniva quel mare sparso qua e là di navi, che da ogni parte della terra recano superfluità
in Europa tanto necessarie alla vita. E quindi mi passavano in mostra que' fiumi
del nuovo mondo, che menano diamanti, con quelle montagne che sono come gli
scrigni delle nostre ricchezze. E dopo passato quell'altro vastissimo mare,
in cui sono cosa
ignota le tempeste, io vedeva le isole felici di oriente; e m'era avviso sentir
l'alito di noce moscata e di garofani, di che impregnano l'aria dintorno. E
finalmente io vedeva le coste di quel paese, dove per cosa del mondo non si
torcerebbe un capello a una farfalla, e hannosi per niente le vite degli uomini;
e dove la usanza vuole che le mogli abbiano da morire insieme con un marito,
che, naturalmente parlando, non amarono gran fatto in vita. Ma, ohimè, ora mi
accorgo della leggenda che narrata vi ho, e dello avere troppo lungamente
sospeso il ragionamento vostro e il piacer mio. - Né da voi, Madama, - io
ripresi a dire - veder poteasi il giro della terra in miglior compagnia, nè a
noi poteasene udire un ragguaglio migliore. Ma perché meglio possiamo conoscere
ciò che girando ha da succedere alla terra, fermatela per un poco. E già
vedete che per la vicendevole attrazione della materia, ond'è composta, si
conformerà nella figura di una palla, dove le parti della superficie avranno
tutte un peso eguale verso il centro. Ma non sarà già così se ella si
rivolge, come pur fa, intorno a' suoi poli nello spazio di ventiquattro ore. Le
parti di essa, a guisa di altrettanti sassolini girati nella frombola,
acquistano in tal caso una forza detta centrifuga, e fanno sforzo di scappar per
linea diritta e allontanarsi dal centro: lo che pur farebbono, se la gravità
comune, o l'attrazione insieme unite non le ritenesse. E questa forza centrifuga
tanto è maggiore e tanto più toglie alla gravità, quanto maggiori sono i
cerchi, che in ventiquattro ore vengono corsi dalle varie parti della terra. E
perché fra tali cerchi il maggiore di tutti è l'equinoziale o la linea, la
forza centrifuga è quivi nel suo colmo, ed è niente ne' poli, che sono
immobili. Con che, avendo quivi le parti della terra un minor peso che altrove,
verranno come a rigonfiare levandosi un poco in alto; un po' meno il faranno di
qua e di là della linea; meno ancora secondo che più se ne dilungano; e niente
sotto a' poli, dove il loro peso non è diminuito per niente: e così la terra
di perfettamente rotonda ch'era da prima, viene ad acquistar la forma, diciam
così, di una melarancia colma sotto la linea e sotto a' poli stiacciata. Ora
avendo il Neutono, mercé della sua geometria, combinate le leggi
dell'attrazione con la quantità della forza centrifuga ricavata dalle sperienze
dei pendoli, determinò di quanto per appunto la terra è stiacciata, cioè di
quanto i poli sono più vicini al centro che i punti del cerchio equinoziale o
della linea. E la verificazione del suo calcolo in misure itinerarie dipendeva
dalla diseguaglianza dei gradi della stessa terra. - Oh qui - interruppe il
signor Simplicio - s'incomincia a intorbidar la cosa. - Dichiaratemi - ripigliò
la Marchesa - come cammini la faccenda di cotesti gradi, che io ho creduto
sempre fossero perfettamente eguali. - Nella supposizione - io risposi - che la
terra abbia perfettamente la forma di una palla non è dubbio alcuno che il
sono; ma se la terra è quale la fa il Neutono, non è possibile che il sieno; e
dovranno con certa proporzione trovarsi alquanto più lunghi nelle parti polari
che nelle meridionali. La terra essendo ivi stiacciata, che è lo stesso che
dire più piana, avverrà, che uno, camminando da tramontana a mezzodì, debba
fare un più lungo tratto di via, perché una stella, per esempio la polare,
lasciandosela sempre più alle spalle, siasi abbassata di una certa determinata
misura, come sarebbe di un grado. E il contrario avverrà nelle parti
meridionali, dove la terra è più tonda; come avviene a uno che cammina lungo
una costa di monte. Sino a tanto che la costa è diritta, egli non perde di
vista gli oggetti del piano, che gli sono da lato; ma secondo ch'ella volta, se
gli lascia alle spalle. Ora avendo il Picardo astronomo
francese misurato per via di punti di stelle un grado da Parigi verso
tramontana, e avendo dipoi il Cassini misurato i gradi della Francia da Parigi verso mezzodì, confrontati gli
uni cogli altri, i gradi meridionali furono ritrovati alquanto più lunghi de'
settentrionali. - E qui la Marchesa mostrando di forte maravigliarsi: - Non
dubitate, Madama, - disse il signor Simplicio - che ben sapranno trovarci la via
di assestare ogni cosa a' loro computi e alle loro teorie. - In niente - io
risposi - non daranno la tortura ai computi; come non negheranno in niente i
fatti, bene avverati che sieno. Ma ben saprebbono mostrarvi, se bisognasse, che
non è da rigettare un ben fondato sistema, perché alcuni effetti non
rispondessero in tutto alle teorie, ovvero paressero contraddirle. Non è egli
tenuto communemente per vero la causa del calore che feconda e avviva la terra
essere il sole? E con ragione, son sicuro, direte voi; mentre una tal teoria è
fondata su quelle sperienze immutabili e perpetue, che fannosi non dagli uomini,
ma nel gran laboratorio della natura. Ciò posto, quei paesi che sono sulla
terra situati in modo che ricevano egualmente i raggi del sole, pur dovrebbono
sentire un egual grado di calore; e quelli . . . - Stiamo a vedere - qui
m’interruppe il signor Simplicio - che si è novellamente discoperto come
sotto il polo ci si muore di caldo, e sotto la linea di freddo:
cose
sovra natura altere e nuove.
-
Egli è da gran tempo - io risposi - che a tutti è noto che al Perù il caldo
è senza comparazione più rimesso che non è al Brasile, con tutto che sotto la
medesima parte della zona torrida sieno posti amendue que' paesi, e il sole gli
vegga egualmente a diritto e in maestà: il che nasce da altre cause
particolari, dalle quali modificata viene e alterata l'operazione della causa
prima. L'effetto del sole al Perù è bilanciato dalle nevi di quella immensa
catena di montagne, che soprastanno a quel paese di verso oriente e tengono
perpetuamente rinfrescata tutta intorno l'atmosfera. E i caldissimi venti
orientali che regnano nel Brasile, e corrono il continente dell'America, sono
altresì da quelle istesse montagne tenuti in collo
e impediti di giugnere sino al Perù. Ecco, signor
Simplicio, come si va differentemente modificando la natura, senza mai
contrariare a se medesima; ed ecco come alla causa prima della rotazione della
terra e dell'attrazione delle sue parti si potrebbono aggiugnere tali altre
cose, che la impedissero di stiacciarsi sotto i poli. E se voi domandaste quali
cause potessero esser queste, non vi par forse che a ciò bastassero la non
intera e perfetta cedevolezza delle parti della terra e la costruzione interna
della terra medesima? Sicché, quand'anche ella non fosse stiacciata sotto i
poli, non per questo a rigettare si avrebbe il sistema neutoniano. - Non vel
diss'io, Madama, - egli rispose - che co' più bei ragionamenti del mondo vi
farebbon vedere il nero per bianco, vi scambieranno ogni cosa in mano? E che non
si ha egli da aspettare da cotesti filosofi, che a un bisogno vi mettono in
campo la interna costruzione, la più secreta notomia della terra; che simili a
Teseo e ad Enea possono penetrare sino a' regni di sotto, sino al centro del
mondo, e minutamente osservarvi quello che al restante de' mortali è negato di
vedere? - Fatto è, - io ripigliai a dire, calmato che si fu un poco il signor
Simplicio - che in onta de' computi le osservazioni facevano la terra stiacciata
sotto la linea e non sotto i poli: della figura di un limone, come dicevano, e
non di una melarancia. E tanto più ciò si ebbe per fermo, quanto che, ripetute
più volte in Francia le osservazioni, riconfermarono sempre l'istesso. Non
ostante tutto questo, ad alcuni sembrava strano di dover abbandonare la sentenza
di un filosofo fondata finalmente sopra indubitate esperienze, sopra gli stessi
effetti di natura ridotti ad esame geometrico; la quale era avvalorata dal
vedere che notabilmente stiacciato sotto i poli è anche il pianeta di Giove,
che pur rivolgesi sopra se stesso, come fa la terra: e così tenevano
sospeso il loro giudizio. - Anzi sapevano - disse il signor Simplicio - per
quello che aveano osservato viaggiando per le interne bolge della terra, che
nella terra doveva appunto succedere il contrario che in Giove. - Ultimamente -
io continuai a dire - la Francia sotto un altro Luigi, che gloriosamente cammina
dietro alle tracce del bisavolo suo, vedendo quanto importa ne' viaggi di mare
conoscer la vera figura della terra, della cosa cioè sopra cui si naviga,
risolse di mandare due compagnie di matematici espertissimi, l'una al Perù
sotto la linea, l'altra in Laponia al cerchio polare, acciocché, per la
grandissima distanza de' luoghi, la differenza tra grado e grado avesse da
apparir più sensibile che non avea potuto apparire ne' gradi della Francia
misurati dal Picardo e dal Cassini. La compagnia adunque mandata in Laponia, di
cui fu capo il Maupertuis, dopo le più accurate osservazioni fatte con
istrumenti esquisitissimi, trovò che il grado al cerchio polare veniva ad
essere sopra mille e cinquecento piedi più lungo di un grado mezzano di
Francia; né più né meno, quanto da simili operazioni meccaniche si può
aspettare che lo richiedessero i calcoli deI Neutono. Tornato il Maupertuis a
Parigi col mondo stiacciato in mano, trovò effettivamente parecchi in quella
Accademia, che non sapevano acquetarsi alla decision sua: e grandi vi furono i
romori, come ha detto il signor Simplicio. Ma in ultimo, dopo i più scrupolosi
esami, ed anche rifatte di nuovo in Francia le osservazioni, apertissima si
mostrò la verità; ed ebbero a ritrattarsi questi stessi, da' quali era stato
più acremente sostenuto il contrario. Che se pure qualche ombra di dubbio
poteva in alcuni esser rimasa, venne a disgombrarla la compagnia del Perù, che
ritornò alcuni anni appresso. Di modo che si sta ora correggendo le carte da
navigare, rettificandole alla norma della vera figura della terra. E il Neutono
e il Maupertuis saranno da qui innanzi i due astri gemelli, che camperanno la
vita a molti e molti naviganti.
- I Francesi in ultimo, - disse la Marchesa - con
le loro osservazioni, e con i loro viaggi hanno trovato quello che il Neutono
avea già veduto senza metter piede fuori di stanza. - Non resta però - io
risposi - che molto obbligo non debba avere il Neutono a' Francesi, che,
lasciato il bel Parigi, si avventurarono per paesi inospiti, affine di
testimoniare della verità; e insieme co' gigli d'oro portarono il suo nome così
da lungi. - A somiglianti conti, - soggiunse la Marchesa - egli ha anche loro
l'obbligo che il suo nome sia salito tant'alto tra' suoi compatrioti medesimi.
Per me crederei che nella sua patria lo mettano in cielo principalmente per
questo, ch'egli fu il distruttore della filosofia di quella nazione, contro alla
quale, se non combattono sempre coll'armi, disputano sempre dell'ingegno. -
Senza dubbio, - io risposi - Madama, il Neutono tiene a Londra nel mondo
filosofico lo stesso grado, che tiene nel politico quel Malborougho,
che fe' sentire all'opposto continente il nerbo
inglese, che non pose mai assedio a piazza che non la espugnasse, non fece mai
giornata che non la vincesse. Del rimanente ben si può dire che senza i
Francesi non avrebbe mai costrutto il Neutono il bello suo edifizio
dell'attrazione. Quando egli prese a confrontare il moto della luna col moto de'
gravi cadenti qui presso alla superficie della terra, per chiarirsi se anche
nell'attrazion della terra si verificasse la legge della proporzione inversa dei
quadrati delle distanze, gli sarebbe stato necessario conoscere la precisa
distanza della luna dalla terra: né ciò si poteva senza avere il preciso del
diametro della terra, che è il passetto degli
astronomi, col quale misurano le distanze celesti. Non aveasi a quel tempo il
diametro della terra, che per coniettura, fondata sulle stime dei piloti, che lo
facevano più picciolo che non è. E con esso, poiché altrimenti non poteasi,
fatte sue prove, non trovò il Neutono che la sua teoria tornasse così bene con
le osservazioni, come sarebbe stato necessario per metterla in seggio col vero:
ed egli immantinente la rigettò, o almeno lasciolla dormire. - Credete voi,
signor Simplicio, - disse qui la Marchesa - che un altro filosofo in simil caso
avesse tanto patito gli scrupoli e non avesse piuttosto cercato un qualche mezzo
termine, un qualche aggiustamento col cielo? - Non molto tempo dipoi, - io
ripigliai a dire - fu intrapresa, e bravamente eseguita d'ordine di Luigi XIV la
misura della terra: e il Neutono, fornito allora del vero diametro che gli
bisognava, poté rifar sue prove; e sotto alla legge inversa dei quadrati delle
distanze si ridusse puntualmente anche l'attrazione della terra. Così, mercé i
Francesi, il Neutono prese con franchezza il lancio a quegli ammirabili voli,
che fecero dire al Pope che gli angioli, vista tanta scienza in forma umana, lo
guardano del medesimo occhio che noi guardiamo quello animale tanto simile a
noi.
Ma che mi scordava io di dirvi, Madama, - io
ripresi di li a poco - che nel viaggio novellamente intrapreso da' Francesi alla
linea hanno pur essi trovata e mostrata al mondo l'attrazione, dirò così, in
persona? - Che è quel che io odo? - disse la Marchesa. - E in qual miniera del
nuovo mondo, - soggiunse subito il signor Simplicio - fu mai, che trovassero
cosa che vale veramente un Perù? - Se anche qui - ripigliò la Marchesa - voi
non ci recate delle osservazioni in bei contanti, mi penso che non sarà per
darvene credito il signor Simplicio. - Ed io: - Il Neutono dimostrò che
l'attrazione delle più alte montagne, delle Alpi, de' Pirenei, del Pico di
Tenariffa, posto
ch'elle fossero tutte massiccie, che non è credibile il sieno, non deve esser
sentita da' corpi circonvicini, per la tanto e tanto maggiore, onde sono
attratti dal gran corpaccio della terra. Le montagne sono come altrettanti
granelli di sabbia sparsi qua e là sulla superficie di un gran pallone: e noi
le reputiamo grandi, perché picciolini siam noi. Con tutto ciò due de'
matematici francesi che andarono al Perù non poterono non esser smossi alla
vista delle montagne della Cordeliera, e singolarmente del Chimborazo, che, non
ostante i caldi della zona umida, è in gran parte coperto di neve perpetua, e
in comparazione alle stesse nostre Alpi e de' Pirenei si direbbe un gigante;
tanto co' gioghi e colle spalle si spigne verso il cielo. Essendo adunque quella
montagna di così eccessiva e disonesta
grandezza, avvisarono
di calcolare quanta esser dovesse l'attrazion sua verso un corpicciuolo che le
fosse d'appresso. Il calcolo mostrò loro che dovea essere pur tanta da rendersi
sensibile. E in fatti lo fu. Sentilla il piombino de' loro strumenti, il quale
in ogni altro luogo tenendo esattamente il perpendicolo, trovossi averne deviato
presso alla montagna, inclinando ad essa per il valore di sette in otto minuti
secondi. - E tal deviazione - entrò qui subito il signor Simplicio - batteva talmente, già
ne son sicuro, co' calcoli neutoniani, che non ci era pure il minimo divario di
un capello. - Nel vero, - io risposi - quella deviazione si trovò minore che
non avrebbe dovuto essere. Ma se qui io vi dicessi, col vostro Petrarca,
per
lo migliore al desir tuo contese?
Cotesto
stesso divario mostra in sostanza la verità de' computi. - Ed egli rispose: -
Odi nuova forma di sillogizzare, che si mette ora in campo. Gli effetti
smentiscono i calcoli; e si ha da credere che i calcoli tornino a maraviglia
cogli effetti e col vero. Io per me, sia detto con pace de' neutoniani, ho preso
di volermi attenere alla loica che s'insegna di qua de' monti. - Pur non vi gravi, signor Simplicio, -
io ripigliai - stare ad udire questo sillogizzare de' neutoniani. Pare a voi che
sia da prestar fede a' matematici, quando dimostrano che l'acqua portata da'
condotti risale alla medesima altezza da cui scende? - E chi ne dubita? - egli
rispose. Ed io: - Ma effettivamente, se ben guardate, non troverete già che la
loro teoria si verifichi a puntino. Né altrimenti può essere, perché tra le
altre ella considera tali risalimenti, come se dovessero farsi non nell'aria,
che pur loro resiste e contrasta, ma nel voto. E però l'acqua nel risalire non
arriva mai a toccare il segno a che la fanno arrivare i computi. Nei computi,
che si fanno dell'attrazione delle montagne, non potendo noi conoscere quali e
quante sieno le interne loro cavità, benché si sappia che pur ce ne hanno da
essere, conviene pigliarle come se fossero massicce: a quel modo che nei
conteggi, quando non si possono sapere i rotti, si mette un numero tondo in
vantaggio di chi ha da avere. E così fu fatto dal Chimborazo, quantunque per le
pietre calcinate che vi si trovano alle falde senza parlar della tradizione che
corre nel paese, si vede manifestamente essere già stata un'ardente fornace
simile al nostro Vesuvio, e però avere dentro di sé di cavità grandissime. -
Assai chiaro comprendo - riprese la Marchesa non lasciandomi dir più avanti -
che, siccome il risalimento dell'acqua scema di tanto, quanto vi toglie la
resistenza dell'aria, così minore sarà l'effetto dell'attrazione del
Chimborazo di quanto sarebbe da togliere al massiccio di quella montagna, chi la
interna sua struttura ne potesse appieno conoscere: onde l'errore di difetto che
si trovò in pratica mostra in effetto la verità, come voi dite, della teorica.
- Chi desse fede - disse il signor Simplicio - alle
tante maraviglie che ne raccontano i neutoniani, converrebbe dir con loro che
. . .se il vero è vero,
a
veder tanto non surse il secondo;
che
il problema proposto da Dio agli uomini nella formazione dell'universo, il
Neutono lo ha sciolto. Tuttavia sia a me lecito il credere che
con
tutta quanta la sua matematica
egli
avverrà del sistema del Neutono quello che è avvenuto di tanti altri ne' tempi
addietro; e quello che pur veduto abbiamo, si può dire a' dì nostri, dei
sistemi del Gassendo e del Cartesio. S'essi avessero lunga vita, bene il sapete;
non ostante i tanti applausi ch'ebbero da principio nelle scuole, non ostante
che si predicasse, come si fa ora, aver essi finalmente levato il velo, con che
a' guardi de' mortali si asconde la natura. Le opinioni filosofiche si succedono
nel corso del tempo l'una all'altra, come fa onda a onda nell'ampiezza del mare.
Appena una ne è insorta ed è fatta un monte, che si spiana ben presto per far
luogo ad un'altra, che presto si spianerà anch'essa, non lasciando di sé altro
vestigio che un po' di schiuma nell'acqua. Così sempre, con buona vostra
licenza,
io
credei, credo, e creder credo il vero.
Ed io ripresi: - Signor Simplicio, credereste voi ancora che l'aria pesi? - Se io il credo? - egli rispose. - Intorno a cose tali io non ho credenza, ma scienza. Del resto non vedo dove vogliate riuscire con tale vostra domanda; se già non intendeste cavare dal peso dell'aria una novella pruova della vostra attrazione. - E cotesta scienza - io soggiunsi - sarà fondata, son certo, sopra di ben salde ragioni. - E chi non sa - egli rispose - la tanto famosa sperienza del nostro Torricelli? L'argento vivo resta sospeso nel barometro a ventisette once d'altezza per la gravità dell'aria, che gli contrasta discender più basso. Recato il barometro in cima di una montagna, si vede alquanto discendere esso argento vivo, perché minore è ivi l'altezza della sovrapposta atmosfera. Ma a che tutto questo proemio? - Per dire - io risposi - che quantunque si convincano di false le ipotesi del Cartesio, del Gassendo, e quante altre immaginate ne furono ad ispiegare la gravità, resterà sempre vero che l'aria pesa; e voi non rimarrete dal creder l'effetto, e di cavarne di molte utilità, comunque si fantastichi sulla causa. E perché? perché la sperienza del Torricelli, con quante altre vanno insieme, mostreranno sempre il medesimo a qualunque tempo, in qualunque clima, in qualunque region della terra. E perché adunque non vorreste voi credere a quanto vi dice il Neutono? perché vorreste voi essergli avaro di fede? quando le sperienze intorno alla immutabilità de' colori, intorno alla diversa refrangibilità de' raggi della luce mostrano sempre il medesimo; quando i pianeti percorrono sempre intorno al sole aie proporzionali ai tempi; quando in somma invariabili sono le leggi della natura, delle quali il neutonianismo altro non è, a propriamente parlare, che il codice matematico. Né già voi, signor Simplicio, vorrete confondere i sistemi antitetici, come il cartesiano e suoi compagni, che accomodano, secondo il detto del Galilei, l'architettura alla fabbrica, col sistema del Neutono, il quale ha costrutto la fabbrica conforme ai precetti dell'architettura. Che sarebbe tutt'uno col mettere in un fascio la poesia del Seicento con la greca, i secreti degli empirici cogli aforismi d'Ippocrate. E dove la filosofia fantastica, erronea nelle sue conclusioni, come ne' suoi supposti, è totalmente disutile nelle operazioni della pratica, la filosofia sensata e matematica, a cui per la certezza de' suoi principi è dato d'indovinare, si trova esser mirabilmente feconda per gli usi della vita. Da tutta la scuola dell'ardito Cartesio che altro è mai uscito, se non che dicerie e strepito di vane parole? Quale utilità, qual comodo è derivato mai alla civile società dal giro de' vortici, dal premere della materia globulosa o della sottile? Laddove il modesto Neutono, mercé le nuove proprietà da lui viste nella luce, ha con un nuovo cannocchiale perfezionato i nostri sensi; mercé l'attrazione da lui discoperta nella materia, ha veramente assoggettato a' nostri computi i pianeti e le comete; ne ha fatti in certa maniera cittadini del cielo; ed ha reso agli uomini più sicure e più facili le vie per uno elemento, da cui pareva gli avesse esclusi la natura, e per cui i suoi compatrioti distendono il traffico, le armi e l'imperio in ogni lato del mondo.
Non aveva io ancora posto fine alle mie parole che
il signor Simplicio, sotto colore di non so che faccenda domestica che gli era
venuta in mente pur allora, prese commiato dalla Marchesa. Ed ella, come è del
suo costume, gli diceva, ed anche nel pregava a volere almeno rimanere a pranzo
con noi; ma non ci fu via di ritenerlo. E così dopo che noi fummo rimasi soli,
la Marchesa riprese a dire: - Da voi io pur debbo riconoscere d'essere stata due
volte liberata dal signor Simplicio, prima in qualità di poeta, e poi di
filosofo: e l'obbligo che vi ho al presente è tanto maggiore dell'altro, quanto
i falsi ragionamenti riescono più incomodi che i cattivi sonetti. - Madama, -
io risposi - perché voler riconoscere da altri quanto avete principalmente
operato voi medesima. Voi foste già la Venere, che prestò il cinto alla
Minerva neutoniana per renderla dinanzi agli uomini graziosa: ed ora da Minerva
stessa preso avete l'armi per difendere anche contro a' filosofi la verità. E
ben pare che le belle donne esser sanno tutto quello che lor piace di essere.